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    Predefinito Una crisi provocata dal potere mondialista (di Mario Consoli)

    ECONOMIA 2012

    Una crisi provocata dal potere mondialista

    di Mario Consoli (*)

    Quello di Mario Monti, come tutti ben sanno, non è un governo simile ai tanti che lo hanno preceduto: è formato da personaggi non eletti dal popolo, definiti "tecnici", ma che palesemente sono diretta espressione del mondo della finanza e del sistema bancario. Monti viene dalla Trilateral, dal Bilderberg, dalla Goldman Sachs; Piero Gnudi è stato consigliere di amministrazione e vice presidente di Unicredit; Fabrizio Barca ha iniziato la carriera in Banca d'Italia; Piero Giarda è stato presidente di ICCRI-BFE e Bipielle Investimenti; Corrado Passera ha cominciato nel Gruppo De Benedetti, poi è stato vice presidente del Credito Romagnolo, quindi ha diretto il Banco Ambrosiano Veneto ed è stato amministratore delegato di Banca Intesa, dal cui giro proviene anche Elsa Fornero.

    Secondo la contorta logica che sottende il potere mondialista, essendo la crisi stata provocata dalla speculazione finanziaria internazionale e dal sistema bancario, in Italia - come in Grecia e in altri Paesi in affanno economico - a governare sono stati chiamati, concedendo loro poteri straordinari, i funzionari della finanza e delle banche. Come dire, siccome si è diffuso il contagio della peste, affidiamo la cura agli untori.

    Ma la situazione è ancora più grave. Si tratta infatti di un giro di boa sostanziale, che marca il punto di arrivo di un percorso durato decenni, in cui ben precise forze internazionali legate al denaro hanno operato per sottrarre ai popoli ogni sovranità a favore di quell'entità viscida e sfuggente - ma in effetti manovrata da un potere estremamente concreto e dispotico - che eufemisticamente si indica come "mercato".

    Ce lo conferma, con estrema chiarezza, lo stesso Mario Monti.

    Nel corso di un intervento tenuto nell'Aula Magna dell'Università Bocconi il 27 maggio 2011, l'ineffabile professore, quando ancora ignorava il ruolo al quale sarebbe stato golpisticamente elevato dal presidente Napolitano, ha tra l'altro affermato: "Non dobbiamo sorprenderci che l'Europa abbia bisogno di crisi, di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell'Europa sono per definizione cessione di parti di sovranità nazionali a un livello comunitario". "É chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle, perché c'è una crisi in atto visibile, conclamata". "Abbiamo bisogno delle crisi (...) per fare passi avanti".

    E ancora: "Certamente occorrono delle autorità di enforcement (imposizione) rispettate, che si facciano rispettare, che siano indipendenti e che abbiano risorse e mezzi adeguati. Oggi abbiamo in Europa troppi governi che si dicono liberali e che come prima cosa hanno cercato di attenuare la portata, la capacità d'azione, le risorse e l'indipendenza delle autorità che si sposano necessariamente al mercato".

    Dunque le crisi economiche e finanziarie sono gestite, programmate, financo provocate, al fine di sottrarre a popoli e nazioni i residui brandelli di sovranità.

    Si tratta di una chiave di lettura degli avvenimenti spudoratamente esplicita e cinicamente esposta.

    É d'altronde un fatto che dalla caduta del governo Berlusconi è tutto un parlare di crisi, recessione, tasse, sacrifici, disoccupazione, pericoli incombenti e tremendi. "Siamo sull'orlo del baratro" sentenzia Monti. "Siamo in recessione" gli fa da controcanto il ministro Passera. "Occorrono tagli alle pensioni e il superamento dello Stato sociale" afferma la Fornero. "Lo Stato sociale è un modello da superare, non competitivo, malvisto dai mercati" conferma Monti, "altrimenti si finisce come la Grecia". "La disoccupazione salirà" proclama Mario Draghi, presidente della BCE, dal suo scranno di Francoforte sul Meno.

    Mentre tutti sanno che non può verificarsi in economia nessuno sviluppo positivo senza infondere ottimismo e indicare prospettive di crescita, a conferma che la crisi è stata voluta, organizzata e sfruttata per fini eversivi, l'intero governo - autentica banda di sgradevoli iettatori - fanno a gara per spargere sfiducia e sgomento, provocando un paralizzante senso di rassegnazione.

    Nella rappresentazione horror che viene offerta dalla situazione economica italiana, tutti i riflettori illuminano la resuscitata tassa sulla prima casa, come se questa fosse la soluzione di ogni problema e il balzello più pesante imposto ai cittadini. Ma il gettito che questa tassa produrrà è di soli 3,4 miliardi di euro, mentre cifre di spesa ben più consistenti, che si potrebbero facilmente tagliare o eliminare, vengono tenute nascoste nei cassetti del potere e sottratte alla impertinente curiosità della pubblica opinione. Alcuni esempi: il contributo italiano per la crisi greca - destinato a facilitare il pagamento degli interessi dovuto dal governo ellenico alle banche - è di 21,1 miliardi di euro; l'acquisto, confermato dal governo Monti, di 131 caccia F-354 di fabbricazione statunitense, da molti esperti giudicato sconsigliato, rappresenterà una spesa di 16 miliardi, destinata a crescere; la partecipazione dell'Italia alle cosiddette "missioni di pace", in qualità di reggicoda degli interessi USA, solo per ciò che riguarda l'anno in corso, costerà più di 1,3 miliardi.

    E intanto, coll'evidente intento di saccheggiare il risparmio e i patrimoni privati, si escogitano tasse di ogni tipo, per tutti tranne che per le banche e gli speculatori finanziari.

    Vengono inventate nuove imposte sulla casa, anche a carico di pensionati e famiglie in difficoltà, ma ne vengono esentate le fondazioni bancarie. Alle banche si riconoscono come leciti i comportamenti più usurari e le spese più arbitrarie. Dalla BCE - dopo averli inventati dal nulla - pacchi di miliardi vengono destinati al sistema bancario che, invece di utilizzarli per dare ossigeno all'economia reale e liquidità per gli investimenti produttivi, li maneggia per moltiplicare le proprie speculazioni finanziarie.



    É indicativa, per ben comprendere il criterio ispiratore dei provvedimenti assunti dal governo, la soluzione che si è scelta per la questione dei ritardi nei pagamenti da parte dello Stato ai fornitori. Non si tratta di pendenze da poco: oltre 70 miliardi di euro che rischiano di rappresentare il colpo di grazia inferto a un'economia reale già all'angolo per la stretta creditizia sempre più soffocante.

    Cos'è dunque uscito dal cilindro del governo? Semplice: lo Stato riconosce i propri debiti e le banche li accettano come garanzia per erogare finanziamenti alle ditte creditrici. un po' come trasformare i ritardati pagamenti in una sorta di titoli di Stato che però, alle imprese creditrici, invece di fruttare un rendimento, costano pesanti interessi che vanno a finire nelle casse delle banche.

    Più che la soluzione di un problema tutto ciò rappresenta un ulteriore, pesante salasso ordito a danno dei cittadini e a beneficio del sistema usurario.

    Corresponsabili della involuzione tecnico-bancaria del governo sono stati, e continuano ad essere i partiti che, giunti al capolinea della loro storia, completamente svuotati di valori, idee e programmi, hanno avallato il colpo di Stato Napolitano-Monti senza nemmeno fare la fatica di far traslocare i propri deputati da Montecitorio a un qualche Aventino. Rimarrà nella storia, per il suo immenso squallore, la resa incondizionata del governo Berlusconi, ultima illusoria ridotta in territorio nemico - a parole ma non nei fatti - di chi sperava potesse realizzarsi un cambiamento di rotta a favore della sovranità nazionale.

    Basti pensare alle iniziative in fatto di approvvigionamenti energetici avviate con la Russia e la Libia, indubbiamente sintomatiche di una volontà di sottrarsi al condizionante controllo degli USA, delle multinazionali del petrolio e delle grandi banche d'affari internazionali. Tutto svanito in un battibaleno al primo tambureggiar di guerra al regime di Gheddafi da parte di americani, francesi e inglesi, chiaramente scatenato in chiave anti-italiana Il governo Berlusconi, nell'occasione, con la sua cronica incapacità a mantenere la barra dritta, ha ricacciato ancora una volta l'immagine dell'Italia nel disonorevole girone dove è collocato chi è sempre disponibile al tradimento.

    Probabilmente in Berlusconi ha giocato più il peso dei condizionanti ricatti personali - e aziendali - che l'orgoglio per il ruolo politico conquistato. Un discorso alla Nazione chiarificatore e coraggioso - sui temi finanziari, sulla politica estera e sulle riforme - avrebbe potuto almeno offrire alla pubblica opinione un'immagine di dignità utilizzabile in futuri scenari politici. Invece la vicenda si è squallidamente conclusa con l'uscita dal Quirinale di Berlusconi - dopo aver rassegnato le dimissioni da capo del governo - alla chetichella, da un portone secondario, senza rilasciare alcuna dichiarazione.

    In questa commedia dai toni equivoci e misteriosi un ruolo di primissimo piano lo ha ricoperto anche il Ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Egli aveva iniziato il proprio operato manifestando il chiaro intento di voler perseguire gli interessi dell'economia italiana, difendendola dagli attacchi della speculazione finanziaria internazionale e del sistema bancario. Ricordate il discorso dei "mostri" che minacciano il mondo? "Ne abbiamo uno e, come in un videogioco, ne compare un altro più grande e minaccioso del primo". Ricordate la soppressione delle spese bancarie da usura - particolarmente quelle sul massimo scoperto - l'intenzione di far controllare l'erogazione del credito dalle istituzioni pubbliche, le disposizioni per ridurre al minimo i giochi valutari attraverso i quali le banche erano - e sono - avvezze a inventare denaro virtuale e salassare di ulteriori interessi le tasche dei correntisti? Ricordate il vecchio progetto - peraltro tradotto dal lontano 2005 in legge dello Stato, ma mai realizzato - di restituire la proprietà della banca d'Italia, da parte delle banche private a Enti dello Stato?

    Era apparso evidente, sin dall'inizio, che il Sistema del denaro si sarebbe opposto a quel programma di riforme e che la conquista di quegli obiettivi sarebbe stata duramente contestata. Ma il fatto di aver poi abbassato la guardia in silenzio, di essere stato posto in condizione di non agire senza manifestare particolari reazioni, è inspiegabile. Anche nel caso di Tremonti si sentiva fortemente il bisogno di un discorso alla Nazione, chiarificatore e coraggioso, capace di rendere di pubblico dominio quelle informazioni e quelle considerazioni fondamentali in tema di sovranità economica e monetaria, oggi note solo a un ristretto numero di studiosi e di attenti lettori. Invece, niente.

    Solo dopo, uscito di scena il governo del quale faceva parte, da privato cittadino e non piu' dalla prestigiosa posizione di ministro dell'Economia - che gli avrebbe assicurato una potente cassa di risonanza e di amplificazione - Giulio Tremonti ha riproposto le sue idee. Alla Fiera del Libro di Torino, il 12 maggio scorso, presentando il suo ultimo saggio, Uscita di sicurezza, ha affermato: "Si è diffusa un'ideologia secondo la quale il mercato è il paradigma della vita dell'intero pianeta e dubitare di ciò appare una bestemmia; invece bisogna reagire perché continuare su questa strada è assurdo". E nelle pagine del libro arriva ad affondare il bisturi dell'analisi con spregiudicatezza: accusa apertamente "Il Fondo Monetario Internazionale di voler ridurre la sovranità nazionale "; afferma che l'Occidente "ha pagato con denaro pubblico il conto dell'azzardo privato; ha scambiato regole false per regole vere, ha passivamente accettato la vittoria della finanza sulla politica". Indica come tragico errore la passiva accettazione della globalizzazione. Parla di "Repubblica internazionale del denaro. Con i governi rimasti al di sotto, sempre più deboli in sé, per la perdita di valore politico del loro storico dominio territoriale, e dunque sempre meno importanti, sempre meno utili. Con il mercato e la finanza insediati e sviluppati al livello superiore". "Cinque anni fa le banche fallite dovevano, potevano essere nazionalizzate (...) prevedendo la separazione tra l'attività industriale, che è storicamente tipica delle banche - raccogliere risparmio e capitali per finanziare imprese, famiglie, investimenti reali - e l'attività finanziaria speculativa, che è invece tutt'altra cosa". Invece si è giunti a un "risultato opposto (...) non i governi che dettano le regole alla finanza, ma la finanza che detta le sue regole ai governi". "Per assicurare il presente alla finanza, i governi hanno disperso i loro capitali e messo a rischio il futuro dei loro popoli".

    E ancora: quello di oggi è "un capitalismo artificiale e labirintico in cui è possibile vendere quello che non si ha né in proprietà, né in prestito (...) un capitalismo in cui il falso diventa il vero, in cui l'irreale si fa reale". E poi: l'euro è "una strana moneta, capace di diventare forte o debole nel cambio sul dollaro non solo per meriti o demeriti propri, ma anche perché, essendo per scelta strutturale e costitutiva una moneta politicamente neutrale, è una moneta manovrabile dall'esterno e manovrabile anche, soprattutto dal dollaro".

    "C'è in Europa un fortissimo, caotico vuoto di potere; un vuoto che è tanto più drammatico perché, data l'altissima intensità della crisi, un forte intervento pubblico sarebbe invece sempre più necessario". "Abbiamo in Europa una crisi vera, ma una finta Banca Centrale; una moneta senza stati, ma anche stati senza moneta". "Gli stati nazione europei cedono quote di democrazia al mercato, che non è precisamente definibile come forma nuova, alternativa e sostitutiva della democrazia. Questo lo credono solo i fanatici. Non è così, non è corretto crederlo".

    "C'è un rischio politico - ed è un rischio crescente con la crisi - il rischio dell'abuso dello "stato di necessità" con l'invadenza e con la prevalenza, sulla democrazia classica, di istituzioni parademocratiche o puramente tecnocratiche, oggi capaci, dato lo spirito del tempo che viviamo (...) di sublimare il primato dell'economia sulla politica".

    "Una volta il pronunciamento lo facevano i militari. Occupavano la radio-tv, imponevano il coprifuoco di notte eccetera. Oggi, in versione post-moderna, lo si fa con l'argomento della tenuta sistematica dell'euro (...) lo si fa condizionando e commissariando governi e parlamenti; sperimentando la cosiddetta nuova governance europea "rafforzata". Ed è la finanza a farlo, il pronunciamento, imponendo il proprio governo, fatto quasi sempre da gente con la sua stessa uniforme, da tecnocrati apostoli cultori delle loro utopie, convinti ancora del dogma monetarista". "Il messaggio trasmesso alla gente è quello tipico dell'ingiunzione forte, tanto forte che nessuno, Stato o cittadino, davvero nessuno può rifiutare di adeguarsi, se non a proprio rischio. É così che si veicola la paura. Il coprifuoco è di giorno, con l'angoscioso, incombente messaggio, trasmesso a tutti i livelli della popolazione, sugli spread, sui differenziali di interesse fatti crescere verticalmente a carico degli Stati bersaglio".

    Parole chiare, che confermano tutta la pericolosità delle affermazioni fatte da Mario Monti alla Bocconi. Oltre a questa diagnosi, Giulio Tremonti è perentorio nell'indicare la strada alternativa - l'uscita di sicurezza, per usare la frase che ha scelto come titolo del libro. "Bisogna andare indietro e rimuovere il vizio di origine. Il vizio di pensare che l'economia sia più della politica". "Occorre tornare ad un mondo in cui gli strumenti di lavoro contano più degli strumenti finanziari; in cui un utensile conta più di un future". Ed infine, occorre riportare "la moneta nel potere degli Stati, in nome e per conto dei popoli".

    Da diversi decenni, senza soluzione di continuità, noi andiamo affermando questi concetti e non possiamo quindi che condividerne la sostanza; ma, ci domandiamo, come è possibile conciliare tutto ciò con l'essere stato un ministro dell'Economia che ha subito - senza manifestare in pubblico particolare disappunto - tutto l'influsso negativo dei poteri forti, dei "mostri replicanti" della speculazione finanziaria e monetaria? Come si può contemperare il Tremonti-pensiero che emerge da Uscita di sicurezza, con il Tremonti-economista che continua a frequentare - non come ospite occasionale - i più esclusivi simposi della "Repubblica internazionale del denaro", quali il Chatham House del Royal Institute of International Affairs e l'Herzliya Conference di Tel Aviv? Come si può rimanere presidente dell'Aspen Institute Italia, coadiuvato da tre vice come John Elkann, Enrico Letta e Paolo Savona? Come si può essere stati, il 2 giugno 1992, a bordo del Britannia, al largo di Civitavecchia, insieme a tutti i "mostri" che si organizzavano per speculare sulle privatizzazioni dello Stato italiano e sulla svalutazione della lira? Come si può aver firmato la Legge sul Risparmio del 2005, nella quale si programmava la riappropriazione da parte dello Stato della Banca d'Italia, e non aver mai protestato per la sua mancata applicazione?

    Un caso alla dottor Jekyll e mister Hyde?

    * * * *

    L’avvento al governo dei tecnici finanziar-bancari con il placet di tutto il regime dei partiti è stato un avvenimento di una gravità assoluta, ma purtuttavia ha anche prodotto un risultato positivo: ha chiarito, in maniera definitiva, a tutti coloro che ancora si attardavano in colpevoli, ottimistici possibilismi, che dall’interno di questo potere nessuna soluzione alternativa potrà mai scaturire; che i compromessi raggiunti con le mafie mondialiste non possono che condurre al fallimento di ogni progetto di cambiamento politico, economico o sociale; che ogni concessione – il famigerato male minore – alla speculazione finanziaria e monetaria internazionale si tramuta fatalmente in una ulteriore, fatale perdita di sovranità.

    Dopo il governo Monti nessuno – dotato di un minimo di buona fede e di un quoziente di intelligenza appena sufficiente – può contrabbandare questo potere con qualcosa che somigli alla tutela degli interessi dei cittadini.

    Esiste un solco profondissimo ed invalicabile, al di qua del quale l’asse del potere è piantato nei valori del popolo e della Nazione, al di là nella voracità della speculazione finanziaria, nella forza dei centri monetari e usurari. Da una parte l’economia fondata sul lavoro e finalizzata al benessere popolare, dall’altra la finanza e il mercato preoccupati solo della moltiplicazione degli utili e del consolidamento del loro potere.

    Nell’attuale situazione, lo Stato sociale, anima e civiltà del nostro popolo e della nostra nazione, è brutalmente sacrificato sull’ara della competitività e della globalizzazione e, se non si cambierà politica e classe dirigente – decisamente e fisicamente – non potrà essere altrimenti.

    Abbiamo sempre affermato che, inevitabilmente, il punto d’arrivo del libero mercato e della globalizzazione non poteva che essere lo schiacciamento del lavoro e degli ordinamenti sociali sui livelli più bassi esistenti al mondo: quelli emblematici del cinese-schiavo pagato con una ciotola di riso.

    Per avvalorare come necessarie le attuali scelte tecnico-finanziarie si è adottato, come bussola, l’andamento dei mercati. Borsa e spread sono diventate le parole magiche che determinano l’indirizzo dei governi e la promulgazione delle leggi e non più l’indice di occupazione, lo sviluppo industriale e commerciale, il benessere dei cittadini, il buon funzionamento delle strutture e dei servizi.

    A dimostrazione di come la speculazione finanziaria e l’economia reale appartengano a due mondi completamente diversi e contrapposti, basti ricordare che quando una grande azienda licenzia un consistente numero di dipendenti – e quindi crea problemi nella società – i suoi titoli in borsa schizzano in alto.

    Circola poi la leggenda che, per la salute dell’economia, il mercato debba essere lasciato assolutamente libero giacché, quando la politica gli impone regole, si scatenano i più tremendi malanni e le più irrimediabili sciagure.

    Che tale tesi sia solo uno specchietto per allodole artatamente diffuso dai centri del potere finanziario per avere mani libere nei loro traffici speculativi, è facilmente dimostrato dai fatti. Due esempi fra i molti che si potrebbero fare: tra le Nazioni che recentemente hanno introdotto misure protezionistiche ci sono Argentina, Brasile, Cina e Giappone che, probabilmente anche in virtù di queste scelte, attualmente si trovano in vetta alla classifica delle Nazioni con il maggior sviluppo economico. Il secondo esempio ci giunge d’Oltralpe: nell’ultimo anno, nei cambi valutari, la crisi dell’euro ha provocato un’impennata nell’apprezzamento del franco svizzero. Ebbene, le autorità elvetiche, vedendo in ciò un danno per la loro economia, il 6 settembre del 2011 hanno stabilito, da un giorno all’altro, che il cambio franco-euro non dovesse scendere sotto quota 1,20. Nessuna tempesta valutaria si è scatenata, nessuna crisi economica ha travolto la Svizzera e da allora, semplicemente, per comprare un euro, ci vuole un franco e venti centesimi.

    Si continua poi ad indicare nel debito pubblico la causa di tutti i mali, attribuendone la paternità alla politica – alla sua corruzione e alla sua incompetenza – e, conseguentemente, al popolo italiano che quella classe politica avrebbe delegato. Grazie a questo assioma, i sacrifici, le tasse, la disoccupazione, la recessione che oggi subiamo altro non sarebbero che la giusta espiazione per i peccati commessi.

    Ma le cose non stanno così. La responsabilità del debito pubblico, come abbiamo doviziosamente documentato nel precedente numero de l’Uomo libero, va ricercata invece nella perdita di sovranità monetaria da parte dello Stato, quindi della politica, a favore della speculazione privata e dell’usura internazionale. E’ colpa del fatto che i governi hanno rinunciato all’emissione di Biglietti di Stato – moneta non gravata da interessi -, e che la Banca d’Italia è stata consegnata – grazie alle privatizzazioni operate da Romano prodi e Mario Draghi – completamente in mano alle banche private.

    E poi va ricordato - circostanza cui nessuno fa mai riferimento - che il debito pubblico ha cominciato a salire vertiginosamente - dal 50% all'odierno 120% del PIL - dal 1981, anno in cui l'allora governatore Carlo Azelio Ciampi ottenne dal ministro Beniamino Andreatta una legge che esentava la Banca d'Italia dall'obbligo di acquistare i titoli emessi dallo Stato. Con ciò, da allora ad oggi, il ministero del Tesoro è stato costretto a rivolgersi soprattutto al mercato controllato dalla speculazione internazionale e i tassi sui titoli hanno cominciato a salire, gravando - in modo determinante - sul bilancio dello Stato.

    L'ammontare del debito pubblico italiano ha attualmente raggiunto la cifra di 2.000 miliardi di euro - quattro milioni di miliardi delle vecchie lire - che corrisponde esattamente alla somma degli interessi corrisposti dallo Stato italiano sui titoli emessi dal 1990 ad oggi. Non un euro di più, non un euro di meno.

    Inoltre, a smascherare la truffa-capestro del "pareggio di bilancio obbligatorio" messo in atto dalla banda Monti & C., basti ricordare che la somma dei deficit accumulati dal 1990 al 2008 corrisponde a 1.092 miliardi di euro, mentre quella degli interessi pagati sui titoli nello stesso periodo a 1.605 miliardi di euro. Cioè, se l'emissione della moneta tornasse nelle mani dello Stato e la gestione dei titoli fosse sottratta al mondo della speculazione finanziaria, non solo sarebbe risolta la questione del debito pubblico, ma si potrebbe arrivare anche ad un attivo di bilancio che consentirebbe il ridimensionamento della pressione fiscale ed un aumento degli investimenti pubblici, con la conseguente soluzione del problema dell'occupazione e del ristagno economico.

    A conferma della stretta relazione che intercorre tra controllo della moneta, debito pubblico e gestione della crisi, giunge un articolo del famigerato finanziere George Soros, pubblicato sul Financial Time dell'11 aprile 2012, nel quale, tra l'altro, si afferma: "Gli Stati membri dell'Unione Europea hanno trasferito alla BCE i propri diritti di signoraggio per un valore che, secondo Willem Buiter di Citibank e la Huw Pill di Goldman Sachs, ammonta a circa 2.000-3.000 miliardi di euro".

    Quelli del monetarismo, del libero mercato, della globalizzazione e della società multirazziale sono i dogmi - verità della religione mondialista che non possono, anzi non debbono, essere mai messe in discussione - posti al servizio di un potere finanziario sovrannazionale e utilizzati per polverizzare ogni sovranità ed ogni identità. Solo dalla coscienza di ciò può discendere una corretta lettura dell'attuale realtà storico-economico-politica. E solo utilizzando questa chiave logica, l'avvento del governo tecnico-finanziario può apparire per quello che è: il brutale punto di arrivo di una lunga e ben orchestrata conquista del potere da parte di una determinata categoria di persone e di organizzazioni.

    E proprio la resa incondizionata della politica, che si è formata ed è cresciuta seguendo le regole dei compromessi e del servilismo verso i poteri forti, é la prova che ciò che è avvenuto e che stiamo vivendo non è casuale, ma pianificato, voluto e orchestrato nei minimi particolari.

    Siamo cioè arrivati al punto di arrivo di quel lungo itinerario storico che ha avuto il suo momento fondamentale nella seconda guerra mondiale e nella sconfitta dell'Europa dei popoli da parte delle plutocrazie. Da allora il potere demo-mondialista è divenuto il "bene assoluto" da difendere da ogni tipo di nemico e i signori della speculazione si sentono ormai intoccabili e onnipotenti. L'amministratore delegato della Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, in una intervista al Sunday Times, con malcelato compiacimento, ha affermato "Stiamo facendo il lavoro di Dio".

    Il controllo dell'informazione e della cultura è stato lo strumento fondamentale attraverso il quale si sono operate quelle criminalizzazioni che, iniziate contro i nemici sconfitti, hanno continuato e continuano ad essere applicate a chiunque si frapponga al dominio della "Repubblica internazionale del denaro". Come demoni sono stati dipinti Hitler e Mussolini, ma l'operazione criminalizzazione non ha mai smesso di essere operativa: passati di moda Saddam Hussein, il Mullah Omar e Muammar Gheddafi, oggi è la volta di Hugo Chavez, Mahmoud Ahmadinejad, Bashar al-Assad, ma anche di Vladimir Putin, dell'argentina Cristina Kirchner, dell'ungherese Viktor Orban e dell'islandese Olafur Grimsson.

    * * *

    Nella vecchia Europa soffiano lugubri venti di crisi, presagio di tempi ancor più bui. Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda sono solo gli avamposti di un'operazione distruttiva in atto, finalizzata - di ciò non può esservi più dubbio - al depauperamento dei popoli per obbligarli ad accettare la rinuncia ad ogni residuo brandello di sovranità.

    Ma esiste anche la proverbiale corda che, quando è troppo tirata, finisce per spezzarsi. In altre parti d'Europa cominciano ad evidenziarsi sintomi incoraggianti; la ribellione di Islanda e Ungheria ai diktat della finanza internazionale sono importanti; in Olanda il governo dell'austerità e delle banche ha perso la maggioranza; il successo di Marine Le Pen, con la sua politica anti-euro, in Francia è significativo; in Grecia il voto popolare ha determinato la fine del governo Papademos, il "Monti ellenico".

    In Italia per ora siamo solo a un malumore diffuso, ad una forte, crescente preoccupazione e a un generale disprezzo per i politici che hanno consentito l'instaurazione del governo Monti che procede, esclusivamente attraverso decreti-legge, con poteri pressoché dittatoriali. Ma il tempo della rabbia violenta e dei moti di rivolta sembra non sia dietro l'angolo.

    Esistono ampie fasce di popolazione ancora dotate di un polmone di risparmio sufficiente ad ammortizzare il killeraggio fiscale, la disoccupazione giovanile ed il sabotaggio delle attività economiche, e soprattutto non si scorge all'orizzonte una forza politica realmente alternativa, capace di attrarre il consenso della pubblica opinione. Come avvenne invece in Argentina nel 2003.

    In Italia i tempi saranno lunghi, ma al punto di rottura si arriverà ugualmente. Questo governo rappresenta un elemento di aberrazione istituzionale e di vessazione fiscale senza precedenti, tale da presagire reazioni che andranno molto al di là dei normali scontri che in politica si manifestano tra maggioranza e opposizione.

    Alla Procura di Cagliari è stata presentata, dall'avvocato Paola Musu, una denuncia nei confronti di Giorgio Napolitano, Mario Monti e i suoi ministri per "attentato contro l'integrità, l'indipendenza e l'unità dello Stato, associazione sovversiva, attentato contro la Costituzione, usurpazione di potere politico, attentato contro gli organi costituzionali, attentato contro i diritti politici del cittadino, cospirazione politica mediante accordo, cospirazione politica mediante associazione".

    La denuncia è stata appoggiata e diffusa da un gruppo di giornalisti tra cui Paolo Barnard che recentemente ha scoperto la truffa monetaria e ha cominciato a denunciare i folli disegni della finanza internazionale. Questa sua scelta, dopo una lunga carriera che lo ha visto lavorare in numerosi giornali - La Stampa, Il Manifesto, Il Corriere della Sera, Il Mattino, La Repubblica, Il Sole 24 ore - e in televisione - Samarcanda, Report -, gli hanno provocato la perdita di tutti gli incarichi giornalistici. Oggi continua il suo impegno su internet.

    Presso la Procura di Varese, Napolitano e Monti sono stati denunciati, dall'avvocato Gianfranco Orelli, per "alto tradimento e attentato alla Costituzione". Analoga denuncia era stata presentata al Comando dei carabinieri di Roma-Parioli dal giornalista Giorgio Vitali e da un gruppo di cittadini lo scorso dicembre. Il comico Beppe Grillo, leader del Movimento Cinque Stelle ha più volte invocato, contro il governo, un vero e proprio "processo pubblico".

    L'ex eurodeputato Roberto Fiore ha denunciato, al Tribunale di Trani, Monti e un gruppo di ministri per aver causato "un gravissimo danno alle ragioni e agli interessi nazionali". "Nel corso del gennaio 2012 - si legge nel lungo e particolareggiato esposto - veniva corrisposta dal governo italiano alla Morgan Stanley una cifra oscillante dai 2,6 ai 3,4 miliardi di euro, a definizione di esposizioni fondate su contratti finanziari derivati (...) senza contestazione alcuna, in assenza di dilazione e, soprattutto, di verifica e trasparente dibattito". L'esposto prosegue descrivendo l'intera operazione - nata nel 1994, quando direttore generale del Ministero del Tesoro era Mario Draghi - che, secondo il denunciante, potrebbe perfino profilare un reato per truffa contrattuale ai danni dello Stato, commesso dalla Morgan Stanley. Ciò nonostante, il governo italiano ha ripagato, pronta cassa, senza batter ciglio. Particolare importante: il vice presidente della Morgan Stanley è un tal Giovanni Monti, figlio del presidente del Consiglio.

    Probabilmente non mancheranno giudici "volonterosi" che si prenderanno la briga di archiviare questi procedimenti. Ma è significativo che, contemporaneamente alla presentazione di queste denunce, giunga la notizia che a Reykjavik si è aperto un processo penale contro Geir Haarde, il "Monti islandese", accusato di aver provocato, con il proprio governo, il peggioramento della crisi economica, incappando in reati punibili con la galera.

    * * *

    Alla fine la rivolta ci sarà e con ogni probabilità sarà dura, almeno quanto duro, vessatorio e violento questo governo si sta dimostrando nei confronti dei cittadini, del loro lavoro, della loro proprietà. Ma potrebbe essere solo la reazione di "schiavi" esasperati che, dopo l'insicurezza e i sacrifici, avranno incontrato anche le angosce della disoccupazione, del pignoramento dell'abitazione, la difficoltà di reperire i mezzi necessari alla sopravvivenza; una situazione tanto più insopportabile in quanto sopraggiunta dopo un lungo periodo di benessere e di esaltazione consumistica. Potrebbe dunque trattarsi solo di una reazione scomposta e sterile, quindi facilmente neutralizzabile da quel potere che, in assenza di una nuova forza politica alternativa, continuerebbe indisturbato ad avere in mano la borsa del denaro e le fonti d'informazione.

    Perché la rivolta di domani possa trasformarsi in un vero cambiamento, occorre che fin da oggi si facciano avanti quegli uominin e lungimiranti che hanno conservato l'orgoglio delle proprie origini e la consapevolezza dell'identità del proprio popolo. Coloro che hanno individuato i nemici ancor prima che la crisi li indicasse con evidenza.

    Ci riferiamo a quella minoranza di uomini liberi la cui coscienza suggerisce - come ammoniva Giuseppe Mazzini - precisi doveri che la moltitudine di "schiavi" non sospetta nemmeno. Il loro dovere deve essere, oggi, quello di organizzare gli strumenti politici alternativi, di offrirsi come nuova classe dirigente e di proporre un disegno che, attraverso uno stretto controllo dell'economia, sia in grado di perseguire gli interessi del popolo, tutelare il lavoro ed avviare la Nazione verso degne mete di libertà e civiltà.

    (*)da L’Uomo Libero n. 73

    18/07/2012


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  2. #2
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    Predefinito Re: Una crisi provocata dal potere mondialista (di Mario Consoli)

    Mai pensato il contrario.

    Che questa crisi sia stata decisa e scatenata dall'alto è talmente chiaro che tutti l'hanno capito fin dall'inizio accusando, giustamente, gli ambienti finanziari e il sistema bancario.
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  3. #3
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    Predefinito Re: Una crisi provocata dal potere mondialista (di Mario Consoli)

    Citazione Originariamente Scritto da Legionario Visualizza Messaggio
    Mai pensato il contrario.

    Che questa crisi sia stata decisa e scatenata dall'alto è talmente chiaro che tutti l'hanno capito fin dall'inizio accusando, giustamente, gli ambienti finanziari e il sistema bancario.
    Ma il brutto è la mentalità della gran parte della gente, che piuttosto che cambiare torna sempre a fidarsi di movimenti imposti dall'alto come pseudoliberatori.
    Una tendenza a non percorrere vie che abbiano un qualcosa di spartano , marziale è il difetto pricipale della gran massa di gente, che è presa dal suo amore per la libertà e quindi aborre sistemi politici che impongano un minimo di disciplina e di scelte dure.
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

 

 

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