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Discussione: I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada

  1. #1
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    Predefinito I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada

    I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada



    Le ╔ditions Huit canadesi pubblicheranno un volume di 1.040 pagine che raccoglierÓ Mea culpa, Bagatelles pour un massacre, L'Ecole des cadavres e Les Beaux draps oltre che Hommage Ó Zola, A l'agitÚ du bocal e Vive l'amnistie, Monsieur !

    Il direttore editoriale ha dichiarato che la ristampa sarÓ pienamente legale (excusatio vista l'opposizione di Lucette Almansor, vedova di CÚline, alla ristampa dei "pamphlet") poichÚ in Canada il copyright si estende sino a 50 anni dalla morte di un autore e non a 70 anni come in Francia.





    Louis-Ferdinand CÚline: I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada
    "Non discutere mai con un idiota: ti trascina al suo livello e ti batte con l'esperienza" (firma valida per tutte le stagioni)

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  2. #2
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    Predefinito Re: I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada

    in italia sono reperibili solo il voyÓge e morte a credito..

  3. #3
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    Predefinito Re: I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada

    Tra non molto sarÓ un autore messo all'indice
    come si conviene a una democrazia liberticida.

  4. #4
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    Predefinito Re: I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada

    Citazione Originariamente Scritto da Nazionalistaeuropeo Visualizza Messaggio
    Tra non molto sarÓ un autore messo all'indice
    come si conviene a una democrazia liberticida.
    su cÚline sarebbe bello affrontare una discussione, anche riguardo alle sue scelte "politiche" che comunque (naturalmente non per fare il verso ai "vincitori") erano abbastanza 'non incasellabili' nonostante non fosse certo un filo-occidentale o filo-comunista.
    Legionario likes this.

  5. #5
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    Predefinito Re: I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada

    Citazione Originariamente Scritto da Henry Miller Visualizza Messaggio
    su cÚline sarebbe bello affrontare una discussione, anche riguardo alle sue scelte "politiche" che comunque (naturalmente non per fare il verso ai "vincitori") erano abbastanza 'non incasellabili' nonostante non fosse certo un filo-occidentale o filo-comunista.

    Credo che questo articolo di Rimbotti su Celine possa essere d'aiuto alla discussione.



    CÚline e il dramma biologico della storia
    Autore: Luca Leonello Rimbotti





    Infernale manipolatore della parola oppure sacerdote ideologico della dÚcadence? Inventore nichilista di quadri solo letterari, oppure geniale interprete politico di una civiltÓ al tramonto? Insomma: il fin troppo noto anarchisme di CÚline Ŕ una posa individualista, oppure un vero e proprio manifesto sociale e antropologico?

    Possiamo ancora oggi leggerlo in tanti modi, CÚline. Ma, se vogliamo andare al fondo della sua anima, tra gli squarci e gli urli, le maledizioni e le ingiurie Ŕ possibile trovare netta e precisa un’interpretazione della storia europea. CÚline Ŕ un analista del tracollo dell’Europa, rappresenta un sensore sensibile agli smottamenti e alle derive, denuncia e preavverte, minaccia e sibila oltraggi alla maniera di un apocalittico profeta antico: magari l’“Ezechiele parigino” di cui parl˛ Pol Vandromme. C’Ŕ in CÚline la sensiblerie di un osservatore straziato, che ha sottomano la disintegrazione della civiltÓ europea e ne grida i misfatti, attraverso le sue storie disperate, ma anche attraverso pagine e pagine di lamentazioni millenaristiche. CÚline sa di trovarsi di fronte a uno sbocco, nel centro di uno snodo di epoche, dal cui scioglimento dipenderÓ l’avvenire del suo mondo. E il suo mondo Ŕ l’Europa tradizionale. L’Europa nordica franco-germanica. L’Europa dei popoli sani che fanno la civiltÓ e la storia. L’Europa delle aristocrazie di stirpe.

    CÚline – Ŕ stato osservato – fu allievo del de Gobineau nel soffrire la decadenza come un’ingiuria ineluttabile, forse anche necessaria. Come una fine obbligata, soltanto dalla quale poi ripartire per un nuovo inizio. GiÓ molti anni fa, nel 1974, lo studioso Paolo Carile rilev˛ la filiazione di CÚline dalla inquadratura gaubinista e dall’antropologia di Ėlie Faure, e la rilev˛ dalla sua lettura degli eventi moderni come dramma biologico della storia, al culmine del quale si attua il precipitare dell’ordine antico in una sequela di accelerati sfaldamenti.

    Faure era un critico d’arte socialista che spiegava le aggregazioni estetiche come esito di combinazioni positive di sangue e di influssi ambientali, e in questo modo si confront˛ con l’ideologia di Gobineau, di cui per˛ rovesciava gli assunti: gli incroci come esiti positivi, come moltiplicatori delle possibilitÓ creative. Nondimeno, egli attribuiva alla forza dinamica ýnsita nei popoli e negli individui il valore di un condizionamento, attraverso il dispiegarsi di dispositions ethnobiologiques determinanti nel formare l’anima collettiva. CÚline, che fu in rapporti col Faure, si abbever˛ a questa dimensione di un’energia occulta che sanziona le predisposizioni, e Carile appunto ne scorse la manifestazione nel concetto cÚliniano di Ôme, l’anima “ancorata ad un’interpretazione strettamente biologica che non accetta gli slanci mistici fauriani”, quale compare, ad esempio, in Mea culpa del 1936.

    “CÚline si credeva depositario di una profezia la cui rivelazione era fondamentale per la salvezza dell’umanitÓ”, ha scritto molti anni fa Vandromme. Difatti, sembra sempre di sentire rintoccare la campana apocalittica di un ultimo evento, di una imminente catastrofe che attende l’Europa nel fondo del suo declino. E questo, tanto nelle sue storie di trascinamenti nei degradi scuri della psiche metropolitana, quanto nelle filippiche nevrotiche dei suoi luciferini e brutali pamphlet. Con, al centro, ogni volta, l’allucinazione dello sfacelo fisico e mentale, dell’abbrutimento, la febbricitante sofferenza per l’oscenitÓ della lenta, sicura consunzione che attanaglia l’individuo spoglio e isolato, cosý come le plebi, i popoli, l’Europa intera.

    Si Ŕ individuato nell’inizio del 1942 – con la brutta piega presa dalla guerra “tedesca” – il momento del distacco di CÚline da ogni furore di lotta positiva: ci˛ che fino a quella data egli ancora riteneva possibile attraverso la violenta liberazione di tutte le energie ancora inespresse dalla Francia e dall’Europa germanizzate, cioŔ un arresto della nostra civiltÓ sull’orlo dell’abisso e un raddrizzamento dei fini e dei modi, da allora in poi divenne disperata ricerca di un precipizio in cui gettare l’uomo e la sua incapacitÓ di salvarsi. Il fatalismo cÚliniano non Ŕ tuttavia rassegnato: Ŕ esibizione di volontÓ di rovina. In questo, egli rappresenta al meglio la tragicitÓ di un modo d’essere incapace di interpretare la realtÓ, altrimenti che nei modi manichei del trionfo o della catastrofe. E allora, se il trionfo non poteva pi¨ aversi, si sarebbe dovuto volere la catastrofe. E tanto pi¨ grandiosa e definitiva, tanto meglio. “Cronista tragico”, si definý CÚline in un’intervista del 1960. Cronista in grado di intercettare e di rappresentare il tragico dell’epoca, come a pochi era stato concesso. PoichÚ, cosý aggiunse, “la maggior parte degli autori cercano la tragedia senza trovarla”. Lui invece la trov˛, si agit˛ al centro del ciclone e sospinse il dramma fino ai suoi limiti radicali. Lo psicodramma di CÚline – che non fu certo il solo nella sua epoca a vivere questa dimensione dell’assurdo totale – rappresenta il destino europeo sotto la specie di una tragedia personale elevata a simbolo di un mondo e di una generazione.

    L’ossessione per la degenerazione psico-fisica dell’uomo occidentale diventa in CÚline una sorta di manifesto bioetico, depotenziato forse per l’ambiguo estremismo del linguaggio popolaresco, che cerca nell’argot dei bassifondi la parola infame per descrivere le brutture della vita; ma potenziato, d’altra parte, proprio dalla consapevolezza, vissuta forse come bagaglio d’esperienze del “medico dei poveri”, dell’illimitata miseria delle masse umane urbanizzate e rese indegne, ignobili, dalle logiche della societÓ capitalista moderna. La purezza, in questo quadro, Ŕ un vero richiamo al mito di un’unitÓ di specie che Ŕ andata perduta per la violenza e le ingiustizie del mondo. Una purezza introvabile ormai, il paradiso perduto dell’uomo nel suo eterno inganno moralista. GiÓ nel Viaggio al termine della notte, CÚline tratteggia la sua rabbia per l’impossibilitÓ fisica di igienizzare l’umanitÓ povera, per redimerla, per dunque ripulire dal male la razza e restituirla a una qualunque dignitÓ. Le parole con cui rappresenta la mescolanza oscena dei miserabili della banlieue e dei quartieri poveri – da lui ben conosciuta di persona – sono l’attestato del suo dolore per un disfacimento ormai irrefrenabile: “la razza…Ŕ un ammasso di malandati, pidocchiosi, miserabili che sono capitati qui per causa di fame, peste, tumori e freddo…da tutte le parti del mondo…”. Ed ecco qua, pertanto, una prima applicazione di quella consapevolezza per il “dramma biologico della storia” di cui dicevamo, e che CÚline vedeva chiaramente all’opera nel cuore parigino della France eternelle. Un cuore marcio, scolpito con tutte le putredini della mescolanza.

    Questo orrifico affastellamento di destini assemblati dal caso Ŕ la risultante del tradimento che l’uomo moderno ha compiuto nei confronti della nobiltÓ dell’appartenenza di stirpe. CÚline il bretone, orgoglioso della sua nordicitÓ, della limpidezza dei suoi trascorsi ereditari di terra e di sangue, vive la lacerazione dolorosa di una realtÓ, quella della cosmopoli parigina, borghese e progressista, liberale e capitalista, che affoga ogni nobile istinto nella primitiva lotta per il possesso materiale, per il lusso. Sopra sta la borghesia che si rimpinza le budella e, dice CÚline, si dimentica sempre di passare alla cassa per pagare. Sotto sta la massa dei disperati disonorati, condannati alla perversione di pagare il benessere altrui con la propria allucinante miseria. Non pi¨ un popolo, ma feccia senza nome. Non pi¨ nemmeno massa, ma semplice turba depravata, scavata dalla malattia, finita dal degrado. Questo Ŕ il “socialismo nazionalista” di CÚline: una rivolta del sentimento estetico, prima ancora che sociale. Una rivolta per la sanitÓ del corpo e della mente liberati, un gridare carico d’odio in nome della vendetta per le masse deturpate dall’alcool, dal lavoro logorante e animalesco, dall’assenza di ogni segno di nobiltÓ. PoichÚ – lo scrisse proprio Vandromme – ci˛ che vuole questo anarchista (pi¨ che anarchico), irrazionalmente devoto alle sue radici celtiche di purezza, Ŕ per l’appunto la restaurazione di un mito aristocratico di nobiltÓ.

    “CÚline crede nella sola cosa necessaria, nel ritorno a una vita nobile”, ha commentato infatti Vandromme. Una nobiltÓ che appartiene alla concezione tradizionale e antimodernista della vita, di cui CÚline fu uno dei massimi rappresentanti novecenteschi. “Vedo l’uomo tanto pi¨ inquieto quanto pi¨ ha perduto il gusto delle favole, del mito, inquieto fino alla disperazione…” scrisse CÚline in Les beaux draps. E aggiunse che l’uomo moderno Ŕ come preda di una comune pazzia acquisitiva, un tormento superficiale per i beni materiali che gli fa dimenticare ogni dimensione legata all’irrazionale, al bello, al superiore, al gratuito. Ogni dimensione legata insomma alla natura, rappresentando la societÓ progressista essenzialmente l’anti-natura. E questa anti-natura si esprime sinistramente nel dilagare di tutto ci˛ che Ŕ basso e informe, dando vita a una specie di Sodoma universale, in cui l’impuro imbratta ogni retaggio, corrompe ogni antica bellezza.

    “Il fatalismo biologico lombrosiano che implica il naufragio di ogni capacitÓ autodecisionale non Ŕ lontano da certe pessimistiche considerazioni antropologiche di CÚline”. Questa osservazione di Carile ci mostra quanto centrale fosse nel dottor Destouches l’apprensione per il destino del corpo dell’uomo europeo, aggredito da tutte le degenerazioni della massificazione e dell’edonismo borghese. Davanti allo spettacolo di corruzione dei corpi e delle menti, CÚline reagisce con l’insulto e con l’odio forsennato, oppure con il gesto picaresco dello sberleffo, l’ironia, la rigolade. Ultimo rifugio – come nel “lazzarone” napoletano – di un’umanitÓ di vinti condannata al disonore e all’anonimato sociale.

    Della sua epoca fortemente ideologizzata e rivoluzionaria, densa di contraddizioni sociali e di aperture politiche chiliastiche, CÚline apprese l’inclinazione radicale verso l’apocalisse. Interpret˛ il fascismo come un’arma di raddrizzamento del piano inclinato e in favore di un sorgere dell’Úlite nuova, della giovane aristocrazia che imponesse nuovi codici di etica comunitaria e di onore sociale. Il tutto inquadrando nel contesto di un amore viscerale per la carne, per il corpo fisico dell’uomo, elevato a simbolo sommo dell’ideale di purezza. Le pagine che, ad esempio, CÚline dedic˛ alla bellezza estetica della danza, di cui era ammirata interprete la moglie, gli accenti lirici che spese a proposito del bel gesto armonico, dell’aggraziato flettersi del corpo, della grandezza dell’arte perchÚ in-utile, non monetizzabile, gratuita, sono l’attestato di questo amore celiniano per l’incanto della purezza, priva di prezzo ma grandemente preziosa. Un sovramondo che aveva il suo tenebroso contraltare nel sottomondo dei deformi, degli sfiancati, dei ruderi umani che erano gli avanzi antropologici del capitalismo borghese.

    Leggiamo un attimo quanto sempre Carile scrisse circa l’antropologia etica di CÚline: “CÚline riprende le tesi tipiche della sua generazione al fine di giustificare il proprio elitismo, frutto di un movimento psicologico di difesa dalla pessimistica sensazione della decadenza della civiltÓ europea. In tal modo lo scrittore, ergendosi contro il mondo moderno, crede di far barriera contro la tecnologia e il consumismo dilaganti che caratterizzano la nostra epoca ‘decadente’. L’elitismo razzista – continuava Carile – lo preserverebbe da quanto ai suoi occhi Ŕ simboleggiato negativamente dalla routine democratico-borghese. La sua ribellione lo porta ad esaltare l’irrazionalismo, la gratuitÓ della danza e nel contempo a sublimare il proprio orgoglio aristocratico di ‘autentico celte’; dato che si considerava uno degli ultimi esempi di una razza etnicamente intatta, al di qua della torre di Babele dei popoli e delle culture imbastardite del suo tempo”. In questa analisi c’Ŕ tutto quanto il significato epocale della figura e della scrittura di CÚline, questo Spengler narratore dei bassifondi del tardo impero europeo, che invoca con fanatismo disperato un’ultima resurrezione del popolo.

    CÚline sapeva di essere uno dei pochi capaci di andare davvero fino in fondo. Le sue scelte oltranziste – dall’antisemitismo al filogermanesimo, da Sigmaringen alla cocciuta ostinazione postbellica di non rinnegare nulla – gli attirarono un carico d’odio che soltanto oggi viene meno, per via di certi biografi che per˛ fanno anche di peggio, dato che vogliono fare di CÚline non il felino ungulato che era, ma un cappone da cortile, solo un po’ bizzarro. Lo sapeva che imboccando la strada di una difesa antropologica ed etnica dell’uomo europeo si sarebbe guadagnato una fama luciferina. Lo sapeva almeno dai tempi di Bagatelles quando, rivolgendosi a se stesso, scrisse: “Ferdinand,…t’auras le monde entier contre toi”. Avere tutto il mondo contro di sÚ…╚ il destino dei veri profeti.

    * * *

    Tratto da Italicum dell’ottobre 2010.
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  6. #6
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    Predefinito Re: I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada

    Citazione Originariamente Scritto da Legionario Visualizza Messaggio
    Credo che questo articolo di Rimbotti su Celine possa essere d'aiuto alla discussione.



    CÚline e il dramma biologico della storia
    Autore: Luca Leonello Rimbotti





    Infernale manipolatore della parola oppure sacerdote ideologico della dÚcadence? Inventore nichilista di quadri solo letterari, oppure geniale interprete politico di una civiltÓ al tramonto? Insomma: il fin troppo noto anarchisme di CÚline Ŕ una posa individualista, oppure un vero e proprio manifesto sociale e antropologico?

    Possiamo ancora oggi leggerlo in tanti modi, CÚline. Ma, se vogliamo andare al fondo della sua anima, tra gli squarci e gli urli, le maledizioni e le ingiurie Ŕ possibile trovare netta e precisa un’interpretazione della storia europea. CÚline Ŕ un analista del tracollo dell’Europa, rappresenta un sensore sensibile agli smottamenti e alle derive, denuncia e preavverte, minaccia e sibila oltraggi alla maniera di un apocalittico profeta antico: magari l’“Ezechiele parigino” di cui parl˛ Pol Vandromme. C’Ŕ in CÚline la sensiblerie di un osservatore straziato, che ha sottomano la disintegrazione della civiltÓ europea e ne grida i misfatti, attraverso le sue storie disperate, ma anche attraverso pagine e pagine di lamentazioni millenaristiche. CÚline sa di trovarsi di fronte a uno sbocco, nel centro di uno snodo di epoche, dal cui scioglimento dipenderÓ l’avvenire del suo mondo. E il suo mondo Ŕ l’Europa tradizionale. L’Europa nordica franco-germanica. L’Europa dei popoli sani che fanno la civiltÓ e la storia. L’Europa delle aristocrazie di stirpe.

    CÚline – Ŕ stato osservato – fu allievo del de Gobineau nel soffrire la decadenza come un’ingiuria ineluttabile, forse anche necessaria. Come una fine obbligata, soltanto dalla quale poi ripartire per un nuovo inizio. GiÓ molti anni fa, nel 1974, lo studioso Paolo Carile rilev˛ la filiazione di CÚline dalla inquadratura gaubinista e dall’antropologia di Ėlie Faure, e la rilev˛ dalla sua lettura degli eventi moderni come dramma biologico della storia, al culmine del quale si attua il precipitare dell’ordine antico in una sequela di accelerati sfaldamenti.

    Faure era un critico d’arte socialista che spiegava le aggregazioni estetiche come esito di combinazioni positive di sangue e di influssi ambientali, e in questo modo si confront˛ con l’ideologia di Gobineau, di cui per˛ rovesciava gli assunti: gli incroci come esiti positivi, come moltiplicatori delle possibilitÓ creative. Nondimeno, egli attribuiva alla forza dinamica ýnsita nei popoli e negli individui il valore di un condizionamento, attraverso il dispiegarsi di dispositions ethnobiologiques determinanti nel formare l’anima collettiva. CÚline, che fu in rapporti col Faure, si abbever˛ a questa dimensione di un’energia occulta che sanziona le predisposizioni, e Carile appunto ne scorse la manifestazione nel concetto cÚliniano di Ôme, l’anima “ancorata ad un’interpretazione strettamente biologica che non accetta gli slanci mistici fauriani”, quale compare, ad esempio, in Mea culpa del 1936.

    “CÚline si credeva depositario di una profezia la cui rivelazione era fondamentale per la salvezza dell’umanitÓ”, ha scritto molti anni fa Vandromme. Difatti, sembra sempre di sentire rintoccare la campana apocalittica di un ultimo evento, di una imminente catastrofe che attende l’Europa nel fondo del suo declino. E questo, tanto nelle sue storie di trascinamenti nei degradi scuri della psiche metropolitana, quanto nelle filippiche nevrotiche dei suoi luciferini e brutali pamphlet. Con, al centro, ogni volta, l’allucinazione dello sfacelo fisico e mentale, dell’abbrutimento, la febbricitante sofferenza per l’oscenitÓ della lenta, sicura consunzione che attanaglia l’individuo spoglio e isolato, cosý come le plebi, i popoli, l’Europa intera.

    Si Ŕ individuato nell’inizio del 1942 – con la brutta piega presa dalla guerra “tedesca” – il momento del distacco di CÚline da ogni furore di lotta positiva: ci˛ che fino a quella data egli ancora riteneva possibile attraverso la violenta liberazione di tutte le energie ancora inespresse dalla Francia e dall’Europa germanizzate, cioŔ un arresto della nostra civiltÓ sull’orlo dell’abisso e un raddrizzamento dei fini e dei modi, da allora in poi divenne disperata ricerca di un precipizio in cui gettare l’uomo e la sua incapacitÓ di salvarsi. Il fatalismo cÚliniano non Ŕ tuttavia rassegnato: Ŕ esibizione di volontÓ di rovina. In questo, egli rappresenta al meglio la tragicitÓ di un modo d’essere incapace di interpretare la realtÓ, altrimenti che nei modi manichei del trionfo o della catastrofe. E allora, se il trionfo non poteva pi¨ aversi, si sarebbe dovuto volere la catastrofe. E tanto pi¨ grandiosa e definitiva, tanto meglio. “Cronista tragico”, si definý CÚline in un’intervista del 1960. Cronista in grado di intercettare e di rappresentare il tragico dell’epoca, come a pochi era stato concesso. PoichÚ, cosý aggiunse, “la maggior parte degli autori cercano la tragedia senza trovarla”. Lui invece la trov˛, si agit˛ al centro del ciclone e sospinse il dramma fino ai suoi limiti radicali. Lo psicodramma di CÚline – che non fu certo il solo nella sua epoca a vivere questa dimensione dell’assurdo totale – rappresenta il destino europeo sotto la specie di una tragedia personale elevata a simbolo di un mondo e di una generazione.

    L’ossessione per la degenerazione psico-fisica dell’uomo occidentale diventa in CÚline una sorta di manifesto bioetico, depotenziato forse per l’ambiguo estremismo del linguaggio popolaresco, che cerca nell’argot dei bassifondi la parola infame per descrivere le brutture della vita; ma potenziato, d’altra parte, proprio dalla consapevolezza, vissuta forse come bagaglio d’esperienze del “medico dei poveri”, dell’illimitata miseria delle masse umane urbanizzate e rese indegne, ignobili, dalle logiche della societÓ capitalista moderna. La purezza, in questo quadro, Ŕ un vero richiamo al mito di un’unitÓ di specie che Ŕ andata perduta per la violenza e le ingiustizie del mondo. Una purezza introvabile ormai, il paradiso perduto dell’uomo nel suo eterno inganno moralista. GiÓ nel Viaggio al termine della notte, CÚline tratteggia la sua rabbia per l’impossibilitÓ fisica di igienizzare l’umanitÓ povera, per redimerla, per dunque ripulire dal male la razza e restituirla a una qualunque dignitÓ. Le parole con cui rappresenta la mescolanza oscena dei miserabili della banlieue e dei quartieri poveri – da lui ben conosciuta di persona – sono l’attestato del suo dolore per un disfacimento ormai irrefrenabile: “la razza…Ŕ un ammasso di malandati, pidocchiosi, miserabili che sono capitati qui per causa di fame, peste, tumori e freddo…da tutte le parti del mondo…”. Ed ecco qua, pertanto, una prima applicazione di quella consapevolezza per il “dramma biologico della storia” di cui dicevamo, e che CÚline vedeva chiaramente all’opera nel cuore parigino della France eternelle. Un cuore marcio, scolpito con tutte le putredini della mescolanza.

    Questo orrifico affastellamento di destini assemblati dal caso Ŕ la risultante del tradimento che l’uomo moderno ha compiuto nei confronti della nobiltÓ dell’appartenenza di stirpe. CÚline il bretone, orgoglioso della sua nordicitÓ, della limpidezza dei suoi trascorsi ereditari di terra e di sangue, vive la lacerazione dolorosa di una realtÓ, quella della cosmopoli parigina, borghese e progressista, liberale e capitalista, che affoga ogni nobile istinto nella primitiva lotta per il possesso materiale, per il lusso. Sopra sta la borghesia che si rimpinza le budella e, dice CÚline, si dimentica sempre di passare alla cassa per pagare. Sotto sta la massa dei disperati disonorati, condannati alla perversione di pagare il benessere altrui con la propria allucinante miseria. Non pi¨ un popolo, ma feccia senza nome. Non pi¨ nemmeno massa, ma semplice turba depravata, scavata dalla malattia, finita dal degrado. Questo Ŕ il “socialismo nazionalista” di CÚline: una rivolta del sentimento estetico, prima ancora che sociale. Una rivolta per la sanitÓ del corpo e della mente liberati, un gridare carico d’odio in nome della vendetta per le masse deturpate dall’alcool, dal lavoro logorante e animalesco, dall’assenza di ogni segno di nobiltÓ. PoichÚ – lo scrisse proprio Vandromme – ci˛ che vuole questo anarchista (pi¨ che anarchico), irrazionalmente devoto alle sue radici celtiche di purezza, Ŕ per l’appunto la restaurazione di un mito aristocratico di nobiltÓ.

    “CÚline crede nella sola cosa necessaria, nel ritorno a una vita nobile”, ha commentato infatti Vandromme. Una nobiltÓ che appartiene alla concezione tradizionale e antimodernista della vita, di cui CÚline fu uno dei massimi rappresentanti novecenteschi. “Vedo l’uomo tanto pi¨ inquieto quanto pi¨ ha perduto il gusto delle favole, del mito, inquieto fino alla disperazione…” scrisse CÚline in Les beaux draps. E aggiunse che l’uomo moderno Ŕ come preda di una comune pazzia acquisitiva, un tormento superficiale per i beni materiali che gli fa dimenticare ogni dimensione legata all’irrazionale, al bello, al superiore, al gratuito. Ogni dimensione legata insomma alla natura, rappresentando la societÓ progressista essenzialmente l’anti-natura. E questa anti-natura si esprime sinistramente nel dilagare di tutto ci˛ che Ŕ basso e informe, dando vita a una specie di Sodoma universale, in cui l’impuro imbratta ogni retaggio, corrompe ogni antica bellezza.

    “Il fatalismo biologico lombrosiano che implica il naufragio di ogni capacitÓ autodecisionale non Ŕ lontano da certe pessimistiche considerazioni antropologiche di CÚline”. Questa osservazione di Carile ci mostra quanto centrale fosse nel dottor Destouches l’apprensione per il destino del corpo dell’uomo europeo, aggredito da tutte le degenerazioni della massificazione e dell’edonismo borghese. Davanti allo spettacolo di corruzione dei corpi e delle menti, CÚline reagisce con l’insulto e con l’odio forsennato, oppure con il gesto picaresco dello sberleffo, l’ironia, la rigolade. Ultimo rifugio – come nel “lazzarone” napoletano – di un’umanitÓ di vinti condannata al disonore e all’anonimato sociale.

    Della sua epoca fortemente ideologizzata e rivoluzionaria, densa di contraddizioni sociali e di aperture politiche chiliastiche, CÚline apprese l’inclinazione radicale verso l’apocalisse. Interpret˛ il fascismo come un’arma di raddrizzamento del piano inclinato e in favore di un sorgere dell’Úlite nuova, della giovane aristocrazia che imponesse nuovi codici di etica comunitaria e di onore sociale. Il tutto inquadrando nel contesto di un amore viscerale per la carne, per il corpo fisico dell’uomo, elevato a simbolo sommo dell’ideale di purezza. Le pagine che, ad esempio, CÚline dedic˛ alla bellezza estetica della danza, di cui era ammirata interprete la moglie, gli accenti lirici che spese a proposito del bel gesto armonico, dell’aggraziato flettersi del corpo, della grandezza dell’arte perchÚ in-utile, non monetizzabile, gratuita, sono l’attestato di questo amore celiniano per l’incanto della purezza, priva di prezzo ma grandemente preziosa. Un sovramondo che aveva il suo tenebroso contraltare nel sottomondo dei deformi, degli sfiancati, dei ruderi umani che erano gli avanzi antropologici del capitalismo borghese.

    Leggiamo un attimo quanto sempre Carile scrisse circa l’antropologia etica di CÚline: “CÚline riprende le tesi tipiche della sua generazione al fine di giustificare il proprio elitismo, frutto di un movimento psicologico di difesa dalla pessimistica sensazione della decadenza della civiltÓ europea. In tal modo lo scrittore, ergendosi contro il mondo moderno, crede di far barriera contro la tecnologia e il consumismo dilaganti che caratterizzano la nostra epoca ‘decadente’. L’elitismo razzista – continuava Carile – lo preserverebbe da quanto ai suoi occhi Ŕ simboleggiato negativamente dalla routine democratico-borghese. La sua ribellione lo porta ad esaltare l’irrazionalismo, la gratuitÓ della danza e nel contempo a sublimare il proprio orgoglio aristocratico di ‘autentico celte’; dato che si considerava uno degli ultimi esempi di una razza etnicamente intatta, al di qua della torre di Babele dei popoli e delle culture imbastardite del suo tempo”. In questa analisi c’Ŕ tutto quanto il significato epocale della figura e della scrittura di CÚline, questo Spengler narratore dei bassifondi del tardo impero europeo, che invoca con fanatismo disperato un’ultima resurrezione del popolo.

    CÚline sapeva di essere uno dei pochi capaci di andare davvero fino in fondo. Le sue scelte oltranziste – dall’antisemitismo al filogermanesimo, da Sigmaringen alla cocciuta ostinazione postbellica di non rinnegare nulla – gli attirarono un carico d’odio che soltanto oggi viene meno, per via di certi biografi che per˛ fanno anche di peggio, dato che vogliono fare di CÚline non il felino ungulato che era, ma un cappone da cortile, solo un po’ bizzarro. Lo sapeva che imboccando la strada di una difesa antropologica ed etnica dell’uomo europeo si sarebbe guadagnato una fama luciferina. Lo sapeva almeno dai tempi di Bagatelles quando, rivolgendosi a se stesso, scrisse: “Ferdinand,…t’auras le monde entier contre toi”. Avere tutto il mondo contro di sÚ…╚ il destino dei veri profeti.

    * * *

    Tratto da Italicum dell’ottobre 2010.
    articolo molto vero e bello, ma io rimango del parere che la dimensione di cÚline
    resti esclusivamente 'letteraria' e impolitica. Per molti Ŕ stato anarchico, fascista, collaborazionista, conservatore, nazionalista... forse tutto questo come ben si addice a un artista che rifiuta le categorie dell'essere per offrire semplicemente il proprio
    punto di vista sul mondo.
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  7. #7
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    Predefinito Re: I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada

    Citazione Originariamente Scritto da Henry Miller Visualizza Messaggio
    in italia sono reperibili solo il voyÓge e morte a credito..
    Anche Bagatelle per un massacro. :giagia:
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  8. #8
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    Predefinito Re: I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada

    Citazione Originariamente Scritto da Nazionalistaeuropeo Visualizza Messaggio
    Tra non molto sarÓ un autore messo all'indice
    come si conviene a una democrazia liberticida.
    Celine fu messo all'indice da vivo e demonizzato da morto.
    Eppure malgrado tutto l'ostracismo dimostrato dai democratici nei suoi confronti il suo nome figura ancora come uno tra i pi¨ importanti della letteratura contemporanea francese.
    Un grande!
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  9. #9
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    Predefinito Re: I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada

    Citazione Originariamente Scritto da Henry Miller Visualizza Messaggio
    articolo molto vero e bello, ma io rimango del parere che la dimensione di cÚline
    resti esclusivamente 'letteraria' e impolitica. Per molti Ŕ stato anarchico, fascista, collaborazionista, conservatore, nazionalista... forse tutto questo come ben si addice a un artista che rifiuta le categorie dell'essere per offrire semplicemente il proprio
    punto di vista sul mondo.

    Condivido. Era semplicemente un uomo libero al di lÓ di tutte le etichette possibili e immaginabili che il mondo accademico-universitario e quello servile del giornalismo di regime hanno cercato - in Francia come nel resto d'Europa - di appioppare alla sua persona.

    Un uomo libero ed uno dei maggiori autori francesi.

    Credo che di fronte a questa indipendenza e libertÓ di pensiero dovrebbero inchinarsi e zittirsi tutti.

    Ma domina il mediocre nella societÓ moderna e quindi anche l'ultimo degli imbecilli si permette di sentenziare le proprie opinioni.

    Celine ha fatto la storia. Anzi, a livello letterario, Celine Ŕ un pezzo di storia dell'Europa che rifiutava una certa mentalitÓ, una determinata visione del mondo quella dei mercanti nel tempio.


    Lo odiano perchŔ ha detto pane al pane e vino al vino contro democrazia e servilismo democratico, ebrei e societÓ contemporanea.
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  10. #10
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    Predefinito Re: I "pamphlet" di CÚline ristampati in Canada

    Citazione Originariamente Scritto da Legionario Visualizza Messaggio
    Condivido. Era semplicemente un uomo libero al di lÓ di tutte le etichette possibili e immaginabili che il mondo accademico-universitario e quello servile del giornalismo di regime hanno cercato - in Francia come nel resto d'Europa - di appioppare alla sua persona.

    Un uomo libero ed uno dei maggiori autori francesi.

    Credo che di fronte a questa indipendenza e libertÓ di pensiero dovrebbero inchinarsi e zittirsi tutti.

    Ma domina il mediocre nella societÓ moderna e quindi anche l'ultimo degli imbecilli si permette di sentenziare le proprie opinioni.

    Celine ha fatto la storia. Anzi, a livello letterario, Celine Ŕ un pezzo di storia dell'Europa che rifiutava una certa mentalitÓ, una determinata visione del mondo quella dei mercanti nel tempio.


    Lo odiano perchŔ ha detto pane al pane e vino al vino contro democrazia e servilismo democratico, ebrei e societÓ contemporanea.
    ha anche funto da ispirazione per altri grandi autori come bukowsky, fante e cendrars.

 

 
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