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  • 1 Post By MaRcO88

Discussione: Se n'è andato Eric Hobsbawm, l'autore (tra gli altri) de "Il secolo breve"

  1. #1
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    Predefinito Se n'è andato Eric Hobsbawm, l'autore (tra gli altri) de "Il secolo breve"

    E’ morto a Londra lo storico Eric Hobsbawm

    1 / 10 / 2012

    Eric Hobsbawm, uno dei più noti storici del Ventesimo secolo, è morto a 95 anni al Royal Free Hospital di Londra dopo una lunga malattia. Lo riferisce la figlia Julia. Aveva 95 anni. Hobsbawm, di formazione marxista, ha influenzato generazioni di storici e pensatori politici. E’ morto nelle prime ore di stamattina, 1 ottobre 2012, e aveva una polmonite. L’esperienza di studente negli anni Trenta in Germania rafforza le sue posizioni di sinistra; nel 1936 lo storico entra nel Partito comunista britannico e ne rimase membro per diversi decenni, nonostante la disillusione per la situazione in Unione Sovietica. Nel 1962 pubblica il primo dei tre volumi sul periodo definito da lui come il ‘lungo XIX secolo’, che va dal 1789 al 1914. In un volume successivo, ‘L’età degli estremi’, racconta la storia del periodo successivo, fino al 1991. E’ noto anche per il suo saggio ‘Il secolo breve’ sul ventesimo secolo. Il suo ultimo libro, ‘Come cambiare il mondo’, pubblicato nel 2011.Eric Hobsbawm è stato tra i principali ispiratori del New Labour, anche se poi ha criticato il governo di Tony Blair. Nato ad Alessandria, in Egitto, nel 1917, da una famiglia ebrea di origini austriache, è arrivato giovanissimo a Londra, nel 1933.Hobsbawm si è laureato presso il King’s College di Cambridge. Ha insegnato dal 1959 al Birkbeck College dell’Università di Londra e negli anni sessanta è stato professore con incarichi limitati a Stanford. Nel 1970 è stato nominato professore ordinario; nel 1978 è entrato, invece, a far parte della British Academy ed ha esercitato la sua professione fino al 1982, seppur con alcune nomine provvisorie, tra cui quella alla Nuova Scuola per la Ricerche Sociali (The New School for Social Research) di Manhattan. Nel 2003 gli è stato assegnato il Premio Balzan per la storia europea dal 1900. “Con Eric Hobsbawm scompare uno dei più importanti intellettuali e divulgatori marxisti” è il commento di Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci che sulla scomparsa di Hobsbawn aggiunge: “A lui si devono fondamentali studi sul
    movimento operaio inglese ed europeo. Con il suo libro ‘Il secolo breve’ ha portato il Novecento nel secolo nuovo, non rinunciando mai ad una critica serrata e ad una tensione verso l’emancipazione ed il cambiamento”.
    E’ morto a Londra lo storico Eric Hobsbawm : Poesia, di Luigia Sorrentino
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    -Ma dai, sarà la bora..
    -Ma non siamo a Trieste!

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  2. #2
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    Predefinito Re: Se n'è andato Eric Hobsbawm, l'autore (tra gli altri) de "Il secolo breve"


  3. #3
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    Predefinito Re: Se n'è andato Eric Hobsbawm, l'autore (tra gli altri) de "Il secolo breve"

    Citazione Originariamente Scritto da Kowalsky Visualizza Messaggio
    però non ha mai chiesto scusa per i 300 miGliardi di morti nei Gulash sovietici

    ah complimenti per il tuo blog. sputtanamento del mediocrissimo vegetti, ottimo anche l'articolo di gibson sulle disegualianze regionali. quando l'ho letto in inglese è stato per me una piacevole sorpresa sebbene sia una tesi simile a quella che io sostenevo da tempo
    Militia est vita nostra super terram.
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  4. #4
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    Predefinito Re: Se n'è andato Eric Hobsbawm, l'autore (tra gli altri) de "Il secolo breve"

    pardon visetti
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  5. #5
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    Predefinito Re: Se n'è andato Eric Hobsbawm, l'autore (tra gli altri) de "Il secolo breve"

    Grazie Red

    un intervento di Azzarà su Micromega

    Il secolo di Eric Hobsbawm


    Eric Hobsbawm ha attraversato nella sua non breve ed intensa vita tutti gli snodi e i luoghi più importanti di quel secolo complicato il cui studio, un giorno, gli avrebbe dato notorietà anche al di là della cerchia strettamente accademica: aveva radici nell’impero asburgico, dal quale proveniva la madre viennese, e in quello russo, nel quale era nato il padre polacco; deve i natali nella Alessandria d’Egitto del 1917 al colonialismo britannico e ha conosciuto poi l’Austria e la Germania alla vigilia della grande crisi del 1929; per passare infine – provvidenzialmente, date le sue origini ebraiche – da Berlino a Londra all’avvento del nazismo. Qui, dopo la guerra, si svolgerà il suo impegno politico nel Partito comunista britannico e più avanti nella sinistra radicale inglese e da qui matureranno intensi rapporti con i settori più avanzati del mondo universitario statunitense e un legame privilegiato con l’Italia e il Pci della tradizione storicistica e gramsciana, un interlocutore che poteva comprenderne l’attitudine in misura certamente maggiore di quanto avvenisse nel mondo anglosassone. A Londra, soprattutto, si realizzerà un’ammirevole attività di ricerca che ne ha fatto uno dei maggiori storici contemporanei, come dovranno riconoscere anche quegli intellettuali che da lui erano più distanti sul piano politico e ideologico ma che non potranno fare a meno di studiarne i lavori e di utilizzarne le categorie interpretative.

    Hobsbawm esordisce come studioso dei movimenti ribellistici popolari, con un approccio che contribuirà, attraverso un percorso autonomo, a quel rinnovamento del metodo storiografico che nel dopoguerra è stato condotto in diversi contesti dalle “Annales” e da altri interpreti della storia sociale. Se oggi la storiografia non si limita più ad una disamina della sola dimensione politica degli eventi ma si sforza di illuminare la vita interna di un’epoca storica attraverso una sintesi di quel complesso di relazioni materiali, psicologiche e culturali delle quali è intessuta, è anche grazie a lui, come attestano gli interventi raccolti in Italia in uno dei suoi titoli più celebri, la Storia sociale del jazz, del 1982. La sua prima opera importante è però I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, del 1959, un libro molto utile per comprendere la differenza che intercorre tra il ribellismo spontaneo, di origine precapitalistica ma ancora parzialmente presente anche nel mondo in via di industrializzazione nel XIX e nel XX secolo, e quella potente macchina del conflitto organizzato e consapevole che è stato il movimento operaio socialista a partire dalla metà dell’Ottocento.

    La sua attenzione ai presupposti del modo di produzione industriale e delle sue specifiche strutture vitali è attestato da un altro importante studio come Pre-Capitalist Economic Formations, del 1965, mentre le potenti trasformazioni antropologiche del conflitto sono esemplificate da due opere come I banditi. Il banditismo sociale nell'età moderna, del 1969, e I rivoluzionari, del 1973. Ma è soprattutto come storico del capitalismo e del mondo borghese che Hobsbawm ha dato il meglio di sé in opere che sono ormai considerate delle fonti imprescindibili, come Le rivoluzioni borghesi. 1789-1848, Il trionfo della borghesia. 1848-1875, L'Età degli imperi. 1875-1914, scritte tra il 1962 e il 1987. L’affresco di un mondo prima in prepotente ascesa e poi via via sempre più consapevole delle proprie contraddizioni, sino alla catastrofe del macello europeo, si dipana qui in una cavalcata che non è mai solo mera descrizione ma anzitutto studio materialistico delle dinamiche storiche profonde.

    Dobbiamo ad Hobsbawm, ad esempio, una decisiva comprensione della natura mista e mai pura delle formazioni economico-sociali di volta in volta vigenti, nelle quali non si trova mai soltanto ciò che chiamiamo capitalismo ma sempre quest’ultimo intrecciato in vari modi a resistenze ereditate dalle formazioni precedenti. Così come gli dobbiamo una prima esposizione sistematica della dialettica di classe nel XIX secolo, un periodo che al conflitto tra borghesia e aristocrazia vede seguire, dopo il 1848, la progressiva saldatura di un blocco liberal-conservatore che fu certo disuguale e non privo di contraddizioni ma anche pervicacemente unito di fronte al terribile nemico comune, il proletariato di fabbrica in via di crescente politicizzazione, secondo una acquisizione che sarà poi sviluppata da Arno J. Mayer.

    Ma, come detto, l’opera che lo ha reso noto al grande pubblico è certamente il Secolo breve, del 1994, il cui titolo originale è significativamente The Age of Extremes. Qui Hobsbawm distingue tre grandi fasi nella storia del Novecento: l’Età della catastrofe, che con la Prima guerra mondiale segna la fine del mondo borghese tradizionale e dei grandi imperi e vede poi esplodere il capitalismo industriale e la società di massa ma anche la vittoria imprevedibile della Rivoluzione d’Ottobre, sino allo scontro finale con il nazifascismo; l’Età dell’oro, e cioè quella del compromesso fordista-keynesiano, che ha segnato la crescita esponenziale delle società occidentali ma che ha anche visto il completamento del processo di decolonizzazione; infine l’età della Frana, quando assieme all’Urss crolla il nuovo Jus publicum europaeum fondato nel 1945 ma cominciano a cadere anche gli assetti sociali e politici che avevano assicurato il benessere occidentale, mentre la globalizzazione dà vita a nuovi imprevedibili scenari.

    Quella del titolo è certamente un’intuizione fortunata ma forse errata, come metterà in evidenza anche Giovanni Arrighi in un’opera che a tratti fa ad Hobsbawm da controcanto, Il lungo XX secolo. Ad uno sguardo che si allarga rispetto alla prospettiva europea, infatti, il XX secolo comincia semmai con la guerra ispano-americana per il controllo di Cuba nel 1898, quando viene lanciato quel progetto di Secolo Americano che si affermerà dopo la Prima guerra mondiale e che ancora perdura, a dispetto di tutte le forme di resistenza all’egemonismo statunitense. Che significato può avere poi quella definizione e quella periodizzazione dal punto di vista dell’Estremo Oriente e di nazioni-continente come la Cina, che hanno avuto certamente ritmi ben diversi? Tuttavia, è indubbio che di questo secolo Hobsbawm ha saputo analizzare a fondo i punti cruciali e le tendenze complessive, a partire dal ruolo della Rivoluzione d’ottobre come momento propulsivo di un processo di emancipazione mondiale e persino come principale fattore di induzione di quella decisiva serie di riforme “preventive” che hanno posto il sistema capitalistico sostanzialmente al riparo da ogni reale pericolo rivoluzionario.

    Anche rispetto a questo secolo che così profondamente ha segnato la sua esistenza, Hobsbawm cercherà però di mantenere il distacco e la lucidità dello storico attento ai fenomeni di più lunga durata, quando noterà, con qualche esagerazione, che prima di ogni altra cosa «il terzo quarto del secolo ha segnato la fine di sette o otto millenni di storia umana, iniziati all’età della pietra con l’invenzione dell’agricoltura, se non altro perché è venuta al termine la lunga era nella quale la stragrande maggioranza del genere umano è vissuta coltivando i campi e allevando gli animali». Ecco allora che «paragonato a questo cambiamento, il confronto tra “capitalismo” e “socialismo”, con o senza l’intervento di Stati e governi», agli studiosi futuri «sembrerà probabilmente assai meno interessante dal punto di vista storico: qualcosa di paragonabile, nel lungo periodo, alle guerre di religione del XVI e XVII secolo o alle crociate».

    E’ un giudizio che sembra rimuovere il conflitto politico determinato e la sua storicità concreta. C’è da chiedersi quanto in esso sia dovuto ad uno sforzo estremo di obiettività e quanto, invece, alla rassegnazione di chi è consapevole che la propria parte ha perduto e non riesce ancora a vedere quali inusitate forme assumeranno i conflitti del futuro.

 

 

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