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    Predefinito Cari compagni….non fate l’onda

    Cari compagni….non fate l’onda

    A cura della redazione di Contropiano

    A seguito delle manifestazioni contro il vertice del G8, le polemiche e le divergenze manifestatesi nelle assemblee preparatorie all’Aquila e di conseguenza nei vari territori, stanno alimentando un dibattito in rete che – come inevitabile – segnala cose condivisibili e cose non condivisibili, esplicitazioni e “non detti” che talvolta sono più dannosi delle prime.

    Gli interventi in circolazione fino ad ora (Paolo Di Vetta, Luca Casarini, Antonio Musella, Michele Franco) avanzano analisi diverse e giungono a conclusioni divergenti nelle valutazioni sulle manifestazioni di Vicenza e de l’Aquila, ma soprattutto esprimono punti di vista non convergenti sul come affrontare la nuova e rognosissima fase del conflitto politico e sociale nel nostro paese.

    Forse occorrerebbe partire da quest’ultima per cercare di individuare una oggettività dei problemi che consenta una discussione leale e passibile anche di conclusioni diverse ma che eviti di “alzare l’onda” (un questo caso quella dei dannati di Dante e non quella degli studenti) in un momento in cui sono più facili e a portata di mano le recriminazioni che i progetti.

    Per essere onesti e non passare da ipocriti, qualche recriminazione preliminare ce l’abbiamo anche noi. Le offriamo alla discussione ma cerchiamo anche di aggiungere qualche idea:

    1) Aver agito la manifestazione di Vicenza contro quella dell’Aquila è stata una forzatura e un errore politico di autosufficienza che alla fine ha depotenziato entrambe. Agire la dimensione locale contro quella nazionale è un ragionamento che contiene alcuni elementi di verità ma altrettanti di strumentalità. Nessuna realtà locale – per quanto radicata – può trovare la forza di vincere se non può disporre di una empatia e di un sostegno esteso su tutto il territorio nazionale e – vista l’epoca di profonde interconnessioni in cui ci tocca di vivere - internazionale

    2) Mettere le due manifestazioni sul piano della contabilità e della partecipazione è un errore altrettanto clamoroso. E’ sufficiente guardare i resoconti giornalistici di entrambe le manifestazioni per verificare una quantificazione standard e piuttosto simile. Con un solo dettaglio niente affatto insignificante: la manifestazione de L’Aquila si è svolta in un giorno lavorativo e non di sabato, condizione questa che avrebbe consentito obiettivamente una partecipazione assai superiore e che invece ha sottratto alla manifestazione del 10 luglio energie e persone da moltissime realtà.

    3) Il dibattito sulla utilità/ritualità o meno delle manifestazioni in occasione dei vertici internazionali contiene anch’esso elementi di verità e di strumentalità. In questi anni abbiamo sostenuto sistematicamente – e spesso in totale controtendenza – che l’epoca della globalizzazione neoliberista era un retaggio di un passato recente e che le contraddizioni internazionali muovono piuttosto verso una crescente competizione globale tra i vari poli imperialisti (la categoria, purtroppo per tutti, funziona, si adatta ed agisce ancora concretamente nella realtà). Nelle prime riunioni dei Social Forum e poi in tutte le altre sedi (inclusa l’assemblea di Cagliari solo un anno fa) abbiamo sostenuto che contestare il G8 era un po’ come “sparare alla Croce Rossa”, cioè una istituzione ormai malmessa almeno quanto le altre camere di compensazione internazionali (FMI, WTO, BM, NATO etc.). Non condividevamo in sostanza l’idea di un sistema sopranazionale di dominio indipendente dagli stati. Una tesi questa diffusa ed egemone negli ambienti No Global ma speculare a quella analisi sul capitalismo collettivo come condizione de “L’Impero” che i fatti si sono incaricati di smentire. Insomma in questi anni ci sono state analisi articolate e diversificate che non si sono mai messe a confronto perché hanno sempre prevalso suggestioni e sintesi da spendere immediatamente sul piano dell’attivismo.

    4) Occorre prendere atto che in questo paese agiscono soggetti politici e intellettuali collettivi (inclusi i comunisti che non hanno rinunciato ad una opzione rivoluzionaria e non riformista sui quali è dovuto più discernimento e rispetto), che hanno un passo diverso ma che spingono nella medesima direzione. Prima si riconosce questa realtà e meno danni si fanno.

    In questo caso l’errore – e lo abbiamo riaffermato anche nelle assemblee preparatorie all’Aquila – è stato quello di aver pensato di affrontare il vertice del G8 partendo dalla drammatica specificità del terremoto e delle sue conseguenze. Questo fattore ha introdotto un elemento fuorviante nella discussione preparatoria e in qualche modo ha reso la mobilitazione subalterna alla scelta di Berlusconi di celebrare il vertice del G8 proprio nel cratere del sisma a L’Aquila. Questa subalternità sarebbe stata ancora più pesante se si fosse accettato di rinunciare ad entrare in campo con la manifestazione contro il vertice del G8 all’Aquila e ci si fosse limitati a iniziative di protesta sulla ricostruzione locale. In questo senso, le iniziative contro i vertici settoriali del G8 a Roma, Siracusa, Lecce, Torino, etc., la stessa manifestazione di Vicenza e le iniziative sulla “mappa della crisi” che avrebbero dovute essere diffuse in tutto il paese (ma che non lo sono state e si sono dislocate solo a Roma ed in parte ad Ancona), hanno cercato in tutti i modi di allargare la mobilitazione ai temi del vertice del G8 (a cominciare dalla crisi) e di non limitarla alla condizione specifica del terremoto a L’Aquila. E’ ovvio che ogni manifestazione corre sempre il rischio della ritualità (a L’Aquila come a Vicenza), ma è anche vero che l’assenza di iniziativa non riempirebbe sicuramente il buco e, al contrario, alimenterebbe esponenzialmente le frustrazioni di tante attiviste e attivisti e incentiverebbe quello scetticismo verso il conflitto che la borghesia alimenta invece come indice di maturità.


    Questi sono alcuni dei ragionamenti che ci hanno spinto a sostenere la manifestazione del 10 luglio a L’Aquila e a condividere la scelta – a nostro avviso opportuna – del Patto di Base di convocarla nonostante l’opposizione comune – per noi francamente incomprensibile – dei settori più compromessi con il progetto PD/ARCI/CGIL assurti a “Comitati degli aquilani” insieme ai compagni che fanno riferimento al Global Network.


    In conclusione vogliamo inviare un appello e un messaggio a tutti coloro che non ritengono affatto chiusa la partita nel nostro paese tra una opzione antagonista e quella dell’alternanza liberticida, antipopolare e bipartizan tra PD/PDL. Riteniamo che questa sia una fase in cui occorre entrare nel merito di tutte le questioni aperte e irrisolte in questi anni: dalla funzione di una soggettività politica e sociale anticapitalista in un paese come il nostro ai modelli organizzativi con cui questa recupera e conquista i rapporti lacerati in molti punti con i settori sociali che ci interessa rovesciare in termini conflittuali contro l’attuale assetto politico-economico-culturale. In questo senso abbiamo aperto e mantenuto il confronto a 180° sia con le soggettività che hanno prodotto la rottura paradigmatica della manifestazione del 9 giugno 2007 sia con l’eredità terremotata e logorata di quelle organizzazioni politiche della sinistra (PRC etc.) che non compresero all’epoca il segnale di quella rottura e ne hanno pagato il prezzo dovuto. Abbiamo sostenuto e ripetuto spesso che le ragioni sociali di una opzione anticapitalista (e se ci è concesso comunista) vadano ricercate più nella realtà sociale che all’interno delle proprie file logorate e bollite da almeno un ventennio di “autonomia del politico” arrivata a livelli stellari, corruttori e insopportabili ma oggi precipitata in una condizione extraparlamentare disperante per alcuni ma del tutto relativa per noi. E’ dentro le contraddizioni nelle aree metropolitane, nel gorgo della crisi della civilizzazione capitalistica, nel conformismo strutturato sulla repressione del non conforme e sull’egemonia reazionaria ormai sussunta anche dagli ambiti “progressisti”, che ci sono le possibilità e le potenzialità di svolgere una funzione antagonista reale e non più la rappresentazione del conflitto.

    Se si riapre una discussione e una mobilitazione che riguarda alcune centinaia di migliaia di persone in carne ed ossa passate per strade diverse dentro il tritacarne della realtà in questi anni, riteniamo che questa discussione vada aperta e che dentro occorra portarvi contributi concreti, senza rinunciare in alcun modo alle proprie autonomie, identità e modalità di azione politica, ma cercando anche di trovare una sintesi comune più avanzata possibile che eviti di rimettere i piedi nel fango in cui sono stati messi negli anni trascorsi. Il fango è cresciuto parecchio e rischia di sommergere molti, per questo motivo è decisivo non contribuire a fare l’onda.

    Viva la Comune

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Cari compagni….non fate l’onda

    Compagni su Martea proposito di alcune scomposte critiche al corteo del 10 Luglio a L’Aquila

    di Michele Franco*

    Sta circolando in rete e su alcuni siti/web un intervento di Antonio Musella, del Laboratorio Occupato Insurgencia di Napoli, (l'articolo è riprodotto più sotto) il quale non si limita ad alcune, legittime, valutazioni e critiche verso i compagni che hanno organizzato la giornata di mobilitazione del 10 Luglio a L’Aquila. I contenuti presenti nell’articolo di Antonio, al di là della sua firma personale, sono condivisi da molti compagni che, assieme a noi, agiscono, a vario titolo, nelle dinamiche dello scontro nel nostro paese. Per tale motivo abbiamo inteso rispondere pubblicamente ad alcune delle critiche presenti in questo articolo con l’auspicio, non formale, che la discussione che può avviarsi deve liberarsi definitivamente da alcuni espedienti politicanteschi che non aiutano lo sviluppo del confronto e l’auspicabile sinergia tra compagni ed attivisti del movimento.

    Una questione di metodo:

    E’ veramente insopportabile l’abusata manfrina che viene agitata ogni volta che si manifestano discussioni e contraddizioni tra gli attivisti e i movimenti sociali. Puntualmente c’è un presunto nuovismo che si contrapporrebbe ad un indefinito “vecchio” che condizionerebbe o, addirittura, tarperebbe le ali alla “potenza espansiva dei movimenti”.

    Questo paradossale e squallido siparietto non è più accettabile!

    Nessuno, neanche “i giovani dell’Onda” o i fantasmagorici “irrapresentabili” può pretendere di impartire lezioni di metodo o di “giusta linea” a chicchessia. Specie, poi, quando questo esercizio (politicista) si maschera, attraverso l’uso evanescente di un lessico post/moderno che dovrebbe differenziarsi dalla “incartapecorita narrazione novecentesca”.

    A qualcuno, come il sottoscritto - che ancora tiene a mente le vicende del movimento del ’77 -questi comportamenti ricordano coloro che all’epoca si autodefinivano “indiani metropolitani”. Questi “burloni”, dietro l’alibi del nuovismo e del sarcasmo contestavano i “rozzi autonomi” definiti “militonti”. Il problema, però, è che dietro la maschera indossata per l’occasione si celavano i dirigenti e i burocrati dell’allora organizzazione giovanile dell’ex PCI e i loro sodali che allignavano nei vari gruppazzi dell’opportunismo organizzato.

    Dopo alcuni decenni trascorsi nessuno, tra noi, vuole negare differenze e punti di vista dissonanti. Nessuno vuole o potrebbe arrogarsi la pretesa di imporre sintesi politiche compiute da dispensare a tutti. Ma, nel contempo, nessuno può immaginare che nell’agorà dell’indispensabile dibattito pubblico c’è qualcuno che, in virtù di un editto divino, già incarna il “nuovo che avanza”.

    Questa irrinunciabile avvertenza vale per l’Arci, per la Fiom e per il Prc, quando astutamente fanno capolino nei movimenti e nelle mobilitazioni. ma, per quanto ci riguarda, vale anche per i compagni che afferiscono al Global Network i quali, in barba alla critica della forma/partito continuamente declinata, si comportano da vero e proprio partito formale, non solo nelle modalità organizzative ma, soprattutto, nei meccanismi di relazione politica pubblica. Lasciamo stare, quindi, le sviolinate sulla storia del movimento operaio, richiamate continuamente, proponiamoci di discuterne collettivamente di tali temi con saggezza, serietà e pregnanza teorica in sedi più adatte e concentriamoci sui problemi di queste ultime settimane.
    Centralità del G/8?

    Antonio, nel suo articolo, ma anche altri interventi ascoltati in giro per l’Italia, se abbiamo capito bene, contestano al Patto di Base ed alle altre organizzazioni che hanno contribuito alla Manifestazione dello scorso 10 Luglio a L’Aquila una posizione politica che attribuirebbe alla dimensione del G/8 una univoca centralità strategica nei dispositivi di comando del capitalismo internazionale.

    Siamo tra quelli che non hanno mai interpretato i Vertici del G/8 con categorie semplificatorie. L’attuale mondializzazione e la varietà di ruoli e funzioni del moderno imperialismo vanno, ben oltre, i periodici Vertici degli otto grandi e si dispongono lungo l’arco di una complessa interrelazione e/o contrapposizione tra stati, organismi sovranazionali e la naturale anarchia del modo di produzione capitalistico.

    Anche a Genova, nel 2001, ci distinguevamo da analisi frettolose e consolatorie che impazzavano nel movimento con una disinvoltura stupefacente.

    Ancora di più oggi in una fase di crisi sistemica che vede aumentare i fattori di competizione globale tra potenze e blocchi economici riteniamo che i Vertici del G/8 (come quelli del G/14 o del G/20) sono, poco più, di una rappresentazione la quale, però, è fortemente impregnata della dichiarata volontà antisociale da parte dei poteri forti del capitale di scaricare la crisi sul proletariato universale e sull’intera società.

    Rispediamo, quindi, al mittente l’accusa formulataci facendo notare che altri compagni ed altre scuole teoriche hanno dissertato, in anni recenti, di Imperi immanenti in ogni interstizio del pianeta tranne, poi, essere smentiti dal corso oggettivo della crisi e degli avvenimenti internazionali. In Italia, in Europa come altrove!

    Manifestare a L’Aquila, nelle difficili condizioni in cui è stato possibile farlo è stato utile, non solo per l’oggi ma anche per lo scontro che si annuncia nei prossimi mesi. Il risultato raggiunto non è un dato consolatorio ma ci stimola ad autosuperarci per riqualificare complessivamente il nostro agire collettivo.

    Ricordiamo, a chi ironizza sui numeri della piazza, che il 10 Luglio era Venerdì e che raggiungere la città dell’Aquila è stato complicato anche a causa dell’asfissiante militarizzazione del territorio la quale, dobbiamo saperlo, intimorisce e scoraggia molti lavoratori ed attivisti sociali.

    Paragonare – come a fatto qualcuno – il corteo de L’Aquila con le giornate del Luglio genovese del 2001 è profondamente errato e non serve a nessuno.

    La crisi e l’esaurirsi, almeno in Italia, di quel movimento, non è un esercizio storiografico, ma è un dato su cui riflettere ancora oggi. Molte responsabilità negative sono, in gran parte, attribuibili alla attuale catastrofe politica della “sinistra” la quale và ben oltre i miserevoli dati elettorali. Ma uguali, seppur diverse, responsabilità sono riconducibili a quelle componenti del movimento No/Global che, in buona o in cattiva fede, hanno inteso abdicare all’autonomia ed all’indipendenza politica per “contaminarsi” con l’istituzionalismo (in tutte le salse), con gli esperimenti di “governance/sociale” fino ad essere, anche inconsapevolmente, depotenziati e sussunti dal potere, con buona pace di ogni anelito e prassi conflittuale.

    Oltre L’Aquila ma passando per L’Aquila:

    Contrapporre, come pure è stato detto e scritto, il corteo del 4 Luglio a Vicenza con quello del 10 a L’Aquila - teorizzando una improbabile diversità di “fare/movimento” ed una “modellistica differente” - ci sembra errato politicamente e bizzarro metodologicamente. Questo espediente non spiega i problemi veri che vive il movimento No Dal Molin, come quelli che si evidenziano in Val di Susa, a Chiaiano o come quelli che tutti noi avvertiamo nella nostra azione politica e sindacale nei posti di lavoro e nei territori.

    Da questo punto di vista, se trascinati nella banale vis polemica, potremmo agevolmente ribaltare l’accusa che ci viene mossa sbeffeggiando Antonio e gli altri compagni che avrebbero scambiato il Comitato 3.32 de L’Aquila per il nuovo Soviet già agente!

    La realtà, purtroppo, è ben altra e sbeffeggia le nostre zuffe.

    Dinnanzi a noi si sta delineando una situazione politica e sociale in cui la blindatura autoritaria della società e l’incrudirsi della crisi economica non promettono nulla di buono per i lavoratori, i precari, gli immigrati e per tutti i soggetti che subiscono l’intera gamma dello sfruttamento generalizzato. Le cronache di questi giorni (i nuovi provvedimenti governativi in materia di lavoro e pensioni, il rinnovato interventismo nelle varie “missioni umanitarie”, il dilagare del razzismo e dell’ossessione securitaria, la repressione statale…) stanno plasticamente dimostrando la volontà e l’orientamento padronale e del governo.

    In questi mesi, tra difficoltà ed inevitabili discussioni, è cresciuta l’esigenza di una rinnovata unità tra i compagni, tra gli attivisti e i movimenti di lotta.

    Il Patto di Base, pur nella sua parzialità, le altre reti di movimento, le varie vertenze territoriali che hanno punteggiato il paese sono l’oggettiva esemplificazione che è possibile mobilitarsi e lottare assieme senza smettere di confrontarsi.

    Il corteo de L’Aquila del 10 Luglio, le altre mobilitazioni contro le varie articolazioni tematiche del G/8, a Torino, a Lecce, in Sicilia, ma anche la Manifestazione dello scorso 28 Marzo a Roma (i cui numeri, converrà Antonio Musella, erano nell’ordine delle decine di migliaia) sono i passaggi parziali, ma veri e concreti, di una auspicabile controtendenza sociale che vogliamo contribuire a determinare nella società.

    Di queste cose ci piace discutere, anche serratamene, altrimenti, nonostante tutte le dichiarazioni di principio che possiamo esternare, riperpetueremo unicamente la parodia del ceto politico e dei suoi consumati codici autistici.

    * redazione di Contropiano (Napoli)

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    Goodbye G8 !

    di Antonio Musella*

    La parte finale della manifestazione del 10 Luglio vedeva una ripidissima salita su cui il corteo convocato dai Cobas si e’ inerpicato. Una salita ripida, sotto un sole cocente. Tre tornanti, bastava voltarsi dietro per vedere sia la testa, sia la coda di quel corteo. In quel momento, con la faccia rossa dal calore, sembrava sentire nell’aria le note di Yann Tiersen, il brano “Summer 78”, ovvero la colonna sonora di “Good Bye Lenin”.

    Good bye G8 !

    Le note melanconiche del musicista francese sarebbero le piu’ opportune per descrivere la manifestazione del 10 Luglio a L’Aquila. Soprattutto se la si paragona alle mobilitazioni dei giorni precedenti. Qualche migliaio di persone ad intonare slogan d’altri tempi, che già otto anni fa a Genova suonavano antichi. Bandiere rosse a simboleggiare la miriade di partiti comunisti o presunti tali che orgogliosi volteggiavano i loro vessilli nell’incomunicabilita’ assoluta. Sullo sfondo la gente delle tendopoli di Bazzano e Collemaggio che guardavano passare il corteo con un atteggiamento di incredulita’ piu’ che di curiosita’. Uno spettacolo andato in scena esattamente come la passerella mediatica di Berlusconi e del G8.

    C’e’ il G8 deve esserci per forza il contro G8 ! Lo chiedono i media abituati a schemi superati, lo chiede il “gotha” di una presunta rappresentanza dei movimenti di questo paese, gelosissima del suo presunto ruolo di “custodi” dell’antagonismo. Nessuno ha chiesto agli aquilani se quello spettacolo lo volevano. Nessuno lo ha chiesto alle lotte sociali reali nel paese.

    Gia’ perche’ la valutazione sulla manifestazione del 10 luglio non è tanto intorno all’interrogativo “a chi giova?”, ma piuttosto dovrebbe essere una riflessione sulla composizione e sulla qualita’ della partecipazione.

    E’ indubbio che dal punto di vista dei numeri la manifestazione dei Cobas è stata un flop, questo non per una critica a priori, ma per un paragone oggettivo con le mobilitazioni delle ultime settimane da Vicenza alle giornate di Roma, dai cortei contro gli arresti dell’inchiesta “rewind” alla fiaccolata della notte del 5 luglio, con 5.000 aquilani e le comunita’ resistenti di Chiaiano e Vicenza che sfilavano per ricordare le 307 vittime. I numeri, qualche volta, contano e non poco.

    Quel corteo, che qualcuno giudica positivo, era composto solo ed esclusivamente da militanti politici, di organizzazioni piccole, spesso piccolissime come la miriade di partiti comunisti appunto. Nessuno spezzone superava le cento unita’, solo quello di Rifondazione Comunista, che in ogni caso vanta un radicamento territoriale in Abruzzo anche grazie all’esperienza delle Brigate della Solidarietà, era più corposo. I tentativi di analisi e di riflessione sul modo di stare in movimento nell’ultimo anno, hanno posto l’accento sulla capacita’ di generare a partire dai territori processi di autorganizzazione sociale che si sviluppassero in autonomia ed indipendenza intorno ai nodi delle condizioni materiali di vita ed intorno al tema della decisione. In questa riflessione c’e’ la chiave di lettura che ci permette di decifrare l’Onda, le lotte in difesa dei beni comuni, ma anche quelle battaglie legate al mondo del lavoro che spesso si agiscono in solitudine e lontano dai grandi palcoscenici mediatici. Se ne potrebbero citare decine, dagli operai della Ixfim in Campania a quelli della Fiat di Termini Imerse spesso dimenticati dal loro stesso sindacato.

    Protagonismo sociale reale, fine dell’era della rappresentanza anche per i movimenti, ed articolazione del conflitto a partire dai territori. Questa, ovviamente, non è una ricetta, ma una forma di sperimentazione, una opzione di articolazione dei movimenti al tempo della crisi, ovvero in un tempo in cui gli inni rivoluzionari non li ascolta piu’ nessuno, troppo impegnati a “svoltare” la propria singola condizione materiale. Davanti a questo la rappresentazione iconoclasta della manifestazione del 10 Luglio altro non è che la riproposizione di un qualcosa che è gia’ morto.

    Le facce sorridenti dei leader dei sindacati di base in testa al corteo sono il frutto di come nel movimento nel nostro paese viaggiamo a velocità diverse, e parliamo, ormai e’ palese, dei linguaggi assolutamente diversi e talvolta divergenti.

    In che modo un corteo che non ha visto la partecipazione degli aquilani, che ha visto l’ostilità dei comitati dei terremotati che al tempo stesso hanno intrecciato il loro percorso con altri movimenti e comunita’ resistenti, un corteo che è stato povero nei numeri e nella composizione, puo’ essere giudicato positivo ? Francamente non me lo spiego. Nè tantomeno le organizzazioni promotrici possono dire di aver sviluppato un livello di partecipazione soggettiva cosi’ importante. In tutta onestà non mi pare di aver visto migliaia di insegnanti al corteo, né tantomeno migliaia di lavoratori del pubblico impiego. Se fossi in loro me ne preoccuperei, o quanto meno mi occuperei di come fare sindacato, di come incidere nella crisi attraverso la prassi sindacale piuttosto che atteggiarmi a ceto politico di movimento, come un soviet che si muove liddove’ c’e’ un palcoscenico da solcare.

    Un soviet senza nemmeno gli operai ed i contadini al seguito…

    Forse si esagera…forse si è troppo impietosi nella critica, forse la considerazione piu’ complessiva sul sindacato di base in questo paese non merita di essere inserita nel campo delle valutazioni sulla mobilitazione del 10 luglio.

    Sarà, ma senza dubbio le dichiarazioni del portavoce dei Cobas alla stampa prima della manifestazione del 10 la dicono lunga sulla estraneità di quel percorso dalle dinamiche reali che si sviluppano a L’Aquila ed in Abruzzo. Piero Bernocchi parla di “miserabili” di “succubi del Pd”. In questi giorni abbiamo visto decine di ragazzi provenienti da esperienze diversissime cimentarsi con la gravosa sfida di provare a rompere lo stato di shock in cui versano i terremotati aquilani. Li abbiamo visti darsi da fare, provando, come nel caso della contestazione ad Obama, a portare i terremotati ai blitz ed alle azioni contro il G8. Lo abbiamo visto nelle occupazioni di case sfitte, lo abbiamo visto nel campo della rete 3e32 diventato per qualche giorno crogiulo complicato di esperienze diverse che si sono conosciute ed attraversate. A quei ragazzi, a quegli attivisti va tutta la nostra stima ed il nostro apprezzamento, e gli diciamo grazie per aver appreso davvero cosa significa oggi provare a costruire conflitto in Abruzzo sicuri che nel futuro prossimo proveremo ad intrecciare i nostri percorsi di lotta territoriale dai beni comuni all’Onda, dalla lotta per la casa a quella per il reddito, con il percorso che si sta dando a L’Aquila per la ricostruzione dal basso e per invertire la piramide decisionale sulle vite di migliaia di persone.

    Altri invece li abbiamo visti affannarsi su questioni come ad esempio autobus che non si riempivano, giornali che non riportavano dichiarazioni, televisioni che non passavano interviste.

    Viene da chiedersi chi sono i miserabili.

    Ma forse non lo è nessuno. Forse dobbiamo prendere atto che chi parla lingue diverse vivrà in mondi diversi, e svilupperà percorsi che si commisurano con la visione del sè rispetto alla dimensione globale della crisi che saranno diversi.

    Per parte nostra siamo coscienti che oggi una stagione è chiusa e da un punto di vista simbolico questo G8 chiude definitivamente quella fase cominciata nel 1999. Non solo, ma la genesi e parte dello sviluppo di una nuova fase l’abbiamo già vista, è l’Onda sono le lotte in difesa dei beni comuni, sono le lotte autonome ed indipendenti che si sviluppano nel paese intorno ai nodi della crisi. Sono irrappresentabili, non cercano bandiere rosse comuniste e rivoluzionarie, sono “interclassiste” per lo sdegno degli stalinisti, e sono vive, gioiose e decidono autonomamente le forme di lotta da intraprendere. Non hanno bisogno di “nazionali” che gli dicono cosa fare, non aspirano al parlamento e soprattutto sanno da soli quando osare e come.

    Noi la vediamo cosi’. E non abbiamo visto nulla di simile nella manifestazione del 10 luglio scorso, anzi fa specie che le pocchissime esperienze di lotta reali che il 10 erano presenti in piazza danno un giudizio positivo sulla composizione di quella manifestazione.

    Altri sono contentissimi della gloriosa marcia contro il G8.

    Yann Tiersen suggerirebbe il "Valse d'Amelie" per scorrere in sequenza i volti dei tanti delusi che popolavano quel corteo, quelli che non sapevano nemmeno che si dice "L'Aquila libera" e non "Aquila libera", quelli che il terremoto, esattamente come prima, continuano a vederlo in televisione.

    * da globalproject.info


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  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Cari compagni….non fate l’onda

    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao

    Esiste ancora un movimento no-global? parte 1


    nog8_09



    Raccogliamo volentieri lo spunto ideale ad un dibattito su come si è trasformato e cosa ne è del movimento anti-globalizzazione, portato avanti con vigore dal sito global-project. In particolare, facciamo riferimento all’articolo di Antonio Musella apparso pochi giorni fa proprio sul sito, articolo che ha il merito quantomeno di avviare anche in rete un dibattito sul movimento che ormai compie dieci anni.

    L’articolo prende spunto dalle giornate di contestazione al G8 e in particolare dalla giornata conclusiva del controvertice, cioè il corteo aquilano del 10 Luglio. Un articolo assolutamente critico nei confronti del corteo stesso e con gli organizzatori, in particolare verso i sindacati di base, traendone poi la conclusione che il movimento no-global, così come lo avevamo conosciuto e animato da dieci anni a questa parte, si sia spento o, nel migliore dei casi, sia un residuo politico che non ha più senso di rimanere in vita.

    Ottimo spunto, al quale vogliamo dare un contributo anche noi, nel nostro piccolo, se non altro perché di quel movimento ne abbiamo fatto parte praticamente fin dall’inizio, con molti del nostro collettivo coinvolti nelle contestazioni ai vertici internazionali da Praga a Nizza, da Napoli a Genova, in quel formidabile percorso che dal ’99 porto alle giornate di Genova (e oltre).

    Partiamo dall’inizio, dallo spunto critico: esiste ancora un movimento no-global come lo abbiamo inteso in questi anni? No. Secondo noi, e non bisognava certo aspettare la giornata dell’Aquila, l’attacco al G8 e l’organizzazione dei controvertici non ha più un senso politico e soprattutto sociale. Non solo, ed è la parte meno rilevante, il G8 stesso come organizzazione ha perso molto di quel rilievo internazionale soprattutto simbolico che possedeva fino a pochi anni fa. Ma soprattutto, attorno a quella dinamica di contestazione dei capi di Stato, la politica, il movimento, non ha più nessun potere di aggregare alcunché oltre appunto ai soliti militanti politici. E su questo concordiamo perfettamente con l’area di Global-project, e ribadiamo che non servivano certo la giornata dell’Aquila e le giornate romane per confermarlo. Di più, il senso si era già capito dai vari vertici tenutisi in giro per l’Europa e contestati ormai dai soliti black-block, oltretutto in notevole ripiego numerico anch’essi. Per farla breve, sembra la solita e stanca ripetizione, finta, di quello che successe a Genova ormai 8 anni fa, senza quello straordinario percorso di partecipazione e di mobilitazione che ne costruì le premesse. Un conto è far convergere tutte le nostre lotte sociali in giornate simbolo, con percorsi di mesi se non di anni in cui coinvolgere cittadinanze e opposizioni varie al neoliberismo e renderle attive e visibili nelle giornate stesse, un altro è evidentemente costruire “in laboratorio” un controvertice slegato dalla realtà, senza nessuna forma di radicamento quantomeno emotivo con qualche strato sociale di riferimento. Nulla di questo è avvenuto nelle giornate di Roma, come negli anni scorsi in giro per l’Europa.

    Questo, secondo noi, è il punto da cui partire. Capire che il movimento no-global quantomeno deve cambiare radicalmente il proprio modo d’essere. L’organizzazione dei controvertici è definitivamente fallita, è la prova ne è stata Piazza Barberini, non tanto l’Aquila. Nella piazza comune del movimento romano si è vista tutta la mancanza di radicamento e di prospettive di tale movimento. Non del movimento in generale, ma del movimento anti-globalizzazione. Una piazza vuota, senza adesioni se non le poche sigle politiche di varia natura, scarsa di contenuti e di progettualità, nonché di unità.

    Detto ciò, di chi è la colpa?Qui invece, su alcune affermazioni dissentiamo fortemente dall’analisi di Antonio Musella. Partiamo da un presupposto: è un dato di fatto assolutamente innegabile che il movimento, senza dare alcun’altra definizione, il movimento in generale nella sua concezione più ampia, in cui si ritrovano i centri sociali, i partiti, l’associazionismo di base, i sindacati, le singole individualità, è in crisi. Una crisi profonda. Negare o mascherare questo fatto non è possibile. Certo, nel frattempo sono sorte nuovi tipi di lotte, nuovi spunti sui quali ragionare, nuove possibilità certamente feconde; ma l’importante è capirsi, non girare intorno alla questione. Il movimento no-global non ha più senso perché il movimento in generale, nel 2009 e già da alcuni anni, vive una crisi di partecipazione e di progettualità politica non indifferente. Una crisi che investe tutta la politica, che non ha più nessun potere di controllo e gestione della cosa pubblica, totalmente privatizzata e globalizzata. E’ il frutto avvelenato della globalizzazione, in cui gli Stati nazionali e di conseguenza la politica interna perdono potere nei confronti dei grandi agglomerati economici sovranazionali.

    Dunque, una crisi profonda dal quale tentare di uscire. Come se ne esce, alla luce di queste giornate di controvertice, che hanno avuto il merito se non altro di rendere palesi tali difficoltà? Musella sembra scaricare le colpe di tutto ciò ai soliti partitini comunisti e ai vari sindacati di base. Insomma il solito scarica barile di responsabilità da un soggetto ad un altro.

    Bene, chi ci legge sa benissimo quali e quante sono state le nostre critiche verso ogni forma di micro partito autoreferenziale che anima la politichetta italiana ormai da molti anni. Però, se c’è un fatto che è palese, è che le giornate del controvertice, e in particolare l’Aquila quale evento clou, sono un fallimento del movimento e non dei partitini comunisti, che semmai si accodano come sempre ad ogni manifestazione di questo tipo. E’ il movimento che ha costruito le giornate romane, ed è sempre parte del movimento che ha costruito la giornata aquilana. Anche perché, se è vero che la manifestazione è stata indetta dai sindacati, non si possono considerare tali sindacati di movimento quando stanno in mezzo a noi, e burocrazie politiche quando fanno cose che non ci piacciono. Parte del movimento e parte dei sindacati hanno organizzato il controvertice fallimentare, e tutti noi dobbiamo capirne gli errori, senza scaricare le colpe di fallimenti politici al soggetto politico debole di turno. E’ una responsabilità che va assunta e rivendicata. Sennò si abbia il coraggio di non dialogare più coi sindacati di base un giorno si e un altro no, caricandoli e scaricandoli dal baraccone politico solamente per opportunismo. Detto ciò poi, bisogna vedere chi ci parla, coi lavoratori, una volta sfanculati i sindacati. Rimane la CGIL; dalla padella alla brace insomma. E si perché, messo anche il caso che il movimento si inserisce nelle lotte territoriali, nei luoghi di lavoro rimane unicamente il sindacato a dare voce (poco e male) alle lotte dei lavoratori. Non certo il movimento.

    Dunque, ripartiamo da noi, capiamo i nostri sbagli, senza trovare sempre e per forza all’infuori di noi il problema che ci lega, che ci imbavaglia sempre pronti a spiccare il volo. Tralaltro, questo sia detto per inciso, il tracollo della sinistra parlamentare e il lento decadimento dei sindacati, confederali o di base, non sta certo favorendo il movimento o le lotte sociali. Insomma, se i vari partitelli sono inutili, lasciamoli alla loro inutilità, ma non scarichiamo colpe che in questo contesto storico non hanno perché non possono avere, non avendone la forza.

    http://www.militant-blog.org/?p=1249#more-1249
    Muntzer il Sopravvissuto

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Cari compagni….non fate l’onda

    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao

    Esiste ancora un movimento no-global? parte 2




    Dunque, la crisi è evidente, i colpevoli cerchiamoli al nostro interno nel nostro fare politica, nella nostra teoria e nella nostra prassi si sarebbe detto, senza accusare nemici veri o presunti all’infuori di noi.

    Passiamo allora alle proposte, o almeno all’inizio di un dibattito su cosa dovrebbe diventare un futuro movimento. E qui le idee sembrano abbastanza chiare a Musella: fallito ogni tentativo di sintesi nazionale, fallito addirittura ogni forma di coordinamento fra più lotte a fra più territori da parte dei vari soggetti politici, non rimane che organizzare le lotte territoriali, impegnarsi fino in fondo nelle contraddizioni territoriali tralasciando i vecchi modi di fare politica e di leggere la società. Lotta interclassiste, che nascono spontanee dal basso per rivendicare diritti civili che si vedono negati.

    Siamo sicuramente d’accordo su un punto: al giorno d’oggi, o ripartiamo dal basso, dai territori e dai luoghi di lavoro, o non si ripartirà mai più. Insomma, riavviare un percorso politico significa andare a sporcarsi le mani là dove le contraddizioni sono più evidenti e disarticolate e magari anche eterogenee. Però il presupposto da cui si deve partire necessariamente è che il lavoro dal basso, a livello territoriale, o porta in direzione di una politicizzazione di queste vertenze, molte della quali pre-politiche, o non serve a nulla. Ci spieghiamo, trovando anche degli esempi. Negli ultimi anni sono sorte molte vertenze territoriali-ambientali. Cittadini che si vedevano deturpare il territorio, vuoi un inceneritore, vuoi una discarica, vuoi qualche centrale elettrica o qualche altra grande opera quale la TAV, hanno reagito e si sono organizzati. Molte di queste vertenze riguardavano l’ambiente. Raggruppavano tutto, a livello politico da Rifondazione alle Lega, a livello sociale ogni forma di strato o ceto (o classe…oddio!). Giusto inserirsi in queste vertenze, in queste lotte, ma il nostro obiettivo deve essere ben chiaro: o ci inseriamo cercando di avviare un percorso di coscienza e anche di formazione e auto-formazione di questa variegata umanità che protesta per i motivi più disparati, o non ne vediamo il senso. Anche perché, come quasi la totalità di queste lotte ha dimostrato, non solo ha assoluta difficoltà di riuscita, di raggiungimento dell’obiettivo (del tipo, si protestate pure tanto io la TAV o il DAL MOLIN lo faccio lo stesso), dunque non riescono quasi mai ad essere vittoriose, ma soprattutto sono di una estrema vertenzialità, cioè non escono dal loro ambito. Lo stesso cittadino che protesta contro il DAL MOLIN magari poi politicamente vota LEGA NORD, ha in tasca la tessera della FIOM, è vagamente razzista; o è un sincero democratico del PD. Insomma, il suo livello di coscienza politica e sociale rimane relegato a queste lotte particolari, mentre a livello generale nel migliore dei casi è assolutamente sperduto.

    Dunque, il livello di sintesi nazionale è stato abbandonato, e questo possiamo anche capirlo, essendoci quella crisi politica prima accennata. Non rimane che il livello territoriale, tralaltro atomizzato e difficilmente comunicante fra varie vertenze territoriali. Questo è evidente, perché al di la dei portavoce delle varie lotte territoriali, è difficile vedere una coscienza critica “di massa” da parte dei cittadini partecipanti alle varie lotte. Dunque, se abbiamo intenzione di ripartire dalle lotte territoriali, bisogna avere ben chiaro quello che andiamo a fare, quale è il nostro compito, cosa deve fare il movimento, o forse è meglio parlare di movimenti, all’interno di quelle lotte.

    E il nostro pensiero è che deve organizzarle e politicizzarle, che non vuol dire, questo sia chiaro onde evitare fraintendimenti, andare a citare il Capitale di Marx o sventolare la bandiera di Che Guevara in faccia ai cittadini incazzati per la rovina del proprio territorio, ma cercare, nel processo di partecipazione della cittadinanza, di immettere sempre nuovi e più estesi significati alle varie lotte. La protesta territoriale dev’essere uno spunto, un punto di partenza, per entrare in contatto con la gente e iniziare un percorso che arrivi a formare in quella stessa gente una coscienza politica critica, non calata dall’alto, ma indirizzando politicamente.

    Anche perché, o si fa così o si muore. Abbiamo appena avuto, in contrasto con le giornate del G8, la manifestazione di Vicenza. Ebbene, seppure molto significativa, se non altro come immaginario di pratiche politiche conflittuali anche condivise e riproducibili, non possiamo non notare che non solo la base del DAL MOLIN verrà costruita, ma nel 2007 si era 100.000 in quella grandiosa manifestazione, nel 2008 in 20.000 e nel 2009 in 10.000. Non si è raggiunto l’obiettivo e si è perso per strada un patrimonio umano non indifferente. E in più, non ci si è schiodati dall’estrema vertenzialità di quella lotta, giusta ma troppo particolare per essere riproducibile.

    Come fare per evitare tutto ciò? Il dibattito è aperto, anche da diverso tempo. Speriamo che presto o tardi si arrivi ad una benedetto punto fermo dal quale ripartire, ricercando l’unità e il collegamento e non considerando l’atomizzazione odierna come un valore. Noi lo riteniamo una debolezza, una situazione che fotografa al meglio l’impossibilità di uscire fuori da dinamiche troppo particolaristiche per essere riproducibili in altri contesti.

    Ai posteri l’ardua sentenza…

    p.s. Sull’interclassismo…bè, se c’è una caratteristica dei movimenti della nuova sinistra, almeno dalla Pantera, e cioè dal 1990 in avanti, è proprio l’interclassismo. Ci sembra una caratteristica che non viene a galla oggi, nel 2009, ma è almeno vent’anni che le proteste più disparate vedono protagonisti una vasta ed eterogenea umanità non legata ad una classe particolare. Ci sembra anche che il movimento abbia assunto questo dato già da molto tempo; insomma, se c’è un punto fermo da molti anni è proprio questa sorta di interclassismo. La novità, semmai, è che rispetto alle varie teorie della scomparsa della classi sociali, rivendicare l’interclassismo sembra una presa d’atto che le classi esistano ancora, e tutt’al più sono politicamente disarticolate ma socialmente ben presenti nella società. Ci sembra un passo avanti insomma…


    Esiste ancora un movimento no-global? parte 1

    __________________
    Muntzer il Sopravvissuto

 

 

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