Hanno riaperto la prima "casa chiusa": l'Italia

di Gianfranco La Grassa - 04/10/2012

Fonte: Conflitti e strategie





1. Circa vent’anni fa, tramite “mani pulite”, venne messo fine al regime Dc-Psi e si cercò di affidare le sorti del paese alla “sinistra” (i “rinnegati” di ogni bandiera, ma soprattutto i fu piciisti). Alcuni punti della manovra sono pressoché certi, altri probabili, altri abbastanza oscuri, ecc. Di sicuro, essa partì da oltreoceano. Doveva essere stata pensata da molto tempo, ma venne innescata dopo il crollo dell’Urss con tutto il suo impero di cartapesta (anche quel crollo assai veloce e senza colpo ferire non è privo di interrogativi inevasi). Tutto sommato, il governo Dc-Psi era fedelmente “atlantico”, con qualche sfizio di autonomia solo per affari economici, ma chiuso ad ogni apertura politica ad est; perché sostituirlo con gli ex piciisti? A questa domanda è certo meno facile rispondere. Inoltre, sembra evidente che tale sostituzione fu promossa non dagli Usa nel loro complesso, ma principalmente (forse esclusivamente) da alcuni ambienti (credo in prevalenza democratici), senza però che gli altri avessero gran che da obiettare. Probabilmente, la decisione di questi ambienti era rafforzata dagli interessi di coloro che, in Italia, rappresentavano la parte più forte, e nel contempo più servile, della classe dirigente economica italiana, il principale esponente dei quali affermò senza esitazioni: “i miei interessi di destra sono meglio difesi dalla sinistra”. Questa smaccata e troppo scoperta dichiarazione di intenti fu dovuta solo alla voglia di favorire la vittoria elettorale della sinistra, dopo l’entrata in campo di Berlusconi, o forse da altro? Comunque fu un boomerang; e questo non era effetto voluto. Lo darei per certo; o quasi, poiché avrebbe potuto essere anche un avvertimento al cavaliere di non troppo disturbare in ogni caso la manovra eseguita con “mani pulite”, altrimenti si sarebbe proceduto contro di lui (come accadde con magistratura, il “ribaltone” di Bossi, ecc.).

Indubbiamente, la mossa Usa-Confindustria non ebbe esiti molto felici. In effetti, dopo aver tentato di appoggiare altre forze che vi si opponessero, scese in campo Berlusconi, che in un primo tempo era stato in posizione defilata, anzi aveva di fatto tradito Craxi e non aveva mostrato disfavore nei confronti di “mani pulite” (già un bell’opportunista all’epoca). Tuttavia, il modo di muoversi degli ex piciisti, cui era affidato il compito di sostituzione, fu da elefanti. Il vecchio vertice piciista (berlingueriano) che, già oltre un ventennio prima aveva iniziato le sue manovre di cambio di campo, aveva trovato dei successori di una inettitudine e stupidità politiche ancor oggi non poste in risalto da nessuno dei codardi resisi servi degli Usa senza più un briciolo di dignità. Fu relativamente facile per Berlusconi fare da bruscolino nelle ruote del farraginoso ingranaggio messo in movimento. Tuttavia, anche lui è ben misera cosa. Nel 2003, come detto più volte, su “spinta” (forse più “interessante” per lui di quanto siamo in grado di sapere) di Putin e Gazprom avviò una politica estera appena un po’ diversa, solo su questioni economiche in specie relative al settore energetico, cui noi abbiamo comunque dato un qualche risalto.

Del resto, le nostre buone ragioni vengono in luce oggi quando sono evidenti lo sconquasso e l’annientamento dei nostri interessi nazionali operati dal nuovo governo (patrocinato da Obama-Napolitano), con una classe dirigente paurosamente degradata. Il ventennio trascorso in totale assenza di politica, solo guidato dal “pro o contro Berlusconi”, ha fatto degenerare la situazione in Italia e reso incapace la sua popolazione di pensare e capirci qualcosa; per cui si può ormai considerare impossibile rattoppare “la barcaccia” per molti anni. Berlusconi ha mostrato le sue vere attitudini di “vigliaccone”, malgrado i pacchiani encomiastici auguri inviatigli per il 76.esimo compleanno da Putin (non sorprendono chi sa come in politica non esista la sincera amicizia, solo l’interesse e la convenienza; tuttavia, cosa si aspetti ancora il leader russo da un simile personaggio non è al momento comprensibile).

Difficile dire se qualcuno ha creduto di poter approfittare di questo “ventennio d’attesa” e di stallo per approntare qualche misura che infine infliggesse un colpo d’arresto alle mene dei “traditori” – in questo periodo collocati soprattutto (ma non esclusivamente) nella sedicente sinistra – per rilanciare una minima (e dico effettivamente: minima) autonomia nazionale. Se è esistito un simile proposito, è miseramente fallito. E’ stato forse parzialmente ostacolato l’originario progetto – cui si dà simbolicamente il nome del “panfilo Britannia” su cui avvenne un ormai ben noto incontro (noto ma non conosciuto nei dettagli) – di smantellare l’industria pubblica italiana; non per amore del “privato” e del “libero mercato”, semplicemente perché, per ragioni storiche, le imprese, che avrebbero potuto essere strategiche per la suddetta minima autonomia, si situavano nel “pubblico”.

Tali imprese non fanno gola alla miserabile classe dirigente italiana per la loro tipologia strategica, appartenendo ai settori fondamentali dell’energia e della “terza rivoluzione industriale”; sono invece desiderate in quanto remunerative, soprattutto perché ritenute utili dai centri strategici dominanti stranieri nella competizione apertasi ai fini della supremazia mondiale. Fra questi centri, i più potenti, e soprattutto quelli che hanno ormai asservito le classi “dirigenti” italiane (i nostri “cotonieri”), sono quelli statunitensi. Per le varie contingenze che hanno bloccato di fatto ogni vera evoluzione politica nell’Italia dell’ultimo ventennio – malgrado tutte le balle raccontate, infatti, non si è mai transitati dalla Prima Repubblica (ormai distrutta) alla Seconda – siamo rimasti una poltiglia informe che, come accade quando ogni “maturazione” è bloccata, ha subito fermentazioni nocive dovute ad agenti degenerativi.

Perfino un giornale come Libero scriveva il 29 settembre: “Con il Monti bis parte l’asta d’Italia: i grandi investitori internazionali appoggiano il premier tecnico nella speranza di poter acquistare a prezzi stracciati i gioielli nazionali, da Finmeccanica alla Snam”. Ovviamente, si nasconde sempre la prevalenza della politica, che viene forgiata dai centri strategici degli Usa (di Obama) e che mira, fra l’altro, al contenimento e indebolimento della Russia; in ogni caso, si intende impedire ogni apertura in quella direzione come già accadde nel mondo bipolare quando le frazioni socialdemocratiche tedesche di Brandt e Schmidt, e quelle piciiste italiane di Amendola & C., fallirono nei loro progetti e dovettero lasciare il campo agli oppositori. In Italia, ad es., presero il sopravvento i gruppi rappresentati da Berlinguer – appoggiati dalla falsa “sinistra radicale” degli “ingraiani” e, all’esterno, dei “manifestaioli” – con il conseguente completo capovolgimento della posizione del partito a favore degli Stati Uniti, sanzionato dal viaggio “culturale” in quel paese (1978) da chi era ancora considerato il vice di Amendola (ma ormai “volava” verso altri lidi).

Certamente, dati settori economici (sia produttivi sia finanziari), approfittando delle lotte condotte per favorire o invece impedire l’avvio del multipolarismo, intendono oggi godere dei profitti di possibile ottenimento mediante l’acquisizione della proprietà o direzione di imprese di grande rilevanza come la nostra Finmeccanica; e credo pure l’Eni, almeno da tenere sotto controllo. Tuttavia, lo scopo principale è pur sempre quello di acquisire solidi punti d’appoggio strategici in ben posizionate aree (tipo appunto l’Italia), su cui esercitare una più completa influenza. E’ appunto quella lotta per le sfere d’influenza che fu considerata da Lenin quale quinta caratteristica dell’imperialismo, in continuità con la (ma in realtà ben superiore d’importanza alla) quarta, costituita dal conflitto tra grandi imprese monopolistiche per il controllo del mercato mondiale.

Detto per inciso, Lenin era convinto assertore della tesi dell’imperialismo quale ultimo stadio dello sviluppo capitalistico (dopo sarebbe scoppiata la rivoluzione proletaria mondiale; sic!) e considerò dunque come prima caratteristica della fase la presenza dell’impresa monopolistica, nella simbiosi tra industria e banca (capitale finanziario). Se l’imperialismo viene infine considerato correttamente un periodo storico di policentrismo, la sua prima caratteristica diventa proprio la quinta indicata da Lenin; e la quarta (con l’acquisizione del controllo di importanti imprese strategiche) ne diventa una derivazione, una “subordinata”, pur se ovviamente non lo è affatto per i gruppi di capitalisti che acquisiscono la proprietà o il controllo delle imprese rilevate (meglio se “a prezzi stracciati”).



2. Nel 2009 entra di fatto in crisi la minima autonomia della politica estera (in specie energetica) italiana. Nel 2010 inizia la vera fase offensiva contro il debole “asse” Mosca-Roma-Tripoli. Vi sono i significativi viaggi di Napolitano e Fini negli Stati Uniti (il secondo, tornando, accentuerà l’iniziativa per la scissione nel Pdl); e, dopo lo stentato salvataggio del governo Berlusconi il 14 dicembre, si accentua il progressivo soffocamento e strozzamento dello stesso. Il “vigliaccone” – che aveva accolto pochi mesi prima Gheddafi con tutti gli onori, facendosi pure “bello” della prima dichiarazione in cui l’Italia ammetteva le sue colpe coloniali in Libia – tradisce quest’ultimo e partecipa, fingendo di storcere la bocca, al suo massacro (e a quello del paese arabo “amico”). Alla fine, dopo un tira e molla durato mesi, viene dato al cavaliere l’ordine di farsi da parte e subentra il progettato governo dei tecnici – preparato dal ridicolo, ma incompreso da una popolazione rimbecillita, tam-tam sulla crisi di Borsa, lo spread, ecc. – che non ha nulla di “tecnico” se non l’esigenza di non andare ad elezioni.

Sia che ci si vada in primavera, eventualità più probabile ma non del tutto certa, sia che si trovino nuove scuse (o magari si proroghino le vecchie) per rinviarle – bisognerebbe però allora escogitare qualcosa per garantire l’elezione di un presidente della Repubblica in continuità con l’attuale, ottima garanzia del predominio Usa in Italia – sembra evidente l’intenzione di non ripulire il marcio che, da vent’anni, si è andato accumulando nella situazione italiana, dove ormai la vera politica è stata ridotta a scambio di battute e pettegolezzi da “trani a gogò” (con solo generico riferimento al nome della canzone, che era cosa seria e piacevole). L’attuale governo Monti va considerato una mera prova generale del caos (meglio detto “casino”) indispensabile a scompaginare totalmente gli attuali sedicenti partiti (confuse accozzaglie di maneggioni) per arrivare a qualche formula in grado di garantire che i membri del futuro governo, se si riesce a fornirgli una più stabile maggioranza, siano puri esecutori di ordini provenienti da “altri ambienti”.

Questi ultimi sono tuttavia, essi pure, in preda a notevoli contrasti interni. Negli Usa, mi sembra evidente che si stiano scontrando – non però in modo che ci risultino del tutto chiare nelle loro differenze d’intenti – due o più linee strategiche (con i loro “contorni” tattici). Come riflesso di questo scontro, e con alcune particolarità proprie dati i vari interessi in gioco, si nota che anche il principale “soggetto” servitore degli Stati Uniti in Italia (fin dall’operazione “mani pulite”), cioè il complesso dei gruppi economico-finanziari raggruppati nella Confindustria e nell’Abi, è attraversato da “pulsioni” conflittuali, di cui non mi perito a fare l’analisi perché si tratta di una lotta interna con manifestazioni visibili (più che altro quelle verbali), ma in cui è difficile individuare le diverse posizioni. Alcuni hanno elogiato l’ultima uscita del presidente confindustriale, la richiesta di una diminuzione della pressione fiscale (soprattutto per le imprese) e la fine degli incentivi statali (ma quali e come?), uno dei cardini del cosiddetto consociativismo.

Non mi entusiasmerei così presto per affermazioni del genere. Intanto, appunto, quali incentivi togliere? Potrebbe poi trattarsi di dichiarazione soltanto tattica, in attesa dei nuovi eventi che andranno verificandosi sul piano interno e soprattutto internazionale. Infine, è fin troppo facile constatare ancora una volta in simili richieste il manifestarsi di una “sana” mentalità imprenditoriale, che vuole tenere la politica lontana dai calcoli della razionalità intrinseca alla “virtuosa” competizione nel “libero mercato”. Un minimo di conoscenza storica, oggi non a caso totalmente cancellata da chi pur deve conoscerla, ci porta alla memoria la polemica tra ricardiani e listiani nell’800, veste economica del più robusto e significativo conflitto tra chi intendeva servire gli interessi della potenza predominante inglese e chi si batteva – in Germania, negli Usa e poi anche in Giappone – per la crescita di nuovi poli competitivi, dove la lotta tra potenze esigeva la politica (il confronto tra strategie messe in opera da specifici apparati che, ancor oggi, sono fondamentalmente quelli degli Stati!).

Fino a quando non sarò smentito da fatti molto concreti e precisi, continuerò a pensare che le dichiarazioni di uno Squinzi siano quelle tipiche dei “cotonieri” italiani, in sottile gioco delle parti con il governo, solo apparentemente criticato per gli eccessi fiscali, dando così sollievo a gran parte dei cittadini italiani, che saranno avvinti da questa nuova falsa dialettica. Dopo “il Berlusconi sì oppure no”, avremo lo strozzinaggio fiscale del governo, fatto apposta per spaventare e far adirare “la gente”, contrastato dalla richiesta di allentamento della morsa accompagnato, però, dal dare libero corso allo schiacciamento del paese sotto il tallone degli Usa – obamiani, quelli della creazione del caos come strategia di “flessibile” aggressione, indiretta e meno costosa per gli “attaccanti” – in nome dei dettami della competitività nel mercato senza interventi dello Stato e della politica; soprattutto di una politica estera capace di orientarci ad un atteggiamento di apertura nei confronti di ogni mossa (politica e non solo economica) in grado di renderci liberi non nel mercato immaginato dagli economisti (gli “scienziati”, in realtà i peggiori e più menzogneri ideologi esistenti), bensì nel giostrare tra i diversi poli in crescita secondo gli interessi della maggioranza delle popolazioni, sconfiggendo i gruppi dei “cotonieri” con i loro lacchè e scherani (tutti insieme non superano il 20% delle popolazioni in questione).

Il fatto certo è quindi che questo governo è solo l’anticamera della completa dipendenza italiana. Esso crea sconquasso, confusione, sbandamento, impoverimento, prospettiva di ulteriore peggioramento della situazione. Nel contempo, non gioca nell’ambito delle contraddizioni tra poli, ma cerca di alimentare (non da solo evidentemente) i contrasti in sede europea in modo da favorire le manovre, appunto elastiche, dell’attuale strategia statunitense mirante al caos come semplice transizione alla completa subordinazione della nostra area in vista della futura conflittualità, sempre più acuta, tra i poli in formazione. Nel caso della creazione del caos in Europa (con particolare riguardo al “casino” Italia), si mira soprattutto al conflitto con la Russia. L’Italia del ventennio passato – con qualche minore “velleità” di Berlusconi (quasi sicuramente “interessata”) – non serve in pratica più alla (neo)strategia statunitense. Tuttavia, non è ben chiaro se, a parte il gran caos (e squasso sociale) creato a bella posta, vi sia un disegno preciso circa le prossime mosse da compiere.

Per il momento, sembra sufficiente mettere tutti contro tutti e creare dissidi vari. E’ però indispensabile avere dei referenti piuttosto stabili in posizioni cruciali. Al momento Obama lo ha al Quirinale, quindi in ottima posizione istituzionale. Non è tuttavia una condizione sufficiente. La mia convinzione è che non tutto sia ben precisato, altrimenti non parlerei di strategia “liquida”. Direi dunque di seguire con attenzione gli eventi che si andranno svolgendo nei prossimi mesi, senza prendere subito partito per una ipotesi di soluzione o per un’altra. Il massimo sforzo deve comunque essere indirizzato a formularne di piuttosto ardite, non attenendosi al bla-bla quotidiano dei meschini personaggi che affollano la classe dirigente economica, la sfera politica e giornalistica, il disgustoso ceto intellettuale “di destra come di sinistra”. Sono tanti, troppi al momento, quelli che andrebbero tolti di mezzo e sostituiti se si volesse agire con un minimo di senso e incisività di risultati. Intanto, scaviamo oltre la superficie che ci viene offerta come “specchietto per le allodole”. Non abbiamo artigli e becco d’aquila per “afferrare la preda”; almeno sforziamoci di munirci di occhi non troppo dissimili da quelli del grande volatile per vedere meglio cosa andrà accadendo.






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