F16, cingolati e dispendiosi addestramenti: gli Usa armano l'Iraq
Modello: M1A1 Abrams. Numero dei pezzi venduti: 140. Sono i potenti carri armati che gli Stati Uniti hanno finito di consegnare il mese scorso all'esercito iracheno, in quella che i funzionari del Dipartimento di sicurezza americano hanno definito una “transazione chiave” nel programma di addestramento e fornitura di armi tutt'ora in corso tra i due paesi.
di Anna Toro
“I soldati iracheni riescono a maneggiare un carro armato fabbricato in Usa bene quanto la loro controparte americana” ha commentato il generale Robert Caslen, capo dell'ufficio di sicurezza e cooperazione Usa a Baghdad.
Valutati 860 milioni di dollari, gli M1A1 sono solo una parte del parte del programma da 15 miliardi di dollari stipulato dai due governi per equipaggiare e addestrare le truppe irachene con aerei, navi, sistemi radar e altri armamenti, tutti rigorosamente prodotti negli Stati Uniti.
Già nel maggio di quest'anno c'era stato un primo contratto di vendita di droni disarmati per aiutare l'Iraq a proteggere le esportazioni di petrolio dagli attacchi terroristici durante i viaggi nelle acque del Golfo Persico, tuttora pervaso dalle tensioni legate alla crisi siriana.
L'ufficio del generale Caslen si è però rifiutato di comunicare sia il numero che il modello di questi aerei.
L'unica cosa sicura è che gli Usa e gli Stati europei sono fortemente interessati a proteggere queste esportazioni in quanto i barili iracheni sono in grado di compensare l'eventuale stop ai rifornimenti continuamente minacciato dal regime di Teheran.
Il tanto citato “rafforzamento dei legami” ha dunque ragioni economiche ben precise. E che nel frattempo l'Iraq abbia già acquistato dagli Usa uno stock di armamenti di tutto rispetto è ormai risaputo.
Nel “pacchetto”, oltre ai carri armati già menzionati sono compresi anche 36 aerei da combattimento, e altri velivoli armati monoposto. Per quanto riguarda i caccia, si tratta di trentasei F16 Block 52, i cui primi diciotto, secondo il Dipartimento della Difesa statunitense, arriveranno nel 2014. Un portavoce del governo iracheno ha parlato invece del 2013.
In ogni caso, entrambi i governi hanno insistito sul fatto che si tratta di armi di difesa.
“L'Iraq deve avere la capacità di difendersi dalle aggressioni esterne” ha detto più volte Ali al-Moussawi, consigliere del primo ministro Al Maliki.
Questa escalation di armamenti ha però iniziato a preoccupare i vicini paesi del Golfo.
“Com'è possibile che gli americani non temano che tutti queste armi così sofisticate, compresi i micidiali caccia F16, non raggiungano facilmente i confini iraniani?” si chiede fra gli altri l'analista saudita Tariq Al Homayed dalle colonne del suo giornale.
Al Homayed parla di ambiguità politica degli Stati Uniti, accusati tra le altre cose di essere troppo 'morbidi' rispetto all'utilizzo dello spazio aereo iracheno da parte di Teheran sulla rotta Iran-Siria.
A questo proposito si chiede anche come mai Obama non abbia armato i ribelli sunniti in Siria, nonostante i crimini commessi da Assad, proprio per paura che finissero nelle mani sbagliate, “mentre fornisce agli sciiti iracheni, sicuramente alleati dell'Iran, gli F16 e i carri armati M1A1”.
E mentre il commercio di armi va avanti con soddisfazione di entrambi i governi, l'altro fronte in cui gli Usa si stanno muovendo in Iraq, ovvero quello dell'addestramento delle forze di polizia locali, non starebbe invece dando i frutti sperati.
Un recentissimo report della Corte dei conti statunitense denuncia infatti che gli Usa avrebbero “sprecato” più di 200 milioni di dollari in un “inutile” programma (simile a quello portato avanti in Afghanistan), di cui Baghdad stessa aveva dichiarato “di non aver bisogno”.
I leader politici iracheni, ansiosi di porre una distanza tra loro e gli americani dopo il ritiro del 2011, non erano affatto entusiasti di quella sorta di “piano quinquennale” costato milioni e concepito per essere il più grande programma mai eseguito da un Dipartimento di Stato.
Della serie: le forniture di armi vanno bene, l'ingerenza nelle questioni interne no. Il report parla infatti di “disinteresse” totale da parte di Baghdad.
“La lezione principale imparata dall'Iraq – scrive la Corte dei conti americana – è che il consenso della nazione ospitante ai programmi proposti è essenziale per il successo a lungo termine delle attività di ricostruzione e di aiuto. L'esperienza del Police Development Program (così si chiama il programma di addestramento – n.d.t.) lo evidenzia fortemente”.
Il programma sarà ridimensionato? Probabilmente no.
Da quando è iniziata l'invasione nel 2003, gli Usa hanno speso per l'addestramento della polizia irachena circa 8 miliardi. A quel tempo in Iraq c'erano circa 58mila poliziotti. Il report scrive che nel 2010 sono saliti a 412mila. Altre stime portano la somma di forze locali, federali e ai confini a 650mila.
Eppure, nonostante gli anni di occupazione e i milioni di dollari spesi in addestramento, le forze di polizia irachene restano un target molto vulnerabile per l'insorgenza ancora fortemente presente nel paese, e gli attacchi e le uccisioni si susseguono a ritmo quasi quotidiano.
Solo ieri una serie di violenti attacchi nella capitale ha provocato la morte di otto agenti e il ferimenti di 11, mentre a ovest di Baghdad un generale della polizia e il suo autista hanno perso la vita dopo che alcuni uomini armati hanno aperto il fuoco sul veicolo nel quale viaggiavano.
26 settembre 2012
F16, cingolati e dispendiosi addestramenti: gli Usa armano l'Iraq




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ostridicolo:
