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    Predefinito 31 ottobre 2012: VIGILIA di Ognissanti

    1 ottobre 2012: San Remigio, vescovo e confessore

    Laon (Francia), ca. 440 - Reims (Francia), ca. 533
    Sembra che la forma originaria di questo nome che in latino suonava Remigius, e in francese suona Remy fosse Remedius, cioè rimedio, medicina. Un nome, quindi, di chiaro significato augurale, ricco di sottintesi spirituali, perché per i cristiani tale «medicina» non poteva essere altro che una medicina dell'anima.
    Con il nome di Remedius sono firmate le poche lettere superstiti del Santo di oggi, personaggio medicamentoso, rimedio e salute spirituale di innumerevoli fedeli, perché Remigio fu colui che convertì al Cristianesimo, alla fine del VI secolo, il Re Clodoveo, e con lui tutti i suoi Franchi.
    Per questo San Remigio, battezzatore del Re Clodoveo, viene chiamato «Apostolo della Francia», anche se prima di lui numerosi missionari, molti Martiri e diversi grandi Vescovi avevano preparato il terreno per il trionfo del Cristianesimo.
    Remigio era Vescovo di Reims, e riuscì a conquistare il cuore del Re pagano con l'aiuto della moglie, la regina Clotilde, già cristiana, e anch'ella venerata come Santa. Il Sovrano barbaro, rude e impetuoso, restò colpito dalla saggezza e dalla sincerità dei Vescovo cristiano, nei cui confronti dette prova di grande rispetto.
    Accettò il Battesimo dopo la vittoria sugli Alemanni, che lo minacciavano al di là del Reno, e dopo la battaglia di Tolbiac, nel Natale del 496, entrò nella cattedrale di Reims e piegò il capo superbo davanti al Vescovo Remigio, che lo battezzò cristiano. «Piega dolcemente la testa gli aveva detto; adora quello che bruciasti e brucia quello che adorasti». E come consiglio politico: «Soccorri gli afflitti, abbi cura delle vedove e degli orfani. Usa le tue ricchezze per liberare i prigionieri e per sciogliere le catene agli schiavi». E infine gli diede questa massima di saggezza: «Divertiti con i giovani, ma delibera con i vecchi».
    Con lui, dicono le cronache, San Remigio battezzò tremila franchi: fu dunque una conversione di massa, di quasi tutto un popolo rappresentato dai suoi capi, al seguito dà loro Re.
    Di San Remigio, dopo questo episodio, non si sa molto di più. Sappiamo che scrisse molto, ma le sue opere non ci sono pervenute. Dalle poche lettere restateci affiora l'immagine di un uomo colto e sapiente, saggio e anche energico.
    Dovette vivere molto a lungo, se Gregorio di Tours, tessendone l'elogio, dice che resse il pastorale per settanta anni e più. Stando a questa indicazione, dunque, egli dovette morire centenario, verso il 530, onorato dai Franchi come loro guida spirituale, e venerato dai cristiani quasi come un nuovo apostolo.

    [ Inviato da Silvio della Parrocchia di Cavasso Nuovo ]


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  2. #2
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    Predefinito re: 31 ottobre 2012: VIGILIA di Ognissanti

    (Tratto dal Pol.net e postato il 2 ottobre 2003)

    LA FESTA DEGLI ANGELI CUSTODI FU ESTESA DA PAPA PAOLO V BORGHESE, DI VENERATA MEMORIA, A TUTTA LA CHIESA CON DECRETO DEL 27 SETTEMBRE 1608, PAPA CLEMENTE X ALTIERI PORTò QUESTA FESTA INSIGNE AL 2 OTTOBRE.
    MI PERMETTO DI SCRIVERE UNA BREVE SINTESI DI DOTTRINA CATTOLICA SUGLI ANGELI, AD USO DEI FORUMISTI MENO ESPERTI.
    GLI ANGELI SONO CREATURE IMMATERIALI CREATE DA DIO ALL'INIZIO DEI TEMPI: SONO MIGLIAIA, SONO DIVISI IN NOVE CORI (SERAFINI, CHERUBINI, TRONI, DOMINAZIONI, VIRTù, POTESTà, PRINICIPATI, ARCANGELI, ANGELI)
    LA NATURA DEGLI ANGELI è SPIRITUALE (CONCILIO LATERANENSE IV): è SENTENZA COMUNE E CERTISSIMA CHE ESSI SIANO PURISSIMI SPIRITI, CHE SIANO PER NATURA IMMORTALI, CHE ABBIANO LA SCIENZA INFUSA MA IL LORO CONOSCERE SIA OVVIAMENTE INFERIORE A QUELLO DI DIO CHE LI HA CREATI, CHE ABBIANO UNA VOLONTà LIBERA E SIANO MOLTO PIù FORTI E POTENTI DI QUALUNQUE UOMO (2 PIETRO 2, 11).
    è TEOLOGICAMENTE CERTO CHE GODANO PERPETUAMENTE DELLA VISIONE DI DIO PER ADORARLO: VI FURONO AMMESSI DOPO UNA PROVA MORALE DI DIO DURANTE LA QUALE UN TERZO DI LORO, CAPEGGIATO DA LUCIFERO, SI RIBELLò E FU PRECIPATO ALL'INFERNO, CREATO IN QUEL MOMENTO. (SENTENZA COMUNE)
    COMPITO PRIMARIO DEGLI ANGELI è ADORARE, GLORIFICARE E SERVIRE DIO, COMPITO SECONDARIO DEGLI ANGELI è LA PROTEZIONE E LA CURA DEGLI UOMINI.
    è AMPIAMENTE LECITO IL CULTO DEGLI ANGELI BUONI, SENZA CADERE NEGLI ECCESSI E NEGLI ERRORI DELL'ERESIA GNOSTICA.
    è TEOLOGICAMENTE CERTO CHE OGNUNO DI NOI ABBIA IL PROPRIO ANGELO CUSTODE: EGLI è L'AMICO CHE NON CI LASCIA MAI, UN DIFENSORE POTENTE, UN CONSIGLIERE TANTE VOLTE NON ASCOLTATO.
    LUI è SEMPRE Lì MA QUANTE VOLTE DOPO UN FRETTOLOSO "ANGELO DI DIO" CI SIAMO SCORDATI DEL NOSTRO ANGELO CUSTODE, ABBIAMO IGNORATO LA SUA DOLCE E BENEVOLA PRESENZA! TROPPE VOLTE!
    NEL GOFFO E SGRAZIATO PARLOTTARE CHE SI FA OGGI SUGLI ANGELI, IN MEZZO AD ANGELOLOGIE SPURIE, MALSANE, DEVIATE E DEVIANTI, GLI ANGELI CUSTODI, I NOSTRI ANGELI, SI STAGLIANO GRANDIOSI E FIERI NELLE LORO BELLE E LUCENTI ARMATURE PRONTI A COMBATTERE PER IL BENE DELL'ANIMA NOSTRA E DEL MONDO INTERO.


    SANCTI ANGELI DEI, ORATE PRO NOBIS


  3. #3
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    Predefinito re: 31 ottobre 2012: VIGILIA di Ognissanti

    3 ottobre 2012: Santa Teresa del Bambin Gesù, vergine

    Thérèse Martin, nacque ad Alençon in Francia il 2 gennaio 1873 in una famiglia cristiana. Studiò presso le benedetine di Lisieux. A quindici anni, seppure molto giovane, entrò nel monastero delle Carmelitane di Lisieux, dopo essersi recata fino a Roma a chiederne l'autorizzazione al papa.
    Nei nove anni che trascorse nel Carmelo di Lisieux, praticò in modo particolare l'umiltà, la semplicità evangelica e la fiducia in Dio, e queste virtù insegnò alle novizie con la parola e con l'esempio, visse infatti così intensamente da offrire al mondo cattolico la sorprendente immagine di una santa, apparentemente estranea e senza rapporti spirituali col mondo a lei contemporaneo.
    Ha dato alla sua breve esistenza l'impronta ineguagliabile del sorriso, espressione di quella gioia ultraterrena, che secondo le sue parole, «non sta negli oggetti che ci circondano, ma risiede nel più profondo dell'anima».
    Incline per temperamento a una calma e composta tristezza, Teresa, magnifici capelli biondi, occhi azzurri, lineamenti delicati, alta, straordinariamente bella, quando scriveva sul suo diario «Oh, sì tutto mi sorriderà quaggiù», stava sperimentando ingiustizie e incomprensioni, e già minata dalla tubercolosi polmonare, stremata di forze, non rifiutava alcun lavoro pesante e continuava «a gettare a Gesù i fiori dei piccoli sacrifici».
    Nelle stupende pagine dei suoi quadernetti in cui andava tracciando, per obbedienza, le sue esperienze interiori, e che saranno poi pubblicate sotto il titolo di "Storia di un'anima", trapela la grandezza dei suoi sacrifici. Teresa ha dato alla sua vita di ascesi l'inconfondibile stile e titolo di «infanzia spirituale» non per una innata tendenza di mettere tutto al diminutivo, ma per una scelta ben precisa, conforme all'invito evangelico di «farsi piccoli» come i bambini. Ella scrive: « lo mi ero offerta a Gesù Bambino per essere il suo trastullo, e gli avevo detto che non si servisse di me come di uno di quei balocchi di pregio, che i fanciulli si contentano di guardare, ma come di una piccola palla di nessun valore, da poter buttare per terra, spingere col piede, lasciare in un canto, oppure stringere al cuore, qualora ciò potesse fargli piacere. In una parola volevo divertire Gesù Bambino e abbandonarmi ai suoi capricci infantili».
    Morì il 30 settembre 1897 nel Carmelo di Lisieux. Fu canonizzata il 17 maggio 1925 da Papa Pio XI e nel 1927, sempre da Papa Pio XI, fu nominata, insieme a s. Francesco Saverio, patrona delle missioni. Nel 1944 patrona secondaria della Francia, accanto a Giovanna d'Arco.

    Dall'autobiografia di santa Teresa di Gesù Bambino e del volto santo, vergine e dottore della Chiesa
    Siccome le mie immense aspirazioni erano per me un martirio, mi rivolsi alle lettere di san Paolo, per trovarvi finalmente una risposta. Gli occhi mi caddero per caso sui capitoli 12 e 13 della prima lettera ai Corinzi. Continuai nella lettura e non mi perdetti d'animo. Trovai così una frase che mi diede sollievo: "Aspirate ai carismi più grandi. E io vi mostrerò una via migliore di tutte" [1 Cor 12,31]. L’Apostolo infatti dichiara che anche i carismi migliori sono un nulla senza la carità, e che questa medesima carità è la via più perfetta che conduce con sicurezza a Dio. Avevo trovato finalmente la pace. Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ritrovavo in nessuna delle membra che san Paolo aveva descritto, o meglio, volevo vedermi in tutte. La carità mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Allora con somma gioia ed estasi dell’animo gridai: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione è l’amore. Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio. Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà.


  4. #4
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    Predefinito re: 31 ottobre 2012: VIGILIA di Ognissanti

    4 OTTOBRE 2012

    SAN FRANCESCO D'ASSISI CONFESSORE e patrono d'Italia e delle isole adiacenti





    La conformazione a Cristo.

    Nella lettera ai Romani l'Apostolo san Paolo ci dà la regola di ogni santità con le parole: "Quos praescivit et praedestinavit conformes fieri imagines Filii sui..." (Rom 8,29). Conformarci al divino modello, che si chiama Gesù.. È la conformità al Figlio di Dio, acquistata con la virtù, che fa i santi.

    Celebriamo oggi un Santo, che fu copia ammirabile di Cristo Gesù, che il Sommo Pontefice Leone XIII chiama il più bello dei santi, che Papa Pio XI ci presenta come il santo che pare aver meglio compreso il Vangelo e conformata la vita al divino modello.

    San Francesco infatti è un altro Cristo. Ha cercato Cristo, lo ha seguito, lo ha amato, lo ha dato agli altri, Cristo Gesù è tutta la sua vita. Non ci fermiamo sulle tradizioni graziose che vogliono che Francesco sia nato in una stalla, come Gesù, e su un poco di paglia; noi lo vediamo, giovane, arrestarsi improvvisamente in mezzo ai suoi sogni di piaceri e di feste, mentre pensa ad imprese cavalleresche, perché il Cristo di S. Damiano gli parla: "Francesco, che cosa vale di più? Servire il padrone o il servitore?". Francesco è affascinato da queste parole, comincia una vita nuova, apre il Vangelo e vi cerca Cristo cui consacrarsi interamente.



    Amore del Vangelo.

    Egli fa del Vangelo il suo nutrimento e, trovandovi una celeste soavità, esclama: "Ecco quello che da molto tempo cercavo!". Il Vangelo è suo sostegno, sua consolazione, rimedio a tutte le sofferenze, nelle prove non vuole altro conforto e un giorno dirà ai suoi frati: "Sono saturo di Vangelo, sono pieno di Vangelo". Il Vangelo diventa sua vita e quando vuole dare ai suoi frati una regola, scrive nelle prime pagine: "La regola e la vita dei Frati Minori è questa: osservare il santo Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo".

    Povertà.

    Ma il Vangelo è la storia dell'abbassamento del Figlio di Dio fino a noi e del suo amore per le nostre anime, è il Cristo povero, umile, piccolo, compassionevole e misericordioso, il Cristo Apostolo, il Cristo che ci ama e muore per noi. San Francesco, che lo ha scelto come regola di vita, lo vive alla lettera. Sull’esempio di Gesù, egli abbraccia la povertà e, davanti al Vescovo di Assisi si spoglia delle sue vesti, le restituisce al padre dicendo: "Adesso potrò veramente dire: Padre nostro, che sei nei cieli". E comincia la sua vita di povertà, povertà gioiosa e tutta piena di sole, non la povertà gelosa e afflitta, che troppo spesso vediamo nel mondo, povertà volontaria e amata. Va a tendere la sua mano delicata per le vie di Assisi ed è respinto come se fosse un pazzo, ma resta l'amante della povertà e, al momento della morte, è sua consolazione suprema essere stato fedele a "Madonna Povertà".



    Umiltà.

    Il Vangelo è Gesù Cristo umile e piccolo: parvus Dominus, il Grande piccolo Gesù, come lo chiama san Francesco. Egli medita questo insegnamento e si fa "l’umile Francesco", come lo chiamo l'autore dell'Imitazione. Si considera l'ultimo degli uomini, il più vile peccatore, e soffrire, essere disprezzato è per lui gioia perfetta e dà ai suoi figli il nome di Minori, cioè piccoli.



    Misericordia.

    Il Vangelo è Gesù Cristo compassionevole e misericordioso e, sul suo esempio, il cuore di Francesco è tutto pieno di misericordia. San Bonaventura, scrivendo la sua vita, ci dice: "La benignità, la bontà del nostro Salvatore Gesù Cristo è apparsa nel suo servo Francesco". Egli stesso, all'inizio del suo testamento, scrive: "Il Signore mi fece la grazia di cominciare a fare penitenza, perché quando ero nel peccato mi sembrava troppo amaro vedere dei lebbrosi, ma fui verso di loro misericordioso e quello che mi pareva amaro diventò per me dolcezza dell'anima e del corpo".

    Francesco era misericordioso verso tutti i miseri e alla Tribuna del Parlamento italiano gli fu resa questa testimonianza: "Se san Francesco di Assisi non ha fondato istituzioni di carità, ha versato nel mondo tale una corrente di carità, che dopo sette secoli, nessuna opera di carità è stata fondata senza che egli ne sia stato ispiratore".



    Apostolato.

    Il Vangelo è Gesù Cristo apostolo. Egli è venuto perché gli uomini sentissero la parola di vita e con quale amore lascia cadere dal suo labbro le sue intenzioni divine! E Francesco, sulle orme di Cristo, si fa apostolo, traccia nell'aria il segno della Croce e manda i suoi discepoli ai quattro angoli del mondo. Egli ha capito bene le parole di Gesù: "Andate e insegnate a tutte le nazioni". Primo fra tutti i fondatori di Ordini moderni, manda i suoi figli nelle regioni infedeli e quando, dopo qualche mese, viene a sapere che cinque di essi hanno colto, nel Marocco, la palma del martirio, esclama con gioia: "Finalmente ho dei Vescovi!" I suoi vescovi erano i martiri. Dopo aver fondata l'opera sua, non sogna per sé che di offrire a Gesù la testimonianza del sangue e tre volte passa i mari, va a predicare Cristo fino alla presenza del Sultano infedele, ma Dio gli riserva un altro martirio per il giorno in cui gli manderà un Angelo a incidergli nelle sue carni le piaghe del divino Crocifisso.



    Il dono di sé.

    Il Vangelo è Gesù, che si dona e si immola e, come Gesù, Francesco si dona a sua volta. "Questo povero, piccolo uomo, dice san Bonaventura, non aveva che due cosa da offrire: il suo corpo e la sua anima". Dona a Dio il suo corpo con la penitenza e sappiamo come egli trattasse il suo corpo. Aveva diviso l'anno in nove quaresime successive, si contentava di pane secco e si rifiutava anche l'acqua necessaria alla sua sete, per non cedere alla sua sensualità. Era suo letto la terra nuda, suo cuscino un tronco di quercia e, tormentato spesso da malattie, ringraziava il Signore perché non lo risparmiava. Chiedeva a Dio di soffrire cento volte di più, se era sua volontà. Dava poi a Dio la sua anima con la preghiera e con lo zelo.

    Ma san Francesco non è soltanto discepolo fedele di Cristo, perché copia la vita e le virtù del Maestro, ma è soprattutto il Santo dell'amore serafico. Egli è entrato nel Cuore di Gesù, ha compreso il Cuore di Gesù e gli rende amore per amore.



    Amore dell’Eucaristia.

    Con l'amore del Vangelo, un altro amore consuma il cuore di Francesco: l'amore dell'Eucaristia! Il mistero eucaristico era fatto apposta per attirare la sua anima serafica! Un Dio disceso dal cielo per salvarci, fattosi carne in forma umana e morto sul Calvario come un delinquente, si abbassa ancora fino a prendere la forma di una piccola ostia, per unirsi a noi e farsi nostro cibo; un Dio, che, dopo la follia della Croce, giunge alla follia dell'Eucaristia e sta imprigionato nel tabernacolo, per attenderci e per riceverci, è un mistero ineffabile, che desta l'ammirazione delle anime amanti. Francesco, il grande amante del Vangelo, in cui trovava la parola vivente ed eterna di Gesù, il grande amante della Croce, in cui vede l'amore sacrificato, ama pure l'ostia dove è l'amore vivente, l'amore che si dona, l'amore che attira e trasforma le anime generose e pure! Per l'ostia egli corre a riparare i tabernacoli, per l'ostia va per le campagne a ripulire e ornare le chiese povere e abbandonate, per l'ostia dimentica la povertà e manda i frati a disporre sugli altari vasi d'oro e d'argento, per l'ostia si prostra lungo la via, quando vede spuntare la guglia di un campanile e passa ore davanti al tabernacolo, tremante per il freddo, in adorazione e in amore. Fa celebrare la Messa tutti i giorni e con fervore si comunica tutti i giorni.

    In un'epoca in cui spesso il sacerdozio è avvilito, ricorda ai sacerdoti la loro grandezza. "Il vedo in essi il Figlio di Dio" e si mette in ginocchio davanti al sacerdote, e gli bacia le mani. Egli, il piccolo diacono, che si giudica indegno di salire l'altare, scrive a cardinali, a vescovi, a principi: "Vi prego, miei signori, baciando le vostre mani, fate in modo che il Corpo di Gesù sia trattato degnamente e da tutti debitamente rispettato". E Francesco prepara all'ostia anime adoratrici, circonda di anime vergini il tabernacolo con le Clarisse e ciborio, giglio, corona di spine diventano le armi di S. Damiano.

    Vangelo, Croce, Eucaristia sono i grandi amori, che formano l'anima di Francesco, il segreto della sua azione nella Chiesa. Dopo aver cercato Gesù, dopo aver vissuto di Lui, dopo averlo amato, Francesco poteva attendere la morte, senza averne paura,. La grande Teresa d'Avila, mentre stava per morire esclamava: "È tempo di vederci, Gesù mio!". Francesco, nelle stese circostanze, si mette a cantare: "Voce mea ad Dominum clamavi, ad Dominum deprecatus sum. Chiamo il Signore con tutta la mia voce e prego il mio Signore". "Me exspectant iusti... I giusti mi attendono, essi vogliono essere testimoni della ricompensa che Dio mi darà" (Sal 140,1).

    Quale incontro sarà quello dell'anima di Francesco con il Signore! Ricordiamo il quadro del Murillo, che ci presenta Cristo mentre stacca un braccio dalla croce e attirà a sé l'umile Francesco, per stringerlo al cuore. È questa la morte di Francesco. Con uno slancio sublime l'anima sua si getta tra le braccia di Dio e va a godere l'amore, che non ha fine.



    VITA. - Francesco nacque ad Assisi nel 1182 e fin dalla giovinezza si mostrò caritatevole verso i poveri. Una malattia fu l'inizio di una vita di perfezione e risolvette di dare tutto quanto possedeva. Suo padre pretese la rinuncia all'eredità e Francesco rinunciò volentieri, spogliandosi tosto anche degli abiti che indossava. Fondò con alcuni compagni l'Ordine dei Frati Minori, che ebbe l'approvazione di Papa Innocenzo III. Francesco mandò i suoi religiosi a predicare dappertutto ed egli stesso, desideroso del martirio, partì per la Siria, ma avendo raccolto soltanto onori, tornò in Italia dove fondò presso la Chiesa di S. Damiano un Ordine di vergini, sotto la direzione di santa Chiara, e il Terz'Ordine, per dare anche alle persone viventi nel mondo un mezzo efficace di santificazione nella pratica delle virtù religiose. Nel 1224, mentre pregava sul monte Alvernia, gli apparve un serafino, che impresse nel suo corpo le piaghe di Crocifisso, in segno dell'amore che il santo nutriva per il Signore. Due anni dopo Francesco, molto ammalato, si fece portare alla chiesa di S. Maria degli Angeli e vi morì dopo aver esortato i suoi frati Minore ad amare la povertà, la pazienza e a difendere la fede della Chiesa Romana. Gregorio IX, che lo aveva conosciuto profondamente, lo iscrisse poco appresso nel catalogo del Santi.



    Preghiera di san Francesco.

    "Grande e magnifico Dio, mio Signore Gesù Cristo! Io ti supplico di darmi luce, di rischiarare le tenebre dell'anima mia. Dammi fede retta, speranza sicura, carità perfetta. Concedimi, o Signore, di conoscerti bene, per poter in tutte le cose agire nella tua luce secondo la tua volontà".



    La Chiesa in rovina.

    Così tu pregavi spesso e a lungo davanti al Crocifisso della vecchia chiesa di S. Damiano. E un giorno dal Crocifisso scese una voce che solo il tuo cuore poteva percepire e diceva: "Va', Francesco, ricostruisci la mia casa, che sta per crollare". E tu, tremante e felice insieme, rispondesti: "Andrò con gioia, o Signore, a fare quanto mi chiedi!".

    La casa che stava per crollare era senza dubbio la vecchia e solitaria cappella di S. Damiano, ma il Signore pensava soprattutto alle rovine, accumulatesi nel corso degli ultimi secoli nella sua Chiesa.



    L'Ordine dei Minori.

    Il Papa, che lo aveva compreso, approvò l'Ordine dei Minori, che con il suo fervore, il suo amore per la povertà, lo zelo apostolico, non solo avrebbe riparato le rovine della Chiesa di Cristo, ma sarebbe andato a costruire nuove cristianità nelle terre infedeli, col sangue dei migliori suoi figli.

    Dalla gloria del cielo, dove il Signore ti concede ora così grande e gloriosa ricompensa, degnati, o san Francesco, di non dimenticare la Chiesa per cui non hai risparmiato fatiche.

    Aiuta i tuoi figli, che proseguono l'opera tua nel mondo intero, e possano essi crescere in numero e in santità, prodigandosi sempre nell'insegnamento con la parola e con l'esempio.

    Prega per tutto lo stato religioso, che acclama in te uno dei suoi Patriarchi illustri e tu, amico di san Domenico, mantieni tra le due famiglie quella fraternità, che non venne mai a mancare, conserva per l'Ordine Benedettino i sentimenti, che sono in questo giorno la tua gioia, stringendo ancora e legami, che il dono della Porziuncola ha annodato per l'eternità con i tuoi benefici (Porziuncola era una piccola proprietà dei Benedettini del Monte Subasio, ceduta a san Francesco, per essere la culla del suo Ordine).



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, Alba, 1959, p. 1138-1144


  5. #5
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    Predefinito re: 31 ottobre 2012: VIGILIA di Ognissanti

    5 ottobre 2012: San Placido, Abate e confessore

    E’ impossibile separare i due primi discepoli di S. Benedetto, poiché entrambi sono stati affidati alle sue cure da parte dei loro genitori: Equizio offre Mauro, e Placido è offerto dal patrizio Tertullo. L’episodio che rese Mauro celebre nella storia dell’ascetica cristiana e religiosa è quello della sua miracolosa obbedienza. Vissuto anche lui a Montecassino, ne fu eletto priore e amministratore. Compì tanti miracoli. Numerosi monasteri, particolarmente in Francia, si sono messi sotto la sua protezione. Negli ultimi anni si dedicò solo alla preghiera e alla lettura, e a settantadue anni, dopo che una pestilenza aveva portato via molti dei suoi monaci, si ammalò e passò santamente al cielo, era verso il 580. Placido, fin dall’età di sette anni dimostrò intelligenza aperta e cuore docile agli insegnamenti del maestro. Della sua infanzia si racconta che fu salvato da Mauro, per ordine del maestro, dalle acque di un lago. Altro non conosciamo della sua vita. Possiamo senz’altro ritenere che abbia accompagnato S. Benedetto a Montecassino verso l’anno 529, ed ivi sia rimasto, monaco esemplare, fino alla morte.

    [s. Placido - 5 ottobre]

    Dal "Libro dell’esortazione al figlio spirituale" attribuito a S.Basilio Magno, vescovo.
    Ascolta, figlio, l’esortazione del padre tuo, porgi il tuo orecchio alle mie parole: prestami volentieri attenzione e accogli con cuore fiducioso tutto quel che vien detto. Desidero istruirti sul combattimento spirituale e sul modo in cui devi combattere per il tuo re. Ascoltami con la massima attenzione e la tua anima non aggravata dal sonno, anzi incitala alla vigilanza e sforzati sapientemente di capire i miei discorsi. Queste parole non provengono infatti da me, ma scaturiscono da fonti divine. Non ti presenterò una dottrina nuova, ma quella che ho imparato dai miei padri. Se la farai entrare nel tuo cuore, il tuo cammino si svolgerà nella pace e non ti avvicinerà nessun male, ma ogni avversità dell’anima si terrà lontana da te. Se dunque brami, figlio, di combattere per il Signore, cerca di non combattere per nessun altro al di fuori di lui. Come i soldati di un re terreno obbediscono a tutti i suoi comandi, così i soldati del Re celeste devono custodire i precetti divini. Il soldato terreno è pronto e disposto ad andare in qualsiasi luogo venga mandato: quanto più il soldato di Cristo deve obbedire senza indugio al comando del suo Re! Il primo si serve di armi carnali contro un nemico carnale, tu invece hai bisogno di armi spirituali contro il nemico spirituale. Il primo indossa sul capo l’elmo di ferro, ma il tuo elmo sia Cristo che è il tuo capo. Il primo, per non essere ferito, si riveste di una corazza, ma circondati della fede in Cristo a guisa di corazza. Il soldato per la fatica terrena riceve un premio terreno, tu invece per la fatica spirituale riceverai il premio celeste. Infatti il premio celeste spetta al monaco che rigetta lontano da sé le azioni mondane e non si implica degli affari del secolo, militando per Dio. Tu dunque considera per quale re accettasti di combattere, quanto superiore del regno terreno è l’impero celeste, quanto più eccellente della milizia terrestre è il grado della tua milizia. Se pensi di costruire una torre, preparati i mezzi per l’edificio, affinché dopo averlo cominciato possa portarlo a compimento, per non dare motivo alla derisione dei circostanti (cfr. Lc 14,28). Questa torre non viene costruita con pietre, ma con le virtù dell’anima; non ha bisogno di somme d’oro o d’argento, ma di una fedele condotta di vita. Serba un’unica direzione, figlio, se desideri servire all’unico Signore e non cercare di piacere a nessun altro nella vita, se non a lui solo.
    [ Foto e testi tratto dal sito a cura dei Monaci Benedettini Silvestrini del Monastero San Vincenzo M. ]

    Ultima modifica di Guelfo Nero; 05-10-12 alle 13:05

  6. #6
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    Predefinito re: 31 ottobre 2012: VIGILIA di Ognissanti

    6 ottobre 2012: San Brunone, confessore

    Colonia (Germania), intorno al 1030 - Serra San Bruno (Vibo Valentia), 6 ottobre 1101

    Nato in Germania nel 1030 e vissuto poi tra il suo Paese, la Francia e l'Italia, dove morì nel 1101, Bruno o Brunone, professore di teologia e filosofia, sceglie ben presto la strada della vita eremitica. Trova così sei compagni che la pensano come lui e il vescovo Ugo di Grenoble li aiuta a stabilirsi in una località selvaggia detta «chartusia» (chartreuse in francese). Lì si costruiscono un ambiente per la preghiera comune, e sette baracche dove ciascuno vive pregando e lavorando: una vita da eremiti, con momenti comunitari. Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 se lo ritrova papa col nome di Urbano II, che lo sceglie come consigliere. Ottiene da lui riconoscimento e autonomia per il monastero fondato presso Grenoble, poi noto come Grande Chartreuse. In Calabria nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia) fonda una nuova comunità. Più tardi, a poca distanza, costruirà un altro monastero per la vita comunitaria. È il luogo accanto al quale sorgeranno poi le prime case dell'attuale Serra San Bruno. (Avvenire)

    Martirologio Romano: San Bruno, sacerdote, che, originario di Colonia in Lotaringia, nel territorio dell’odierna Germania, dopo avere insegnato la teologia in Francia, desideroso di condurre vita solitaria, fondò con pochi discepoli nella deserta valle di Chartroux un Ordine, in cui la solitudine eremitica si combinasse con una minima forma di vita comunitaria. Chiamato a Roma dal papa beato Urbano II, perché lo aiutasse nelle necessità della Chiesa, riuscì tuttavia a trascorrere gli ultimi anni della sua vita in un eremo vicino al monastero di La Torre in Calabria.

    Santi, beati e testimoni - Enciclopedia dei Santi


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    Predefinito re: 31 ottobre 2012: VIGILIA di Ognissanti

    7 OTTOBRE 2012

    FESTA DEL SANTO ROSARIO



    Devozione della Chiesa per Maria.

    La Liturgia nel corso dell'anno ci ha mostrato più volte che Gesù e Maria sono così uniti nel piano divino della Redenzione che si incontrano sempre insieme ed è impossibile separarli sia nel culto pubblico che nella devozione privata. La Chiesa, che proclama Maria Mediatrice di tutte le grazie, la invoca continuamente per ottenere i frutti della Redenzione che con il Figlio ha acquistati. Comincia sempre l'anno liturgico col tempo di Avvento, che è un vero mese di Maria, invita i fedeli a consacrarle il mese di maggio, ha disposto che il mese di ottobre sia il mese del Rosario e le feste di Maria nel Calendario Liturgico sono così numerose che non passa un giorno solo dell'anno, senza che Maria in qualche luogo della terra sia festeggiata sotto un titolo o sotto un altro, dalla Chiesa universale, da una diocesi o da un Ordine religioso.



    La festa del Rosario.

    La Chiesa riassume nella festa di oggi tutte le solennità dell'anno e, con i misteri di Gesù e della Madre sua, compone come un'immensa ghirlanda per unirci a questi misteri e farceli vivere e una triplice corona, che posa sulla testa di Colei, che il Cristo Re ha incoronata Regina e Signora dell'Universo, nel giorno del suo ingresso in cielo.

    Misteri di gioia che ci riparlano dell'Annunciazione, della Visitazione, della Natività, della Purificazione di Maria, di Gesù ritrovato nel tempio; Misteri di dolore, dell'agonia, della flagellazione, della coronazione di spine, della croce sulle spalle piagate e della crocifissione; Misteri di gloria, cioè della Risurrezione, dell'Ascensione del Salvatore, della Pentecoste, dell'Assunzione e dell'incoronazione della Madre di Dio. Ecco il Rosario di Maria.



    Storia della festa.

    La festa del Rosario fu istituita da san Pio V, in ricordo della vittoria riportata a Lepanto sui Turchi. È, cosa nota come nel secolo XVI dopo avere occupato Costantinopoli, Belgrado e Rodi, i Maomettani minacciassero l'intera cristianità. Il Papa san Pio V, alleato con il re di Spagna Filippo II e la Repubblica di Venezia, dichiarò la guerra e Don Giovanni d'Austria, comandante della flotta, ebbe l'ordine di dar battaglia il più presto possibile. Saputo che la flotta turca era nel golfo di Lepanto, l'attaccò il 7 ottobre dei 1571 presso le isole Echinadi. Nel mondo intero le confraternite del Rosario pregavano intanto con fiducia. I soldati di Don Giovanni d'Austria implorarono il soccorso del cielo in ginocchio e poi, sebbene inferiori per numero, cominciarono la lotta. Dopo 4 ore di battaglia spaventosa, di 300 vascelli nemici solo 40 poterono fuggire e gli altri erano colati a picco mentre 40.000 turchi erano morti. L'Europa era salva.

    Nell'istante stesso in cui seguivano gli avvenimenti, san Pio V aveva la visione della vittoria, si inginocchiava per ringraziare il cielo e ordinava per il 7 ottobre di ogni anno una festa in onore della Vergine delle Vittorie, titolo cambiato poi da Gregorio XIII in quello di Madonna del Rosario.



    Il Rosario.

    L'uso di recitare Pater e Ave Maria risale a tempi remotissimi, ma la preghiera meditata del Rosario come noi l'abbiamo oggi è attribuita a san Domenico. È per lo meno certo che egli molto lavorò con i suoi religiosi per la propagazione del Rosario e che ne fece l'arma principale nella lotta contro gli eretici Albigesi, che nel secolo XIII infestavano il sud della Francia.

    La pia pratica tende a far rivivere nell'anima nostra i misteri della nostra salvezza, mentre con la loro meditazione si accompagna la recita di decine di Ave Maria, precedute dal Pater e seguite dal Gloria Patri. A prima vista la recita di molte Ave Maria può parere cosa monotona, ma con un poco di attenzione e di abitudine, la meditazione, sempre nuova e più approfondita, dei misteri della nostra salvezza, porta grandiosità e varietà. D'altra parte si può dire che nel Rosario si trova tutta la religione e come la somma di tutto il cristianesimo.

    Il Rosario è una somma di fede: riassunto cioè delle verità che noi dobbiamo credere, che ci presenta sotto forma sensibile e vivente. Le espone unendovi la preghiera, che ottiene la grazia per meglio comprenderle e gustarle.

    Il Rosario è una somma di morale: Tutta la morale si riassume nel seguire e imitare Colui, che è " la Via, la Verità, la Vita " e con la preghiera dei Rosario noi otteniamo da Maria la grazia e la forza di imitare il suo divino Figliolo.

    Il Rosario è una somma di culto: Unendoci a Cristo nei misteri meditati, diamo al Padre l'adorazione in spirito e verità, che Egli da noi attende e ci uniamo a Gesù e Maria per chiedere, con loro e per mezzo loro, le grazie delle quali abbiamo bisogno.

    Il Rosario sviluppa le virtù teologali e ci offre il mezzo di irrobustire la nostra carità, fortificando le virtù della speranza e della fede, perché "con la meditazione frequente di questi misteri l'anima si infiamma di amore e di riconoscenza di fronte alle prove di amore che Dio ci ha date e desidera con ardore le ricompense celesti, che Cristo ha conquistate per quelli che saranno uniti a Lui, imitando i suoi esempi e partecipando ai suoi dolori. In questa forma di orazione la preghiera si esprime con parole, che vengono da Dio stesso, dall'Arcangelo Gabriele e dalla Chiesa ed è piena di lodi e di domande salutari, mentre si rinnova e si prolunga in ordine, determinato e vario nello stesso tempo, e produce frutti di pietà sempre dolci e sempre nuovi" (Enciclica Octobri mense del 22 settembre 1891).

    Il Rosario unisce le nostre preghiere a quelle di Maria nostra Madre. "Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi poveri peccatori". Ripetiamo con rispetto il saluto dell'Angelo e umilmente aggiungiamo la supplica della confidenza filiale. Se la divinità, anche se incarnata e fatta uomo, resta capace di incutere timore, quale timore potremmo avere di questa donna della stessa nostra natura, che ha in eterno il compito di comunicare alle creature le ricchezze e le misericordie dell'Altissimo? Confidenza filiale. Sì, perché l'onnipotenza di Maria viene dal fatto di essere Madre di Gesù, l'Onnipotente, e ha diritto alla nostra confidenza, perché è nello stesso tempo nostra Madre, non solo in virtù del testamento dettato da Gesù sulla Croce, quando disse a Giovanni: "Ecco tua Madre", e a Maria: "Ecco tuo figlio", ma ancora perché nell'istante dell'Incarnazione, la Vergine concepì, insieme con Gesù, tutta l'umanità, che egli incorporava a sé.

    Membri del Corpo mistico di cui Cristo è il capo, siamo stati formati con Gesù nel seno materno della Vergine Maria e vi restiamo fino al giorno della nostra nascita alla vita eterna.

    Maternità spirituale, ma vera, che ci mette con la Madre in rapporti di dipendenza e di intimità profondi, rapporti di bambino nel seno della Madre.

    Qui è il segreto della nostra devozione per Maria: è nostra Madre e come tale sappiamo di poter tutto chiedere al suo amore, perché siamo suoi figli!

    Ma, se la madre, appunto perché madre, pensa necessariamente ai suoi figli, i figli, per l'età, sono facili a distrarsi e il Rosario è lo strumento benedetto che conserva la nostra intimità con Maria e ci fa penetrare sempre più profondamente nel suo cuore.

    Strumento divino il Rosario che la Vergine porta in tutte le sue apparizioni da un secolo in qua e che non cessa di raccomandare. Strumento della devozione cattolica per eccellenza, in cui l'umile donna senza istruzione e il sapiente teologo sono a loro agio, perché vi trovano il cammino luminoso e splendido, la via mariana, che conduce a Cristo e, per Cristo, al Padre.

    Così considerato il Rosario realizza tutte le condizioni di una preghiera efficace, ci fa vivere nell'intimità di Maria e, essendo essa Mediatrice, suo compito è di condurci a Dio, di portare le nostre preghiere fino al cuore di Dio. Per Maria diciamo i Pater, che inquadrano le decine di Ave Maria, e, siccome quella è la preghiera di Cristo e contiene tutto ciò che Dio volle che noi gli chiedessimo, noi siamo sicuri di essere esauditi.



    MESSA



    EPISTOLA (Prov. 8, 22-25; 32-35). - Il Signore mi possedette all'inizio delle sue opere, fin dal principio, avanti la creazione. Ab aeterno fui stabilita, al principio, avanti che fosse fatta la terra. Non erano ancora gli abissi, ed io ero già concepita. Or dunque, o figli, ascoltatemi: Beati quelli che battono le mie vie. Ascoltate i miei avvisi per diventare saggi: non li ricusate. Beato l'uomo che mi ascolta e veglia ogni giorno alla mia porta, e aspetta all'ingresso della mia casa. Chi troverà me, avrà trovato la vita, e riceverà dal Signore la salute.



    Maria nel compito di educatrice.

    Non si può eludere il carattere mariano di questa pagina dei Proverbi, obiettando che si applica al Verbo Incarnato e solo per accomodamento la Chiesa la riferisce alla Santa Vergine. La Chiesa non fa giochi di parole e la Liturgia non si diverte a far bisticci. Trattandosi di vite, che nel pensiero di Dio e nella realtà sono unite insieme, come le vite del Signore e della Madre sua unite nello stesso decreto di predestinazione, il senso accomodatizio è in sé e deve esserlo per noi uno degli aspetti multipli del senso letterale.

    "Giova a noi, per onorare Maria, considerarla agente della nostra educazione soprannaturale. Noi non siamo mai grandi per Dio, né per la nostra madre, né per la Madre di Dio. Come non vi è cristianesimo senza la Santa Vergine così se l'amore di Dio non è accompagnato da un tenero amore per la Santa Vergine qualsiasi vita soprannaturale è in qualche modo mancante.

    Maria è tutto quello che Essa insegnerà a chi l'ascolta e l'ama: l'esempio, la carità, l'influenza persuasiva...

    Maria ha educato il Figlio ed educherà noi. Non si resiste ad una Madre" (Dom Delatte, Omelie sulla Santa Vergine, Plon, 1951).



    Parole benedette.

    Il Vangelo è quello del Santo nome di Maria del 12 settembre.

    Il Vangelo dell'Incarnazione dei quale rileggiamo volentieri le parole. Parole benedette perché vengono da Dio: L'Angelo infatti ne è soltanto il messaggero, parole e messaggio gli sono stati affidati da Dio. Parole benedette perché vengono da Maria, che, sola, poté riferire con ferma precisione di dettagli, che rivelano un testimonio e una esperienza immediata.



    Messaggio di gioia.

    Questo messaggio è un messaggio di gioia. La gioia mancava nel mondo da molto tempo: era sparita dopo il primo peccato. Tutta l'economia dell'Antico Testamento e tutta la storia dell'umanità portavano un velo di tristezza, perché era continuamente presente all'uomo la coscienza di una inimicizia nei suoi rapporti con Dio, che doveva ancora essere espiata. Il messaggio è preceduto da un saluto pieno di gioia e da una parola pacifica, carezzevole: Ave. Questo Ave, primo elemento del messaggio, detto una volta verrà poi ripetuto per l'eternità.



    La fede di Maria.

    La fede di Maria fu perfetta e non dubitò della verità divina neppure nel momento in cui chiedeva all'Angelo come si poteva compiere il messaggio. Gabriele rivelò il modo verginale della concezione promessa, sollecitando il consenso della Vergine per l'unione ipostatica, perché, per l'onore della Vergine e per l'onore della natura umana, Dio voleva avere da Maria il posto che avrebbe occupato nella sua creazione. E allora fu pronunziata con libertà e con consapevolezza la parola, che farà eco fino all'eternità: "Io sono l'umile ancella dei Signore: sia fatto secondo la sua volontà" (Dom Delatte: Opere citate).



    Preghiera alla Vergine del Rosario.

    Ti saluto, o Maria, nella dolcezza del tuo gioioso mistero e all'inizio della beata Incarnazione, che fece di te la Madre dei Salvatore e la madre dell'anima mia. Ti benedico per la luce dolcissima che hai portato sulla terra.

    O Signora di ogni gioia, insegnaci le virtù che danno la pace ai cuori e, su questa terra, dove il dolore abbonda, fa che i figli camminino nella luce di Dio affinché, la loro mano nella tua mano materna, possano raggiungere e possedere pienamente la meta cui il tuo cuore li chiama, il Figlio del tuo amore, il Signore Gesù.

    Ti saluto, o Maria, Madre del dolore, nel mistero dell'amore più grande, nella Passione e nella morte del mio Signore Gesù Cristo e, unendo le mie lacrime alle tue, vorrei amarti in modo che il mio cuore, ferito come il tuo dai chiodi che hanno straziato il mio Salvatore, sanguinasse come sanguinano quelli del Figlio e della Madre. Ti benedico, o Madre del Redentore e Corredentrice, nel purpureo splendore dell'Amore crocifisso, ti benedico per il sacrificio, accettato al tempio ed ora consumato con l'offerta alla giustizia di Dio del Figlio della tua tenerezza e della tua verginità, in olocausto perfetto.

    Ti benedico, perché il sangue prezioso che ora cola per lavare i peccati degli uomini, ebbe la sua sorgente nel tuo Cuore purissimo. Ti supplico, o Madre mia, di condurmi alle vette dall'amore che solo l'unione più intima alla Passione e alla morte dell'amato Signore può far raggiungere.

    Ti saluto, Maria, nella gloria della tua Regalità. Il dolore della terra ha ceduto il posto a delizie infinite e la porpora sanguinante ti ha tessuto il manto meraviglioso, che si addice alla Madre dei Re dei re e alla Regina degli Angeli. Permetti che levi i miei occhi verso di te durante lo splendore dei tuoi trionfi, o mia amabile Sovrana, e diranno i miei occhi, meglio di qualsiasi parola, l'amore del figlio il desiderio di contemplarti con Gesù nell'eternità, perché tu se!, Bella, perché sei Buona, o Clemente, o Pia, o Dolce Vergine Maria!



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, Alba, 1959, p. 1150-1156


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    Predefinito re: 31 ottobre 2012: VIGILIA di Ognissanti

    Marco, papa, santo, Romano (18 gennaio 336 - 7 ottobre 336). Nel 1048 le reliquie furono portate dal Cimitero di Balbina a Velletri e nel 1145, dopo varie traversie, traslate dal Castello di Giuliano a S. Marco Evangelista in Campidoglio. Il santo pontefice riposa nell’arca granitica posta sotto l’altare maggiore, che fu consacrato il 22 aprile 1737 dal cardinale Guadagni il quale per la cerimonia adoperò reliquie non insigni dei martiri Urbano e Valentino. Nel 1948 è stata ritrovata la pergamena della ricognizione delle reliquie effettuata dal cardinale Marco Bembo. La basilica conserva un vero tesoro di reliquiari, ne ricordiamo tre, anche se custodiscono resti non insigni. Il primo contiene una parte del braccio di S. Patrizio e fu offerto dal cardinale titolare Domenico Bartolini (1876-1887). Il secondo, con un dito del Beato Gregoriano Barbarigo, venne donato alla basilica da Clemente XIII nel giugno del 1767; del beato sono conservati altri resti non insigni nel Tesoro del Laterano. Il terzo, contenente una reliquia di S. Marco Evangelista, fu donato nel 1862 dal cardinale titolare Pietro De Silvestri.
    M.R.: 7 ottobre - A Roma, sulla via Ardeatina, la deposizione di san Marco, Papa e Confessore.

    [ Tratto dall'opera «Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma» di Giovanni Sicari ]


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    Predefinito re: 31 ottobre 2012: VIGILIA di Ognissanti



    7 ottobre 2012: Ss. Marcello, Apuleio, Sergio e Bacco, martiri

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    Predefinito re: 31 ottobre 2012: VIGILIA di Ognissanti

    7 ottobre 2012

    Memoria della DOMENICA DICIANNOVESIMA
    DOPO LA PENTECOSTE

    MESSA

    Il capo augusto del popolo di Dio è salvezza dei suoi in tutti i loro mali e lo ha dimostrato in modo evidente domenica scorsa, ridonando salute al corpo e all'anima del povero paralitico, che ci raffigurava tutti. Ascoltiamo con riconoscenza ed amore la sua voce e promettiamo la fedeltà che chiede. La sua legge osservata ci difenderà dalle ricadute.

    EPISTOLA (Ef 4,23-28). - Fratelli: Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, rivestitevi dell'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. Lasciate quindi da parte ogni menzogna, parli ciascuno secondo la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri. se vi adirate guardatevi dal peccare: il sole non tramonti sopra l'ira vostra, né fate posto al diavolo. Chi rubava non rubi più, ma faccia piuttosto con le sue mani qualche onesto lavoro in modo che abbia qualcosa da donare ai bisognosi.

    La Chiesa riprende oggi la lettura della lettera agli Efesini sospesa domenica. L'Apostolo che ha posto prima i principi della vera santità, ne deduce adesso le conseguenze morali.

    L'uomo nuovo.

    Apprendiamo nell'Epistola la morale di san Paolo, che cosa egli intenda per giustizia della verità, che è quella di Cristo (Rm 13,14) e dell'uomo nuovo, che chi aspira al possesso delle ricchezze enumerate nei passi precedenti della sua lettera immortale deve rivestire. Chi rilegge l'Epistola della domenica decimasettima trova che tutte le regole dell'ascetismo cristiano e della vita mistica si riassumono per l'Apostolo in queste parole: Preoccupiamoci dell'unità (Ef 4,3). Questa massima che egli dà ai principianti e ai perfetti è il coronamento delle vocazioni più sublimi nell'ordine della grazia, come è fondamento e ragione di tutti i comandamenti di Dio, sicché, se noi dobbiamo evitare la menzogna e dire il vero a chi ci ascolta, per l'Apostolo il motivo è questo: Perché noi siamo membra l'uno dell'altro!

    È santo lo sdegno di cui parlava il salmista destato (Sal 4,5) in certe occasioni dallo zelo della legge divina e della carità, ma il movimento di irritazione sorto nell'anima deve anche allora calmarsi prestissimo. Il prolungarlo sarebbe far posto al diavolo e dargli modo di scuotere e rovesciare in noi l'edificio della santa unità con il rancore e l'astio.

    Prima della nostra conversione, il prossimo soffriva non meno di Dio per i nostri falli, l'ingiustizia ci toccava poco, quando passava inavvertita, l'egoismo era legge per noi ed era a garanzia del regno di Satana nelle nostre anime. Ora lo Spirito di santità ha cacciato l'indegno usurpatore e il segno migliore del dominio riconquistato è il fatto che noi non solo sentiamo che i diritti del prossimo sono sacri, ma ancora che il nostro lavoro e tutta la nostra attività si ispira al pensiero delle necessità del prossimo, alle quali occorre provvedere, e come l'Apostolo prosegue e conclude poco dopo, essendo imitatori di Dio, come figli suoi carissimi, camminiamo nell'amore (Ef 5,1-2).

    VANGELO (Mt 22,2-14). - In quel tempo: Gesù parlava ai principi dei sacerdoti e ai Farisei in parabole, dicendo: Il regno dei cieli è simile ad un re il quale fece le nozze a suo figlio. E mandò i servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò ancora altri servi, dicendo: Dite agli invitati: Ecco il mio pranzo è già apparecchiato, si sono ammazzati i buoi e gli animali ingrassati, e tutto è pronto: venite alle nozze. Ma quelli non se ne presero cura e andarono chi al suo campo e chi al suo negozio. Allora poi presero i servitori, li oltraggiarono e li uccisero. Avendo udito quanto era avvenuto, il re fu pieno d'ira e mandò le sue milizie a sterminare quegli omicidi e a dar fuoco alle loro città. Quindi disse ai suoi servi: Le nozze son pronte, ma gli invitati non erano degni. Andate dunque ai crocicchi delle strade e, quanti troverete, chiamateli alle nozze. E usciti per le strade i servi di lui radunarono quanto trovarono, buoni e cattivi, e la sala delle nozze fu piena d'invitati. Or entrato il re a vederli, vi notò un uomo che non era in abito di nozze. E gli disse: Amico, come sei entrato qua senza la veste da nozze? E colui ammutolì. Allora disse il re ai servi: Legatelo mani e piedi, e gettatelo fuori, nel buio; ivi sarà pianto e stridor di denti. Perché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti.

    Le nozze del Figlio di Dio.

    Tutto quanto abbiamo veduto nelle domeniche scorse ci ha mostrato la Chiesa preoccupata soltanto di preparare l'umanità a queste meravigliose nozze, che sono l'unico fine perseguito dal Verbo, venendo sulla terra. Nell'esilio che si prolunga, la Sposa del Figlio di Dio ci è apparsa modello vivente dei suoi figli e ha sempre cercato di istruire questi figli, perché potessero capire il grande mistero della unione divina. Tre settimane or sono (XVI Domenica dopo Pentecoste) sentendo direttamente la sua sola preoccupazione di Madre e di Sposa, ricordava ai figli la chiamata ineffabile e, otto giorni dopo (XVII Domenica dopo Pentecoste) per le sue premure, lo sposo delle nozze cui erano invitati si rivelava nell'Uomo-Dio, oggetto del doppio precetto dell'amore, che riassume tutta la legge. Oggi l'insegnamento si completa e la Chiesa lo precisa nella Officiatura della notte, in cui abbiamo tutto il pensiero di san Gregorio, eminente Dottore e grande Papa che, in nome della Chiesa, spiega il Vangelo così:

    Il commento di san Gregorio.

    "Il regno dei cieli è l'assemblea dei giusti. Il Signore dice infatti per mezzo di un profeta: Mio trono è il cielo (Is 56,1); e Salomone dice a sua volta: L'anima del giusto è il trono della Sapienza (Sap 7,27), mentre Paolo chiama il Cristo: Sapienza di Dio (1Cor 1,24). Se il cielo è il trono di Dio, essendo la Sapienza Dio ed essendo l'anima del giusto trono della Sapienza, dobbiamo concludere che l'anima del giusto è un cielo... e veramente il regno dei cieli è l'assemblea dei giusti... Se questo regno è detto simile a un re che celebra le nozze del figlio, il vostro amore comprende subito quale sia questo re, padre di un figlio, che è re come lui e cioè che è quello di cui nel salmo è detto: Concedi, o Dio, al Re il tuo diritto e al Figlio del Re la tua giustizia (Sal 71,2). Dio Padre fece le nozze di Dio, suo Figlio, quando lo unì alla natura umana e dispose che colui, che era Dio prima dei secoli, divenisse uomo alla fine dei tempi, ma noi dobbiamo evitare il pericolo che si possa intendere una dualità di persone nel nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo e perciò è più chiaro e più sicuro dire che il Padre fece le nozze del Re, suo Figlio, unendo a Lui, nel mistero dell'Incarnazione, la Santa Chiesa. In seno alla Vergine Madre fu la camera nuziale di questo Sposo di cui il salmista disse (Sal 18,6): Stabilì la sua tenda nel sole, egli è lo Sposo che esce dalla camera nuziale" (Omelia XXXVIII sul Vangelo).

    PREGHIAMO

    Dio onnipotente e misericordioso, togli ogni ostacolo dal nostro cammino, affinché, liberi nell'anima e nel corpo, ti serviamo con tutto lo slancio del cuore.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 511-514

 

 
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