di Mario M. Merlino





Nel suo studio di Madrid, sulla scrivania spicca in bella mostra, all’interno di una cornice d’argento in stile liberty la fotografia con dedica del Cancelliere Adolf Hitler. Di profilo con lo sguardo magnetico raccolto in una visione

lontana di cui egli solo conosce i confini. Dietro la scrivania Otto Skorzeny, il liberatore di Mussolini dal Gran Sasso, 12 settembre del ‘43. Me la mostrò in un pomeriggio afoso sotto una cappa di cielo grigio. Come abile prestigiatore la sfilò ed apparve quella del Grande Timoniere, il presidente Mao, dal sorriso sornione e crudele, anch’essa con dedica.

Gli occorreva, mi spiegò, quando riceveva alti dirigenti di Pechino per formali accordi import-export. Con quel sorriso largo e reso quasi una smorfia per lo sfregio, memoria di un duello goliardico, che gli deturpava la guancia sinistra.
Studente a Vienna negli anni Venti, s’era iscritto all’associazione Schlagende Burschenschaft Markomannia, sorta come altre in Germania ed Austria dopo gli sconvolgimenti rivoluzionari del 1848. Il duello era la tradizione più rinomata, eseguito con una lama a doppio taglio, a torso nudo e un paio di occhiali dalle lenti rotonde e scure a protezione degli occhi. Come unica regola mai indietreggiare, neppure con il viso. Scuola di coraggio, sangue freddo e volontà, secondo lo stesso Skorzeny. E, con una punta di compiacimento, aveva aggiunto di essersi battuto 14 volte, nonostante il nazismo l’avesse vietato. Per proteggere l’integrità fisica della razza, aveva ancora aggiunto, ma anche perché lo trovava espressione di una casta aristocratica…


Nell’immediato dopoguerra Otto Skorzeny aveva trovato in Spagna la possibilità di esercitare la professione d’ingegnere. Non disponendo del ‘tesoro delle S.S.’, come ebbero a favoleggiare su alcune riviste, la vita non fu sempre facile. Ebbe, però, la fortuna e l’appoggio di amici fidati – fra costoro, mi raccontò, un suo vecchio compagno di scuola e ingegnere anch’egli che, non essendosi mai iscritto al partito nazionalsocialista, potette fargli aprire a Madrid un modesto, almeno all’inizio, ufficio commerciale. Nel 1953 l’occasione favorevole: un importante contratto di materiale ferroviario. Così inizia a viaggiare per affari in Argentina, ove incontra il generale Peron tornato al potere, o al Cairo e, qui, si intrattiene con il presidente Abdel Gamal Nasser. E, poi, in Portogallo, in Congo – ma, precisa, solo a Madrid ha conosciuto lo sfortunato presidente Moise Ciombè, che vi viveva dopo essere stato deposto -, in Kenia, Grecia, Paraguay e Irlanda. Viaggi d’affari, insiste, perseguitato però da chiacchiere scandalistiche. Prima ancora di mettere piede in Argentina, lo davano a capo dell’esercito di quella repubblica, mentre il generale Galland, asso dei caccia della Luftwaffen, e il colonnello Hans Ulrich Rudel a comandare l’aviazione. Dopo un soggiorno di appena due settimane a Il Cairo, nel 1954, il giornale Daily Sketch pubblica che egli si trova in Egitto per addestrare commandos ‘per assassinare ufficiali e soldati britannici’. Quando racconta di queste vicende, che siano parto di fantasia della stampa o appartengano a straordinaria realtà, il sorriso sembra stampato e gli occhi brillano di costante ironia. Le premesse della sua esistenza, quando indossava la divisa delle S.S., legittimano qualche sospetto.


Avendo letto Il pilota di ferro gli chiedo di Rudel, amputato di un piede, con 2530 voli in territorio nemico, distrutti 519 carri armati sovietici e affondato l’incrociatore Marat. Per lui Hitler creò una apposita decorazione: la croce di cavaliere con foglie di quercia spade e brillanti, in oro. Nonostante l’interdizione del Fuehrer continuò a volare fino all’8 maggio del ’45. Atterrato in Baviera e resi inutilizzati i veivoli, prima di consegnarsi agli americani accorsi, salutò gli altri piloti e motoristi con il braccio teso come era diventato d’obbligo fra le forze armate dopo il 20 luglio ’44. Alle rimostranze dell’ufficiale USA, Rudel non esitò a rispondergli che, in quanto soldati, avevano ricevuto l’ordine di salutare in questo modo ‘che vi piaccia o no’. E, poi: ‘Siamo atterrati qui perché non vogliamo finire sotto i sovietici. Siamo vostri prigionieri e non pretendiamo privilegi, solo se possibile lavarci’. Ovviamente il rispetto per un simile combattente si tradusse da parte del comandante americano nell’impossessarsi della decorazione, unico esemplare esistente…


Furono gli Stati Uniti, divenuti padroni di mezzo emisfero e timorosi di espansioni sovietiche, a gestire e utilizzare uomini come Otto Skorzeny e, in Italia, reduci della Repubblica Sociale in chiave anticomunista? E, dunque, approfittare del dissidio ideologico e politico tra l’Unione Sovietica e la Cina di Mao per inserirsi in una strategia di amplificazione della lacerazione del movimento mondiale comunista? Certamente vi furono questi tentativi, stabilire quanto successo ebbero e chi si prestò al loro gioco, consapevole o meno, è altra storia…

Al momento mi fermo con il ricordo fin qui riportato. E non ne traggo alcuna conclusione.

EreticaMente: Tra Hitler Mao aria di rivoluzione