L'economista eretico torna in libreria con un'indagine sul potere. Chi comanda in Italia? Chi esercita il potere delle grandi decisioni? Giulio Sapelli cerca di rispondere a questi interrogativi alla sua maniera, scavando nelle vicende del dopoguerra e comparando la storia nazionale a quella europea e internazionale. Ecco l'incipit del nuovo ebook "Chi comanda in Italia".
È vero: i problemi italiani sono in gran parte costituiti dalla specifica inserzione nella divisione internazionale del lavoro del nostro sistema economico, gravato da antichi malanni su cui ogni giorno si discute più per dividersi che per trovare insieme una via d’uscita. Ma ciò non deve far dimenticare che i problemi italiani sono anche tutti nostri. Ossia, in primis risiedono nella geografia dei poteri che si è in questi ultimi vent’anni costruita in Italia. Prima, all’inizio del dopoguerra, tutto era semplice: i partiti sostituivano la debolezza dello Stato e quest’ultimo era così debole, ma insieme così pervasivo, da controllare grandi aree dell’economia con una tecnocrazia che possedeva una duplice natura: tecnica e politica insieme, in un equilibrio sempre da raggiungere ma che, in sostanza, riuscì a tenere insieme lo Stato e il suo modello di intervento pubblico sino agli anni Settanta, quando la divisione dei poteri trasformò lo Stato amministrativo in Stato dei partiti, con la rottura dell’autorevolezza di quella tecnocrazia.
Anche sul fronte dell’economia privata tutto era semplice: le perdite della stessa venivano sostenute, tramite l’accrocchio di interessi e lo squilibrio nella governance, da una Mediobanca sempre pronta a socializzare le perdite e a privatizzare i profitti, garantendo così, non dimentichiamolo, un equilibrio tra pubblico e privato nell’economia e nel potere visibile e invisibile italiano a cui gli USA davano la loro benedizione. Ogni volta che qualche forte personalità spezzava questo equilibrio, o minacciava di farlo, veniva eliminato dalla scena: toccò ad Amintore Fanfani, che aveva accumulato troppo potere politico e toccò a Eugenio Cefis, che ne aveva accumulato troppo in economia. L’arcipelago delle piccole e medie imprese, delle mezze maniche che creano coesione sociale (come diceva bene Luigi Sturzo), oltre che nella loro fatica diurna, avevano i loro protettori nel sistema dei partiti di massa e dei collateralismi che ne derivavano. I lavoratori dipendenti distribuivano i loro voti tra tutti partiti costituzionali con sottolineature subculturali comuniste e democratico-cristiane, che avevano nelle organizzazioni sindacali il sostegno della realizzazione contrattuale.
Gli incontri tra questi mondi erano però via via sempre più segnati dal compromesso corporativo, e non produttivo, con effetti devastanti. Per esempio l’accordo Agnelli-sindacati del 1974, sul punto unico di scala mobile, iniziò a far decadere non solo il sindacato (che tuttavia rimane l’unica istituzione veramente salda ancor oggi, unitamente alle rappresentanze delle piccole imprese e alle Camere di Commercio), ma anche la Confindustria. Essa, da allora, non riuscì più a trovare una guida autorevole e sicura protesa alla crescita e all’unione tra tutti i produttori contro le rendite e i parassitismi.
L’avvento del mercato dispiegato nella privatizzazione senza regole in Italia condusse poi allo smantellamento giudiziario del potere famelico dei partiti: essi, in verità, erano divenuti ingombranti sulla via delle privatizzazioni familistiche e, soprattutto, avevano sfidato, con Giulio Andreotti e Bettino Craxi, il potere sovranazionale di tutela degli USA su argomenti essenziali come la fedeltà atlantica, la lotta al terrorismo palestinese e all’interventismo di Gheddafi.
L’effetto di tutto ciò fu ed è devastante. Dagli anni Novanta a oggi la situazione non ha più ritrovato nessun punto di riferimento, nessuna architrave che regga l’infinita serie di punti che costituisce la linea del potere in una società coesa ma intrinsecamente debole sistemicamente, ossia incapace di organizzare stabilmente il potere e di rappresentarlo senza forzature istituzionali. Questo è drammatico perché conduce alla paralisi, ora che lo Stato non è più sostituito dai partiti, ma da piccoli gruppi d’interesse, privati e istituzionali insieme, a geometria variabile e che lottano per ottenere il sostegno sovranazionale o tedesco o nordamericano. Il potere dei partiti, proprio perché essi sono “partiti personali neocaciquisti”, non riesce a ricostituirsi. È insidiato dal potere situazionale di fatto, che oggi non è più delle imprese, così come si legge nei testi classici sulla poliarchia moderna, ma del potere giudiziario. Esso, lo si dimentica troppo spesso, è in formidabile crescita in tutto il mondo, in primis in Asia, dove decide le elezioni dei presidenti, dal Pakistan alla Corea del Sud, per finire alla Spagna e alla Francia e soprattutto all’Italia. Fare i conti con questo potere è un passaggio obbligato per chiunque voglia saldare un qualsivoglia patto, promuovere una qualsivoglia cooptazione, percorrere qualsivoglia strada di cambiamento.
La ragione di ciò è strutturale, non cospirativa: risiede nel fatto che la magistratura – in assenza dell’esercito, che non può assumere tale ruolo in stati democratici – rimane l’unico potere vertebrato in società sempre più invertebrate, dove il potere è peristaltico, e non stabile e ben perimetrato. Esso non ha più nessun centro, ma solo vie d’uscita da situazioni che si fanno sempre più pericolanti. L’attacco sferrato al presidente della Repubblica, sino a minacciarne l’impeachment, presidente che in questa situazione strutturalmente così magmatica è divenuta la sola architrave tra nazione e internazionalizzazione che sappia volgere in positivo la nostra sovranità limitata grazie alla Sua intelligenza geostrategica; ebbene, quell’attacco, che è stato crudele e terribile, è la prova che la sabbia su cui si aggrumano i castelli da spiaggia dei singoli poteri localistici e oscuri di cui è fatto l’ordito della nuova poliarchia italiana, sta sfarinandosi.
Questa nuova poliarchia, infatti, con il declassamento delle imprese industriali e dei servizi avanzati, non trova un potere situazionale di fatto che la sorregga: le banche meno che mai, per lo stato in cui versano. Ciò avrà effetti drammatici: quella spiaggia sta per essere invasa dalle onde di un mare che può essere davvero distruttivo. Solo la forza di un patto dei produttori, sorretto dalle autonomie funzionali, un nuovo patto per la legalità repubblicana e per la crescita economica, può essere il primo punto di partenza per ricostruire un sistema di potere stabile nell’Italia europea e globalizzata.
Da Chi comanda in Italia di Giulio Sapelli
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