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  1. #1
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    Predefinito Libertiamo. Radicali e Liberali nel PDL

    INSERITO IN | Biopolitica
    Per Baget Bozzo lo Stato etico è quello liberale
    Inserito il 03 aprile 2009
    Tags: Baget Bozzo, legge 40, Palma, stato etico
    - Nella sua lettera teologico-politica pubblicata oggi dal Foglio Gianni Baget Bozzo ribalta sulla Consulta l’accusa che il presidente Fini aveva rivolto nei confronti delle Camere, e ravvisa i rischi dello Stato etico non già in una legislazione “precettistica”, ispirata agli orientamenti morali e religiosi prevalenti tra i legislatori, ma nell’idea stessa che nel sistema istituzionale, cioè nelle norme costituzionali e nei checks and balances tra i poteri dello Stato, siano posti dei limiti all’onnipotenza legislativa del Parlamento.
    A prendere sul serio le tesi di Baget Bozzo bisognerebbe concludere che la forma perfetta dello Stato etico è quella disegnata dal costituzionalismo liberale, che si preoccupa di evitare – proprio ponendo dei limiti invalicabili all’esercizio del potere legislativo – che l’uscita dallo “stato assoluto” comporti l’entrata in una “democrazia assoluta” e che alla “tirannia del sovrano” si sostituisca “la tirannia della maggioranza”. Insomma, per Baget Bozzo lo stato etico coinciderebbe con quello liberale e con la sua pretesa di distinguere non solo Stato e Chiesa, ma anche diritto e morale.
    Dunque lo Stato “non etico” coinciderebbe con quello che pone strumenti giacobini al servizio di ideali vandeani, che usa la retorica di Robespierre per sostenere un programma neo-legittimista, che subordina la libertà morale, civile e religiosa dei cittadini ai capricci di un Parlamento “misticamente” ispirato e pronto, alla bisogna, a teorizzare un ritorno all’alleanza tra il trono e l’altare contro i pericoli del relativismo etico.
    Scrive esplicitamente Baget Bozzo: “le istituzioni divengono così un limite alla democrazia, una riduzione del suo potere di affrontare decisioni ultime sulla base dell’unica legittimità possibile: quella del consenso popolare”.
    Lasciamo da parte la questione, tutt’altro che marginale, della reale esistenza di un consenso maggioritario attorno a decisioni – sulla procreazione assistita, come sul fine vita – su cui è assai dubbio che il Parlamento abbia interpretato e interpreti gli orientamenti prevalenti dell’opinione pubblica. Ammettiamo pure che questo sia vero: ma basta questo a legittimare qualunque decisione pubblica relativa a comportamenti che, proprio dal punto antropologico (per usare una parola cara ai teo-con), hanno una realtà irriducibilmente individuale, e non collettiva, personale e non politica?
    A garantire della qualità liberale di una legge non può essere, come ha oggi sostenuto Schifani, il fatto che essa sia stata approvata con una grande e trasversale maggioranza, dopo un’approfondita discussione parlamentare e con un ampio ricorso al voto segreto. Di una legge contano le conseguenze sulla libertà dei cittadini, non le intenzioni dei legislatori.
    Se a giustificare la legittimità di una norma bastasse il principio del consenso e non servisse un diverso fondamento di natura “costituzionale” bisognerebbe inchinarsi dinnanzi alle decisioni di un Parlamento sovrano che stabilisse, per ragioni o interessi di ordine collettivo, la discriminazione terapeutica dei disabili o l’eutanasia coatta dei malati terminali. Provi a spiegare chi la pensa come Don Gianni perché, in nome del rispetto assoluto dovuto al legislatore, occorrerebbe indignarsi per la decisione di negare ad un malato una cura che questi richiede e invece plaudire alla scelta di infliggere ad un malato un trattamento sanitario, senza il suo consenso e contro la sua volontà.
    Inserito da:

    Carmelo Palma - che ha inserito 38 articoli in Libertiamo.it.

    40 anni, torinese, pubblicista. E' stato dirigente politico radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Tra i fondatori dei Riformatori Liberali. Direttore dell’Associazione Libertiamo.


    http://www.libertiamo.it/2009/04/03/...ello-liberale/

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  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Libertiamo. Radicali e Liberali nel PDL

    INSERITO IN | Più Azzurro, Più Verde
    Basta polemiche sulla prevedibilità del terremoto
    Inserito il 06 aprile 2009
    Tags: ambiente, Berlusconi, Bertolaso, terremoto
    Attualmente la scienza non è in grado di prevedere con sufficiente precisione la ricorrenza di terremoti. Può unicamente limitarsi a effettuare delle ipotesi di ricorrenza sulla base di conoscenze statistiche.

    Quanto ai fenomeni precursori, ovvero i movimenti di gas radon (che secondo il ricercatore Giampaolo Giuliani avrebbero permesso di prevedere l’evento), la comunità scientifica è concorde nel ritenere che essi servano per capire le evoluzioni ma non sono in grado di dirci quando si verificherà una scossa.

    D’altro canto, in base alle “stime” dello stesso Giuliani, il sisma avrebbe avuto come epicentro la zona di Sulmona. Immaginate cosa sarebbe successo se, sulla base di quella previsione “sciamanica”, il Governo avesse qualche giorno fa deciso di evacuare quell’area e trasferire una importante quota di popolazione a L’Aquila…

    La redazione di Libertiamo.it
    Inserito da:

    Piercamillo Falasca - che ha inserito 21 articoli in Libertiamo.it.

    Nato a Sarno nel 1980, laureato in Economia alla Bocconi, è fellow dell’Istituto Bruno Leoni, per il quale si occupa di fisco, politiche di apertura del mercato e di Mezzogiorno. È stato tra gli ideatori di Epistemes.org. E’ vicepresidente dell’associazione Libertiamo.

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Libertiamo. Radicali e Liberali nel PDL

    I misteriosi protocolli di Zaia sugli ogm
    Inserito il 07 aprile 2009
    Tags: agricoltura, ambiente, Berlusconi, Falasca, Lega, ogm, ricerca, zaia
    In un recente intervento pubblico, il premio Nobel Rita Levi Montalcini si è interrogata sulla paura per gli Ogm, così diffusa nell’opinione pubblica e spesso subita – quando non cavalcata – dalla politica. La senatrice a vita l’ha definita “una forma di superstizione”, da combattere “come tutte le cose inesistenti che possono essere più pericolose di quelle esistenti”. Avendo in gran dispitto lo Stato etico, figurarsi se noi di Libertiamo sopporteremmo un eventuale Stato “superstizioso”. E non c’è dubbio che di superstizione si nutre l’ideologia ambientalista dominante: sul riscaldamento globale, sul nucleare, sugli organismi geneticamente modificati. Ogni dato confuso e ogni teoria strampalata possono servire a confermare la diffidenza anti-industriale e anti-mercato alla base dell’ambientalismo politicizzato.
    Il governo Berlusconi sta dimostrando un approccio pragmatico nei confronti dell’ambiente: lo confermano la presa di posizione sul protocollo di Kyoto e l’apertura all’energia nucleare. Eppure, sugli ogm, prevale una linea tanto timida da apparire ambigua, come abbiamo sottolineato in un precedente articolo. Al ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, va purtroppo addebitata buona parte di tale ambiguità. Il 20 novembre 2008 Zaia ha convocato la Conferenza Stato-Regioni, affinché questa si esprimesse sullo schema di decreto ministeriale relativo all’adozione di nove protocolli tecnico-operativi per la sperimentazione di altrettante colture geneticamente modificate in campo aperto (actinidia, agrumi, ciliegio dolce, fragola, mais, melanzana, olivo, pomodoro, vite). Si è trattato di un passaggio obbligato dell’iter stabilito dal passato Governo Berlusconi, con il decreto ministeriale 19 gennaio 2005 sulla ricerca in materia di ogm. Per ciascuna coltura, i protocolli regolano le garanzie a carico dello sperimentatore, le modalità da impiegare per preparare e gestire l’area di rilascio, i piani di monitoraggio, le misure da adottare dopo l’emissione, la sorveglianza e i piani di emergenza.
    “Non ci vedo nulla di male nelle sperimentazioni”, dichiarò il ministro alla vigilia dell’incontro con le amministrazioni regionali, pur sottolineando la sua personale avversione agli ogm. Personale e padana, aggiungeremmo ad onor del vero. “Siccome ci sentiamo dire che gli ogm fanno bene e da altri che fanno male noi avremo il diritto di comprovare”, disse il ministro. Parve una scelta “laica”, di chi sa separare le proprie convinzioni dalle esigenze di sviluppo e di innovazione del Paese.
    La Conferenza Stato-Regioni ha approvato lo schema di decreto, alcune Regioni (come prevede l’iter) sono già pronte ad individuare i siti idonei alle sperimentazioni. Peccato che il decreto contenente i protocolli tecnico-operativi non sia stato mai pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ma giaccia triste e sconsolato in un cassetto della scrivania del ministro leghista. Senza motivazione ufficiale alcuna.
    La mancata emanazione del decreto ministeriale appare un estremo e goffo tentativo di rimandare sine die l’avvio delle ricerche in campo aperto. Quel cassetto va aperto e quei protocolli vanno firmati: il Governo eviti una chiusura ideologica e superstiziosa sugli ogm e renda possibile in Italia una ricerca rigorosa sulle tecniche di modificazione genetica, in grado di incrementare senza rischi per la salute e l’ambiente la quantità e la qualità delle produzioni. Lo sviluppo tecnologico non è un nemico dell’agricoltura italiana, ma una possibile leva strategica, sia sotto il profilo ambientale che sotto quello economico.

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Libertiamo. Radicali e Liberali nel PDL

    Non sono i ‘paradisi fiscali’ la porta per l’inferno finanziario
    Inserito il 07 aprile 2009
    Tags: Cato Institute, economia, finanza, Magni, paradisi fiscali, Rahn
    Il G20 ha dichiarato guerra ai “paradisi” delle tasse basse e del segreto bancario, identificati come luoghi oscuri in cui si nasconderebbero i pirati della finanza, i soldi sporchi delle mafie e del terrorismo, i truffatori che tramano contro i poveri risparmiatori. La retorica anti-capitalista contro i “robber barons” è stata rievocata esplicitamente dal presidente francese Nicolas Sarkozy, con il suo auspicio di una “nuova coscienza” del libero mercato. Sono poche, pochissime, le voci autorevoli che difendono la sovranità fiscale di Paesi come la Svizzera, le Cayman o il Liechtenstein e mostrano l’altra faccia della medaglia del nuovo mondialismo.
    Richard Rahn, analista del think tank libertario Cato Institute, ha più volte difeso i piccoli paradisi fiscali e ora rinnova la sua contrarietà alla lista nera in cui sono stati forzatamente iscritti dai “grandi del mondo”. Prima di tutto queste enclave a bassa tassazione non coprono i soldi illeciti. E’ un dato di fatto che i governi delle Cayman, della Svizzera e della maggior parte degli altri paradisi fiscali abbiano già firmato convenzioni con gli Stati Uniti e i maggiori Paesi europei per uno scambio trasparente di informazioni, in caso di inchiesta su soldi sporchi. Senza contare, poi, come nota Rahn, che il segreto bancario ha sempre avuto una funzione positiva, soprattutto per quei dissidenti che nascondono le loro risorse alla rapacità di magistrature corrotte o governi autoritari che violano i loro diritti. “Non ha senso” - spiega Rahn nel suo articolo “In difesa dei paradisi fiscali” pubblicato sul Wall Street Journal alla vigilia del G20 - “approvare una legge che proibisce quel che è già vietato o votarne un’altra che punisce chi cerca di proteggersi da governi rapaci e corrotti. Nonostante le centinaia di leggi, federali, statali e locali e organi di controllo finanziario come la Sec, Bernie Madoff è stato ugualmente in grado di portare avanti per decenni il più grande ‘piano Ponzi’ della storia”.
    Venendo a mancare una ragione per perseguire meglio il crimine, a cosa serve sopprimere giurisdizioni che prevedono tasse basse e segreto bancario? Serve sicuramente a limitare la competizione fiscale. A impedire, cioè, che i capitali fuggano da Paesi dove la tassazione è troppo alta per rifugiarsi in altri dove il fisco è meno esoso. “Estendere la competizione fiscale tra giurisdizioni rallenta la crescita del potere dei governi, permettendo ai cittadini di tutto il mondo di avere più opportunità di lavoro e standard di vita più alti” - spiega Rahn - “Nel momento in cui, individui e aziende sono scoraggiati, da tasse e regole che proibiscono loro di investire al di fuori del loro Paese, sceglieranno semplicemente di lavorare e risparmiare meno. Punto”. E’ dunque controproducente, in tempo di crisi economica, voler sopprimere delle istituzioni che incrementano il benessere di tutti, perché funzionano come “stazioni di transito dei capitali”: “servono ad accumulare temporaneamente risparmi da tutto il mondo che verranno investiti in progetti produttivi, come la costruzione di nuovi centri commerciali negli Stati Uniti. I paradisi fiscali permettono una migliore allocazione dei capitali, portando a una maggiore, e non minore, crescita economica globale”.
    I governi europei e americano, imponendo nuove regole, finirebbero per “estendere in tutto il mondo i loro errori economici interni” - come nota ironicamente l’editorialista Mark Stein sulle colonne della National Review - “Il presidente francese ha dichiarato che questa è un’occasione unica per dare al capitalismo una sua ‘coscienza’. Ora, per ‘coscienza’, è chiaro che intende un sistema mondiale di regole in grado di assicurare che nessuno possa scappare. Certo, se tu fossi in Francia, che è caratterizzata da un sistema economico rigido, non competitivo, protezionista, con una disoccupazione a due cifre, sarebbe normale e comprensibile voler imporre su scala globale le stesse misure ammazza-crescita che hanno disfatto l’economia di quel Paese. Ma questa non è una bella notizia per il resto del mondo”. Per Stein i veri problemi dell’Europa sono da ricercarsi nei programmi sociali ormai insostenibili, in leggi troppo numerose e rigide, nella spesa pubblica “semi-sovietica”, nella denatalità, causata anche dalla stagnazione economica cronica in cui versa il Vecchio Continente. Non nella ricerca di piccoli capri espiatori nei paradisi fiscali: “Qualcuno pensa davvero che un conto in banca in Svizzera o una cassetta di sicurezza nelle Turks siano i responsabili della crisi globale?”.

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: Libertiamo. Radicali e Liberali nel PDL

    Benvenuto Carmine e grazie per questi articoli su Libertiamo, associazione alla quale guardo con grandissimo favore.
    Dio perdona, LIBERAMENTE senza dubbiamente no.

  6. #6
    IL CENTRODESTRA UNITO
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    Predefinito Riferimento: Libertiamo. Radicali e Liberali nel PDL

    Segnalo questo articolo che ho scritto io, pubblicato oggi su Libertiamo.it

    La comunicazione liberale può essere popolare?

    Piero Ostellino nel suo ultimo saggio (“Lo Stato Canaglia”) afferma che gli italiani hanno un forte pregiudizio nei confronti del liberalismo (che quindi sostengono poco) semplicemente perché non lo hanno mai conosciuto e non sanno che cosa sia. Secondo il giornalista né lo Stato, né la scuola, né l’editoria, né la stragrande maggioranza degli intellettuali, né la politica hanno provato a spiegare agli italiani cosa voglia dire essere liberali. È evidente che queste considerazioni sono profondamente vere eppure sono molti i politici di ispirazione liberale e numerosi gli opinion makers che con interventi e posizioni riformiste esercitano un discreto appeal nel dibattito pubblico.
    E allora perché manca il passaggio successivo? Come mai il “parlare liberale” non tocca l’elettore medio? O meglio perché le soluzioni liberali sembrano a tutti, politici e studiosi, di buonsenso ma non riescono a stimolare emotivamente i cittadini?
    In molti ritengono che sia più facile essere liberali in un dibattito tra pochi piuttosto che soli in una piazza che ti ascolta. Effettivamente si potrebbe pensare che la comunicazione e il “parlare” liberali non siano abbastanza popolari, ma alquanto elitari.
    Probabilmente i messaggi liberali risultano poco accessibili perché, nella loro “costruzione”, sono indirizzati a un target di cittadini informati e di cultura medio-alta, che esigono uno sviluppo articolato dell’argomentazione politica. Il problema è che per attirare un consenso che potremmo dire di “gamma alta” si tende a tralasciare completamente la comunicazione diretta, semplice e mirata a un pubblico più vasto.
    L’elettore medio non ha pienamente in mente quali siano i temi-bandiera dei politici liberali e riformisti, non ne ricorda uno slogan e non fa propria né emotivamente “vive” una convinzione liberale, perché probabilmente non riesce ad associarla a un bisogno personale o a un problema generale.
    Insomma la comunicazione politica liberale sembra tendere a offrire la soluzione senza riuscire a trasmettere pienamente quale sia il problema iniziale da risolvere.
    Dal punto di vista del marketing comunicativo il pensiero liberale raggiunge solamente una nicchia di ascoltatori, ma fallisce completamente l’obiettivo di allargare il proprio bacino di elettori potenziali.
    Il “parlare liberale” non intercetta le richieste, le domande e anche le paure della popolazione o meglio non riesce a porsi come interlocutore per le esigenze più semplici che la gente riporta alla politica.
    Il paradosso evidente di questa difficoltà comunicativa è che soluzioni potenzialmente utili a una vastissima platea di persone risultino non popolari o appaiano addirittura, in modo grottesco, favorevoli a corporazioni o a determinati gruppi economici. Parlo di proposte come la flexsecurity, la battaglia pro-ogm, l’abolizione del valore legale della laurea che, nonostante il carattere innovativo per un paese come l’Italia, non centrano l’obiettivo per mancanza di una comunicazione adeguata e per colpa di un’opposizione trasversale, spesso organizzata per smontare qualunque proposta riformatrice.
    Si finisce quindi in una singolare situazione, nella quale proposte chiaramente anticorporative e per il rinnovamento vengono incredibilmente ribaltate e presentate dai loro avversari come volte a garantire le posizioni di privilegio che invece intendono combattere.
    Insomma al partito di chi tende a rimandare qualsiasi riforma e ai conservatori di ogni colore politico si aggiunge una comunicazione che non riesce a smontare la demagogia degli oppositori, ma ne viene sopraffatta.
    A tutto questo va aggiunta l’immagine dei liberali, che risulta abbastanza distorta; l’orgoglio identitario del sentirsi liberali e la patente dei veri riformisti sono svalutati da una frammentazione eccessiva dei liberali stessi in vari partiti, associazioni, circoli, think-tank. Per molti è persino difficile definire la collocazione dei vari gruppi liberali.
    In definitiva i liberali sono bravi a scegliere i mezzi di comunicazione (anche quelli più innovativi) ma devono rendersi conto che il messaggio comunicativo risulta piuttosto vecchio, un po’ – diciamo – da convegno.
    Il liberale può essere popolare? Usare slogan semplici, corti e mirati non è solamente demagogia. Tocca incominciare a “colpire” l’elettore medio e non solo cercare di convincerlo.

    http://www.libertiamo.it/2009/04/09/...sere-popolare/

  7. #7
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    Predefinito Riferimento: Libertiamo. Radicali e Liberali nel PDL

    Questo è esattamente quel che tento di dire a tutti i liberali che insistono a rimanere di nicchia e a creare una ristretta intellighenzia compresa, nei fatti, solo da pochi! Poi si domandano il motivo per il quale rimangono una minoranza! Ed hanno anche la presunzione di dire che loro vogliono fare cultura!!! Cultura per chi? Per comunicare alla gente semplice (che stupida non è, ma che non ha cultura politica appunto) servono parole semplici e lineari. Spiegando bene i concetti, anche quelli di base ma assolutamente fondamentali. Sono stanca di ascoltare certuni che vogliono divulgare cultura liberale utilizzando mezzi poco accessibili e poco idonei alla gente comune. L'ho detto e ripetuto ma mi si risponde picche. Al massimo dicono: "si si" e poi continuano come sempre. Fanno gli intellettualoidi. E questi sono i risultati.
    (Parlo della maggioranza perchè per fortuna non tutti sono cosi).
    'Voglio esser libera d'essere come sono'

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Newborn Visualizza Messaggio
    Segnalo questo articolo che ho scritto io, pubblicato oggi su Libertiamo.it

    La comunicazione liberale può essere popolare?

    Piero Ostellino nel suo ultimo saggio (“Lo Stato Canaglia”) afferma che gli italiani hanno un forte pregiudizio nei confronti del liberalismo (che quindi sostengono poco) semplicemente perché non lo hanno mai conosciuto e non sanno che cosa sia. Secondo il giornalista né lo Stato, né la scuola, né l’editoria, né la stragrande maggioranza degli intellettuali, né la politica hanno provato a spiegare agli italiani cosa voglia dire essere liberali. È evidente che queste considerazioni sono profondamente vere eppure sono molti i politici di ispirazione liberale e numerosi gli opinion makers che con interventi e posizioni riformiste esercitano un discreto appeal nel dibattito pubblico.
    E allora perché manca il passaggio successivo? Come mai il “parlare liberale” non tocca l’elettore medio? O meglio perché le soluzioni liberali sembrano a tutti, politici e studiosi, di buonsenso ma non riescono a stimolare emotivamente i cittadini?
    In molti ritengono che sia più facile essere liberali in un dibattito tra pochi piuttosto che soli in una piazza che ti ascolta. Effettivamente si potrebbe pensare che la comunicazione e il “parlare” liberali non siano abbastanza popolari, ma alquanto elitari.
    Probabilmente i messaggi liberali risultano poco accessibili perché, nella loro “costruzione”, sono indirizzati a un target di cittadini informati e di cultura medio-alta, che esigono uno sviluppo articolato dell’argomentazione politica. Il problema è che per attirare un consenso che potremmo dire di “gamma alta” si tende a tralasciare completamente la comunicazione diretta, semplice e mirata a un pubblico più vasto.
    L’elettore medio non ha pienamente in mente quali siano i temi-bandiera dei politici liberali e riformisti, non ne ricorda uno slogan e non fa propria né emotivamente “vive” una convinzione liberale, perché probabilmente non riesce ad associarla a un bisogno personale o a un problema generale.
    Insomma la comunicazione politica liberale sembra tendere a offrire la soluzione senza riuscire a trasmettere pienamente quale sia il problema iniziale da risolvere.
    Dal punto di vista del marketing comunicativo il pensiero liberale raggiunge solamente una nicchia di ascoltatori, ma fallisce completamente l’obiettivo di allargare il proprio bacino di elettori potenziali.
    Il “parlare liberale” non intercetta le richieste, le domande e anche le paure della popolazione o meglio non riesce a porsi come interlocutore per le esigenze più semplici che la gente riporta alla politica.
    Il paradosso evidente di questa difficoltà comunicativa è che soluzioni potenzialmente utili a una vastissima platea di persone risultino non popolari o appaiano addirittura, in modo grottesco, favorevoli a corporazioni o a determinati gruppi economici. Parlo di proposte come la flexsecurity, la battaglia pro-ogm, l’abolizione del valore legale della laurea che, nonostante il carattere innovativo per un paese come l’Italia, non centrano l’obiettivo per mancanza di una comunicazione adeguata e per colpa di un’opposizione trasversale, spesso organizzata per smontare qualunque proposta riformatrice.
    Si finisce quindi in una singolare situazione, nella quale proposte chiaramente anticorporative e per il rinnovamento vengono incredibilmente ribaltate e presentate dai loro avversari come volte a garantire le posizioni di privilegio che invece intendono combattere.
    Insomma al partito di chi tende a rimandare qualsiasi riforma e ai conservatori di ogni colore politico si aggiunge una comunicazione che non riesce a smontare la demagogia degli oppositori, ma ne viene sopraffatta.
    A tutto questo va aggiunta l’immagine dei liberali, che risulta abbastanza distorta; l’orgoglio identitario del sentirsi liberali e la patente dei veri riformisti sono svalutati da una frammentazione eccessiva dei liberali stessi in vari partiti, associazioni, circoli, think-tank. Per molti è persino difficile definire la collocazione dei vari gruppi liberali.
    In definitiva i liberali sono bravi a scegliere i mezzi di comunicazione (anche quelli più innovativi) ma devono rendersi conto che il messaggio comunicativo risulta piuttosto vecchio, un po’ – diciamo – da convegno.
    Il liberale può essere popolare? Usare slogan semplici, corti e mirati non è solamente demagogia. Tocca incominciare a “colpire” l’elettore medio e non solo cercare di convincerlo.

    http://www.libertiamo.it/2009/04/09/...sere-popolare/
    I liberali italiani sono incapaci di comunicare: complimenti per l'articolo.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da LIBERAMENTE Visualizza Messaggio
    Benvenuto Carmine e grazie per questi articoli su Libertiamo, associazione alla quale guardo con grandissimo favore.
    Ciao Liberamente, nonostante i tanti spostamenti il nostro gruppo va avanti, eh?

  10. #10
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    Arriva lo scudo fiscale antisismico
    Inserito il 09 aprile 2009
    Tags: capitali, esteri, governo, scudo, terremoto, Tremonti

    da Phastidio.net - Come ampiamente prevedibile, il governo italiano si accinge a mettere in cantiere la terza edizione dello scudo fiscale per il rimpatrio e la regolarizzazione dei capitali detenuti all’estero, dopo quelli del 2001 e 2003. I fondi recuperati servirebbero anche per il finanziamento della ricostruzione delle zone terremotate in Abruzzo. Probabile un decreto-legge nel consiglio dei ministri successivo a quello in programma per domani mattina. Il bottino dei fondi italiani all’estero è stimato in circa 600 miliardi di euro, per i capitali sanati in rimpatrio le indiscrezioni parlano di una imposta sostitutiva del 10 per cento. Lo scudo fiscale del 2001 era stato in parte snaturato perché i contribuenti (si fa per dire, viste le circostanze) non avevano obbligo di rimpatriare i capitali dichiarati e sanati, secondo Tremonti per decisione della Commissione europea. Le motivazioni del rimpatrio sono evidenti: creare una domanda aggiuntiva per l’investimento in titoli di stato e recuperare risorse tributarie con l’imposta sostitutiva. Risorse preziose, visto l’onere richiesto per la ricostruzione delle zone terremotate.

 

 
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