Le donne abruzzesi più spigliate e meno musone

Dalla nonna che sembra una trentenne alle professioniste che rispettano la tradizione
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Questa estate a Pescara, in spiaggia. Una bella donna apparentemente trentenne, snella, capelli chiari lunghi sulle spalle, chiama una bimba che gioca in riva al mare. "Vieni, amore di nonna", le dice con affetto; poi a me che la guardo attonita, confessa di avere 63 anni. Gran parte delle abruzzesi di oggi non dimostrano la loro età; il bello è che restano giovani più a lungo non solo nel fisico: rispetto a venti o a trent'anni fa, hanno subito un cambiamento stratosferico che ne investe la mentalità, le abitudini, il comportamento. Tutti pazzi per le abruzzesi. Sarà perché fanno sport, respirano aria buona, curano il loro aspetto con la stessa tenacia con cui prima preparavano il corredo nuziale, le ragazze di oggi sono decisamente più belle, più alte, più slanciate di quelle delle generazioni passate; saettano sui pattini per il lungomare (ma anche le ultrasettantenni sfrecciano impavide per il centro in bicicletta), fiere della loro femminilità, ma senza malizia e civetteria; danno l'impressione di essere più sicure, consapevoli delle loro capacità. Sono autonome, hanno grinta.
«Oggi la donna abruzzese è certamente più glamour», afferma Rosanna, accompagnatrice turistica. «Prima era semplice, schiva, non aveva tante esigenze, ora frequenta beauty farm, corsi di tango argentino e danza del ventre; prima era individualista, poco incline alle relazioni sociali, anche piuttosto permalosa, ora ha imparato a essere socievole e a fare squadra. Oggi sono tante le donne ai vertici di aziende importanti; prima erano subalterne, ora prendono le redini di un'impresa senza timori, occupano posti in passato riservati rigorosamente agli uomini; un esempio per tutti: quello di Valentina Maio, presidente del Lanciano Calcio».
«Sono emancipate», rincalza Vittorina Castellano, nota scrittrice pescarese. «Adesso hanno la fortuna di avere tutte le facoltà universitarie qui in Abruzzo, per laurearsi non devono più trasferirsi a Roma o a Bologna. Sono finalmente al passo con le donne del Nord!» E poi c'è l'aeroporto di Pescara che è un grosso incentivo a conoscere il resto del mondo, come osserva Raffaella,ricercatrice universitaria: «Fino a vent'anni fa la vita delle ragazze era circoscritta all'ambiente familiare, oggi invece ci sentiamo cittadine del mondo, molte di noi si sono trasferite all'estero».
I sogni delle giovanissime abruzzesi sono cambiati, non desiderano più sposarsi ma convivere; non vogliono figli, ma lavorare in Belgio, in Inghilterra, a Berlino.
Il mondo femminile di ieri con le sue regole e le sue antiche tradizioni sembra scomparire di fronte all'ondata di novità e di stimoli continui che vengono dal mondo web, da quello imperante dell'economia, da quello dell'industria.
Ma non tutto è perduto, anzi: assistiamo ora ad una rivalutazione della "abruzzesità", tornano in auge riti e miti del mondo contadino di un tempo, trionfano i prodotti dell'artigianato e quelli gastronomici della regione; prima quasi ci si vergognava delle proprie origini abruzzesi.
Ora sono motivo di vanto: sono tante oggi le associazioni fondate da donne per promuovere la conoscenza dei tesori d'arte e delle bellezze naturali che rendono l'Abruzzo un piccolo paradiso.
Gli uomini sono cauti, se non scettici, di fronte al boom delle abruzzesi emancipate, indipendenti e senza problemi: quelli avanti negli anni ancora ricordano i tempi, non poi tanto remoti, in cui una ragazza non poteva uscire da sola la sera, mentre oggi tutte, o quasi, godono, vivaddio, di libertà assoluta; ma non vuol dire che i problemi siano finiti: ci sono ancora, soprattutto nell'entroterra, nonne brontolone che vorrebbero impedire alle nipoti di andare all'università, mamme spaventate che vietano alle figlie di lasciare l'Abruzzo anche se per una nobile ragione come fare volontariato; le giovanissime a scuola hanno spesso difficoltà ad instaurare un rapporto con compagni e insegnanti.
«Ma quando vincono la timidezza sono davvero autentiche!», esclama Andrea, giovane professore di liceo. «Niente a che fare con le ragazze del resto d'Italia. Pensi che una mia ex alunna mi ha mandato un mazzo di rose per il mio compleanno!».
I ruoli si sono evidentemente ribaltati. Ma guai a meravigliarsene!
Per le abruzzesi sposate e in carriera rimane il problema della cura della casa e dei figli. «Non trascurano gli affetti familiari, sono legatissime, come in passato,a genitori e a figli», insomma sono tuttora un po' «chiocce», afferma ancora Rosanna. «E tendono a mantenere la vita di coppia».
Ma in Abruzzo oggi c'è il boom dei divorzi, rileva Lia, docente universitaria di antropologia culturale. «Il matrimonio tradizionale si reggeva sui sacrifici delle donne, "angeli del focolare"; ora che questo ruolo è superato, si creano gravi scompensi nella vita familiare», spiega. In tutto questo che fine hanno fatto le belle tradizioni gastronomiche che hanno fatto la gloria d'Abruzzo? Possibile che si debba sempre ricorrere a mamme e nonne per poter portare in tavola il "cardone", il timballo, la galantina che riempiono i giorni di festa di profumi e di allegria?
Racconta Valeria, giornalista del Tg3: «Prima di Natale ero presa da una grande agitazione: volevo preparare per l'occasione brodo di gallina e galantina,volevo ricreare quell'atmosfera che avevo vissuto da bambina, piena di odori e sapori indimenticabili. Per me questo era quasi un obbligo e provavo un senso di colpa perché ogni volta non riuscivo a essere come mia madre e mia nonna. Invece è stata proprio mia madre a dissuadermi dai miei buoni propositi: mi ha detto che una donna che lavora tutto il giorno come me non deve avere questo peso, che devo inventarmi un nuovo modello di donna abruzzese».
«Così«, prosegue Valeria «mi ha liberato per sempre dall'angoscia. Ora faccio le crispelle in brodo e il ciambellone per i miei figli, e lo faccio con gioia perché la mia è una scelta, non una costrizione».
«Il "cardone" non lo so fare, ma sono ben radicata nella mia terra e guardo al futuro. Sono quella che sono grazie alle tradizioni che hanno reso felice la mia infanzia».