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    Predefinito Discussione di questi giorni su Giovanni Gentile

    (il discorso parte da una polemica nei confronti del New Realism portato avanti da Maurizio Ferraris, ma il punto saliente è che Severino pone Gentile al fianco di Nietzsche come culmine coerente della storia della filosofia occidentale - che Severino respinge su basi per così dire neoparmenidee, ma questa è un'altra storia e non impedisce che lo collochi addirittura sopra Heidegger)

    Altro che Nietzsche, il nucleo sfugge se non si riscopre il pensiero di Gentile

    di Emanuele Severino
    Corriere La Lettura 16.9.12

    A proposito del «nuovo realismo», una prospettiva filosofica oggi largamente diffusa, sono stati recentemente pubblicati vari scritti. Mi limiterò qui a due di essi, con l'intento di mostrare come persista il silenzio su uno dei tratti più importanti della cultura contemporanea.
    Ho altre volte richiamato quanto sia decisivo il nucleo essenziale del pensiero filosofico del nostro tempo. Sebbene possa sembrare inverosimile, tale nucleo è infatti ciò che fa diventar reale la dominazione del mondo da parte della tecnica — destinata a questo dominio nonostante altre candidature, ad esempio quella capitalistica, politica, religiosa, e anche se la tecno-scienza (ma non solo essa) non è ancora in grado di prestare autenticamente ascolto alla filosofia. Quel nucleo mette in luce che ogni Limite assoluto all'agire dell'uomo, cioè ogni Essere e ogni Verità immutabile della tradizione metafisica, è impossibile; e dicendo questo non solo autorizza la tecnica a oltrepassare ogni Limite, ma con tale autorizzazione le conferisce la reale capacità di superarlo. Non si salta un fosso se non si sa di esserne capaci; e quel nucleo dice alla tecnica che essa ne è capace.
    Tra i pochi abitatori del nucleo essenziale c'è sicuramente Nietzsche. Ma anche Giovanni Gentile, la cui radicalità è ben superiore a quella di altre pur rilevanti figure filosofiche, di cui tuttavia continuamente si parla. Invece su Gentile il silenzio, in Italia, è preponderante (sebbene non totale, anche per merito di alcuni miei allievi). All'estero, poi, sia nella filosofia di lingua inglese, sia in quella «continentale», di Gentile, direi, non si conosce neppure il nome. La cosa è interessante, soprattutto in relazione al tema filosofia-tecnica a cui accennavo. Infatti, nonostante i luoghi comuni, la filosofia gentiliana è un potente alleato della tecnica, sì che il silenzio su Gentile è un elemento frenante, «reazionario», rispetto alla progressiva emancipazione planetaria della tecno-scienza. Argomento di primaria importanza sarebbe quindi la chiarificazione dei motivi che producono quel silenzio. Qui vorrei però limitarmi — come ho incominciato a dire — al tema, molto più modesto, riguardante alcune conferme di tale silenzio e alcune implicazioni.
    Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer eccetera), e cioè «antirealista», la critica alla «concezione metafisica della verità» sarebbe una «scoperta» di Heidegger (Della realtà, Garzanti, 2012). Si tratta della critica alla definizione di «verità» come «corrispondenza tra intellectus e res», tra «l'intelletto» e «la cosa». In tutto il libro Gentile non è mai citato. Ma ben prima di Heidegger, e con maggior nitore, Gentile aveva già mostrato (rendendo radicale l'idealismo hegeliano) l'insostenibilità di quella definizione. In sostanza — egli argomentava — per sapere se l'intelletto corrisponda alla cosa, intesa come «esterna» alla rappresentazione che l'intelletto ne ha, è necessario che il pensiero confronti la rappresentazione dell'intelletto con la cosa; la quale, quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere conosciuta, non è «esterna» al pensiero, ma gli è «interna».
    Ciò significa che il pensiero, per essere vero, non ha bisogno e non deve «corrispondere» ad alcuna cosa «esterna».
    Solo che Vattimo si fa guidare, prendendolo alla lettera, da un appunto di Nietzsche in cui si annota — probabilmente per studiarne il senso — che «non ci sono fatti, ma solo interpretazioni» e che «anche questa è un'interpretazione», ossia una prospettiva che si forma storicamente e che quindi è revocabile, sostituibile. Poiché Vattimo intende tener ferma questa «sentenza» di Nietzsche, dovrà dire allora che anche la critica alla concezione metafisica della verità è un'interpretazione, ossia qualcosa di revocabile. Capisco quindi che egli consideri anche la propria filosofia soltanto come un'«interpretazione rischiosa», una «scelta», una «volontà» le cui motivazioni sono soltanto decisioni etico-politiche (pagina 53): «Come Heidegger, noi vogliamo uscire dalla metafisica oggettivistica perché la sentiamo come una minaccia alla libertà e alla progettualità costitutiva dell'esistenza» (pagina 122, corsivo mio).
    In sostanza, come tanti altri, esclude ogni verità incontrovertibile perché altrimenti libertà e democrazia verrebbero distrutte; ma in questo modo mostra di considerare come verità incontrovertibile la difesa della libertà e della democrazia (la qual cosa è soltanto una bandiera politica o teologica). Oppure — chiedo a lui e a tanti altri — anche l'affermazione che la libertà è «costitutiva» dell'esistenza è solo un'interpretazione revocabile?
    En passant, egli è stranamente fuori strada quando mi attribuisce l'intento di oltrepassare la metafisica «attraverso la restaurazione di fasi precedenti del suo sviluppo» (pagina 164 e seguente), e pertanto rifacendomi a Heidegger. Il quale però sostiene che l'Essere è «evento» (contingenza e storicità assoluta, assoluto divenire) e che anche le cose sono avvolte da questo carattere; mentre i miei scritti sostengono che ogni cosa è un essere eterno. E infatti essi indicano qualcosa di abissalmente lontano anche dalla filosofia gentiliana, che afferma la totale storicità del contenuto del pensiero (sebbene Gentile differisca da Heidegger perché, platonicamente, intende il Pensiero come indiveniente).
    Comunque, già l'idealismo classico tedesco, soprattutto quello hegeliano, è ben consapevole dell'impossibilità che la verità sia corrispondenza o adeguazione dell'intelletto a una realtà esterna, e tuttavia l'idealismo è una grande metafisica; sì che la critica a tale corrispondenza toglie di mezzo solo un certo tipo di metafisica. Per mostrare l'impossibilità di ogni Limite assoluto, metafisico, all'agire dell'uomo, e in generale al divenire delle cose, occorre altro, che, ripeto, è sì presente in Nietzsche e in Gentile (e in pochi altri, come Leopardi), ma non in Heidegger. Né qui intendo indicare ciò che occorre e che sopra chiamavo il «nucleo essenziale» della filosofia del nostro tempo.
    Se Vattimo, che condivide la critica heideggeriana alla verità come corrispondenza, su questo punto è inconsapevolmente d'accordo con Gentile, invece un filosofo tedesco, Markus Gabriel sostiene ora un «nuovo realismo» (che peraltro condivide con molti altri) al quale forse rinuncerebbe se conoscesse Gentile. Egli non è d'accordo con Heidegger, né quindi con Vattimo, ma è d'accordo con Maurizio Ferraris (non più allievo di Vattimo), che presenta in Italia il libro di Gabriel Il senso dell'esistenza (Carocci, 2012). Vi si sostiene subito un «argomento» che conduce alla tesi seguente: «C'è qualcosa che noi non abbiamo prodotto, e proprio questo esprime anche il concetto di verità» (pagina 21). L'«argomento» è che, una volta ammesso che «noi» produciamo qualcosa, noi però non produciamo il «fatto» consistente nell'esser produttori di qualcosa — il «fatto» che dunque è indipendente da «noi», Gabriel lascia indeterminato il significato di quel «noi» (sebbene egli interpreti in modo a volte condivisibile l'idealismo tedesco). Ma l'idealista e quell'idealista rigoroso che è Gentile risponderebbero che, certo, questo o quell'individuo non producono il «fatto» consistente nella produzione umana di qualcosa, e tuttavia questo «fatto» è pensato (anche da Gabriel, sembra) e, in quanto pensato, non può essere, come invece questo libro sostiene, una «realtà indipendente» dal pensiero, ossia da «noi» in quanto pensiero.
    «Io propongo di definire l'esistenza come l'apparizione-in-un-mondo», scrive Gabriel (pagina 46). Intendo: l'apparizione di qualcosa in un mondo. Ma nel suo libro non ho trovato alcun chiarimento sul significato del termine chiave «apparizione». Chi legge quanto vado scrivendo ne conosce l'importanza. L'apparizione non è il qualcosa (o «ente») che appare (anche se essa stessa è un ente). Se Gabriel intende che c'è apparizione di un mondo anche senza che appaia questo o quell'individuo empirico, allora, su questo punto, sono d'accordo con lui da più di mezzo secolo. Ma allora si dovrà dire che ciò che esiste è ciò che appare (e un caso di esistenza è l'apparire in cui tutto-ciò-che-non-appare appare, appunto, come «tutto ciò che non appare»). Ma Gabriel intende così l'«apparizione»?
    Per lui ciò che esiste, esiste necessariamente «all'interno di un campo di senso», cioè all'interno di un contesto. Se il motivo è (come mi sembra di capire) che qualcosa esiste solo in quanto differisce da ciò che è altro da esso, sì che questo «altro» è il contesto del qualcosa, sono d'accordo (ma esortando Gabriel a rendersi conto che egli, contrariamente ai suoi intenti, sta sollevando il principio di non contraddizione — ossia il differire dal proprio «altro» — al rango di assoluto principio incontrovertibile). Ma dalla necessità che l'esistente abbia un contesto egli crede di dover concludere che qualcosa come «il Tutto», la «totalità degli enti», non può esistere perché il Tutto non può avere un contesto, e non può nemmeno contenere se stesso, giacché è necessario che il Tutto, in quanto contenente differisca dal Tutto in quanto contenuto (pagina 52 e seguenti).
    Mi limito a rilevare che, poiché il Tutto è l'«apparizione» del Tutto (anche per Gabriel dovrebbe esserlo), allora questa apparizione contiene se stessa proprio perché il Tutto contenente è lo stesso Tutto contenuto: il contenente è insieme il contenuto e il contenuto è insieme il contenente. Da gran tempo i miei scritti si sono soffermati su questo tema come su quello del significato che compete all'affermazione che il «nulla» è il contesto del Tutto. (A proposito del tema del «nulla» è curioso che Vattimo, per il quale — come per Gabriel e l'intera cultura del nostro tempo — tutto è contingente, neghi a un certo punto — pagina 60 — l'annullamento delle cose. Curioso, dico, perché senza il loro annullamento e nullità iniziale non si vede in che possa consistere la loro contingenza e storicità).
    L'idealismo assoluto di Gentile è poi un assoluto realismo, perché il contenuto del pensiero non è una rappresentazione fenomenica della realtà esterna, ma è la realtà in se stessa. Un rilievo, questo, che potrebbe invogliare Gabriel e i vari neo-realisti a studiare Gentile. E a studiare lo sfruttamento in senso realistico che di Gentile è stato dato da Gustavo Bontadini (del cui pensiero è uscita recentemente una puntuale ricostruzione, Gustavo Bontadini, di Luca Grion, edita dalla Lateran University Press nella collana dedicata ai «Filosofi italiani del Novecento», che la Chiesa non ritiene quindi opportuno passare sotto silenzio).
    Certo, la difficoltà maggiore è capire il carattere «trascendentale» del pensiero, che si è presentato in modo sempre più rigoroso da Kant all'idealismo tedesco e al neohegelismo di Gentile. L'«al di là» di ogni pensiero, l'«assolutamente Altro», l'«Ignoto», gli infiniti tempi in cui l'uomo non c'era e non ci sarà: ebbene, di tutto questo possiamo parlare solo in quanto tutto questo è pensato. Per questo Gentile afferma che il pensiero non può essere trasceso e che è esso a trascendere tutto ciò che si vorrebbe porre al di là di esso e come indipendente da esso. Questo trascendimento è la verità.
    L'idealistica trascendentalità del pensiero è stata sostituita oggi dal consenso, cioè dall'accordo sociale su un insieme di convinzioni. Insieme a molti altri Popper vede nel consenso il fondamento della verità. È vero ciò su cui la comunità più ampia possibile è d'accordo. Anche Vattimo sostiene questo concetto della verità: per lui il linguaggio, entro cui tutto si presenta, è il linguaggio della «comunità», giacché «siamo esseri storici e "la massima evidenza disponibile qui e ora" si costruisce solo con un accordo, che può essere messo in questione e rinegoziato» (pagina 109).
    Ma, daccapo, questa sua affermazione è una verità incontrovertibile? Oppure che gli uomini esistano, ed esistano storicamente, accordandosi o discordando, è soltanto un accordo rinegoziabile? Rinegoziando, non ci si potrebbe forse trovar d'accordo nel far rivivere la metafisica e altre cose non desiderate dalla filosofia ermeneutica? Ma soprattutto a Heidegger (non solo a lui) andrebbe chiesto come mai, se il suo intento è di prendere le distanze da ogni evidenza oggettiva, la configurazione dello sviluppo storico (la sequela delle «epoche» dell'Essere) finisca col valere, nel suo discorso, come un'evidenza oggettiva e indiscutibile.

    (riportato dal blog Materialismo Storico)

  2. #2
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    Predefinito Re: Discussione di questi giorni su Giovanni Gentile

    Intervista a Giacomo Marramao

    Gentile, il filosofo rimosso
    di Annalisa Terranova

    Se non si riscopre il pensiero di Giovanni Gentile non è possibile inquadrare l’attuale dibattito filosofico nel contesto complesso che merita: lo ha scritto ieri su La Lettura (l’inserto domenicale del Corriere della Sera) Emanuele Severino, agganciando la sua riflessione alle conclusioni del “nuovo realismo”, la corrente filosofica che predica l’esistenza della realtà fuori dal pensiero che la concepisce. Ebbene per Severino il rapporto essenziale tra intelletto e cosa, nucleo essenziale del pensiero moderno, non si capisce a fondo se si continua ad ignorare la figura di Giovanni Gentile. A proposito del quale scrive che la sua radicalità «è ben superiore a quella di altre pur rilevanti figure filosofiche, di cui tuttavia continuamente si parla. Invece su Gentile il silenzio, in Italia, è preponderante (sebbene non totale, anche per merito di alcuni miei allievi). All’estero, poi, sia nella filosofia di lingua inglese, sia in quella “continentale”, di Gentile, direi, non si conosce neppure il nome». Conoscere Gentile significa identificare (=rendere identico a sé), cioè ricondurre tutta la realtà all’atto del pensiero mentre pensa. Come conseguenza la scienza appare astratta e dogmatica, poiché concepisce la natura di cui è oggetto di studio come qualcosa di indipendente ed esterno al pensiero che ne viene limitato. Per questo Severino può dire che Gentile, ben prima di Heidegger, ha sradicato l’idea di verità come corrispondenza tra intelletto e cosa: «In sostanza, egli argomentava, per sapere se l’intelletto corrisponda alla cosa, intesa come esterna alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è necessario che il pensiero confronti la rappresentazione dell’intelletto con la cosa; la quale quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere conosciuta, non è “esterna” al pensiero, ma gli è “interna”. Ciò significa che il pensiero, per essere vero, non ha bisogno e non deve corrispondere ad alcuna cosa esterna». Gentile antimetafisico e dunque precursore della contemporaneità ben più di Heidegger e Nietzsche: un elemento sul quale concorda il filosofo Giacomo Marramao, che nei suoi primi scritti ha evidenziato quanto il marxismo italiano sia debitore nei confronti del pensiero gentiliano.

    Gentile è cruciale per capire la modernità?

    Sì, grazie alla sua intuizione per cui non si dà alcuna possibilità di cogliere il reale se non nel momento in cui vi è un pensiero che è in grado di pensarlo. Dunque la riflessione di Severino è per me giusta, infatti io sono sempre stato convinto che la lettura di Marx in Italia ha la sua chiave non in Croce ma in Gentile.

    Perché su Gentile si è riflettuto troppo poco? C’è ancora un pregiudizio ideologico?

    No, secondo me il pregiudizio ideologico è caduto. Resta il fatto che Gentile appare difficile. La sua scrittura pesante, direi ottocentesca, lo penalizza e non rende giustizia ad alcuni motivi originali del pensiero gentiliano.

    Eppure viene definito il “filosofo del fascismo”...

    Però si studiano anche autori come Heidegger e Schmitt, nonostante l’ombra della compromissione con il nazionalsocialismo. Penso che se resiste un’ostilità verso Gentile ciò accada in componenti minime. A livello europeo il suo pensiero non è sufficientemente valorizzato perché il suo linguaggio e il suo stile non sono adeguati alla novità che il pensiero esprimeva. Il suo stile andrebbe sfrondato dalla pesantezza dell’hegelismo italiano.

    Diceva che lei non ha mai avuto pregiudizi su Gentile...

    Durante i miei studi ho avuto una corrispondenza molto interessante con Rodolfo Mondolfo che nelle sue lettere mi chiarì i rapporti con Gentile. Mi spiegò di avere ricevuto da Gentile l’incaricò di redigere molte voci-chiave dell’Enciclopedia italiana e che lo stesso Gentile non gli corresse mai neanche una virgola aiutandolo poi a espatriare, anche se Mondolfo era ebreo, socialista e marxista.

    Eppure non è considerato tra i grandi del pensiero moderno.

    Questo lo abbiamo affermato in pochi con il coraggio necessario: oltre a me e naturalmente a Severino vanno citati come estimatori di Gentile Augusto Del Noce, Massimo Cacciari e Toni Negri. Trovo invece che lo statalismo gentiliano, molto più conosciuto, sia in contrasto con il nocciolo più radicale e innovativo del suo pensiero.

    Scusi, vuol dire che Gentile non era fascista?

    Voglio dire che nel suo pensiero non c’era alcun tipo di presupposto che dovesse condurre a quell’esito. Mentre la filosofia heideggeriana con la sua teoria del dasein, dell’essere gettati nel mondo, in qualche modo può arrivare alla negazione della dimensione libera del singolo e dunque conciliarsi con una forma totalitaria, tra attualismo e fascismo non c’era assolutamente un’armonia prestabilita . Sono state le scelte di Gentile che lo hanno reso un intellettuale organico portandolo poi alla sua morte agghiacciante, uno degli episodi più spaventosi del movimento resistenziale. Ma il pensiero gentiliano ha al suo interno un elemento dirompente , cioè che la realtà è tutto ciò che noi cogliamo nell’atto del pensiero, che raccoglie in sé l’intera realtà, come un lampo che lampeggia costantemente.

    Però, e scusi se semplifico, dire che il pensiero è azione ci ricollega alla cultura del fascismo...

    Certo. Ma guardi che tutto il Novecento irrompe all’insegna dell’atto, anche dell’atto avanguardistico, dell’atto rivoluzionario. E sappiamo che il fascismo ebbe una dimensione rivoluzionaria. Lo ha spiegato bene Hanna Arendt quando ha scritto che i totalitarismi del Novecento non sono figli dell’assolutismo, di Luigi XIV, ma sono figli di Napoleone, figli di un’epoca in cui l’attivismo delle masse è entrato massicciamente come componente fondamentale della dinamica storica. Sono figli di un’epoca in cui tutto è in movimento. Questa tematica dell’atto la ritroviamo in tutta la filosofia dopo Nietzsche, la troviamo in Wittgenstein e anche nella scienza contemporanea dove c’è l’impossibilità di scindere tra sapere teoretico e sapere pratico.

    Dunque l’elemento dirompente di Gentile è la sua idea del pensiero che come un lampo comprende in sé tutta la realtà?

    Questa idea dell’istante cosmico ricorda anche Platone e la sua idea dell’istantanea cosmica, qualcosa che viene prima dello spartiacque tra tempo ed eternità. L’atto del pensiero non è relativizzabile perché tutto ciò che viene consumato nell’atto è atto. Per questo pensare è azione.

    Si ha piena consapevolezza del fatto che il marxismo italiano ha ripreso l’eredità gentiliana?

    Io ne sono più che consapevole e l’ho detto. Il marxismo italiano ha ripreso l’idea di egemonia culturale, l’idea di politica culturale dal fascismo e da Gentile, e in particolare dal modo in cui Gentile gestiva gli intellettuali dell’Enciclopedia italiana.

    Il Secolo d'Italia
    Ultima modifica di Troll; 19-09-12 alle 18:04

  3. #3
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    Predefinito Re: Discussione di questi giorni su Giovanni Gentile

    Citazione Originariamente Scritto da Giacomo Marramao Visualizza Messaggio
    No, secondo me il pregiudizio ideologico è caduto. Resta il fatto che Gentile appare difficile. La sua scrittura pesante, direi ottocentesca, lo penalizza e non rende giustizia ad alcuni motivi originali del pensiero gentiliano.
    Per i miei gusti qui Marramao non ha torto :sofico: ma per il resto voglio fidarmi del giudizio di Severino e Augusto Del Noce
    Ultima modifica di Troll; 19-09-12 alle 18:06

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    Predefinito Re: Discussione di questi giorni su Giovanni Gentile

    Gentile può essere accostato a Nietzsche solamente nella misura in cui sia l'idealismo che il superomismo sono due filosofie contrarie ad una concezione del 'divino' in senso trascendente e contestano, seppur in due modi differenti, liberalismo, democrazia e socialismo.
    Per il resto, trovo che vi siano differenze sostanziali ed abissali. L'elemento 'volontaristico' in Gentile può essere trovato solo perché il filosofo concepiva il pensiero come volontà creatrice del singolo, ma al di là di ciò non vedo affinità con il forgiatore delle nuove tavole dei valori di Nietzsche che usa la verità come bella favola da proporre alle masse ad uso e consumo della propria volontà di potenza (non so se Troll concorderà con me sul punto).
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    Predefinito Re: Discussione di questi giorni su Giovanni Gentile

    Citazione Originariamente Scritto da Troll Visualizza Messaggio
    Per i miei gusti qui Marramao non ha torto :sofico: ma per il resto voglio fidarmi del giudizio di Severino e Augusto Del Noce
    Credo abbia maggiormente ragione nel definire Gentile non fascista. Gentile fu fascista ma non un filosofo del fascismo. Anche lo scritto di Severino sopra non tocca il punto essenziale. L'idealismo, in tutte le sue forme, resta nel "tu devi", cosa che Nietzsche, in quanto maestro dei fascismi, ha distrutto alla radice.
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    Predefinito Re: Discussione di questi giorni su Giovanni Gentile

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Gentile può essere accostato a Nietzsche solamente nella misura in cui sia l'idealismo che il superomismo sono due filosofie contrarie ad una concezione del 'divino' in senso trascendente e contestano, seppur in due modi differenti, liberalismo, democrazia e socialismo.
    Per il resto, trovo che vi siano differenze sostanziali ed abissali. L'elemento 'volontaristico' in Gentile può essere trovato solo perché il filosofo concepiva il pensiero come volontà creatrice del singolo, ma al di là di ciò non vedo affinità con il forgiatore delle nuove tavole dei valori di Nietzsche che usa la verità come bella favola da proporre alle masse ad uso e consumo della propria volontà di potenza (non so se Troll concorderà con me sul punto).
    Che ne so io mica ho letto Gentile! Ma nel momento in cui tutto quello che rimane è l'atto e la volontà allora è venuto meno l'immutabile a cui conformarsi, il valore è ricondotto al volere, e credo sia questo il parallelo a cui Severino allude
    Ultima modifica di Troll; 19-09-12 alle 18:28

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    Predefinito Re: Discussione di questi giorni su Giovanni Gentile

    Citazione Originariamente Scritto da Troll Visualizza Messaggio
    Che ne so io mica ho letto Gentile! Ma nel momento in cui tutto quello che rimane è la volontà allora è venuto meno l'immutabile a cui conformarsi, il valore è ricondotto al volere, e credo sia questo il parallelo a cui Severino allude
    Certo, però c'è un "ma": per Gentile non viene meno l'oggettività del concetto di verità, che ovviamente non è il concetto cristiano o metafisico di verità (ed in tal senso è verissimo che Gentile è un "antimetafisico"), mentre invece per Nietzsche le cose non stanno proprio così.
    Ultima modifica di Giò; 19-09-12 alle 18:29
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    Citazione Originariamente Scritto da socialistaprussiano Visualizza Messaggio
    Credo abbia maggiormente ragione nel definire Gentile non fascista. Gentile fu fascista ma non un filosofo del fascismo. Anche lo scritto di Severino sopra non tocca il punto essenziale. L'idealismo, in tutte le sue forme, resta nel "tu devi", cosa che Nietzsche, in quanto maestro dei fascismi, ha distrutto alla radice.
    Volevo tenermi intenzionalmente alla larga da una discussione sull'essenza del fascismo (così che uno possa concludere come vuole, Gentile fascista o Gentile antifascista, a me cambia poco) e vedere cosa pensavano le persone del parallelo con Nietzsche quanto alla logica dell'atto e del divenire... considera comunque che il "tu devi" può risultare necessario alla realizzazione della volontà di chi aspira ad agire in grande stile!

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    Predefinito Re: Discussione di questi giorni su Giovanni Gentile

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Certo, però c'è un "ma": per Gentile non viene meno l'oggettività del concetto di verità, che ovviamente non è il concetto cristiano o metafisico di verità (ed in tal senso è verissimo che Gentile è un "antimetafisico"), mentre invece per Nietzsche le cose non stanno proprio così.
    Soprattutto Gentile non esce dall'umanesimo. E' pur sempre un crociano. Nietzsche se lo pappa.
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    Predefinito Re: Discussione di questi giorni su Giovanni Gentile

    Citazione Originariamente Scritto da socialistaprussiano Visualizza Messaggio
    Credo abbia maggiormente ragione nel definire Gentile non fascista. Gentile fu fascista ma non un filosofo del fascismo. Anche lo scritto di Severino sopra non tocca il punto essenziale. L'idealismo, in tutte le sue forme, resta nel "tu devi", cosa che Nietzsche, in quanto maestro dei fascismi, ha distrutto alla radice.
    Non sono affatto 'gentiliano', anzi, ritengo che la filosofia gentiliana sia sicuramente da studiare e da approfondire, ma da rifiutare nel suo immanentismo. Però è discutibile affermare che Gentile non fosse fascista e non sia stato un filosofo del Fascismo. Gentile è stato indubbiamente entrambe le cose e con coerenza (nonostante, come notava Evola, il suo storicismo attualista gli avrebbe potuto suggerire, ad un dato momento, il contrario).
    Questo non toglie che identificare Fascismo e idealismo gentiliano o Mussolini e Giovanni Gentile, nonostante la "Dottrina" (1932), sia erroneo.
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