"Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao

La precarietà come freno alla crescita

Guglielmo Forges Davanzati - 14 Luglio 2009

La crisi del pensiero liberista si manifesta, al momento, come riconoscimento
della necessità di un maggior intervento pubblico in economia, quanto più
possibile temporaneo, e preferibilmente limitato alla sola regolamentazione dei
mercati finanziari. Nulla si dice sulla deregolamentazione del mercato del
lavoro, ben poco se ne dibatte, e si stenta a riconoscere che, nella gran parte
dei casi, si è trattato di un clamoroso fallimento per gli obiettivi espliciti
che si proponeva: così che la `flessibilità' del lavoro resta, anche in regime
di crisi, un totem. E' opportuno premettere che, ad oggi, in Italia, non si
dispone di una stima esatta del numero di lavoratori precari: il che, in larga
misura, riflette le numerose tipologie contrattuali previste dalla legge 30,
alcune delle quali censibili come forme di lavoro autonomo. L'Istat individua 3
milioni e 400 mila posizioni di lavoro precarie, a fronte dei 4 milioni di
lavoratori precari censiti dall'Isfol[1].
Gli apologeti della flessibilità prevedevano, già dagli anni ottanta, che la
rimozione dei vincoli posti alle imprese dallo Statuto dei lavoratori in ordine
alla libertà di assunzione e licenziamento avrebbe accresciuto l'occupazione, e
dato impulso a una maggiore mobilità sociale, tale da portare anche alla
crescita delle retribuzioni medie. Dal 2003, anno di entrata in vigore della
legge 30 (la cosiddetta Legge Biagi), che ha impresso la più significativa
accelerazione alla destrutturazione del mercato del lavoro in Italia, il tasso
di occupazione in Italia non è aumentato, e nei tempi più recenti è aumentata
semmai la disoccupazione, anche al netto della crisi in atto. Può essere
sufficiente ricordare che, come certificato dall'Istat, nel 2008, il tasso di
disoccupazione è passato al 6,7%, dal 6,1% dell'anno precedente[2]. Per quanto
riguarda i salari, nel rapporto OCSE del maggio 2009 si legge che con un salario
netto di 21.374 dollari, l'Italia si colloca al ventitreesimo posto della
classifica dei 30 Paesi più industrializzati, e che – nel corso dell'ultimo
decennio – è il Paese che ha dato maggiore impulso alle politiche di
deregolamentazione del mercato del lavoro[3].
Vi sono due ordini di ragioni per le quali le politiche di flessibilità riducono
l'occupazione e i salari:
1) La precarietà disincentiva le innovazioni. Ciò accade perché se un'impresa
può ottenere profitti mediante l'uso `flessibile' della forza-lavoro, e, dunque,
comprimendo i salari e i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori,
non ha alcuna convenienza a utilizzare risorse per finanziare attività di
ricerca e sviluppo. Le quali, peraltro, danno risultati di lungo periodo,
difficilmente compatibili con ritmi di competizione – su scala globale – sempre
più accelerati. La compressione delle innovazioni riduce il tasso di crescita e,
di conseguenza, l'ammontare di prodotto sociale destinabile al lavoro
dipendente[4].
2) La precarietà riduce la propensione al consumo. La somministrazione di
contratti a tempo determinato accresce, infatti, l'incertezza dei lavoratori in
ordine al reddito futuro. Al fine di mantenere un profilo di consumi nel tempo
quanto più possibile inalterato – ovvero al fine di non impoverirsi nel caso di
mancato rinnovo del contratto – è ragionevole attendersi un aumento dei risparmi
oggi per far fronte all'eventualità di dover consumare domani senza reddito da
lavoro. Contestualmente, per l'operare di ciò che viene definito `effetto di
disciplina', la minaccia di licenziamento accresce l'intensità del lavoro. Il
corollario è duplice: da un lato, le imprese fronteggiano una domanda di beni di
consumo in calo; dall'altro, possono produrre quantità maggiori di beni e
servizi con un numero inferiore di lavoratori. L'esito inevitabile è il
licenziamento o la non assunzione[5].
A ciò si può aggiungere un'ulteriore considerazione. La compressione della
domanda, conseguente alla riduzione dei salari e dunque dei consumi derivante
dalle politiche di precarizzazione, incentiva le imprese a ridurre gli
investimenti produttivi – dal momento che la produzione di merci non troverebbe
sbocchi - e a dirottare quote crescenti del proprio capitale monetario in
attività finanziarie[6]. Si tratta di un fenomeno noto come "divenire rendita
del profitto", che è alla base dei recenti processi di `finanziarizzazione', e
che è accentuato dall'accelerazione dei tempi necessari di produzione e vendita
per far fronte alla concorrenza su scala globale. Si calcola, a riguardo, e con
riferimento agli Stati Uniti (e l'economia italiana non ne è esente), che
l'emissione netta di azioni da parte delle imprese non agricole e non
finanziarie è diventata permanentemente negativa nel periodo compreso fra il
1994 e il 2007[7]. Ciò significa che l'acquisizione di profitti mediante la
speculazione nei mercati finanziari è stata la strategia prevalente negli ultimi
dieci anni, e preferita dalla gran parte delle imprese (soprattutto di grandi
dimensioni) rispetto alla produzione "reale", ovvero nella produzione di beni e
servizi. Il processo ha dato luogo progressivamente a effetti di retroazione: la
precarizzazione del lavoro, comprimendo la domanda, ha indotto le imprese a
usare le proprie risorse in usi improduttivi, ovvero nella finanza
ultra-speculativa, che dà rendimenti elevati e in tempi rapidi mediante il solo
scambio di moneta contro moneta. Il che ha determinato un'ulteriore compressione
della produzione e, dunque, dell'occupazione e dei salari. Letta in
quest'ottica, la precarizzazione è stata - ed è - causa e, al tempo stesso,
effetto della finanziarizzazione. Essa ha contribuito al venir meno di quel
"patto implicito" sul quale, secondo Keynes, poteva reggersi la riproduzione
capitalistica: consentire ai capitalisti di appropriarsi della "parte migliore
della torta", ma solo a condizione di farne investimenti produttivi per farla
diventare più grande[8].
[1] Con la precisazione – non irrilevante - che la precarietà riguarda
prevalentemente le donne, che già costituiscono il segmento dell'offerta di
lavoro meno presente nel mercato del lavoro italiano.
[2] Va considerato che nel periodo che intercorre fra il c.d. pacchetto Treu e
il 2006 si è registrato, in Italia, un aumento dell'occupazione, imputato in
ambito neoliberista, proprio alle politiche di deregolamentazione del mercato
del lavoro. Tuttavia, come mostrato in particolare da Antonella Stirati, la
crescita dell'occupazione si è avuta nei settori nei quali sono meno diffusi i
contratti atipici, così che la crescita dell'occupazione nel periodo considerato
deve essere attribuita ad altre variabili. Si veda A.Stirati, La flessibilità
del mercato del lavoro e il mito del conflitto tra generazioni, in P.Leon e
R.Realfonzo (a cura di), L'economia della precarietà. Roma: Manifestolibri 2008,
pp.181-191.�
[3] Le premesse ideologiche di queste politiche sono state efficacemente
individuate da Angelo Salento, su questa rivista. Per un'analisi degli aspetti
economico-giuridici delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro
si rinvia all'intervento di Luigi Cavallaio del 9 dicembre 2008 su questa
rivista.
[4] Si rinvia, su questi aspetti, a G. Forges Davanzati and A. Pacella, Minimum
wage, credit rationing and unemployment in a monetary economy, "European Journal
of Economic and Social System", 2009, vol.XXII, n.1. Per un inquadramento più
generale del problema, sotto il profilo teorico ed empirico, si veda anche
P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L'economia della precarietà, Roma:
Manifestolibri, 2008.
[5] Per una trattazione analitica di questa tesi, si veda G. Forges Davanzati
and R. Realfonzo, Labour market deregulation and unemployment in a monetary
economy, in R. Arena and N. Salvadori (eds.), Money, credit and the role of the
State, Aldershot: Ashgate, 2004, pp.65-74.
[6] In tal senso, risulta non recepibile la tesi secondo la quale la "finanziarizzazione" dipenderebbe da una modifica delle preferenze degli operatori finanziari, che avrebbero assunto maggiore propensione al rischio. Sul tema, v. A.Graziani, La teoria monetaria della produzione, Arezzo: Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio, 1994, pp.155-156.�
[7] Si veda K.H. Roth, Crisi globale, proletarizzazione globale, contro-prospettive. Prime ipotesi di ricerca, in A. Fumagalli e S.Mezzadra (a cura di), Crisi dell'economia globale, Verona: Ombrecorte 2009, pp.175-208.
[8] Si può incidentalmente osservare che ciò che può sembrare, in prima battuta,un luogo comune - i precari non possono permettersi di fare figli - è, a ben vedere, assolutamente vero. L'Eurispes registra che la scelta della maternità è strettamente legata alle condizioni economico-sociali delle donne e, in particolare, alla precarietà lavorativa. Circa i due terzi degli intervistati si dichiara impossibilitato a progettare un ampliamento del proprio nucleo familiare, imputando questa scelta alla `flessibilità' del proprio contratto di lavoro.
L'Istat certifica che, al 2008, l'Italia è tra i paesi al mondo col più
basso indice di natalità, con una media di 1,30 figli per donna, il che
innanzitutto non consente il cosiddetto "ricambio delle generazioni", e il tasso
di natalità degli italiani è in costante calo da almeno un decennio. Si può
indurre che gran parte del fenomeno – che ovviamente attiene anche a
modificazioni di ordine sociale e culturale – è imputabile alla straordinaria
diffusione di contratti a termine, e ha un risvolto di lungo termine (etico ed
economico) che è totalmente trascurato, se non altro perché la riduzione del
tasso di natalità - al netto delle immigrazioni - implica una futura riduzione
dell'offerta di lavoro e del PIL potenziale futuro.