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Discussione: Focus India

  1. #41
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    Predefinito Rif: Riferimento: Focus India

    L’India promette la riapertura del dialogo di pace con Islamabada, in cambio di maggiori sforzi nella lotta al terrorismo
    Scritto da Emanuele Confortin in Elezioni Indiane, Emanuele Confortin, India, Integralismo Islamico, Kashmir, Medioriente, Pakistan, Terrorismo India, Terrorismo Pakistan
    New Delhi, 10 giugno 2009. Segnali di apertura verso il Pakistan da parte del premier indiano Manmohan Singh. Ieri, durante un discorso in parlamento, Singh ha richiamato al loro senso di responsabilità i leader del governo pakistano, chiedendo maggiore coraggio, determinazione e ‘visione’ politica per affrontare l’emergenza terrorismo all’interno del loro paese. Serve “azione forte e intensa”, per evitare che il territorio pakistano continui ad essere una sorta di trampolino di lancio per gli estremisti islamici in India. Se da Islamabad dovessero arrivare i segnali auspicati, “ci incontreremo a metà strada” ha aggiunto il primo ministro indiano, promettendo in modo neanche tanto velato la volontà di collaborare con il vicino/nemico in uno sforzo comune contro le organizzazioni fondamentaliste. A patto (ha precisato poi) si vadano ad assicurare alla giustizia i fautori dei gravi attentati avvenuti negli ultimi anni in India, compresi i gravi attacchi di Mumbai del novembre 2008.

    Quello di ieri, è stato il primo intervento del premier indiano sulla scottante questione della lotta al terrorismo, e non è un caso abbia deciso di iniziare un nuovo dialogo con il Pakistan usando toni riconcilianti, per di più davanti all’eminente platea della neo eletta Lok Sabha e della Rajya Sabha, rispettivamente Camera bassa e Camera alta del parlamento. L’appello di Singh al Pakistan, non va a toccare solamente i gruppi considerati ‘terroristi’ dalle autorità internazionali, ma riguarda anche le zona d’ombra che oscurano i meccanismi del potere pakistano, a partire dal coinvolgimento dell’ISI, i servizi segreti di Islamabad, nella formazione e finanziamento di cellule terroristiche operanti in India (e Afghanistan). Il caso più eclatante riguarda il Lashkar-e-Taiba, organizzazione in lotta per la liberazione del Kashmir dal controllo di New Delhi. Secondo gli 007 indiani, il LeT sarebbe responsabile degli attentati di Mumbai del 2008 (e di molti altri), e nelle fasi di organizzazione e finanziamento sarebbe stato sostenuto proprio dall’ISI. Scenario ovviamente respinto con forza da Islamabad.

    L’avvicinamento di Singh al governo pakistano, è una conseguenza della netta maggioranza ottenuta alle Elezioni Generali da poco concluse, grazie alla quale la coalizione guidata dal Congresso non teme più di indebolire la propria immagine prendendo posizioni ’soft’ sul fronte terrorismo e Pakistan. L’India punta a normalizzare i rapporti con il Pakistan dunque, segnando un momento importante nella ripresa del dialogo di pace interrotto ad ottobre 2008. Tuttavia, per arrivare ad una vera svolta nei rapporti tra le due potenze nuclearei, sarà necessario aprire un dialogo reale e concreto anche sulla questione Kashmir, evenienza alla quale New Delhi non sembra affatto propensa.



    --------------------------------------------------------------------------------


    http://www.indika.it/?p=2249

  2. #42
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    Predefinito Rif: Riferimento: Focus India

    Nuova Delhi, 16 nov. (Adnkronos/Xinhua) - Tutti i siti nucleari indiani sono stati messi in stato di elevata allerta a causa di minacce terroristiche.

    ''Il centro di ricerca atomica Bhabba, insieme a una decina di altri siti, nello stato del Maharastra, e il reattore di Kakrapar, nello stato del Gujarat, sono stati identificati come potenziali obiettivi e quindi posti in stato di elevata allerta'', ha spiegato una fonte del ministero degli interni indiano. ''La misura ha natura cautelativa. Agli stati interessati e' stato chiesto di elevare la vigilanza e i servizi di pattuglia per scongiurare qualsiasi tentativo di sabotaggio'', ha agigunto la fonte.

    L'allarme segue i contenuti degli interrogatori dell'americano David Coleman Headley, 49 anni, arrestato il mese scorso a Chicago dall'Fbi con l'accusa di aver complottato per organizzare attentati contro obiettivi indiani per conto del gruppo islamista pahistano di Lashkar-e-Toiba, oltre che contro il quotidiano danese Jyllands Posten che nel 2005 aveva pubblicato vignette du Maometto.

    ''Headley aveva visitato il Maharastra e il Gujarat durante nove diversi viaggi in India, fra il 2006 e il 2009'', si precisa. Headley era stato arrestato lo scorso tre ottobre all'aeroporto O'Hare di Chicago mentre stava per imbarcarsi su un volo diretto a Filadelfia, e da qui in Pakistan. In connessione con il suo caso, due settimane dopo era stato arrestato il canadese di origini pachistane, Tahawwur Hussain Rana, di 48,



    Libero News - INDIA: SITI NUCLEARI IN STATO DI ALLERTA PER MINACCE TERRORISTICHE

  3. #43
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    Predefinito Rif: Focus India

    Un modo per aumentare la tensione tra India e Pakistan e creare scompiglio anche in quelle zone.

  4. #44
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    Nuova Delhi, 3 gen. - (Adnkronos/Dpa) - Polizia indiana in stato di massima allerta a Nuova Delhi in seguito alla fuga di tre militanti pachistani che erano sotto custodia. Secondo quanto riferito dalle autorita', Abdul Razzak, Mohammed Sadiq e Rafaqat Ali sono riusciti a scappare venerdi' da un ospedale dove erano stati ricoverati per controlli di routine in vista della loro deportazione in Pakistan. Responsabili di due attentati nel 2000, i tre "hanno appena finito di scontare la loro pena a nove anni di carcere ed erano stati consegnati alle autorita' per l'immigrazione", ha riferito il portavoce della polizia della capitale indiana, Rajan Bhagat.


    INDIA: DELHI, POLIZIA IN STATO D'ALLERTA PER FUGA 3 MILITANTI PACHISTANI - Adnkronos Esteri

  5. #45
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    Fiat, indiscrezioni sul futuro di Termini
    "Lo stabilimento piace agli indiani"

    Operai dello stabilimento di Fiat di Termini ImereseROMA - Le industrie automobilistiche indiani Tata e Mahindra & Mahindra (M&M) sarebbero interesse a rilevare lo stabilimento della Fiat di Termini Imerese. E' quanto scrive il sito d'affari on line Business standard, riportando fonti vicine al ministero dello Sviluppo Economico.

    Secondo Business Standard il ministro Claudio Scajola avrebbe dichiarato che «investitori indiani, inclusi Tata Motors e M&M, sono benvenuti in Italia», precisando però di non essere a conoscenza delle trattative con Fiat. Tata Motors e M&M declinano ogni commento sulle indiscrezioni. Il 22 dicembre il gruppo torinese presenterà a Palazzo Chigi il piano industriale. Fim, Fiom e Uilm chiedono al Lingotto il mantenimento della produzione di auto in tutti i siti industriali italiani, compreso Termini Imerese.



    Fiat, indiscrezioni sul futuro di Termini "Lo stabilimento piace agli indiani" | Palermo la Repubblica.it

  6. #46
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    India affitta sottomarino nucleare russo


    L’India affitterà dalla Russia il sottomarino nucleare "Nerpa" per un periodo di dieci anni. La notizia è stata ufficialmente data ieri ed Itar-Tass annuncia che la consegna dovrebbe essere effettuata fra l’estate e l’autunno del prossimo anno. Il battello, entrato a far parte della flotta russa appena il 29 dicembre 2009, prenderà il nome di "INS Chakra".


    Dedalonews India affitta sottomarino nucleare russo

  7. #47
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    (ANSA) - NEW DELHI, 22 GEN - I servizi di sicurezza indiani parlano di una 'concreta minaccia' di dirottamento aereo da parte di fondamentalisti islamici. Per la stampa di New Dehli si tratterebbe di fondamentalisti legati ad Al Qaida o al gruppo Lashkar-e-Toiba. La minaccia sarebbe specifica per gli aerei dell'Air India e riguarda i voli da e per Afghanistan, Bangladesh, Bhutan, India, Maldive, Nepal, Pakistan e Sri Lanka.

    Il ministero dell'Interno ha disposto il rafforzamento dei meccanismi di protezione.

    India: allarne dirottamento aereo - Mondo - ANSA.it

  8. #48
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    Il Grande Gioco raggiunge lo Sri Lanka
    Sri Lanka :::: M.K. Bhadrakumar :::: 4 febbraio, 2010 ::::
    Fonte: Strategic Culture Foundation Strategic Culture Foundation 01.02.2010

    La vittoria del presidente dello Sri Lanka, Mahinda Rajapaksa, nelle elezioni presidenziali svoltesi il 26 gennaio, diventa un momento decisivo per la sicurezza regionale. La velocità con cui i paesi occidentali hanno approvato la sua vittoria ha un significato più profondo di quello che appare ad occhio, in quanto giunto al culmine di una valanga di critiche incessanti sul regime Rajapaksa, nei mesi passati. In sostanza, è nella natura di fare ammenda e venire rapidamente a patti con un ‘fait accompli’. Sono seguite le indebite ingerenze dell’ambasciata americana a Colombo, durante il picco della campagna elettorale, esprimendo preoccupazione per delle elezioni libere ed eque.

    Dato il sistema di governo presidenziale, Rajapaksa era destinato ad essere più uguale degli altri candidati, ma in ultima analisi, la sua vittoria è stata convincente. Nel caso, la decisione dell’alleanza dell’opposizione al ex-comandante dell’esercito Sarath Fonseka, come proprio candidato comune, ha lavorato a favore di Rajapaksa. Infatti, Fonseka mancava di carisma e buonsenso politico, affrontando un vecchio cavallo di battaglia come Rajapaksa.

    Ma il risultato delle elezioni ha mandato all’aria tale insipienza. Nonostante la gaffe di Fonseka, la quota dei voti dell’alleanza di opposizione, probabilmente, rimane intatto attorno al 40 per cento, il che evidenzia un livello apprezzabile di disaffezione del pubblico verso il regime Rajapaksa. Ciò ha implicato che le elezioni parlamentari venissero indette al più presto.

    Anche in questo caso, l’elettorato Sinhala ha votato in massa per Rajapaksa, mentre Fonseka è accolto sorprendentemente bene tra le minoranze tamil e musulmana, che dominano le regioni del nord, nord-est e gli altipiani centrali. Come Rajapaksa definirà il suo mandato dal nazionalismo cingalese, che dovrebbe mantenere nel suo approccio al problema Tamil, che ha lacerato il paese per diversi decenni, rimane una questione aperta.

    L’India ha ragione di essere tranquillamente soddisfatto per la vittoria di Rajapaksa. Nelle stima indiane, una forte leadership a Colombo sarà nella posizione migliore per prendere decisioni difficili, affrontando il problema Tamil. Anche se la vittoria militare sui separatisti Tamil ha dato risultati conclusivi, la pace è ben lungi dall’essere raggiunta, e le profonde ferite avranno bisogno di tempo per guarire. Il tempo si avvicina per riflettere e iniziare a preparare una tabella di marcia.

    Tuttavia, questo è anche il luogo dove il “frattura” verdetto di Rajapaksa diventa problematico. Il nazionalismo Sinhala ha agito storicamente come un freno alla volontà politica di Colombo, nell’accogliere le aspirazioni della minoranza Tamil. In che misura Rajapaksa avrà il coraggio di rompere il vecchio paradigma, è la grande domanda. Le regioni Sinhala del sud rurale, che gli diede un ferreo supporto, sono anche divenute il cuore dello sciovinismo, che prospera sulle paure ataviche dello Sri Lanka di essere l’ultimo bastione rimasto del buddhismo theravada.

    Delhi deve procedere con cautela, mentre dispiega il suo potere di persuasione con Rajapaksa, avanzando una soluzione politica del problema Tamil, che è critica per la sicurezza della regione. Dopo aver profuso un sostegno incondizionato allo sforzo di Colombo nella guerra contro l’LTTE, Delhi dovrebbe sfruttare i dividendi della pace, ma l’apparenza a volte può essere ingannevole. La verità è che l’India si occupa, ora, di un enormemente rafforzato Rajapaksa e l’alchimia dell’oscura politica interdipendenza tra Delhi e Colombo, potrebbe trasformarsi in un notevole vantaggio per quest’ultimo.

    Nel frattempo, un modello completamente nuovo è teso a comparire nel panorama politico dello Sri Lanka. Senza dubbio, la geopolitica della regione dell’Oceano Indiano sta mutando. Gli Stati Uniti sono determinati a fissare un “controverso condominio” nell’Oceano Indiano, che collega il Golfo Persico con il Mar Cinese Meridionale. L’Oceano Indiano è divenuto anche una arteria vitale per l’economia cinese. Un recente studio “Contested Commons: The Future of American Power in a Multipolar World“, del Centro per un Nuovo Secolo Americano, un influente think tank di Washington, lamenta che il dominio militare USA è sempre più sfidato dalle nuove potenze mondiali, con “strategie e dottrine potenzialmente ostili“. Lo studio espone una nuova strategia nella politica degli Stati Uniti, e l’indirizzo con cui “rafforzare le capacità per difendere e sostenere il patrimonio mondiale, conservare la sua libertà di azione militare negli ambiti in cui è contestato e coltivare le capacità che consentiranno efficaci operazioni militari, quando un bene comune (commons) è inutilizzabile o inaccessibile.”

    Lo Sri Lanka diventa un pezzo vitale in questo grande gioco. Paradossalmente, il Grande Gioco moltiplica le opzioni di Colombo. Rajapaksa è già un beneficiario di sorta. Tutte le pressioni anglo-statunitensi su Rajapaksa, per i suoi presunti crimini di guerra, si sono vanificate, in ultima analisi, a causa del sostegno di Mosca e di Pechino presso le Nazioni Unite. A sua volta, Washington è stata costretta a rivalutare la saggezza del mettere Rajapaksa in un angolo – come è stato costretta a un ripensamento radicale sul regime del Myanmar.

    Ma Rajapaksa, è un solido politico locale. Più importante, è un politico ben radicato che non deve nulla ad una potenza straniera per la sua ascesa nella politica Sinhala. Allo stesso modo, egli è un «outsider» per l’élite di Colombo, tradizionalmente pro-occidentale. Con ogni probabilità, Rajapaksa offrirà un livello di parità di condizioni a tutti i paesi che possono aiutarlo nella grave crisi economica dello Sri Lanka, ma ci si può fidare nel tenere il guinzaglio nelle sue mani. La sua naturale inclinazione sarà quello di ricucire con gli Stati Uniti, ma avrà una linea di fondo, quando si tratterà di questioni delicate legate alla condotta della guerra brutale contro i separatisti tamil.

    La Cina è oggi, un investitore serio e è disposto a mettere i soldi sul tavolo, laddove i suoi interessi principali sono coinvolti. E lo Sri Lanka è un paese chiave per la Cina. L’importanza dell’isola è destinata ad aumentare ulteriormente, con la Cina che fa progressi nel sviluppare una rotta commerciale alternativa che dalla regione del Golfo, via Myanmar, aggira lo Stretto di Malacca. Gli Stati Uniti avranno difficoltà a rispondere alla tenacia politica e all’abilità finanziaria di Pechino, alzando la posta a Colombo. Ugualmente, quanto a lungo il problema Tamil dello Sri Lanka rimane irrisolto, tanto esisteranno ampi spazi per gli Stati Uniti, per creare punti di pressione su Rajapaksa. Come la vite di Colombo, Rajapaksa probabilmente visiterà la Russia, nel prossimo futuro. Questa sarà la sua prima visita all’estero, dopo le elezioni.

    L’India ha anch’essa delle scelte da fare. L’India ha fatto bene a sottolineare la sua distanza dal chiasso, sollevato dall’occidente, sulla situazione dei diritti umani sotto Rajapaksa. Gli Stati Uniti si aspettano di legare l’India come un complice nella sua strategia per contrastare l’influenza della Cina nello Sri Lanka. Ma l’India ha i suoi interessi specifici nello Sri Lanka. Inoltre, nonostante le vicissitudini nei legami India-Sri Lanka, che sono endemiche in due paesi vicini con tale manifesta asimmetria, l’India sarà sempre un partner privilegiato. La sfida dell’India è quella di capire come arricchire il partenariato con un maggiore contenuto – molto più della stessa sfida che essa deve affrontare con tutti i suoi vicini.

    * M. K. Bhadrakumar è stato ambasciatore per la Repubblica Indiana

    Traduzione di Alessandro Lattanzio

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    Eurasia

  9. #49
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    Predefinito Rif: Focus India

    L’India, terra del mistero e dell’eccesso
    India :::: Come Carpentier de Gourdon :::: 21 dicembre, 2009 ::::
    Fonte: ÉPÉE – EPEE - Développement à l'international, intelligence stratégique, risques politiques et sécuritaires
    Xénophon – Les cahier de ÉPÉE

    Cahier n. 14 – settembre 2009

    Xénophon - Cahiers d'Epée N°14 - Septembre 2009


    Benché sia divenuta molto più familiare agli occidentali durante gli ultimi decenni, conseguenza inevitabile della riduzione delle distanze prodotta dalla globalizzazione, l’India conserva gran parte del suo mistero millenario e spesso essa è percepita solamente tramite qualche generalizzazione o luogo comune più o meno esatto: esotismo, miseria, spiritualità, magia, vetustà, allo stesso tempo primitiva e fastosa. Immagini più contemporanee sono venute ad aggiungersi a questo repertorio, legate al recente successo del paese per quanto riguarda l’informatica, l’esplorazione spaziale, la finanza, la letteratura e l’arte contemporanea. Ma manca una visione d’insieme, tanto difficile da stabilire per un paese gigantesco, la più diversa entità geografica ed antropologica dopo il continente africano, con cifre incredibili: più di un miliardo di abitanti (più della Cina tra trent’anni), senza parlare degli altri quattrocento milioni popolanti il resto dell’Asia del sud, che fece un tempo parte dell’India e che essa comanda senza problemi, poiché ne costituisce il 75% della superficie, il 70% della demografia e l’80% dell’economia.


    Qualche altra cifra notevole: 6000 anni di storia; 400 lingue di cui 23 ufficiali (con relativa letteratura) e 1652 dialetti; tutte le grandi religioni del mondo rappresentate, oltre un gran numero di culti locali molto spesso indigeni; terzo paese islamico dopo l’Indonesia ed il Pakistan per numero di fedeli; tanti Stati quanti sono i membri dell’Unione Europea; una topografia che comprende altipiani himalayani dal clima polare e centinaia di atolli tropicali passando per deserti di tipo sahariano e foreste vergini tra le più ricche al mondo per la loro biodiversità; circa 500 000 villaggi dove vive ancora il 65% della popolazione; 40 000 antichi templi indù nel solo Stato del Tamil Nadu all’estremo sud e, in solo tempio, quello di Madurai, svariate decine di migliaia di statue censite; trenta milioni di manoscritti sanscriti sopravvivono, sparsi, la cui maggior parte non è ancora stata catalogata o tradotta…e così via.


    Un gigante a misura umana


    Eppure, nonostante la diversità e l’eterogeneità, una strana unità va a stabilirsi al di là dei divari religiosi, comunitari e linguistici: essa non si fonda realmente né su una lingua parlata, né su un alfabeto, né su una storia condivisa da tutti, ma piuttosto su un modo di vedere la vita e di concepire la realtà universale nella sua unità, eredità dell’antica gnosi indù, condivisa dal buddismo e la maggior parte della altre religioni nate nel paese e che vi hanno fondato santuari e luoghi di pellegrinaggio. Così, un indiano venuto da una regione lontana può sentirsi spaesato ma non per forza straniero, ovunque egli si trovi sul territorio nazionale. I processi politici, economici e tecnologici in corso dopo diversi secoli hanno fortemente contribuito all’unificazione nazionale poggiante su una memoria di civilizzazione comune.


    La scelta di una democrazia parlamentare introdotta dai colonizzatori britannici ha sì premesso all’India di salvaguardare la sua unità compromessa dalla scissione del Pakistan, ma ha anche reso i meccanismi decisionali lenti, tortuosi e complessi, cosa che poi si è tradotta nell’inefficacia dell’amministrazione e delle imprese pubbliche indiane. La corruzione ha un ruolo in questa “viscosità”, ma non importante come si possa credere. La causa è soprattutto la lunghezza delle trattative tra gruppi d’interesse diversi – di cui bisogna tener conto prima di adottare un qualsiasi provvedimento – così come la pusillanimità dei funzionari che rifiutano di assumersi delle responsabilità pericolose per le loro carriere.

    L’India è sfuggita alla dittatura, alla quale la sua dimensione e la sua complessità la rendono refrattaria, ma al prezzo dell’efficacia nelle decisioni e delle riforme di cui avrebbe spesso bisogno.

    Il paese è anche penalizzato dal suo clima, molto spesso estremo e debilitante, favorente le malattie e le epidemie, dal suo sovrappopolamento e da una natura spietata che sovente distrugge il lavoro dell’uomo (strade, ponti, raccolti, case), senza poi parlare delle migliaia di vite umane.

    Il sistema giuridico è desueto ed intasato poiché quasi trenta milioni di procedure sono o in corso o in attesa, alcune delle quali da più di mezzo secolo. Bisogna anche riconoscere la manifesta insufficienza dei servizi di ordine pubblico e di soccorso umanitario. Anche nelle grandi città, la polizia è raramente all’altezza dei suoi doveri ed il sistema di ambulanze ed ospedaliero può dolorosamente difettare benché l’India conti un gran numero di ottimi medici e diversi centri clinici d’eccellenza. Se l’insufficienza è quella ora descritta anche nella capitale federale, che dire delle zone rurali che son praticamente abbandonate a loro stesse e dove la presenza governativa è simbolica? Tale situazione riflette delle realtà sociali molto distanti da quelle dei paesi “sviluppati”: solo il 10% della popolazione è coperto dalla previdenza sociale, il restante è nel settore informale dell’economia e solo circa il 3% degli indiani paga l’imposta sul reddito. L’attuale governo ha adottato delle misure per rimediare a questo stato di cose, come il “sistema di garanzia dei lavoratori rurali” che permette e decine di milioni di contadini di sopravvivere senza aumentare il flusso di immigrazione verso le zone urbane che porta inevitabilmente all’esplosione delle bidonville.


    La stabilità nazionale è minacciata


    È in gran parte la carenza delle istituzioni pubbliche che ha portato all’espansione delle ribellioni contadine e tribali d’ispirazione maoista su quasi un quarto del territorio nazionale. Come molte altre nazioni uscite dagli impero coloniali europei, l’India ha mal assimilato le istituzioni “weberiane” dello Stato occidentale moderno che furono innestate sulle sue proprie cellule sociopolitiche tradizionali; è così che una superstruttura moderna tecnocratica urbana regge senza veramente poter trasformare la base popolare che continua a funzionare in parte secondo i suoi codici ancestrali, creati a partire da leggi autoctone senza memoria, modificate o influenzate nel corso dei secoli da apporti ellenici, sciiti, sino-tibetani, arabi, turco-iraniani, europei ed anglo-americani successivi, non sempre palesi.

    Un effetto di questo enorme abisso tra l’élite e la massa è evidente nel sistema d’istruzione pubblica che è totalmente inefficiente a livello delle scuole primarie ma che ottiene degli eccellenti risultati nelle università e negli istituti nazionali anglofoni (le ITSA, l’IIS di Bangalore, l’IIM di Ahmedabad) mentre numerosissime università provinciali stagnano nella mediocrità per mancanza di risorse e di insegnanti qualificati.

    Anche qui, si nota il divario tra i 200 milioni di una classe relativamente agiata, tra cui i portabandiera sono le poche dozzine di miliardari (in euro o in dollari, che perpetuano la tradizione di favolose ricchezze entrate nella leggenda dell’antichità) e i 900 milioni che vivono nella precarietà (la metà dei bambini soffre la carenza di nutrizione, secondo i criteri dell’OMS), sebbene un numero limitato di questi ultimi passi ogni anno, grazie a dei programmi di aiuto educativo pubblico o privato, nel rango dei più benestanti per criteri di merito o, più prosaicamente, in ragione del patrocinio accordato dai loro deputati parlamentari, o da chi ha fatto fortuna negli affari, alle comunità sfavorite.

    Non c’è stata una rivoluzione sociale in India ma piuttosto un’evoluzione generalmente lenta, ineguale ed impercettibile che attraversa delle fasi di ristagno frammezzate da riforme decisive e talvolta traumatiche. La società dimostra in generale delle sorprendenti capacità di adattamento ed una flessibilità inaspettata per chi la osserva dal punto di vista delle caste e dei rigidi pregiudizi che vi si affiancano da secoli.


    La congiuntura resta contrastata


    Malgrado una rapida apertura sull’economia mondiale avviata all’inizio degli anni ‘90 dopo decenni di autarchia dirigista nerudiana, l’India conserva un’economia mista e rimane un attore minore sulla scena del commercio internazionale sebbene essa sia al quarto posto mondiale per potere d’acquisto. La sua relativa autonomia l’ha parzialmente protetta dall’attuale crisi planetaria nata negli Stati Uniti. La crescita per il primo semestre 2009 è stimata leggermente al di sopra del 6%, ma il cattivo monsone di quest’anno avrà un effetto negativo sul secondo semestre per un paese dove l’agricoltura resta predominante, cosa che ritarderà probabilmente diversi grandi progetti.

    Circondata da vicini turbolenti e fragili in una regione del mondo instabile e che il geopolitico neoconservatore americano Robert Kaplan ha definito come “quella che fu l’Europa all’inizio del ventesimo secolo”, ovvero una zona di crescente prosperità ma anche di grandi conflitti, l’India si è dotata di forze militari impressionanti (tra le prime quattro al mondo) al fine di dissuadere le velleità di conquista del Pakistan ma anche di mantenere la Cina rispettosa. Dotandosi di due porta-aerei e dieci sottomarini nucleari (il primo è stato varato lo scorso luglio), New Delhi intende conservare la predominanza nell’Oceano Indiano, ambito dalle potenze della NATO e dalla Cina, e in cui transita più del 60% dei carichi petrolieri e quasi la metà del commercio marittimo mondiale.

    In totale lo Stato indiano prevede di spendere 55 miliardi di dollari per acquisti militari nei prossimi 5 anni, attirando le attenzioni di tutti i paesi produttori, oltre agli abituali fornitori più importanti: Russia, Israele, Francia, Inghilterra, Svezia e dei partner relativamente nuovi: Brasile, Africa del Sud, Stati Uniti. New Delhi vuole anche recuperare il suo ritardo in campo aerospaziale militare, ben sapendo che le guerre future saranno decise nello spazio a partire dai satelliti ed altri veicoli ed armi messi in orbita dai paesi belligeranti.


    L’apertura al mondo come obiettivo


    Al lungo isolata a causa della sua debolezza economica e del suo rifiuto di inserirsi in uno dei due blocchi della Guerra Fredda e poi della sua alleanza di fatto con la Russia, l’India ha in seguito moltiplicato le sua iniziative e gli accordi bi e multilaterali nel mondo, con regioni e paesi tanto diversi come l’Africa, l’America Latina, l’UE, l’ASEAN, Israele, Cina, Stati Uniti, Iran, gli Stati del Golfo Persico, Australia e Giappone. Cerca di rinforzare i suoi rapporti coi paesi che hanno tessuto con lei delle relazioni privilegiate dopo la sua indipendenza, tra cui Francia, Germania, Russia e Svezia senza dimenticare altre vecchie amicizie come la Corea del Nord, il Messico, Cuba, Singapore, il Vietnam, l’Egitto, l’Africa del Sud, la Tanzania ed il Ghana.

    Senza poter rivaleggiare con l’enorme potenza industriale e commerciale cinese, l’India diviene gradualmente una nazione-chiave, mondialmente riconosciuta per la sua moderazione politica, la sua prudenza in materia economica e le sua eccezionali risorse intellettuali e tecnologiche in rapida espansione. Ottantamila giovani indiani studiano nelle università americane dove essi dimostrano generalmente delle competenze di alto livello; numerose diaspore studentesche sono ripartite tra i paesi europei, nel Regno Unito (23000), in Australia (63000), in Russia, in Giappone e sempre più in Cina e nei principali paesi dell’America Latina.

    Solo la Cina forma più ingegneri, chirurghi, ricercatori in scienze fondamentali ed informatici del suo grande vicino transhimalayano, ma l’anglofonia (di cui l’India occupa il secondo posto mondiale dietro gli Stati Uniti) e la sua maggior vicinanza alle civilizzazioni occidentali, con le quali condivide l’eredità etnolinguistica indoeuropea, danno all’India un vantaggio non trascurabile in rapporto ai paesi arabi e estremo-orientali in un mondo che accusa ancora l’ascendente tecnico, finanziario e culturale delle potenze anglosassoni.


    (Traduzione di Matteo Sardini)

    * Come Carpentier de Gourdon è direttore della rivista indiana “World Affairs” e collaboratore abituale di “Eurasia”.


    L’India, terra del mistero e dell’eccesso | eurasia-rivista.org

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    Predefinito Rif: Focus India

    L’India, terra del mistero e dell’eccesso
    India :::: Come Carpentier de Gourdon :::: 21 dicembre, 2009 ::::
    Fonte: ÉPÉE – EPEE - Développement à l'international, intelligence stratégique, risques politiques et sécuritaires
    Xénophon – Les cahier de ÉPÉE

    Cahier n. 14 – settembre 2009

    Xénophon - Cahiers d'Epée N°14 - Septembre 2009


    Benché sia divenuta molto più familiare agli occidentali durante gli ultimi decenni, conseguenza inevitabile della riduzione delle distanze prodotta dalla globalizzazione, l’India conserva gran parte del suo mistero millenario e spesso essa è percepita solamente tramite qualche generalizzazione o luogo comune più o meno esatto: esotismo, miseria, spiritualità, magia, vetustà, allo stesso tempo primitiva e fastosa. Immagini più contemporanee sono venute ad aggiungersi a questo repertorio, legate al recente successo del paese per quanto riguarda l’informatica, l’esplorazione spaziale, la finanza, la letteratura e l’arte contemporanea. Ma manca una visione d’insieme, tanto difficile da stabilire per un paese gigantesco, la più diversa entità geografica ed antropologica dopo il continente africano, con cifre incredibili: più di un miliardo di abitanti (più della Cina tra trent’anni), senza parlare degli altri quattrocento milioni popolanti il resto dell’Asia del sud, che fece un tempo parte dell’India e che essa comanda senza problemi, poiché ne costituisce il 75% della superficie, il 70% della demografia e l’80% dell’economia.


    Qualche altra cifra notevole: 6000 anni di storia; 400 lingue di cui 23 ufficiali (con relativa letteratura) e 1652 dialetti; tutte le grandi religioni del mondo rappresentate, oltre un gran numero di culti locali molto spesso indigeni; terzo paese islamico dopo l’Indonesia ed il Pakistan per numero di fedeli; tanti Stati quanti sono i membri dell’Unione Europea; una topografia che comprende altipiani himalayani dal clima polare e centinaia di atolli tropicali passando per deserti di tipo sahariano e foreste vergini tra le più ricche al mondo per la loro biodiversità; circa 500 000 villaggi dove vive ancora il 65% della popolazione; 40 000 antichi templi indù nel solo Stato del Tamil Nadu all’estremo sud e, in solo tempio, quello di Madurai, svariate decine di migliaia di statue censite; trenta milioni di manoscritti sanscriti sopravvivono, sparsi, la cui maggior parte non è ancora stata catalogata o tradotta…e così via.


    Un gigante a misura umana


    Eppure, nonostante la diversità e l’eterogeneità, una strana unità va a stabilirsi al di là dei divari religiosi, comunitari e linguistici: essa non si fonda realmente né su una lingua parlata, né su un alfabeto, né su una storia condivisa da tutti, ma piuttosto su un modo di vedere la vita e di concepire la realtà universale nella sua unità, eredità dell’antica gnosi indù, condivisa dal buddismo e la maggior parte della altre religioni nate nel paese e che vi hanno fondato santuari e luoghi di pellegrinaggio. Così, un indiano venuto da una regione lontana può sentirsi spaesato ma non per forza straniero, ovunque egli si trovi sul territorio nazionale. I processi politici, economici e tecnologici in corso dopo diversi secoli hanno fortemente contribuito all’unificazione nazionale poggiante su una memoria di civilizzazione comune.


    La scelta di una democrazia parlamentare introdotta dai colonizzatori britannici ha sì premesso all’India di salvaguardare la sua unità compromessa dalla scissione del Pakistan, ma ha anche reso i meccanismi decisionali lenti, tortuosi e complessi, cosa che poi si è tradotta nell’inefficacia dell’amministrazione e delle imprese pubbliche indiane. La corruzione ha un ruolo in questa “viscosità”, ma non importante come si possa credere. La causa è soprattutto la lunghezza delle trattative tra gruppi d’interesse diversi – di cui bisogna tener conto prima di adottare un qualsiasi provvedimento – così come la pusillanimità dei funzionari che rifiutano di assumersi delle responsabilità pericolose per le loro carriere.

    L’India è sfuggita alla dittatura, alla quale la sua dimensione e la sua complessità la rendono refrattaria, ma al prezzo dell’efficacia nelle decisioni e delle riforme di cui avrebbe spesso bisogno.

    Il paese è anche penalizzato dal suo clima, molto spesso estremo e debilitante, favorente le malattie e le epidemie, dal suo sovrappopolamento e da una natura spietata che sovente distrugge il lavoro dell’uomo (strade, ponti, raccolti, case), senza poi parlare delle migliaia di vite umane.

    Il sistema giuridico è desueto ed intasato poiché quasi trenta milioni di procedure sono o in corso o in attesa, alcune delle quali da più di mezzo secolo. Bisogna anche riconoscere la manifesta insufficienza dei servizi di ordine pubblico e di soccorso umanitario. Anche nelle grandi città, la polizia è raramente all’altezza dei suoi doveri ed il sistema di ambulanze ed ospedaliero può dolorosamente difettare benché l’India conti un gran numero di ottimi medici e diversi centri clinici d’eccellenza. Se l’insufficienza è quella ora descritta anche nella capitale federale, che dire delle zone rurali che son praticamente abbandonate a loro stesse e dove la presenza governativa è simbolica? Tale situazione riflette delle realtà sociali molto distanti da quelle dei paesi “sviluppati”: solo il 10% della popolazione è coperto dalla previdenza sociale, il restante è nel settore informale dell’economia e solo circa il 3% degli indiani paga l’imposta sul reddito. L’attuale governo ha adottato delle misure per rimediare a questo stato di cose, come il “sistema di garanzia dei lavoratori rurali” che permette e decine di milioni di contadini di sopravvivere senza aumentare il flusso di immigrazione verso le zone urbane che porta inevitabilmente all’esplosione delle bidonville.


    La stabilità nazionale è minacciata


    È in gran parte la carenza delle istituzioni pubbliche che ha portato all’espansione delle ribellioni contadine e tribali d’ispirazione maoista su quasi un quarto del territorio nazionale. Come molte altre nazioni uscite dagli impero coloniali europei, l’India ha mal assimilato le istituzioni “weberiane” dello Stato occidentale moderno che furono innestate sulle sue proprie cellule sociopolitiche tradizionali; è così che una superstruttura moderna tecnocratica urbana regge senza veramente poter trasformare la base popolare che continua a funzionare in parte secondo i suoi codici ancestrali, creati a partire da leggi autoctone senza memoria, modificate o influenzate nel corso dei secoli da apporti ellenici, sciiti, sino-tibetani, arabi, turco-iraniani, europei ed anglo-americani successivi, non sempre palesi.

    Un effetto di questo enorme abisso tra l’élite e la massa è evidente nel sistema d’istruzione pubblica che è totalmente inefficiente a livello delle scuole primarie ma che ottiene degli eccellenti risultati nelle università e negli istituti nazionali anglofoni (le ITSA, l’IIS di Bangalore, l’IIM di Ahmedabad) mentre numerosissime università provinciali stagnano nella mediocrità per mancanza di risorse e di insegnanti qualificati.

    Anche qui, si nota il divario tra i 200 milioni di una classe relativamente agiata, tra cui i portabandiera sono le poche dozzine di miliardari (in euro o in dollari, che perpetuano la tradizione di favolose ricchezze entrate nella leggenda dell’antichità) e i 900 milioni che vivono nella precarietà (la metà dei bambini soffre la carenza di nutrizione, secondo i criteri dell’OMS), sebbene un numero limitato di questi ultimi passi ogni anno, grazie a dei programmi di aiuto educativo pubblico o privato, nel rango dei più benestanti per criteri di merito o, più prosaicamente, in ragione del patrocinio accordato dai loro deputati parlamentari, o da chi ha fatto fortuna negli affari, alle comunità sfavorite.

    Non c’è stata una rivoluzione sociale in India ma piuttosto un’evoluzione generalmente lenta, ineguale ed impercettibile che attraversa delle fasi di ristagno frammezzate da riforme decisive e talvolta traumatiche. La società dimostra in generale delle sorprendenti capacità di adattamento ed una flessibilità inaspettata per chi la osserva dal punto di vista delle caste e dei rigidi pregiudizi che vi si affiancano da secoli.


    La congiuntura resta contrastata


    Malgrado una rapida apertura sull’economia mondiale avviata all’inizio degli anni ‘90 dopo decenni di autarchia dirigista nerudiana, l’India conserva un’economia mista e rimane un attore minore sulla scena del commercio internazionale sebbene essa sia al quarto posto mondiale per potere d’acquisto. La sua relativa autonomia l’ha parzialmente protetta dall’attuale crisi planetaria nata negli Stati Uniti. La crescita per il primo semestre 2009 è stimata leggermente al di sopra del 6%, ma il cattivo monsone di quest’anno avrà un effetto negativo sul secondo semestre per un paese dove l’agricoltura resta predominante, cosa che ritarderà probabilmente diversi grandi progetti.

    Circondata da vicini turbolenti e fragili in una regione del mondo instabile e che il geopolitico neoconservatore americano Robert Kaplan ha definito come “quella che fu l’Europa all’inizio del ventesimo secolo”, ovvero una zona di crescente prosperità ma anche di grandi conflitti, l’India si è dotata di forze militari impressionanti (tra le prime quattro al mondo) al fine di dissuadere le velleità di conquista del Pakistan ma anche di mantenere la Cina rispettosa. Dotandosi di due porta-aerei e dieci sottomarini nucleari (il primo è stato varato lo scorso luglio), New Delhi intende conservare la predominanza nell’Oceano Indiano, ambito dalle potenze della NATO e dalla Cina, e in cui transita più del 60% dei carichi petrolieri e quasi la metà del commercio marittimo mondiale.

    In totale lo Stato indiano prevede di spendere 55 miliardi di dollari per acquisti militari nei prossimi 5 anni, attirando le attenzioni di tutti i paesi produttori, oltre agli abituali fornitori più importanti: Russia, Israele, Francia, Inghilterra, Svezia e dei partner relativamente nuovi: Brasile, Africa del Sud, Stati Uniti. New Delhi vuole anche recuperare il suo ritardo in campo aerospaziale militare, ben sapendo che le guerre future saranno decise nello spazio a partire dai satelliti ed altri veicoli ed armi messi in orbita dai paesi belligeranti.


    L’apertura al mondo come obiettivo


    Al lungo isolata a causa della sua debolezza economica e del suo rifiuto di inserirsi in uno dei due blocchi della Guerra Fredda e poi della sua alleanza di fatto con la Russia, l’India ha in seguito moltiplicato le sua iniziative e gli accordi bi e multilaterali nel mondo, con regioni e paesi tanto diversi come l’Africa, l’America Latina, l’UE, l’ASEAN, Israele, Cina, Stati Uniti, Iran, gli Stati del Golfo Persico, Australia e Giappone. Cerca di rinforzare i suoi rapporti coi paesi che hanno tessuto con lei delle relazioni privilegiate dopo la sua indipendenza, tra cui Francia, Germania, Russia e Svezia senza dimenticare altre vecchie amicizie come la Corea del Nord, il Messico, Cuba, Singapore, il Vietnam, l’Egitto, l’Africa del Sud, la Tanzania ed il Ghana.

    Senza poter rivaleggiare con l’enorme potenza industriale e commerciale cinese, l’India diviene gradualmente una nazione-chiave, mondialmente riconosciuta per la sua moderazione politica, la sua prudenza in materia economica e le sua eccezionali risorse intellettuali e tecnologiche in rapida espansione. Ottantamila giovani indiani studiano nelle università americane dove essi dimostrano generalmente delle competenze di alto livello; numerose diaspore studentesche sono ripartite tra i paesi europei, nel Regno Unito (23000), in Australia (63000), in Russia, in Giappone e sempre più in Cina e nei principali paesi dell’America Latina.

    Solo la Cina forma più ingegneri, chirurghi, ricercatori in scienze fondamentali ed informatici del suo grande vicino transhimalayano, ma l’anglofonia (di cui l’India occupa il secondo posto mondiale dietro gli Stati Uniti) e la sua maggior vicinanza alle civilizzazioni occidentali, con le quali condivide l’eredità etnolinguistica indoeuropea, danno all’India un vantaggio non trascurabile in rapporto ai paesi arabi e estremo-orientali in un mondo che accusa ancora l’ascendente tecnico, finanziario e culturale delle potenze anglosassoni.


    (Traduzione di Matteo Sardini)

    * Come Carpentier de Gourdon è direttore della rivista indiana “World Affairs” e collaboratore abituale di “Eurasia”.


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