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Discussione: La Monti-dipendenza è un altro modo di chiamare l’Italia-impotenza

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    Predefinito La Monti-dipendenza è un altro modo di chiamare l’Italia-impotenza

    La Monti-dipendenza è un altro modo di chiamare l’Italia-impotenza

    di Costanzo Preve - Luigi Tedeschi - 09/10/2012

    Fonte: Italicum




    1) Stiamo vivendo in una fase di recessione economica, che ha reso manifesta la crisi della società civile, con l’eclissi della partecipazione politica delle masse, il degrado delle strutture statuali, il processo di disgregazione morale e civile di una società postideologica, rifondata, dalla fine del XX° secolo su una cultura e un sistema politico ispirato alla liberaldemocrazia occidentale. Il fenomeno della disgregazione sociale e politica di questa società era già latente negli ultimi due decenni, ma oggi si manifesta in tutta la sua drammaticità, con il declino economico, la disoccupazione, l’assenza di prospettive materiali e ideali per le giovani generazioni. Si riscontrano in questo stato di crisi epocale alcune evidenti contraddizioni. Le crisi sono fenomeni ricorrenti nel campo economico, tuttavia, sulla base della esperienza storica della società capitalistica, il sistema economico e politico è sopravvissuto alle sue crisi. Ma la presente crisi, oltre che l’economia, coinvolge anche le istituzioni politiche e gli equilibri sociali: trattasi di una crisi del sistema capitalista globale, che potrebbe non sopravvivere a se stesso. A tale stato di disgregazione sistemica, fa però riscontro l’immobilismo, sia individuale che collettivo di una società che assiste immobile e passiva alla disintegrazione di se stessa. Le crisi strutturali hanno sempre determinato storicamente la fine di sistemi politici e sociali ormai anacronistici, innescando processi di trasformazione politica, con relativo sconvolgimento degli equilibri sociali preesistenti: sono le crisi a porre i presupposti dei fenomeni rivoluzionari. Questo immobilismo sociale e politico, dovuto alla mancanza di reattività dei popoli (specie europei), dinanzi alla propria dissoluzione, è dovuto innanzi tutto alla falsa coscienza diffusa della crisi in atto, quale fenomeno congenito ai cicli economici di un sistema capitalista resosi assoluto, che, proprio per la mancanza di idee e prospettive diverse, trova in se stesso gli strumenti della propria rigenerazione. Nell’ottica del liberismo economico anzi, le crisi costituiscono fasi di trasformazione necessarie di un sistema di per se mai immobile, ma progressivo ed evolutivo. L’immobilismo sociale del presente è il frutto più maturo dell’individualismo generalizzato, che negli ultimi 30 anni ha mutato profondamente l’antropologia sociale dei popoli occidentali. Il sistema economico globale, in perenne mobilità e mutamento, per perpetuarsi ha necessità di oggetti individuali ed immobili, in quanto indifferenziati, fungibili, e sempre uguali a se stessi, da plasmare e integrare nella produzione e nel consumo del mercato globale. L’individualismo, in questo contesto, è astorico, immutabile incontestabile fondamento della natura umana. L’individualismo preclude la coesione e la solidarietà sociale, quei fenomeni cioè, in cui si può realizzare una reazione allo stato di cose presenti, quali elementi da contrapporre alla disgregazione della società. Il rapporto sociale è considerato con diffidenza e paura. L’essere sociale dell’uomo assume una connotazione negativa: se il mondo è capovolto, lo è anche la natura umana nella società contemporanea. Si avverte paura verso ciò che oggi non si conosce più, dato che l’individualismo è alla base della competizione liberista generalizzata e della selettività darwiniana sui sono soggetti gli individui nella perenne concorrenza selvaggia. La competizione, nelle fasi di crisi si accentua e accelera la disgregazione sociale, perché con la recessione la concorrenza diviene lotta per la sopravvivenza. L’individuo è immobile perché da almeno due generazioni le sue prospettive di vita sono solo di natura materiale ed individuale, ristrette cioè agli orizzonti del consumo, del proprio status sociale, delle ambizioni individuali, in una giungla sociale dominata dalla lotta per la sopravvivenza.

    Vorrei già cogliere in questa prima risposta il nucleo teorico espressivo delle tue riflessioni, in modo che le altre tre risposte siano soltanto articolazioni analitiche. Ti farò subito un elogio ed una critica. Un elogio, perché è vero che il paradosso del nostro tempo è proprio la compresenza, razionalmente contraddittoria ma esistenzialmente dolorosa, di un mutamento storico epocale, e quindi non di una sola crisi economica ricorsiva analoga a crisi precedenti e ben note, e di un immobilismo sociale apparentemente assurdo, perché in generale ad un momento storico “di mutamento e di trapasso (Hegel) si è sempre accompagnato anche un fiorire intellettuale di riflessioni. Una critica, perché tu sembri rifugiarti in una spiegazione largamente tautologica, quella dell’individualismo antropologico di massa. Non nego infatti che quest’ultimo esista, ed è proprio per questo che ho dedicato lunghi studi all’elogio del comunitarismo. Ma la progressiva costituzione antropologica dell’ “individuo immobile” (ottima definizione) non sta in fondo alla “catena dei perché. Cerchiamo allora di ricostruire, sia pure sommariamente, questa catena dei perché. Vedremo che (come cercherò di chiarire nella mia ultima quarta risposta) in questo modo potremo anche in parte illuminare l’enigma attuale della Monti-dipendenza degli italiani. Partiamo da un fatto, il fatto cioè che questa società sembra assistere immobile ed indifferente alla palese disgregazione di se stessa. Evidentemente non solo questa crisi non è percepita come irreversibile, ma si vuol credere ad una prossima ripresa della “crescita” (termine che ha ormai assunto un carattere religioso). Tuttavia, questi fenomeni illusionistici di massa non sono una novità. Negli anni Trenta gli ebrei europei non si aspettavano di essere sterminati. Volevano credere e si sforzavano di credere che oltre ad un certo grado di vessazioni non si sarebbe andati. Non possiamo allora spiegare questo immobilismo con l’individualismo di massa, anche se quest’ultimo ne è certamente concausa, che mi guardo bene dal negare. A mio avviso il vecchio capitalismo borghese, nato anch’esso in modo aleatorio a metà Settecento, è veramente giunto al termine, e non si tratta allora soltanto di una crisi ciclica e di una recessione temporanea, come recita la teologia liberale di Monti e di Draghi. Nello stesso tempo, il capitalismo in quanto tale non è affatto giunto al termine, e bisogna evitare di ricadere nelle illusioni “stadiali” che il marxismo ha intrattenuto per più di un secolo. Mi scuserei se insisto, ma so che tu sei stato biograficamente estraneo a quella particolare forma di religione imperfettamente laicizzata chiamata “marxismo”, mentre io ne sono stato un “credente” per decenni. Sebbene il baraccone del comunismo storico novecentesco (l’unico realmente esistito, perché non intendo calcolarvi i salotti romani Ingrao-Rossanda e le cooperative emiliane pre-bersaniane) sia ormai caduto da più di vent’anni, sono ancora vivi presso il ceto intellettuale gli effetti depressivi, relativistici e nichilistici di questo crollo inatteso. Con questo crollo è crollata anche la concezione stadiale della storia, basata sul mito borghese del progresso. Il nazionalismo cinese ed il post-modernismo europeo non ne sono che temporanei succedanei, in cui però il “temporaneo” può durare decenni. Tu stesso noti che il “rapporto sociale è considerato con diffidenza e paura”. Proprio così. Le generazioni del secolo breve (1914 - 1991 di Hobsbawm) e del secolo brevissimo (1914 - 1975 di Bontempelli, vedi Koiné in Il respiro del Novecento) hanno puntato tutte le loro speranze nel rapporto sociale, variamente interpretato a destra, al centro o a sinistra. Non è pertanto strano che le oligarchie oggi al potere puntino, per riaffermare il loro dominio, non in una nuova interpretazione di destra, centro o sinistra del rapporto sociale, ma sulla abolizione tendenziale del carattere normativo del rapporto sociale stesso. Resta l’apparenza normativa della legittimazione elettorale, che viene anzi estesa con bombardamenti ed embarghi nel mondo che non l’aveva ancora conosciuta, ma è sempre più svuotata di effettività politica, e la dicotomia bipolare viene reimposta come protesi di manipolazione per tifosi dipendenti dagli inputs del circo mediatico, prevalentemente televisivo. Questa società è quindi ad un tempo disintegrata ed immobile. Ed è immobile non tanto e non solo per ragioni di individualismo antropologico, quanto per il venir meno di una prospettiva visibile ed immaginabile di mutamento “verso il meglio”. Oggi prevale la sensazione di un futuro probabile “mutamento verso il peggio” e questo provoca paralisi. Non a caso chi sa di non poter affrontare con speranza di successo uno scontro fisico si copre gli occhi e la testa con le mani chiedendo al massimo pietà al vincitore. Anche oggi, in Italia, si spera che Monti e Draghi non infieriranno troppo. La prima analogia che mi viene in mente per descrivere l’attuale società è quella di “zattera alla deriva”. Immaginiamoci allora una zattera, in cui i naufraghi non dispongono neppure di rami, remi e pagaie per poterla minimamente dirigerla. Essi sono completamente in balia delle onde in tempesta (incarnate oggi dal cosiddetto “giudizio dei mercati”, “entità” che è del tutto al di là sia di Dio che del Progresso) ed è del tutto normale che diventino “individualisti”. Ma allora l’individualismo non è altro che un modo di ribattezzare il “grado zero della sopravvivenza”. Scrivo tutto questo con vero dispiacere. Non ho mai infatti aderito psicologicamente al fatalismo snobistico sulla insensatezza del mondo, ed ho sempre pensato che si trattasse di un lusso riservato ai ceti benestanti. In fondo, l’insensatezza totale della storia fu già teorizzata in modo insuperabile da Schopenhauer nel lontano 1819, ed ogni ripresentazione postmoderna di questo pessimismo non riesce ad aggiungervi nulla. Ma oggi l’immagine della zattera alla deriva ha perso ogni carattere letterario, ed è diventata la descrizione realistica di quanto ci sta circondando. E’ lo stadio ultimo della storia? Certamente no. Dio ci guardi e liberi dagli stadi ultimi della storia. Ma la zattera alla deriva può continuare ad andare alla deriva può continuare ad andare alla deriva per decenni, spinta dall’approdo al consumo di sterminate masse asiatiche e dall’incredibile quantità di capitali concentrati nelle mani delle oligarchie finanziarie. Certo avrai sentito parlare delle “profezie che si autorealizzano”. E’ forse il caso della vecchia darwiniana lotta per la vita e la sopravvivenza delle specie. Nel mondo della natura, però, molto spesso le specie sono solidali e collaborative al loro interno. Noi siamo invece riusciti a creare un mondo in cui si parla in teoria di uomo sociale e di ente naturale generico, ma nei fatti si è affermato lo stato di natura di Hobbes della guerra di tutti contro tutti. Il fatto è che lo scenario in cui stiamo vivendo, la compresenza di disgregazione sociale e di immobilismo politico, è una relativa novità storica, che richiederebbe un nuovo apparato concettuale di spiegazione. Proprio quello che giornalisti e professori universitari non ci daranno mai. E non solo non ce lo daranno, ma faranno un infernale fuoco di sbarramento di artiglieria chi si azzarderebbe a proporlo.

    2) Il nostro presente, in una prospettiva storica, potrebbe essere considerato come la fase terminale di un processo di decadenza della civiltà e della società occidentale. Certo è che l’Europa e l’Occidente sono due entità storiche e culturali ben distinte e non assimilabili, ma tuttavia, dobbiamo oggi prendere atto che l’Europa non esiste (e soprattutto non è la UE), perché fagocitata ed omologata all’occidente americano. Pertanto, la crisi dell’Europa coincide con quella dell’Occidente e del primato americano irreversibilmente decadente. Ma anche l’analisi della presente realtà storica, conduce necessariamente a considerare, alla luce del decadimento culturale, morale e politico europeo, la crisi attuale come nella prospettiva di una fase finale di un lungo periodo di decadenza europea protrattosi per circa un secolo. La decadenza europea è un fenomeno presente nella coscienza delle generazioni che si sono succedute dal secondo dopoguerra in poi. La nostra generazione è forse l’ultima testimone dell’esistenza di una società in cui sopravvivevano valori, concetti, stili di vita estranei alla dinamica della società di mercato. Si può parlare dunque, alla luce di quei valori ormai quasi estinti, di una decadenza intesa come un’epoca di disgregazione sociale scaturita dall’avvento del sistema di produzione e di consumo proprio del capitalismo. Varie generazioni europee hanno convissuto con la decadenza. La loro cultura i loro stili di vita, il loro modo di essere nella società è stato permeato da questo spirito decadente. Ma la decadenza non ha suscitato reazioni di rilevo per arginarla, o tentativi di capovolgere questo presunto destino storico vissuto come ineluttabile. Gli stesi furori ideologici degli anni ’70 hanno rappresentato con evidenza la degenerazione storica di culture e fedi ideologiche ormai estranee alla realtà storica. La decadenza è invece l’immagine vivente di uno spirito di assuefazione passiva a destini storici prestabiliti dalla egemonia delle classi egemoni del capitalismo, le sole sopravvissute alla lotta di classe e quindi in grado di imporre il loro corso e il loro senso alla storia. Nella decadenza l’uomo si rifugia nella sua solitudine individualista, si estranea dai processi di trasformazione sociale in atto. Nella decadenza possiamo rinvenire la genesi dell’individualismo contemporaneo, dell’uomo autoreferente di se stesso, di una visione del mondo, di una prospettiva di esistenza limitata a vicende solipsistiche destinate ad esaurirsi in se stesse, senza lasciare traccia. Decadenza è sinonimo di rinuncia ad un senso della vita, di oblio dell’essere, di estraneazione dell’uomo da se stesso. Il tramonto dell’Occidente non deriva da una necessità storica, ma da uno stato della coscienza nichilistico, che si identifica nella alienazione di un uomo estraniato dalla società e dalla storia. Nella decadenza l’uomo occidentale ha comunque vissuto in uno stato di benessere, nel disimpegno morale, perché la decadenza comporta la assenza di creatività e di spirito di trasformazione. La decadenza ha aspetti economici, sociali e culturali del tutto analoghi. Si è vissuti di un capitale accumulato dalle precedenti generazioni, nei risparmi familiari, nelle strutture dello stato sociale, nel patrimonio culturale e storico oggi considerato come un insieme di beni obsoleti e quindi destinati alla musealità. Le capitali europee non sono forse dei musei viventi? La nostra società ha consumato le proprie risorse morali, culturali ed economiche senza essere capace di riprodurle ed il loro esaurimento è ormai un dato di fatto. Il capitalismo ha potuto prevalere attraverso l’abile impiego per i propri fini di tali risorse, generate da un passato anche premoderno, per imporre il proprio potere assoluto. Ma questa eredità si è adesso estinta. Lo steso capitalismo ha distrutto, secondo la logica del consumo illimitato, risorse naturali, materiali e morali rese ad esso funzionali, ma ora non più riproducibili. In questa crisi immanente, cosa rimarrà del capitalismo stesso, se porta in dote per il futuro solo i relitti della sua sistematica opera di distruzione della società, della storia, della civiltà?

    A proposito del concetto, della percezione e della realtà della decadenza, ne vorrei subito distinguere tre livelli: una decadenza personale o individuale, una decadenza generazionale ed infine una decadenza storica definibile in qualche modo “oggettivo”. La decadenza personale o individuale viene con il decadimento fisico legato all’età (uno dei fatti più comuni e nello stesso tempo più rimossi), e soprattutto con l’inaridimento delle proprie capacità creative, cui non basta ovviare con l’infinita ripetizione di ciò che è già stato detto in un tempo precedente. Questo decadimento è uno dei fenomeni più dolorosi che possano avvenire, ma ciò non la ovviamente nulla a che fare con un concetto storico “oggettivo” di decadenze. La decadenza generazionale è invece un fenomeno maggiormente storico, anche se intrecciato con una sensibilità esistenziale. Fra i quindici ed i trenta anni ci si socializza all’interno di determinate prospettive politiche e culturali, che inevitabilmente cambiano, perché raramente queste configurazioni sociali durano più di venti anni. A questo punto, giunti da una certa età, assomigliamo a dei poveri pedoni che si sforzano di correre per prendere l’autobus. Le porte dell’autobus sono ancora aperte e ci sono persino delle mani generose che si tendono per aiutarci a salire, ma sono le nostre gambe che non ce la fanno più ed allora vediamo l’autobus allontanarsi inesorabilmente. Personalmente, ho sempre questa impressione quando apro la televisione per sentire le notizie. Il senso di estraneità domina ormai sullo stesso sdegno per i continui scandali. Certo, si ha a che fare anche con un processo di assuefazione, come avveniva per il veleno, assunto dal re Mitridate. Ormai, se venissi a sapere che l’intera spesa pubblica italiana dedicata alla sanità è stata spesa in una sola grande orgia del ceto politico non riuscirei neppure più ad indignarmi, come sarebbe peraltro buono e giusto. Gli italiani si sono ormai “mitridatizzati” ed io con loro. Esistono solo alcuni giornalisti che si sdegnano moralisticamente a contratto, ma solamente quando la vergogna tocca la parte politica avversa. Tu proponi invece una nozione discutibile, ma “oggettiva” di decadenza, rilevando soprattutto due dimensioni. In primo luogo, il fatto che la nostra generazione è forse l’ultima testimone della sopravvivenza di valori in qualche modo “premoderni”, precedenti la dinamica della società integrale del mercato. In secondo luogo, il fatto che lo stesso capitalismo aveva fino ad oggi potuto riprodursi sfruttando elementi sociali e culturali pre-capitalistici, ed appunto pre-moderni. Potrei dire di me quello che ad un certo punto il critico francese Roland Barthes ha detto di se stesso: “Improvvisamente non mi ha interessato più nulla essere moderno”. La coazione dell’adeguamento forzoso ad una presunta e mai ben definita “modernità” ha caratterizzato gli ultimi decenni e lo stesso post-moderno nonostante la sua fondamentale ipocrisia ne è stato a suo modo una reazione. Nata con le migliori intenzioni, la modernità si è rovesciata dialetticamente in decadenza. Questa diagnosi era già perfettamente presente in Nietzsche, ma la sua comprensione è stata resa difficile dalla tendenza politicistica ad incasellare Nietzsche a destra o a sinistra. Il disincanto illuministico del mondo, salutato come un grande progresso umano universale, ha soltanto portato alla luce la “sventura” (non ricordo se lo abbia scritto Benjamin o Adorno, o tutti e due). Oggi viviamo in questa conclamata sventura. E’ importante capire che si tratta di una novità storica. A mio avviso, la riproduzione allargata di questa decadenza è ormai irreversibile, salvo improvvise ed imprevedibili catastrofi. Questo sistema del resto ha come principale sua base di legittimazione il ricatto “o me o la catastrofe”. Del resto, chi vuole riflettere filosoficamente su quella che tu chiami la “Monti-dipendenza” in Italia, non potrà che arrivarci da solo. Monti ha azzerato tutte le ideologie con cui per mezzo secolo erano stati addomesticati gli Italiani. Resta soltanto o il ricatto dell’Euro o l’elogio della zoccola (ho in testa la Minetti, ma non solo). Quando Erasmo da Rotterdam scrisse l’Elogio della pazzia, in realtà voleva mettere in guardia paradossalmente dalla pazzia stessa. Oggi, invece, i soli “oggetti” visibili sono il denaro e la fica. Tutta la polemica di origine sessantottina contro il moralismo borghese e piccolo-borghese ha distrutto i ruoli precedenti, con l’inevitabile ipocrisia che si portavano dietro. Se penso che Formigoni aveva fatto il voto di castità e di povertà, e la Chiesa ha sempre fatto finta di non accorgersene, ne concludo che ci meritiamo il gioco delle parti fra Vendola e Renzi, il matrimonio gay e l’autopromozione del fighetto in carriera.



    3) La grave situazione economica italiana ed in larga parte europea non può essere superata tramite le strategie di salvataggio della BCE, né tantomeno con la devoluzione, di fatto della sovranità degli stati agli organi finanziari della UE. Appare chiara a molti l’irreversibilità di una crisi sia economica che politica. Solo mutamenti sistemici di vasta portata potrebbero creare nuovi orizzonti nell’avvenire delle nuove generazioni europee. In questo contesto di disfacimento degli stati e della società, solo un evento rivoluzionario potrebbe rappresentare la definitiva rottura con l’ordine capitalista assoluto. Ma una rivoluzione è oggi possibile? Le rivoluzioni sono eventi legati alle ideologie novecentesche, quindi, ad un periodo storico ormai esaurito. Ma non sarebbe possibile oggi la nascita di nuove ideologie compatibili con le esigenze, le contraddizioni, i problemi irrisolti della società del XXI° secolo? In realtà l’ideologia è una forma di interpretazione generalizzata della società e della storia: concezione oggi ritenuta superata, in considerazione delle fallimentari esperienze totalitarie del secolo XX°. Il credo ideologico, al pari della fede religiosa, per sussistere richiede riferimenti culturali e antropologici legati alla cultura europea classica, idealista e premoderna, oggi ritenuta non compatibile con lo sviluppo della società aperta della globalizzazione economica. Occorrerebbe dunque richiamarsi a forme di pensiero che trascendano l’economicismo autoreferente del nostro tempo, che prefigurino cioè una storia che non si identifichi necessariamente con il progresso illimitato, che generino quella utopia creatrice capace di restituire senso e finalità alla vita degli individui e dei popoli del nostro tempo. Ma ideologie e fedi religiose sono state emarginate e condannate come retaggi di secoli passati, come forme di pensiero atte a prefigurare fughe mistiche e orizzonti storici smentiti dallo sviluppo materiale di una società i cui valori si identificano con le certezze empiriche della scienza, della tecnologia, della economia del mercato globale. L’uomo contemporaneo è un individuo compiuto nella misura in cui si sia liberato della credulità mistico - ideologica dei secoli bui e assassini e soprattutto si sia liberato dal problema del senso di se stesso e della storia. Ma oggi è proprio la realtà materiale, fattuale, empirica a smentire le premesse di questo pseudo illuminismo riciclato come modernità del secolo XXI°. Anziché sviluppo c’è recessione, diseguaglianza e privilegi diffusi annullano di fatto ogni principio di eguaglianza, le libertà politiche vengono sempre più compresse dalle esigenze della competitività economica. La contraddizione è evidente, ma l’incapacità di ribellione allo stato delle cose presenti è dovuta proprio a quella mancanza di senso che pervade l’odierna società. E’ questa impossibilità anche solo di immaginare una società diversa e/o alternativa alla presente realtà storica a troncare le radici di ogni possibile rivoluzione e consente a questo capitalismo assoluto di sopravvivere ancora a se stesso: le macerie morali e culturali da esso prodotte sono i fondamenti della sua resistenza e sussistenza.

    La rivoluzione è diventata impensabile ed inimmaginabile proprio quando è ormai necessaria. L’immaginario politico occidentale da circa due secoli ruota intorno al concetto di rivoluzione, dando infatti luogo ai due campi simbolici complementari dei rivoluzionari e dei contro-rivoluzionari. I fatti del triennio 1989-1991, hanno inaugurato in Europa un’epoca che ha abolito il concetto di rivoluzione, identificato o con i fiumi di sangue dei fanatici o con le code per comprare salsicce e carta igienica. Solo uno sciocco privo di spirito dialettico poteva però pensare che l’abolizione della rivoluzione dall’immaginario sociale non comportasse anche conseguenze telluriche nella cultura complessiva. Molte proposte politiche, oggi, non incitano più alla rivoluzione (come hanno fatto per quasi un secolo i movimenti comunisti e neo-fascisti), ma ad una sorta di “conversione”. Pensiamo ad esempio alle recenti conferenze italiane di Serge Latouche, il profeta della decrescita. Latouche, con tutte le sue palesi buone intenzioni, non è in grado di chiarire in che modo possa iniziare a livello mondiale un processo equilibrato e democraticamente controllabile di decrescita e si limita a spiegare le ragioni per cui sarebbe auspicabile. In questo modo, di fatto, il suo discorso diventa religioso, simile a quello che fa Ratzinger, quando esorta a convertirsi. Del resto, non è certo la prima volta nella storia in cui l’eclissi di una prospettiva rivoluzionaria comporta il passaggio ad una generalizzata esortazione alla conversione. E’ invece la prima volta che sembra imporsi nella coscienza sociale una vera e propria irrappresentabilità del mutamento. In un esame comparato della storia mondiale nelle varie epoche, il mutamento mi è sempre sembrato costantemente rappresentabile. Un popolo era dominato da un altro e pensava, progettava o sognava di come liberarsene. Si potrebbero fare molti esempi di questo tipo, ma tutti arriverebbero alla conclusione del mantenimento di una prospettiva di uscita da una situazione ritenuta negativa. E’ evidente che tu imposti correttamente il problema quando parli letteralmente di forme di pensiero che trascendano l’economicismo. Dal punto di vista della teoria filosofica, è veramente così. Ma ad esempio anche la teoria della decrescita trascende l’economicismo, eppure non riesce a passare dall’invito alla conversione all’organizzazione della rivoluzione. L’economia si è evoluta da scienza particolare della produzione e della distribuzione della ricchezza a fondamento filosofico unico della riproduzione umana. A suo tempo, Roger Garaudy parlò opportunamente di monoteismo del mercato. Lo stesso pensiero di Marx, peraltro non privo di errori e di previsioni smentite dal processo storico, non intendeva dare vita ad una scuola economica, ma ad una critica generale e complessiva dell’interna società in quanto con la “critica dell’economia politica” intendeva una critica complessiva della società capitalistica. Non posseggo ovviamente la formula del superamento della visione economicistica del mondo. Riesco soltanto a pensarne le dimensioni geopolitiche legate alla sovranità nazionale e questo significa respingere in qualche modo la logica della globalizzazione. I cosiddetti movimenti no-global, peraltro non a caso in via di sparizione, sono in proposito del tutto inutili, perché rappresentano l’estrema propaggine storica della mentalità avanguardistica del Sessantotto. Essi affermano di non volere la globalizzazione e poi non vogliono cominciare dal ristabilimento della sovranità nazionale sull’economia, passo non certo sufficiente, ma almeno necessario per cominciare. Credo quindi che soltanto una catastrofe, o una serie di catastrofi, possa portare ad una inversione di tendenza. Non le auspico certamente, al contrario. Non lo vorrei, e vorrei invece una somma di conversione filosofica e rivoluzione sociale. Ma le oligarchie economiche hanno spinto a tale punto le cose da far diventare difficilmente pensabile un tale auspicabile scenario di transizione pacifica. In ogni caso, si tratterà di un problema che affronteranno le generazioni a venire, su basi teoriche che noi non possiamo neppure probabilmente immaginare.

    4) Osservando la realtà politica italiana, quale viene rappresentata dai media, si ha l’impressione che l’Italia sia un paese Monti - dipendente. L’avvento del governo tecnico di Monti rappresenterebbe dunque un fatto epocale nella storia recente del nostro paese da cui non si possa prescindere nel futuro. In realtà non esiste una Italia ante - Monti e un’altra post - Monti. Il personaggio Monti è un tecnico, un uomo cioè imposto dalle oligarchie finanziarie della BCE e, con procedure poco ortodosse dal punto di vista costituzionale dal presidente Napolitano, al fine di compiere quelle manovre di austerity economico - sociale imposte dalla UE. Egli è dunque solo un tecnico, un materiale esecutore di quanto altrove deliberato per l’Italia. Si è fatto ricorso al tecnico Monti per attuare provvedimenti che i governi politici, anche se in stato di limitata sovranità ed eterodiretti dalla UE, si erano dimostrati incapaci di mettere in atto. Ma le linee fondamentali della politica italiana degli ultimi 20 anni sono rimaste identiche. L’esproprio della sovranità politica italiana in favore della UE ha avuto quasi definitivo compimento ma questa è solo la fase ultima di un lungo processo iniziato con la seconda repubblica. Se Monti succederà a Monti o gli subentreranno altri personaggi politici o tecnici, è una questione di scarsa rilevanza. Certo è che sia l’abbassamento dello spread che i rialzi delle borse degli ultimi tempi, non sono argomenti che interessino molto il cittadino medio italiano, dato l’espandersi della disoccupazione, l’innalzamento della età pensionabile, il potere d’acquisto dei salari sempre più ridotto, unito all’inasprimento senza limiti della pressione fiscale. Il mondo finanziario, causa prima del declino economico e sociale italiano, è sempre più lontano ed estraneo alla realtà quotidiana in cui si dibatte il popolo italiano. Nonostante tutto, la maggioranza degli italiani è ancora convinta della positività della esperienza governativa di Monti, forse terrorizzata dalla esperienza greca e/o da scenari apocalittici diffusi dai media in caso di fuoriuscita dall’euro. Forse il disfacimento del sistema non è giunto ancora al punto critico di non ritorno, forse in Italia non si è ancora diffusa sufficientemente nella collettività la coscienza della irreversibilità della crisi, perché possano delinearsi scenari di trasformazione rivoluzionaria di un sistema ormai condannato alla ineluttabile decadenza. Certo è che episodi come la probabile chiusura della Alcoa e le prospettive di dismissione degli investimenti della Fiat in Italia, potrebbero accelerare il corso di eventi ancora impensabili per la maggioranza della popolazione.

    A proposito della cosiddetta Monti-dipendenza (mi congratulo con te per l’ottima e sintetica definizione) credo che abbiamo a che fare col vero nucleo teorico del problema. E definirò questo nucleo teorico come una generalizzata perdita di controllo conoscitiva del presente inteso come storia. Permettimi di disaggregare concettualmente la definizione: generalizzata perché riguarda tutti, anche se è veicolata ideologicamente dal ceto corrotto degli intellettuali, frazione dominata dalla classe dominante (che resta la sola oligarchia finanziaria); perdita di controllo conoscitiva significa perdita di capacità di analisi strutturale dei meccanismi di riproduzione (capitale finanziario) e di legittimazione (simulazioni elettorali periodiche prive di sovranità politica); presente inteso come storia significa che anche il presente, prima di essere cronaca, è innanzitutto storia, anche se ovviamente manca la necessaria prospettiva temporale che sola permette i bilanci storici seri. Voglio fare due esempi pittoreschi di questa Monti-dipendenza, uno riguardante l’attore romano Carlo Verdone e l’altro l’intellettuale torinese della sinistra politicamente corretta (politicamente corretta=operaismo testimoniale + azionismo moralistico) Marco Revelli. Interpellato dal quotidiano “La Stampa” (21.09.2012), Verdone prende spunto dalle ultime maialate del ceto politico professionale romano “di destra” (Fiorito eccetera), le condanna con virtuosi accenti alla Beppe Grillo, afferma che costoro non hanno solo rubato la torta, ma addirittura svuotato la pasticceria, e poi finisce in bellezza dicendo: “E meno male che abbiamo Monti, almeno sta facendo il possibile per mettere toppe, e poi dobbiamo anche ringraziare Mario Draghi”. Si dirà che Verdone è un attore comico, e non possiamo pretendere da lui analisi strutturali. Ma passiamo a Revelli, storico-sociologo di professione, intellettuale invitato permanente dal “Manifesto”, dal TG3, e da Rai News. Quando Monti fu insediato, lo vidi che ne faceva un elogio sperticato in nome del fatto che “almeno ci farà fare bella figura all’estero”, in quanto il puttaniere maialone Berlusconi con i suoi volgari apprezzamenti sul culone della Merkel era ormai impresentabile. Se fosse rimasto anche solo un briciolo di capacità di analisi strutturali del presente storico, si sarebbe capito che così come dietro il livello delle orge di Tiberio e Nerone ci stavano i problemi strutturali della produzione schiavistica, analogamente dietro le maialate di Berlusconi ci stava la sua incapacità di far passare misure antipopolari di massa, per cui ci voleva un “tecnico” anglofono percepito come indipendente con le mani pulite. E pazienza se l’attore Verdone non lo capisce. Ma che non lo capisca lo sputasentenze Revelli significa che ormai che ogni capacità di analisi strutturale è perduta. Nella mia prima risposta che qui non riprendo nei particolari mi sono già chiesto se questa crisi sia o no irreversibile. Ricorderai che ho risposto in modo intermedio: questa crisi non è una semplice crisi ciclica come quelle che l’hanno storicamente preceduta, ma nello stesso tempo non bisogna illudersi sul fatto che sia una “crisi finale”, destinata a dare luogo ad un mondo in qualche modo nuovo. Ora in questa mia quarta risposta vorrei tornare a questa impostazione calibrandola proprio sul caso della Monti-dipendenza.

    L’Italia è davvero oggi un anello debole dell’Europa. Ma il termine “anello debole” non deve essere inteso nel senso di Lenin, come eccezione che può favorire una rivoluzione (nei termini del trotzkista Pasquinelli, una sollevazione). L’Italia è un anello debole perché è un paese in via di progressiva deindustrializzazione, che ha un ceto politico parassitario strutturale (particolarmente volgare a destra, “ipocrita” al centro ma ben radicato anche a sinistra) che evidentemente non si riesce a togliere né con Mani Pulite, né con altri accorgimenti giudiziari. Si tratta probabilmente dell’eredità sociologica della Prima Repubblica (1946-1992), in cui il gonfiamento degli apparati politici era funzionale alla stabilità strategica di un paese di “frontiera dell’Occidente”. Il ventennio berlusconiano (1993-2011) non ha potuto cambiare le cose sul piano strutturale, ma ha permesso alla “destra” di legittimarsi e di mostrare la sua vera faccia (quella delle maschere di maiale dei festini della destra romana della Regione Lazio), ed alla “sinistra” di riciclarsi facendo dimenticare con l’anti-berlusconismo ossessivo di essersi legittimata per decenni ingannando le masse con la prospettiva illusoria della via italiana al socialismo. Il “bonapartismo” di Monti appare inspiegabile al di fuori di questo vuoto pneumatico di cultura, di ideologia e di prospettiva. Abituati da lungo tempo a non pensare più con la propria testa, Monti semplicemente è il successore di una lunga serie precedente, Giolitti, Mussolini, Togliatti, Andreotti, Craxi, Berlusconi, etc. Più esattamente, non credo basti dire che l’Italia è oggi Monti-dipendente. L’Italia è oggi un paese ad amministrazione controllata, in quando la sua intera sovranità economica è avocata dalla Troika e l’intera sovranità militare dall’alleanza NATO. In Grecia (Samaras) ed in Spagna (Rajoy) è stato possibile delegare l’amministrazione controllata ad esponenti del ceto politico tradizionale di centro-destra, ma in Italia questo si è rivelato impossibile per il doppio e concomitante fenomeno del berlusconismo, da un lato, e l’interminabile riciclaggio dell’ex-PCI, dall’altro. Fenomeni ridicoli come Vendola (a sinistra) e Renzi (a destra), al di là degli aspetti di superficie (rottamazione generazionale, matrimoni gay, eccetera), sono semplicemente la superficie di assestamenti geologici di lungo periodo e di normalizzazione dell’elefante-PCI. La Monti-dipendenza non è che la manifestazione del fatto che le tare storiche della modernizzazione italiane non potevano essere colmate da forze sovrane, come sono pur sempre Berlusconi e Bersani. Succederà Monti a se stesso nel 2013? Scrivendo queste righe nel settembre 2012 non posso certo saperlo, perché non ho la sfera di cristallo. Ma se i particolari di quando avverrà fra qualche mese sono ancora oscuri, non lo è la politica economica eterodiretta che il cosiddetto impegno europeo ci chiederà. Un Monti con Monti o un Monti senza Monti può essere interessante per i maneggi del ceto politico, ma non per l’italiano qualunque. A proposito del corpo elettorale, una parte si asterrà perché ha capito di non essere più sovrano (ed anche perché ci saranno sempre meno soldi a pioggia per le clientele fameliche), una parte voterà Grillo, e la parte restante si dividerà nelle collaudate tifoserie di destra e di sinistra, tifoserie che rendono possibile la legittimazione politica dell’attuale riproduzione oligarchica. Personalmente sono d’accordo con i sovranisti (vedi l’economista Bagnai), ma non credo che gli italiani siano pronti per il sovranismo. Ne avrebbero troppa paura. I giornali sono sempre pieni di scandali e scandaletti (ormai la “Repubblica” è diventata asfissiante, sembra che al mondo ci siano solo Formigoni e la Regione Lazio), ma sono i dati fondamentali dell’economia quelli che contano ed essi non sono forse ancora catastrofici, ma vanno inesorabilmente in discesa. La Monti-dipendenza è un altro modo di chiamare l’Italia-impotenza




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    Predefinito Re: La Monti-dipendenza è un altro modo di chiamare l’Italia-impotenza

    Bell'analisi.
    In Italia se sei un lavoratore onesto che non arriva a fine mese e ti suicidi, non ti caga nessuno. Se sei un delinquente, per te si mobilitano presidente della repubblica, governo, parlamento e amici dei carcerati. Viva il paese di Pulcinella!

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    Predefinito Re: La Monti-dipendenza è un altro modo di chiamare l’Italia-impotenza

    La singolare malattia della Monti-dipendenza


    di Francesco Mario Agnoli - 14/10/2012

    Fonte: Arianna Editrice



    Chissà se gli italiani cominceranno a liberarsi dalla singolare malattia della Monti-dipendenza adesso che con la legge di stabilità il governo tecnico ha palesemente “toppato” o, per dirla altrimenti, è stato colto con le mani nella marmellata per avere fatto ricorso ad uno di quei mezzucci di cattura del consenso che sembravano appannaggio esclusivo di una deteriore classe politica. Che altro è difatti la mini riduzione dell'Irpef per i due scaglioni più bassi se non un tentativo di gettare fumo negli occhi? Il modesto beneficio, che secondo Monti dovrebbe costituire la prova della propensione del governo alla riduzione della pressione fiscale non appena se ne affacci la possibilità, è, difatti, accompagnato dall'aumento di un punto dell'Iva. Un aumento che, secondo i calcoli degli esperti, non solo pareggia, ma supera il beneficio Irpef anche per i contribuenti che ne usufruiscono e, soprattutto, colpisce senza compensi tutta la vasta area esente da Irpef per insufficienza del reddito (circa 8 milioni di cittadini, che è corretto definire “poveri”).
    Intendiamoci; la recessione economica non è colpa di Monti e va attribuita a fattori (la globalizzazione anzitutto) di molto anteriori alla intronizzazione per mano di Napolitano del governo tecnico. Monti e i suoi ministri hanno soltanto la funzione di fare accettare, se non con gradimento, con rassegnazione, provvedimenti che avrebbero provocato ben più dure reazioni in caso di varo da parte del governo Berlusconi e, in realtà, di qualunque governo politico (di qui la decisione di non sostituirlo immediatamente con un governo Bersani).
    Questo in realtà l'hanno capito tutti, ma non tutti (anzi pochi) sembrano rendersi conto che nulla cambierà in meglio quando Monti passerà la mano (se pure lo farà) a un politico, perché le cause della crisi economica sono tuttora vigorosamente all'opera.
    Mi auguro di essere cattivo profeta, ma in fondo al tunnel non s'intravede affatto la luce vagheggiata (o vaneggiata) da Monti, ma una situazione destinata a divenire per lungo o lunghissimo tempo la nuova realtà dell'Italia e dell'Europa: una realtà che fino a pochi anni fa avremmo definito da “terzo mondo”. Prendiamo la riforma delle pensioni, adesso calcolate e liquidate per rendere il sistema sostenibile sulla base dei contributi versati, il che già di per sé comporta una netta riduzione degli importi rispetto al precedente sistema retributivo. Non per nulla già da qualche anno i lavoratori vengono sollecitati a munirsi di forme integrative di previdenza e a tal fine si sono proposte varie forme volontarie di fondi-pensione. Purtroppo è fin d'ora certo che, per effetto della crisi e della conseguente difficoltà di trovare un lavoro stabile (o, peggio, una qualunque occupazione remunerata), in particolare le giovani generazioni (ma non solo loro) avranno pensioni al limite del livello di sopravvivenza, che in nessun modo potranno integrare. Difatti i lunghi periodi di disoccupazione da un lato incidono negativamente sull'importo dei contributi versati, dall'altro non consentono di destinare parte dei propri guadagni alla previdenza alternativa. Insomma il cane si morde la coda e non ci prova gusto.
    Al momento la situazione sociale è (quasi) sotto controllo non per merito di Monti, che anzi con il continuo aumento del costo della vita gioca all'amico del giaguaro, ma perché le generazioni da poco approdate alla pensione o sul punto di farlo hanno avuto la possibilità di risparmiare e possono dare una mano a chi il lavoro lo sta ancora cercando (e non lo trova o ha rinunciato).
    Tuttavia questi “anziani” relativamente fortunati non dureranno in eterno e in ogni caso la loro capacità economica e, quindi, di sostegno ai giovani, già intaccata da una esorbitante pressione fiscale, è destinata a diminuire di anno in anno, perché le pensioni, d'oro o di rame che siano, non vengono adeguate ai reali aumenti del costo della vita.
    L'inevitabile approdo è una generalizzata carenza di mezzi (vogliamo chiamarla col suo nome: povertà?), nella quale quasi per tutti diviene essenziale, in particolare nei momenti difficili (malattie, vecchiaia ecc.), il ricorso ai servizi pubblici, invece a loro volta oggetto di provvedimenti incidenti in negativo sul numero e l'efficienza delle prestazioni (si pensi ai continui tagli alla Sanità).
    Scarse le speranze di un'inversione di tendenza, dal momento che alla recessione economica si accompagna (l'ha anzi preceduta e si pone come una delle sue cause) la crisi della società civile che, malata di individualismo amorale, si mostra incapace di reagire e assiste immobile e passiva alla disgregazione di se stessa.





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