CONSERVARE PER COSTRUIRE

di Marco Respinti

il Domenicale, settimanale di cultura, anno 4, n. 46


Un’appassionata adesione alla realtà, ecco cosa contraddistingue l’uomo di destra. Che è sempre contro le utopie. E coniuga sano individualismo e amore per la comunità, libertà e ordine, autorità e laissez-faire, legge e diritto, vigilanza e generosità.


Una qualità è una disposizione dell’animo. Meglio, uno stile di vita. Addirittura una forma mentis. In lingua inglese, dove trovò definitiva consacrazione, l’espressione viene resa con l’equipollente cast of mind: il getto, il calco, lo stampo (cast) di una unione tra anima, mente, spirito e pensiero (mind). Dunque, mai un sistema ideologico.
Il conservatorismo è questo, e al suo centro sta la realtà. Stanno i fatti, le cose dell’esperienza. Il contrario di quanto professava il neomarxista soi-disant profetta dell’“utopia concreta” Ernst Bloch: «Tanto peggio per i fatti, noi la sappiamo più lunga».
Applicando a esso quanto lo storico della filosofia Antonio Livi dice del pensiero di Gabriel Marcel, si potrebbe sostenere che il vero conservatorismo è il rifiuto di «qualsiasi filosofia nella quale non appaia la “morsure du réel”», l’impronta graffiante del reale. Il conservatore, insomma, come engagé – impegnato, ma anche fidanzato... – con la realtà mentre intorno incalzano le utopie.
Ma c’è di più. Il conservatore coniuga invidualismo e comunità, sé stesso e i propri simili. Altri lo chiamerebbero “un programma”, per lui è invece semplicemente il vivere. Lo scrittore Gustave Thibon lo ha magistralmente battezzato «ritorno al reale». Un gran bel programma,
appunto, se per il conservatore qualsiasi programma non puzzasse d’ideologismo a miglia di distanza ovvero di un apriorismo distante miglia dalla realtà.


IL CONSERVATORE È UN TIPO CHE sembra retrò solo perché la nostra cultura ha spesso perso, prima ancora di combattere, la guerra delle parole. Conservatorismo è invece un termine lieve, e fresco, freschissimo. Al contrario, certo “progressismo”, con tutta la sua aura ottocentesca alla H.G. Wells e il suo parrucconismo déjà vu, opprime come un macigno.
Il conservatore è infatti l’emblema autentico del presente, della presenza a sé stesso. Conserva perché non adora stoltamente né il passato né il futuro. Tiene quel che ha, tiene quel che c’è, poco o tanto che sia.
Diceva il parlamentare spagnolo Antonio Aparisi y Guijarro nel secolo XIX: «Vengo da molto lontano, ma vado molto avanti. Voglio conservare i princìpi immortali dei nostri padri, il fuoco sacro della società. Ricevo l’eredità dei nostri padri con beneficio d’inventario; il buono è mio, il male lo scarto; ma anche quando hanno sbagliato, voglio imitare i figli buoni di Noè che coprirono pietosamente le nudità del proprio padre, senza dimenticare gli errori per non cadere in essi».
Per lo scrittore statunitense Ambrose Bierce, del resto, il conservatore è un innamorato dei mali attuali distinto dal progressista che ne sogna e promette di avveniristici. Avventura sì, ma nessun avventurismo.


IL CONSERVATORE È L’UOMO NEL cui cuore riverberano le parole rivolte nel 1945 dal generale Douglas A. Mac Arthur ai cadetti dell’Accademia di Westpoint, il cui motto è Duty, Honor, Country.

La giovinezza non è un periodo della vita. È uno stato dello spirito, un effetto della volontà, una qualità dell’immaginazione, un’intensità emotiva, una vittoria del coraggio sulla timidezza, del gusto dell’avventura sull’amore del conforto.
Non si diventa vecchi per aver vissuto un certo numero di anni, si diventa vecchi perché si è abbandonato il nostro ideale. Gli anni aggrinziscono la pelle, la rinuncia al nostro ideale aggrinzisce l’anima. Le preoccupazioni, le incertezze, i timori e i dispiaceri sono nemici che lentamente ci fanno piegare verso la terra e diventare polvere prima della morte. Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia, che domanda come un ragazzino insaziabile: “E dopo?”, che sfida gli avvenimenti e trova la gioia al gioco della vita.
Voi siete giovani come la vostra fede, vecchi come la vostra incertezza, giovani come la vostra fiducia in voi stessi e la vostra speranza, vecchi come il vostro scoramento. Voi resterete giovani fino a quando resterete ricettivi, ricettivi a ciò che è bello, buono e grande, ricettivi ai messaggi della natura, dell’uomo, dell’infinito.Se un giorno il vostro cuore dovesse essere morso dal pessimismo e corroso dal cinismo, possa Dio avere pietà della vostra anima di vecchi.


IL CONSERVATORE È UN CUSTODE dell’esistente e con l’esistente il conservatore si fa costruttore. Null’altro fa, il conservatore, se non costruire, edificare. Porre pietra su pietra, roccia su roccia. Lentamente, costantemente, passo dopo passo, gesto dopo gesto, in una sfida costante e continua a chi vuole invece sottrarsi all'hic et nunc all’ora presente, a quella che il filosofo tedesco Josef Pieper chiamava «verità delle cose».
Il conservatore come costruttore è colui che non sogna ipotetici mondi possibili, ma fa i conti con ciò che c’è, bello o brutto che sia, mettendo assieme, tessendo tele, elaborando reti, annodando fili, sbrogliando nodi.
Così egli fa la storia senza averne l’aria, diversamente da chi la “Storia”, proditoriamente e puerilmente scrivendola con la maiuscola, pensa di farla da programma e, prima di metterla in pratica, l’ipotizza.


IL CONSERVATORE, INSOMMA. Come dice il pur poco-di-buono, ancorché affascinante, Bill in Kill Bill II prima di essere ucciso dalla vendicativa moglie, la differenza tra i supereroi e Superman è che i primi per essere ultra, extra, iper hanno bisogno di mascherarsi dietro una tuta, mentre il secondo con la
tuta addosso ci è nato. Sì, ma lui è appunto Superman, noi no. Embè? Vogliamo forse essere solo dei Clark Kent grigi e frusti, un po’ nerd e un po’ sfigati, ovvero somigliare all’opinione (dice sempre Bill) che Superman ha degli ometti, quelli che non hanno il coraggio di essere giovani con MacArthur a Westpoint? Cioè vecchi giovani, liberati dalle turbe adolescenziali degli eterni giovanilismi di questo nefando postmoderno?


IL CONSERVATORE, GIOVANE e fresco, si guarda attorno, e poi plasma, modella, impasta. La libertà con l’ordine, l’autorità con il laissez-faire, la lex con lo ius . E poi mette assieme l’organizzare politicamente la società in cui vive (che gli deriva dalla sua stessa natura di uomo) con l’idea che lo Stato sia un male necessario: ma finché ci sarà, si dovrà fare di necessità virtù. Quindi, unisce la vigilanza con la generosità,
per cui intende “liberale” come si scriveva sui manifesti del Far West per dar la caccia ai banditi: «“A liberal reward” verrà pagata alla persona che ...». La promessa, insomma, di una “ricompensa generosa”.
Ancora: coniuga il mercato e la sollecitudine verso chi ha bisogno, l’eguaglianza della dignità e la meritocrazia al massimo grado. Poi, accosta il privato solo con il privato giacché tutto è pubblico anche ciò che è privato perché pure ciò che è pubblico è mio, tuo, nostro, insomma privato.
Il conservatore, inoltre, ama la difesa strenua e il confronto sereno, la spada e l’aratro, uno che scava il solco, l’altra che lo difende. Echissenefrega se l’ha detto Benito Mussolini (non por
mente a chi l’ha detto, ma bada a ciò che è detto). È vero lo stesso ed è un bel motto. Tanto Mussolini era uno che rubava le citazioni e le fascistizzava a proprio uso e consumo, come quell’altra, «Se avanzo seguitemi, se indietreggio sparatemi, se muoio vendicatemi», che fu
coniata dall’eroe vandeano Henri du Vergier conte di La Rochejaquelein e non dal Duce.


IL CONSERVATORE VIENE DETTO un uomo di destra. L’espressione abbisognerebbe
chili di glosse assortite per poi alla fine magari decidere che è da buttare. Ma, stante che è communis opinio , prendiamo l’idea per buona. Non senza però toglierci lo sfizio di ritagliarcela addosso, questa Destra, come meglio ci aggrada. Invocando subito il classicissimo «Right is right, left is wrong» di Erik von Kühnelt-Leddhin. E la sua chiosa più bella, il neologismo The Right Nation , dal titolo originale dell’oramai famoso libro di John Mickelthwait e Adrian Wooldridge.
E quindi quanto sentenziò il conte Clemente Solaro della Margarita, ministro degli Esteri di re Carlo Alberto di Savoia: «Una sola è la Destra, e vi appartengono tutti coloro che la Religione, il bene e la gloria dello Stato hanno in mira». Schierarsi, dunque, ha ancora un senso. Nobile.
E se “sinistro” significa sia “catastrofe” sia “torvo, funesto e bieco”, in molte lingue europee “destra”, “diritto” (come termine giuridico e come senso del cammino) e “giusto” s’indicano con il medesimo vocabolo.


IL CONSERVATORE RICORDA sempre lo slogan dei comunisti sovietici: «La rivoluzione è tutto, la meta è nulla » e quella loro perversa idea secondo cui la storiografia è solo «propaganda rivolta al passato». E allora ripensa al secolo XIX e allo storico Jacques Crétineau-Joly: «La verità è l’unica carità concessa alla storia».


Marco Respinti

il Domenicale, settimanale di cultura, anno 4, n. 46, Milano 12-12-2005, p. 1