Cari compagni….non fate l’onda
A cura della redazione di Contropiano
A seguito delle manifestazioni contro il vertice del G8, le polemiche e le divergenze manifestatesi nelle assemblee preparatorie all’Aquila e di conseguenza nei vari territori, stanno alimentando un dibattito in rete che – come inevitabile – segnala cose condivisibili e cose non condivisibili, esplicitazioni e “non detti” che talvolta sono più dannosi delle prime.
Gli interventi in circolazione fino ad ora (Paolo Di Vetta, Luca Casarini, Antonio Musella, Michele Franco) avanzano analisi diverse e giungono a conclusioni divergenti nelle valutazioni sulle manifestazioni di Vicenza e de l’Aquila, ma soprattutto esprimono punti di vista non convergenti sul come affrontare la nuova e rognosissima fase del conflitto politico e sociale nel nostro paese.
Forse occorrerebbe partire da quest’ultima per cercare di individuare una oggettività dei problemi che consenta una discussione leale e passibile anche di conclusioni diverse ma che eviti di “alzare l’onda” (un questo caso quella dei dannati di Dante e non quella degli studenti) in un momento in cui sono più facili e a portata di mano le recriminazioni che i progetti.
Per essere onesti e non passare da ipocriti, qualche recriminazione preliminare ce l’abbiamo anche noi. Le offriamo alla discussione ma cerchiamo anche di aggiungere qualche idea:
1) Aver agito la manifestazione di Vicenza contro quella dell’Aquila è stata una forzatura e un errore politico di autosufficienza che alla fine ha depotenziato entrambe. Agire la dimensione locale contro quella nazionale è un ragionamento che contiene alcuni elementi di verità ma altrettanti di strumentalità. Nessuna realtà locale – per quanto radicata – può trovare la forza di vincere se non può disporre di una empatia e di un sostegno esteso su tutto il territorio nazionale e – vista l’epoca di profonde interconnessioni in cui ci tocca di vivere - internazionale
2) Mettere le due manifestazioni sul piano della contabilità e della partecipazione è un errore altrettanto clamoroso. E’ sufficiente guardare i resoconti giornalistici di entrambe le manifestazioni per verificare una quantificazione standard e piuttosto simile. Con un solo dettaglio niente affatto insignificante: la manifestazione de L’Aquila si è svolta in un giorno lavorativo e non di sabato, condizione questa che avrebbe consentito obiettivamente una partecipazione assai superiore e che invece ha sottratto alla manifestazione del 10 luglio energie e persone da moltissime realtà.
3) Il dibattito sulla utilità/ritualità o meno delle manifestazioni in occasione dei vertici internazionali contiene anch’esso elementi di verità e di strumentalità. In questi anni abbiamo sostenuto sistematicamente – e spesso in totale controtendenza – che l’epoca della globalizzazione neoliberista era un retaggio di un passato recente e che le contraddizioni internazionali muovono piuttosto verso una crescente competizione globale tra i vari poli imperialisti (la categoria, purtroppo per tutti, funziona, si adatta ed agisce ancora concretamente nella realtà). Nelle prime riunioni dei Social Forum e poi in tutte le altre sedi (inclusa l’assemblea di Cagliari solo un anno fa) abbiamo sostenuto che contestare il G8 era un po’ come “sparare alla Croce Rossa”, cioè una istituzione ormai malmessa almeno quanto le altre camere di compensazione internazionali (FMI, WTO, BM, NATO etc.). Non condividevamo in sostanza l’idea di un sistema sopranazionale di dominio indipendente dagli stati. Una tesi questa diffusa ed egemone negli ambienti No Global ma speculare a quella analisi sul capitalismo collettivo come condizione de “L’Impero” che i fatti si sono incaricati di smentire. Insomma in questi anni ci sono state analisi articolate e diversificate che non si sono mai messe a confronto perché hanno sempre prevalso suggestioni e sintesi da spendere immediatamente sul piano dell’attivismo.
4) Occorre prendere atto che in questo paese agiscono soggetti politici e intellettuali collettivi (inclusi i comunisti che non hanno rinunciato ad una opzione rivoluzionaria e non riformista sui quali è dovuto più discernimento e rispetto), che hanno un passo diverso ma che spingono nella medesima direzione. Prima si riconosce questa realtà e meno danni si fanno.
In questo caso l’errore – e lo abbiamo riaffermato anche nelle assemblee preparatorie all’Aquila – è stato quello di aver pensato di affrontare il vertice del G8 partendo dalla drammatica specificità del terremoto e delle sue conseguenze. Questo fattore ha introdotto un elemento fuorviante nella discussione preparatoria e in qualche modo ha reso la mobilitazione subalterna alla scelta di Berlusconi di celebrare il vertice del G8 proprio nel cratere del sisma a L’Aquila. Questa subalternità sarebbe stata ancora più pesante se si fosse accettato di rinunciare ad entrare in campo con la manifestazione contro il vertice del G8 all’Aquila e ci si fosse limitati a iniziative di protesta sulla ricostruzione locale. In questo senso, le iniziative contro i vertici settoriali del G8 a Roma, Siracusa, Lecce, Torino, etc., la stessa manifestazione di Vicenza e le iniziative sulla “mappa della crisi” che avrebbero dovute essere diffuse in tutto il paese (ma che non lo sono state e si sono dislocate solo a Roma ed in parte ad Ancona), hanno cercato in tutti i modi di allargare la mobilitazione ai temi del vertice del G8 (a cominciare dalla crisi) e di non limitarla alla condizione specifica del terremoto a L’Aquila. E’ ovvio che ogni manifestazione corre sempre il rischio della ritualità (a L’Aquila come a Vicenza), ma è anche vero che l’assenza di iniziativa non riempirebbe sicuramente il buco e, al contrario, alimenterebbe esponenzialmente le frustrazioni di tante attiviste e attivisti e incentiverebbe quello scetticismo verso il conflitto che la borghesia alimenta invece come indice di maturità.
Questi sono alcuni dei ragionamenti che ci hanno spinto a sostenere la manifestazione del 10 luglio a L’Aquila e a condividere la scelta – a nostro avviso opportuna – del Patto di Base di convocarla nonostante l’opposizione comune – per noi francamente incomprensibile – dei settori più compromessi con il progetto PD/ARCI/CGIL assurti a “Comitati degli aquilani” insieme ai compagni che fanno riferimento al Global Network.
In conclusione vogliamo inviare un appello e un messaggio a tutti coloro che non ritengono affatto chiusa la partita nel nostro paese tra una opzione antagonista e quella dell’alternanza liberticida, antipopolare e bipartizan tra PD/PDL. Riteniamo che questa sia una fase in cui occorre entrare nel merito di tutte le questioni aperte e irrisolte in questi anni: dalla funzione di una soggettività politica e sociale anticapitalista in un paese come il nostro ai modelli organizzativi con cui questa recupera e conquista i rapporti lacerati in molti punti con i settori sociali che ci interessa rovesciare in termini conflittuali contro l’attuale assetto politico-economico-culturale. In questo senso abbiamo aperto e mantenuto il confronto a 180° sia con le soggettività che hanno prodotto la rottura paradigmatica della manifestazione del 9 giugno 2007 sia con l’eredità terremotata e logorata di quelle organizzazioni politiche della sinistra (PRC etc.) che non compresero all’epoca il segnale di quella rottura e ne hanno pagato il prezzo dovuto. Abbiamo sostenuto e ripetuto spesso che le ragioni sociali di una opzione anticapitalista (e se ci è concesso comunista) vadano ricercate più nella realtà sociale che all’interno delle proprie file logorate e bollite da almeno un ventennio di “autonomia del politico” arrivata a livelli stellari, corruttori e insopportabili ma oggi precipitata in una condizione extraparlamentare disperante per alcuni ma del tutto relativa per noi. E’ dentro le contraddizioni nelle aree metropolitane, nel gorgo della crisi della civilizzazione capitalistica, nel conformismo strutturato sulla repressione del non conforme e sull’egemonia reazionaria ormai sussunta anche dagli ambiti “progressisti”, che ci sono le possibilità e le potenzialità di svolgere una funzione antagonista reale e non più la rappresentazione del conflitto.
Se si riapre una discussione e una mobilitazione che riguarda alcune centinaia di migliaia di persone in carne ed ossa passate per strade diverse dentro il tritacarne della realtà in questi anni, riteniamo che questa discussione vada aperta e che dentro occorra portarvi contributi concreti, senza rinunciare in alcun modo alle proprie autonomie, identità e modalità di azione politica, ma cercando anche di trovare una sintesi comune più avanzata possibile che eviti di rimettere i piedi nel fango in cui sono stati messi negli anni trascorsi. Il fango è cresciuto parecchio e rischia di sommergere molti, per questo motivo è decisivo non contribuire a fare l’onda.
Viva la Comune




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