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Discussione: Anarchici Analitici

  1. #1
    AnarcoLiberale ''egoista'
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    Predefinito Anarchici Analitici

    Evoluzione del pensiero: gli Anarchici Analitici


    di Wiliam Longhi

    Il manifesto, è firmato tra gli altri da Fabio Massimo Nicosia e Luigi Corvaglia. Nascono per uno scopo ben preciso, a quanto pare, quello di tornare alla radice dei concetti fondanti del pensiero anarchico, per comprendere quali possano essere gli sviluppi più logici e coerenti di fronte alle sfide di oggi. Nascono quindi da una insoddisfazione di fondo sull’evoluzione dell’anarchia che ha preso indirizzi considerati inadeguati e persino incompatibili con i principi storici. Da un lato abbiamo in effetti le forme più aggiornate dell’anarco-comunismo e dell’anarco-sindacalismo declinate in direzione no-global e, a volte, anche vagamente eversiva.
    _

    Eccoli, sono nati. Sono gli anarchici analitici. Anarchè? Sissignore, si chiamano proprio così, anarchici analitici. Il luogo dell’annuncio formale è il forum del sito di www.politicaonline.net, dove alla voce circoli politici si può trovare lo spazio di discussione degli Anarchici, e un post datato 29/08/2006 che presenta il relativo manifesto, firmato tra gli altri da Fabio Massimo Nicosia e Luigi Corvaglia. Gli anarchici analitici nascono per uno scopo ben preciso, a quanto pare, quello di tornare alla radice dei concetti fondanti del pensiero anarchico, per comprendere quali possano essere gli sviluppi più logici e coerenti di fronte alle sfide di oggi. Nascono quindi da una insoddisfazione di fondo sull’evoluzione dell’anarchia che ha preso indirizzi considerati inadeguati e persino incompatibili con i principi storici. Da un lato abbiamo in effetti le forme più aggiornate dell’anarco-comunismo e dell’anarco-sindacalismo declinate in direzione no-global e, a volte, anche vagamente eversiva. Dall’altro lato, si è affermata in Italia la versione più radicale del liberalismo classico, cioè l’anarco-capitalismo, antistatalista fino all’estremo in qualunque settore della vita pubblica, ma tendenzialmente incline a sostenere una legislazione conservatrice sui diritti civili. Questa biforcazione sul cammino della filosofia politica anarchica ha determinato la marginalizzazione delle sue correnti favorevoli, al contempo, al libero mercato e ai diritti civili, e quindi coerentemente libertarie in tutte le dimensioni della vita personale. I numi tutelari di questo nuovo movimento sono individuati dagli stessi promotori in alcuni esponenti di lusso dell’anarchismo individualista americano, come Benjamin Tucker, Josiah Warren e Lysander Spooner, ma anche in socialisti libertari di matrice culturale europea come Proudhon o Max Stirner. L’individualismo romantico ottocentesco viene quindi recuperato, nella speranza di potervi trovare gli strumenti utili per contrastare, da una posizione di anarchismo rinnovato e rinsaldato nei suoi principi cardine, i moderni centri di potere, pubblici e privati. È un anarchismo antistatalista, ma anche po’ sociale e antimonopolista; è antiautoritario, ma anche un po’ comunitario. È il tentativo di coniugare libertà economiche e libertà civili, rispolverando però una sensibilità anarchica forse più europea che statunitense. Ecco quindi che, in quest’ottica, il libero mercato dovrebbe essere difeso dalle grandi concentrazioni industriali, rifiutando l’identificazione tra capitalismo e libero mercato. E la dignità della persona dovrebbe tornare ad essere il fulcro della riflessione anarchica, consentendo la critica di qualunque forma di coercizione, sia essa economica, culturale, politica o religiosa. Si prospetta, quindi, un movimento di pensiero a metà tra l’anarco-collettivismo, incapace di liberarsi dall’abbraccio fatale con lo statalismo e l’autoritarismo; e l’anarco-capitalismo le cui tesi armoniciste inducono ad ignorare i pericoli per l’individuo derivanti dalla concentrazione di potere in mani private e i conseguenti fenomeni di manipolazione delle coscienze e di sfruttamento del lavoro dipendente. Se si aggiunge che la difesa del libero mercato secondo le tesi anarco-capitaliste, più che indirizzata alla libertà personale in se stessa, pare invece profondamente funzionale al ripristino di un ordine sociale di carattere conservatore (si parla di conservatorismo culturale), si può ben supporre che l’obiettivo primario delle future lotte degli anarchici analitici saranno proprio gli esponenti nostrani dell’anarco-capitalismo. Per saperne comunque di più, e certamente in maniera più corretta, si consiglia di dare un’occhiata ai testi di Luigi Corvaglia, come “Ripensare l’anarchia”, o La “Sovranità dell’individuo – Saggio sulla Libertà in America”. Di Fabio Massimo Nicosia, invece, è opportuno ricordare le pubblicazioni di riferimento come “Il Sovrano Occulto” Franco Angeli, e “Beati Possidentes”, Liberilibri, cui dovrebbe seguire a breve un saggio che completa il trittico (“Il Dittatore libertario”, o qualcosa di simile), a chiusura di un percorso intellettuale piuttosto travagliato, che ha visto Nicosia passare dal gruppo dei primi anarco-capitalisti, con Piombini, Vitale, Iannello e Bassani, alla fondazione, in questi giorni, dell’anarchismo analitico con Corvaglia, in polemica crescente con l’evoluzione catto-conservatrice di buona parte del libertarismo italiano. Questo sviluppo “paleo” sta del resto preoccupando anche liberali vicini al libertarismo dell’Ibl, come si evince da dichiarazioni come quelle fatte da Raimondo Cubeddu, che ha spesso parlato, a questo proposito, di liberalismo ridotto a versione secolarizzata del cattolicesimo.
    Che forme prenderà questo movimento in futuro è difficile dirlo. Sul forum di riferimento si parla, anche se con timidezza, della possibilità di dare vita ad un centro studi, o qualcosa di simile. Probabilmente lo scopo è quello di contrapporsi al referente in Italia del pensiero anarco-capitalista e più genericamente libertarian, e cioè l’Istituto Bruno Leoni.
    L’intento è senz’altro encomiabile, purché dia frutti anche solo paragonabili a quelli dell’Istituto diretto da Lottieri, Mingardi e Stagnaro, che sforna periodicamente studi di ogni tipo su temi dell’attualità politica, economica e finanziaria, per esprimere giudizi e fare proposte riformatrici concrete. Oddio, il termine “analitico”, a dire il vero, non si addice tanto alla concretezza mostrata invece dal lato destro del libertarismo italiano. Sa molto di profonde e dottissime elucubrazioni, e poco di realismo. Intendiamoci, gli anarchici analitici nascono da esigenze effettivamente sentite da alcune parti del mondo libertario italiano, come la necessità di avere un riferimento, in termini associativi, di ricerca e di proposta politico-culturale, per idee che potrebbero definirsi, citando Piombini, ultra-left-libertarian, e che dovrebbero porsi lo scopo di incidere sulla cultura politica italiana attraverso un libertarismo dalle venature progressiste, e cioè con obiettivi polemici centrati sul capitalismo di stato o assistito dallo stato, sulle forme più gravi di concentrazione capitalistica, oltre che sul fronte delicato delle libertà civili e della ricerca scientifica, combattendo ogni intromissione della religione, delle comunità locali, delle tradizioni conformiste e delle autorità governative nelle sfere più intime della vita delle persone. Un libertarismo a tutto tondo, quindi. Romantico, illuminista e pragmatico.
    Un tipo di libertarismo simile a quello che tanto disturbava il maestro dell’anarco-capitalismo americano, Rothbard, che amava parlare di nihilo-libertari per indicare i left-libertarians. Oggi i left-libertarians americani sono guidati da personaggi come David Boaz (autore di “Libertarianism: A primer”) e Clint Bolick, ma le loro posizioni paiono una versione edulcorata e laicizzata dell’anarco-capitalismo. È possibile che l’anarchismo analitico voglia posizionarsi alla sinistra dei left-libertarian americani, e quindi caratterizzarsi per un’anima più antidiscriminatoria, democratica ed egualitaria. Lo si potrebbe dedurre da affermazioni come questa, rilasciata da Corvaglia in un’intervista recente: “A differenza della buona parte dei "libertarians", che ritengono il welfare qualcosa di cui disfarsi senza mezzi termini, noi (su questi temi stiamo lavorando con Nicosia, La Conca e altri) stiamo immaginando una transazione al mercato delle funzioni dello stato sociale che permetta di mantenerne le caratteristiche "democratiche". Fra gli ingredienti di questa ricetta ci potrebbe stare l'idea warreniana del costo come limite del prezzo”. (l’intera intervista a è possibile leggerla su http://salentolibero.ilcannocchiale.it/).
    Avremo una versione italiana dei left-libertarian americani? Forse non è questo l’intento di Corvaglia e Nicosia, o forse lo è, ma solo in parte. Eppure, di un libertarismo progressista, che entri in contrasto fruttuoso con l’anarco-capitalismo già esistente e vitale nel nostro paese, sfidandolo sul suo stesso terreno, ma con sensibilità e finalità diverse, c’è senz’altro la necessità. Difficile dire se saranno Corvaglia, Nicosia e soci ad affrontare questa sfida. Le intenzioni, comunque, ci sono tutte.

    http://brigantilibertari.blogspot.co...anarchici.html

  2. #2
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    Predefinito Te lo do io Proudhon!

    ovvero: basta un poco di zucchero e la pillola va giù...

    di Luigi Corvaglia

    Una riflessione su Proudhon da Corvaglia sulla rivista http://tarantula.ilcannocchiale.it/

    I PARTE

    La proprietà è un furto P..J. Proudhon (1840)
    La proprietà è libertà P.J. Proudhon (1865)

    1. Invito alla lettura

    Proudhon, chi è costui? non certo un Carneade. Eppure, celeberrimo motto a parte (“la proprietà è un furto”), perfino molti di quanti si professano partigiani di quell’anarchismo che vide nel pensatore francese il primo interprete di grande spessore non vanno oltre una manciata di luoghi comuni buoni per intrattenere un salotto di provincia. Nella schiera dei don Abbondio libertari, però, non tutti sono ignoranti. Alcuni sono in malafede. Pochi, però, riescono nell’ardua impresa di coniugare in vario grado ignoranza e malafede. Fra questi ultimi, principalmente, i cosiddetti “anarcocapitalisti”. Infatti, è generalmente la sola ignoranza o la sola malafede la responsabile dell’arruolamento del tipografo di Becanson nella truppa dei socialisti (ciò sulla scorta, appunto, del noto motto anti-proprietaristico letto sui Bignami al liceo). Ma è generalmente la commistione delle due cose a produrre la bislacca teoria di un “primo” ed un “secondo” Proudhon. Quest’ultimo sarebbe artefice di un ripensamento sul supposto giovanile socialismo per accogliere una visione a questo opposta. L’ ambiguità non è nuova. C’è ancora chi ricorda perfino la svolta proudhoniana di un Bettino Craxi alla ricerca di un referente nobile del socialismo non marxista e aperto al mercato. Oggi il liso panciotto del tipografo è tirato di qua e di la, dagli anarchici meno romantici e nichilisti come dai sedicenti “federalisti” ora così a la page; ma è con i seguaci dell’anarcocapitalismo di Murray Rothbard che avviene la “transustanziazione”. Il pane ed il vino del mutualismo proudhoniano diventano corpo e sangue del liberismo radicale in un processo che, mantenendo la forma, ne modifica irrimediabilmente la sostanza. In definitiva, mentre a “sinistra” si enfatizza, per non aver letto, la devastante critica alla proprietà espressa nel 1840, a “destra” si sottolinea, per aver letto poco, male e in malafede, la difesa della proprietà del 1865, affermando che quest’ultima sarebbe una revisione di quanto affermato venticinque anni prima. Ciò farebbe di Pierre Joseph Proudhon un tardivo liberale dall’imbarazzante passato. Nulla di più falso. Quanto scritto nella sua Quarta memoria sulla proprietà non è affatto in contrasto con ciò che l’autore aveva espresso in Che cos’è la proprietà?. E’, anzi, un completamento dell’analisi precedentemente svolta. Chi non lo capisce non ha colto (per uno dei due fattori prima elencati) che l’apparente differenza dell’esito dell’analisi proudhoniana è frutto del diverso piano di lettura, cioè del punto di partenza giusnaturalista e di quello utilitarista. Ridotta in pillole (ma, per gli amici giusnaturalisti, in supposte) la questione è che, proprio in quanto giusnaturalista, fedele alla visione di imprescindibili diritti naturali, Proudhon afferma che nulla può giustificare la proprietà come dato naturale ed auto evidente al pari di altri. Essa è immorale, è abuso, è furto dell’eguale diritto dei non proprietari all’usufrutto della terra. E’ solo nella Quarta memoria che egli passa ad esaminare la cosa dal punto di vista dell’ utile. Davanti ad un abuso ancora più grande, lo Stato, ladro monopolista, l’unico contrappeso al grande abuso pubblico è il piccolo abuso privato, l’unica difesa contro la violenza concentrata è l’atto di forza dei singoli, un contropotere decentrante in grado di creare, in una concezione, si badi bene, mutualista, sacche di resistenza. Non c’è contraddizione: I don Abbondio si mettano l’anima in pace. Riflettano, magari, sull’attualità di un pensatore che un secolo e mezzo prima delle scaramucce accademiche e salottiere fra giusnaturalisti e utilitaristi, fra anarcodestroidi e anarcosognatori, fra individualisti e socialisti che infestano la discussione odierna aveva già affrontato e risolto in poche mosse la questione. Propedeutico, però, sarebbe leggere. Contro il dogmatismo della sacralità della proprietà e contro quello dell’abolizione del mercato, una vera mano santa. Da assumere prima e dopo i pasti. Tenere lontano dalla portata degli idioti.

    CONTINUA.......

  3. #3
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    Predefinito Te lo do io Proudhon (2)

    La proprietà non è un diritto naturale




    di LuigiCorvaglia


    II parte





    Figli del secolo dei lumi, liberalismo, socialismo ed anarchismo sono fratelli bastardi. Sono infatti nati dalla assidua frequentazione della dea Ragione con gli elementi della triade rivoluzionaria “Libertà, Eguaglianza e Fraternità”. E’ la secolarizzazione, infatti, che permette di ripensare l’idea dell’ordine immutabile delle cose, è la caduta dell’ancien regime che dà vigore alla cognizione che l’arrangiamento degli individui possa essere costruito dagli uomini secondo principi liberamente scelti e non imposti. I tre elementi che furono il motto del 1789, però, sono in equilibrio instabile. Questo perché l’ordine lessicale, per utilizzare la definizione che sarà di John Rawls, cioè la graduatoria della loro prescindibilità in un ideale “gioco della torre”, può essere molto diverso. Il socialismo ha privilegiato l’eguaglianza, anche a costo di rimetterci in libertà, qualora fosse costretto ad una scelta. Il liberalismo, invece, presenta un ordinamento inverso, premettendo la libertà individuale ad ogni altro fine, inclusa quindi l’eguaglianza. La fratellanza, terzo elemento della triade, risulta in un compendio delle prime due e non può darsi senza una composizione, un equilibrio. Bene, l’anarchismo mira a dare pari dignità alla diade libertà-uguaglianza. Michail Bakunin scrisse: “ la libertà senza il socialismo porta al privilegio, all’ingiustizia; e il socialismo senza libertà porta alla schiavitù e alla brutalità”. Bisogna ammettere che fra tante profezie politiche e “sol dell’avvenire” di cui XIX e XX secolo sono stati infestati, l’unica ad essersi inverata è questa del rivoluzionario russo. In realtà, però, anche l’anarchismo ha spesso sofferto di sbandamenti verso l’uno o l’altro polo. Lo stesso Bakunin, ad esempio, ha teorizzato un collettivismo che è l’ultima fermata del treno libertario prima del capolinea anarco-comunista di Kropotkin. Inverso il discorso per l’individualismo americano di Warren, Tucker e Spooner, teorici di un “liberalismo” radicale. Solo Proudhon, fra i giganti del dell’anarchismo classico, sembra riuscire nel difficile compito di mantenere un equilibrio, instabile come ogni cosa viva, fra i due estremi (e in ciò è, probabilmente, da ricercare il motivo delle accuse provenienti dai contrapposti fronti di situarsi nella trincea opposta). Ciononostante, non trova spazio nella teorizzazione del tipografo di Becancon alcuna utopica idea di fine della storia, alcun sogno di composizione totale della frattura fra le antinomie. L’esperienza umana, egli ci ricorda, è intessuta di contraddizioni e l’idea di una soluzione unica e definitiva che porti alla stasi, cioè alla morte, ciò che è vivo e dinamico non può che risolversi in un fallimento o nell’arbitrio del potere. Questo è forse il motivo dello scarso appeal che questo pensatore ha presso gli apostoli della palingenesi insurrezionalista. Lasciamo la parola allo stesso Proudhon:




    I poli opposti di una pila elettrica non si distruggono. Il problema consiste nel trovare non la loro fusione, che sarebbe la loro morte, ma il loro equilibrio incessantemente instabile, variabile a seconda dello sviluppo della società.
    (da Teoria della proprietà)




    La stessa uguaglianza, per Proudhon, è ben lontana dal risolversi nella piattezza del livellamento che soffochi le individualità, “non è affatto una condizione fissa, ma la media algebrica di una situazione sempre mobile”.
    Le antinomie sono irrisolvibili. Inclusa quella fra libertà ed uguaglianza. E allora? Allora, il terzo elemento della triade, la fratellanza non può che risolversi in un dinamico sistema che, accogliendo l’uno e l’altro elemento della diade, sia radicato nella Giustizia:




    Scartate l’ipotesi comunista e l’ipotesi individualistica, la prima in quanto distruttrice della personalità, la seconda in quanto chimerica, non resta da prenderne in esame che un’ultima sulla quale del resto la moltitudine dei popoli e la maggioranza dei legislatori sono d’accordo: quella della giustizia. (da La Giustizia nella rivoluzione e nella Chiesa)




    Ecco. Giustizia. Questo concetto è fondamentale in Proudhon e l’accezione nella quale egli la considera merita una spiegazione. Proudhon è giusnaturalista. Egli, cioè, è convinto dell’esistenza di indiscutibili norme di diritto naturale. Così il suo concetto di giustizia, come è stato criticamente notato, è quello di un dato immanente e quasi metafisico da scoprirsi con l’uso della Ragione, non da costruirsi storicamente. Ciò ne fa, nel bene e nel male, un chiaro figlio del suo tempo. La giustizia è, la Giustizia, indipendentemente dalla legge, la quale può essere conforme o meno ad essa, è unica e data. Non, però, come qualcosa di esterno e superiore all’uomo, bensì di immanente (“è in noi come l’amore, come le nozioni del bello (…) La giustizia è umana, del tutto umana, nient’altro che umana”, ibidem). Bene, proprio illuminati da questo faro, tanto l’individualismo quanto il socialismo gettano ombre deformi che feriscono il senso del giusto. La cosa qui assume estrema importanza. Ciò perché il richiamo al “diritto naturale” è tradizionalmente la base delle teorizzazioni che, partendo dalla fonte di Locke e scendendo per li rami fino allo stagno di certo sedicente liberismo radicale, vedono la giustizia nel rispetto di diritti “auto-evidenti” quali la proprietà. Eppure, per Proudhon la proprietà è un furto. E’proprio il suo essere un giusnaturalista, quindi, che permette a Proudhon di scardinare la cassaforte ideale dei proprietari. Egli, cioè, si muove sullo stesso terreno di coloro che intende criticare, risultando pertanto particolarmente efficace nel marcare le contraddizioni nel discorso di chi, partendo dalle stesse premesse, intendeva – e intende – giustificare la proprietà quale diritto naturale. Vediamo come. Innanzitutto, egli nota che, presentandosi quale diritto “solo in potenza, come una facoltà inattiva e fuori servizio”, viene meno il criterio di universalità che caratterizza necessariamente i diritti naturali. Sarebbe grottesco affermare che “tutti gli uomini hanno un diritto eguale a proprietà ineguali”. I diritti, infatti, sono “inalienabili” per definizione e non suscettibili di crescite e diminuzioni. Soprattutto, però, avendo la Dichiarazione dei diritti individuato i quattro diritti imprescrittibili dell’uomo in quelli alla libertà, all’uguaglianza, alla sicurezza ed alla proprietà, Proudhon nota un elemento stonato in questo quartetto. Se realmente realizzati e rispettati, infatti, i diritti alla libertà, all’uguaglianza e alla sicurezza si completano a vicenda e portano alla concordia sociale. Armonizzano. Non funziona così per la proprietà. Scrive :




    La libertà e la sicurezza del ricco non soffrono della libertà e della sicurezza del povero: anzi, possono rafforzarsi e sostenersi scambievolmente: al contrario, il diritto di proprietà del primo deve essere continuamente difeso contro l’istinto di proprietà del secondo. (…) Così il ricco ed il povero sono in uno stato di diffidenza e di guerra reciproca! Ma perché si combattono? Per la proprietà; dunque la proprietà comporta necessariamente la guerra alla proprietà!
    (da Che cos’è la proprietà?)




    Se, in altri termini, gli altri tre diritti portano all’avvicinamento, all’unione, alla socialità, la proprietà si palesa quale diritto antisociale, dotato di una forte carica disgregante. Non è quindi su tali basi che può considerarsi un diritto “naturale”. Su quali allora? I giusnaturalisti hanno ancora due carte, quella del “lavoro” e quella dell’ “occupazione”. Partiamo da quest’ultima. E’ idea ben nota agli anarcocapitalisti, che rivendicano il naturale diritto all’occupazione della “terra” – intesa latamente come qualunque mezzo di produzione che non sia già in mano ad altri. Qui Proudhon riprende un discorso di Cicerone:




    Il teatro, dice Cicerone, è comune a tutti; e tuttavia il posto che ciascuno vi occupa è detto suo; nel senso che è da lui posseduto, non che è di sua proprietà. Questo paragone annienta la proprietà; esso implica inoltre l’eguaglianza. Posso forse in teatro occupare simultaneamente un posto in platea, un altro nei palchi ed un terzo in galleria? (…) Secondo questo paragone, ciascuno può sistemarsi come preferisce nel suo posto, può abbellirlo e migliorarlo: ma la sua attività non deve mai superare il limite che lo separa dagli altri”


    (da Che cos’è la proprietà?)




    In altri termini, se ogni uomo ha eguali diritti di lavorare e produrre, è ovvio che debba godere anche del diritto di occupare la terra, i mezzi di produzione. Da ciò non discende affatto la proprietà dei mezzi, ma solo il loro usufrutto. Ciò per un concetto tanto logico quanto semplice. Se nel teatro di Cicerone entrano altre cento persone, chi già vi si trovava ad usufruire degli spazi, si stringerà per far posto ai nuovi arrivati. Toglierà cappelli e cappotti dai sedili vicini, ad esempio. Ciò vuol dire che il diritto di occupazione è variabile. Insomma, “poiché la misura dell’occupazione dipende dalle condizioni variabili dello spazio e del numero, la proprietà non può costituirsi” (ibidem).
    Ora i vari lettori che si imbattono nella definizione della libertà come furto non dovrebbero più incorrere nell’errore che fu anche di Marx e di Stirner, quello di cogliervi, secondo il noto luogo comune, una contraddizione (“come si può rubare se non c’è proprietà?”) . Il furto è nel fatto che chi si considera proprietario si appropria, sottraendolo definitivamente a tutti gli altri, di un bene a cui tutti hanno uguale diritto d’usufrutto.
    Arriviamo ora all’argomento principe, il pilastro della teoria della proprietà. E’ quello del “lavoro”. L’idea lockiana del mescolamento del proprio lavoro alla terra fondandone la proprietà. Il proprietario ha migliorato la terra e ha creato il prodotto. “Ma chi ha creato la terra? Dio. In questo caso proprietario ritirati”, scrive Proudhon. Se è innegabile che chi produce qualcosa ha il diritto di possedere tale prodotto ( possesso), di certo non può vantare diritti sullo strumento che non ha creato (proprietà). “Il pescatore”, continua il francese, “che, sullo stesso litorale, è capace di prendere più pesci degli altri diventa forse, per questa sua abilità, proprietario dei paraggi della pesca?” (Che cos’è la proprietà?) .
    Ebbene, a dimostrazione del fatto che la lettura di Proudhon non si limita alla mera e sterile ricerca dello storico, c’è proprio l’attualità della questione del lavoro che è da sempre uno degli ambiti più molli del fianco del liberismo estremo, ad esempio del cosiddetto “anarcocapitalismo”. Si è, infatti, molto discusso sulla vaghezza del concetto di lavoro. Sembra che a Murray Rothbard, principale teorico dell’anarcocapitalismo, basti il lavoro di recintare un terreno per renderlo di sua proprietà. In realtà, a voler seguire la lettera della teoria, questo lavoro potrebbe comportare al massimo la proprietà della sola striscia posta al di sotto della recinzione. Seguendo questo discorso, dando per scontato che nulla in una recinzione migliora un luogo, e che quindi la sola azione permetterebbe di sancire una proprietà, anche urinare in mare dovrebbe rendere padroni di un certo tratto di costa. Produrre onde radio rende padrone dell’atmosfera? Quelli che paiono giochetti logici ed elucubrazioni da ossessivi, invece, sono argomento di dibattito nel mondo dell’individualismo libertario che alcuni porrebbero a “destra” dello scenario politico. Comunque, pur presupponendo che sia possibile definire cosa sia lavoro e cosa no e perfino accettando che ogni lavoro comporti un miglioramento, cosa oggettivamente definisce il “miglioramento” nello stato della “terra” rispetto alla condizione precedente? Produrre onde radio migliora o peggiora l’atmosfera? Il miglioramento percepito da alcuni fruitori della “terra” in che modo comporta la necessaria accettazione della proprietà da parte di quanti gli usufruttuari che non ritengono che detto lavoro abbia comportato un miglioramento? Questi sofismi, pur nei loro tratti caricaturali, evidenziano la vaghezza dei criteri in merito. Come non bastasse, procedendo ancora ad un ragionamento per assurdo che dia per scontata la logica dell’appropriazione tramite il lavoro, il punto centrale che invalida l’idea “naturale” del diritto di proprietà frutto del lavoro è nella estrema contraddittorietà che si coglie ponendosi la domanda di cosa giustifichi la proprietà dei latifondisti o dei proprietari d’industria. Questi, ricorda Proudhon, posseggono enormi territori (o fabbriche manifatturiere) che non lavorano ma da cui ricavano delle rendite. Probabilmente essi hanno lavorato in passato e, quindi, acquisito il diritto alla proprietà di tali beni. Ma oggi? Il contadino salariato, il colono, l’operaio continua a lavorare quelle stesse terre, quegli stessi mezzi di produzione e ne trae dei prodotti. Eppure non ne acquisisce la proprietà. In base al principio per cui il lavoro fonda la proprietà, questi avrebbe diritto, non solo ai prodotti, ma anche ad una quota della terra. Ma ciò non avviene. Insomma, ciò che fu valido per alcuni, non può più essere valido per altri. Ciò è un controsenso. In definitiva, la proprietà, che l’autore distingue nettamente dal possesso, è il fatto economico attraverso il quale un oggetto nelle proprie disponibilità diventa creatore d’interessi. (l’intraducibile droit d’aubaine).
    Non solo si ritrova in queste considerazioni il germe del concetto marxiano di “alienazione”, ma a Proudhon è da attribuirsi anche la paternità di quella teoria del “plus-valore”, generalmente considerata parto del pensatore tedesco. Il francese la esprime nei termini della forza collettiva:




    Duecento granatieri hanno alzato sulla base in qualche ora l’obelisco di Luxor; si suppone che un solo uomo, in duecento giorni, ne sarebbe venuto a capo? Tuttavia, per il conto del capitalista, la somma dei salari sarebbe stata la stessa.


    (Che cos’è la proprietà?)




    Il profitto del capitale è nella sproporzione fra le somme consegnate ai lavoratori per le loro singole forze e il prodotto collettivo creato, frutto di una forza collettiva non conteggiata ed intascata dal capitalista. Un furto, quello della forza collettiva, perpetrato sulla scorta del furto primordiale, la proprietà.




    In conclusione, ci dice Proudhon,
    La proprietà non esiste per se stessa; per prodursi, per agire, ha bisogno di una causa esterna, che è la forza (l’ocupazione) o la frode (far credere che dal lavoro discenda la proprietà).



    (da Che cos’è la proprietà)

    In realtà, ce ne sarebbe un’altra, ma nulla ha a che fare con i diritti naturali: è l’accordo. Ma questa è un’altra storia.




    Continua.....


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    Predefinito Riferimento: Anarchici Analitici

    Dal mio archivio:

    ***

    Presentazione degli Anarchici Analitici

    Presentazione Anarchici Analitici
    Di
    Fabio Massimo Nicosia


    “Se la monarchia fosse un modello di uomo, e non di Stato, io sarei monarchico”
    (Una banalità).

    “The Declaration of Indipendence is probabily the most “communistic” document that ever obtained celebrity among “good-law-and-order” people in both continents”
    (attribuito a Benjamin Tucker, 1882).




    “Sino a quando si parlerà di problemi da risolvere come risolti e si parlerà dell’anarchia invece che dell’Italia, dell’Emilia, di Bologna, del problema edilizio, di quello sanitario, di quello scolastico, ecc., e nell’anno 1933 o 1934, io continuerò a strillare”

    (Camillo Berberi, Lettera a Luigi Fabbri, Gennaio 1931).

    “Adam Smith ce l’ha insegnato, l’unica via è il libero mercato”
    (Fabio Massimo Nicosia, sua agenda, 1977).

    E gli handicappati che fine fanno?
    (Pensiero della suocera)




    Analitici

    Tutte le volte che qualcuno è convinto di rappresentare una nuova corrente, la prima cosa è giustificare o raccontare la propria nascita. Il che può avvenire in vari modi. Si può, per esempio, accusare le auctoritas precedenti di aver snaturato “l’idea”, o di essere troppo pigre.
    Questo metodo, sicuramente, non ci appartiene. Giacchè il nostro interesse non è presentare una interpretazione “vera ed autentica” dell’anarchismo, ma tornare alle basi attraverso l’analisi dei concetti e dei fatti. Il che porta certamente a discussioni e dissensi, ma l’importante è che ci si riconosca buona fede.
    “Analitici”, perché si tratta di riprendere il bagaglio di elaborazione teorica sin qui prodotto dai vari pensatori e sottoporlo ad un vaglio lucido. Il terzo millennio merita questa fatica.
    Nel caso di un’idea (dell’Idea), la revisione avviene in due versi: da una parte si rilegge il bagaglio teorico, per individuare un’idea di libertà che sia coerente, scevra da contraddizioni, che, nonostante le migliori intenzioni, non mancano in forse tutti gli autori delle diverse tradizioni. Dall’altra si osserva il presente per cercare di capire su quali treni e quali binari quell’idea può viaggiare. L’unione di queste due azioni porta ad attualizzare l’anarchismo, se non si vuole ridurlo a un vecchietto poco arzillo.

    Attualisti

    Analitici, ma anche attualisti dunque. Pertanto pragmatici, nel senso più alto (Peirce). I tentativi rivoluzionari sono falliti, e risalgono ormai alla preistoria; nè se ne vedono all’orizzonte. Il consenso che un tempo l’Anarchia riscuoteva tra gli uomini è ridotto al lumicino di un movimento mummificato e, purtroppo, ininfluente. Gli altri movimenti “antagonisti” scaturiti dalla società esprimono a loro volta più spesso un’aspirazione legittima di separatezza che di trasformazione, e quando pure ciò si verifica, non sempre gli strumenti a disposizione paiono adeguati.
    Invece il nostro acerrimo nemico, lo Stato, non solo è vivo, ma se la passa da Dio. Persino quando dà segni di apparente declino, è solo perchè viene rincalzato dalla pletora dei suoi figli, altrettanto coercitivi, sovra/trans-nazionali o pseudo-privati, che in realtà condividono quote di sovranità.
    A fronte di ciò, l’anarchismo non ha saputo nè aggiornare la propria elaborazione teorica, nè far seguire una pratica d’azione purchessia sul presente, nell’attesa nostalgica di una nuova Spagna o di una presa del Palazzo d’Inverno, questa volta anarchica. Ma quanti sono i Palazzi d’Inverno?
    Lo Stato esiste e non sparirà premendo un bottone. Esiste nelle credenze delle persone, più che nella “realtà”, visto che il monopolio della forza è un’idea in sè del tutto irreale: eppure “esiste”, nella mente di tutti, appunto, oltre che nelle armi del potere.
    D’altra parte, se anche quel bottone esistesse, siamo sicuri che, premendolo, ne verrebbe fuori subito l’agognata anarchia d’utopia, e non una giungla dalla quale partire come sempre da zero? Meglio la giungla, diranno in molti. E tuttavia noi sappiamo che ogni assetto statuale rappresenta un equilibrio tra gli interessi in campo; lo Stato e la sua legislazione sono, purtroppo, l’unico “contratto sociale” del quale disponiamo. Là dentro, in quella discarica, ci sono i diritti di molte persone che vivono la vita reale, avvinghiati con gl’infiniti privilegi da smantellare.
    Sicchè, come diceva Buchanan, noi non possiamo che partire da qui, per toccare quegli assetti col massimo “rispetto”, ossia con la piena consapevolezza di che cosa andiamo a toccare, perchè lì c’è carne e sangue di persone.
    E’ la strategia che chiamiamo dei second best, che non è il riformismo calabraghe e disorientato, ma, all’opposto, il prodotto di un progetto e di uno sforzo, quello di incidere effettivamente sulla realtà, mantenendo sempre la bussola nella direzione di un first best, che ci chiariamo incessantemente.
    Elaborazione teorica e pratica non possono quindi che convivere e procedere a stretto braccetto, consapevoli che quella pratica è addirittura più difficile. Non è infatti troppo complicata una teoria della libertà. In fondo i casi di oppressione sono sotto gli occhi di tutti, ed è inutile perdersi in questioni “uovo o gallina”, del tipo “é nato prima il potere economico o quello politico?”, dato che nella realtà che viviamo non si tratta di due realtà distinguibili.
    La nostra risposta alla “crisi” dell’anarchismo, che nasce ben prima del crollo delle “grandi ideologie” del Novecento, passa attraverso l’azione di riforma del presente nel quadro di un progetto politico di più ampio respiro chiamato anarchia.
    Revisionisti e pure “riformisti”, o “riformatori”, come dicono altri, anche se i nostri obiettivi sono tutt’altro che moderati, e quelli finali non meno rivoluzionari di quelli di altri (forse migliori). Insomma una specie a cui sparare a vista. Oppure una specie con cui dialogare, se ci si riconosce buona fede.
    E’ il caso di sgombrare il campo da mali pensieri: non è nostro obbiettivo “andare al governo”. Anzi, lo sarebbe, se fosse davvero possibile, senza passare per la politichetta degli 0,03%. E’ nostra prassi però ragionare come se fossimo al governo, e far proposte le più radicali, in tutti i sensi. Tenendo quindi sempre chiari in mente i rapporti di forza che caratterizzano la fase storica presente. I movimenti, se verranno, e sapranno consolidarsi oltre le mode, si dovranno confrontare con queste proposte, se saremo davvero in grado di formularle. Forse bisogna fare una gara per il miglior volantinatore.
    E forse un dettaglio si impone: siamo dalla parte dei lavoratori, perchè la lotta contro i privilegi e i diritti acquisiti non può partire da loro, e per farla agli altri occorre il loro consenso. E solo a quel punto, a privilegi smantellati, che si potranno discutere i diritti del lavoro, come se lavorare per vivere fosse un valore etico, e non una rottura di coglioni.
    Siamo quindi anzitutto per il reddito di esistenza, da spendere come si vuole, un minimale risarcimento per gli spoliati, e un minimo di decenza di garanzia di sopravvivenza, che nemmeno le tanto decantate socialdemocrazie hanno saputo assicurare per intero, in ben più di un secolo di storia. E poi, che fine fanno gli handicappati? E come funzionano i manicomi giudiziari?

    Libertari tout-court

    La consonanza di mezzi e fini è quindi fondamentale, bisogna stabilire una serie di indicazioni su cui orientare la nostra analisi e le nostre proposte. Devono emergere le leadership naturali.
    La stella polare è sempre la libertà individuale, dall’ambito sessuale a quello economico.
    C’è da chiedersi perchè spesso i liberisti non vedano il primo, e i libertini il secondo. E capire se hanno ragione loro, o noi che non vediamo differenze.
    Poi ci sono i sedicenti libertari moralisti conservatori, ma non sono dei buoni libertari, perchè il moralismo è costoso, e ogni costo riduce la libertà.
    In questo discorso sulla liberazione del corpo gioca un ruolo importante la musica.
    E’ proprio in questi campi, e in genere nella cultura, che si vede la libertà economica di cui godiamo, anche nei confronti delle multinazionali che pretendono di escludere quei prodotti culturali dal libero godimento, attraverso istituti posticci come il copy-right. Non bisogna avere peraltro paura che a monopoli pubblici si sostituiscano monopoli privati, perchè questo è impossibile. Se monopoli troviamo, c’è sempre la zampina dello Stato o equivalente. Resta il problema dei monopoli naturali (quante autostrade del sole dobbiamo fare per garantire la libera concorrenza?).
    Adesso il discorso si è molto arricchito. E ai passi falsi provvede la provvidenza.

    Pontieri

    E’ il nucleo di questo “manifestino” eterogeneo, o “sincretistico”? Ci serve la distinzione tra socialisti e liberali, sempre restando nell’orizzonte anarchico? Occorre partire da Warren, che concepì la “sovranità dell’individuo”, come riconobbe Stuart Mill.
    E Warren ha almeno tentato la quadratura del cerchio, col mercato a prezzo di costo-tempo. Ma resta il problema dei valori soggettivi, e del “da ciascuno per come sceglie, a ciascuno per come è scelto” (Nozick). L’individuo è la fonte fondamentale del diritto della nostra Anarchia, e poi vengono gli aggregati.
    E come disse Malatesta, l’apologeta del commercio: “Si può dunque preferire il comunismo, o l’individualismo, o il collettivismo, o qualsiasi altro immaginabile sistema, e lavorare con la propaganda e l’esempio al trionfo delle proprie aspirazioni; ma bisogna guardarsi bene, sotto pena di un sicuro disastro, dal pretendere che il proprio sistema sia il sistema unico e infallibile” .
    Siamo solo all’inizio del dibattito e una cosa prevediamo: non andremo da nessuna parte senza il confronto con chi questo approccio non condivide, o dice di non condividerlo.
    Indipendentemente dalla “sponda” da cui proviene: a noi interessa il fiume.



    Referenze.

    Adesso vorrete sapere chi sono i nostri Marx-Lenin-Stalin-Mao Zedong-Enver Hoxha di riferimento. O chi è il nostro Martucci o Torrealta.
    A chi ci rifacciamo, quindi, a quali autori della tradizione, o di quale tradizione? A tutti e nessuno, si direbbe. Non siamo nè anarco-comunisti, nè anarco-capitalisti, o forse siamo tutte e due le cose. Non solo perchè è buona norma, prima di gettare un oggetto, controllare se per caso non possa fare a qualche uso, ma anche perchè i gravi errori di quelle tradizioni non tolgono a nessuno la propria “parte buona”. Stirner ha dato la struttura, Nietzsche il contenuto dell’uomo come Dio-animale (bisogna avere una visione dell’uomo per essere concorrenziali alle chiese); Adam Smith l’ambiente di riferimento, su cui ha più lavorato David Friedman. Bruno Leoni la forma, e l’ha inserita in quell’ambiente. Rothbard ci ha dato il matto del quartiere, fissato sui suoi diritti (occorre tenere conto che ci sono anche loro).
    L’ultimo Negri, in nome della moltitudine, viene sulle nostre posizioni, con la sua attesa sterzata anarco-liberista, da coniugare, va senza dirlo, col reddito di esistenza, se il mondo è di tutti. E peccato che il suo contatto con Pannella abbia prodotto solo danni, per i limiti dei due milieu. Perchè quel che si fa, va rivendicato sempre. E anche Bossi ha avuto un’intuizione (non quella).
    Ma esiste un filone ottocentesco, gli americani –Tucker-Warren-Spooner- e anche Proudhon, che ha preso per le palle il mostro monetario, sul quale Marx ha preso lucciole per lanterne (mentre i rothbardiani si crogiolano nell’oro).
    E’ questo il punto da cui partire, leggendo per distrarci un po’ di Sade (il più radicale e logico degli antiproibizionisti) e di Antifonte (e studiando molto bene come funziona il calcio, altro che scacchi).

    Antifonte68 Matteo Cavallaro Luigi Corvaglia Fabio Massimo Nicosia
    .
    Qui vige l'uguaglianza: non conta un cazzo nessuno.

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: Anarchici Analitici

    Ed ecco il dibattito che ne è seguito:

    (PRIMA PARTE)




    Mat Kava scrive:
    EVOLUZIONE DEL PENSIERO : GLI ANARCHICI ANALITICI

    Wiliam Longhi
    [...]


    Esmor scrive:

    1) Basta citare Piombini e altri, sia negli Usa che in Italia che nel resto del mondo sono una minoranza numericamente trascurabile rispetto alle ben più consistenti realtà anarchiche realmente esistenti.

    2) Nonostante non sia malatestiano, e mi ponga più sulla linea Proudhon-Pisacane-Merlino-Berneri-Caffi, non capisco per quale motivo l'autore abbia un sussulto di ribrezzo nel nominare l'anarcocomunismo e sia quasi preso da un conato di vomito dalla direzione "eversiva" e "no-global" dell'anarco-sindacalismo. Il nominare i vari Nozick, Piombini e quant'altri, pur facendolo criticamente, non genera nell'autore lo stesso ribrezzo... e a mio avviso è significativo.

    3) Per capire che il libero mercato e il capitalismo non sono la stessa cosa (al di là della vulgata ufficiale) più che scoprire "gli analitici" servirebbe riscoprire Proudhon. Per questo mi sembra di poter tranquillamente affermare che gli "analirtici" con tutto il rispetto con hanno reinterpretato o scoperto nulla di nuovo, ma si pongono sulla strada già tracciata da Proudhon e Berneri nel Vecchio Continente, e da Tucker negli Usa. Al limite può darsi che il loro lavoro possa essere utile a rivitalzizare e far conoscere le idee di tali pensatori, a condizione di abbandonare le suggestioni rothbarthiane che negl iosservatori rischiano di far sputtanare le stesse idee del continuum Proudhon-Berneri-Tucker.


    Sandinista scrive:

    Sono assolutamente daccordo su tutto.

    A luta continua


    Mat Kava scrive:

    L'autore è quel che è, l'articolo è (per noi AA) importante non tanto per quel che dice, ma perchè parla di noi nonostante l'unica cosa al momento pubblica sia questo 3d.

    Personally, non do troppo peso ad uno che riduce l'anarcosindacalismo ai no-global (sto, se tutto va bene, per aprire una sezione dell'USI a Torino) o che etichetta Stirner come socialista libertario. Anche a livello di mero giornalismo il non mettere il link corretto è una grave pecca.
    Però parla di noi, e che ne parli bene o che ne parli male, che capisca o meno, che ne approfitti per ri-citare il Bruno Leoni (che con noi non c'azzecca 'na cippa in nessun modo) o altro.. Non importa troppo. Basta aver visto che già solo l'aver pubblicato uno striminzito manifestino ha prodotto una risposta.

    P.S. Se vai più sotto trovi un 3d dove si parla di cosa si intenda per anarchismo analitico e troverai molte delle tue argomentazioni del punto 3.


    libertyfirst scrive:

    Mi sfugge qualcosa... come è possibile avere un reddito da esistenza in assenza di uno stato sociale redistributivo... e come è possibile parlare di anarchia in presenza di un tale stato... anarchia e giustizia sociale vanno d'accordo come il diavolo e l'acqua santa... o mi sfugge qualcosa?


    Antistato scrive:

    Il reddito di esistenza e l'anarchia

    Lo stato non è certo nato per distribuire un reddito di esistenza a tutti, casomai per favorire una minoranza di privilegiati.
    Comunque è chiaro che nell'anarchia è inconcepibile qualsiasi diritto assoluto in sè e questo vale ovviamente anche per il reddito di esistenza, oltre che per la proprietà, ecc...
    Il reddito di esistenza è però concepibile anche come frutto degli equilibri di mercato, così come del resto la proprietà privata in un contesto astatale.
    Facciamo degli esempi. Poichè la proprietà privata, nell'anarchia, non potrebbe costituire un diritto assoluto, bensì il frutto del libero incontro/scontro tra le varie pretese di proprietà, ne consegue che qualsiasi proprietà individuale, per poter sussistere, dovrebbe fare i conti con il livello di consenso o dissenso incontrato presso gli altri individui che le circostanze abbiano messo nella possibilità di agire in favore o contro di essa. In altre parole, ogni proprietà necessiterebbe di un certo livello di consenso sociale. Questo consenso potrebbe essere acquisito, ad esempio, mediante accordi di riconoscimento reciproco di proprietà distribuite in modo favorevole tra ogni pretendente e/o attraverso "l'acquisto" del consenso dei non-proprietari mediante la distribuzione a questi ultimi di un "reddito di esistenza".

    Un altro esempio di reddito di esistenza in una situazione anarchica potrebbe risultare anche dal free banking, ovvero dalla libera concorrenza di monete liberamente emesse.
    Il valore di ogni moneta dipende dalla quantità di beni e servizi che vengono scambiati con essa e quindi dal numero di utenti disposti ad accettarla in pagamento per i propri beni o servizi.
    In una libera concorrenza di monete, ogni emittente, per poter conquistare più utenti, potrebbe retribuire l'accettazione della propria moneta attraverso l'erogazione di un reddito di esistenza in favore dei propri utenti.

    Tuttavia, anche l'ipotesi di un reddito di esistenza statale costituisce, dal punto di vista libertario, un "male minore" nei confronti del welfare state.
    La sostituzione di quest'ultimo con il reddito di esistenza, infatti, garantirebbe a tutti la libertà di poter reperire sul mercato i servizi ad ognuno più graditi, senza più l'obbligo/incentivo di poter usufruire solo di quei servizi forniti "gratuitamente" (cioè a spese del contribuente) dallo stato. Mentre tale situazione danneggia gravemente i fornitori privati di servizi esclusi dalle convenzioni con il welfare, la sostituzione di quest'ultimo con il reddito di esistenza eliminerebbe ogni concorrenza sleale tra servizio pubblico (o privato convenzionato) e privato non-convenzionato, perchè ogni individuo potrebbe scegliere di utilizzare il proprio reddito in modo libero da ogni incentivo statale, essendo diventati, in tal caso, tutti i servizi a carico dell'utente.

    La conferma di quanto dico viene anche dall'ostilità incontrata dall'ipotesi del reddito di esistenza da parte degli ambienti più statalisti della sinistra, come testimonia un articolo di Devi Sacchetto e Massimiliano Tomba (dell'università di Padova) apparso sul Manifesto dello scorso 30 giugno con il titolo "Reddito garantito, un'utopia neoliberale", di cui riporto la conclusione*:
    "...rischiamo di trovarci vicino alle posizioni neoliberali sul reddito garantito, certamente compatibile con un sistema nel quale welfare e servizi vengono immessi nel mercato, al quale il singolo sarà libero di accedere per via monetaria, scegliendo liberamente cosa comprare".

    Infine una considerazione utilitarista. Se la crisi economica che minaccia l'economia occidentale nell'ultimo secolo è sempre stata una crisi da sovraproduzione, ovvero da carenza di domanda, il reddito di esistenza, incrementando la domanda, darebbe una boccata d'ossigeno anche ai produttori ed all'economia in generale.

    * (l'intero articolo come anche gli altri articoli apparsi sul manifesto sul reddito garantito sono reperibili a questo link: Odradek segnala )


    libertyfirst scrive:
    Cercasi interprete per tradurre il mio pensiero confuso in termini meno esoterici

    Risposta ad ANTISTATO

    Scusate il ritardo, ma ho avuto problemi a concentrarmi sull'argomento (in genere sulle cose non mi concentro, e quindi scrivo a profusione :-D). Mi trovo di fronte ad una teoria politica i cui fondamenti logici non mi sono chiarissimi, quindi cerco di interpretarli alla luce delle mie categorie politiche, che, in qualche modo più o meno fedele agli originali, sono basate sulle teorie di Leoni, Mises, Rothbard e Hayek.

    Pare che gli esegeti di Leoni litighino spesso sulla natura, positiva o normativa, del concetto di "pretesa". Io ne do un'interpretazione puramente positiva: se in una società lapidare le adultere è considerato normale, allora la lapidazione delle adultere fa parte dell'ordinamento giuridico vigente (o vivente... boh).

    Non mi riesce di considerare la diffusa accettazione di un ordinamento giuridico come criterio di demarcazione tra ordini giuridici anarchici e archici: è sempre vero per ogni norma, ove non ci sia guerra civile, che è accettata diffusamente!

    Attualmente, è comunemente accettato che le decisioni del Parlamento debbano essere rispettate, e fatte rispettare con la forza. Perchè non considerare quindi il dispotismo democratico odierno un "equilibrio nel mercato dei diritti"?

    Il Parlamento deve il suo potere al diffuso senso di legittimità conferitogli dai cittadini. Se l'"id quod plerumque accidit", criterio (positivo) per l'esistenza di una norma giuridica, non può discriminare tra ordinamenti giuridici, senza smettere di essere positivo, in base a cosa si costruisce su questo concetto la distinzione tra sistemi anarchici e sistemi statali?

    I "diritti assoluti", fattualmente, non esistono, nè sotto Stalin, nè sotto Rothbard: esistono solo rapporti di forza. Ma i rapporti di forza, a loro volta, derivano da giudizi di valore individuali riguardanti l'uso della forza (i.e.: il giudizio individuale sulla legittimità dell'ordinamento giuridico). Ma se la forza stessa è il risultato di un giudizio di valore, io sarei tentato (rothbardianamente, anche senza credere nel diritto naturale) di postulare la precedenza logica della teoria normativa della giustizia sulla situazione positiva effettiva.

    Storicamente, non è possibile separare le due componenti, a riguardo sono hayekiano: istituzioni, norme, valori sono il frutto di un processo evolutivo interconnesso, e non c'è un fattore storico primario da cui derivi il resto. Logicamente, però, reputo che ogni individuo agisca giuridicamente a partire dall'istante in cui decide se è giusto o meno lanciare il sasso contro l'adultera. Prasseologicamente, quindi, il giudizio di valore viene prima del giudizio di fatto.

    Detto in parole meno esoteriche (se avessi le idee chiare a riguardo, sarei più chiaro, mi scuso con i lettori): cosa considerate "giusto", voi "anarchici analitici"?

    Io reputo giusto (ripetendo sempre la solita solfa libertaria) che ogni individuo abbia diritto alla propria vita, e all'uso (illimitato, per definizione) della propria proprietà, e che la proprietà possa derivare dall'appropriazione originaria, dal libero scambio e dal proprio lavoro.

    Mi si dice che i titoli di proprietà debbano derivare da un consenso sociale. Positivamente, mi sembra una tautologia: non ho mai visto neanche un dittatore governare senza un consenso, attivo o passivo, da parte del popolo. Normativamente, potrei avere delle obiezioni pratiche, ma non avendo le idee chiare sulle vostre idee in proposito, mi limito ad alcune associazioni di idee, non improbabilmente infondate.

    1. Comunismo originario: questa opzione credo la scartiate perchè parlate "(de)gli altri individui che le circostanze abbiano messo nella possibilità di agire in favore o contro di essa"... quindi c'è una localizzazione del giuridico, cosa che in effetti non mi dispiace, visto che considero l'universalismo un'ideologia potenzialmente totalitaria;

    2. Comunismo locale: esistono comunità, in queste comunità si usano determinate risorse, i diritti di proprietà su queste derivano dal consenso della comunità locale... questo "anarchismo analitico" esiste già, e si chiama comunitarismo!

    Togliamo le comunità di mezzo... arrivo in un'altra "società", vedo un bel terreno coltivato da qualcun'altro, e cerco di convincere qualcuno (ehm... la comunità) a conferirmi titoli sulla terra... al di là della critica consequenzialista (l'instabilità del possesso è incompatibile con l'accumulazione del capitale, e quindi con la sopravvivenza dell'umanità), c'è da dire che, logicamente, non mi riesce di considerare questa opzione diversa dalla seconda, e, cioè, una forma di comunitarismo.

    Costanzo Preve, autore di un "Elogio del comunistarismo" che ho letto quest'estate, afferma che la verità e la giustizia sono costruzioni umane, ed esistono soltanto a livello di comunità... non riesco a togliermi dalla testa una certa simmetria tra questa posizione e il vostro tentativo (da quel che mi pare di capire) di derivare la giustizia dal consenso sociale locale... cioè, de facto, dai rapporti di forza.

    Interpretare il concetto di pretesa in senso normativo danneggia la generalità delle teorie leoniane (una teoria deve essere universale, mentre un valore deve discriminare, pena la tautologia), e riduce il diritto a rapporti di forza, senza investigare le origini (normative) di questi rapporti: ovviamente, alla fine sarà l'ordinamento giuridico effettivamente accettato quello che conta... ma prendersela con Rothbard perchè era troppo ottimista sulla possibilità di trovarne uno gius-razionalisticamente rischia di nascondere la necessaria natura normativa dell'ordinamento giuridico, che solo tautologicamente è riconducibile ai rapporti di forza (non c'è peggiore ideologia di nascondere i valori dietro i fatti).

    Non credo di aver capito bene cosa intendiate per "anarchismo analitico", ma è proprio per questo che vi chiedo di spiegarmi le ipotesi NORMATIVE sottostanti... non vedo alcuna possibilità LOGICA di poter definire un'ideologia politica SENZA giudizi di valore. Non è una risposta affermare che una società anarchica è una società dove il consenso decide i diritti di proprietà... perchè una società di questo tipo potrebbe ammettere sacrifici umani, lapidazione delle adultere, torture o altro, e non fonda neanche, a mio parere, un criterio di demarcazione tra anarchia e archia.

    P.S. Le crisi economiche hanno una storia lunga, precedente al XX secolo... anche se solo con Roosevelt sono diventate uno spettro di durata decennale (prima, all'epoca del laissez faire, duravano poco, come nel 1921). La teoria che reputo più credibile per quanto riguarda la spiegazione dei cicli è quella Austriaca (è anche l'unica che conosco in profondità), secondo la quale la carenza di domanda aggregata è il sintomo di uno squilibrio nel sistema produttivo, causato dall'espansione monetaria; e l'espansione monetaria, aumentando la domanda aggregata, si limita a rimuovere i sintomi, peggiorando però la diagnosi. "Inflazionare" significa fare andare un'auto a velocità maggiore, disattivando i dispositivi di sicurezza...

    P.P.S. Penso che, invece di cercare di adattare i concetti di democrazia e uguaglianza ad un contesto anarchico, sia più logico combattere tali concetti come orrori totalitari. Infatti, la democrazia PRESUPPONE che esista una comunità onnipossessiva (neologismo!) che elargisce diritti e dà ordini agli individui (la democrazia è necessariamente dispotica, Kant docet); e l'uguaglianza PRESUPPONE un dominio (nel senso matematico del termine) a cui applicare l'operatore "=" e un dominio (stavolta in senso politico) su cui imporre un tale valore... la libertà, SE rinascerà, rinascerà sulle tombe della democrazia e dell'uguaglianza, esattamente come questi due orrori sono nati sulla tomba della libertà. Tomba che egalitarismo, democraticismo, giuspositivismo, keynesismo, nazionalismo e altri "ismi" hanno confezionato con cura.

    P.P.P.S. Sul reddito di esistenza come second best (Milton Friedman e l'imposta negativa vi hanno preceduto) sono abbastanza d'accordo. Ricordo però che fornire un reddito, indipendentemente dal contributo alla produzione, oltre ad essere normativamente (non nei vostri esempi) inaccettabile, è anche positivamente inefficiente, incentivando il parassitismo. Comunque, se mi dicessero "metti una croce qui e spariranno tutta la burocrazia e tutti i servizi sociali pubblici, e le tue tasse, opportunamente tagliate per via della maggiore efficienza che ne conseguirebbe, finanzieranno soltanto un assegno per i poveri"... io una crocetta la metterei...

    Qui il seguito:
    http://www.pcosta.net/pol/showthread...ci%20Analitici
    Ultima modifica di teo; 10-06-09 alle 15:11
    .
    Qui vige l'uguaglianza: non conta un cazzo nessuno.

  6. #6
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    Predefinito Riferimento: Anarchici Analitici

    grazie teo per i contributi
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    http://www.lucidamente.com/wordpress...nostre-monete/

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  7. #7
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    Predefinito Riferimento: Anarchici Analitici

    Ma Teo, hai salvato in qualche modo parte della robbbba che stava sul vecchio POL? Comunque Domenico, sarò limitato, ma più vi leggo e più non capisco che cazzo sia l'anarchismo analitico. Che ci voglia l'analista per capirlo??
    “ Se vuoi essere un grande leader, devi imparare a seguire il Tao. Smetti di cercare il controllo. Abbandona la pianificazione e i concetti acquisiti, e il mondo si governerà da solo." Lao Tsu

  8. #8
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    Predefinito Riferimento: Anarchici Analitici

    Citazione Originariamente Scritto da z3ruel Visualizza Messaggio
    Che ci voglia l'analista per capirlo??

  9. #9
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    Predefinito Riferimento: Anarchici Analitici

    oggi invece dell'analista vi indico dove rifornirvi e iscriveti anche voi, vi lascio l'indirizzo del centro studi libertari: http://www.claustrofobia.org/

    proponete e sfogatevi con tutte le analisi che ritentete opportuno fare, critica o elogio del giusnaturalismo, mercato nero, politica e istituzioni, movimentismo e lotta di classe, anarchismo e capitalismo........ insomma veniteci a trovare.
    Liberalizzare la produzione di Moneta ORA!
    http://www.lucidamente.com/wordpress...nostre-monete/

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  10. #10
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    Predefinito Riferimento: Anarchici Analitici

    ps: mi sembra del vecchio pol sia stato crreato una sorta di enciclopedia virtuale.
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    http://www.lucidamente.com/wordpress...nostre-monete/

    Autogestione delle reti idriche!

 

 
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