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  1. #11
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    Predefinito Riferimento: Hesemann: «Chiesa, troppe leggende nere»

    Citazione Originariamente Scritto da Azel Visualizza Messaggio
    Esplicitando: l'innocente può giustamente indignarsi di fronte ad una falsa accusa. Il più volte colpevole, anche se accusato di qualcosa che non ha commesso, resta un "più volte colpevole". Indignarsi, in quel caso, fa solo tristezza.
    Ma colpevole di che scusa? :gratgrat:
    Pio XII salvò gli Ebrei, e dovremmo vergognarcene e stare zitti quando qualche furbone si inventa scemenze a suo carico?

    Non mi pare né furbo né cristiano, visto che non fa alcun servizio alla verità.
    “Pray as thougheverything depended on God. Work as though everything depended on you.”

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  2. #12
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    Predefinito Riferimento: Hesemann: «Chiesa, troppe leggende nere»

    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Ma colpevole di che scusa? :gratgrat:
    Pio XII salvò gli Ebrei, e dovremmo vergognarcene e stare zitti quando qualche furbone si inventa scemenze a suo carico?

    Non mi pare né furbo né cristiano, visto che non fa alcun servizio alla verità.
    Vergognarvi e stare zitti? No, se avete le prove di quanto sostenete avete tutto il diritto di esporle.

    Fare le timide verginelle alla vista del primo atto sessuale, quando in realtà avete commesso fior di atrocità nel corso dei secoli, al contrario, è solo una mistificazione di cattivo gusto.

    Qui c'è ancora gente pronta a scattare sull'attenti e dire chiaro e forte "Chi noi? Noi non ci siamo macchiati mai di nessun delitto!!!". Questo è assai patetico.

  3. #13
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    Predefinito Riferimento: Hesemann: «Chiesa, troppe leggende nere»

    Citazione Originariamente Scritto da Cuordileone Visualizza Messaggio
    Tu sei colpevole di ignoranza e di malafede, oltre che di inciviltà. Parlare con te di un argomento del genere sarebbe come discutere con un musulmano sui diritti dell'infedele.
    Detto da te, lo prendo come complimento!

  4. #14
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    Predefinito Riferimento: Hesemann: «Chiesa, troppe leggende nere»

    Citazione Originariamente Scritto da Azel Visualizza Messaggio
    Vergognarvi e stare zitti? No, se avete le prove di quanto sostenete avete tutto il diritto di esporle.

    Fare le timide verginelle alla vista del primo atto sessuale, quando in realtà avete commesso fior di atrocità nel corso dei secoli, al contrario, è solo una mistificazione di cattivo gusto.

    Qui c'è ancora gente pronta a scattare sull'attenti e dire chiaro e forte "Chi noi? Noi non ci siamo macchiati mai di nessun delitto!!!". Questo è assai patetico.
    Per me tu deliri. L'hai letto il post iniziale, prima di rispondere al thread? O sei come tanti, troppi altri, che leggono il titolo e poi hanno già la risposta preconfezionata?
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  5. #15
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    Predefinito Riferimento: Hesemann: «Chiesa, troppe leggende nere»

    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Per me tu deliri. L'hai letto il post iniziale, prima di rispondere al thread? O sei come tanti, troppi altri, che leggono il titolo e poi hanno già la risposta preconfezionata?
    Neghi che su questo forum esista un nutrito manipolo di "eroi" pronti a giurare e spergiurare che la chiesa, al massimo, ha "commesso qualche errore da poco" ma che nella sostanza non abbia mai commesso o avallato alcuna altrocità? :giagia:

  6. #16
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    Predefinito Riferimento: Hesemann: «Chiesa, troppe leggende nere»

    Citazione Originariamente Scritto da Azel Visualizza Messaggio
    Neghi che su questo forum esista un nutrito manipolo di "eroi" pronti a giurare e spergiurare che la chiesa, al massimo, ha "commesso qualche errore da poco" ma che nella sostanza non abbia mai commesso o avallato alcuna altrocità? :giagia:
    Ma parli proprio tu che vorresti affibbiargli ogni genere di colpa comprese quelle dei suoi nemici?


    Ma sei in malafede e quindi senza vergogna, o sei stupido?
    "Per tutto il pensiero occidentale, ignorare il suo Medioevo significa ignorare se stesso" - Étienne Gilson


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  7. #17
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    Exclamation

    Leggo: su Pio XII solo calunnie. Il Papa aiutò gli ebrei. Nessuno di voi si è però dato il fastidio di chiedersi dove affondi le proprie radici l'odio antiebraico.
    Le affonda in un ambiente cattolico che ha continuato a soffiare sul fuoco anche quando i totalitarismi fascista e nazista promulgavano legislazioni atte a discriminare pesantemente gli ebrei.

    Sulle Leggi razziali del 1938

    Il libro in esame reca le prove utili a smantellare il persistente equivoco cui ha dato origine la falsificazione storica diretta a far ricadere colpe e biasimo unicamente sul governo fascista.
    e critica dell'antisemitismo e del razzismo europei a cavallo del XIX e XX Secolo.

    Allo scopo di contrastare la Massoneria, il laicismo e la modernità, nel 1850 Pio IX, ancora esule a Napoli, diede vita alla rivista "La Civiltà Cattolica" di cui istituì il "Collegio degli scrittori" -tutti rigorosamente Gesuiti- e ne controllò l’opera. Col l’avvento di Leone XIII e grazie alla sua supervisione, sull'onda dell'«affáire Dreyfus», nel 1880 la rivista riscoprì la «questione ebraica» e perseverò nell'incitare i vari governi ad emanare «... leggi specifiche che facciano tornare gli ebrei nella loro condizione originaria di subordinati» (ibidem XI). Si concretizza così il proseguimento di quella invero singolare amichevole segregazione attuata da sempre dal Vaticano, tendente a convertire al Cristianesimo le disperse genti ebraiche attraverso provvedimenti costrittivo-cautelativi.

    In quest'ottica vanno intesi anche i rapporti fra Vaticano ed i fondatori del Sionismo, nato e sviluppatosi proprio in quegli anni, in relazione alla richiesta di questi ultimi di potersi insediare in Palestina. Significativo, a tal proposito, l'incontro fra Teodoro Herlz e papa Pio X nel 1904, poco prima della morte di Herlz. Costui, vero creatore del mito sionista e primo leader del movimento, già nel 1893 aveva pensato di chiedere udienza al Papa al quale intendeva dire: «Aiutateci contro l'antisemitismo ed io guiderò un grande movimento per la libera ed onorevole conversione degli ebrei al cristianesimo». Da questo incontro, comunque, non era emerso nulla di concreto in quanto il papa aveva ribadito il suo diniego al disegno sionista di ritorno alla Palestina se prima gli ebrei non si fossero convertiti al cattolicesimo. Sull'autenticità ed onestà del disegno herlziano di conversione in massa al cattolicesimo degli ebrei sionisti fa fede la clamorosa conversione al cattolicesimo del figlio di Herlz nel 1924, conversione avvenuta pur in assenza del permesso papale di accedere in Palestina.

    Seguendo siffatta linea, "La Civiltà Cattolica" giunse a diffondere proposizioni tristemente premonitrici: «... perocché la strapotenza alla quale il diritto rivoluzionario li ha (gli ebrei - N.d.R..) oggi innalzati, viene scavando loro sotto i piedi un abisso pari nella profondità all'altezza in cui sono assurti. E se scoppia il turbine che essi in Francia, in Germania, nell'Austria, nella Romania, nell'Italia con questa loro strapotenza vengono provocando, traboccheranno in un precipizio che sarà per avventura senza esempio ...». (Cfr. 1898, serie XVII, vol 1, p. 287)

    Il termine razzismo viene pronunciato ufficialmente per la prima volta da un pontefice con l'allocuzione del 28/7/38, nel corso della quale Pio XI affermò: «Ecco la risposta della Chiesa, ecco che cosa è per la Chiesa il vero, il proprio, il sano razzismo, degno degli uomini singoli nella loro grande collettività. Tutti a un modo; tutti oggetto dello stesso materno affetto, tutti chiamati ... ad essere tutti pel proprio paese nelle particolari nazionalità di ognuno, nella particolare razza, i propagatori di questa idea così grande e magnificamente materna, umana, anche prima che cristiana». (Cfr. Oss. Rom. del 29/7/38)

    Atteso che nella Dottrina del Fascismo è previsto che: «Lo Stato fascista non rimane indifferente di fronte al fatto religioso ed a quella particolare religione positiva che è il Cattolicesimo ...» le leggi razziali vennero concordate in perfetta sintonia col Vaticano, il quale mosse soltanto marginali obiezioni riguardanti gli ebrei convertiti al cattolicesimo e quelli coinvolti in matrimoni misti.

    Il libro chiarisce fra l'altro che gli esponenti di "La Civiltà Cattolica" convennero con Giacomo Acerbo, estensore della Legge in questione, nell'adottare la discutibile commistione dei concetti di razza e nazione. Questo è il commento degli autori (Taradel-Raggi ): «... il concetto di razza elaborato dagli ideologi del PNF, a due anni di distanza dall'emanazione delle Leggi razziali, insomma, coincide perfettamente con il concetto di nazione elaborato da "La Civiltà Cattolica" tra il 1938 ed il 1939» (pag. 119). E padre Messineo, incaricato da Pio XII per le controversie razziali, nella prefazione al libro "I problemi della razza" di Giacomo Acerbo, scrive: «Siamo così di fronte ad un concetto di razza che anche il più meticoloso assertore dei valori spirituali e trascendenti può accettare senza riserve». (Cfr. "La Civiltà Cattolica", 1940, vol. III, p. 218)

    Il libro in esame, dunque, reca le prove inconfutabili utili a smantellare il persistente equivoco cui ha dato origine la falsificazione storica diretta a far ricadere colpe e biasimo unicamente sul governo fascista, posto in atto, dal Vaticano e dai vincitori della IIª guerra mondiale, al fine di occultare le rispettive responsabilità. Per quanto riguarda le responsabilità degli angloamericani nella persecuzione contro gli ebrei, nonché le responsabilità degli ebrei stessi, soprattutto gli ambienti sionisti filo-nazisti, queste sono state ampiamente dimostrate in libri di ampia diffusione.

    Il Comitato direttivo

  8. #18
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    Predefinito I FONDAMENTI DELLA DOTTRINA FASCISTA DELLA RAZZA

    La Civiltà Cattolica , Roma, 2 novembre 1940, a. 91, vol. IV, quad. 2169, pp. 216-219

    La questione della razza, pur tra l'incalzare di avvenimenti di grande importanza storica, forma l'oggetto di studi seri, diretti a chiarire i concetti e ad illuminare i fondamenti ideologici, ai quali si ispira la politica del Regime. Fra questi studi riveste un'importanza particolare il libro scritto da S. E. Giacomo Acerbo e pubblicato sotto gli auspici del Ministero della Cultura Popolare, con presentazione di S. E. Pavolini (1). L'autore, la presentazione e il fatto che il libro è il primo di una collana di volumi, iniziata dall'ufficio Studi e Propaganda sulla Razza, legittimano la persuasione che le idee in esso espresse rivestono il carattere di una interpretazione molto autorevole del difficilissimo problema.

    L'iniziativa merita l'adesione incondizionata degli studiosi, in quanto, dando da una parte il bando alle elucubrazioni di gente improvvisata e incompetente, causa del diffuso disorientamento prodottosi nella questione della razza, tende a contenerla entro i limiti scientifici e a risolverla secondo le più oggettive indagini antropologiche, biologiche e storiche. In questo modo molte prevenzioni possono sparire, molti dissensi appianarsi molte ansie essere assopite per il raggiungimento di una maggiore unità anche in questo campo particolare.

    Al conseguimento di questo scopo, crediamo concorra molto la pubblicazione, di cui trattiamo. La questione preliminare da risolvere come non abbiamo mancato di rilevare altre volte, consiste nella determinazione del concetto di razza, e più specificamente in qual senso debba intendersi il termine, quando si riferisce alla politica inaugurata dal Regime. Notavamo, infatti, che se al termine si conserva il senso naturalistico, bio-antropologico, la dottrina costruirebbe sopra un dato infido, scientificamente non fissato, e arriverebbe, per necessaria conseguenza, alla piena svalutazione dei valori veramente umani, con un pericoloso scivolamento verso il materialismo. Ora su tale questione l'Acerbo porta dei chiarimenti, che noi riteniamo di particolare importanza.

    Egli avverte, in primo luogo, come il concetto di razza, dopo tante indagini, sia rimasto oscuro e diventi ancora più vago a mano a mano che progrediscono le nostre cognizioni. Un contributo ad una maggiore concretezza hanno apportato le dichiarazioni dei giuristi italiani al Convegno di Vienna, dove venne affermata l'essenza spirituale dell'idea di razza, che non poteva essere confinata, secondo la concezione del Fascismo, unicamente alla bio-antropologia. Tuttavia, aggiunge l'Acerbo, «siamo ancora lontani dalla meta, anzi forse ce ne allontaniamo sempre più sia perché si vede tutt'altro che probabile l'accordo tra gli scienziati sui caratteri somatici, fisiologici, psichici che dovrebbero assumersi a criterio di distinzione dei gruppi umani; sia perché dal rivendicare che i sociologi e i politici fanno, com'è giusto, l'efficacia formativa e selettiva degli elementi spirituali sui detti gruppi, segue che il concetto di razza, trasferito in quest'altro campo, dà luogo a confusioni e a interferenze con una quantità di concetti più o meno affini» (p. 15).

    Né il concetto comune di razza, egli afferma ulteriormente, né quello storico e naturalistico possono servire come fondamento a una dottrina, che si proponga di mettere nella loro giusta luce i provvedimenti razziali del fascismo. Il concetto comune è troppo comprensivo e quindi equivoco per se stesso, pigliando esso come criterio di distinzione sia le proprietà somatiche, sia quelle linguistiche e culturali e dando il primato ora all'una ora all'altra, in maniera tale che spesso la razza viene a confondersi con la nazionalità o ad estendersi tanto da abbracciare vasti complessi etnici.

    In quanto al concetto storico, fondato prevalentemente sulla comunità di lingua, la scienza si trova di fronte a dati contrastanti. Mentre le razze storiche, secondo il Le Bon, non sono altro se non formazioni artificiali, causate dalle conquiste e dalle immigrazioni e composte da un miscuglio di stirpi fusesi insieme, alle quali la lingua ha imposto il sigillo dell'unità raggiunta, dall'altra l'osservazione dimostra l'esistenza di popoli aventi la stessa civiltà e che parlano lingue diverse. Così «nel Caucaso, che ospita più di cento gruppi etnici, si parlano oltre sessanta lingue e dialetti, benché i popoli che abitano quel territorio appartengano in genere alla stessa forma di civiltà». Pertanto, ovviamente conclude l'A., «le frontiere antropologiche mesologiche linguistiche costituiscono altrettante linee che raramente coincidono» (p. 18).

    Né fondato su più solide basi è il concetto naturalistico, non essendo ancora stabilito quale sia il criterio antropologico, che deve servire per la classificazione dei gruppi umani. Indice nasale, morfologia del cranio, colore della pelle e dei capelli, statura somatica sono altrettanti criteri, di cui gli studiosi si giovano, secondo le loro preferenze; che se poi a questi si aggiungono i caratteri psichici e si lascia a ciascuno di scegliere quale di essi debba guidarlo nella divisione degli uomini in razze, l'effetto sarà una estrema varietà di sentenze, quale è dato, in realtà, di riscontrare confrontando i risultati finora raggiunti dalla così detta scienza. Questo confronto dimostrerà non troppo esagerata l'affermazione di un illustre etnologo, secondo il quale un tipo razziale non sussiste se non nella nostra mente» (p. 21).

    Da quanto è detto segue che né il concetto comune, né quello storico e naturalistico possono fornire un saldo fondamento a una dottrina della razza, che risponda alle esigenze più elementari della scienza. A quale concetto si ispira, dunque, la politica della razza del fascismo? A un concetto integrale, il quale, tenendo pur conto del dato bio-antropologico, non come cardine della sua concezione ma come elemento coordinato ad altri di maggiore importanza considera in modo prevalente i valori culturali e spirituali della nazione e questi si prefigge di preservare e di potenziare.

    Una diversa concezione non concorderebbe con lo scopo, che la politica razziale del regime prosegue e che consiste nella preservazione della «sostanza ideale e spirituale della nostra stirpe» (p. 23). Questo scopo manifesta che il concetto di razza non può essere inteso se non in senso integrale, nel quale « il dato puramente fisico o somatico, il quale preso da sé solo umilierebbe la nobiltà delle stirpi umane confinandola nel regno della zoologia e farebbe della politica della razza un capitolo della zootecnica », si coordina di necessità «col dato etnico e con quello culturale» (p. 26).

    Siamo così di fronte a un concetto di razza che anche il più meticoloso assertore dei valori spirituali e trascendenti potrà accettare senza riserve: l'unica difficoltà che può sorgere contro di esso consiste nella somiglianza e quasi identità che un siffatto concetto ha con quello di nazione, poiché tutti gli elementi oggettivi compresi in quest'ultimo si troverebbero presenti nel primo. La difficoltà, tuttavia, potrebbe suggerire di lasciar cadere il termine improprio di razza, per adottarne uno più appropriato, se non addirittura quello di nazione; ma nulla toglie alla nobiltà, spiritualità e elevatezza della concezione, come essa viene interpretata dall'Acerbo.

    Dopo queste delucidazioni sul concetto di razza, l'A. dimostra come in Italia fin dai primordi si sia costituito un gruppo etnico con una sua spiccata individualità e cultura, rimasto fondamentalmente omogeneo col sopravvenire delle migrazioni di altri popoli, i quali, invece di assorbirlo, furono da esso assorbiti e amalgamati entro quella compagine, dal cui seno sbocciò e fiorì la mirabile civiltà romana. Le sue deduzioni sono fondate su recenti studi, che, se non hanno del tutto dissipate le tenebre sulle origini delle genti italiche, hanno tuttavia chiarito di molto la preistoria della nostra penisola.

    Qui si innesta naturalmente la questione degli arii, e in qual senso debba intendersi l'appellativo di ariano attribuito recentemente anche al popolo italiano. A tale proposito, attenendosi ai risultati sicuri dell'indagine scientifica e rigettando le fantasie costruite da alcuni pensatori di oltre Alpe, l'A. scrive testualmente: «Tutte le scuole italiane e straniere sono oggi concordi nel riconoscere che quei popoli preistorici che si designano sotto il nome di ariani, oppure Indoeuropei, e che i dotti tedeschi ci compiacquero chiamare Indogermanici, sono ben lungi dal costituire un'unità bio-antropologica, cioè una razza nel senso naturalistico, ma rappresentano invece un miscuglio di varie provenienze genetiche collegate fra loro dalla sola parentela linguistica. E l'opinione diffusa e accettata nel secolo scorso, che tale affinità linguistica presupponesse e dimostrasse l'unità della razza, è oggi totalmente abbandonata» (p. 53).

    Rammentate le teorie di Gobineau e dei suoi seguaci, contro le quali non tardò a sollevarsi l'opposizione degli studiosi seri, e come la civiltà aria sia la risultanza della mistione delle tre grandi razze venute a popolare l'Europa, egli conchiude: «Non si può dunque quanto all'Italia parlare di razza aria, bensì di accessioni più o meno copiose di gruppi delle genti nordiche e palafitticole, la cui congiunzione con le stirpi indigene avrebbe dato inizio nel nostro suolo alla cosiddetta cultura aria» (p. 55).

    Conseguentemente il termine ariano nella letteratura fascista della razza non può avere se non «un significato convenzionale e un uso provvisorio, giustificabili l'uno e l'altro per la duplice necessità di impostare in un primo momento la politica della razza in ragione e in funzione del prestigio che la Madre Patria deve assumere di fronte alle popolazioni del nuovo impero, e di separare dalle attività direttive e formative dell'organismo nazionale la minoranza giudaica» (p. 56).

    Conveniamo pienamente con l'A., poiché tutte le ragioni storiche e scientifiche convergono in favore della sua tesi, e terminiamo questa nostra rassegna, esprimendo l'augurio che altri lavori simili al presente, ispirati ad un grande rispetto per la vera scienza e contenuti entro i limiti consentiti dal progresso della ricerca oggettiva, vengano ulteriormente a chiarire una questione, che ha bisogno di essere liberata da sovrastrutture fantastiche e risolta in modo conforme alle gloriose tradizioni della gens italica , propagatrice nel mondo intero delle più alte conquiste dello spirito umano.

    A. Messineo S. I.

    NOTE

    (l) Giacomo Acerbo, I fondamenti della dottrina fascista della razza, Roma, Ministero della Cultura popolare, 1940-XVIII, pp. 95. L. 10.

  9. #19
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    Predefinito La questione giudaica e "La Civiltà Cattolica"

    LA CIVILTÀ CATTOLICA, ANNO 89 - VOL. IV 1° OTTOBRE 1938 QUADERNO 2119

    Beatus populus cuius Dominus

    Deus eius. (Psalm. 143. v. 15).

    Il simile possiamo dire sul punto dell'origine giudaica della rivoluzione del 1789; la quale non è affermata negli articoli menzionati, in modo esclusivo, ma semplicemente concomitante; per quanto cioè nel complesso moto rivoluzionario, che doveva trasformare la società civile, ebbe una sua parte, e tra le più nefaste e scristianeggiatrici, l'ingerenza dei Giudei e dei loro amici. Ma. con questa concorse pure in gran maniera quella giansenistica, regalistica e incredula dei parlamentari, dei "filosofi" e di altri partiti avversi alla Chiesa ed al Papa; e per tutte queste molteplici e violente spinte rivoluzionarie gli stessi ben pensanti e il clero medesimo andò travolto e lasciò prendere alla fiumana irrompente della rivoluzione quel corso rovinoso che minacciò di finire, con gli orrori del "Terrore", nell'abisso delle barbarie.

    Posta la tanta molteplicità e varietà di cause che concorsero a quello straordinario cataclisma sociale uno degli avvenimenti più complessi della storia umana, come anche recenti studi hanno dimostrato - riconosciamo che sarebbe davvero "semplicistico" assegnargli per unica e precipua causa l'ingerenza giudaica, sia pure rafforzata dalla massoneria, com'era opinione del vecchio Barruel. In ciò conveniamo col Mazzetti come anche gli concediamo che sarebbe del pari semplicistico il "voler sostenere la origine e la funzione esclusivamente capitalistica, secondo lo spirito del materialismo storico, del gran moto rinnovatore del liberalismo moderno". Ma da lui dissentiamo nell'attribuire cotale "semplicismo" antistorico al nostro collega; giacché questi non intendeva allora di involgere tutto l'intero "moto rinnovatore"; bensì mirava, come dicemmo, alle sue degenerazioni da quella primitiva ispirazione, di origine fondamentalmente cristiana, verso una giusta e ben compresa libertà e fratellanza di individui e di popoli. Questa fu bensì, o apparve ai più, "l'anima di verità" dell'errore e il nobile impulso iniziale che attrasse molti alla professione e proclamazione dei famosi principi del 1789; ma purtroppo degenerò così presto in un moto anticristiano, violento e sovvertitore dell'ordine sociale, che anche le origini prime e la iniziale ispirazione apparvero a molti prettamente anticristiane.

    Nella deviazione del moto, pertanto, più che nella sua iniziale ispirazione e direzione, si troverà avverato ciò che osserva il Mazzetti, e non si oppone al nostro pensiero: che "in questo moto (del liberalismo), gli ebrei hanno portato un valido contributo in Italia come in Europa in genere; ma essi furono un ruscello, un piccolo affluente, non il maestoso e gonfio fiume della storia moderna" (pag. 118). Il ruscello cioè e l'affluente - diremo noi nel senso ben inteso degli articoli del 1890 - intorbidò il maestoso fiume non solo, ma lo disarginò talora e lo sospinse alle devastazioni, religiose e morali, sotto il manto della libertà e del progresso. Si ebbero così magni passus extra viam; e di essi poterono bensì profittare gli Israeliti che il liberalismo davvero "liberò politicamente e umanamente", ma non del pari le classi medie, né molto meno le altre "classi e categorie popolari", se parliamo col Mazzetti di verace e "integrale umanamento", di un moto cioè o avviamento della "futura storia d'Italia verso il regno di un romano e cristiano umanesimo integrale in cui è l'anima più vera della vita italiana", come parrebbe al benevolo nostro critico. Per il malo fermento della massoneria e del giudaismo, infiltratosi fino dalle origini, il liberalismo parve favorire troppo spesso l'apostasia delle nazioni dalla vita dello spirito, da Dio e dalla sua Chiesa. E la sua vantata "liberazione" a che cosa riuscì nella pratica? A sguinzagliare le classi medie e le inferiori, la borghesia ed il proletariato, verso una mentita libertà, che era licenza sfrenata e riusciva infine ad una sorte di schiavitù, anche economica e morale. A ciò alludeva la risentita frase del nostro, che "tutto il dolce del liberalismo finiva con attirarle ( le nazioni) fra le strette della vorace piovra del giudaismo".

    La frase saprà di "semplicismo", e sia pure. Ma il certo è che il liberalismo così traviato, come il giudaismo ed il massonismo da esso protetto, venne a punirsi da sé, nei medesimi effetti tristissimi della sua "degenerazione" o deviazione, partecipe della pena, come fu complice della colpa, del suo protetto, il giudaismo. E di quello possiamo dire ciò che di quest'ultimo scriveva il nostro collega nel 1890, ben presago di quanto si è poi venuto maturando e che possiamo riscontrare più al vivo in questi ultimi tempi: "sente già rumoreggiare da lontano la tempesta di quella rivoluzione sociale che esso ha in gran parte generato e pare debba essere l'esterminatrice sua e dei rinnegati che seco hanno stretto alleanza".

    Le parole sono forti, ma più duro ancora è l'esito che fin d'allora esse preanunciavano e che al presente tutti possono già vedere verificato in diversi paesi, mentre in altri si va purtroppo avverando.

    Conchiudiamo tuttavia, per debito di verità e di lealtà, che ciò non è avvenuto e non avviene per colpa unica, e neppure forse la più grave, degli ebrei; avviene altresì per colpa della complicità o dell'inerzia di tanti cristiani e cattolici sviati; e le colpe di costoro non è giustizia addossare sugli ebrei per infierire ai loro danni.

    * * *

    L'ordine delle considerazioni in cui ci siamo tenuti finora, ci esime dall'entrare nell'esame e nella discussione dei tanti altri particolari aspetti della questione giudaica; tanto più che di non pochi si è già trattato, più o meno ampiamente, nel nostro periodico (6).

    Di altri punti che riguardano particolarmente il lato politico, economico, finanziario e simili, come il "capitalismo ebraico" in particolare, il "mito giudaico" e le prime reazioni oppostevi dalla coscienza italiana, con le accuse e le difese degli ebrei, secondo la tradizione liberale e laica, si troverà pure una larga esposizione nello "studio introduttivo" del Mazzetti all'opera sopra citata (7). Egli appunto passa in un'erudita rassegna, anche se non del tutto adeguata per "un secolo di cultura italiana" fino allo scoppio della guerra mondiale, le varie opinioni, discussioni e proposte che si dibatterono in Italia; o piuttosto gli "atteggiamenti con cui i nostri pensatori esaminarono quella questione": atteggiamenti che egli ordina giustamente "secondo tre fondamentali correnti: una cattolica tradizionale; una cattolica liberale; una laica su basi economiche e giuridiche".

    Notiamo solo, tra le varie riserve che l'indirizzo liberale dell'autore ci suggerisce, come tutte e tre queste correnti vadano talora miste e confuse, per le diversità dei rigagnoli, diciamo così, che vi confluiscono. Diversa e non poco manchevole è la precisione di dottrina e spesso anche diverse le deficienze di ortodossia, dal giansenismo al cattolicesimo liberale, rappresentato, ad esempio, dall'abate Raffaele Lambruschini, la cui concezione umanistica non pare a noi così "intimamente religiosa, e in concreto, cattolica", ma piuttosto laica, e di un laicismo che fraintende e svisa il cattolicesimo genuino. Esso e ben lontano perciò dal concetto del Manzoni, del Tommaseo, del Rosmini, e vicino invece a quello del Gioberti, tanto tenero verso gli ebrei, come verso "i buoni e generosi Valdesi", quanto acerbo ed intollerante verso i cattolici da lui dissenzienti, designati col nomignolo di gesuiti, per lui il più odioso e calunniato.

    La fallacia, nel resto, dell'argomentazione liberale per la abolizione delle antiche leggi che regolavano la vita della nazione giudaica in mezzo ai popoli cristiani, è riconosciuta dallo stesso Mazzetti, che ben vi ravvisa pure qualche ingenuità. E tale è, ad es., l'insistere che fanno nell'attribuire i vizi degli ebrei all'effetto naturale delle leggi stesse, e vederne il rimedio invece nel sempre più "legarli alla vita moderna" mercé la piena eguaglianza dei diritti, senza nessuna tutela dei diritti dello stesso popolo cristiano. Ciò era un lasciar loro del tutto libero il campo, e questo a loro stesso danno, come ragionava il nostro periodico. Del quale infine il Mazzetti medesimo loda "l'opera coordinatrice ed ispiratrice", onde "la cultura italiana impostava, in tutta la ricchezza delle sue direzioni, e svolgeva, con indiscutibile serietà di preparazione scientifica, la questione ebraica". Ma appunto perché tale quell'opera del nostro periodico, non poteva dipartirsi, anche nella vivacità spiegabile della polemica, e dallo studio sincero della verità e dall'equilibrio doveroso della giustizia e della carità cristiana, che noi abbiamo dimostrato.

    E. Rosa S. I.

    NOTE

    ( l) Cfr. Civ. Catt. 1938, III, pp. 560-561.

    (2) Cfr. Civ. Catt., Serie XIV, vol. 8°, pp. 5 , 385 , 641. . (Della questione giudaica in Europa).

    (3) Cfr. La questione ebraica in, un secolo di cultura italiana. Con uno studio introduttivo di Roberto MAZZETTI (Modena, Soc. Tip. Modenese 1938), pp. 326-387.

    (4) Cfr. Civ. Catt. 1922, vol. IV, p. 11 (La rivoluzione mondiale e gli ebrei).

    (5) La questione ebraica, pp. 118-119

    (6) Cfr. Civ. Catt. 1934, vol. IV, pp. 126 segg.; 276 segg. (La questione giudaica e l'antisemitismo nazionalsocialista), 1937, vol. II, pag. 418 segg,., 497 segg.; vol. III, pag. 27 segg. e 1938, vol. II, p. 77. (La questione giudaica e il Sionismo; le conversioni e l'apostolato cattolico).

    (7) La questione giudaica (Modena 1938), pp. 7-119.

  10. #20
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    Predefinito Riferimento: Hesemann: «Chiesa, troppe leggende nere»

    Citazione Originariamente Scritto da Cuordileone Visualizza Messaggio
    Ma parli proprio tu che vorresti affibbiargli ogni genere di colpa comprese quelle dei suoi nemici?


    Ma sei in malafede e quindi senza vergogna, o sei stupido?
    Rispondi, è facile. Basta non svicolare dalla domanda.

    Neghi che su questo forum esista un nutrito manipolo di "eroi" pronti a giurare e spergiurare che la chiesa, al massimo, ha "commesso qualche errore da poco" ma che nella sostanza non abbia mai commesso o avallato alcuna altrocità?
    Ce la fai a non svicolare o tornerai a parlar male del dito ignorando la luna? :sofico:

 

 
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