Era un golpe annunciato da giorni quello che si è verificato ieri in Honduras con la deposizione del presidente Manuel Zelaya, prelevato dalla Casa Presidencial alle ore 5,45 locali, prima fermato e poi imbarcato in esilio su un aereo per il Costa Rica addirittura in abiti notturni.
Nella stessa giornata il presidente del Congresso Roberto Micheletti, sempre del Partido Liberal, ha giurato come nuovo presidente, annunciando la conferma delle elezioni, già previste per il 28 novembre. Un decreto approvato all’unanimità dalla Camera ha destituito di ogni potere il vecchio presidente per le sue reiterate violazioni costituzionali, già riscontrate dalla Corte Suprema de Justicia.
In realtà il golpe è stato realizzato soprattutto con l’ausilio prezioso dell’esercito e in particolare dal capo supremo militare Romeo Vasquez, inizialmente spodestato dalla sua carica proprio dall’ex presidente. Fonti della cooperazione internazionale italiana nel Paese hanno affermato che, per tutta la mattina di ieri, l’energia elettrica è stata sospesa, i contatti telefonici sono stati bloccati e l’esercito ha sedato le manifestazioni di protesta per le strade, procedendo all’arresto di otto ministri e diversi dirigenti politici vicini a Zelaya.
La situazione si è tranquillizzata solo nel pomeriggio, quando le tv hanno ripreso a trasmettere, prima solo repliche delle trasmissioni sportive e subito dopo l’annuncio della nuova investitura, mentre l’esercito presidiava tutte le città più importanti del Paese.
Il braccio di ferro che aveva opposto Manuel Zelaya al resto delle istituzioni è iniziato diverse settimane fa, quando l’ex presidente aveva imposto al Congresso un referendum popolare sulla creazione della “cuarta urna”, un’assemblea costituente con il compito di redigere modifiche alla Costituzione e di permettergli la possibilità di ripresentarsi e di essere rieletto.
Il capo dell’esercito ed il ministro della difesa si erano opposti alla decisione e così sono stati prima sostituiti da Zelaya e poi subito reintegrati dalla Corte Suprema che ha proclamato l’illegittimità del referendum. Per tutta risposta Zelaya ha “marciato simbolicamente” verso la base aerea della capitale Tegucicalpa, distribuendo alla popolazione le urne elettorali che vi erano custodite.
Tutto sembrava finito senza alcuna reazione e invece il golpe si è materializzato proprio nel giorno fissato per il referendum. Dal Costa Rica, Zelaya ha denunciato il suo rapimento e l'intenzione di restare in carica fino al 2010 ma stampa e tv hanno diffuso un comunicato attribuito proprio all’ex presidente in cui egli afferma di volersi fare da parte per favorire una nuova stagione di pacificazione nel Paese. Zelaya avrebbe anche ammesso di avere bisogno di cure.
Il presidente smentisce tutto e si prepara a partire per il Nicaragua che, d’accordo con il Venezuela di Chàvez, si appresta ad accoglierlo mentre entrambi annunciano azioni diplomatiche se non interventi diretti in territorio honduregno. Ma probabilmente nessuno difenderà Zelaya, né tantomeno la comunità internazionale, al di là di qualche condanna formale.
http://www.loccidentale.it/articolo/...itari+.0074170
La notizia del golpe di Honduras, piccolo stato del Centro-America precedentemente guidato da un Presidenti molto vicino a Chavez e alle sue politiche neo-socialisteggianti, ci permette di indagare sulle mosse di politica estera dell'Amministrazione Obama. La questione iraniana resta ovviamente in primo piano, ma l'arrendevolezza e i cedimenti del Presidente statunitense appaiono palesi ed inquietanti anche in questo caso. Non siamo in presenza di un colpo di stato da parte di un dittatore o di forze militari pronte a scatenare caos, massacri generalizzati o repressioni. Zelaya, secondo il giudizio di Corte e Suprema e Congresso del suo paese (organo di giustizia e assemblea parlamentare! non è poco...), ha violato più volte la Costituzione, ha tentato di modificarla per farsi eleggere più volte in contrasto coi dettami della Carta, ha destituito i vertici militari che avevano posto un diniego verso le sue volontà autoritarie. L'Honduras si è dunque salvato da un altro piccolo Chavez, da un dittatorello in erba.
Se il colpo di stato si tradurrà in violenze, in soprusi, in arresti di massa, in omicidi, in sopressione della libertà, in una instaurazione di una dittatura militare, allora le forze in campo contro Zelaya cadranno nel più grave dei torti. Alcuni segnali non sono confortanti, ma nulla ad oggi ci indica che si arriverà a sovvertire per davvero le libertà costituzionali e la democrazia. Il presidente ad-interim ha assicurato che si voterà regolarmente, nei tempi già previsti. Ciò che forse stupisce di più, è il sostegno plateale di Obama ad un fantoccio di Chavez, ad un violatore della Costituzione, ad un bolivariano filo-socialista amico dei regimi venezuelano e cubano. Siamo dinnanzi agli "Stati Uniti all'incontrario": pronti ad appoggiare i nemici di sempre (Ahmadinejad, Castro, Chavez) e a mostrare tiepidi rapporti con gli alleati tradizionali (Israele in primis). Una politica saggia? O forse palesemente assurda e controproducente? Ce lo diranno le mosse future di Iran, Venezuela, e regimi anti-americani vari... che non staranno certo a guardare, e che forse si stanno già fregando le mani per i varchi paurosi aperti da Obama.




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