La Grande guerra e la rivoluzione fascista
Cristiani d'Italia (2011)
di Emilio Gentile
La Grande guerra e la rivoluzione fascista
Sommario: Un decennio rivoluzionario ▭ Cattolici e Stato nazionale: dall’astensione alla partecipazione ▭ Il papa per la pace ▭ Neutralità e dovere ▭ Cattolici interventisti ▭ Cattolici nella Grande guerra ▭ Il «sano nazionalismo» ▭ Nazione e democrazia ▭ Il Partito popolare italiano ▭ La forza e la debolezza di un partito cattolico non confessionale ▭ Il fascismo: da pagano a cattolico ▭ Sturzo sul fascismo ▭ Mussolini contro Sturzo ▭ Pio XI «Mussolini, un uomo formidabile» ▭ Il regno di Cristo e la rivoluzione fascista ▭ Contro il cesaropapismo in camicia nera ▭ L’Anno Santo del 1925
Un decennio rivoluzionario
Gli anni fra il 1915 e il 1925 furono per gli italiani il periodo più rivoluzionario della loro vita unitaria, con una successione di avvenimenti imprevisti e sconvolgenti, che ebbero origine dalla Grande guerra e investirono la vita pubblica e la vita privata, la società, lo Stato, la politica, la cultura, la Chiesa, la religione1.
All’inizio del 1915 l’Italia era uno Stato monarchico liberale governato da un regime parlamentare che da oltre un decennio si era incamminato sulla via di una più effetiva democrazia. Alla fine del 1925, lo Stato monarchico non era più liberale, il regime non era più parlamentare, il governo era divenuto monopolio di un partito unico, il Partito nazionale fascista, sovrastato dalla personalità politica e carismatica del suo duce, il primo fondatore e capo di un regime totalitario nell’Europa occidentale.
Anche nel mondo cattolico italiano, gli anni dal 1915 al 1925 furono un periodo di avvenimenti importanti, che aprirono la strada a un cambiamento profondo nei rapporti fra lo Stato e la Chiesa.
Nel 1915, la posizione d’imparziale neutralità assunta da Benedetto XV di fronte all’Europa in guerra e la sua opposizione all’intervento italiano avevano riaperto la frattura nei rapporti fra il Vaticano e lo Stato laico, che nel decennio precedente, dominato dai governi presieduti da Giovanni Giolitti, sembravano invece avviati verso una sorta di conciliazione silenziosa, un tacito compromesso, aprendo la via per la partecipazione dei cattolici alla vita politica2.
Nel 1925, il governo dittatoriale di Benito Mussolini, che fin dalla vigilia dell’ascesa al potere aveva ripudiato la laicità dello Stato liberale e si era mostrato prodigo di omaggi e concessioni alla religione cattolica e alla Chiesa, auspicò l’avvio di trattative per giungere, «in un tempo più o meno lontano», a comporre il dissidio fra la Chiesa e lo Stato, che egli giudicava «funesto per entrambi, e storicamente fatale», per compiere «con ferma coscienza, il nostro dovere di italiani e di cattolici»3.
Infine, fra il 1915 e il 1925, avvenne un cambiamento decisivo nel ruolo dei cattolici nello Stato nazionale4. Gli eventi più rilevanti di questo cambiamento furono la conciliazione del cattolicesimo con il patriottismo, maturata negli anni della guerra, e, dopo il conflitto, la realizzazione della prima esperienza in Italia di un partito politico di ispirazione cattolica ma non confessionale, il Partito popolare italiano, fondato nel 1919 per iniziativa del sacerdote siciliano Luigi Sturzo, con il proposito di attuare nello Stato nazionale una democrazia ispirata ai principi cristiani. La parabola del Partito popolare coincise con il periodo di crisi, agonia e morte del regime liberale: alla fine del 1926, il Partito popolare, con tutti gli altri partiti, fu sciolto per imposizione del regime fascista, che esaltava il cattolicesimo come religione ufficiale dello Stato italiano, ma vietava ai cattolici di svolgere una qualsiasi attività politica che non fosse entro le organizzazioni fasciste, confinando il clero e tutte le associazioni cattoliche alle attività religiose e assistenziali. Tre anni dopo la fine dello Stato liberale, la Santa Sede siglava con lo Stato fascista, un trattato e un Concordato che ponevano fine alla ‘questione romana’.
Cattolici e Stato nazionale: dall’astensione alla partecipazione
Nel decennio precedente la Grande guerra, l’atteggiamento della Chiesa di Pio X nei confronti dello Stato nazionale era rimasto ufficialmente immutato rispetto alla condanna emessa dal Vaticano nel 1870. Tuttavia, nel corso del decennio giolittiano, aveva cominciato a mutare il comportamento dei cattolici nella vita politica, orientandosi verso un’intesa elettorale con i liberali conservatori per far fronte comune contro il Partito socialista e la sinistra anticlericale. Nello stesso periodo, la guerra di Libia aveva accentuato l’accostamento allo Stato nazionale dei settori cattolici che avevano interessi economici e finanziari nella nuova colonia italiana, favorendo il diffondersi di un nazionalismo cattolico, sensibile alle idee autoritarie e imperialistiche dell’Associazione nazionalista italiana e infervorato dalla prospettiva di un colonialismo missionario e civilizzatore5.
Col mutare dell’atteggiamento cattolico verso lo Stato liberale, un momento importante fu il patto Gentiloni, sottoscritto per le elezioni del 1913, le prime effettuate dal governo Giolitti dopo la riforma elettorale che concedeva il suffragio universale maschile. Il patto, espressione del moderatismo cattolico, prevedeva il sostegno degli elettori cattolici ai candidati liberali, che avevano sottoscritto l’impegno a opporsi all’introduzione del divorzio e a sostenere le rivendicazioni dei cattolici sulla scuola, la famiglia e la salvaguardia delle loro associazioni e delle congregazioni religiose6. Altri esponenti del movimento cattolico come don Sturzo, fautore di un ruolo politico autonomo dei cattolici nella politica nazionale, disapprovarono il patto, tanto più che don Sturzo considerava Giolitti un corruttore della democrazia con i suoi metodi trasformisti e clientelari di governo e la manipolazione delle elezioni nel Mezzogiorno per favorire i propri candidati7. Dalle elezioni del 1913 uscì una nuova maggioranza, che Giolitti non riuscì a dominare come era avvenuto nel decennio precedente. In effetti, il 4 marzo 1914, Giolitti rassegnò le dimissioni indicando come suo successore il rappresentate della destra liberale Antonio Salandra, che ebbe l’incarico di formare il nuovo governo. Antigiolittiano, promotore, con Sidney Sonnino, di una ‘politica nazionale’ per rafforzare lo Stato liberale, Salandra era un conservatore ancora convinto che lo Stato dovesse essere difeso tanto dai socialisti quanto dai cattolici e per questo aveva giudicato un errore il patto Gentiloni8. Ma era anche lui contrario al divorzio e a una legislazione più severa sulle congregazioni religiose9. Pertanto, il governo Salandra ottenne l’appoggio dei cattolici. Fu Salandra, insieme a Sonnino, nominato ministro degli Esteri nel novembre 1914, a dover affrontare la questione dell’intervento italiano nella Grande guerra.
Il papa per la pace
Dopo l’attentato di Sarajevo, Pio X si adoperò invano per scongiurare l’esplosione di un conflitto europeo. Il 2 agosto 1914, iniziate le ostilità, il pontefice esortò i cattolici di tutto il mondo a pregare «per ottenere che Dio, mosso a pietà, allontani quanto prima le funeste faci della guerra» ispirando ai governanti delle nazioni pensieri di pace10. Quando Francesco Giuseppe chiese al papa la benedizione per il suo esercito, rispose: «Io benedico la pace»11. Vecchio e malato, gravato dall’angoscia per la guerra, Pio X moriva il 20 agosto. Ai cardinali riuniti nel conclave, il 31 agosto il segretario alle lettere ai principi, il prelato Aurelio Galli, nella orazione de eligendo summo pontefice, richiamando il giudizio di Pio X sulla guerra, osservò che questa era stata provocata dai mali della società moderna, che aveva abbandonato l’insegnamento di Cristo: la guerra era una manifestazione provvidenziale della collera divina, che in tal modo voleva punire e purificare le nazioni12. Il 3 settembre il conclave elesse papa il cardinale Giacomo Della Chiesa, che assunse il nome di Benedetto XV13. Cinque giorni dopo, il nuovo pontefice, confermando l’interpretazione della guerra come castigo divino, esortava i cattolici a implorare Dio affinché «deponga questo flagello dell’ira sua, col quale fa giustizia dei peccati delle nazioni»14. Nella sua prima enciclica Ad Beatissimi apostolorum principis emanata il 1 novembre 1914, Benedetto XV denunciò la tragedia della guerra combattuta da popoli che si dicevano cristiani con «barbarica raffinatezza» e «con armi spaventose», da far dubitare «che essi discendano da uno stesso Padre, che abbiano la stessa natura e facciano parte della stessa società umana». Il pontefice ribadì che la guerra era una punizione divina per i mali intrinseci alla società moderna, dalla laicizzazione dello Stato e della scuola, alla lotta di classe, ma nello stesso tempo invitava i governanti a porre fine alla carneficina ricercando le vie della pace. In una allocuzione al Concistoro del 22 gennaio 1915, il papa confermò la neutralità della Chiesa cattolica, che riprovava «con tutte le forze ogni violazione del diritto ovunque sia stata commessa», ma respingeva allo stesso modo il tentativo di «coinvolgere l’autorità pontificia nelle dispute dei belligeranti»15.
Alla dichiarata neutralità della Santa Sede non seguì un comportamento analogo da parte del clero e dei cattolici delle nazioni belligeranti. In massima parte, sia nel fronte dell’Intesa, sia nel fronte degli imperi centrali, i cattolici si schierarono a sostegno dei loro paesi giustificando la partecipazione al conflitto come una «guerra giusta» combattuta per difendersi contro un nemico identificato come l’anticristo16. Il clero contribuì a sacralizzare la guerra come una crociata contro il male, a santificare la dedizione alla patria, a trasfigurare in martiri i caduti in battaglia17.
Neutralità e dovere
In Italia, nel periodo della neutralità, i cattolici militanti si divisero fra neutralisti e interventisti, con molteplici e differenti motivazioni per la scelta dell’una o dell’altra posizione, che andavano dal pacifismo integrale all’interventismo convinto18. Per un pacifismo integrale era, per esempio, Guido Miglioli, l’organizzatore delle leghe bianche nel Cremonese, che combatté animosamente contro l’intervento: il suo neutralismo scaturiva dalla sua fede religiosa, avversa per principio alla guerra e dalla sua avversione per lo Stato laico e borghese, che dalla guerra sarebbe uscito rafforzato coalizzando contro il proletariato le forze conservatrici, autoritarie e nazionaliste, e bloccando l’emancipazione economica, sociale e politica dei contadini, che egli sapeva naturalmente ostili alla guerra19. Inizialmente schierato per una neutralità incondizionata era Filippo Meda, esponente moderato del cattolicesimo politico, ma dopo l’invasione del Belgio il suo atteggiamento cominciò a mutare, per giungere infine alla scelta in favore dell’intervento, a difesa dei diritti dei popoli violati dall’aggressione tedesca20. Su posizioni di una neutralità condizionata, variamente motivata, si schierarono molti esponenti del moderatismo cattolico, come il conte Giuseppe Dalla Torre, presidente della giunta direttiva dell’Azione cattolica, dichiarando però di essere pronti a conformarsi, da buoni cittadini, alle decisioni del governo, sia per patriottismo sia per obbedienza all’autorità costituita, se questa avesse deciso, per proprie valutazioni, la necessità dell’intervento. «Non siamo né interventisti né neutralisti», scriveva padre Agostino Gemelli il 10 marzo 1915, ma «siamo semplicemente, e tout court, cittadini italiani» ai quali la «virtù dell’amor di patria» imponeva «di tacere e di obbedire», avendo fiducia «negli uomini che ci governano», perché al «governo solo e ai suoi consiglieri spetta la decisione. Noi dobbiamo tacere, prepararci, ubbidire»21. Un atteggiamento analogo, al di là delle discussioni sull’applicabilità della teoria cristiana della «guerra giusta» all’intervento italiano, fu assunto dalla rivista dei gesuiti «La Civiltà cattolica»22.
Nel complesso, i vescovi e il clero furono sensibili al naturale pacifismo delle masse, specialmente nelle regioni meridionali e nelle regioni di confine con l’Austria, esponendo, nello loro pastorali, il giudizio del pontefice sulla guerra come flagello divino e sostenendo la neutralità, ma furono tuttavia egualmente disposti a riconoscere il principio del dovere e dell’obbedienza all’autorità in caso di intervento dell’Italia in guerra23.
Cattolici interventisti
Fra gli interventisti convinti, mossi da ragioni ideali oltre che da valutazioni politiche, vi erano i giovani militanti della Lega democratica nazionale, come Eligio Cacciaguerra e Giuseppe Donati, che condividevano con l’interventismo democratico di Battisti, Salvemini e Bissolati la motivazione della guerra come lotta per la liberazione delle nazionalità oppresse e per l’abbattimento del militarismo e dell’autoritarismo incarnati dagli imperi centrali24. Donati riteneva «indubitabile» la «liquidazione dell’Austria», come scriveva il 20 settembre 1914, e l’Italia non poteva restaure neutrale e, di conseguenza, «patire lo scorno e il danno immenso della cosiddetta politica delle mani nette che ricorda proprio le mani nette di Pilato»25. Interventista convinto era anche Sturzo, che alla partecipazione degli italiani alla guerra attribuiva una funzione palingenetica della politica italiana, considerandola una grande occasione storica per liquidare il sistema trasformistico giolittiano e per avviare un profondo rinnovamento morale, civico e politico, promuovendo la partecipazione cattolica al consolidamento della coscienza nazionale26.
Il 1 maggio 1915, la giunta direttiva centrale dell’Unione popolare, di cui Sturzo era segretario, pubblicò un appello nel quale perorava la causa della pace approvando la «vigile neutralità» decisa dal governo italiano, nella speranza che «i diritti e le aspirazioni della Patria si possano attuare senza il grave olocausto di giovani vite», ma nello stesso tempo dichiarava, con un tonalità retorica nazionalisteggiante, che tali diritti e aspirazioni non potevano essere sottoposti «a veruna condizione, poiché essi esprimono il grido di giustizia di fronte alla missione di civiltà che l’Italia deve affermare e compiere nel mondo». Era questa, proseguiva l’appello, «una vocazione nazionale, che risponde ai destini della provvidenza e che, riallacciandosi alle glorie del passato, ci sospinge verso un grandioso avvenire». Per questo, concludeva l’appello, «dobbiamo essere preparati con suprema concordia ai magnanimi sacrifici»27. Entrata l’Italia nel conflitto, nel novembre 1915 Sturzo giustificò la partecipazione alla guerra spiegando che la guerra stessa era una grande rivoluzione, che doveva rigenerare il mondo partorito dalla Rivoluzione francese, iniziatrice del processo che aveva messo al bando la religione cristiana dallo Stato e dalla società, provocando la decadenza delle nazioni. La guerra restituiva vigore alla energie morali, «che il tocco del fuoco che purifica e del ferro che uccide ha destato con grandi eroismi e con la grande esplosione di sentimenti di viva fede incuorante al supremo sacrificio. Così la guerra ha elevato il valore dei principi divini ed eterni di morale, di diritto e di religione»28.
Un’appassionata espressione del sentimento patriottico cattolico la si trova negli scritti e nel comportamento di don Primo Mazzolari, un giovane prete che aderì all’interventismo democratico, collaborando al giornale «L’Azione» di Cesena, organo della Lega democratica cristiana di Eligio Cacciaguerra. Don Mazzolari non riteneva affatto che l’interventismo dei cattolici, per un suo aspetto nazionalista, fosse negazione dei valori universali del cristianesimo. Anche noi cattolici, affermava nell’ottobre 1915, «siamo nazionalisti, cioè accettiamo la nazione come organismo necessario al ben vivere sociale, la quale risponde a un insieme di ragioni etniche, storiche culturali, e a un insieme di nobili e tenaci sentimenti che si raccolgono nel santo nome di patria», ma il nazionalismo dei cattolici era del tutto differente dal partito nazionalista «che è una forma morbosa d’un sentimento naturale, mentre noi conosciamo alla nazione i limiti del suo crescere che sono segnati dai diritti altrui», riconoscendo «la necessità di uno sviluppo armonico con le altre nazioni»29. E ancora, un anno dopo, don Mazzolari ammoniva: «La patria è una santa cosa e appunto per questo dobbiamo guardarci dal farne un idolo. Essa deve porsi nell’ordine della realtà universale e di qui stimarla»: così come «agli interessi della patria bisogna sacrificare quelli privati», allo stesso modo «nell’interesse dell’umanità bisogna sacrificare l’egoismo della nazione»30. Quando l’Italia entrò in guerra, don Mazzolari, già più volte riformato, fece richiesta di arruolamento volontario. Nel testamento, lasciato prima di partire, scrisse di voler esser ricordato, in caso di morte, solo per aver compiuto con orgoglio il suo dovere verso la patria, desiderando come unico compenso «che non si dimenticasse domani che dei sacerdoti sono morti volentieri per la patria, per ricordare solo e rinfacciare che altri non abbiano saputo forse amarla come meglio dovevano»31.
Cattolici nella Grande guerra
Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, i cattolici italiani non si comportarono diversamente dai cattolici delle altre nazioni belligeranti, compiendo il loro dovere, con più o meno comprensione o convinzione per quanto riguardava gli scopi della partecipazione italiana al conflitto32. Un alto contributo di valore militare fu dato dai giovani militanti nella Gioventù cattolica, come fu riconosciuto dallo stesso maresciallo Armando Diaz: diecimila caduti, 17 medaglie d’oro (fra le quali Damiano Chiesa e Enrico Toti), 703 medaglie d’argento, 82 medaglie di bronzo e 267 croci di guerra33. In tal senso, così come era avvenuto in Francia fin dall’inizio della guerra, anche in Italia la Grande guerra operò a favore di una sorta di tacita e spontanea conciliazione dei cattolici con lo Stato nazionale. A tale conciliazione contribuì, e ne fu nello stesso tempo una manifestazione, la riammissione dei cappellani militari nell’esercito, decisa alla vigilia dell’intervento, per offrire assistenza religiosa ai soldati al fronte34.
L’esperienza della guerra, il confronto quotidiano con la morte, con la sofferenza, con il dolore, furono considerate dalla Chiesa una condizione di vita che poteva favorire il risveglio religioso sia fra la massa dei combattenti che fra le loro famiglie, avviando così un processo di ‘ricristianizzazione’ per combattere il processo di ‘scristianizzazione’ prodotto dalla modernità. Inoltre, nel fronte interno, le amministrazioni comunali guidate da cattolici e le varie associazioni e organizzazioni cattoliche svolsero un’attiva opera di sostegno allo sforzo bellico e per l’assistenza alle famiglie dei soldati e dei caduti. Il comportamento disciplinato e patriottico dei cattolici combattenti e l’impegno dei cattolici nel fronte interno non venne meno dopo la condanna della guerra come «inutile strage», espressa il 1 agosto 1917 da Benedetto XV nella Nota ai capi delle potenze belligeranti, anche se questa provocò forte risentimento fra le potenze dell’Intesa: fu il ministro degli esteri Sonnino che insistette con gli alleati perché non rispondessero alla Nota del pontefice. E fu ancora l’Italia che si oppose a una partecipazione di rappresentanti della Santa Sede alla conferenza della pace35.
Molto attivo nel promuovere la conciliazione fra cattolicesimo e patriottismo fu, per tutto il periodo della guerra, padre Agostino Gemelli, impegnato come medico, come sacerdote e come studioso della psicologia del soldato36. Gemelli respingeva l’accusa di antipatriottismo rivolta ai cattolici, rivendicando ai cattolici il diritto di partecipare con le proprie «credenze politiche, sociali, religiose, ossia quelle credenze che noi crediamo essere le vere, quelle che crediamo rispondenti ai bisogni e alle finalità del nostro paese» alla vita e alla grandezza della patria37. Pertanto, la dottrina cattolica non osteggiava affatto il patriottismo, inteso come volontà di difesa della sovranità e del territorio nazionale e di tutto ciò che «appare come prodotto dello sviluppo nazionale, quindi la formazione politica, l’organizzazione sociale, la tradizione, le finalità, le speranze, insomma tutto il patrimonio spirituale della nazione»38. L’amore della patria era per i cattolici una virtù che aveva la sua origine in «Iddio stesso, in quanto la patria è lo strumento della potenza, della bontà, della provvidenza divina», ed era pertanto «incluso, come il meno nel più ed il particolare nel generale, nel culto dovuto a Dio»39. Allo stesso modo, la coscienza nazionale italiana non poteva prescindere dalla componente essenziale del suo patrimonio storico, ideale e morale, cioè la religione cattolica, come «uno dei più fermi fondamenti della unità nazionale»40.
Il «sano nazionalismo»
La conciliazione fra cattolicesimo e patriottismo era perorata da Gemelli nella più generale prospettiva di una riconquista cattolica della società italiana entro la struttura dello Stato nazione, attraverso la rivendicazione del valore propriamente cristiano dell’amor di patria, muovendo dal presupposto che la religione cattolica non era solo parte integrante e fondamentale della individualità nazionale italiana, ma era anche l’unica forza morale unitaria che poteva condurre l’Italia sulla via di una nuova grandezza, per realizzare la sua missione universale di civiltà, secondo il disegno della provvidenza divina: «Per noi l’amor di patria si converte cioè nel desiderio fattivo che la patria nostra abbia ad essere cristiana per essere grande e per continuare degnamente le gloriose tradizioni dei secoli scorsi»41.
All’elaborazione di una concezione cattolica della nazione e del nazionalismo si dedicò principalmente, e in forma autorevole, «La Civiltà cattolica» con una serie di articoli pubblicati a partire dall’inizio del 191542. Muovendo dal presupposto che la dottrina e l’etica cristiana erano del tutto compatibili con i doveri del cittadino nei confronti della patria e dello Stato e con l’aspirazione alla grandezza della nazione, «La Civiltà cattolica» volle precisare e definire quel che per la Chiesa era il «vero amor di patria» e il «nazionalismo sano», per distinguerlo nettamente, e vigorosamente, dal nazionalismo come nuovo movimento politico statalista e imperialista, sorto in Italia all’inizio del Novecento43.
Il nazionalismo imperialista era una concezione materialistica della nazione e della grandezza nazionale, una «grandezza estensiva, di dimensione, non intensiva, di perfezione, grandezza di peso e non di prestigio, di mole e non di virtù», consistente unicamente nella espansione territoriale44. Da questa concezione materialistica della nazione, scaturiva una concezione del rapporto fra lo Stato e l’individuo, che la Chiesa condannava come «statolatria» pagana perché considerava «l’individuo mero strumento dello Stato e la famiglia e i suoi membri come cosa, tutta dello Stato»45.
Al nazionalismo pagano, la rivista opponeva il «sano nazionalismo» conciliato con la dottrina e l’etica cattolica. Senza il cattolicesimo, il nazionalismo «come il paganesimo antico, vorrà a torto il sacrificio dell’individuo alla sua chimera del Dio-stato; e ritornerà alla barbarie, per cui la vita umana non aveva valore, l’individuo non contava, la famiglia non esisteva, lo Stato era tutto»46. Il patriottismo cristiano, concludeva la rivista, conciliando «l’amore e il culto della patria e dei parenti con l’amore e il culto stesso di Dio, ci farà sempre tanto più forti e operosi al vero bene della patria e della nazione, quanto più lontani dalle esagerazioni e dagli equivoci di un nazionalismo e patriottismo di falsa lega»47.
Nazione e democrazia
Alla fine della Grande guerra, maturò l’idea di dar vita a un partito politico di cattolici, ispirato ai princìpi cristiani, ma non confessionale, mentre nello stesso tempo, nel 1918, dallo scioglimento della Unione economico-sociale, una della quattro associazioni del laicato cattolico in cui era suddivisa l’Azione cattolica, nasceva nel 1918 la Confederazione italiana dei lavoratori, a opera di esponenti del movimento sociale cattolico come Achille Grandi, Giovanni Gronchi e Guido Miglioli48. A promuovere la nascita del partito politico furono soprattutto don Sturzo e i cattolici democratici, che volevano affermare la presenza della religione cattolica quale componente fondamentale della vita nazionale, avviando l’attuazione di un disegno che mirava a realizzare, sul piano della piena autonomia politica dalla Chiesa, una conciliazione fra princìpi e valori cattolici da una parte, e princìpi e valori della nazione e dello Stato dall’altra, ma proponendo anche una radicale riforma dello Stato liberale49. Nel pensiero politico del fondatore del Partito popolare era presente un vivace orgoglio patriottico, la «fede che la patria nostra – per la quale combattiamo e lavoriamo – uscirà dalle angustie che la travagliano e la travaglieranno per un pezzo, rifatta nella sua unità morale, nelle sue forze indistruttibili, nella sua missione civilizzatrice»50. Nel disegno riformatore dello Stato, Sturzo ribadiva l’indissolubilità del nesso fra nazione e democrazia, convinto che «nel valore storico di un popolo, nella sua stessa tradizione, nella concezione della propria autonomia e indipendenza, nella coscienza della missione e nella ragione della civiltà» si identifica «lo sforzo nazionale a conservare istituti tradizionali, posizioni morali e politiche tanto all’interno che all’esterno»51. Ma proprio per avvalorare questo sforzo, precisava Sturzo, era essenziale la partecipazione attiva del popolo alla vita dello Stato. In questa prospettiva democratica e patriottica, cristianamente ispirata, di rinnovamento dello Stato italiano si realizzò la fondazione del primo partito politico, non confessionale, dei cattolici italiani.
Il Partito popolare italiano
All’inizio degli anni turbolenti del dopoguerra, il progetto di costruire una partito di ispirazione cattolica, basato sull’accettazione della realtà dello Stato nazionale, poteva ormai dirsi compiuto nelle sue linee essenziali. Occorreva ora impegnare concretamente i cattolici come forza autonoma fra le altre forze politiche laiche, socialiste, liberali, democratiche, nazionaliste, rivendicando, nello stesso tempo, nei confronti della classe dirigente liberale, radici più antiche e più salde nella tradizione nazionale. Fu così che il 18 gennaio 1919 fu lanciato l’appello al paese con il programma del Partito popolare italiano: «A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini supremi della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché, uniti insieme, propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e di libertà», nel rivendicare
«i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici, fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, come è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società»52.
Il nuovo partito rifiutava l’imperialismo, senza però rifiutare una politica coloniale vantaggiosa per gli interessi nazionali ma «ispirata ad un programma di progressivo incivilimento», e aderiva ai princìpi di ordine internazionale espressi dal presidente americano Woodrow Wilson attraverso i suoi «18 punti», mentre nella politica interna i popolari erano contro lo Stato accentratore, al quale volevano «sul terreno costituzionale sostituire uno stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i comuni –, che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private». Fra le riforme politiche, per incrementare la democrazia, i popolari chiedevano un sistema elettorale con rappresentanza proporzionale, il senato elettivo e un ampio decentramento comunale, provinciale e regionale. Per quanto riguardava la Chiesa, il punto VIII del programma affermava: «Libertà ed indipendenza della chiesa nella piena esplicazione del suo magistero spirituale. Libertà e rispetto della coscienza cristiana, considerata come fondamento e presidio della vita della nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste della civiltà nel mondo».
Nel primo congresso del Partito popolare, tenuto a Bologna dal 14 al 16 giugno 1919, don Sturzo, eletto segretario politico, spiegò perché
«non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicismo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall’inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, ed abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione»53.
Il Partito popolare, di conseguenza, pur non considerando la religione un affare privato di coscienza, ma ritenendola anzi un «principio etico informatore della morale pubblica» in uno Stato laico, e pur cercando nella religione cristiana «lo spirito vivificatore di tutta la vita individuale e collettiva», non si arrogava il diritto
«di parlare a nome della Chiesa, né possiamo essere emanazione e dipendenza di organismi ecclesiastici, né possiamo avvalorare della forza della Chiesa la nostra azione politica, sia in parlamento che fuori del parlamento, nella organizzazione e nella tattica del partito, nelle diverse attività e nelle forti battaglie, che solo in nome nostro dobbiamo e possiamo combattere, sul medesimo terreno degli altri partiti con noi in contrasto»54.
Pertanto, precisava don Sturzo, come primo atto della sua esistenza, il nuovo partito doveva «staccare la nuova azione dal passato e marcare la ragione autonoma, nazionale e positiva del suo carattere», considerando definitivamente chiusa l’epoca della politica oligarchica e clientelare e iniziata l’epoca dei partiti che esprimevano la volontà dei cittadini nella molteplicità dei loro interessi e dei loro ideali. Al congresso di Bologna, i dati sulla organizzazione del Ppi apparivano di notevole successo, per un partito di recente nascita: a sei mesi dalla fondazione, le sezioni del Partito popolare erano passate da 850 a 2.197, e gli iscritti da 55.895 a 104.972. Nel successivo congresso di Napoli (8-10 aprile 1920) le sezioni erano salite a 3.137 e gli iscritti a 251.740. In quello stesso anno, gli iscritti ai sindacati “bianchi” della Confederazione italiana dei lavoratori erano 1.180.000.
La forza e la debolezza di un partito cattolico non confessionale
Il Partito popolare non nacque per iniziativa e promozione della Chiesa, ma dalla Santa Sede di Benedetto XV la sua nascita fu accolta con benevolenza, tanto più che, pur senza essere partito confessionale, esso si ispirava esplicitamente al cattolicesimo e aveva nel suo programma rivendicazioni che la Chiesa da tempo avanzava nei confronti dello Stato laico: dalla tutela della famiglia alla opposizione al divorzio, alla moralizzazione della vita pubblica, al riconoscimento delle scuole cattoliche private con l’introduzione dell’esame di Stato55. Per conseguire questo scopo, il Partito popolare avrebbe svolto in Italia quella stessa funzione in difesa della libertà della Chiesa che il partito cattolico del Zentrum svolgeva in Germania fin dal 1870, sia pure nella peculiare condizione di un paese a maggioranza protestante, mentre in Italia i cristiani non cattolici erano piccole minoranze56. Dall’esistenza di un partito politico di ispirazione cattolica, benché non confessionale, era comunque agevolato il disegno di riconquista cattolica della società italiana perseguito dal pontefice.
Tuttavia, per quanto deciso a svolgere la propria attività politica in piena autonomia dalla Chiesa, una implicita legittimazione del Partito popolare da parte della Santa Sede era necessaria e inevitabile, tanto più che il nuovo partito si avvaleva, nello svolgimento della sua azione politica, della vasta rete organizzativa dell’associazionismo cattolico, affiancata da catene di giornali, banche e cooperative, oltre che dell’intera struttura della gerarchia ecclesiastica, dagli arcivescovi ai parroci. Se questa implicita legittimazione era un fattore di forza per il Partito popolare, era allo stesso tempo anche un fattore di debolezza, perché inevitabilmente l’orientamento della Santa Sede nelle vicende politiche di quegli anni turbolenti influiva, condizionava e alla fine poteva anche contrastare la condotta politica del Partito popolare. Altro fattore d’intrinseca debolezza del nuovo partito, che don Sturzo voleva far crescere unito, robusto e autonomo, con un’organizzazione moderna e una disciplina interna che affidava un saldo potere alla segreteria nazionale, era costituito dall’eterogenea composizione sociale e culturale dei vari gruppi e movimenti cattolici già esistenti, che vi confluirono.
L’unità perseguita da don Sturzo fu ostacolata da una varietà di posizioni interne, che andavano da una destra clericale, tradizionalista e conservatrice a un vario centro democratico, fino ad arrivare a un’estrema sinistra con tendenze anticapitaliste e antiborghesi. Nella varietà degli orientamenti politici si rifletteva la sua eterogenea composizione sociale, che raccoglieva, sotto la volta della comune fede religiosa, aristocrazia, alta borghesia finanziaria e industriale e grandi proprietari; un composito ceto medio di professionisti, impiegati, insegnanti, commercianti, e medi e piccoli proprietari, e un ceto popolare di artigiani e soprattutto contadini.
Nelle prime elezioni politiche che si tennero nell’Italia del dopoguerra il 16 novembre 1919, col sistema proporzionale introdotto dal governo Nitti allora in carica, il Partito popolare riportò un grande successo, risultando il secondo partito italiano con il 20 per cento dei voti e 100 deputati (i cattolici eletti nella precedente legislatura del 1913 erano 29), mentre il Partito socialista italiano conquistò il primo posto con il 34 per cento dei voti e 150 deputati57.
Da quel momento, il Partito popolare partecipò con i suoi rappresentanti a tutti i governi che si avvicendarono in Italia fino all’avvento del fascismo al potere, presieduti da Francesco Saverio Nitti (giugno 1919-giugno 1920), Giovanni Giolitti (giugno 1920-luglio 1921), Ivanoe Bonomi (luglio 1921-febbraio 1922), Luigi Facta (febbraio-ottobre 1922). Ma a nessuno di questi governi il Partito popolare riuscì a dare un’impronta decisiva nel senso del proprio programma riformatore58. Fu, questo, l’aspetto forse più grave della combinazione di forza e debolezza insita nel Partito popolare: pur essendo la seconda formazione politica italiana, non riuscì a svolgere una funzione autonoma nella crisi politica e istituzionale dello Stato liberale. Fu il dramma del Partito popolare nel dramma della crisi dello Stato liberale: partito costituzionale indispensabile per la formazione di qualsiasi maggioranza di governo, che escludesse il Partito socialista, il Ppi dovette rassegnarsi a collaborare con governi guidati da esponenti della democrazia laica, come Nitti e Bonomi, o della vecchia classe dirigente liberale, come Giolitti e Facta, ma non fu mai capace di assumere la guida del governo: per ben due volte, in occasione della crisi del terzo governo Nitti nel giugno 1920 e dopo la caduta del governo Bonomi nel febbraio 1922, fu offerto a Filippo Meda l’incarico di formare il governo, e per due volte Meda rifiutò: mancò così l’occasione al Partito popolare, come scrisse più tardi don Sturzo a proposito del secondo rifiuto, che aprì la strada ai deboli e inetti governi Facta, di fare «il suo esperimento di potere, breve o lungo non importa, con un altro uomo, che poteva essere tra i più provetti della nostra vita parlamentare»59.
La crisi dello Stato liberale fu dovuta certamente al logoramento della vecchia classe dirigente, che ambiva a svolgere ancora un ruolo predominante e tuttavia fu incapace di far fronte alla nuova politica di massa. Ma un fattore aggravante fu la contrapposizione irriducibile fra i due maggiori partiti usciti dalle elezioni del novembre 1919, il Partito socialista e il Partito popolare, che rese impossibile una soluzione in senso democratico della crisi stessa. Affascinato dal mito della rivoluzione bolscevica, il Partito socialista dissipò la sua forza in uno sterile massimalismo rivoluzionario, mentre il Partito popolare, fautore di un rinnovamento democratico dello Stato, dovette accettare la collaborazione con governi precari sostenuti da fragili maggioranze con i democratici e i liberali: al Ppi fu sempre preclusa la via verso una maggioranza alternativa con i socialisti riformisti del gruppo parlamentare, sia per il rifiuto dei dirigenti massimalisti del Psi, sia per l’opposizione interna della destra clericale conservatrice, sia, infine, nel 1922 e ancora nel 1924, per il fermo divieto posto dal nuovo pontefice Pio XI a qualsiasi collaborazione fra popolari e socialisti60. Pertanto, la funzione riformatrice del Partito popolare si esaurì nella collaborazione ai governi di un sistema parlamentare sottoposto alla violenta contestazione di forze antiparlamentari e fra loro antagoniste, il socialismo rivoluzionario e il comunismo a sinistra, il nazionalismo rivoluzionario e il fascismo a destra.
Il fascismo: da pagano a cattolico
Il movimento dei Fasci di combattimento, fondato da Benito Mussolini il 23 marzo 1919 non aveva ottenuto nessun deputato alle elezioni del 1919. Il fascismo era nato come un movimento politico anticlericale con venature anticattoliche e anticristiane61. Ateo militante negli anni giovanili, quando era socialista rivoluzionario, dopo la conversione all’interventismo e l’espulsione dal Partito socialista, alla fine del 1914, Mussolini era rimasto ateo, anticlericale e pagano, e tale si professava quando diede vita al fascismo: «Noi» scriveva all’indomani della sconfitta elettorale del 1919 «che detestiamo dal profondo tutti i cristianesimi, da quello di Gesù a quello di Marx, guardiamo con simpatia straordinaria a questo ‘riprendere’ della vita moderna, nelle forme pagane del culto della forza e dell’audacia»62.
Ma cinque mesi dopo, nel maggio 1920, al secondo congresso dei Fasci di combattimento, Mussolini iniziò a mutare atteggiamento verso la Chiesa e il cattolicesimo.
«Quanto al Papato bisogna intendersi: il Vaticano rappresenta 400 milioni di uomini sparsi in tutto il mondo ed una politica intelligente dovrebbe usare ai fini dell’espansionismo proprio questa forza colossale. Io sono, oggi, completamente al di fuori di ogni religione, ma i problemi politici sono problemi politici. Nessuno in Italia, se non vuole scatenare la guerra religiosa, può attentare a questa comunità spirituale. Lenin stesso si è arrestato dinnanzi all’autorità del Santo Sinodo e in Russia la religione è rispettata»63.
Pochi mesi dopo, nell’agosto, Mussolini inneggiava all’impero spirituale del cristianesimo «che non ha territori, ma ha ancora un’idea nella quale si raccolgono quattrocento milioni di uomini sparsi sulla faccia della terra»: «È un impero che conta oramai la sua vita a millenni. Sui flutti agitati della storia è ancora la barca del divino ebreo Gesù quella che galleggia meglio di tutte le altre»64. E un mese dopo, Mussolini ripudiava l’anticlericalismo e l’anticattolicismo:
«dico subito [disse in un discorso ai fascisti cremonesi il 5 settembre] che non sono anticlericale di professione. L’anticattolicesimo di chi parla di tresche fra parroci e Perpetue, è oramai una cosa rancida e superata. Ma meno ancora io voglio che siamo anticattolici. Abbiamo in Italia una grande forza riconosciuta; da Roma si parla a quattrocento milioni di uomini. Roma, oltreché come capitale d’Italia, va riguardata come capitale di un immenso impero spirituale. Se il nazionalismo utilizzasse, al fine dell’espansione nazionale, la forza del cattolicesimo, io credo che potrebbe trarne molta utilità»65.
La virata mussoliniana in materia di politica religiosa proseguì nel corso del 1921 quando il fascismo divenne un partito di massa e s’impose con la violenza dello squadrismo distruggendo gran parte della organizzazione politica e sindacale del partito socialista, presentandosi come il difensore dell’Italia, dell’ordine, della società borghese e della religione cattolica. «Qualcuno può dirvi» disse Mussolini durante la campagna elettorale nel maggio 1921 «che il fascismo è nemico della religione, che vuole scristianizzare l’Italia. Questa è una ridicola e ignobile calunnia. Noi non facciamo dell’anticlericalismo vecchio stile: noi rispettiamo profondamente la religione quando sia sinceramente professata»66.
Alle elezioni del maggio 1921 i fascisti parteciparono aderendo ai blocchi nazionali patrocinati da Giolitti, il quasi ottantenne presidente del Consiglio in carica, il quale pensava di poter indebolire sia il Partito socialista sia il Partito popolare e, nello stesso tempo, di riuscire a disinnescare la violenza del fascismo favorendo la ‘parlamentarizzazione’ del movimento. La campagna elettorale era stata funestata da violenti scontri fra i fascisti e i loro avversari, con numerose vittime. Anche militanti del Partito popolare e circoli cattolici subirono la violenza squadrista67. Nonostante ciò, dalle elezioni, il Partito socialista e il Partito popolare si confermarono come i due maggiori partiti, anche se il socialista, dopo la scissione del gennaio 1921 che aveva dato vita al Partito comunista, avevano perduto voti e seggi, mentre il Partito popolare aveva aumentato i suoi deputati da 100 a 108. Tuttavia il fascismo, benché avesse ottenuto soltanto 35 deputati, era la vera forza dominante nel paese, con oltre 200.000 iscritti militarmente organizzati, e continuò a praticare la violenza per aprirsi la strada verso la conquista del potere.
Il disegno di Giolitti era fallito e la sua permanenza alla guida del governo incontrò la decisa opposizione di don Sturzo, per l’antica avversione nutrita verso il politico piemontese68. Il Partito popolare ebbe una più ampia presenza nel nuovo governo presieduto dal socialista riformista Ivanoe Bonomi, varato nel luglio 1921, che tentò di porre fine alla violenza armata patrocinando un ‘patto di pacificazione’ fra i socialisti e i fascisti, accettato da Mussolini. Ma la rivolta dei capi squadristi contro Mussolini fece naufragare il tentativo pacificatore e la successiva trasformazione del movimento fascista in Partito nazionale fascista, decisa dal congresso dei Fasci nel novembre 1921, diede al fascismo la struttura definitiva di un partito milizia, cioè un partito militarmente organizzato che usava la violenza per imporsi ai propri avversari69. In quella occasione, Mussolini parlò dei rapporti fra Stato e Chiesa, affermando che lo Stato era sovrano
«in ogni campo dell’attività nazionale. Prima di togliere la legge delle guarentigie occorrono cautele. La diplomazia vaticana è più abile di quella della Consulta. Bisogna imporre il rispetto a ogni fede, perché per il fascismo il fatto religioso rientra nel campo della coscienza individuale. Il cattolicesimo può essere utilizzato per l’espansione nazionale»70.
Sturzo sul fascismo
In un primo momento, il Partito popolare, come gran parte dei liberali e dell’opinione pubblica borghese, aveva giustificato la violenza fascista contro il Partito socialista come una comprensibile reazione da parte di elementi borghesi alla politica terroristica del massimalismo rivoluzionario durante il cosiddetto ‘biennio rosso’, dal 1919 alla fine del 1920. Del fascismo come «fenomeno di difesa e di reazione», prodotto dallo «spirito di conservazione» dell’ordinamento nazionale, contro l’azione di «coloro che negano la patria per l’internazionale» e «il diritto degli altri per il monopolio di una classe», aveva parlato nel maggio 1921 anche Sturzo, il quale riteneva allora che il fascismo «non è e non può essere un partito, nel senso che possa avere una sottostruttura programmatica, che attinga ad una vita propria autonoma»71. «La Civiltà cattolica» riportò frequentemente le notizie degli episodi di violenza fascista, facendo tuttavia distinzione fra un «fascismo di difesa», provocato dalla prepotenza socialista, e un «fascismo di violenza», che sfociava in nuove prevaricazioni e turbamento dell’ordine72.
Ma nei mesi successivi il fascismo ampliò e consolidò la sua forza, estendendo la sua violenza anche agli altri partiti che considerava un ostacolo per le sue ambizioni, compreso il Partito popolare. Ad accrescere l’avversione del fascismo verso il Partito popolare era stata l’ipotesi di una collaborazione con il Partito socialista, emersa nel terzo congresso del Ppi tenuto a Venezia dal 20 al 23 ottobre 1921, con la richiesta, da parte della sinistra democratica rappresentata da Francesco Luigi Ferrari, dell’esclusione di qualsiasi collaborazione con il fascismo73. A questi orientamenti, tuttavia, si opponeva l’ala più conservatrice del partito, che invece simpatizzava per il fascismo come movimento antisocialista che proclamava la difesa della religione e della Chiesa.
Mussolini contro Sturzo
Più volte nel 1921, don Sturzo aveva denunciato alle autorità di governo l’opera «di violenza e di sopraffazione, di aggressione e di minacce» compiuta dai fascisti contro i popolari in varie province74. Gli attacchi fascisti contro esponenti del Partito popolare si intensificarono nel 1922:
«Nei centri e nelle campagne [scriveva don Sturzo a Bonomi il 24 febbraio] ricatti, intimidazioni, rappresaglie, violenze, che talora assumono carattere di ferocia eccezionale, si commettono e si ripetono da parte dei fascisti contro i Popolari senza freno alcuno, in libertà piena, poiché le autorità preposte all’ordine pubblico, e l’arma dei RRCC [Regi Carabinieri], se non sempre, palesemente limitano la loro azione, in una tranquilla indifferenza, quando pur si tratti di prevenire, di impedire, di sanzionare fatti gravissimi»75.
Due giorni dopo il gruppo parlamentare della Democrazia provocò la caduta del governo Bonomi per preparare il ritorno al governo di Giolitti, ma i popolari si opposero, con il cosiddetto ‘veto’ di don Sturzo, accettando tuttavia di sostenere un giolittiano tutt’altro che autorevole e capace come Luigi Facta76.
Da quel momento, mentre Mussolini corteggiava pubblicamente la Chiesa con ostentate manifestazioni di ossequio, i fascisti intensificarono gli attacchi contro il Partito popolare. Ciò che il duce maggiormente temeva era un’alleanza parlamentare fra socialisti riformisti e popolari che potesse dar vita a un governo più autorevole e forte, deciso a porre fine alla violenza fascista per ristabilire l’ordine nella legalità. Il 28 febbraio, in un’intervista, il duce si scagliò con virulenza contro lo «sturzismo», definendo «il piccolo, mediocre siciliano», «questo prete politicante e deforme, che non celebra mai la messa e va in giro con la tonaca sudicia a fare della bassa politica invece che cura di anime», «un pericolo enorme per la religione in generale e per il cattolicismo in particolare»77. Nella seconda metà del 1922, mentre precipitava la crisi dello Stato liberale e il Partito fascista cominciò a pensare alla conquista del potere, il fascismo intensificò l’aggressione polemica e pratica contro i popolari: «brutta gente i seguaci di Sturzo», disse Mussolini in un’intervista il 12 luglio78. E il 25 luglio definiva il Partito popolare «vero ed autentico pescecane della politica italiana», con la sua collaborazione governativa, intrecci di interessi con le banche cattoliche ecc.: « È tempo che l’indegna mistificazione del Partito Popolare sia denunziata alla nazione», perché questo partito «non è cattolico e ancor meno cristiano», e perciò «dannoso agli interessi della religione e infido di fronte agli interessi della Patria»79. Due giorni dopo, continuando il martellamento polemico contro il partito di Sturzo, scrisse: «Siamo di fronte ad un Partito infetto di socialismo, quindi anticattolico, quindi anticristiano», e fece allusione a voci nelle alte sfere del Vaticano, dove ci si domandava se la nascita del Partito popolare non fosse stata un danno enorme per la Chiesa, citando i comunicati con i quali la Santa Sede dichiarava di non aver nulla di comune con l’azione del partito di don Sturzo.




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