Voltaire: padre della Révolution o teorico ghibellino? | atuttadestra

Voltaire: padre della Révolution o teorico ghibellino?

di Giovanni Balducci


Voltaire, pseudonimo dello scrittore e filosofo francese Francois Marie Arouet, nato a Parigi nel 1694, viene ricordato per essere stato uno dei massimi esponenti dell’Illuminismo. Genio straordinario e versatile, drammaturgo e poeta, divulgatore scientifico, temibile quanto arguto polemista e acuto storiografo, egli incarnò alla perfezione l’uomo del suo tempo, tant’è che Victor Hugo ebbe a dire: “Il Settecento è Voltaire”. Patriarca del partito filosofico francese ed europeo, è ricordato ( a torto o a ragione) come uno dei padri nobili della Rivoluzione francese. Si racconta che, in punto di morte, il filosofo respinse un sacerdote, che lo invitava a confessarsi dicendo: “Non è tempo di farsi nuovi nemici”: ciò gli valse la sempiterna simpatia delle sinistre e dei mangiapreti d’ogni tempo e latitudine: Palmiro Togliatti, ad esempio, ebbe a tradurre il suo Trattato sulla tolleranza.

Voltaire, tuttavia, fu personalità alquanto contraddittoria, ciò spinse uno dei suoi più grandi biografi, Émile Faguet, a definirlo un “caos di idee chiare”. Per principio egli rifiutava tutto quanto apparisse irrazionale ed esortava gli uomini del suo tempo a lottare contro l’intolleranza, la tirannia e la superstizione, celebre è il suo motto “Écrasez l’Infâme” diretto contro l’ormai sclerotizzata Chiesa Cattolica, ma certa critica lo vuole antisemita e razzista.

Anche in ambito politico, Voltaire difese il diritto di ogni cittadino alla libertà civile e politica. Ma egli non credeva che la Francia, e in generale nessuna nazione d’Europa, fosse pronta per una vera democrazia. Voltaire non credeva nel popolo, e sosteneva che: “Quando il popolo si mette a ragionare, è perduto”, per cui non fu mai di idee repubblicane, la sua posizione politica fu quella di un liberale moderato, sostenitore della monarchia assoluta nella forma illuminata, per cui il sovrano avrebbe dovuto governare saggiamente coadiuvato dai filosofi.

Egli, com’ebbe a scrivere Montanelli nel suo L’Italia del Settecento “Ai Re di Francia preferiva la repubblica, ma alla repubblica preferiva un Re come Marco Aurelio. Il suo sogno restava un monarca assoluto e illuminato che realizzasse le riforme proposte da un buon ministro”. Nella sua opera Le Siècle de Louis XIV, Voltaire assume infatti la veste di fautore dell’assolutismo: “bisogna perché uno Stato sia potente, o che il popolo abbia una libertà fondata sulle leggi, o che l’autorità sovrana sia stabilita senza contraddizioni”, avrà a scrivere.

Fieramente antidemocratico, se fosse dipeso da lui, la rivoluzione sarebbe stata soltanto un’evoluzione senza traumi, uno sviluppo, più che un sovvertimento delle istituzioni, come invece purtroppo fu. Nel suo Dizionario filosofico, inoltre, si evince addirittura la sua predilezione per una concezione politica imperiale, qui infatti Voltaire esprime parole d’elogio per l’imperatore Giuliano, che definirà “padrino dei filosofi”, e per l’imperatore Federico II di Svevia, che difenderà dalle accuse di ateismo mossegli dalla Chiesa.

Indubbiamente Voltaire fu un philosophe militante, muovendosi proprio sul labile confine tra Lumi moderati e Lumi radicali, ma con Voltaire la filosofia dei Lumi non assunse mai quelle tinte populiste e giacobine che aprirono la strada alle derive sanguinarie a cui, in nome dell’eguaglianza e della democrazia, andò incontro il giacobinismo del periodo del Terrore. Voltaire auspicava sì un rinnovamento, ma riteneva che dovesse avvenire dall’interno e dall’alto dell’Antico Regime.

Per quel che attiene la sua concezione religiosa, Voltaire lungi dall’essere ateo, come certa letteratura ecclesiastica ha insistentemente voluto far credere, prediligeva invece l’antica religione romana: “I sacerdoti pagani non avevano dogmi; non costringevano gli uomini a credere l’incredibile; chiedevano solo sacrifici e questi sacrifici non erano ordinati dietro la minaccia di pene severe; essi non si definivano il primo ordine dello Stato, non formavano uno Stato nello Stato e non si immischiavano negli affari di governo”, ebbe infatti a sostenere in una voce del suo Dizionario filosofico.


A Ferney dove si ritirò in esilio volontario si costruì una cappella dedicata a Dio, ma questo Dio non coincideva con nessuno delle religioni costituite, sebbene egli avesse dedicato alcuni mirabili scritti al Cristo del Sermone della Montagna, e fosse un grande estimatore del famoso libretto di esercizi spirituali L’imitazione di Cristo. Dalla religione cristiana Voltaire accoglieva l’insegnamento morale, la semplicità, l’umanità, la carità, ma esecrava il fanatismo degli uomini di Chiesa. Voltaire comunque, parimenti agli Stoici, non ammetteva l’intervento di Dio nel mondo umano: l’Essere Supremo ha solo creato la mirabile macchina dell’universo, senza intervenire ulteriormente, dunque l’uomo è libero. Il suo era un Dio senza Chiese, era il Dio, com’egli amava ripetere, di Socrate, di Epitteto, Marco Aurelio, ma anche di Newton e di Locke. “Si Dieu n’existait pas, il faudrait l’inventer”, “ Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo”, asseriva, in netto contrasto con il motto dissacrante che circa un secolo dopo avrà a proferire l’anarchico Bakunin, ovvero che “Se un Dio esistesse bisognerebbe abolirlo”.


Parallelamente alla sua lotta contro il fanatismo, il grande di Ferney ne condurrà una altrettanto acrimoniosa contro l’ateismo e il materialismo. Egli sosterrà che “l’ateismo non si oppone ai delitti ma il fanatismo spinge a commetterli”, ma poi dirà che essendo l’ateismo quasi sempre fatale alle virtù, in una società è più utile avere una religione, anche se imperfetta, piuttosto che non averne nessuna.


Di Voltaire è noto il giudizio espresso dal giurista e filosofo savoiardo suo contemporaneo Joseph De Maistre, il quale voleva fargli erigere una statua, si ma dalle mani del boia! Mentre nel suo pamphlet, Cabaret Voltaire, Pietrangelo Buttafuoco, noto editorialista del Foglio ha individuato proprio nelle idee e nell’operato di Voltaire i prodromi della secolarizzazione e dell’antireligiosità dell’Occidente, asserendo che quella fra l’Occidente secolarizzato e l’Islam religioso è una battaglia che non fa altro che riproporre l’antico scontro condotto da Voltaire contro la fede. A prova di ciò, secondo Buttafuoco, basterebbe leggere l’opera teatrale volterriana Maometto ossia il fanatismo, nella quale il pensatore francese non farebbe altro che ricondurre alla paura e alla superstizione le forme dell’emozione religiosa per smontare ogni teologia. Mentre secondo il parere dello storico Francesco Germinario, Voltaire, assieme a Lenin, al rock’n’roll, ad Hitler, a Robespierre e Mussolini, non sarebbe altro che un parto degenere del monoteismo di Abramo portato in Occidente da San Paolo. Che dire, a mio avviso, non c’è autore fra i più europeisti, fieramente ghibellini (alla Evola, per intenderci), conservatori ed ereticamente “romani” di Voltaire, altro che monoteismi desertici e soli dell’avvenire. W Voltaire, W l’Europa. Il resto è una coïonnerie, come avrebbe detto l’arguto filosofo transalpino.