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Discussione: FSSPX-Roma: "Siamo tornati al punto di partenza"

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    FSSPX-Roma: "Siamo tornati al punto di partenza"

    Intervista con padre Niklaus Pfluger, 1° Assistente generale della Fraternità San Pio X, sulla situazione attuale della Fraternità. Fonte: La Porte Latine


    Kirchliche Umschau: Solo pochi mesi fa, il Vaticano sembrava essere sul punto di concedere il riconoscimento canonico alla Società. Ora sembra che tutti gli sforzi siano stati vani. Mons. Müller, il nuovo Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l'ha più o meno lasciato intendere in diverse recenti interviste.

    Padre Niklaus Pfluger: Tutti gli sforzi non sono stati vani, ma un accordo nel prossimo futuro è improbabile. Il parere sia nostro che della Curia è che ogni accordo sarebbe inutile a meno che non ci sia una comune comprensione della fede. Ciò doveva essere espresso in una « dichiarazione dottrinale », per la stesura della quale ci siamo presi tutto il tempo, e nel mese di aprile 2012, Mons. Fellay, Superiore Generale, ha presentato una preliminare bozza informale. Ma, con nostra grande sorpresa, questo testo è stato respinto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Così siamo tornati al punto di partenza.

    Kirchliche Umschau: Come si spiega il cambiamento di posizione di Roma?

    Padre Niklaus Pfluger: A Roma c'è un gruppo fortemente contrario a una regolarizzazione canonica per la Fraternità. Tale riconoscimento ufficiale potrebbe in effetti essere un segno che il post-Vaticano II è obsoleto e che un nuovo capitolo è iniziato. Naturalmente, questo non conviene ai sostenitori del Concilio; per essi, il riconoscimento ufficiale della Fraternità San Pio X non sarebbe soltanto un affronto, ma anche una messa in discussione del Concilio, quindi, una sconfitta. È chiaro che hanno potuto imporsi.

    Kirchliche Umschau: Pensa che ci potrebbe essere un nuovo sviluppo?

    Padre Niklaus Pfluger: Non solo lo penso, lo so! I fatti sono quelli che sono. La Chiesa in tutto il mondo, con alcune rare eccezioni, sta subendo un processo di auto-distruzione, e non solo in Europa. In America Latina, per esempio, la situazione non appare migliore. Dove l'economia è relativamente forte, come in Germania, Svizzera, e Stati Uniti, le strutture ancora rimangono. Ma la perdita della Fede si ritrova ovunque. Ora, senza fede, non c'è Chiesa. In Germania, i vescovi hanno recentemente inviato un messaggio chiaro: il diritto di reclamare l'imposta ecclesiastica è più importante di 120.000 cattolici che lasciano la Chiesa ogni anno. Stiamo assistendo ad un fenomeno di regresso unico nella storia, una marea montante che neppure i vescovi possono sventare, utilizzando, come fanno, una tattica priva di spirito di fede. Joseph Ratzinger, come padre del Concilio, 50 anni fa, ha parlato di una « Chiesa, imbevuta dello spirito del paganesimo ». Siamo arrivati a questo punto anche a causa del concilio. Sono convinto che questo processo, da un lato, riconduce i vescovi ad una certa lucidità, e, d'altra parte, rimarranno solo i conservatori, cioè coloro che semplicemente vogliono credere come la Chiesa ha sempre creduto, e rimanere cattolici. Con essi, non avremo più bisogno di discutere, l'unità sarà trovata in fretta.

    Kirchliche Umschau: Sta insinuando che la marea di auto-distruzione riguarderà i cattolici liberali. Ma i liberali vedono le cose in modo diverso. Vogliono ancora più riforme per assicurare la sopravvivenza della Chiesa vivente.

    Padre Niklaus Pfluger: non sto inventando niente. Guardo i fatti. Quale ordine religioso, diocesi o gruppo ha aderenti più giovani per assicurare la sua crescita futura e quali non ne hanno? Possiamo osservare che il declino e lo scioglimento sono più evidenti in quei luoghi in cui le cosiddette riforme conciliari sono le più applicate. Non nego che, nell'opinione pubblica e a livello parrocchiale l'approccio liberale è quello che incontra più simpatia. Ma la Chiesa non vive di simpatia o di applausi umani. Essa vive di uomini e donne che credono e praticano la loro fede, che sono disposti a rinunciare ai piaceri mondani a diventare preti, monaci o monache. Questi ultimi non li trovate tra i liberali, ed è per questo che ora vogliono ricevere l'ordinazione sacerdotale, ma naturalmente senza celibato, senza abnegazione. Ingenuamente prevedono di aumentare la propria vocazione abbassando gli standard!

    Kirchliche Umschau: Vi attendete una nuova scomunica dei vescovi, o addirittura di tutta la Fraternità?

    Padre Niklaus Pfluger: Ci sono molti propensi ad una nuova scomunica, ma sotto questo pontificato, sembra altamente improbabile. Come la si giustificherà? Non vi è alcuna « eresia tradizionale ». Noi non apparteniamo ai « sedevacantisti ». Accettiamo pienamente il fatto che l'assistenza dello Spirito Santo è concessa al papa e ai vescovi. Ma dal punto di vista di Roma, la « disobbedienza » esisteva già anche quando le scomuniche del 1988 sono state successivamente ritirate. Come giustificano nuove pene ecclesiastiche? Perché si rifiuta il Concilio? Nel Credo non c'è nessun articolo: «Io credo nel Concilio Vaticano II ...». La realtà stringente dei fatti appena citati dovrebbe essere più importante delle discussioni. La si trova oggi in una nuova generazione di giovani sacerdoti, che lentamente ma inesorabilmente scopre l'antico rito, e attraverso esso, la fede cattolica nella sua interezza, e il sacerdozio autentico. Ma anche nei giovani cattolici interessati alla fede, che quasi sempre scoprono al di fuori del loro parrocchie. Essi sono molto colpiti dalla dottrina tradizionale e dal culto, anche se ancora partecipano alla Nuova Messa. Essi guardano la fraternità, la seguono con interesse, cercano di contattarci, richiedere le nostre pubblicazioni, e rimanere in comunicazione con noi. Lo stesso vale per le comunità Ecclesia Dei, e tra i sacerdoti diocesani, i quali, grazie al Motu Proprio del 2007, hanno cominciato a celebrare la Messa tridentina. Non siamo solo una Fraternità con circa 600 sacerdoti; la nostra influenza è molto sentita nella Chiesa, e in particolare in quegli ambienti che hanno un futuro. Se i romani vogliono salvare la faccia, sapranno saggiamente evitare una scomunica che poi si dovrà presto revocare.

    Kirchliche Umschau: Quindi sussiste ancora la possibilità di regolarizzare la fraternità, ma sembra che la linea di fondo sia quella di « riconoscere il concilio»

    Padre Niklaus Pfluger: Naturalmente ci rendiamo conto che c'è stato un Concilio Vaticano II. Lo stesso arcivescovo Lefebvre era un padre del Concilio. Tuttavia, dobbiamo ammettere che non solo le riforme post-conciliari, ma anche alcuni testi del Concilio stesso sono in contraddizione con le dottrine importanti già definite dalla Chiesa. Alcune ambiguità e le novità sono al centro della dissoluzione attuale della Chiesa. Per Roma, è inaccettabile che si parli di « errori del concilio » Vedete, abbiamo criticato il Concilio quando esso era celebrato dappertutto, e quando la Chiesa aveva una fede più profonda e più vitale di oggi. Perché dovremmo improvvisamente fare un dietro-front, quando i nostri avvertimenti e le nostre critiche si verificano visibilmente in tutto il mondo? Vedendo la triste realtà, 50 anni dopo il Concilio, le previsioni di mons. Lefebvre erano tutt'altro che esagerate. Nel 1970, a causa dell'entusiasmo e dell'ottimismo ingenuo del momento, nessuno avrebbe potuto immaginare che i vescovi cattolici s'impegnassero a favore dell'omosessualità, la propagazione dell'Islam, e la dissoluzione del matrimonio, che oggi purtroppo dobbiamo subire !
    Il Vaticano si trova di fronte alle rovine della Chiesa, che era un tempo così bella e forte. Ma ora non c'è vero rinnovamento, non c'è sollievo in vista. Una valutazione realistica delle nuove comunità carismatiche, che sono state lodate negli ultimi decenni come un segno di vitalità, dovrebbe servire invece come segnale di pericolo. Non capisco perché non vi è stata un'indagine onesta e approfondita delle cause della situazione attuale nella Chiesa. La Chiesa si distrugge, e non si cambierà questa realtà semplicemente mettendo a tacere ogni discussione. La continua pretesa secondo la quale il Concilio non è da biasimare per la crisi postconciliare è ideologica.

    Kirchliche Umschau: Dal momento che sembrate così poco disposti al compromesso, perché ancora discutete con la Congregazione per la Dottrina della Fede?

    Padre Niklaus Pfluger: Perché il papa e Roma sono realtà inseparabili dalla fede. La perdita della fede nelle strutture ecclesiali, perdita della fede da cui siamo, grazie a Dio, risparmiati è solo un aspetto della crisi nella Chiesa. Da parte nostra, soffriamo anche di un difetto: del fatto della nostra irregolarità canonica. Lo stato della Chiesa post-conciliare è imperfetto, il nostro anche.

    Kirchliche Umschau: Si riferisce ai membri della sua comunità che rifiutano le discussioni con Roma?

    Padre Niklaus Pfluger: Sì, ma sono pochi, molto pochi. Il lungo periodo di separazione ha portato alcuni membri a confusioni teologiche. In fondo, queste oppongono la fede in opposizione al diritto, come se l'unione con il Papa, il primato del papa, fossero solo una questione secondaria di diritto.
    Separare la legittimità del papa dalla Fede, e ridurre la sua legittimità a una questione meramente giuridica, è un segno di grande pericolo. Infine, è una visione protestante della Chiesa. Ma la Chiesa è visibile. Il papato appartiene al dominio della fede.
    Noi stessi, cattolici fedeli alla Tradizione, soffriamo la crisi in due modi. Partecipiamo a questa crisi, anche se su un piano diverso e superiore, come la vedo io. Non si può negare l'obbligo di prendere parte attiva nel superamento della crisi né può essere contestato. E questa opera inizia con noi, con il desiderio di superare il nostro status canonico anomalo.

    Kirchliche Umschau: Quindi siamo di nuovo al punto di partenza. Perché non siglare con Roma?

    Padre Niklaus Pfluger: Perché non possiamo scambiare uno stato imperfetto per uno che è ancora meno perfetto. L'unione con Roma dovrebbe essere un miglioramento, non una mutilazione. Omissioni di alcune verità di fede, oltre al divieto di criticare varie posizioni dubbiose e liberali: tutto questo equivarrebbe a una mutilazione. Questo non lo faremo.

    Kirchliche Umschau: Nel mese di luglio si è tenuto il Capitolo generale. Quale posizione è stata presa dai membri del Capitolo?

    Padre Niklaus Pfluger: Abbiamo stabilito sei orientamenti che devono essere soddisfatti prima di qualsiasi riunione con Roma. Questi corrispondono a ciò che abbiamo sempre sostenuto. La nostra posizione è stata rafforzata una volta di più.

    Kirchliche Umschau: Su Internet, c'è un dibattito su questo tema. Sono state scagliate condanne contro i capi della Società, che sono accusati di tradimento.

    Padre Niklaus Pfluger: Stai citando il vescovo Williamson, che è stato escluso dal Capitolo generale dalla grande maggioranza dei superiori. Ciò dimostra quanto fortemente siamo uniti.

    Kirchliche Umschau: Ma tu hai un problema di comunicazione. A giudicare da alcuni forum su Internet, la situazione non potrebbe essere peggiore.

    Padre Niklaus Pfluger: È vero che Internet richiede, e anche esige, una nuova forma di comunicazione. Siamo costretti ad andare oltre le sole pubblicazioni a stampa in uso fino ad oggi - come il Vaticano del resto! Ma sicuramente ci sono anime semplici che sono facilmente indotte in errore da seminatori di discordia, essi stessi disinformati da Internet. I nostri sacerdoti hanno fatto appello ai fedeli di non andare su questi siti di discussione che spesso sono vergognosi, e non lasciarsi turbare e sconvolgere dalle voci e dagli intrighi trovati su Internet. Useremo i mezzi di comunicazione disponibili da ora in poi, compreso Internet.

    Kirchliche Umschau: Alcuni gruppi hanno preso di mira lo stesso Vescovo Fellay.

    Padre Niklaus Pfluger: Mons. Fellay ha certamente fatto di più per la causa dei cattolici fedeli alla Tradizione di tutti coloro che dubitano di lui, lo criticano, e anche lo accusano di tradimento. Per diversi anni, ha condotto i rapporti con Roma con prudenza e abilmente, mai agisce con precipitazione, mai si lascia provocare né perde la pazienza. Oggi abbiamo la Messa tridentina a disposizione di qualsiasi sacerdote, abbiamo visto la revoca delle scomuniche che erano state lanciate contro di noi nel 1988, abbiamo avuto gli incontri sui problemi del Concillio. E, come ammette un vescovo austriaco, abbiamo fatto del concilio un tema di discussione. Quindi, ormai, il Concilio non è più intoccabile e la sua gloria si trasforma in polvere. E questo non potranno cambiarlo neppure le celebrazioni del giubileo per i 50 anni del concilio..

    Il nostro Superiore Generale ha realizzato molto, perché ha perseverato nei negoziati e presentato fedelmente le nostre posizioni teologiche. A questo proposito, osservo che ha un solo scopo in vista di questa crisi della Chiesa, quello di preservare la fede e di servire la Chiesa con tutto il cuore.

    Kirchliche Umschau: Una domanda rimane. Perché è che Mons. Fellay sembra aver fatto nulla contro la campagna diffamatoria montata contro di lui negli ultimi mesi su Internet?

    Padre Niklaus Pfluger: La pazienza, la gentilezza e la generosità appaiono a molti come punti deboli, ma non è così. Di fronte a ripetuti attacchi e molestie via Internet, non rinunciamo ai nostri valori e ai nostri principi. Trattiamo gli intrighi secondo le leggi della Chiesa. Questo può apparire ad alcuni una lentezza perfino fastidiosa, ma non può essere altrimenti, se non vogliamo tradire i nostri ideali. Vorrei chiarire questo punto: nessuno deve immaginarsi di poter criticare impunemente l'autorità.

    Kirchliche Umschau: Cosa significa precisamente?

    Padre Niklaus Pfluger: Il Vescovo Williamson ha ricevuto un'ammonizione. Questo è un triste capitolo nella storia della nostra Fraternità. Se egli continua la sua campagna su Internet contro la Fraternità e il suo Superiore Generale, la separazione dalla Fraternità sarà inevitabile. Oltre alle sue idee false, ha manovrato sotto copertura. La tragedia vera e propria è il fatto che per anni non ha accettato l'autorità del Superiore Generale, ma si è auto-assegnato una missione. Prima del Capitolo Generale, ha promosso la ribellione. Per un vescovo cattolico, questo è molto grave.

    Kirchliche Umschau: Lo scopo della fraternità non si limita ai negoziati con Roma. Quali altri campi di apostolato si possono immaginare?

    Padre Niklaus Pfluger: L'Occidente ha perso la fede. Una delle ragioni di questa perdita è il fatto che la Chiesa non presenta più la fede, non la porta più al mondo. I moderni uomini di Chiesa sembrano quasi vergognarsi della loro fede, che è il motivo per cui si preoccupano della campagna per la difesa dell'ambiente, la redistribuzione della ricchezza, e gli aiuti allo sviluppo. Non possiamo aspettare che siano loro a rinsavire. Dobbiamo essere più attivi all'esterno, conquistare una influenza in pubblico, e ricostruire la cristianità con prudenza, umiltà e carità. Come Nostro Signore ha lanciato questo appello a quelli del suo tempo: non temete!

    Kirchliche Umschau: Dove vede le sfide importanti da affrontare?

    Padre Niklaus Pfluger: A livello mondiale in questo momento assistiamo alla persecuzione dei cristiani in Oriente. La sfida per noi è attirare la nostra attenzione dei nostri fratelli sui perseguitati e di venire in loro aiuto. La Dichiarazione del Capitolo Generale lo ha messo in evidenza. Nei paesi occidentali, sempre meno bimbi vengono messi al mondo, perché la famiglia è svalutata; le leggi di Stato minacciano la famiglia, che è il nucleo della società. L'impegno in favore delle famiglie e l'aiuto alle famiglie è un compito importante. Dobbiamo dare il nostro sostegno alle famiglie numerose, e guidarle perché non siano messe ai margini dalla società. Ma il nostro dovere primario resta, - e la Dichiarazione del capitolo generale di luglio l'ha di nuovo sottolineato - la difesa e la conservazione della fede, e in particolare la formazione di sacerdoti veramente cattolici. Questo è il modo migliore in cui possiamo servire la Chiesa.

    A livello personale, si tratta della santificazione. La preghiera, l'istruzione religiosa, e i sacramenti sono un aspetto, una vita esemplare e la carità fraterna è l'altro aspetto. Vanno insieme. Svolgendo questo compito, convinciamo i nostri simili e ci disponiamo per il Cielo. Sì, certo, abbiamo conosciuto momenti in cui si può presentire l'armonia e la felicità del cielo. Il materialismo, l'ateismo, ma anche le sette e le false religioni limitano sempre più la sana vita cattolica. Si tratta di una missione decisiva per la fraternità: aiutare i credenti di buona volontà a conservare la fede in tempi difficili, e a viverla. Questo è il nostro compito in questo momento, un compito magnifico ed esaltante se se siamo capaci di diffondere il fuoco dell'amore divino fino agli estremi confini della terra. Questo è possibile solo attraverso una fede profonda e vibrante.

    Kirchliche Umschau: Grazie per l'intervista, Padre.
    [Fonte: DICI] - Traduzione a cura di Chiesa e post concilio
    ____________________________________
    [In altre notizie dalla Fraternità San Pio X: Mr. Stephen Heiner, un laico che è stato a lungo vicino al vescovo Richard Williamson , uno dei quattro vescovi consacrati dall'Arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1988, conferma il suo imminente allontanamento dalla Fraternità San Pio X.]

    Chiesa e post concilio: FSSPX-Roma: "Siamo tornati al punto di partenza"
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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  2. #2
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    Predefinito Re: FSSPX-Roma: "Siamo tornati al punto di partenza"

    Il voltafaccia viene da Roma

    Se rivedete bene la cronologia, il fallimento del processo che sembrava portare ad una regolarizzazione non è intervenuto in occasione del Capitolo generale, ma un mese prima. Ciò dunque non ha modificato il dato.

    Senza che si possa rivelare alcunché del contenuto, i sostenitori di mons. Fellay erano molto soddisfatti del Capitolo generale. Come è stato scritto un po' dappertutto, il vero cambiamento è avvenuto a Roma il 13 giugno. Alcuni giorni prima, Mons. Pozzo diceva a chiunque che l'accordo era suggellato. E d'altronde non era un segreto perché gli stessi giornali titolavano sul fatto che il testo di Mons. Fellay era stato approvato e che ormai era solo questione di giorni.

    Ma il 13 giugno, avviene un totale rovesciamento della situazione : alla fine le condizioni portavano alla constatazione che non era più possibile proseguire per la FSSPX. A chi la colpa ? Sembra il frutto di un'autentica guerra d'influenze che da anni agita il Vaticano e che questo famoso mercoledì romano l'ala progressista si sia armata per battere il pugno sul tavolo e imporre le sue vedute attraverso qualche intimidazione che solo essa conosce, al fine di far fallire la regolarizzazione. Le condizioni aggiunte non servivano altro che da pretesto. Ricordiamoci che Benedetto XVI stesso diceva che per lui e per noi sarebbe più facile rimanere per ora nello statu quo. Un movente (quale ? la storia lo dirà) l'ha dunque costretto a questa facilità. Ricordiamoci che al momento della rimozione delle scomuniche, i nemici erano stati molto ingegnosi - montando il caso Williamson - per cercar di fare pressione sul Papa. E all'epoca, non immaginando forse lo tsunami che ciò avrebbe provocato, egli non aveva ceduto. Ed aveva confermato il suo atto.

    Non si può nemmeno andare avanti col fatto che noi rimaniamo in una situazione crudelmente anomala quando vescovi come Nourrichard e Zollitsch sono considerati in piena comunione mentre i membri della FSSPX non beneficerebbero di questa etichetta.

    Chiesa e post concilio: Il voltafaccia viene da Roma
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  3. #3
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    Predefinito Re: FSSPX-Roma: "Siamo tornati al punto di partenza"

    L’utile lezione della prova trascorsa



    Conferenza di Mons. Alfonso de Galarreta
    in occasione delle Giornate della Tradizione
    a Villepreux , Francia, il 13 ottobre 2012


    Per Cari confratelli, cari religiosi, carissimi fedeli, cari amici,

    La mia intenzione è di parlarvi delle qualità della milizia spirituale, cristiana, cattolica, delle condizioni che deve rivestire la battaglia per la fede ed evidentemente di dirvi qualcosa sulla situazione della Fraternità nei confronti di Roma.

    Nel libro di Giobbe è detto: «Militia est vita hominis super terram et sicut dies mercenarii dies ejus» (Giobbe 7,1). La vita dell’uomo sulla terra è un tempo di servizio e i suoi giorni sono come quelli di un mercenario. È la Scrittura, è Giobbe che dà questa immagine molto interessante.
    Se la vita di ogni uomo sulla terra è un combattimento, a maggior ragione la vita del cattolico, del cristiano battezzato, cresimato e dunque impegnato in questa battaglia per Cristo Re. E io direi che, se la vita di ogni cristiano è un combattimento, la vita del cristiano di oggi è per eccellenza una lotta, una battaglia, un tempo di servizio.
    In questa frase, noi troviamo enunciata la necessità del combattimento, esso è necessario, è la nostra condizione, e questo non è nuovo, è dappertutto e da sempre che ci si è dovuto battere. Vi è una battaglia nella vita, ma soprattutto una battaglia per conquistare l’eternità, il che implica molte cose.

    È per questo che occorre uno spirito combattivo. Cosa si richiede ad un soldato? Certo, che sia capace di lottare, di battersi, che sia coraggioso, valente.
    Questo testo molto breve fa riferimento ad una Provvidenza, poiché sia un soldato sia un mercenario sono al servizio di un maestro, dunque noi combattiamo per Dio, noi combattiamo per Nostro Signore Gesù Cristo. Nostro Signore Gesù Cristo è il nostro Capo, è il nostro Maestro, ma è anche il Maestro della storia e la sua Provvidenza governa ogni circostanza particolare.
    San Giovanni della Croce dice che tutto è Provvidenza, nel senso che tutto ciò che ci capita, ci è inviato in maniera del tutto cosciente e voluta dalla Provvidenza.

    Una visione soprannaturale della battaglia per la fede

    Poi, un soldato, un mercenario, lottano e combattono per una vittoria, e se la vita di quaggiù è un combattimento, questo vuol dire che la vittoria non è su questa terra. Se tutta la nostra vita è un combattimento, questo vuol dire che la nostra vittoria è nell’eternità
    Io penso che noi si debba conservare questa visione di fede soprannaturale del combattimento. Noi lottiamo in questa vita sulla terra per una corona eterna. Ma questo non è per demotivarvi, perché un cristiano, un cattolico sa che il combattimento si conduce in questa vita, che esso è molto reale, che bisogna battersi. Ma sapendo che la vittoria definitiva si situa nell’eternità, noi, per così dire, non abbiamo veramente bisogno di avere una vittoria in questa vita, se è Dio che lo vuole, poiché la nostra vittoria, in ultima analisi, è il conquistare l’eternità, per noi e per i nostri.

    Inoltre, questo piccolo verso di Giobbe ci mostra altri aspetti di questo combattimento, per esempio: il combattimento per la fede, il combattimento spirituale, soprannaturale, è doloroso – doloroso nel senso etimologico del termine – e presuppone delle sofferenze e delle prove, delle contraddizioni, e, in questa vita, perfino delle sconfitte.

    Santa Teresa di Gesù ha un testo molto bello in cui dice che ciò che è richiesto al cristiano non è di vincere, ma di lottare, o piuttosto lei dimostra che il fatto di combattere per la fede è già la vittoria del cristiano.
    E un autore diceva: Infatti Dio non esige da noi la vittoria, ma esige da noi di non essere vinti. È molto interessante come riflessione e voi vedete come questo può applicarsi benissimo a questa crisi della Chiesa.
    Dio non ci chiede di vincere, è Lui che dona la vittoria, se vuole, quando vuole e come vuole. Questo non Gli costa assolutamente niente. Ma ciò che ci chiede è di difendere il bene che abbiamo e di non essere vinti.

    L’insegnamento del cardinale Pie

    Vi è un testo del cardinale Pie che voglio leggervi; esso è pieno di fede, di insegnamento, ed è mirabilmente espresso: «Il saggio dell’Idumea ha detto: “La vita dell’uomo sulla terra è un combattimento” (Giobbe 7, 1), e questa verità non è meno applicabile alle società che agli individui. Composto da due sostanze essenzialmente distinte, ogni figlio di Adamo porta nel suo seno, come la sposa di Isacco, due uomini che si contraddicono e si combattono (Genesi 25, 22). Questi due uomini o, se volete, queste due nature, hanno delle tendenze e delle inclinazioni contrarie. Indotto dalla legge dei sensi, l’uomo terreno è in perpetua insurrezione contro l’uomo celeste, retto dalla legge dello spirito (Galati 5, 17): antagonismo profondo, che quaggiù potrebbe solo sfociare nella defezione vergognosa dello spirito, che si arrende alla carne e si abbandona alla sua discrezione.» (1)

    Così, dunque, il solo modo per arrivare alla pace in questo combattimento, dunque al pacifismo, è la vittoria della carne, e se noi non vogliamo una tale pace, siamo obbligati a combattere fino alla morte, perché il trionfo è al di là di essa. È questo che ci vuole dire il cardinale Pie:
    «Diciamolo dunque, fratelli miei, la vita dell’uomo sulla terra, la vita della virtù, la vita del dovere, è la nobile coalizione, è la santa crociata di tutte le facoltà della nostra anima, sostenuta dal rinforzo della grazia, sua alleata, contro tutte le forze coalizzate della carne, del mondo e dell’Inferno: Militia est vita hominis super terram».

    È una battaglia per noi, ma è anche una battaglia sociale, pubblica: «Ora, se si considerano questi stessi elementi rivali, queste stesse forze nemiche, non più nell’uomo singolo, ma in quell’insieme di uomini che si chiama società, allora la lotta assume proporzioni ben più grandi». E il vescovo di Poitiers cita la Scrittura, la Genesi: «E i due bambini che si scontrano e sono in conflitto nel tuo seno – dice il Signore a Rebecca – sono due nazioni; i tuoi due figli saranno due popoli, di cui uno sarà domato dall’altro e dovrà obbedirgli» (Genesi 25, 23).

    Così, fratelli miei, il genere umano si compone di due popoli: il popolo dello spirito e il popolo della materia; l’uno, nel quale sembra personificarsi l’anima con tutto quello che ha di nobile e di elevato, l’altro che rappresenta la carne con tutto quello che essa ha di grossolano e di terreno. La più grande disgrazia che possa colpire una nazione è la cessazione della lotta tra queste due potenze avverse. Questo armistizio lo si è visto nel paganesimo.
    E lo Spirito Santo, che ci ha tracciato il quadro di tutte le turpitudini sociali e domestiche derivanti da questa mostruosa capitolazione (Sapienza 14), completa il quadro con quest’ultimo tratto: in questo marasma mille volte più mortale della guerra, gli uomini che vivono senza pensarci, si ingannano fino a dare il nome di pace a tali mali così grandi e così numerosi».

    È esattamente la situazione attuale… non è vero? La pace, la pace, la pace!

    «Insensibilità funesta – prosegue il cardinale Pie – che non è altro che quella della morte, pace lugubre che bisogna paragonare al lavoro silenzioso e tranquillo dei vermi che rosicchiano il cadavere nel suo sepolcro».
    «Il genere umano languiva in questo stato di abbassamento e di prostrazione morale, quando il Figlio di Dio venne sulla terra, portando non la pace, ma la spada (Matteo 10, 34). Questa spada dello spirito, che Iddio creatore aveva messo nelle mani dell’uomo per combattere contro la carne e che l’uomo aveva ignominiosamente lasciato cadere dalle sue mani, Gesù Cristo, come qualcuno ha detto prima di me (2), l’ha raccolta dall’ignobile fanghiglia in cui dormiva da lungo tempo e poi, dopo averla ritemprata col Suo Sangue, dopo averla come provata sul Suo Corpo stesso, averla resa più tagliente e più penetrante che mai, l’ha consegnata al nuovo popolo che era venuto a costituire sulla terra. Ed allora è ricominciata in seno all’umanità, per non finire se non con la fine del mondo, l’antagonismo tra lo spirito e la carne: Non veni pacem mittere, sed gladium.»

    Questo è un lungo testo del cardinale Pie, ma voi vedete che si potrebbe dire che vi è tutto, vi è detto tutto e molto ben detto. La necessità di questo combattimento di cui parla Giobbe, la parola di Dio, non è un combattimento solo interiore, individuale, limitato nelle pareti domestiche, o a scuola, ma è un combattimento essenzialmente sociale, politico e religioso.
    E vi sono i due spiriti, le due città. Questo combattimento ineluttabile noi dobbiamo ingaggiarlo, noi dobbiamo continuarlo.

    A mio avviso, questo quadro vi permette di comprendere in che consista la battaglia della fede, la battaglia cattolica, la battaglia cristiana nella città, la battaglia della Tradizione in questa spaventosa crisi della Chiesa, in questa apostasia. Così posso passare adesso ad alcune riflessioni sulla nostra recente battaglia, quella che abbiamo condotto l’anno scorso, estremamente difficile, non a causa del nemico, in verità, che è quello di sempre, ma a causa delle differenze che ci sono state tra noi, differenze del tutto logiche, spiegabili, umane, poiché non bisogna strapparsi le vesti perché scopriamo che siamo degli uomini. Noi abbiamo gli stessi limiti degli altri, voglio dire alla radice, a partire dal peccato originale: l’ignoranza, la malizia, la debolezza.

    In pratica, il problema che si è presentato lo scorso anno scolastico, consiste in questo: le difficoltà o le prove tra noi, che peraltro sono le più difficili e le più dolorose. Ecco perché non bisogna prenderle alla leggera e ancor meno risolverle alla leggera. È come un piccolo conflitto famigliare, bisogna risolverlo con molta delicatezza, molta carità, molta prudenza, molta finezza, ma bisogna risolverlo, sicuramente!

    Breve storia delle nostre relazioni con Roma

    Io voglio dirvi il mio pensiero, poiché in questa crisi si sentono molte opinioni diverse, voci divergenti, ed è possibile che vi siano ancora delle ricadute, così, mi sono detto che dovevate conoscere almeno il mio pensiero. Vado quindi a riprendere rapidamente alcuni fatti, per spiegarmi, faccio una brevissima storia, a partire dalla fine della crociata del Rosario, questa crociata di preghiere che aveva lo scopo di offrire 12 milioni di Rosarii, crociata che si è conclusa a Pentecoste di quest’anno.
    È dopo la fine della crociata che abbiamo ricevuto tre risposte una dopo l’altra da parte di Roma. In quel momento vi era la proposta (di una dichiarazione dottrinale) della Fraternità presentata nel mese di aprile, ed è dopo la Pentecoste che abbiamo ricevuto una prima risposta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.
    In questa risposta, le autorità romane ci dicevano chiaramente che rigettavano, che non accettavano la nostra proposta, e facevano diverse correzioni che stavano a significare: dovete accettare il concilio Vaticano II; dovete accettare la liceità della nuova Messa; dovete accettare il magistero vivente, vale a dire che sono loro gli interpreti autentici della Tradizione, quindi sono loro che dicono che cos’è e che cosa non è la Tradizione; dovete accettare il nuovo Codice, ecc.
    Ecco la loro risposta.

    In seguito, e io ritengo che sia stata una risposta della Provvidenza, vi è stata la nomina di Mons. Müller. Essi lo hanno nominato alla testa della Congregazione per la Dottrina della Fede, e anche Presidente della Commissione Ecclesia Dei – colui che ha la responsabilità di tutti coloro che sono collegati all’Ecclesia Dei e che è in contatto con la Fraternità San Pio X. Ebbene! Questo vescovo che è stato nominato alla testa di questo dicastero e della Commissione Ecclesia Dei – oltre al fatto che ha messo in discussione diverse verità di fede – è oggi il custode della Fede. Ed è, diciamo, una vecchia conoscenza della Fraternità, poiché era vescovo di Ratisbona, diocesi in cui si trova il nostro seminario di Zaitzkofen, e abbiamo avuto con lui delle difficoltà, degli scontri. Tre anni fa aveva minacciato di scomunica il vescovo che sarebbe andato a fare le ordinazioni a Zaitzkofen, nell’occasione ero io. E minacciò di scomunica sia me sia i diaconi che avrebbero ricevuto il sacerdozio, i nuovi sacerdoti. In seguito, ha tergiversato, ma si tratta di qualcuno che non ci stima, che non ci ama, è chiaro, e che ha già detto che i vescovi della Fraternità hanno una sola cosa da fare: rimettere il loro episcopato nelle mani del Santo Padre e andare a rinchiudersi in convento. Il che è abbastanza crudele, no? Poi, ha detto molto semplicemente che noi dobbiamo accettare il Concilio, punto e basta. Non c’era più niente da discutere.

    Mentre noi eravamo in attesa dei lumi dello Spirito Santo, abbiamo ricevuto questa risposta.

    In seguito, prima del Capitolo generale, il nostro Superiore generale scrisse al Papa per sapere se veramente si trattava della sua risposta, poiché il problema che abbiamo conosciuto derivava in gran parte dal fatto che vi era un doppio messaggio da Roma.
    Certe autorità ci dicevano: la risposta della Congregazione della Fede è ufficiale, fanno il loro lavoro, ma voi non tenetene conto, bisogna archiviarla; in ogni caso noi vogliamo un accordo, vogliamo riconoscervi così come siete.
    Ma la risposta della Congregazione della Fede e la nomina di Mons. Müller non andavano in questa direzione, quella del secondo messaggio.

    Così, per vederci chiaro, Mons. Fellay scrisse al Papa allo scopo di sapere se si trattava veramente della sua risposta, del suo pensiero. E appena prima del Capitolo, durante il ritiro che l’ha preceduto, Monsignore ricevette una risposta – era la prima volta che vi era una risposta del Papa a Mons. Fellay – e a tavola alla fine del ritiro ci disse: ho ricevuto una lettera del Papa nella quale mi conferma che la risposta della Congregazione della Fede è la sua risposta, che egli l’ha approvata. Ed egli ricorda, riassumendole i tre punti, le loro esigenze, le loro condizioni sine qua non per un riconoscimento canonico:
    1) riconoscere che il magistero vivente è l’interprete autentico della Tradizione, cioè le autorità romane;
    2) che il concilio Vaticano II è in perfetto accordo con la Tradizione, che bisogna accettarlo;
    3) che noi dobbiamo accettare la validità e la liceità della nuova Messa.

    Essi dicono “liceità” – probabilmente in francese questo termine è un po’ ambiguo – e per loro vuole dire semplicemente “legale”, che ha le forme legali, ma nel linguaggio canonico il significato è più profondo, vuol dire che è una vera legge, che ha forza di legge. Tuttavia la Chiesa non può avere una legge contraria alla fede cattolica. E noi abbiamo sempre contestato, in questo senso, la legalità della riforma liturgica e della nuova Messa, poiché essa non può avere forza di legge nella Chiesa, è impossibile, perché è contraria alla fede, perché con essa loro demoliscono la fede, eppure hanno scritto validità e liceità.
    In altre parole, voi vedete che su tutto l’essenziale della nostra battaglia – questa battaglia delle due città, dei due spiriti – bisognava cedere e tradire. Allora, evidentemente, su questo punto, la divina Provvidenza ci aveva indicato il cammino del Capitolo. Era Roma che diceva: no, si rimane sul piano dottrinale, e voi accettate tutto quello che avete rigettato fino ad oggi.

    Il Capitolo generale (9-14 luglio 2012)

    Dopo si è svolto il Capitolo, io non posso fornirvi troppi particolari, si è tenuti al segreto, ma lo stesso Mons. Fellay ha già fatto conoscere certe cose, e vi sono degli elementi che sono stati indicati nella Dichiarazione finale: le condizioni che voi conoscete. Quello che vi posso dire è che nel corso del Capitolo la divina Provvidenza ci ha assistito in maniera chiara e tangibile.
    Tutto si è svolto molto bene, e vi dico molto semplicemente che abbiamo potuto parlare tranquillamente, liberamente, apertamente, abbiamo potuto affrontare i problemi cruciali, anche se abbiamo dovuto trascurare gli altri, le cose previste nel programma iniziale. Abbiamo preso tutto il tempo necessario per discutere e abbiamo confrontato i nostri punti di vista, come si addice a dei membri di una stessa congregazione, di uno stesso esercito. Il che non costituisce un problema, la Fraternità non è una scuola di scolarette… no?
    Allora, se qualche volta vi sono delle discussioni tra noi, non bisogna farne una questione.
    Leggete il cardinale Pie, quando sostiene delle pubbliche discussioni con dei vescovi, in Francia, nel XIX secolo. Egli li giustifica, spiega il perché, dice che si tratta di una battaglia, e basta!
    E questo per dire che non bisogna farne un dramma. Il dramma sarebbe abbandonare la fede, ma che vi siano delle discussioni, delle questioni di opportunità prudenziale su questo o quello, è cosa normale.
    Vi sono degli aspetti differenti, vi sono dei temperamenti, delle situazioni… Si tratta di questioni molto complicate, e non si può tirare fuori la spada per tranciare il nodo gordiano, dicendo: ecco, io risolvo la questione d’un sol colpo, no!

    Il Capitolo si è svolto come vi ho detto e io penso che noi abbiamo veramente tratto delle lezioni utili dalle prove che abbiamo vissute, anche se non tutto è perfetto, cosa che costituisce un altro aspetto di cui bisogna tenere conto.
    Nella nostra vita, tutto si muove nell’imperfezione… leggete la storia della Chiesa! Non bisogna chiedere una perfezione che non è di questo mondo, ma bisogna avere gli occhi fissi sull’essenziale, su ciò che conta; dopo si può passare sopra a molte cose. Nella vita, non fate così in famiglia? Certo che lo fate. Se no, nulla si mantiene in questo mondo, in questa vita, e anche tra noi.

    Certuni si inquietano: Ah! Sì, ma! – Bisogna guardare alla complessità del problema, della situazione. E non dimentichiamo che vi è anche la parte delle passioni. Queste esistono anche da noi.
    Tutto questo per dirvi che, a mio avviso, non bisogna cavillare su queste questioni, bisogna vedere se c’è l’essenziale o no.
    Secondo me, noi abbiamo veramente superato la crisi, l’abbiamo lasciata alle spalle, e com’era necessario, soprattutto nelle misure pratiche, grazie alle discussioni che ci hanno permesso di chiarire tra noi alcuni punti, di valutare bene gli argomenti, sotto tutti gli aspetti, di selezionarli, di giungere ad una visione più chiara, più lucida della situazione, cosa che costituisce il vantaggio delle prove, se se ne traggono delle lezioni. A partire da queste discussioni estremamente importanti e ricche, abbiamo stabilito delle condizioni che potrebbero permettere di considerare ipoteticamente una normalizzazione canonica, e a questo proposito, se riflettete bene, ciò che è stato fatto equivale all’aver preso tutta la questione dottrinale e liturgica per farne una condizione pratica.

    Le condizioni per un’eventuale normalizzazione canonica

    Sicuramente, come dicevo prima, questo non è perfetto, e noi stessi ci siamo accorti rapidamente subito dopo, che la distinzione tra condizioni sine qua non e condizioni auspicabili non era molto giusta, né… auspicabile. Infatti, per noi, tra le condizioni che abbiamo indicato come auspicabili vi sono delle condizioni sine qua non, ma piuttosto nell’ordine pratico, canonico, concreto. Queste condizioni, la Casa generalizia della Fraternità le aveva già sottoposte a Roma e in gran parte – dopo molteplici difficoltà e numerosi avanti e indietro – Roma era pronta a concederle, e perfino adesso. Ma lo scopo del Capitolo, la sua preoccupazione era di definire bene, non ciò che è una conseguenza, ciò che ne deriva, ma l’essenziale preventivo che fino ad allora non avevamo definito.
    In altre parole, nel caso della presenza di un papa, di un prossimo papa che volesse veramente fare un accordo con la Fraternità, quali dovessero essere le condizioni di ordine dottrinale, che attengono alla dottrina, alla fedeltà alla fede, alla Tradizione, alla confessione pubblica della fede e anche alla resistenza pubblica opposta nei confronti di coloro che diffondono gli errori, anche se si tratti di autorità ecclesiastiche. È su questa base che noi abbiamo definito con molta precisione le due prime condizioni sine qua non.
    Ed è evidente che è tutto là. Ve lo posso rileggere.

    La prima: «Libertà di conservare, trasmettere e insegnare la sana dottrina del Magistero costante della Chiesa e della verità immutabile della divina Tradizione». Indubbiamente, questo vi sembrerà un linguaggio un po’ difficile, in effetti è estremamente preciso. «Conservare», significa che nel caso di una normalizzazione noi ne abbiamo la garanzia da parte del papa che ci riconoscesse. In altre parole: assicurarci per iscritto, in un accordo, di poter conservare, trasmettere e insegnare la sana dottrina, la santa dottrina del magistero costante. Perché le autorità romane hanno una concezione evolutiva del magistero, e se ci si dice “magistero”, questo non basta, se ci si dice “magistero di sempre”, nel loro linguaggio questo è ancora dubbio, così abbiamo precisato “verità immutabile della divina Tradizione”. Perché “verità immutabile”? Perché per loro la Tradizione è vivente… Così, voi potete vedere che questo è molto preciso, forte dell’esperienza dei colloqui che abbiamo avuto per quasi un anno e mezzo con la commissione romana.
    Proseguiamo con questo primo punto: «Libertà di difendere la verità, correggere, riprendere, anche pubblicamente, i fautori di errori o di novità del modernismo, del liberalismo, del Concilio Vaticano II e delle loro conseguenze». Io penso che difficilmente si possa aggiungere ancora dell’altro. C’è tutto. Si tratta della libertà di confessare e di attaccare pubblicamente gli errori, la libertà di insegnare pubblicamente le verità negate o annacquate, ma anche di opporci pubblicamente a coloro che diffondono gli errori, anche se si tratti di autorità ecclesiastiche.
    Quali errori? Gli errori modernisti, liberali, quelli del concilio Vaticano II e delle riforme che ne sono derivate o delle sue conseguenze nell’ordine dottrinale, liturgico o canonico. C’è tutto. Perfino una resistenza pubblica, fino ad un certo punto, al nuovo Codice di Diritto Canonico, nella misura in cui è permeato dello spirito collegiale, ecumenico, personalista, ecc. C’è tutto.

    In seguito, secondo punto: «Usare esclusivamente la liturgia del 1962», dunque tutta la liturgia del 1962, non solo la Messa, tutto, anche il Pontificale. «Conservare la pratica sacramentale che abbiamo attualmente - inclusi l’ordine, la cresima, il matrimonio». Voi vedete che noi abbiamo incluso certi aspetti della pratica sacramentale e canonica che ci sono necessarii per avere veramente, nel caso di un accordo o di un riconoscimento, la libertà pratica e reale in una situazione che continuerà ad essere più o meno modernista. Noi ordiniamo di nuovo, se necessario, cresimiamo di nuovo, e poi, per il matrimonio, non accettiamo evidentemente certe nuove cause di nullità.

    Poi, sempre nelle condizioni sine qua non: «Garanzia di almeno un vescovo», ecco, vi dicevo che questo non è perfetto, poiché noi nella Fraternità siamo tutti d’accordo sul fatto che bisogna chiedere diversi vescovi ausiliari, una prelatura, siamo tutti d’accordo, non v’è problema, non c’era prima e non c’è adesso. Quindi non bisogna cavillare su questo.
    Di contro, noi abbiamo ben definito quello che era un problema, perché giustamente la cosa non era chiaramente definita da parte nostra, e anche perché vi era un doppio messaggio da parte di Roma.

    E in questo Capitolo è stato anche deciso che mai la Casa generalizia potrà pervenire a qualcosa di valido e di interessante con queste condizioni, vi sarà un Capitolo deliberativo, il che significa che la sua decisione vincolerà necessariamente (i membri della Fraternità). Quando vi è un Capitolo consultivo, si chiede consiglio, e dopo l’autorità decide liberamente. Un Capitolo deliberativo significa che la decisione presa dalla maggioranza assoluta – la metà più uno, cosa che ci è sembrata ragionevole – tale decisione sarà seguita dalla Fraternità.

    Come ha provato il recente Capitolo, il giorno in cui abbiamo potuto parlare tra noi, come si doveva, abbiamo superato il problema dei disaccordi che avevamo conosciuti. È evidente che un Capitolo deliberativo costituisce una misura molto saggia e sufficiente per approvare eventualmente ciò che si sarà potuto ottenere da Roma. Poiché è quasi impossibile che la maggioranza, il Superiore della Fraternità – dopo una discussione franca, un’analisi approfondita di tutti gli aspetti, di tutti i pro e i contro -, è impensabile che la maggioranza si sbagli in materia prudenziale.

    In questa vita, non v’è alcuna garanzia assoluta, perché ciascuno – a cominciare da me stesso – non ha tutte le garanzie su ciò che farà domani. Così un Capitolo è largamente sufficiente per uscire dallo stallo nel quale ci trovassimo, poiché, se voi guardate bene, questo nostro ultimo Capitolo ha posto esattamente le stesse condizioni di Roma, ma al contrario. Loro esigono da noi la tal cosa, noi il contrario. Evidentemente la possibilità di un accordo si allontana e soprattutto il rischio di un cattivo accordo, a mio avviso, è definitivamente scartato. Definitivamente, cioè non per sempre, ma per questa volta qui.

    Noi abbiamo anche evitato una divisione tra noi, e questo non è poca cosa, bisognava quanto meno riflettervi e comprendere che andavamo a dividere tutto, nella Fraternità, nelle Congregazioni, nelle famiglie, e siccome noi siamo piuttosto temibili nella battaglia, ci saremmo dilaniati con una forza, una costanza… voi l’immaginate! La realtà era proprio questa. Ma grazie a questa comprensione tra noi, grazie a questa decisione, anche se è imperfetta, abbiamo superato una divisione che sarebbe stata una sorta di disonore per ciò che difendiamo, per la vera fede, per la nostra battaglia, per quelli che ci hanno preceduti, Mons. Lefebvre e Mons. de Castro Mayer.

    Delle condizioni in vista del bene che potremmo fare nella Chiesa

    In seguito, come vi ho già detto, è grazie a ciò che abbiamo vissuto, alle prove, alle discussioni, talvolta alle contraddizioni, che siamo arrivati ad una migliore comprensione della realtà, ad una migliore definizione.
    Adesso, la posizione della Fraternità è molto più precisa e lucida che sei mesi fa, è molto migliorata, poiché non escludiamo la possibilità che la via scelta dalla Provvidenza per un ritorno alla fede consista prima di tutto in una conversione, in un ritorno alla dottrina, di un papa e di una parte dei cardinali, noi questo non l’escludiamo. Questa non è più difficile dell’altra via, la via pratica.
    Ma noi, molto semplicemente, ci siamo detti: ammettiamo che non si abbia innanzi tutto un ritorno da parte di Roma, di un prossimo papa alla Tradizione, nella teologia, nei principi, nella fede, nell’insegnamento, nel caso in cui questo papa volesse solo permettere la Tradizione, quali sono le condizioni che ci autorizzerebbero ad accettare una normalizzazione canonica, in vista del bene che potremmo fare nella Chiesa e che è considerevole - questo non bisogna negarlo.
    A mio avviso, si tratta di un miglioramento nello stesso senso.
    Noi abbiamo definito quali sarebbero le condizioni che potrebbero proteggerci totalmente nella fede e nella battaglia integrale per la fede.
    Ma fare congetture sull’avvenire è cosa che attiene alla profezia o alla divinazione, noi non sappiamo ciò che il Buon Dio ci manderà.
    Io vi presento un caso indicativo, un’ipotesi, supponiamo che domani vi sia un papa nella situazione attuale, ma che di per sé non sia modernista nel suo pensare, com’è il caso di adesso, supponiamo che non sia modernista nella sua teologia, nel suo pensiero, nel suo cuore, e che voglia veramente ritornare alla Tradizione, ma che manchi un po’ di convinzione, poiché, e voi lo sapete bene, se per resistere nella vera fede e perseverare è necessaria molta convinzione, per fronteggiare tutto il modernismo che infesta la Chiesa occorre una convinzione veramente eroica. Supponiamo che egli non abbia questa convinzione o che sia molto convinto, ma debole, timoroso, condizionato dal suo entourage – io vi delineo dei casi offerti dalla storia della Chiesa, e ci sono stati dei vescovi e dei papi di questo tipo. Ci sono stati dei papi molto buoni in dottrina, ma che erano molto cattivi nei costumi, e vice versa dei papi deboli, così come dei papi molto buoni che si sono sbagliati, oggi diciamo che si sono sbagliati in certe decisioni storiche che hanno avuto delle conseguenze enormi.

    Quindi, nell’eventualità di un papa che non avesse la convinzione, la forza o i mezzi per addrizzare lui stesso l’attuale situazione della Chiesa, in questa crisi della fede egli potrebbe benissimo servirsi di noi come di una punta avanzata, potrebbe benissimo accordarci le condizioni richieste, perché noi si possa essere la punta acuminata contro questo ascesso. E d’altronde, riflettendo bene, se un papa un giorno ci accordasse queste condizioni, sarebbe lui stesso ad infliggere il primo colpo contro l’edificio del concilio Vaticano II e della Chiesa conciliare, poiché così facendo egli ammetterebbe già che il Concilio contiene degli errori, che lo si può rifiutare e che occorre far tornare la Tradizione. Non appena un papa prendesse in considerazione queste condizioni esigenti, cosa quasi impossibile in termini umani, vi sarebbe la guerra nella Chiesa conciliare. La sedicente Chiesa conciliare sarebbe devastata, questo è chiaro. È per questo motivo che ai nostri occhi le questioni canoniche sono dei piccolissimi dettagli. Poiché se un papa volesse accordarci i due primi punti, significherebbe che è pronto a concederci tutto, anche in campo canonico e sicuramente noi glielo chiederemmo.

    Necessità e utilità delle prove

    Evidentemente, io avrei molte cose da dirvi ancora, e penso di avervi detto il più interessante.

    Una riflessione, per finire, a proposito della necessità e dell’utilità delle prove, che è un insegnamento cattolico, tradizionale, e che si trova nella Sacra Scrittura, in cui l’angelo dice a Tobia: «Perché eravate graditi a Dio, era necessario che vi giungesse la prova» (Tobia 12, 13), poiché dalla prova si trae un gran bene. E Sant’Agostino dice che il peggio che possa capitare, il peggiore dei guai, è quello di coloro che non traggono insegnamento, profitto dalla disgrazia, quindi il più infelice al mondo è colui che di fronte alla disgrazia non ne apprende le lezioni e il bene che può trarne, tale che la sua prova è peggiore che prima.
    Attenzione! Se vi è un’utilità in una prova, ciò vuol dire che bisogna raccoglierla, che bisogna trarne dei frutti. Allorché noi tutti abbiamo sempre la tendenza a trarre le lezioni dalle calamità, dalle sofferenze e dalle prove degli altri: «Ecco! Avevo ragione, è chiaro che hai preso una botta».

    Ma in una prova vi è un pieno insegnamento e si potrebbe dire che sono le debolezze e le mancanze di noi tutti che sono messe a nudo attraverso le prove. Così ognuno deve trarne insegnamento per se stesso, per correggersi e non rifare gli stessi errori, poiché sovente, difendendo una buona causa noi lo facciamo molto malamente.
    Vi sono delle lezioni di umiltà da trarne, è una cura di umiltà, e tanto meglio, perché questo ci chiama alla vigilanza. Forse sonnecchiamo, forse non trasmettiamo molto bene alle generazioni future lo spirito del combattimento, forse bisogna ricorrere di più a Dio, forse ci occorre maggior pazienza, maggiore forza, maggiore speranza nella battaglia. Tutto questo si muove insieme: forza, coraggio, pazienza. La virtù della forza ha due movimenti: sustinere et aggredi. Il che significa che bisogna soffrire, subire, sopportare, ma anche intraprendere, attaccare – no aggredire, non si può tradurre aggredi con aggredire, ma con attaccare e intraprendere.

    Anche la magnanimità rientra nella virtù della forza. E come dice San Paolo, è la pazienza che genera la speranza, la pazienza nel combattimento, nelle prove. E oggi facciamo attenzione alla speranza, poiché possiamo cadere per mancanza di fede, per mancanza di carità, ma anche per mancanza di speranza. Si diventa pessimisti o disfattisti, che è una maniera di arrendersi. Allorché non c’è più la speranza, ci si disimpegna e si è vinti.
    Le prove sono anche un mezzo per meritare, per espiare, spesso un vaccino. Forse ci accade di subire appena un’influenza, perché si possa evitare domani una polmonite. E io penso che sia così. Spesso le prove sono una preparazione per altri combattimenti, perché noi si sia più lucidi, più decisi, più vigilanti su quanto può capitarci. Chi lo sa?

    Io volevo dirvi tutto questo perché, se non si traggono dei frutti dalle prove, si devia. Poiché il Buon Dio ci manda giustamente queste prove per mantenerci sulla strada giusta, e noi bisogna che riesaminiamo tutto per vedere dove eravamo in procinto di cedere o di deviare un po’, talvolta a sinistra, talvolta a destra, spesso in basso.

    In questa crisi, uno degli insegnamenti che potrà ancora meglio evidenziarsi è lo scopo della prova, che è giustamente quello di vedere dov’erano gli eccessi e i difetti, poiché talvolta vi sono insieme e gli eccessi e i difetti. In altre parole, vedere dove vi è un disordine, e io parlo del disordine della ragione, prima di tutto nella prudenza, perché è evidente che queste questioni di prudenza sono una questione di intelligenza. Quindi, dov’era l’irragionevolezza, la dismisura, talvolta vi sono degli eccessi nella difesa di ciò che bisogna propriamente difendere; ci si lascia andare alle passioni smisurate, agli eccessi, basta vedere le nostre impazienze nel risolvere la crisi, le nostre urgenze.
    E questo può muoversi in molti sensi, e dunque occorre fare molta attenzione a tutti questi aspetti. E se abbiamo avuto delle debolezze in questo senso, correggerle, ecco la lezione. È la ragione per la quale il Buon Dio ha permesso la prova. E se noi facciamo questo, tutto il corpo ne risulterà molto più forte e pronto per altri combattimenti ancora più grandi.

    Non opporre la verità alla carità

    Ma facciamo sempre attenzione ai falsi dilemmi che ci si presentano, e per i quali siamo sempre tentati a causa della stessa situazione. Sì, questo è inerente alla nostra situazione.
    Si dirà che bisogna andare contro la verità o contro la carità, contro la fede o contro la misericordia, contro la prudenza o contro la forza. Ebbene! No, nient’affatto!
    Occorre attenersi a tutto, per rimanere sulla buona strada occorre che noi viviamo tutto questo. Ora, noi tutti abbiamo la tendenza a privilegiare ciò che è più conforme al nostro temperamento, al nostro carattere, cosa che ci risulta più facile. E spesso dimentichiamo l’altro aspetto.
    Quando si dice che c’è bisogno di un ordine, un equilibrio, una misura, questo non significa che bisogna essere comunque mediocri. Voi sapete bene che non è questa la virtù.
    La virtù morale è una vetta tra un eccesso e un difetto. E anche le virtù teologali, nella loro applicazione alla vita, alle opere, all’azione, alle circostanze, possono avere degli eccessi e dei difetti, non la virtù in quanto tale, nel suo oggetto proprio, che è Dio, poiché non si potrà mai amare troppo Dio. Ma si può amare Dio malamente, pur credendo di amarlo bene. Quante volte vediamo questo, soprattutto tra noi.
    Dunque, vi è tra noi un doppio rischio costante, ed è nelle prove che bisogna cogliere l’insegnamento per sé e per tutti, ma non bisogna fare troppe previsioni sulle persone, sulla loro evoluzione futura.
    Vi è la grazia di Dio, noi tutti siamo capaci di riscatto e di redenzione.
    Vi sono anche delle cadute, per tanto che una crisi non sia finita, e bisogna trarne un bilancio. È possibile che certuni che siano stati presi alla sprovvista dalla prova, alla fine abbiano una reazione molto buona. Ed altri, che all’inizio avevano avuto una reazione molto buona, evolvano malamente.
    Da conservare c’è solo la fede, c’è solo la confessione della fede. Vi è la vera carità, vi è l’amore, vi è la prudenza, vi è la forza, vi è l’amore per la Santa Chiesa. Noi siamo cattolici, e intendiamo restare totalmente cattolici, e per questo non basta conservare la fede.

    In conclusione, io penso che noi abbiamo tre stelle, tre luci che ci hanno preceduti e che possono guidarci senza il rischio di sgarrare nella dottrina, nella prudenza, nello spirito cattolico. Queste tre personalità sono il cardinale Pie, il Papa San Pio X e Mons. Lefebvre, ciascuno di essi era interamente adatto alla sua epoca, come interamente adatto ai bisogni della Chiesa, con degli stili diversi, delle qualità diverse, ma anche con tante qualità simili, che sono necessarie proprio oggi, nella battaglia per la fede. Così che potremmo tirare una linea tra il cardinale Pie, San Pio X e Mons. Lefebvre, e se voi prolungate questa linea avrete il cammino che bisogna seguire. Esattamente. Sia sul piano dottrinale, sia su quello della fede, sia nella santità di vita – ecco un capitolo su cui si potrebbe parlare a lungo! – sia nella preghiera, nella confessione della fede, nella forza, nella prudenza.
    Essi sono esemplari; è necessario che li prendiamo come modelli, che li seguiamo. E, per così dire, la linea è tracciata tutta.

    Specialmente oggi, che è sabato 13 ottobre, anniversario dell’apparizione di Fatima, dove si è avuto il miracolo del sole, chiediamo alla Santissima Vergine Maria di darci la grazia di perseverare nella vera fede, nel vero combattimento per la fede, ma anche nel vero spirito della Chiesa, e che ogni giorno siamo più fedeli alla grazia, a Dio e alle esigenze di santità della nostra epoca.
    Che la Madonna ci doni la grazia di essere degni successori e degni figli di questi grandi combattenti per la fede cattolica!

    NOTE

    1 – Panegirico di San Luigi, Re di Francia, predicato dal cardinale Pie nella cattedrale di Bois, Domenica 29 agosto 1847 e nella cattedrale di Versailles, Domenica 27 agosto 1848.
    2 – Mons. Parisis, vescovo di Langr, Istruzione pastorale sul potere divino nella Chiesa, 1846.

    Mons. de Galarreta - L’utile lezione della prova trascorsa - Conferenza del 13 ottobre 2012
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  4. #4
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    Predefinito Re: FSSPX-Roma: "Siamo tornati al punto di partenza"

    DICHIARAZIONE DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE “ECCLESIA DEI” in merito ai rapporti con la FSSPX

    Città del Vaticano, 27 ottobre 2012 (VIS). Di seguito riportiamo la dichiarazione rilasciata questa mattina dalla Pontificia Commissione "Ecclesia Dei":

    La Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” coglie l’occasione per annunciare che, nella sua più recente comunicazione (6 settembre 2012) la Fraternità sacerdotale di S. Pio X ha indicato di aver bisogno per parte sua di ulteriore tempo di riflessione e di studio, per preparare la propria risposta alle ultime iniziative della Santa Sede.

    Lo stadio attuale delle attuali discussioni fra la Santa Sede e la Fraternità sacerdotale è frutto di tre anni di dialoghi dottrinali e teologici, durante i quali una commissione congiunta si è riunita otto volte per studiare e discutere, fra le altre questioni, alcuni punti controversi nell’interpretazione di certi documenti del Concilio Vaticano II. Quando tali dialoghi dottrinali si conclusero, fu possibile procedere ad una fase di discussione più direttamente focalizzata sul grande desiderio di riconciliazione della Fraternità sacerdotale di S. Pio X con la Sede di Pietro.

    Altri passi fondamentali in questo processo positivo di graduale reintegrazione erano stati intrapresi dalla Santa Sede nel 2007 mediante l’estensione alla Chiesa universale della Forma Straordinaria del Rito Romano con il Motu Proprio Summorum Pontificum e, nel 2009, con l’abolizione delle scomuniche. Solo alcuni mesi orsono in questo cammino difficile fu raggiunto un punto fondamentale quando, il 13 giugno 2012, la Pontificia Commissione ha presentato alla Fraternità sacerdotale di S. Pio X una dichiarazione dottrinale unitamente ad una proposta per la normalizzazione canonica del proprio stato all’interno della Chiesa cattolica.

    Attualmente la Santa Sede è in attesa della risposta ufficiale dei Superiori della Fraternità sacerdotale a questi due documenti. Dopo trent’anni di separazione, è comprensibile che vi sia bisogno di tempo per assorbire il significato di questi recenti sviluppi. Mentre il nostro Santo Padre Benedetto XVI cerca di promuovere e preservare l’unità della Chiesa mediante la realizzazione della riconciliazione a lungo attesa della Fraternità sacerdotale di S. Pio X con la Sede di Pietro – una potente manifestazione del munus Petrinum all’opera – sono necessarie pazienza, serenità, perseveranza e fiducia.

    Chiesa e post concilio: DICHIARAZIONE DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE “ECCLESIA DEI” in merito ai rapporti con la FSSPX
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  5. #5
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    Predefinito Re: FSSPX-Roma: "Siamo tornati al punto di partenza"

    Lettera aperta a Don Niklaus Pfluger
    Primo Assistente della Fraternità San Pio X

    di un sacerdote della Fraternità San Pio X




    Reverendo,

    Un grandissimo grazie per la sua intervista al Kirchliche Umschau (DICI - ottobre 2012). Grazie per averci esposto, via internet, a noi sacerdoti e fedeli, i futuri progetti e i principi direttivi di Menzingen. Tuttavia, alcuni punti richiederebbero una maggiore delucidazione, da qui alcune domande che interessano sacerdoti e fedeli.

    1 - Lei dice che «gli sforzi» per un riconoscimento canonico della Fraternità da parte del Vaticano «non sono stati vani», ma che «un accordo a breve termine è improbabile».
    Questo vuol dire che un accordo a breve termine è possibile perché noi dobbiamo credere ai miracoli?

    2 - Lei dice che «La Curia e noi siamo dell’avviso che una unione ha senso solo se si ha una comprensione comune della fede». «ci ritroviamo così al punto di partenza».
    Questo significa che Mons. Müller e Menzingen sono dello stesso avviso? E che noi siamo ripartiti per un nuovo giro per «qualcosa di sorprendente», che sarà «un grosso problema», «una grossa questione»: «una proposta d’accordo quando si è invece in disaccordo»?

    3 - Lei dice che «Un riconoscimento ufficiale della Fraternità, in effetti, sarebbe il segnale che l’epoca del concilio Vaticano II appartiene alla storia della Chiesa e che si apre un nuovo capitolo».
    Non possiamo anche dire, viste le circostanze,
    che «un riconoscimento ufficiale della Fraternità sarebbe il segnale che» si è svenduta la Tradizione?
    Che il nuovo capitolo che si apre è quello di un semi-modernismo, sempre sottomesso all’eresia della libertà religiosa della Dignitatis Humanae, ma con una vernice tradizionale e una liturgia epurata dagli abusi più eclatanti?

    4 - Lei dice: «Sono convinto che questo processo [di auto-distruzione] da un lato ridarà una certa lucidità i vescovi, dall’altro, manterrà in giuoco solo i conservatori, cioè coloro che vogliono semplicemente credere in maniera cattolica e rimanere cattolici. Con questi non abbiamo bisogno di discutere molto, l’unità sarà presto trovata.»
    Questo significa che per Lei un «conservatore» della Chiesa conciliare, che difende il principio della libertà religiosa, sarebbe un vescovo cattolico col quale bisogna intendersi, e non più un semi-modernista che bisogna combattere?

    5 - Lei dice che «la via liberale è quella che incontra più simpatia. Ma la Chiesa non vive di simpatia o di applausi. Essa vive di uomini che credono e praticano, che sono disposti a rinunciare alla vita civile per diventare sacerdoti, monaci o religiosi».
    La politica di Menzingen di riunione con la Roma ufficiale ha incontrato molta simpatia e applausi da parte dei liberali. Non è un segno inquietante?
    La FSSPX sopravviverà grazie ai sacerdoti e ai fedeli che sono intransigenti e pronti a «rinunciare» ai vantaggi della vita civile proposti dal mondo conciliare oppure grazie ai liberali attratti dalle sirene ingannatrici del mondo?

    6 - Lei dice che non siete «sedevacantisti», che «non neghiamo in nessun caso l’assistenza dello Spirito Santo per il Papa e per i vescovi»
    Questo significa che Lei trova legittimo e cattolico questo culto reso universalmente dal «Papa e dai vescovi», nella Chiesa conciliare, al “beato” Giovanni Paolo II, il quale nella «foresta sacra» del Togo, inchinandosi davanti ad una zucca svuotata e ripiena di acqua e mais, ha pregato per la prima volta con degli animisti che invocavano le «potenze dell’acqua»?

    7 - Lei dice che «Nel Credo non c'è l’articolo: “Credo nel Concilio Vaticano II ...”!
    Ma non si trova neanche la condanna di quell’errore denunciato nella XVI proposizione del Syllabus: «Gli uomini nell’esercizio di qualsivoglia religione possono trovare la via della eterna salvezza, e conseguire l’eterna salvezza».

    8 - Lei dice: «noi abbiamo criticato il Concilio quando era ancora celebrato dappertutto e la Chiesa era ancora più viva e credente di adesso. Perché adesso dovremmo smettere di criticarlo, quando i nostri avvertimenti e le nostre critiche si constatano visibilmente in tutto il mondo? … La Chiesa si distrugge, e non si cambierà questa realtà semplicemente proibendo di parlarne».
    In questo caso, non dobbiamo criticare anche l’attuale principale responsabile di questo disastro: il Papa Benedetto XVI, che nella sua lettera del 30 giugno 2012 esige dai cattolici una «accettazione del concilio Vaticano II [questa bussola della Chiesa per il XXI secolo] come parte integrante della Tradizione» e l’accettazione della «liceità del Novus Ordo Missae»?

    9 - Lei dice che «il Papa e Roma sono realtà che appartengono alla fede ».
    Ma un papa che favorisce l’eresia della libertà religiosa e la nocività della liturgia bastarda, in breve un papa che distorce la lex credendi e la lex orandi, appartiene ancora alla fede?

    10 - Lei dice che «Non è solo lo stato della Chiesa post-conciliare che è imperfetto, anche il nostro lo è».
    Nella misura in cui la nostra imperfetta situazione canonica dipende dalla inaccettabile situazione dottrinale della «Chiesa postconciliare», non è intellettualmente disonesto equiparare le due imperfezioni, di cui una genera l’altra e, in ogni caso, non è dello stesso ordine dell’altra?
    «È dunque impossibile per ogni cattolico cosciente e fedele adottare questa riforma e sottomettervisi in qualunque modo». Questa consegna non è più attuale?

    11 - Lei dice che sì, che vi sono dei membri della nostra comunità che rifiutano le discussioni con Roma, ma che «sono poco numerosi, molto poco».
    Voleva forse dire che dei membri rifiutano, non le discussioni con Roma, ma un accordo pratico senza la preventiva conversione di Roma e un preventivo accordo dottrinale?
    È sicuro che questi membri siano «poco numerosi, molto poco»?
    Ma don Nély nell’America del Sud e Lei stesso in Francia, non siete stati testimoni diretti di una forte opposizione che sembra essere aumentata piuttosto che diminuita? Quando Lei dice «poco numerosi, molto poco», pensa di dire la verità o scambia il suo desiderio con la realtà?

    12 - Lei dice che opporre «la fede al diritto» e agire «come se l’unione col Papa, il suo primato, fossero solo una questione secondaria di diritto», costituiscono «delle confusioni teologiche» dovute alla «lunga durata della separazione» e manifestano «un grande pericolo», tale che «Si tratta in definitiva di una visione protestante della Chiesa». Di conseguenza noi avremmo «il dovere di superare il nostro stato canonico anormale».
    Secondo lei, Mons. Lefebvre aveva «una visione protestante della Chiesa» quando diceva quanto segue?
    «Quello che ci interessa innanzi tutto è di mantenere la fede cattolica. È questa la nostra battaglia. Allora la questione canonica, puramente esteriore, pubblica nella Chiesa, è secondaria. Quello che è importante è restare nella Chiesa… nella Chiesa, cioè nella fede cattolica di sempre e nel vero sacerdozio, e nella vera Messa, e nei veri sacramenti, nel catechismo di sempre, con la Bibbia di sempre. È questo che ci interessa. È questo che è la Chiesa. Essere riconosciuti pubblicamente è secondario. Quindi non bisogna ricercare il secondario perdendo ciò che è primario, ciò che è il primo scopo della nostra battaglia! Questo è stato, per esempio, il caso di don Cantoni. Don Cantoni è andato via con i suoi amici seminaristi perché preferiva essere in regola pubblicamente, ufficialmente, sopprimere la battaglia per la fede, tacere a proposito della nuova Messa, tacere sugli errori liberali… Questo noi non possiamo farlo. Non possiamo accettare questa situazione. Bisogna essere fermi, molto fermi» (Conferenza spirituale a Ecône del 21.12.84).
    Ma dire che Mons. Lefebvre pensava come un protestante, non significa dire una cosa qualunque, tanto per dirla? E quando si dice una cosa tanto per…, non sarebbe meglio starsene zitti?

    13 - Lei dice che «L’unione con Roma dovrebbe essere un miglioramento, non un’alterazione».
    Di quale Roma parla? Ci sono delle cose facili a dirsi. Che cosa vuol dire mettersi all’interno della Chiesa? E innanzi tutto, di quale Chiesa si parla? Se della Chiesa conciliare, c’era bisogno che lottassimo per vent’anni contro di essa perché vogliamo la Chiesa cattolica, per rientrare adesso in questa stessa Chiesa conciliare per, come si dice, renderla cattolica? È un’illusione totale. «Non sono i sottoposti che fanno i Superiori, ma i Superiori che fanno i sottoposti» (Mons. Lefebvre, Fideliter n° 70, p. 6).

    14 - Lei dice che nel Capitolo generale della Fraternità, a luglio, «Sono state fissate sei pietre limitari in vista di una possibile riunione; esse corrispondono a ciò che abbiamo sempre sostenuto. La nostra posizione è stata rafforzata una volta di più».
    Queste «sei pietre limitari» corrispondono alle sei «Condizioni previe per un’eventuale normalizzazione delle nostre relazioni con la Chiesa ufficiale» di cui Mons. Fellay ha detto: «Si può certo discutere su queste condizioni. Anch’io, quando le rileggo, mi dico “come ve n’è una che si sarebbe dovuta mettere tra quelle sine qua non: è l’esenzione dai vescovi”?

    15 – A proposito di Mons. Williamson, Lei dice che «una grande maggioranza dei Superiori l’ha escluso dal Capitolo generale» e che questo sarebbe il segno che «noi siamo molto uniti».
    Può spiegarci perché l’esclusione di Mons. Williamson e la mancata confutazione delle sue obiezioni, sarebbero una prova dell’unità dottrinale e della giustezza di una politica?
    Si ha ragione per il semplice fatto che si costringe al silenzio uno degli obiettanti? L’unità della FSSPX si riduce all’essere contro Mons. Williamson, che non è altro che un vescovo cattolico, dunque non liberale né modernista?

    16 – Lei parla di «forum su internet» dal «contenuto spesso vergognoso».
    Potrebbe essere più preciso a proposito del sito antimodernisme.info, sito tenuto da dei sacerdoti della FSSPX?
    In cosa, il suo contenuto, le sue riflessioni, le sue citazioni, le sue obiezioni e i suoi documenti, sarebbero vergognosi?

    17 – Lei dice che «Noi oggi abbiamo la liberalizzazione della Messa tradizionale, abbiamo la remissione delle “scomuniche” che erano state comminate nel 1988, abbiamo avuto i colloqui sui problemi del Concilio».
    Per essere veramente esauriente, non avrebbe dovuto ricordare ai fedeli anche il fatto che secondo il Motu Proprio di Benedetto XVI, la Messa tradizionale dev’essere considerata abrogata come espressione ordinaria della liturgia della Chiesa?
    E che secondo questo Motu Proprio, la Roma modernista ha declassato il rito romano della Santa Messa, relegandolo nella condizione di «forma straordinaria» e unendolo al «rito bastardo», divenuto la «forma ordinaria» dell’unico rito romano?
    E non avrebbe dovuto dire anche che «la remissione delle “scomuniche”» è stato un atto di misericordia nei confronti di peccatori pentiti e non un atto di giustizia?
    Infine, a proposito dei «colloqui», non avrebbe dovuto dire che si sono conclusi con «la vostra posizione è protestante, perché voi ergete la vostra ragione a giudice del magistero attuale», a cui i nostri esperti hanno risposto: «voi siete modernisti, perché pretendete che ci possa essere un’evoluzione nella verità»?

    18 – A proposito di Mons. Fellay, Lei parla della sua «pazienza, bontà e generosità».
    Il rifiuto di ordinare gli ordinandi cappuccini e domenicani, il 29 giugno a Ecône, oltre ad essere un atto di «pazienza, bontà e generosità» per assicurarsi della lealtà di queste comunità, è stato anche posto secondo le forme del diritto della Chiesa?
    In altre parole, qual è il motivo grave e pubblico, previsto dal diritto, che ha permesso di fare uscire gli ordinandi dal loro ritiro preparatorio all’ordinazione sacerdotale e diaconale, omnia parata?
    Capita poi che successivamente sia stato conferito loro il sacramento dell’Ordine, ma cos’hanno fatto, secondo il diritto, per ricevere una tale grazia?

    19 - Lei dice: «Vorrei che questo fosse chiaro: nessuno deve immaginare che si possa mettere in questione l’autorità, senza che questa intervenga».
    Per Lei significa «mettere in questione l’autorità», pensare la stessa cosa di Mons. Lefebvre su un’autorità che vorrebbe metterci sotto l’autorità della Chiesa conciliare?
    «Essi hanno fatto la scelta di Le Barroux per rimanere nella Tradizione, per rimanere nella fede di sempre. E adesso si mettono sotto l’autorità della Chiesa conciliare. Allora si rimane davvero stupefatti […] Ma ecco che rimangono. Non decidono di chiedere a Dom Gérard di rassegnare le dimissioni e di essere sostituito… No, niente… si obbedisce […] È penoso vedere con quale facilità un monastero che è nella Tradizione passi sotto l’autorità conciliare e modernista. E tutti rimangono. È un peccato e una cosa veramente triste constatare questo… […] È questo trasferimento dell’autorità che è grave, che è eccessivamente grave».

    20 - Lei dice: «Mons. Williamson ha ricevuto una monizione». E «Oltre alle sue idee false», «egli non accetta più l’autorità del Superiore generale».
    Potrebbe illustrare le «idee false» di Mons. Williamson e dirci in che cosa i suoi interventi su internet non corrispondono al caso previsto da Mons. Lefebvre: «Non decidono di chiedere a Dom Gérard di rassegnare le dimissioni e di essere sostituito… No, niente… si obbedisce»?
    Non si deve far niente quando si cerca di imporre con la forza o col trucco una politica di accordo con la Roma modernista?

    21 – Lei dice: «Dobbiamo andare di più all’esterno, conquistare un’influenza pubblica e ricostruire la Cristianità. Con misura, umiltà e carità».
    Come «andare di più all’esterno» senza abbandonare il canotto di salvataggio creato da Mons. Lefebvre? Gettandosi in mare? Lasciando che tutti salgano nel canotto?
    Come fare senza rischiare di distruggere l’operazione sopravvivenza tentata da Mons. Lefebvre?
    «Soprattutto, se vi fosse stato un accordo [con Roma], noi saremmo invasi da tanta gente: adesso che avete la Tradizione e siete riconosciuti da Roma, possiamo venire da voi. Vi è una gran quantità di gente che vuole conservare il proprio spirito moderno e liberale, ma verrebbero da noi perché fa loro piacere assistere ogni tanto ad una cerimonia tradizionale e per avere dei contatti con i tradizionalisti. Cosa che sarebbe molto pericolosa per i nostri ambienti. Se noi fossimo invasi da questo tipo di mondo, cosa diventerebbe la Tradizione? A poco a poco si produrrebbe una specie di osmosi, una sorta di consenso… dolcemente dolcemente andrebbe a finire che non si vedrebbe più la distinzione tra il liberalismo e la Tradizione. Questo è molto pericoloso» (Mons. Lefebvre, Flavigny 11 giugno 1988, in Fideliter n° 68, p. 23).
    L’umiltà e la carità devono farci dimenticare che Benedetto XVI è «più ecumenista che mai? Che «Tutte le idee false del Concilio continuano a svilupparsi, ad essere riaffermate con sempre maggiore chiarezza. È dunque assolutamente inconcepibile che si possa accettare di collaborare con una gerarchia simile»? (Fideliter n° 79, pp. 3-4).
    E devono farci dimenticare che quelli che «si alleano con i demolitori, col pretesto che si accorda loro qualche privilegio», fanno una cosa «inammissibile»? Che «Essi hanno praticamente abbandonato la battaglia per la fede. Non possono più attaccare Roma. […]. Io ritengo in ogni caso che commettano un grave errore. Essi hanno peccato gravemente agendo come hanno fatto: scientemente, con una disinvoltura incredibile» (Fideliter n° 79, p. 6)?
    Che Benedetto XVI è come Giovanni Paolo II, il Papa di una «Chiesa virtualmente scomunicata, perché è una Chiesa modernista»?
    Che «evidentemente, noi siamo contro la Chiesa conciliare che è praticamente scismatica, anche se loro non lo accettano» (Fideliter n° 70, p. 8)?

    Reverendo, si ritenga fin d’ora ringraziato vivamente per le sue future risposte.

    Un sacerdote della Fraternità - Lettera aperta Don Niklaus Pfluger
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    Predefinito Re: FSSPX-Roma: "Siamo tornati al punto di partenza"

    Il Card. Kurt Koch su validità ''Nostra aetate'' e questione lefebvriana

    (SIR by Paparatzinger Blog) - Aggiungo al testo alcune chiose in blu.

    La bussola del dialogo
    [siamo pieni di bussole. Ma nonostante questo abbiamo perso l'orientamento!]

    “Di fronte agli ebrei, il Santo Padre mi ha incaricato di presentare la questione in maniera corretta: ‘Nostra aetate’ non è minimamente rimessa in discussione dal Magistero della Chiesa, come il Papa stesso ha più volte dimostrato con i suoi discorsi, i suoi scritti ed i suoi gesti personali nei confronti dell’ebraismo; un riavvicinamento con la Fraternità sacerdotale San Pio X non significa assolutamente che le posizioni di detta Fraternità vengano accettate o appoggiate”.

    La questione lefebvriana è il nodo cruciale affrontato dal card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, parlando nei giorni scorsi alla Plenaria della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo che si è tenuta in Vaticano dal 28 al 30 ottobre. È la terza volta (dopo gli incontri del 1982 e del 2005) che la Commissione organizza una plenaria riunendo a Roma i consultori e i delegati delle singole Conferenze episcopali, responsabili per i rapporto con l’ebraismo. Tra le questioni affrontate durante l’incontro, un bilancio sui dialoghi intrapresi, una panoramica delle iniziative locali, la possibilità di introdurre una “Giornata dell’ebraismo” a livello delle singole Conferenze episcopali e la celebrazione del 50° anniversario di “Nostra aetate” che avrà luogo il 28 ottobre 2015.
    [A proposito di dialogo e di reciproche carinerie, chi era presente alla celebrazione del 40° anniversario di “Nostra aetate”, ricorda che il Rabbino Capo di Roma si alzò e se ne andò sprezzante perché era presente il Card. Lustiger, che aveva il torto di essere un ebreo convertito]

    La possibile riammissione della Fraternità San Pio X.
    Nella prolusione – diffusa il 6 novembre - il card. Kurt Koch, che presiede la Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo, dedica il primo paragrafo alla “questione lefebvriana” per chiarire dubbi e false interpretazioni generate dalla “possibilità di una riammissione della Fraternità sacerdotale San Pio X nella Chiesa cattolica romana” e riaffermare che la dichiarazione conciliare “Nostra aetate” è e rimane “a tutt’oggi il documento fondante, la Magna Charta del dialogo della Chiesa cattolica romana con l’ebraismo” nonché “la bussola cruciale di tutti gli sforzi tesi a promuovere il dialogo ebraico-cattolico”. Il cardinale precisa: “È stata sollevata, e non solo da parte ebraica, la questione dell’importanza e della validità della Dichiarazione conciliare ‘Nostra aetate’. Gli ebrei temevano che, attraverso un eventuale atto di reintegrazione di una serie di sacerdoti e credenti con tendenze antigiudaiche, i quali respingono fondamentalmente ‘Nostra aetate’, la Chiesa cattolica potesse dare una nuova direzione al dialogo con l’ebraismo o quanto meno che l’importanza di questa Dichiarazione conciliare per tutta la Chiesa potesse essere relativizzata”. Anche “da parte cattolica – aggiunge il card. Koch - a volte sono state udite voci” [Mons. Gherardini e non solo lui ma molti altri studiosi e teologi: ne ricordo uno per tutti: Mons. Kolfhaus] secondo le quali “Nostra aetate” farebbe parte delle “Declarationes” che avrebbero una minore importanza ed il cui carattere vincolante potrebbe essere considerato più limitato rispetto a quello degli altri testi. Ma non è così perché “dal punto di vista del contenuto” tutti i testi conciliari “non possono essere separati gli uni dagli altri o contrapposti” ma devono essere “visti e considerati seriamente nella loro interrelazione”.
    [E dunque vogliamo riaffermare il mito conciliare e rafforzare il nuovo Super-dogma?]

    “Nostra aetate” e gli ebrei.
    “Nostra aetate” ricorda “il profondo legame che unisce spiritualmente il popolo della Nuova Alleanza alla stirpe di Abramo”. “Essa – prosegue il card. Koch - afferma in maniera decisa che deve essere evitato ogni disprezzo, svilimento e oltraggio nei confronti dell’ebraismo e, ancora di più, sottolinea esplicitamente le radici ebraiche del cristianesimo. Viene inoltre scardinata l’accusa di ‘deicidio’ che sfortunatamente è stata rivolta in blocco agli ebrei in vari luoghi nel corso dei secoli”. E nella lotta contro ogni forma di antisemitismo, “gli ebrei continuano pertanto ad essere confortati dalla speranza di poter ancora avere nella Chiesa cattolica un’affidabile alleata nella lotta contro l’antisemitismo, che nel mondo odierno non è stato tutt’ora estirpato”.

    Benedetto XVI e gli ebrei.
    Gratitudine è stata poi espressa dal card. Koch per gli sforzi di dialogo intrapresi da Benedetto XVI “fin dall’inizio del suo pontificato” per “intensificare le relazioni con gli ebrei. Su ciò – ribadisce il cardinale - non può sussistere alcun dubbio”. E nel ricordare le tappe più importanti di questa storia di “amicizia” tra il Papa e gli ebrei, il cardinale chiosa: “Possiamo affermare con gratitudine che nessun altro Papa nella storia ha visitato tante sinagoghe quanto Benedetto XVI”. Anche i dialoghi intrapresi con l’“International Jewish Committee on Interreligious Consultations” (Ijcic) e il Gran Rabbinato di Israele hanno contribuito nel corso di questi 40 anni a tessere rapporti così che “il tradizionale scontro si è trasformato in proficua collaborazione, la bellicosità è stata sostituita dalla capacità di gestire positivamente i conflitti e la semplice coesistenza è divenuta solida amicizia. I legami di amicizia intessuti in questo periodo si sono rivelati resistenti, di modo che è stato possibile affrontare insieme anche temi controversi senza correre il rischio di arrecare danni duraturi al dialogo”.
    [L'amicizia non significa omologazione e il dialogo non implica calamenti di braghe. Il conflitto - che nella questione 'cruciale' della nostra Fede c'è e non può essere negato - non implica necessariamente bellicosità. Si può ben coesistere senza pretendere continue prostrazioni dalla Chiesa e di entrare nelle sue questioni interne. Immaginiamoci cosa succederebbe se qualche vescovo facesse altrettanto nelle questioni ebraiche: loro non sono un monolite; ma certi loro 'frammenti' sono davvero pesanti come macigni. Inoltre giocano duro e il loro gioco purtroppo ha presa su quelli che dovrebbero essere i nostri Pastori!]

    Chiesa e post concilio: Il Card. Kurt Koch su validità ''Nostra aetate'' e questione lefebvriana
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  7. #7
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    Predefinito Re: FSSPX-Roma: "Siamo tornati al punto di partenza"

    Intervento del presidente del Pontifico Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani
    Il valore permanente della "Nostra aetate"


    Nelle molteplici discussioni intorno alla possibilità di una riammissione della Fraternità sacerdotale San Pio X nella Chiesa cattolica romana, è stata sollevata, e non solo da parte ebraica, la questione dell'importanza e della validità della dichiarazione conciliare Nostra aetate (n. 4). Gli ebrei temevano che, attraverso un eventuale atto di reintegrazione di una serie di sacerdoti e credenti con tendenze antigiudaiche, i quali respingono fondamentalmente Nostra aetate, la Chiesa cattolica potesse dare una nuova direzione al dialogo con l'ebraismo o quanto meno che l'importanza di questa dichiarazione conciliare per tutta la Chiesa potesse essere relativizzata. Di fronte agli ebrei, il Santo Padre mi ha incaricato di presentare la questione in maniera corretta: Nostra aetate non è minimamente rimessa in discussione dal magistero della Chiesa, come il Papa stesso ha più volte dimostrato con i suoi discorsi, i suoi scritti e i suoi gesti personali nei confronti dell'ebraismo; un riavvicinamento con la Fraternità Sacerdotale San Pio X non significa assolutamente che le posizioni di detta Fraternità vengano accettate o appoggiate. Per quanto riguarda i vari tipi di testi conciliari, si può certamente fare una distinzione a livello formale; tuttavia, dal punto di vista del contenuto, essi non possono essere separati gli uni dagli altri o contrapposti gli uni agli altri. Nostra aetate non rappresenta dunque un meteorite isolato, caduto direttamente dal cielo e privo di corrispondenze con gli altri testi conciliari. Fin dall'inizio del suo pontificato, Papa Benedetto XVI non ha pertanto lasciato alcun dubbio sul fatto che egli sottoscrive pienamente il concilio Vaticano II e i suoi documenti, nella necessaria visione d'insieme. Kurt Koch
    (©L'Osservatore Romano 8 novembre 2012)

    IL BLOG DEGLI AMICI DI PAPA RATZINGER [5]: La bussola del dialogo. Card. Kurt Koch su validità ''Nostra aetate'' e questione lefebvriana (Sir)
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  8. #8
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    Predefinito Re: FSSPX-Roma: "Siamo tornati al punto di partenza"

    La ragion d'essere della Fraternità Sacerdotale San Pio X

    (prima parte)

    di Belvecchio

    Il titolo potrebbe far pensare a chissà quale analisi teologico-ecclesiale, ma non è così.
    Chi scrive non è membro della Fraternità, che è una congregazione prettamente religiosa, quindi non saranno gli Statuti della Fraternità che verranno presi in esame, né la mens del suo Fondatore, il compianto Mons. Marcel Lefebvre.
    Chi scrive è un semplice fedele cattolico che, grazie a Dio, gode da anni del ministero dei vescovi e dei sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X per cercare di rimanere fedele agli insegnamenti di Nostro Signore e alla Sua Santa Chiesa, e di provare a salvare la propria anima, con l’aiuto di Dio.

    In effetti, proprio il punto di vista del semplice fedele può delineare quale sia stato e quale continui ad essere la vera “ragion d’essere della Fraternità”. Punto di vista che non esclude l’altro propriamente interno alla Fraternità, ma che lo comprende in qualche modo, perché il vero senso dell’esistenza di una congregazione religiosa è legato allo scopo principale della Chiesa stessa: la salus animarum.

    Quando Mons. Lefebvre fondò la Fraternità San Pio X ebbe in vista la necessità della continuazione del vero sacerdozio cattolico, al fine di permettere ai fedeli di poter usufruire dei veicoli veramente cattolici per la ricezione della Grazia.
    I fedeli cattolici, però, si raccolsero intorno alla Fraternità, certuni in maniera diretta, altri in maniera indiretta, perché essa rappresentò per loro, fin dall’inizio, il punto di riferimento per portare avanti quella battaglia contro il mondo che il concilio Vaticano II aveva deciso di abbandonare, supponendo erroneamente, e con l’aiuto dell’immancabile influenza del Maligno, che il mondo, essendo “progredito”, avesse raggiunto da sé una sorta di particolare santità… non ancora perfetta certo, così dicevano e dicono, ma tale da permettere alla immaginata nuova Chiesa di poter collaborare con esso per la reciproca crescita nella consapevolezza della verità.
    Un ragionamento che, anche solo in termini lessicali, si regge solo sulla fantasmagoria moderna delle parole, ma che ciò nonostante informò il Concilio, il post-concilio, i papi, i cardinali, i vescovi e un gran numero di anime cattoliche che continuavano a fidarsi della conduzione dei loro “Pastori”.

    La Fraternità, per i fedeli, fu e continua ad essere un baluardo per mantenere viva la vera fede cattolica e la sua pratica. D’altronde, lo stesso Mons. Lefebvre si rese conto che la sua opera finiva con l’assumere una connotazione più ampia della semplice congregazione religiosa. Oltre a supplire alla deficienza della nuova liturgia e alle manchevolezze e agli errori dei moderni pronunciamenti vaticani, essa corrispondeva al bisogno dei fedeli cattolici di rimanere ancorati alla Chiesa, al suo insegnamento bi-millenario e alla visione cattolica del mondo che valuta la modernità per quello che è: il substrato antropologico e culturale per l’avvento dell’Anticristo.

    È per questo che nel 1988, Monsignore decise di operare lo strappo canonico, la posta in giuoco era più onnicomprensiva dell’istanza religiosa di una congregazione, era in giuoco la sopravvivenza di quel mondo che un tempo era la Cristianità e che adesso si era ridotto ad uno sparuto gruppo di chierici e di laici: gli ultimi rimasti a pensare, a ragionare e ad agire, nei limiti del possibile, in termini di imperio di Cristo, unico Re del Cielo e della terra.

    Di fronte ad una necessità tanto importante, e date le circostanze tanto impellenti, il problema della sottomissione all’autorità ecclesiastica poneva di fronte alla coscienza del vescovo cattolico il dilemma di dover seguire prioritariamente la legge canonica, venendo meno alle esigenze dell’onore che gli uomini devono rendere a Dio, oppure di aderire prioritariamente all’imperio di Cristo, trascurando il volere di un papa che aveva scelto la collaborazione col mondo anziché la battaglia cattolica per la sua conversione.
    E questa scelta, Monsignore la fece in piena coscienza e valutando lucidamente le conseguenze canoniche, che non si fecero attendere, neppure quarantotto ore.

    I fedeli, pur perplessi di fronte all’atto di disubbidienza all’autorità ecclesiastica, si resero conto che era incominciata un’altra fase della storia Chiesa: una fase nella quale l’obbedienza a Dio poteva tragicamente passare, purtroppo, per un “no” al Papa, un no fondato, giustificato, corroborato dall’ossequio alle leggi interne della sottomissione all’autorità di Dio, piuttosto che alle leggi esterne dell’ubbidienza all’autorità dei superiori ecclesiastici, tante volte confusi, molte più volte soggiacenti al mondo, troppe volte intenti ad elogiare l’uomo anziché ad adorare Dio.
    Uno strappo, certo, ma uno strappo che equivaleva alla decisione del medico che, piuttosto di permettere la cancrena dell’intero corpo del malato, si risolve ad amputare il solo arto incancrenito. Il malato resterà offeso per tutta la vita, da quel momento la sua esistenza sarà segnata dall’amputazione, sarà un essere debilitato, ma la cancrena non l’avrà avuta vinta ed egli potrà continuare a provvedere alla cura per salvezza della propria anima.

    Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; - dice il Signore – è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco. (Mt. 18, 9)

    L’occhio, dice il Signore. E parla dell’occhio della vista, dell’occhio della mente, dell’occhio del cuore, parla dell’occhio che non è più illuminato dalla luce della verità, ma si è lasciato annebbiare dai fumi del mondo che chiama all’inganno perfino gli eletti, se possibile (Cfr. Mt. 24, 24). Parla di ciò che contraddice la verità e che nella storia della Chiesa si è presentato fin dall’inizio proprio nell’esperienza di San Pietro, il primo Papa, da Nostro Signore eretto a “roccia”, perché ispirato da Dio, al versetto 18, e da Nostro Signore respinto, perché pensa secondo gli uomini, al versetto 23 dello stesso capitolo 16 di San Matteo.
    E i fedeli cattolici si resero perfettamente conto che Mons. Lefebvre aveva sacrificato la sua sorte terrena personale di prelato, al bene della Chiesa per la salvezza delle anime.
    Da quel momento la Fraternità sarà per loro il solo pezzo di Chiesa rimasto per la perpetuazione della fondazione di Nostro Signore e per l’incarnazione della Sua volontà.

    Una responsabilità enorme, che da allora ha gravato sulle loro spalle e sulle spalle di centinaia di sacerdoti che hanno offerto la propria esistenza alla gloria di Nostro Signore Cristo Re.

    Sono passati 40 anni, da allora, quarant’anni durante i quali la anomala posizione canonica di questo resto della Chiesa, rappresentato dalla Fraternità San Pio X, con i suoi chierici e con i laici che godono provvidenzialmente del loro ministero, ha corrisposto alla testimonianza della concreta possibilità di continuare a rimanere cattolici nonostante la pesantezza di tale anomalia.
    Nonostante le famose controverse scomuniche del 1988, la Fraternità ha continuato a rappresentare l’unico punto di riferimento nel mondo cattolico che, come un monito continuo, ha costantemente ricordato a tutti, al di là dei diversi convincimenti, che la Chiesa è una realtà che vive indipendentemente dalle vicissitudini del tempo e dai mutamenti del pensiero umano. Una realtà che ha un’intrinseca ragion d’essere che persiste nonostante il tempo e nonostante gli uomini. Una realtà che nella cesura col mondo conferma la sua natura soprannaturale, definita da Dio in funzione della salvezza eterna delle anime, e in opposizione ai progetti terreni degli uomini.

    Il perdurare di tale opera di testimonianza, ha confermato che l’esistenza della Fraternità, e la sua ragion d’essere, non solo sono assistiti dallo Spirito Santo, senza la cui assistenza, dopo 40 anni - 40 anni che con i tempi moderni equivalgono a 400 anni di una volta - essa si sarebbe sbriciolata, ma corrispondono ad uno stato di necessità che rientra nel piano della Divina Provvidenza. Stato di necessità che realizza una situazione del tutto nuova nella storia della Chiesa: il poter permanere cattolici nonostante le strutture della Chiesa e nonostante le stesse autorità ufficiali della Chiesa, ormai divenute inadempienti.

    Quando Mons. Lefebvre si decise per la rottura con l’autorità, addusse proprio questo stato di necessità, che inevitabilmente non poteva essere riconosciuto dalle autorità ufficiali, proprio perché si fondava su una problematica che era legata a loro e non alla Fraternità.
    I chierici e i laici, come forse lo stesso Mons. Lefebvre, concepirono tale stato di necessità come circoscritto in un certo tempo, destinato a risolversi, presto o tardi, con il ritorno alla normalità di quelle stesse autorità che l’avevano generato.

    Uno stato di necessità che si prolunga oltremodo, finisce col tradursi in un’inaccettabile anomalia. Era questo, ed è questo il convincimento diffuso, sia tra i cattolici “ufficiali”, sia tra il resto dei cattolici raccolti nella e intorno alla Fraternità. Tale che dovrebbe arrivare il momento della fine di tale stato.
    Ora, questo convincimento si basa, più o meno consciamente, sull’idea che la necessità sia scaturita da un accadimento eccezionale, in questo caso dall’orientamento assunto dalle autorità ufficiali in seguito al Vaticano II, e per il quale hanno ritenuto possibile una collaborazione fra la Chiesa e il mondo. Questo è vero, ma è insieme manchevole, poiché tale orientamento non corrisponde ad un’occasionale deviazione dall’insegnamento perenne della Chiesa, bensì ad una sorta di mutamento della forma mentis. Non si è trattato, e non si tratta, di un errore di valutazione, ma di un modo d’essere che trasforma quelli che un tempo erano cattolici in qualcosa di diverso, in ogni caso non più cattolico.

    È questo un punto chiave che è necessario approfondire, poiché diversamente non si riuscirà a inquadrare correttamente il problema.

    La situazione in cui s’è venuta a trovare la Chiesa a partire dal Vaticano II, non è solo il frutto di un processo involutivo vissuto o subito dagli uomini di Chiesa, ma si inquadra nell’inevitabile continuo allontanamento da Dio voluto e affermato dal mondo, per la sua stessa intrinseca natura.
    Il mondo, creato da Dio, non è necessariamente “cosa buona” in forza di questa creazione, né l’uomo, creato a “Sua immagine”, è necessariamente “buono” per questa creazione: primo perché in tal modo è come se si sconoscesse il dato del peccato originale, secondo perché questa stessa creazione a “Sua immagine” implica la componente del libero arbitrio.
    La possibilità che l’uomo, unico tra tutti gli esseri creati, possa scegliere liberamente in forza della capacità cognitiva donatagli da Dio, non è relativa alla possibile scelta tra un bene minore e un bene maggiore, bensì tra il bene e il male. L’uomo è libero, non per scegliere tra due beni, ma per scegliere tra il bene e il suo contrario, tra il restare legato a Dio e l’agire prescindendo da Dio, tra il risalire verso Dio e il discendere lontano da Lui. E questa possibile scelta non è relativa solo all’individuo o all’umanità, poiché l’uomo, posto ad accudire il creato, trascina nel suo movimento, in alto o in basso, tutto il creato. Se l’uomo si muovesse in ogni caso restando legato a Dio, non ci sarebbe stata l’Incarnazione, né ci sarebbe il giudizio finale. Sia l’intervento eccezionale di Dio, con l’incarnazione del Verbo, sia il giudizio finale, con la separazione tra i capri e le pecore, la fine del secolo e il rinnovamento con nuovi cieli e nuova terra, implicano che il movimento temporale dell’uomo e del mondo, del “secolo”, come dice il Vangelo, è un movimento discendente, un movimento di allontanamento da Dio, come peraltro viene più volte ricordato nei Vangeli (cfr. Mt. 24, 12; Lc. 18, 8). Movimento qualitativamente costante, fissato una volta per tutte, ma quantitativamente crescente e che si definisce per la degenerazione sempre più accentuata delle menti e dei cuori.
    Se l’uomo, e con lui il creato, si mantenesse in rapporto con Dio e comunque in una tensione continua verso Dio, non ci sarebbe bisogno della fine del mondo e del suo “rifacimento”, perché tutto rientrerebbe in uno stato più o meno paradisiaco. Invece è proprio la perdita di questo stato che porta l’uomo ad allontanarsi sempre più dal Paradiso, salvo la possibilità offerta da Dio ad ogni singolo uomo, tramite l’Incarnazione e la Redenzione, di ricollegarsi a Lui per assicurarsi la vita eterna, nonostante il continuo richiamo verso il basso a cui deve resistere e a cui deve opporsi. Tale possibilità è offerta ai singoli uomini, non all’umanità nel suo complesso, con la conseguenza che la degenerazione innescata dalla perdita del Paradiso, in generale perdurerà fino alla fine dei tempi.

    È in questa ottica che si colloca la creazione e il perdurare della Chiesa.
    Essa è costituita dall’insieme dei singoli uomini che si ricollegano con Dio, e che per ciò stesso realizzano quella società perfetta che anticipa in terra il Suo Regno. Ma questa società non coincide col mondo, anzi mette meglio in luce, per chi ha occhi per vedere, il distacco da Dio in cui vive il mondo.
    La Chiesa non ha il compito di salvare il mondo, ma le anime che intendono salvarsi per suo tramite, con i mezzi che Dio ha assegnato ad essa a questo scopo. Il mondo continua a scivolare verso il basso, e con esso il modo d’essere degli uomini, fino a quando non si potrà andare oltre e giungerà la fine. Il Paradiso e la vita eterna non sono per il mondo, ma per le singole anime.

    Ciò nonostante, la Chiesa vive nel mondo e risente della sua degenerazione, se non altro perché, essendo composta da uomini, non può prescindere da loro e dallo stato manchevole sempre più accentuato in cui si trovano. Si dice che la Chiesa cammini con le gambe degli uomini, ma questi uomini, per il loro essere un’unità di corpo e di spirito, portano nella Chiesa la loro intera condizione, tale che se santi, portano la santità, se santificabili, portano la caducità. L’essere incorporati nel Corpo Mistico li preserva dalle conseguenze del peccato originale, ma non conferisce loro la santità, se non a condizione che la ricerchino e la meritino. L’imperfezione in questa ricerca e la manchevolezza in questi meriti, non implicano l’automatica esclusione degli uomini dalla Chiesa, ma comportano la presenza e la diffusione nella Chiesa di tali imperfezioni e manchevolezze. Tale che inevitabilmente esse si manifestano, non solo tra i semplici fedeli, ma anche tra i chierici e i vescovi, i cardinali e i papi.

    Insomma, la Chiesa, pur essendo santa e non “di” questo mondo, per il suo dover essere “nel” mondo, risente anch’essa del suddetto movimento discendente, così che mentre il mondo si allontana sempre più da Dio, la Chiesa conosce una progressiva diminuzione della fede, come predetto da Nostro Signore.
    A conferma di questo, se non bastasse l’esame oggettivo della storia della Chiesa, che rivela chiaramente la presenza di questa parabola discendente, si guardi a quanto accaduto col Vaticano II e con i frutti da esso prodotti in questi ultimi 50 anni. Non può trattarsi, e non si tratta, di un accadimento, come pensano certuni, ma si tratta di una tappa avanzata del processo di diminuzione che porta la Chiesa a restringersi sempre più, anche nella comprensione e nella pratica della fede.

    La Divina Provvidenza, che conosceva fin dall’inizio ogni cosa, non permette che si possa giungere alla fine della Chiesa, esattamente come assicurato da Nostro Signore, e suscita nuove possibilità di testimonianza e di sussistenza del collegamento con Dio, per la salvezza delle anime che vogliono salvarsi. È così che nasce la Fraternità San Pio X, ed è per questo che Dio ha permesso che essa sussistesse fino ad oggi, perché, a prescindere dallo stato della compagine ecclesiale, essa potesse rappresentare quel resto che corrisponde alla possibilità di preservazione dei giusti, quelli stessi che permettono di ritardare, finché Dio vorrà, il redde rationem finale.

    Ecco quindi delineato un altro importante elemento della “ragione d’essere della Fraternità”.
    Come il Vaticano II non è stato e non è un episodio passeggero nella vita della Chiesa, così la Fraternità San Pio X non è stata e non è un rimedio passeggero al disastro provocato dal Vaticano II, da alcuni supposto passeggero. Come il Vaticano II ha segnato profondamente la vita della Chiesa, fissando concettualmente e in termini di nuovo cattivo insegnamento il decadimento di essa e delineando una neo-Chiesa sminuita nella dottrina e nella liturgia, una neo-Chiesa sempre meno cattolica e sempre più altro dal cattolicesimo, così la Fraternità San Pio X ha rappresentato e rappresenta la tenuta della Chiesa, la costanza della dottrina e della liturgia, il persistere della Chiesa cattolica di sempre, che non può essere né nuova, né rinnovata, né antica, né moderna.
    Questo elemento, che dovrebbe essere presente nel sentire dei cattolici fedeli alla Tradizione, sembra invece misconosciuto da tanti di essi, poiché sono tanti quelli che si rifiutano di accettare l’idea che il famoso stato di necessità del 1988 sia, in realtà, la condizione oggettiva del nostro tempo, in cui tutti i precedenti parametri di riferimento di tipo ecclesiale sono saltati, di fronte ad un’intervenuta condizione generalizzata di necessità che richiede nuovi approcci e nuovi comportamenti, fondati indubbiamente sulla Tradizione, ma adattati in maniera idonea a far fronte ad un nuovo stato di cose, ad un nuovo tipo d’uomo, ad un nuovo tipo di uomini di Chiesa, ad una nuova autorità ufficiale, ad un nuovo rapporto tra la Chiesa e il mondo, ormai compromesso da quanto realizzato, in pensieri ed opere, dalla neo-Chiesa generata dal Vaticano II.
    I cattolici fedeli alla Tradizione, laici e soprattutto chierici, che misconoscono questo o lo considerano come una semplice opinione escatologica e rimangono legati all’idea di una Chiesa che si risolleva dopo un brutto raffreddore o dopo un brutto colpo da maestro menato occasionalmente da Satana, si predispongono in maniera tale da non poter più fronteggiare la crisi e da non poter individuare i rimedi corretti per perseguire il bene della Chiesa e proseguire l’opera della salus animarum.

    Fatta questa lunga premessa, possiamo passare adesso all’esame di quello che è accaduto in questi anni nella Chiesa, ivi compresa la Fraternità San Pio X.

    I frutti della svolta voluta del Vaticano II, pur nella loro complessità, sono talmente manifesti e noti che oggi abbiamo un papa che a suo modo cerca di mettere delle pezze, ma se non si mette a fuoco l’elemento simbolico, e quindi pregno di significati e di conseguenze pratiche, che attuò nel 1964 Paolo VI, si finisce col valutare certi elementi importanti come fossero degli accadimenti poco significativi.
    La deposizione della tiara effettuata in maniera plateale da Paolo VI, sempre combattuto tra dichiarazioni cattoliche, decisioni pseudo cattoliche e comportamenti anticattolici, è il segno palese e cosciente della fine di un’epoca; l’epoca nella quale, sia pure in maniera confusa, l’idea della Chiesa come mater et magistra, reggitrice del mondo e Corpo Mistico di Cristo, veniva abbandonata per essere sostituita con l’idea nuova di una Chiesa democratica – collegiale in termini ecclesiali moderni - non mater, ma ancilla; non magistra, ma discipula, non reggitrice, ma coadiutrice, non Corpo Mistico, ma compagine umana.
    La deposizione della tiara, spiegata dai nuovi preti della nuova Chiesa con mille disquisizioni più o meno dotte, fu il segno efficace dell’accantonamento della primazia di Cristo sul mondo, come se Nostro Signore fosse venuto solo per fare un bel discorso e non per ricordare a tutti che senza di Lui non si può fare nulla che sia vero e che sia di Dio.

    I papi che seguirono Paolo VI hanno avallato e accentuato questo accantonamento, da papa Luciani, che ha trasformato il simbolo del Regno in reperto da museo, a papa Woityla che ha trasformato la buona novella in un prodotto pubblicitario, a papa Ratzinger che sta trasformando il Corpo Mistico in una sorta di contenitore che accoglie ogni e qualsiasi prodotto della elaborazione umana e della pratica anticristica del mondo.
    I relativi raddrizzamenti che si sono prodotti in questi anni, rientrano nel processo fisiologico di assestamento della diffusione del male: si mettono a punto certe correzioni secondarie per confermare l’andamento intrapreso e per consolidare la malattia.

    Ovviamente, com’è umano, tanti cattolici in buona fede colgono in questi elementi accidentalmente correttivi come dei segni di ripresa, non tanto per il valore reale che essi hanno, quanto per la coltivazione dell’illusione che dopo il forte raffreddore debba necessariamente venire la guarigione. In realtà, qualsiasi riflessione sull’andazzo delle cose di Chiesa in questi ultimi cinquant’anni, dalla liturgia alla dottrina, dalla pastorale alla pratica della fede, rivela che il processo di decadimento e di allontanamento dalla verità si è accentuato con moto accelerato.
    Potremmo fare centinaia di esempi, ma non è questa la sede per un lungo elenco che richiederebbe una altrettanto lunga disamina, ci limiteremo ad accennare solo a qualche esempio: la dichiarazione di cattolicità di gruppi che paradossalmente si assicura manterranno la loro a-cattolicità, come ieri gli anglicani e oggi, a breve, i luterani, o come i carismatici o i neocatecumenali. Ai quali, in nome di una declamata unità parolaia, si affiancano gruppi che dichiarano di voler mantenere la Tradizione, mentre, così facendo, accettano a priori l’equiparazione con quelli che considerano la Tradizione come una palla al piede e praticano una sorta di cristianesimo fai da te che riscuote i plausi del mondo, i suoi incoraggiamenti e il suo sostegno.
    Al nemico che si arrende, ponti d’oro.

    Gruppi di diversa consistenza e origine, che da alcuni anni prolificano ovunque, e non a caso, perfino all’interno della stessa Fraternità San Pio X, dimentichi come sono del fatto elementare che quel poco di maggiore attenzione che si nota in giro verso la Tradizione è dovuta all’esistenza della stessa FSSPX e, soprattutto, al persistere della anomala posizione canonica da essa mantenuta fino ad oggi, nonostante tutto.
    Un altro elemento, questo, che rivela come i germi della dissoluzione si annidano ovunque, anche dove meno ci si aspetta.

    La parabola discendente è così confermata, com’è confermata l’accelerazione del processo, com’è anche confermata l’ancora di salvezza che il Signore predispone per le anime ingenue, perché non si accorgano dell’incremento del disastro, lo scambino per stabilità, e, non scivolando così nella disperazione, non abbandonino la poca fede loro rimasta.
    Una volta si diceva che Dio fa impazzire chi vuol perdere, oggi si potrebbe dire che Dio acceca chi non vuole ancora perdere.

    In questo scenario che può sembrare apocalittico, ma che è del tutto coerente con quanto abbiamo approssimativamente delineato prima, e che è del tutto rispondente alla realtà, certi cattolici fedeli alla Tradizione, ancora in condizioni canoniche problematiche rispetto alle autorità ufficiali della Chiesa, soffrono una sorta di sdoppiamento della personalità.
    Alcuni pensano che il perdurare di tale condizione sia divenuta una cosa non più sostenibile, soprattutto se vista in relazione a loro stessi in quanto persone, che non se la sentono di passare a miglior vita senza aver superato le conseguenze dello stato di necessità. Questo è molto umano, e quindi comprensibile, ma certo non ha niente a che vedere con quello che abbiamo delineato come “la ragione d’essere della Fraternità”.
    I gruppi che si sono separati dalla Fraternità e hanno ritrovato una forma canonica ufficiale a sostegno della loro sopravvivenza, sono stati mossi innanzi tutto dal bisogno tutto umano di mettersi il cuore in pace: impensabile morire in condizioni canonicamente problematiche, come scelse di fare coscientemente e dolorosamente Mons. Lefebvre per il bene della Chiesa e delle anime.
    Al tempo stesso, il rifiuto, conscio o inconscio, dell’analisi oggettiva del decadimento, ha impedito loro di cogliere i segni dell’aggravamento della malattia, anzi li ha indotti a sopravvalutare l’abbassarsi della febbre al mattino, come se si trattasse di un sintomo di guarigione, trascurando di considerare che l’aumento della stessa febbre al pomeriggio rivela chiaramente che il male è ancora lì e non accenna a scemare, anzi rischia di far collassare il malato.

    Facciamo qualche piccolo esempio. Quando papa Ratzinger decide di distribuire la comunione in ginocchio, è inevitabile cogliere un segno della volontà di tornare a gesti e posture cattoliche, ma non è giustificato dedurne che questa volontà di ritorno possa o addirittura debba corrispondere alla ripresa della Tradizione, sia pure in parte.
    Solo chi non ha capito che la parabola discendente non esclude la compresenza di alti e bassi relativi, può scambiare le fisiologiche incrinature in alto per inversione di rotta, e solo chi è portato a leggere la realtà con le lenti della propria aspettativa e della propria speranza meramente umane, può non accorgersi che si può dare la comunione in ginocchio pur continuando ad insegnare che Nostro Signore lo si può servire anche senza essere cattolici. Può non accorgersi che il recupero della Messa tradizionale, per esempio, non corrisponde al recupero della Tradizione, ma all’uso volutamente strumentale di elementi tradizionali per avallare il perdurante impianto antitradizionale, e questo non in mala fede, tutt’altro, in perfetta buona fede, perché chi agisce così è convinto che non vi sia contraddizione tra il Cristo Crocifisso e il mondo che lo rifiuta, è convinto che, essendo la religione cattolica un complesso di esperienze e non un insieme di dottrina e di pratica religiosa, nulla osta che queste esperienze possano essere vissute soggettivamente da chiunque, al di là del fatto che si dichiari o si creda o veramente sia cattolico o perfino non cattolico.
    Solo chi non intende capire tutto questo può scambiare per inversione di rotta la cosiddetta “riforma nella continuità”.

    In questa strana condizione mentale e intellettuale, in cui i chiaroscuri vengono scambiati per colori e le linee ondulate vengono scambiate per linee rette, non stupisce che certi cattolici fedeli alla Tradizione si ingannino sulla reale possibilità di ripresa della Chiesa, e non meraviglia che certuni pensino che per debellare la malattia si possa anche entrare in circolo con essa, nello stesso corpo malato, riuscendo a non rimanerne infettati ed anzi potendo agire quasi come un anticorpo.
    E siamo ancora all’immagine del raffreddore, come se la crisi della Chiesa non si inscrivesse nella generale degenerazione del mondo, tale che ci si illude che si possa estirpare un cancro trasformandolo in una cellula sana.

    E in questa generalizzata e distorta visione si producono analisi e si delineano prospettive diverse. Da chi pensa che si possa invertire la parabola discendente attraverso le semplici dichiarazioni critiche, a chi ritiene che, miracolosamente, basta chiamare cancro il cancro perché questo si trasformi in cellula sana.

    Il Signore non abbandona la sua Chiesa, si dice, dimenticando però che questa Chiesa è quella formata da coloro che credono in Lui, indipendentemente dall’autorità ufficiale o dalla struttura formale. E dimenticando soprattutto la particolare connotazione che caratterizza l’attuale crisi della Chiesa, in forza della quale si è convinti, per esempio, che basti pregare mentre si ammira una degenerazione perché questa diventi incredibilmente una cosa buona. Come affermato ultimamente da Papa Ratzinger a proposito della Cappella Sistina: se si “contempla in preghiera” un’opera che esalta il genio umano, ecco che questa diventerebbe un’opera a gloria di Dio.

    È la parabola delle degenerazioni dottrinali e liturgiche del Vaticano II: si vuol far credere che basterà approfondirle e comprenderle con animo benevolo, perché esse smetteranno di essere degenerazioni e diverranno utili strumenti per la predicazione del Vangelo.

    A questo punto, tenendo presente quanto abbiamo detto fin qui, possiamo esaminare l’evoluzione che si è prodotta in seno alla Fraternità San Pio X.
    Visti gli accadimenti di questi ultimi mesi, non è gratuito porsi la domanda: si va verso il mutamento della ragion d’essere della Fraternità?
    La risposta a questa domanda sarà l’oggetto della seconda parte di queste riflessioni.

    Belvecchio - La ragion d'essere della Fraternità San Pio X
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  9. #9
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    Predefinito Re: FSSPX-Roma: "Siamo tornati al punto di partenza"

    “Non possiamo negare la realtà in nome della fede”

    Il 1° novembre 2012, Nella festa di Ognissanti, Mons. Bernard Fellay ha celebrato la Messa nel seminario di Ecône. Nel corso della predica, dopo aver ricordato il senso spirituale della festa, ha esposto lo stato delle relazioni della Fraternità San Pio X con Roma. – Titolo e sottotitoli sono della redazione di DICI.

    (…) Perché c'è una Fraternità di San Pio X? Perché diventiamo sacerdoti? Non è solo per il piacere di celebrare l'antica messa, è per andare in Paradiso, per salvare le anime! Certo custodendo i tesori della Chiesa, ma con lo scopo di salvare le anime, di santificarle strappandole al peccato, portandole in Paradiso, portandole a Nostro Signore.

    Dove ne siamo con Roma? Permettetemi di esporlo in due punti. In primo luogo, uno sguardo a ciò che è avvenuto. Poi, uno sguardo sul presente e forse sul futuro.

    Prima di tutto ciò che è accaduto. La prova, forse la più grande che abbiamo mai avuto, è dovuta a una combinazione di diversi fattori che si sono verificati nello stesso tempo e hanno creato uno stato di confusione, di dubbio molto profondo che lascia ferite e anche una delle più grandi ferite che ci provoca una pena enorme: la perdita di uno dei nostri vescovi. Non è poco! Ma ciò non è dovuto soltanto alla crisi attuale. E’ una lunga storia, ma che trova qui la sua conclusione.

    Due messaggi contrari da parte di Roma

    Cos'è dunque successo? Credo che il primo elemento sia un problema che si incontra da diversi anni e che ho evocato, almeno dal 2009. Ci troviamo ad affrontare la contraddizione di Roma. C'è stata una manifestazione di questa contraddizione nelle nostre relazioni con la Santa Sede da circa un anno, dal mese di settembre, per il fatto che ho ricevuto attraverso i canali ufficiali dei documenti che esprimevano chiaramente la volontà da parte di Roma di riconoscere la Fraternità, ma era necessario firmare un documento che non potevamo firmare. Nello stesso tempo c'era un'altra linea di informazioni che mi giungeva, e della quale mi era impossibile dubitare dell’autenticità. Questa linea di informazioni diceva, in verità, un’altra cosa.

    Ciò è iniziato a metà agosto, mentre ho ricevuto il documento ufficiale soltanto il 14 settembre 2011. Da metà agosto, una persona del Vaticano ci dice: « Il Papa sta per riconoscere la Fraternità e ciò si farà come al momento delle scomuniche, cioè senza contropartita ». Ed è in questo stato d'animo che mi disponevo alla riunione del 14 settembre preparando gli argomenti, dicendo: « Ma avete attentamente riflettuto su quello che state facendo? Come volete fare? Non funzionerà ». E infatti, il documento che ci è stato presentato era completamente diverso da quello che ci era stato annunciato.

    Non ho avuto una sola fonte, ho avuto diverse comunicazioni che dicevano la stessa cosa. Un cardinale ha dichiarato: «Sì, è vero, ci sono divergenze, ma è il Papa che lo vuole ». Questa stessa persona che ci aveva dato queste informazioni ci ha detto, dopo che abbiamo ricevuto il documento ufficiale: «Questo non è ciò che vuole il papa » Contraddizione!

    Cosa bisognava fare? Vista la serietà delle informazioni che ci indicavano che il papa voleva fare qualcosa - ma fino a che punto? - ero obbligato a verificarlo. Ma era impossibile comunicare ciò ai fedeli. Questo giungeva attraverso canali informali, ma molto vicini al papa. Vi cito alcune delle frasi che mi giungevano. Prima di tutto questa: « So bene che sarebbe più facile per me e per la Fraternità rimanere al punto in cui si è » . Ciò che mostra chiaramente che egli è consapevole che avrà lui stesso problemi, e anche noi. Ma fino a che punto vuole andare?

    Altre affermazioni del Papa : «La Fraternità sappia che la soluzione del problema è al cuore delle priorità del mio Pontificato ». O ancora: « Ci sono uomini in Vaticano che stanno facendo tutto il possibile per buttare a monte i progetti del Papa ». E quest'altra : « Non temete, poi potrete continuare ad attaccare, quanto volete, proprio come adesso ». E quest'altra affermazione: « Il Papa è al di sopra della Congregazione per la Dottrina della fede, anche se la Congregazione per la Dottrina della Fede prende una decisione negativa nei vostri confronti, il Papa la oltrepasserà ».

    Questo è il tipo di informazioni che mi arrivavano. Ovviamente ciò non è chiaro, quando da un lato vi sono documenti ufficiali, a cui si deve dire di no, perché ci chiedono di accettare il Concilio e ciò non è possibile, e quando invece dall'altro lato vi sono comunicate tali informazioni. Ciò nonostante ho fatto una prima risposta in cui rifiutavo. Qualcuno mi ha telefonato per dirmi: « Non potreste essere un po' più preciso? » Ho scritto una seconda volta. Non erano più contenti rispetto alla prima.

    Arriviamo così al 16 marzo, quando mi si presenta una lettera, dicendo: « Questa lettera viene dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, ma è approvata dal Papa ». Se non avessi avuto in mano che questa lettera, le nostre relazioni con Roma sarebbero chiuse, perché essa diceva che non si ha il diritto di opporre il Magistero del passato a quello di oggi. Quindi nessuno ha il diritto di dire che oggi le autorità romane sono in contraddizione rispetto a ieri. Diceva anche che rifiutare il testo del 14 settembre, documento esplicitamente approvato dal Papa, equivaleva di fatto a rifiutare l'autorità del papa. C'era anche un riferimento ai canoni che parlano di scisma e sulla scomunica per scisma. La lettera continuava: « Il Papa, nella sua bontà, vi lascia un altro mese per riflettere, se volete tornare sulla vostra decisione, informatene la Congregazione per la Dottrina della Fede ». Dunque è chiaro! Non c'è più niente da fare. Questa lettera che mi arriva dal canale ufficiale chiude il dibattito. È finita. Ma al tempo stesso, ricevo un parere informale che mi dice: « Sì, riceverà una lettera dura, ma mantenga la calma », o ancora: « Niente panico ».

    La lettera al Papa e la sua risposta

    È perché ci sono stati interventi di questo tipo, che mi sono permesso di bypassare la Congregazione per la Dottrina della Fede e di scrivere direttamente al Papa. Anche perché mi sono reso conto che il punto più delicato delle nostre relazioni era il seguente: le autorità romane erano persuase che in teoria dicevamo di riconoscere il Papa, ma in pratica rigettavamo tutto. Esse sono convinte che per noi, dal 1962, non c’è più niente: più nessun Papa, più nessun Magistero. Ritenevo che dovevo correggere questo, perché non è vero. Respingiamo molte cose, non siamo d'accordo con molte cose, ma quando diciamo di riconoscerlo come papa, è la verità; lo riconosciamo veramente come papa. Riconosciamo che è perfettamente in grado di compiere atti papali.

    E così mi sono permesso di scrivere. Si trattava ovviamente di una questione delicata, perché era necessario dire al tempo stesso che si era d'accordo e che non si era d’accordo. Questa lettera estremamente delicata sembra essere stata approvata dal papa e persino in seguito dai cardinali. Ma nel testo che è stato presentato a me nel mese di giugno, tutto quello che avevo rimosso perché non poteva essere accettato era stato reinserito.

    Quando mi hanno consegnato questo documento, ho detto: « No, non firmo questo, la Fraternità non firma ». Ho scritto al Papa: « Non possiamo sottoscrivere questo », spiegando: « Fino ad ora, dal momento che non siamo d'accordo sul concilio e poiché lei desidera, a quanto pare, di riconoscerci, avevo pensato che fosse disposto a mettere da parte il Concilio ». Ho dato un esempio storico, quello dell'unione con i Greci in occasione del Concilio di Firenze, in cui non si è raggiunto un accordo sulla questione dell'annullamento del matrimonio a causa di infedeltà. Gli ortodossi pensano che questo è un motivo che può annullare un matrimonio, la Chiesa cattolica no. Non si sono messi d’accordo. Che cosa hanno fatto? Hanno messo da parte il problema. Si vede molto chiaramente la differenza tra il decreto per gli Armeni, dove si parla della questione del matrimonio, e il caso dei greci, dove essa è omessa. Ho fatto questo riferimento dicendo: « Forse si può fare la stessa cosa, forse pensa che sia più importante riconoscerci come cattolici piuttosto che insistere sul Concilio. Ma ora con il testo che ci si consegna, penso che mi sono sbagliato. Allora diteci cosa volete davvero. Perché queste domande seminano confusione tra noi ».

    Il Papa mi ha risposto con una lettera del 30 giugno in cui pone tre condizioni:

    La prima è che dobbiamo riconoscere che il Magistero è il giudice autentico della Tradizione apostolica, questo significa che è il Magistero che ci dice ciò che appartiene alla Tradizione. Questo è vero. Ma, ovviamente, le autorità romane desiderano utilizzarlo per dire: riconoscete ciò, e dunque ora noi decidiamo che il Concilio è tradizionale, e dovete accettarlo. Il che, per inciso, è la seconda condizione.
    E necessario per noi accettare il fatto che il Concilio è parte integrante della Tradizione, della Tradizione apostolica. Ma qui noi affermiamo che la constatazione quotidiana ci dimostra il contrario. Come si potrebbe dire tutto in una volta che questo Concilio è tradizionale? Per essere in grado di dire una cosa del genere, bisogna aver cambiato completamente il significato del termine «Tradizione ». E infatti ci rendiamo conto chiaramente che hanno cambiato il significato della parola « Tradizione », perché non è senza significato che il Concilio Vaticano II ha respinto la definizione di San Vincenzo di Lérins, che è la definizione del tutto tradizionale: « Ciò che è creduto da tutti, ovunque, e sempre ».
    « Ciò che è stato creduto » è un oggetto. Ora, per loro, la Tradizione è qualcosa di vivo, non è più un oggetto, è quello che chiamano la « Chiesa soggetto », è la Chiesa che cresce. Questo è tradizione, che di epoca in epoca fa cose nuove e accumula, e questo accumulo è una tradizione che si sviluppa, che aumenta. Questo senso è anche vero, ma è secondario.
    In terzo luogo, è necessario accettare la validità e la liceità della Messa Nuova

    Avevo mandato a Roma i documenti del Capitolo Generale, la nostra dichiarazione finale che è chiara, e le nostre condizioni per l'eventuale, quando sarà il momento, accordo in merito a un possibile riconoscimento canonico. Queste sono le condizioni senza le quali è impossibile per la Fraternità vivere; ciò sarebbe semplicemente auto-distruzione. Perché accettare tutto ciò che è accaduto oggi nella Chiesa sarebbe distruggere noi stessi. Sarebbe abbandonare tutti i tesori della tradizione.

    Perché ci sono queste contraddizioni a Roma?

    La riconciliazione proposta, infatti, equivale a riconciliarci con il Vaticano II. Non con la Chiesa, non con la Chiesa di sempre. D’altra parte non c'è bisogno di riconciliarsi con la Chiesa di sempre, noi vi apparteniamo. Roma afferma: « Non abbiamo ancora ricevuto la risposta ufficiale ». Ma per tre volte ho risposto che non si poteva; che non continuavamo su questa strada.

    Non molto tempo fa, abbiamo avuto una presa di posizione del presidente della Ecclesia Dei, che è allo stesso tempo il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che affermava che le discussioni con la Fraternità sarebbero chiuse. Sabato scorso, una nuova dichiarazione della Ecclesia Dei, dice: « No, bisogna concedere loro un po' di tempo; è comprensibile che dopo trenta anni di dibattito abbiano bisogno di un certo lasso di tempo, si vede che hanno un ardente desiderio di riconciliarsi ». Ho l'impressione che ce l'hanno più di noi. E noi ci chiediamo: cosa sta succedendo?

    Ovviamente questo ancora una volta semina confusione, ma non dobbiamo permettere di lasciarci turbare. Noi continuiamo per la nostra strada. Semplicemente. Avete qui, ancora una volta, una manifestazione della contraddizione che si trova a Roma. Perché c'è contraddizione? Naturalmente, perché ci sono persone che vogliono continuare lungo la strada moderna, lungo il cammino di distruzione, di demolizione, e poi ci sono altri che stanno cominciando a rendersi conto che ciò non funziona e che ci vogliono bene. Ma possiamo mettere la nostra fiducia in loro? Dipende dalle circostanze, non è sufficiente volerci bene.

    In tutte queste discussioni, sono arrivato alla conclusione - e credo che questo spiega ciò che sta accadendo -, che il papa davvero, molto seriamente vorrebbe riconoscere la Fraternità. Tuttavia le condizioni che egli pone sono impossibili per noi. Le condizioni che si trovano nella sua lettera sono per noi semplicemente impossibili.

    Riconoscere che il Concilio è tradizionale! Mentre tutto ciò ci rivela il contrario! Cinquant'anni di storia della Chiesa manifestano il contrario! Affermare che la nuova Messa è buona! Anche in questo caso si devono solo aprire gli occhi per vedere il disastro. L'esperienza che abbiamo avuto in questi ultimi anni con i sacerdoti che vengono a trovarci è istruttiva. Ho di nuovo avuto uno di questi incontri, poco tempo fa. Ero in Argentina, dove ho conosciuto un prete relativamente giovane che non sapeva assolutamente nulla di Tradizione; stava scoprendo la Messa. Era la prima volta che ha visto una Messa tradizionale: fino a poco tempo fa non ne conosceva nemmeno l’esistenza. Qual è stata la sua reazione? Ha detto che era terribilmente frustrato, arrabbiato con coloro che gli avevano nascosto questo tesoro! Ecco la sua reazione: «Questa è la Messa? E non ce lo hanno mai detto! ».

    La tradizione è un tesoro, non un arcaismo

    La strada che conduce fuori da questa crisi è molto semplice. Se vogliamo parlare di una nuova evangelizzazione – poco importano i termini - l'unico modo per uscire dalla crisi è quello di tornare a ciò che la Chiesa ha sempre fatto. E’ molto semplice, non è complicato. Non significa fare dell’ arcaismo. So bene che viviamo nel mondo di oggi. Non stiamo vivendo ieri o l'altro ieri, ci sono - è vero - nuovi problemi, ma ci sono anche le soluzioni di Dio! Queste soluzioni sono eterne. Sappiamo che in nessun momento vi è una situazione nella nostra vita in cui saremmo privi della grazia. Ogni volta che vi è una scelta, che c'è una tentazione, Dio ci dà la grazia proporzionata alla situazione, in modo da superarla. I comandamenti di Dio sono validi oggi come ieri. Dio rimane Dio, ricordiamolo!

    Quindi, quando ci dicono che è necessario adattarsi al mondo, adattarsi al suo linguaggio ... o altre cose, è necessario cercare spiegarsi. Per questo non abbiamo bisogno di cambiare la Verità. La strada verso il Paradiso rimane sempre un cammino di rinuncia al peccato, a Satana e al mondo. Questa è la prima condizione che troviamo nelle promesse battesimali: « Rinunci a Satana? Rinunci alle sue opere ? » Questa è sempre la strada, on ce né nessun altra. Oggi si fanno tanti discorsi circa i divorziati risposati. L'anno scorso i vescovi tedeschi hanno detto che uno dei loro obiettivi era quello di arrivare alla comunione per i divorziati risposati. Ebbene la Chiesa, e non solo la Chiesa ma Dio stesso, ci dicono: no, occorre prima di tutto regolare immediatamente questa situazione. Dio dà la grazia a coloro che sono in una situazione difficile. Nessuno dice che sia facile! Quando un matrimonio è spezzato, si tratta di una tragedia, ma Dio concede la grazia. Coloro che sono in questo stato devono essere forti, e la Croce di Nostro Signore li aiuta, ma non si può ratificare [i secondi matrimoni] o fare come fanno qui nella diocesi di Sion, dove c’è un rituale per benedire queste unioni. Non lo si dice troppo forte, ma è una realtà! Ora, si tratta di benedire il peccato; e ciò non può venire da Dio! I sacerdoti o i vescovi che fanno questo conducono le anime all'inferno. Stanno facendo esattamente il contrario di ciò che essi sono stati chiamati a fare quando sono diventati sacerdoti o vescovi.

    Questa è la realtà della Chiesa che fronteggiamo! Come si può essere d’accordo con tutto ciò? E’ questo il dramma della Chiesa che abbiamo di fronte.

    Adesso, per parlare del futuro, ciò che cercheremo di fare con le autorità romane è dire loro che non serve a nulla pretendere che la Chiesa non può sbagliare in nome della fede. Perché, a livello di fede, noi siamo completamente d'accordo circa l'assistenza dello Spirito Santo, ma è necessario aprire gli occhi su ciò che sta accadendo nella Chiesa! Bisogna smettere di dire: la Chiesa non può fare nulla di male, quindi la nuova Messa è buona. Bisogna smettere di dire: la Chiesa non può errare, e quindi non vi è alcun errore in seno al Concilio. Ma guardate la realtà, dunque! Non ci può essere contraddizione tra la realtà che conosciamo e la fede. È lo stesso Dio che ha fatto le due. Pertanto, se vi è una contraddizione apparente, vi è certamente una soluzione. Forse non ce l’abbiamo ancora, ma non si deve negare la realtà in nome della fede! Ora, questa è veramente l'impressione che si ha quando si considera ciò che Roma vuole imporci oggi. E qui rispondiamo: non possiamo. Questo è tutto.

    Quindi, qualunque cosa accadrà, noi continuiamo! Sappiamo bene che un giorno questa prova, prova che tocca tutta la Chiesa, finirà, ma non sappiamo come. Cerchiamo di fare tutto ciò che possiamo. Non bisogna aver paura. Dio è al di sopra di tutto ciò, ne resta il dominatore. E’ questo che è straordinario. E la Chiesa, anche in questo stato, resta santa, capace di santificare. Se oggi, carissimi fratelli, riceviamo i sacramenti, la grazia, la fede, è attraverso questa Chiesa Cattolica Romana, non attraverso i suoi difetti, ma certamente per questa chiesa, reale, concreta. Non è un'immagine, non è un'idea, è una realtà di cui l'aspetto più bello che oggi celebriamo è il Paradiso. Ebbene, il Paradiso si prepara quaggiù. Questa è la bellezza nella Chiesa, questo combattimento terrificante, straordinario con le forze del male nel quale la Chiesa si trova, e anche in questo stato di sofferenza terribile in cui si trova oggi, è ancora in grado di trasmettere la fede, di trasmettere la grazia, i sacramenti. Anche noi, se amministriamo questi sacramenti e trasmettiamo questa fede, è attraverso questa Chiesa, è in nome di questa Chiesa; lo facciamo in quanto strumenti e membri della Chiesa cattolica.

    Che i santi del cielo, gli angeli possano venire in nostro aiuto e ci sostengano! Ovviamente non è facile, certamente abbiamo timore. E’ ciò dice il Graduale di oggi. È necessario aver timore di Dio. Dio dà tutto a coloro che lo temono. Non dobbiamo avere paura di avere timore del Signore. Il timore del Signore è l'inizio della saggezza. Che essa ci conduca attraverso i labirinti della vita di quaggiù verso il cielo, dove la Beata Vergine Maria, Regina di tutti i Santi, Regina degli Angeli, è realmente la nostra protettrice, veramente la nostra Madre. Se diciamo di Nostro Signore che Egli vuole essere tutto in tutti, dobbiamo dire quasi la stessa cosa della Beata Vergine. Abbiamo una madre in cielo che ha ricevuto da Dio un potere straordinario, il potere di schiacciare la testa di Satana, il potere di schiacciare tutte le eresie. Quindi possiamo anche dire che lei è la madre della fede, la madre della grazia. Avviciniamoci a lei. Consacriamogli le nostre vite, le nostre famiglie, le nostre gioie, le nostre sofferenze, i nostri progetti, i nostri desideri. Sia Lei a condurci a fino al porto eterno perché possiamo sempre godere della felicità eterna con tutti i Santi, questa visione di Dio che è la visione beatifica. Così sia. Amen.

    “Non possiamo negare la realtà in nome della fede”
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: FSSPX-Roma: "Siamo tornati al punto di partenza"

    Omelia di Mons. Bernard Fellay
    pronunciata l'11 novembre 2012 a Parigi
    nel corso della S. Messa celebrata nella chiesa di
    Saint Nicolas du Chardonnet

    dove parla della situazione della Fraternità negli ultimi mesi


    L'omelia è stata pubblicata sul sito ufficiale della Fraternità in Francia
    La Porte Latine

    Presentazione di La Porte Latine

    L'11 novembre 2012, Mons. Bernard Fellay ha celebrato la Messa nella chiesa di Saint-Nicolas du Chardonnet, a Parigi.
    Nel corso di un'omelia forte e chiara, è ritornato su questi mesi di sofferenze, di confusioni e di tormenti tra noi, e ha dichiarato che noi ci troviamo allo stesso punto di Mons. Lefebvre nel 1974, e ha posto l'interrogativo di sapere dov'è che Roma veda la continuità nel concilio Vaticano II. Dove? Ad Assisi?, Nel bacio del corano?


    Caro Superiore del Distretto, cari Reverendi, carissimi fedeli,

    Abbiamo appena ascoltato, nel Vangelo, la parabola della zizzania; misteriosa, proprio misteriosa questa realtà della zizzania. È Nostro Signore che ce la insegna. E che ci dice che il Regno di Dio – quand’Egli parla del Regno di Dio è innanzi tutto e prima di tutto la Chiesa – è paragonabile ad un campo, e il Padrone, il Padrone è Dio, ed Egli fa solo del bene, e pianta solo del buon grano. Così fa Dio. La sua grazia, la sua bontà. Poi questo mistero si può estendere molto più in là che la sola Chiesa, al mondo intero. E Dio è anche il Padrone di tutto questo mondo, ed ecco che tutt’a un tratto, in mezzo a questa azione benefica, benevola – noi sappiamo che Dio è il Padrone di tutto – ecco che tutt’a un tratto compare la zizzania, l’erba cattiva, il male.

    Stupore, stupore degli Angeli, stupore di questi operai del campo: «Ma, Signore, non avete piantato solo del buon grano?». Risponde il Padrone: «È il Nemico che ha fatto questo».
    Questa risposta, com’è formulata qui, potrebbe lasciar supporre che il Buon Dio non può farci niente. Comprendiamo bene, non è il Buon Dio che l’ha fatto… Certo, ma Egli rimane il Padrone!
    Il mistero diventa ancora più grande. Dio lo permette. Egli avrebbe potuto impedire quest’erba cattiva. Egli lo permette. Egli permette che questo Nemico, il Demonio, pianti quest’erba cattiva. Egli permette che noi stessi – perché Egli ci ha fatti liberi – possiamo decadere, fare del male. Egli non lo vuole. Egli vuole solo del buon grano.

    Ma ecco, ecco nella nostra storia, nella storia della Chiesa: il male, la sofferenza, la zizzania; e nel mondo: lo scandalo, lo scandalo di tante e tante persone. Ma lo scandalo va ancora più in là. Ed ecco che questi Angeli, ministri di Dio, potenti, forti, che vogliono solo il bene, si offrono per estirpare quest’erba cattiva, per strapparla… finirla, finirla con questo male. E il Padrone dice: «no, no, bisogna lasciarla, bisogna lasciare questa mala erba!».

    È questo il mistero che riscontriamo nella Chiesa, la Chiesa che d’ora in avanti deve dirsi militante, bisogna combattere, vi sarà una battaglia fuori e anche dentro. E fino alla fine.
    E tuttavia, tuttavia è proprio il Padrone – l’avete sentito nell’Epistola – che ci dice che prima di tutto è l’amore, l’amore è l’unione, è Lui che ha detto che questo segno sarà il segno stesso dell’autenticità della Chiesa, questa unione dei membri.
    Ed anche San Paolo ci dice questa parola terribile, ma che corrisponde al senso di questa parabola della zizzania: «Oportet heraeses esse». Bisogna che ci sa la divisione. La cosa è contraddittoria.
    Ed è Nostro Signore che spiega ai Suoi Angeli che levarla, levare queste male erbe, farà più male che bene. E dunque bisogna lasciarle.
    Questo non vuole assolutamente dire che Dio tutt’a un tratto non sarebbe più il Padrone di tutte le cose. Oh, no! E d’altronde Egli l’annuncia questa padronanza, dicendo che al momento del raccolto si farà la distinzione. A quel punto, l’erba cattiva verrà bruciata, separata dal buon grano.
    Quelli che fanno il male, che pensano di farlo impunemente perché non vedono la punizione immediata, che stiano attenti! Dio resta Dio.
    E viene il giorno in cui Egli manifesta la Sua Sovranità. Con Dio non si scherza. È la sacra Scrittura che ce lo dice, ed è evidente, lo si sa.

    Ma ecco, vi è questo mistero del Buon Dio che permette quaggiù, a causa del peccato, a causa delle conseguenze del peccato, ebbene, noi dobbiamo batterci.

    E questo mistero ci ha toccati un po’ più intimamente in questi ultimi mesi. Noi l’abbiamo visto fin nella nostra cara Fraternità: una confusione, una mala erba, una zizzania, un disordine. Dio l’ha permesso, come lo permette nella Chiesa, come lo permette, si può dire, in ogni società. È un grande mistero del Buon Dio.

    E si sa anche di un altro modo, ma che si equivale, ritorna sempre in qualche modo alla stessa cosa, Nostro Signore dice ai Suoi Apostoli, se un ramo non porta frutto, ebbene, il contadino lo taglia. E continua dicendo, ma anche quelli che portano buon frutto saranno tagliati… affinché portino altro frutto.
    Grande mistero! Grande mistero quest’annuncio di sofferenze che, nel piano di Dio, ebbene, sono necessarie, e che noi comprendiamo così male.

    Ogni volta che facciamo del bene, ogni volta che facciamo uno sforzo verso il bene e che riusciamo in questo sforzo verso il bene, automaticamente ci aspettiamo dal Buon Dio uno sguardo benevolo, una bontà, dunque qualcosa che ci faccia del bene. E quando il Buon Dio risponde con un colpo, non si capisce più. E tuttavia, tuttavia questo non è un colpo cattivo, è un colpo, certo. Tagliare un ramo, non è cosa che fa bene. E tuttavia… Affinché esso porti più frutto… Grande mistero!

    Voglio guardare con voi, molto brevemente, a questi mesi che hanno causato non poche sofferenze, per trarne qualche lezione; anche al fine di poterci ritrovare, se è necessario. Voi sapete che questi tempi di disordine – sì, parlo delle nostre relazioni con Roma e di ciò che ha prodotto delle reazioni tra noi, come una delle conseguenze dolorose, la perdita di uno dei nostri vescovi… che non è cosa da poco! E qui tengo a precisare e a confermare che non è stato il problema delle nostre relazioni con Roma ad essere la causa di questa partenza. Questa è stata l’occasione, la conclusione di un problema che durava da tanto tanto tempo. Un problema di disciplina interna alla Fraternità. Che alla fine si è manifestato con una sorta di ribellione aperta contro l’autorità, diciamo con un falso pretesto.

    Provo a spiegarvi un po’ di più. Cos’è successo in tutti questi mesi? Dove si trova la causa di tutti questi trambusti! Penso che essa è molteplice, ma la base, la base è una contraddizione a Roma. Contraddizione che avevamo constatato, che avevamo già spiegata fin da almeno il 2009.

    Contraddizione che, direttamente per noi, si manifesta nelle decisioni, nelle dichiarazioni della stessa autorità, cioè della Santa Sede, ma che vengono da persone diverse della Santa Sede, e sono dichiarazioni diverse, opposte e anche contraddittorie. E ci sembra che questo si verifica perché a Roma, le persone che sono là hanno delle posizioni divergenti, anche in rapporto alla crisi, e poi in rapporto a noi. E d’altra parte, si vede proprio che a Roma vi è un frazionamento nell’esercizio dell’autorità.
    Da cui una difficoltà che esiste già da diversi mesi, da diversi anni, circa il comprendere cosa voglia veramente il capo, cioè il Santo Padre, il Sommo Pontefice. In linea di principio, ciò che si chiama la Santa Sede, il Vaticano, è nelle sue mani. Non si fa distinzione tra la Santa Sede e il Papa. Quando diciamo Roma, parliamo di questo insieme, di questa autorità nella Chiesa. È così che dovrebbe essere. Ma nella realtà, si vede, l’abbiamo constatato più di una volta, quello che chiamiamo sabotaggi dell’autorità, in particolare quando le decisioni sono state prese a favore della Tradizione.
    Uno dei più manifesti è relativo alla Messa. E questa volta questa opposizione non è solo a Roma, ma un po’ dappertutto nelle diocesi, si vede questo sabotaggio dei vescovi che ostacolano, che impediscono ai sacerdoti e ai fedeli di accedere alla Messa di sempre.

    In questo clima, noi abbiamo avuto delle discussioni, dei colloqui dottrinali che sono finiti in niente. In una constatazione di non-intesa.
    Nondimeno, dopo questi colloqui – cosa che per noi è stata causa di grande stupore, di sorpresa – la Santa Sede fa una proposta di soluzione canonica. E mentre da un lato – dal canale ufficiale della Congregazione della Fede e della Commissione Ecclesia Dei – ci vengono consegnati dei documenti da firmare o da discutere, entrambe le cose… contemporaneamente riceviamo da delle persone che lavorano negli stessi ambienti, negli stessi uffici Ecclesia Dei o tramite un cardinale, un messaggio che differisce dalla linea ufficiale.
    Fra poco il Papa riconoscerà la Fraternità come ha fatto per le scomuniche, senza contropartita da parte della Fraternità. La cosa evidentemente pone molti problemi in una situazione del genere, ma essa non corrisponde affatto al testo che ci si propone.

    In seguito, queste stesse persone ci diranno: “ma questi testi che vi propongono non corrispondono a quello che vuole il Papa”.
    E questo doppio messaggio dura per dei mesi.

    Ai messaggi ufficiali, in cui ci si chiede di accettare quello che nei colloqui è stato dichiarato come non accettabile da parte nostra, la nostra risposta è no, non si può – ebbene, mentre noi riceviamo queste risposte ufficiali, continuano questi messaggi… bisogna dirlo, di benevolenza, e ci è impossibile mettere in dubbio la loro origine. E l’origine è ben in alto.

    Vi ripeto alcune di queste frasi:
    “che la Fraternità sappia che risolvere i problemi della Fraternità è al cuore delle mie preoccupazioni”, oppure “è una priorità del mio pontificato”. Questo con l’intenzione di risolvere il problema.

    Quanto ai mezzi, altre frasi del genere:
    “vi sono dei nemici a Roma che sabotano tutte le iniziative del Papa a favore di una restaurazione”; oppure: “Che Mons. Fellay non si inquieti, dopo questo riconoscimento egli potrà continuare ad attaccare tutti i punti come prima”. O ancora più forte: “Il Papa è al di sopra della Congregazione della Fede. Se la Congregazione della Fede prende una decisione contraria alla Fraternità, ebbene, il Papa interverrà per cassare tale decisione”.

    Potevamo ignorare totalmente questa seconda linea?
    Bisognava necessariamente verificarla, verificare la sua autenticità, la sua veridicità.
    Ma era strettamente impossibile parlarne, comunicarla. Perché questo avrebbe reso le cose ancora più complicate.

    Alla fine, si può dire a partire dal mese di maggio, le cose hanno incominciato a chiarirsi, e nel mese di giugno, si è giunti infine alla chiarezza. Perché?
    Perché io finisco con l’unire, per così dire, questi due canali, scrivendo.
    E scrivo al Papa dicendogli che per un momento, visto che Lei conosce la nostra opposizione al Concilio e visto che nondimeno Lei vuole riconoscerci, io ne avevo dedotto che era disposto a mettere da parte o a rimandare a più tardi questi problemi del Concilio. Tra l’altro, questo vorrebbe dire degradare il Concilio, renderlo soggetto a opinioni, a discussioni – poiché si è parlato di discussioni possibili, perfino legittime. Dunque, io ho pensato che, visto che Lei fa questo gesto verso di noi, malgrado il problema, vuol dire che Lei stima più importante dichiarare cattolica la Fraternità piuttosto che mantenere ad ogni costo questo Concilio, ma quando alla fine io vedo che Lei stesso sembra imporre il Concilio, devo dedurne che mi sono sbagliato. Allora, ci dica, per favore, cos’è che Lei vuole veramente.

    E ho ricevuto una risposta, una lettera, una risposta scritta, datata 30 giugno.
    E in questa lettera del 30 giugno è detto che è lui stesso, il Papa, che è intervenuto per obbligare all’accettazione del Concilio, per reintrodurre nel testo tutto quello che io avevo tolto e che non potevamo firmare, e che così è stato rimesso. Ed egli continua dicendo che per arrivare ad un riconoscimento giuridico vi sono tre condizioni. Tre cose da accettare da parte della Fraternità.

    Accettare che “il magistero è il giudice della Tradizione apostolica”, vale a dire che è il magistero che ci dice ciò che appartiene alla Tradizione. Questo è di fede. È evidente che, visto il contesto, egli utilizza questo per obbligarci ad accettare le novità.

    E soprattutto, ci ha chiesto di accettare che “il Concilio fa parte integrante di questa Tradizione”. Cosa che vuol dire che il Concilio sarebbe la Tradizione, tradizionale.
    È da quarant’anni che si dice il contrario, non per nostro piacere, ma secondo questa parola che si può dire consacrata, che si ritrova tantissime volte nella bocca del nostro venerato fondatore: siamo obbligati a constatare, sono i fatti che ci dimostrano che questo Concilio ha avuto la volontà, ha voluto, non chissà quale novità, non una novità superficiale, ma una novità profonda e logicamente in opposizione, in contraddizione con ciò che la Chiesa aveva insegnato e perfino condannato.
    Non è per il nostro piccolo piacere che noi ci troviamo in questa battaglia da tantissimi anni. Contro queste novità, queste riforme conciliari che demoliscono la Chiesa e la riducono in rovina. Ed ecco che ci si dice che la condizione da accettare è che “il Concilio fa parte integrante della Tradizione”.

    E ancora un’altra condizione, quella che riguarda la Messa. Dobbiamo accettare la validità della nuova Messa, non solo la validità, ma anche la liceità. Si parla di validità quando si tratta della cosa in sé, una Messa celebrata validamente significa che il Signore è là. Non riguarda le circostanze nelle quali essa è celebrata. Anche una Messa nera può essere valida. È terribile, è un sacrilegio terribile, ma è così, vi sono dei preti, sì, dei preti che consacrano quella che si chiama una Messa nera. Ebbene, essa è valida. E voi capite che prendendo quest’esempio scioccante, si capisce che questo non è permesso, che non è lecito perché è malvagio. Ebbene, lecito vuol dire permesso perché è buono. E noi abbiamo constatato le devastazioni di questa nuova Messa, abbiamo constatato com’è stata fatta, a quale scopo è stata fatta, per l’ecumenismo. E ne vediamo i risultati: la perdita della fede, le chiese svuotate; e diciamo: è malvagia. È questo che ho risposto a Roma. D’abitudine, noi non parliamo neanche di liceità, diciamo semplicemente che essa è malvagia. Questo basta.

    Ecco, miei cari fratelli, la situazione. Ed ecco perché è evidente che dal mese di giugno – l’abbiamo annunciato alle ordinazioni – le cose sono bloccate. È un ritorno al punto di partenza. Noi ci troviamo esattamente allo stesso punto di Mons. Lefebvre negli anni 1975, 1974. E dunque la nostra battaglia continua. Noi non abbandoniamo l’idea di riguadagnare un giorno la Chiesa, di riconquistare la Chiesa alla Tradizione. La Tradizione è il suo tesoro, il tesoro della Chiesa. Ebbene, noi continuiamo, in attesa del giorno felice… che verrà. Quando? Non ne sappiamo niente. Lo vedremo. Esso sta nel segreto del Buon Dio. Verrà questo giorno in cui la zizzania sarà estirpata, questo male che fa soffrire la Chiesa. Quella che noi viviamo è probabilmente la crisi più spaventosa che la Chiesa abbia mai sofferto. Dove si vedono i vescovi, i cardinali, che non conducono più le anime al Cielo, ma che benedicono le vie dell’Inferno. Che non avvertono più le anime dei pericoli che esse corrono qui sulla terra. Che non le richiamano più allo scopo della loro esistenza… lo scopo, che è il Buon Dio., che è l’andare in Cielo. E che non vi sono trentasei cammini per andarci, ma solo il cammino della penitenza, il cammino della rinuncia. Non tutto è permesso. Vi sono i Comandamenti del Buon Dio. E se non li si vuole rispettare, ci si prepara per l’Inferno. Quante volte ascoltiamo queste parole dalla bocca di un vescovo? Quanti vescovi probabilmente non le avranno mai pronunciate? Noi conosciamo dei seminaristi, moderni, che sono arrivati alla fine del loro seminario e che ci hanno detto: “Non abbiamo mai sentite queste parole in seminario!” Eppure, è la conseguenza diretta del peccato.

    La nostra vita sulla terra, ebbene, è una prova. Noi dobbiamo dimostrare al Buon Dio che Lo scegliamo, Lui, e che dunque rinunciamo ai nostri amori, all’amore per le cose della terra, che noi preferiamo Lui. Molto semplicemente, bisogna… Non bisogna scoraggiarsi al cospetto di questa zizzania. Questa può essere una reazione di fronte a questo male che è dappertutto, che invade tutto, e sempre di più. Potrebbe essere una reazione, ma una reazione troppo umana, troppo umana.

    Nella Colletta di oggi, la Chiesa ci dice che essa si appoggia solo alla grazia, per tutto ciò di cui abbiamo bisogno, per tutta la nostra battaglia. Volersi appoggiare sulle proprie forze, allora sì, questo può facilmente condurre allo scoraggiamento. La nostra forza consiste… è ciò che diciamo tutti i giorni; Adiutorium nostrum in nomine Domini, il nostro aiuto e dunque la nostra forza è nel nome del Signore. È solo sul Buon Dio che bisogna contare. E noi sappiamo bene che se il Buon Dio permette le prove perché è Lui il Maestro, mai Egli permette una qualche prova per noi senza darci la grazia, la grazia proporzionata, per trionfare. Queste parole, bisogna prenderle come sono, e per vere.
    Tutto coopera al bene di coloro che amano Dio.
    Tutto, e certo innanzi tutto le prove. Tutto coopera al bene.

    E dunque, se abbiamo delle prove, non lasciamoci scoraggiare. Raddoppiamo le nostre preghiere. Volgiamo lo sguardo verso il Buon Dio. Facciamo qualche sforzo, qualche sacrificio, e contiamo sulla Sua grazia.
    La Chiesa ci ha sempre detto che vi è uno sguardo, che vi è un pensiero, che è la soluzione di ogni problema, che ci darà questa forza, il coraggio, quale che sia il nostro stato, ebbene, è lo sguardo su Gesù crocifisso, sul Crocifisso, su Gesù che è sul punto di morire sulla Croce per noi, per amore nostro. Egli avrebbe potuto benissimo lasciarci cadere. Egli è Dio. Infinitamente al di sopra delle Sue creature. Delle creature che Lo hanno offeso, in maniera talmente ingrata. Ebbene, cos’è che ha fatto? Invece di lasciare le cose così, Egli è venuto a riparare. Egli si è fatto uomo, in un annientamento indicibile. Nella Sua Passione, Egli prende i nostri peccati su di Sé, li porta, paga in nostra vece. Egli prende su di Sé il castigo che meritiamo noi per i nostri peccati.
    Questo è l’amore di Gesù per noi, e noi, noi avremmo un dubbio? Avremmo un dubbio sul fatto che Egli ci voglia soccorrere, che Egli voglia aiutarci? Recuperiamo i nostri spiriti. Riprendiamo la fede. Ed anche se Egli si è nascosto, se raddoppia la prova, non fa niente, Egli è il Maestro assoluto di tutte le cose. Egli è capace di salvarci nella situazione della Chiesa attuale, come nel migliore dei tempi. E questo mistero arriva così lontano, miei carissimi fratelli, che questo potere, questa potenza di santità, di santificazione, ancora oggi risiede in questa Chiesa che noi vediamo a terra. Se noi abbiamo la fede, è in questa Chiesa, se noi riceviamo la grazia del battesimo fino all’ultimo sacramento, è in e per questa Chiesa. Questa Chiesa che non è un’idea, che è reale, che è di fronte a noi, che si chiama Chiesa cattolica e romana, la Chiesa col suo Papa, con i suoi vescovi, che possono essere anche debilitati – direi anche deboli -, ma non fa niente, il Buon Dio non lascia cadere la Sua Chiesa.
    Ma a noi spetta di non lasciarci confondere, di non dire che… siccome c’è assistenza del Buon Dio, tutto va bene!
    Certo che no, lo vedete, è il problema che abbiamo con Roma nelle nostre discussioni.
    Glielo diciamo… c’è un problema e questo problema viene chiaramente dal Concilio e dai suoi derivati. E ci si risponde… è impossibile. No. Non ci sono problemi. Non possono esserci dei problemi perché la Chiesa gode dell’assistenza dello Spirito Santo. Dunque la Chiesa non può fare nulla di malvagio. Non è possibile. E dunque il Concilio dev’essere buono. Per forza. E dunque, quello che voi dite, non vale. Vi è qualche abuso, qui o là, ma questo non conta. La nuova Messa è stata fatta dalla Chiesa. La Chiesa è assistita. È necessariamente buona, e voi non avete il diritto di dire che la nuova Messa è malvagia.

    Ecco cosa abbiamo di fronte. E noi rispondiamo: noi accettiamo la fede fino al più piccolo iota, anche la fede nella Chiesa, e nelle sue prerogative, e nell’assistenza dello Spirito Santo. Tuttavia, è parimenti vero che noi accettiamo la realtà. Non stiamo per negare la realtà. E sappiamo bene che tra le due cose non v’è contraddizione. E che verrà il giorno che ci sarà una spiegazione, anche se oggi non c’è.

    Questo è il mistero della Croce, Gesù sulla Croce, la fede ci obbliga a professare che Egli è Dio, che è Onnipotente, che è Eterno, immortale, Egli non può morire, non può soffrire. Dio è infinitamente perfetto, è impossibile che Dio soffra. E Gesù, sulla Croce, è Dio. Tutto questo ce lo dice la fede. E noi siamo obbligati ad accettarlo, totalmente. Senza alcuna diminuzione.
    Ma al tempo stesso, l’esperienza umana ci dice che questo Gesù soffre, e anche muore. Ai piedi della Croce, sono nella verità quelli che mantengono le due cose, anche se sembrano contraddittorie.
    E si può dire che questo problema si intravede attraverso tutta la storia della Chiesa: la grande maggioranza si arresta a ciò che dice la conoscenza umana, e finisce col concludere che dunque non è Dio. Egli è veramente morto. È morto e sotterrato. Finito. E la gran parte dei nemici della Chiesa, degli atei, degli eretici e dei modernisti che si nascondono nella Chiesa, fanno credere che hanno la fede e invece non ce l’hanno. Si distinguerà abilmente un Cristo della storia, il Cristo reale, che dicono che è morto e non è mai risuscitato, dal cosiddetto Cristo della fede, quello a cui la Chiesa ci obbligherebbe a credere, e per il quale si sarebbe inventata una risurrezione.
    È tutto falso. Non è giusto. Egli è veramente risuscitato.
    E figuratevi che ve ne sono di altri, un’altra eresia degli inizi, che insistono nel dire, sì, ma sì Egli è Dio. Dunque questa morte, queste sofferenze, sono solo delle apparenze. Egli non è veramente morto. Si trova anche questo errore, meno diffuso.

    Ebbene, oggi si presenta lo stesso problema. In rapporto alla Chiesa vi è lo stesso problema. Se si vuole rimanere nella verità, bisogna guardare questi due dati, i dati della fede e anche i dati della constatazione della ragione.
    Questo Concilio ha voluto mettersi in armonia col mondo. Esso ha fatto rientrare il mondo nella Chiesa e oggi abbiamo il disastro. E tutte queste riforme che sono state fatte a partire dal Concilio, sono state fatte dalle autorità per questo.
    Oggi ci si parla di continuità, ma dov’è? Ad Assisi? Nel bacio del Corano? Nella soppressione degli Stati cattolici? Dov’è questa continuità?

    E dunque, molto semplicemente noi continuiamo. miei carissimi fratelli, noi continuiamo senza cambiare niente, fino a quando il Buon Dio vorrà, com’Egli fa…
    Certo, questo non vuol dire che bisogna restare inattivi, tutti i giorni bisogna… noi abbiamo questo dovere di guadagnare le anime.
    E noi sappiamo bene che la soluzione verrà dal Buon Dio e si può anche dire per mezzo della Santa Vergine.
    Lo si può dire, è un’evidenza dei nostri tempi, significata da queste apparizioni, belle, magnifiche: la Madonna de La Salette, la Madonna di Fatima, che annunciano quest’epoca, dolorosa, terribile. Roma diventerà la sede dell’Anticristo, Roma perderà la fede… è questo che è stato detto a La Salette. La Chiesa sarà eclissata. Queste non sono parole da poco. Si ha veramente l’impressione che è oggi che si vede tutto questo.
    Non bisogna agitarsi. È terrificante, certo, e allora bisogna ancor più rifugiarsi presso la Santa Vergine, presso il Suo Cuore Immacolato. È il messaggio di Fatima: Dio vuole dare al mondo questa devozione al Cuore Immacolato di Maria. E questo non è per niente!

    Chiediamo in tutte le nostre preghiere, in ogni Messa, questa grazia della fedeltà, di non cedere in niente, costi quel che costi. E che il Buon Dio ci protegga e ci guidi, fino in Cielo.
    Così sia.

    In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e così sia.

    Mons. Bernard Fellay - Omelia dell'11 novembre 2012
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

 

 
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