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    Predefinito Ernst Nolte: "La Destra è Ordine, Distanza e Diversità".

    Ordine, distanza e diversità le tre parole di un conservatore

    Repubblica — 20 gennaio 2004 pagina 40 sezione: CULTURA


    Berlino Nell' acqua della cultura di destra, Ernst Nolte mostra di nuotare benissimo. Una tale naturalezza non è tanto il frutto di una scelta ideologica, quanto la capacità, peraltro molto discussa, di questo storico di essersi avventurato nei totalitarismi del Novecento e di averlo fatto da una posizione conservatrice.

    Intendiamoci. Le cose che egli dice, o analizza, non sono tutte condivisibili. Anzi a volte vi si avverte una presenza, come dire?, fin troppo reiterata della sua tesi di fondo: e cioè che il nazismo fu un' esperienza nata come risposta prevalente alla paura bolscevica. Il che indurrebbe a concludere che se non avessimo avuto il comunismo, non ci sarebbe stato il nazismo. E che, estremizzando, Lenin e Stalin tennero involontariamente a battesimo un tipetto come Hitler. Ma non si può al tempo stesso ignorare che Nolte è uno storico di primissimo ordine al quale si deve l' attenzione che merita. Egli ci tiene a precisare che non si considera un uomo della Destra, né un conservatore dichiarato, ma un "pensatore della trascendenza e del sistema liberale".

    Professor Nolte, che idea ha della cultura di destra? Ritiene che se ne possa parlare in generale?

    «Prima di discutere l' esistenza o meno di una "cultura di destra" si dovrebbe chiarire che cosa si intende con "destra". E questo va fatto in via preliminare, sebbene sia discutibile ridurre a pochi concetti le innumerevoli manifestazioni e le diverse epoche in cui la destra è stata dominante. Ma per un orientamento generale ciò è necessario».

    Vuole dire che alcuni caratteri comuni si ritrovano nonostante l' esistenza di più destre?

    «Non c' è dubbio che uno dei caratteri permanenti, starei per dire il più importante, è che la destra è qualcosa che si pone "contro la sinistra", si oppone».

    Intende dire che la destra è nata come reazione alla sinistra?

    «La sinistra è antecedente alla destra e dunque ne è il presupposto. Il motto "Libertà, uguaglianza, fratellanza" è un copyright che gli deriva direttamente dalla Rivoluzione francese. Viceversa, la destra pone come valore centrale al posto di "libertà" "ordine", al posto dell' uguaglianza la "diversità", al posto della fratellanza la "distanza". Il che, dopotutto, non esclude un rapporto benevolo e cortese fra gli uomini».

    Dietro le parole o gli slogan ci sono, come è ovvio, programmi divergenti.

    «Il postulato principale della sinistra, che non è mai stato realizzato nella storia, si rivolge al futuro. Mentre la destra apprezza il passato e spesso fa di determinate condizioni del passato il proprio ideale. In altre parole, la sinistra crede che il futuro sia il compimento dell' essere umano e che dunque porterà con sé una felicità universale, mentre la destra è convinta che l' imperfezione nell' uomo sia fatalmente ineliminabile».

    E' come se lei stesse delineando due modelli estremi. Però lei è consapevole dell' esistenza di gradazioni, sfumature, differenze, dentro la destra e la sinistra.

    «Ma è chiaro che a seconda del grado di militanza e degli obiettivi che intendono realizzare, esiste tanto una sinistra moderata, radicale, o estrema quanto una destra con le stesse caratteristiche».

    E non ha l' impressione che oggi prevalgano modelli di sviluppo vicini alla destra?

    «Se si riferisce all' economia liberale, essa non è né nettamente di destra, né di sinistra. Poiché se da un lato crea, tramite le forze di mercato, una permanente disuguaglianza, dall' altro però approva espressamente il continuo mutamento dell' ordine sociale e di tutte la condizioni».

    Mi colpiva l' idea che la destra guarda al passato, la sinistra al futuro. Non le sembra che la divisione sia un po' schematica?

    «Lei sa che in ogni "cultura di destra" determinate epoche del passato vengono prese a modello e spesso glorificate. Il che non esclude che possa accadere anche a sinistra. Quanto più quest' ultima poteva vantare successi nella realtà, tanto più seppe anch' essa evidenziare e celebrare modelli storici. La sinistra moderata dei democratici tedeschi, per esempio, cercò per parecchio tempo il suo modello nei sistemi democratici di Francia e Inghilterra».

    Era soprattutto un modo di guardare a un progetto con alcuni valori condivisi sull' Europa. Non le pare?

    «Ma vede, "Europa" è un progetto a cui sia la sinistra moderata che la destra moderata hanno fornito un contributo significativo. I primi precursori dell' idea di una Europa unita politicamente, come l' Abbé Saint Pierre, o più tardi il conte Coudenhove-Kalergi, sono figure in qualche modo riconducibili a ideali di "sinistra". Ma dopo la seconda guerra mondiale ci furono Adenauer, De Gasperi e Schuman, cioè uomini di "destra", a perorare una maggiore integrazione del vecchio Continente. Mentre nel periodo fra le due guerre sia la destra che la sinistra, nelle loro versioni di allora, vissero un lungo momento di affermazione».

    Quella fase, mi pare, coincise principalmente con la crisi del mondo liberale.

    «In realtà il sistema liberale, come un insieme di regole politiche nel quale vige la coesistenza produttiva di ex nemici divenuti avversari che non mirano ad annientarsi l' un l' altro, è permanentemente in crisi. Per il semplice motivo che i pesi che regolano i rapporti e le costellazioni cui si fa riferimento cambiano continuamente. è chiaro perciò che dove la sinistra o la destra arrivano da sole al potere e mettono al bando o annientano i loro nemici, lì il sistema liberale muore e si afferma il totalitarismo».

    Ma lei come valuta questa crisi permanente?

    «E' la dimostrazione della vulnerabilità o fragilità del sistema liberale. Ma paradossalmente questa crisi è anche la sua forza e il suo pregio».

    Lei accennava alla nascita dei totalitarismi. Autori che in qualche modo furono organici ai regimi totalitari: Schmitt soprattutto, ma in parte anche Junger e Heidegger, esprimevano solo un netto rifiuto del mondo liberale o anche qualcos' altro?

    «Non ritengo pertinente definire gli autori che lei ha citato organici ai regimi totalitari. Sia Schmitt che Junger e Heidegger auspicavano l' uscita dal sistema partitico e dalle sue debolezze, senza che questo volesse indicare uno schieramento a favore di un totalitarismo di destra. Probabilmente si prefiggevano, anche se in modi diversi fra loro, una "quadratura del cerchio", e come modello non sapevano vedere altro che l' Estado novo che Salazar provò a realizzare in Portogallo. Carl Schmitt per un certo periodo guardò al fascismo italiano come a un possibile modello ideale».

    Certe adesioni al nazismo sono indiscutibili, difficilmente contestabili.

    «La questione è più complessa. Anche il nazismo non aveva la compattezza di una palla da biliardo. Le varie tendenze che si manifestarono al suo interno solo per breve durata riuscirono a unificarsi».

    Il fatto che il nazismo era totalitario parla in favore di quella compattezza che fu micidiale.

    «Non credo che chi aveva letto il Mein Kampf di Hitler non fosse preda di grossi timori. Ma nel 1932 non si poteva dare per certo che Hitler si sarebbe imposto definitivamente nel suo partito. E Hitler non apparve affatto solo come l' antisemita, ma anche come l' anticomunista, e come colui che avversava le sanzioni di Versailles».

    Dimentica che non era ancora al potere.

    «Quello che voglio rimarcare è che ci si poteva unire a lui per i più diversi motivi. Come ci si poté più tardi allontanare da lui per le più differenti ragioni. Quasi tutti gli uomini della resistenza, che venne dopo, salutarono con favore la presa del potere del 1933. Il capo della organizzazione hitleriana Gregor Strasser parlò a quel tempo di una "pulsione anticapitalistica" nel popolo. E ancora più vivo era il desiderio di una sintesi di socialismo e nazionalismo».

    Ma quella sintesi fu qualcosa di perverso.

    «Non cerco di nasconderlo. Dico che coloro che vi aderirono anche con le migliori intenzioni si accorsero a un certo punto che quel progetto era irricevibile».

    Fra i nomi che si sono fatti c' è quello di Heidegger, di cui lei è stato uno degli ultimi allievi. Non le pare che, quale che siano le conclusioni che si vogliono trarre, la compromissione ci fu ed è stata pesante?

    «Il coinvolgimento di Heidegger col nazismo è un fatto incontrovertibile. Ma fu un' esperienza che terminò all' inizio del 1934 ed è riconducibile essenzialmente a due motivi: l' aspirazione a una riforma universitaria che - se si fosse realizzata - avrebbe anticipato non poco quello che poi si affermò fra varie turbolenze e contestazioni nel 1968. Il secondo motivo è la lotta contro la supremazia del cattolicesimo che prolungò il distacco del giovane Heidegger dalla sua Chiesa».

    Al di là delle ragioni le chiedevo anche un giudizio su quel comportamento.

    «Certamente l' ideologia nazionalsocialista poteva e doveva essere criticata in tutte le sue fasi e non c' è dubbio perciò che i rimproveri contro chi vi aderì sono giustificati. Ma io ritengo che le accuse vanno accolte solo se l' accusato ha partecipato a dei crimini o li ha favoriti».

    Le sembra una giustificazione sufficiente?

    «Le chiedo: è ammissibile accusare e condannare Ernst Bloch perché negli anni Trenta giustificava i "processi di Mosca"? Ho conosciuto Martin Heidegger solo nel 1944 quando ero giovane studente, e posso testimoniare che a quel tempo egli era in ogni caso ben lontano dal nazionalsocialismo».

    Tornerei, se è d' accordo, alla cultura di destra. E visto che si parla della Germania, le chiedo se ritiene che la "rivoluzione conservatrice" abbia svolto un ruolo politico, o sia stato solo un ridotto fenomeno intellettuale.

    «La scuola della "rivoluzione conservatrice" fu durante la repubblica di Weimar un fenomeno intellettuale di indubbia rilevanza. Ma i suoi rappresentanti non miravano a una sintesi di partiti politici. E in ogni caso quella scuola arrivò ad avere rilevanza politica solo in maniera indiretta. Sui suoi diversi aspetti e anche sui contrasti interni ci si può documentare da circa mezzo secolo leggendo l' opera di Armin Mohler».

    Quando lei parlava della distanza che il giovane Heidegger prende dal cattolicesimo, veniva in mente il ruolo indiscutibile che questa religione ha avuto nella cultura di destra. è d' accordo?

    «Indubbiamente il cattolicesimo, con la sua struttura severamente gerarchica e la sua positiva valutazione del passato, è più vicino al campo politico della destra che non della sinistra. E' sufficiente leggere Joseph de Maistre per riconoscerne lo stretto legame. Ma fino a quando il cattolicesimo non si libererà delle sue origini cristiane, seguendo il modello di Charles Maurras, resterà legato alla predica dei profeti del Vecchio Testamento, che è soprattutto il luogo di origine della sinistra».

    Lei allude all' aspetto messianico?

    «Quello è l' aspetto che si condenserà nelle utopie della sinistra. Ma ce ne è un altro al quale mi riferisco e che smussa certe differenze fra destra e sinistra».

    A che cosa pensa?

    «A quelle parti della destra cattolica che già nella prima metà del XIX secolo erano molto più orientate verso il sociale dei liberali della prima generazione. Del resto democrazia cristiana e cattolicesimo socialista nel Novecento ebbero una sorta di primato. Nella stessa Italia la Democrazia Cristiana era anticomunista ma aveva al proprio interno correnti politiche più vicine alla sinistra che non alla destra».

    C' è oggi in Germania una cultura di destra?

    «C' è, ma è debole. Esistono alcuni partiti che si possono definire di destra, ma non hanno un vero rilievo politico. E questo è dipeso dal fatto che le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale erano in gran parte d'accordo che la loro alleanza si fondasse sostanzialmente sulla lotta contro le forze di destra o fasciste. Con la conseguenza che i partiti di destra vennero in un primo tempo sciolti o liquidati con misure di divieto».

    Hanno avuto tutto il tempo per ricostituirsi.

    «E' vero, ma il mondo della carta stampata, l' editoria, fu in larga parte condizionata dalla sinistra e in particolare da quella radicale».

    Con effetti tutto sommato benefici.

    «Lei trova?».

    A parte alcuni atteggiamenti ortodossi direi di sì.

    «Io vedo le cose un po' diversamente. Il fatto ad esempio che l' attenzione dell' editoria si sia concentrata, in chiave antinazionalista, sui crimini del nazionalsocialismo, ha impedito la discussione sull' idea che in Europa ci potesse essere stata una guerra civile».

    Una guerra civile fra chi, mi scusi?

    «Tra comunismo e fascismo, di cui il primo esempio di scontro si ebbe in Italia nel biennio 1919- 21».

    Lei, professor Nolte, in questa conversazione ha soprattutto cercato di mettere in relazione destra-sinistra. Ma non ha l' impressione che questa coppia di categorie conosca una specie di declino concettuale e sia inservibile per capire come oggi vanno le cose nel mondo?

    «Una caratteristica fondamentale della sinistra è stata sempre la protesta contro l' ingiustizia e la sua volontà, aggressiva, di creare un mondo migliore. Analogamente noto che oggi in Europa e negli Stati Uniti si alzano molte proteste su numerose ingiustizie. Ma per quanto possono essere radicali tali proteste spingono a cambiamenti che si potranno verificare solo all' interno del sistema, come si può notare nel caso del femminismo».

    Lei vuole dire che non esiste più una sinistra antisistema?

    «La sinistra nemica del sistema è un fronte formato oggi dai portavoce del Terzo Mondo. Per costoro le contraddizioni, le fratture possono essere sanate o risolte con mezzi rivoluzionari, ossia non più conformi al sistema. Di fronte a questa sinistra, l' intero mondo evoluto di oggi è a destra. E questa destra, in realtà, dà risposte diverse alla sfida antisistema e solo frammentariamente si prepara a una collisione ostile».

    Un elemento di insofferenza radicale verso le regole del sistema è oggi proprio la destra a offrirlo. E lo fa attraverso il ritorno a forme di populismo.

    «Di populismo di destra si fa un gran parlare, sia in Europa che in America e quasi sempre in maniera difensiva o negativa. Si tratta di una cattiva fama, in parte infondata. E' noto che il demos greco e il populus romano hanno lo stesso significato. Ora, in seno alle nostre democrazie occidentali, si creano dei vuoti che il popolo sente fortemente e che i rappresentanti della democrazia ufficiale tendono ad aggirare o ad ignorare. E' su queste carenze che agisce il populismo»

    Quando parla di vuoto a che cosa allude?

    «Chiamiamoli problemi non risolvibili con le normali politiche governative. I problemi dell' immigrazione, del terrorismo, della burocratizzazione dell' Unione Europea, dei privilegi, creano spazi vuoti, il punto è come riempirli. Il populismo è una voce, anche se eccessiva, della democrazia. Segnala l' esistenza di un problema. Se i partiti non hanno la forza né la prontezza di intervenire riconoscendo che dietro un' esigenza populista c' è un nocciolo razionale, allora quel "vuoto" può diventare, nelle mani di un demagogo, pericoloso».

    Non crede che il populismo, proprio nel momento in cui gli Stati-nazione sono entrati in crisi, sia anche un modo in cui oggi il nazionalismo cerca un proprio rilancio?

    «Quanto più le nazioni vengono represse senza un motivo pressante da burocrati europei e da ideologi, tanto più violentemente si manifesteranno di nuovo i nazionalismi. Le cui origini non sono però da cercare nella destra. All' inizio la "nazione" era un concetto dichiaratamente di sinistra, antimonarchico, di cui in seguito si approprieranno alcuni partiti di destra. Oggi una "democrazia sovranazionale" è ben lontana dal realizzarsi, anche se alcuni segnali vanno in questa direzione».

    C' è una differenza fra patriottismo e nazionalismo?

    «Patriottismo e nazionalismo sono stati spesso contrapposti l' un l' altro come qualcosa di accettabile e di rifiutabile. Ritengo che occorrerebbe distinguere il nazionalismo moderato che non nega l' internazionalismo o il cosmopolitismo, ma semplicemente lo limita, dal nazionalismo radicale, ossia estremo, che rigetta tutto ciò che è straniero e di conseguenza può creare la tendenza verso una dottrina biologico-razzista».

    Il razzismo biologico è un rischio che si può nuovamente correre?

    «Non è un rischio serio. Ciò che oggi chiamiamo "gene" fu, nell' epoca fascista, chiamato "sangue": Ma oggi la scienza considera il gene manipolabile, mentre il sangue era considerato una sostanza immutabile. Non credo, francamente, che un razzismo biologico possa in futuro essere una realtà seria».

    fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubbl...142ordine.html

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Ernst Nolte: "La Destra è Ordine, Distanza e Diversità".

    OT: Ti ho mandato un mp.
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Ernst Nolte: "La Destra è Ordine, Distanza e Diversità".

    Interessante...ma dal momento che la sinistra cerca di prediligere l'uguaglianza e la fratellanza a scapito della libertà,direi che l'ordine non è così caratteristico della destra come la distanza e la diversità.

  4. #4
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    Bella intervista.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da vota dc Visualizza Messaggio
    Interessante...ma dal momento che la sinistra cerca di prediligere l'uguaglianza e la fratellanza a scapito della libertà,direi che l'ordine non è così caratteristico della destra come la distanza e la diversità.
    Il punto è che l'Ordine e il Dovere non sono affatto in contraddizione con la Libertà, anzi, sono sono complementari.

  6. #6
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    Predefinito Riferimento: Ernst Nolte: "La Destra è Ordine, Distanza e Diversità".

    L'intervista è notevolissima. Oltre alla brillante triade che viene contrapposta al motto da cui procedono le ideologie liberali e socialiste, è interessante l'aver indicato non solo la distinzione quasi scontata fra cattolicesimo storico ed essenza evangelica del cristianesimo (de Maistre diceva:"il Vangelo, fuori dalla Chiesa, è veleno") ma anche l'aver rilevato le origini della protesta di sinistra nel fermento profetico veterotestamentario (ciò su cui Nietzsche stesso si è ampiamente soffermato, come è stato bene messo in luce dal suo interprete Losurdo).

    In piena sintonia con Evola e i grandi autori reazionari, viene riconosciuta l'origine di sinistra del concetto antimonarchico di "nazione"; nel finale si risponde con grande acutezza alle preoccupazioni circa una possibile rinascita del razzismo biologico ponendo l'attenzione sul fatto che il "gene" oggi è "manipolabile", col che viene meno la sacralità metabiologica a cui faceva riferimento il 'mito del sangue'.

    Ciononostante può darsi che come preconizzava Caraco "un giorno diventeremo razzisti per poter mangiare (...), saremo materialisti e razzisti" a dispetto di tutte le illusioni in senso in contrario, man mano che lo scontro ideologico lascerà posto a quello biologico di fronte una pressione demografica che non conosce freni.

    "Le epoche storiche sono intervalli in cui predomina un determinato tipo di norma. I secoli XVIII e XIX furono l'epoca delle norme giuridiche. Il XX è stato quello delle norme economiche. Un nuovo periodo si profila oggi, nel quale predomineranno le norme biologiche; l'epoca che sta iniziando affronterà conflitti etnici, una crescente pressione demografica, e un crescente immiserirsi della specie" (Nicolás Gómez Dávila)

    Citazione Originariamente Scritto da vota dc Visualizza Messaggio
    Interessante...ma dal momento che la sinistra cerca di prediligere l'uguaglianza e la fratellanza a scapito della libertà,direi che l'ordine non è così caratteristico della destra come la distanza e la diversità.
    In luogo di "ordine e diversità" poteva altrettanto dirsi "autorità e gerarchia", il senso rimanendo più o meno lo stesso; nel contempo va notato che la stessa "diversità" viene occasionalmente sbandierata dalle sinistre come concetto in opposizione a quell'omogeneità (etnica, culturale, ecc.) che noi in una società consideriamo essenziale in antitesi alla disintegrazione multietnica e 'pluralista'.

    Paradossalmente l'anarco-socialismo ritiene che un ordine fondato sull'uguaglianza si stabilisca spontaneamente nella "società senza stato" non più bisognosa di autorità; oppure esso è qualcosa da realizzarsi coercitivamente nella fase più o meno transitoria della dittatura del proletariato. Il più delle volte tuttavia viene rifiutato come una parolaccia e può sotto ogni aspetto essere considerato come un concetto che appartiene essenzialmente alla destra.

    L'opposizione fra "pathos della distanza" (che contraddistinguerebbe il sentire aristocratico) e "pathos della fratellanza" (che invece informa la promiscuità plebea) è dal canto suo una delle antitesi più fondamentali (forse la decisiva) e nello stesso più sottovalutate.

 

 

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