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  1. #1
    Bushidō
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    Wer Menscheit sagt, will betrügen, “Chi dice umanita’ cerca di ingannarti” (Carl Schmitt)
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    Predefinito Chi comanda in Italia: il nuovo saggio di Giulio Sapelli

    L'economista eretico torna in libreria con un'indagine sul potere. Chi comanda in Italia? Chi esercita il potere delle grandi decisioni? Giulio Sapelli cerca di rispondere a questi interrogativi alla sua maniera, scavando nelle vicende del dopoguerra e comparando la storia nazionale a quella europea e internazionale. Ecco l'incipit del nuovo ebook "Chi comanda in Italia".


    È vero: i problemi italiani sono in gran parte costituiti dalla specifica inserzione nella divisione internazionale del lavoro del nostro sistema economico, gravato da antichi malanni su cui ogni giorno si discute più per dividersi che per trovare insieme una via d’uscita. Ma ciò non deve far dimenticare che i problemi italiani sono anche tutti nostri. Ossia, in primis risiedono nella geografia dei poteri che si è in questi ultimi vent’anni costruita in Italia. Prima, all’inizio del dopoguerra, tutto era semplice: i partiti sostituivano la debolezza dello Stato e quest’ultimo era così debole, ma insieme così pervasivo, da controllare grandi aree dell’economia con una tecnocrazia che possedeva una duplice natura: tecnica e politica insieme, in un equilibrio sempre da raggiungere ma che, in sostanza, riuscì a tenere insieme lo Stato e il suo modello di intervento pubblico sino agli anni Settanta, quando la divisione dei poteri trasformò lo Stato amministrativo in Stato dei partiti, con la rottura dell’autorevolezza di quella tecnocrazia.

    Anche sul fronte dell’economia privata tutto era semplice: le perdite della stessa venivano sostenute, tramite l’accrocchio di interessi e lo squilibrio nella governance, da una Mediobanca sempre pronta a socializzare le perdite e a privatizzare i profitti, garantendo così, non dimentichiamolo, un equilibrio tra pubblico e privato nell’economia e nel potere visibile e invisibile italiano a cui gli USA davano la loro benedizione. Ogni volta che qualche forte personalità spezzava questo equilibrio, o minacciava di farlo, veniva eliminato dalla scena: toccò ad Amintore Fanfani, che aveva accumulato troppo potere politico e toccò a Eugenio Cefis, che ne aveva accumulato troppo in economia. L’arcipelago delle piccole e medie imprese, delle mezze maniche che creano coesione sociale (come diceva bene Luigi Sturzo), oltre che nella loro fatica diurna, avevano i loro protettori nel sistema dei partiti di massa e dei collateralismi che ne derivavano. I lavoratori dipendenti distribuivano i loro voti tra tutti partiti costituzionali con sottolineature subculturali comuniste e democratico-cristiane, che avevano nelle organizzazioni sindacali il sostegno della realizzazione contrattuale.

    Gli incontri tra questi mondi erano però via via sempre più segnati dal compromesso corporativo, e non produttivo, con effetti devastanti. Per esempio l’accordo Agnelli-sindacati del 1974, sul punto unico di scala mobile, iniziò a far decadere non solo il sindacato (che tuttavia rimane l’unica istituzione veramente salda ancor oggi, unitamente alle rappresentanze delle piccole imprese e alle Camere di Commercio), ma anche la Confindustria. Essa, da allora, non riuscì più a trovare una guida autorevole e sicura protesa alla crescita e all’unione tra tutti i produttori contro le rendite e i parassitismi.

    L’avvento del mercato dispiegato nella privatizzazione senza regole in Italia condusse poi allo smantellamento giudiziario del potere famelico dei partiti: essi, in verità, erano divenuti ingombranti sulla via delle privatizzazioni familistiche e, soprattutto, avevano sfidato, con Giulio Andreotti e Bettino Craxi, il potere sovranazionale di tutela degli USA su argomenti essenziali come la fedeltà atlantica, la lotta al terrorismo palestinese e all’interventismo di Gheddafi.

    L’effetto di tutto ciò fu ed è devastante. Dagli anni Novanta a oggi la situazione non ha più ritrovato nessun punto di riferimento, nessuna architrave che regga l’infinita serie di punti che costituisce la linea del potere in una società coesa ma intrinsecamente debole sistemicamente, ossia incapace di organizzare stabilmente il potere e di rappresentarlo senza forzature istituzionali. Questo è drammatico perché conduce alla paralisi, ora che lo Stato non è più sostituito dai partiti, ma da piccoli gruppi d’interesse, privati e istituzionali insieme, a geometria variabile e che lottano per ottenere il sostegno sovranazionale o tedesco o nordamericano. Il potere dei partiti, proprio perché essi sono “partiti personali neocaciquisti”, non riesce a ricostituirsi. È insidiato dal potere situazionale di fatto, che oggi non è più delle imprese, così come si legge nei testi classici sulla poliarchia moderna, ma del potere giudiziario. Esso, lo si dimentica troppo spesso, è in formidabile crescita in tutto il mondo, in primis in Asia, dove decide le elezioni dei presidenti, dal Pakistan alla Corea del Sud, per finire alla Spagna e alla Francia e soprattutto all’Italia. Fare i conti con questo potere è un passaggio obbligato per chiunque voglia saldare un qualsivoglia patto, promuovere una qualsivoglia cooptazione, percorrere qualsivoglia strada di cambiamento.

    La ragione di ciò è strutturale, non cospirativa: risiede nel fatto che la magistratura – in assenza dell’esercito, che non può assumere tale ruolo in stati democratici – rimane l’unico potere vertebrato in società sempre più invertebrate, dove il potere è peristaltico, e non stabile e ben perimetrato. Esso non ha più nessun centro, ma solo vie d’uscita da situazioni che si fanno sempre più pericolanti. L’attacco sferrato al presidente della Repubblica, sino a minacciarne l’impeachment, presidente che in questa situazione strutturalmente così magmatica è divenuta la sola architrave tra nazione e internazionalizzazione che sappia volgere in positivo la nostra sovranità limitata grazie alla Sua intelligenza geostrategica; ebbene, quell’attacco, che è stato crudele e terribile, è la prova che la sabbia su cui si aggrumano i castelli da spiaggia dei singoli poteri localistici e oscuri di cui è fatto l’ordito della nuova poliarchia italiana, sta sfarinandosi.

    Questa nuova poliarchia, infatti, con il declassamento delle imprese industriali e dei servizi avanzati, non trova un potere situazionale di fatto che la sorregga: le banche meno che mai, per lo stato in cui versano. Ciò avrà effetti drammatici: quella spiaggia sta per essere invasa dalle onde di un mare che può essere davvero distruttivo. Solo la forza di un patto dei produttori, sorretto dalle autonomie funzionali, un nuovo patto per la legalità repubblicana e per la crescita economica, può essere il primo punto di partenza per ricostruire un sistema di potere stabile nell’Italia europea e globalizzata.



    Da Chi comanda in Italia di Giulio Sapelli
    goWare | App, ebook ed enhanced book - Chi comanda in Italia: il nuovo saggio di Giulio Sapelli
    «casta di banchieri e uomini d'affari,arricchiti dai colpi di fortuna, uccelli di rapina, in agguato contro la società umana» C.Z Codreanu

  2. #2
    Bushidō
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    Predefinito Re: Chi comanda in Italia: il nuovo saggio di Giulio Sapelli

    Consiglio di dare un'occhiata agli interventi del prof.Sapelli in giro per la rete, oppositore di Monti sembra essere l'ultimo difensore abbastanza autorevole dell'economia mista italiana modello Enrico Mattei-quella spazzata via negli anni Novanta dal duo Ciampi-Prodi e dalla Procura di Milano-. L'inverno di Monti, lavoro precedente e' disponibile per intero su internet e articoli e interviste sono su ilSussidiario.net

    <<In Italia l’intreccio di nazionale e di internazionale è sempre stato vizioso nella seconda metà del Novecento. Basterà pensare all’attacco portato ad alcune posizioni chiave della nostra collocazione nella divisione internazionale del lavoro che sono state evidenti a partire dalla ricostruzione economica degli anni cinquanta e del miracolo economico degli anni sessanta novecenteschi: la rapina della divisione elettronica dell’Olivetti da parte di Fiat e Mediobanca alla morte di Adriano, l’assassinio di Mattei, la messa fuori gioco di Ippolito nel campo del nucleare per un’accusa ingiustificata nei confronti della moglie; sino a giungere alla recente spoliazione dell’industria nazionale per mano di privatizzazioni senza liberalizzazioni che hanno eliminato dall’agone della concorrenza mondiale tanto la siderurgia a ciclo integrale quanto la chimica etilenica, sino a giungere all’indebolimento di una delle più forti industrie telefoniche a livello mondiale.Da questo punto di vista il governo e il sistema emerso con Berlusconi alla metà degli anni novanta del Novecento è stata una profonda cesura con il nesso tra storia nazionale e storia internazionale. Nel senso che il versante nazionale ha prevalso su quello internazionale (...) Ebbene: il professor Monti è la quintessenza della morte dell’ideologia (...) èl’esponente del blocco poliarchico italico organicamente europeo: grandi banche, grandi scuole internazionali di business, grandi società di consulenza (...) La sua nomina a senatore a vita, del resto, storicamente va messa in relazione comparativa con la nomina da parte di Cossiga di Gianni Agnelli. Oggi siamo scesi d’un gradino: Cossiga sta a Napolitano per affidabilità atlantica come Agnelli sta a Monti come specchio dell’establishment economico che oggi, poliarchicamente, domina l’Italia. (...) Monti, non meccanicamente, s’intende, ma culturalmente e sociologicamente, rappresenta proprio l’epicentro del sistema di potere che oggi è in crisi in Italia: le grandi banche e i loro legami con il mondo produttivo, universitario, in definitiva sociale. Questa è la sua intrinseca debolezza, a mio parere molto più importante di quella che taluni fanno rilevare, cioè il condizionamento che sul suo governo possono esercitare i partiti che pur devono votarlo in parlamento.>>

    Col potere ai professori venne l'inverno della nostra civiltà

    L'inverno che ha trasformato l'Italia
    «casta di banchieri e uomini d'affari,arricchiti dai colpi di fortuna, uccelli di rapina, in agguato contro la società umana» C.Z Codreanu

  3. #3
    Bushidō
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    Predefinito Re: Chi comanda in Italia: il nuovo saggio di Giulio Sapelli

    Giulio Sapelli: il governo dei tecnici? Era meglio Cirino Pomicino - Intervista


    Parla il noto saggista che ha da poco pubblicato un duro pamphlet contro il premier e il suo esecutivo. "Basta con le miopi politiche di austerità.C'è bisogno di una nuova Iri e di una revisione dei trattati europei, per evitare lo spettro della deflazione".

    di Andrea Telara



    Per capire cosa pensa Giulio Sapelli, noto intellettuale e saggista, docente di storia economica all'Università Statale di Milano, sul presidente del consiglio e sulla stagione di austerità inaugurata dal governo nel dicembre scorso, basta leggere il titolo di uno dei suoi ultimi libri, pubblicato proprio poche settimane fa: L'inverno di Monti,il bisogno della politica (Edizioni Guerini e Associati).

    È un'analisi impietosa in cui Sapelli , non lesina giudizi taglienti sull'esecutivo dei professori, che tratta i cittadini alla stregua di cavie umane e che, per come è nato, somiglia a una "dittatura romana", che ha sottratto i poteri al Parlamento, attribuendoli transitoriamente al capo dello stato.

    Se proseguirà questa stagione politica (o, per meglio dire, questa stagione di assenza della politica), secondo Sapelli l'Italia non uscirà mai dall'attuale crisi economica, che è più grave di quella del 1929.

    La stessa sorte toccherà all'intera Europa, che rischia di avvicinarsi a un destino inesorabile e preoccupante: la fine dell'Unione Monetaria e la crescita di un pericoloso sentimento anti-tedesco, in tutto il continente.

    Dunque, professore, non c'è alcuna speranza per l'euro?
    Una speranza, a dire il vero, c'è ed è legata ai prossimi appuntamenti elettorali in Francia e Germania.

    Si spieghi meglio...
    Incrociamo le dita e auguriamoci che, a Parigi, diventi presto presidente della repubblica il socialista Francois Hollande e che, in Germania, nel 2013 finisca il cancellierato di Angela Merkel , con la vittoria della Spd, cioè della sinistra.

    Per quale ragione?
    Perché nel Vecchio Continente c'è bisogno soprattutto di due cose: la revisione dei trattati di Maastricht per disegnare un'Europa diversa da quella di oggi e un nuovo intervento dello stato nell'economia, per mettere fine alle politiche di rigore degli attuali governi, che vivono sull'ossessione del debito pubblico.

    Perchè lei non è preoccupato per il debito pubblico?
    Ripeto una cosa, che ho già detto parecchie volte: il Giappone è uno stato sovrano con un indebitamento che, in rapporto al Pil, è pari a più del doppio del nostro. Eppure, a parte la parentesi tragica dello tsunami, non mi sembra che sia un paese sull'orlo del baratro.

    Ma l'Italia non rischiava di fallire?
    Questa paura è frutto delle mistificazioni del pensiero economico neoclassico, che ha raggiunto una posizione di egemonia negli ultimi 20 anni e ha mandato in soffitta le teorie di John Maynard Keynes, facendo credere una cosa: che gli stati debbano essere trattati come le famiglie o le aziende, che posso dichiarare fallimento e chiudere i battenti, quando sono troppo indebitate.

    Non è così?
    Uno stato può andare in default, come è avvenuto in passato per la Russia o l'Argentina. Ma non può disgregarsi soltanto perché è troppo indebitato. Il guaio è che i governi europei, per la paura del debito pubblico, non riescono a vedere un rischio ben più grande.

    Quale?
    Quello della deflazione, una diminuzione dei prezzi provocata porprio dalle politiche di austerità.

    In che senso?
    Con una pressione fiscale così alta sui redditi dei cittadini e sui profitti delle imprese, i consumi si inabissano e molte aziende rischiano di non riuscire più a sopravvivere, perché non riescono a produrre beni e servizi a prezzi convenienti o sostenibili. E' uno scenario ben più fosco di quello paventato da chi agita lo spettro del debito pubblico. I recenti suicidi di alcuni piccoli imprenditori italiani ne sono la dimostrazione.

    Lei parla anche di un nuovo intervento dello stato nell'economia, ma come lo vorrebbe?
    Bisognerebbe ricordarsi della figura di Alberto Beneduce, un tecnico che negli anni '30, durante la Grande Depressione, fu l'artefice della fondazione dell'Iri. Credo che molti nostri connazionali non sappiano ormai neppure chi fosse.

    Intende dire che c'è bisogno di una nuova Iri?
    Perchè no? Spesso si confonde l'intervento statale nell'economia con il clientelismo partitocratico e la corruzione che c'erano nell'industria pubblica fino agli anni '80.

    Non è così?
    Ci sono dei paesi, come la Francia, che hanno una classe di manager pubblici di altissimo livello, con grande senso dello stato e con un grado di corruzione ben più contenuto che in Italia. Nel nostro paese, invece, negli anni '90 abbiamo intrapreso un'altra strada: invece di ricreare un elìte di dirigenti pubblici di elevata qualità, abbiamo preferito svendere le aziende dello stato.

    Era meglio la Prima Repubblica?
    Se consideriamo l'esperienza dei governi tecnici, da Amato a Ciampi sino a Monti, rispondo di sì. Era meglio Cirino Pomicino.

    Perché?
    Anche molti uomini politici del passato, per esempio Andreotti o Cossiga, governavano una nazione a sovranità limitata, proprio come fa oggi Monti. Loro, però, a differenza dell'attuale premier, riuscirono almeno a dare maggiore dignità al nostro paese a livello internazionale.
    Giulio Sapelli: il governo dei tecnici? Era meglio Cirino Pomicino - Intervista - Panorama
    «casta di banchieri e uomini d'affari,arricchiti dai colpi di fortuna, uccelli di rapina, in agguato contro la società umana» C.Z Codreanu

  4. #4
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    Predefinito Re: Chi comanda in Italia: il nuovo saggio di Giulio Sapelli

    A proposito di Cirino Pomicino...

    02/09/2012- MANI PULITE I RAPPORTI ITALIA-USA


    L’ex ministro democristiano Paolo Cirino Pomicino
    “Ho sempre pensato
    che Tangentopoli
    fosse pilotata dalla Cia”

    Pomicino: gli Usa poi
    frenarono, ma era troppo tardi

    FRANCESCO GRIGNETTI



    Paolo Cirino Pomicino è uno di quelli che non si sono mai rassegnati alla fine della Prima Repubblica. Per lui, Mani Pulite se non proprio un complotto, fu quantomeno un’operazione pilotata da suggeritori interessati. Così, quando ha letto le rivelazioni dell’ex ambasciatore Bartholomew, ha fatto un salto sulla sedia. «Ecco, ci siamo... Mi domando solo perché certi racconti arrivino oggi. Forse, andreottianamente, a pensar male si farà peccato, ma ci si azzecca».

    Nessuna meraviglia,dunque, Pomicino? Anche lei, al pari degli ex socialisti come Formica e De Michelis, era convinto di una “manina” americana dietro Tangentopoli?
    «E’ quanto ho scritto nei miei libri. Quando l’ex console americano a Milano Semler dice che era informato già alla fine del ‘91 di come sarebbero andate le cose, per me torna tutto. C’è un episodio rivelatore: nella primavera di quell’anno mi venne a trovare Carlo De Benedetti e mi disse che assieme ad alcuni suoi amici imprenditori voleva dare vita a un nuovo progetto politico. Mi chiese se avessi voluto diventare il “suo ministro”. Mi misi a ridere. Pochi mesi dopo però capii che non scherzava affatto. E’ dalla primavera del ‘91, metabolizzata la caduta del Muro, che si fa strada il disegno di cambiare la classe politica italiana. Sul versante italiano, chi si rifaceva al vecchio partito d’azione pensò che fosse giunto il momento di prendere la guida del Paese. Sul versante americano, cambiata l’Amministrazione, le strutture d’intelligence ritennero che gli italiani si erano spinti un po’ troppo in là. Non dimentichiamo che l’episodio di Sigonella era accaduto appena cinque anni prima. E gli americani, intendo gli uomini della loro intelligence, non se ne erano dimenticati».

    Due spinte diverse, ma convergenti. Ma la magistratura milanese che c’entra?
    «Ora ci arrivo. E’ storia, anche se poco nota da noi, che la Cia agli inizi degli Anni Novanta abbia avuto ordine di fare anche intelligence economica e di raccogliere informazioni sull’Europa corrotta. Ora, che in Italia ci fosse un sistema di finanziamento illecito ai partiti è noto oggi ed era noto allora. Io lo dissi pure in una riunione dei vertici della democrazia cristiana, che il finanziamento illecito era il nostro fianco scoperto. Ritengo che la Cia abbia raccolto informazioni e le abbia girate alla magistratura di Milano dove c’era un pm, ex poliziotto, che non andava troppo per il sottile».

    La Cia, eh?
    «Nello stesso periodo la Francia allontanò sei agenti segreti americani che indagavano sulla loro industria degli armamenti e su presunte mazzette verso Taiwan. In Germania, sempre nello stesso periodo, il cancelliere Kohl fu fatto dimettere per un finanziamento non dichiarato. In Italia, in quel periodo, capitarono davvero diverse cose strane. Qualcuno ricorda lo strano furto della pistola d’ordinanza dalla macchina dell’allora capo della polizia, Vincenzo Parisi? Reagì con una frase stizzita: “Qualcuno vuole fare dell’Italia una terra di nessuno”. Oppure vogliamo parlare del panfilo Britannia, dove si ritrovarono a parlare di come privatizzare la nostra industria di Stato? Era il giugno ‘92».

    Scusi, Pomicino, ma Bartholomew racconta però che lui, in Italia dalla metà del ‘93, inviato espressamente da Clinton perché vedeva che l’Italia era in preda alle convulsioni di Tangentopoli, frenò certi rapporti milanesi che non condivideva. Che c’entra con lo schema delineato finora?
    «C’entra perché un conto è muovere le cose per riconquistare un’influenza perduta, e fare i conti con Andreotti e Craxi che si muovono troppo liberamente sullo scacchiere arabo e mediterraneo; altro è destabilizzare un Paese cruciale per le loro alleanze. Bartholomew ha una visione più larga e si rende conto che l’interesse americano è diverso. E ferma le macchine».
    La Stampa - &ldquo;Ho sempre pensato che Tangentopoli fosse pilotata dalla Cia&rdquo;
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  5. #5
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    Predefinito Re: Chi comanda in Italia: il nuovo saggio di Giulio Sapelli

    Giancarlo Galli così inserisce nel suo "Il Padrone dei Padroni. Enrico Cuccia, il potere di Mediobanca e il capitalismo italiano", la vicenda Mattei e il capitolo oscuro della sua morte, il 27 ottobre 1962:
    «Qualunque sia stata la causa della sua morte, fra i “nemici” si collocava, in primissima fila,
    lo gnomo di via Filodrammatici (…) Fu a cena da Enrico Mattei... che sentii per la prima volta
    nominare Enrico Cuccia… disse Mattei: “È molto bravo, sa dove vuole andare, e bisognerà
    fare i conti con lui. Se passa ci distrugge... Qui stanno le divisioni di Cuccia: i francesi, gli
    americani, i tedeschi, gli ebrei...”
    Un episodio illuminante in questo senso lo racconta Paolo Cirino Pomicino nel suo libro Dietro le quinte. È Craxi a parlare. «Era l'estate del 1990. Venne un grande amico imprenditore e mi portò un messaggio di Enrico Cuccia. In pratica mi invitava a nome della grande borghesia azionista e anticlericale a guidare una sorta di "rivoluzione", portando al governo l'intera sinistra socialista e comunista e marginalizzando la Dc, che nel frattempo avrebbe dovuto frantumarsi». Il presidente di Mediobanca, dunque, cercava già allora uno spazio di espressione politica per quei circoli azionisti costretti, da cinquant'anni, a muoversi da padroni soltanto nel recinto finanziario tra via Filodrammatici, Fiat e Banca d'Italia. «Ma Craxi lasciò cadere il messaggio: in esso vedeva il primo passo dell'asservimento della politica agli interessi economici dei poteri forti». Per tutti questi motivi Craxi era il vero ostacolo da abbattere. E fu abbattuto.

    Renato Altissimo, L'inganno di Tangentopoli.
    Cuccia era ormai sulla difensiva. Ed è incontestabile quanto in privato e nei lustri a venire andrà sostenendo il governatore Antonio Fazio: «Non fosse per la Legione Straniera...».
    Diamogliene atto: aveva ragione Fazio. Per un quarto di secolo, Enrico Cuccia è rimasto al timone di Mediobanca facendo pesare le sue relazioni internazionali (nel libro se ne chiariscono i motivi); ma non si tratta solo di questo. Cuccia, conoscendo i suoi polli, aveva modesta stima dell'italica imprenditorialità e dei banchieri che uno dopo l'altro s'affacciavano alla ribalta («Tutti professori, ma i banchieri non crescono nelle Università», m'ebbe a dire) e inseguiva un disegno: creare attorno a Mediobanca una galassia in grado di recitare senza complessi sul palcoscenico continentale. Infatti era «europeista», e non avrebbe potuto essere altrimenti per cultura e frequentazioni. In Fazio e nella Reconquista della finanza bianca vedeva invece pulsioni neo-autarchiche.
    Annotiamo però anche questo. Cuccia, sin dagli anni Novanta, aveva perso ogni iniziativa. E lo sapeva bene, da studioso delle strategie militari di Von Clausewitz: chi non contrattacca è perduto. Infatti. Ciò nulla toglie ai suoi pur discussi meriti. Sempre lavorò, con alterna fortuna, per la creazione di un grande banking italiano. Ora, dolorosamente prendendo atto che «La grande banca italiana non c'è», piaccia o meno, dobbiamo confrontarci con la sconcertante drammaticità del presente.
    Mario Draghi è stato chiamato d'urgenza in Banca d'Italia da Londra (dove ricopriva la carica di vicepresidente europeo della Goldman Sachs), in quanto non eravamo in grado di nominare qualcuno al di sopra della mischia, politica e affaristica. Antonio Fazio era malamente scivolato sulle bucce di banana del familismo e dell'egocentrismo che si nascondeva dietro le bandiere dell'«italianità». E la sua caduta ha spalancato le porte agli «stranieri».
    Giancarlo Galli: Il padrone dei padroni
    L'anarchia fra i poteri ha toccato il suo culmine nella brevissima era Berlusconi. Moltissimi si sono chiesti i motivi per i quali il capo del governo, pur democraticamente eletto, è stato così duramente contrastato. Illuminante l'analisi di Marie-Claude Decamps su «Le Monde» (21 dicembre 1994), a commento del discorso alla Camera di Silvio Berlusconi: «Più che un discorso da presidente del Consiglio, l'arringa rivelava una sorta d'investitura medioevale (...) Confondendo la sua carica di primo ministro con quella di capo di partito per trarne una legittimazione assoluta, Berlusconi si appella al popolo, al di sopra del Parlamento e del presidente della Repubblica. Non è la prima volta che Berlusconi si pone al di sopra delle leggi e delle istituzioni. Già dopo il suo interrogatorio da parte dei giudici di Mani pulite che lo sospettavano di corruzione, aveva violentemente attaccato la giustizia...». Nella sua edizione natalizia (24-25 dicembre 1994) l'«Herald Tribune» rincara la dose per spiegare, in un editoriale di Alan Friedman, il prezzo altissimo pagato dall'Italia a causa dell'incapacità di Silvio Berlusconi di rassicurare la finanza internazionale sui suoi progetti: ulteriore svalutazione del 10 per cento per la lira; calo del 25 per cento in Borsa; fuga degli investitori stranieri che hanno ritirato oltre 10 miliardi di dollari; crescita abnorme del «rischio Italia», cosicché i nostri prestiti scontano un tasso d'interesse di sei punti superiore a quello tedesco.
    L'animosità della grande stampa mondiale marcia di pari passo con quella nazionale: i grandi gruppi economici, quelli che siedono attorno al tavolo di Mediobanca, manifestano attraverso i loro giornali l'insofferenza verso un premier che ha infranto la regola-base di separazione fra economia e politica. Perché il big-business i governi li ha sempre usati, rifiutando tuttavia d'identificarsi in essi. Soprattutto in prima persona. Si tratta di saggezza elementare: ed Enrico Cuccia, a quanto risulta, è stato fra i più tenaci sostenitori della campagna anti-Berlusconi.
    Giancarlo Galli: Il padrone dei padroni


    Il golpismo di Cuccia non piacque a Cefis e a Craxi

    di Biagio Marzo


    Furono, per un certo periodo, le due “C” più potenti della storia economica italiana. Grazie a una intervista a Eugenio Cefis di Dario Di Vico, pubblicata in due puntate (il 29 maggio e il 5 giugno) sul “Corriere Economia”, Enrico Cuccia è tirato in ballo per un “golpe” che avrebbe dovuto compiere il leader della “razza padrona” e per non averlo fatto si rammaricò il capo di Mediobanca.
    I ricordi di Cefis, raccontati a Di Vico, sono un documento sullo spaccato italiano che va dagli anni della Resistenza al 2002, precisamente due anni prima della sua morte che avvenne alla fine del maggio 2004. Cefis fu restio a rilasciare interviste, sebbene su di lui siano stati scritti numerosi libri, biografie non autorizzate, per cui questo lungo racconto autorizzato è un documento per comprendere fatti e misfatti dell’Italia della Prima repubblica e, soprattutto, per conoscere da vicino alcuni personaggi che ne hanno scritto, nel bene e nel male, la storia italiana.
    Naturalmente non lesse mai la cinquantina di libri scritti su di sè e non amò i “pennivendoli” e, al contrario di Mattei che “comprava i giornalisti”, Cefis comprava i giornali.

    Giulio Sapelli sottolinea sul “Corriere Economia” che si consumò allora uno scontro di potere sul terreno economico-politico con forti riverberi sul periodo attuale, 2006. Secondo l’economista, “Cefis ha una sfortuna. Gli è rimasto il marchio che, a fuoco, il libro di Scalfari e Turani gli hanno impresso su quella pelle da rinoceronte che portava come orgogliosa corazza”.
    Il titolo del libro: ”Razza padrona” fu scritto a quattro mani e messo in vendita nel novembre del 1974. Fu il primo libro che approfondì il cambiamento della società industriale e finanziaria italiana nel corso degli anni Sessanta e Settanta, un decennio, e ricostruì come mutò il potere, la politica e le istituzioni.
    In particolare, Scalfari e Turani scavarono sulla Montedison, (la lunga guerra all’interno dell’industria chimica italiana e lo scandalo dei “fondi neri”), sulla cui vicenda ha avuto un ruolo come sceneggiatore, un regista e un primo attore, Eugenio Cefis. Dunque, “Razza padrona” è la storia della borghesia di Stato da Cefis a Cefis”.
    Un libro di cui non si può fare a meno di leggere se si vuole conoscere come funzionava il rapporto tra capitalismo privato e quello pubblico. Di più. Ti fa guardare dentro la galleria nella quale si muovono personaggi che di volta in volta erano alleati e avversari: Guido Carli, Enrico Cuccia, Leopoldo Pirelli, Anna Bonomi, Raffaele Girotti, Nino Rovelli, Giuseppe Petrilli e Cesare Merzagora.

    Tuttavia, non di questo vogliamo parlare, semmai del “golpismo” vero e presunto di Cefis. Di golpismo lui non voleva sentire parlare, anche perché la vulgata motivava il suo ritiro dall’attività pubblica, (lasciò la presidenza di Montedison nel 1977 nel pieno delle proprie energie), e la sua andata via dall’Italia (Cefis fece il pendolare tra Milano, Canada e Svizzera) al mancato sovvertimento dell’ordine democratico.
    Per di più, veniva additato da Cuccia come colpevole di non aver fatto il golpe. In verità di golpe non c’è traccia nell’azione di Cefis né nel pensiero di Gianfranco Miglio, che era il suo cervello pensante. Ma chi era veramente Cuccia che chiedeva una cosa così rischiosa a Cefis? Fu un uomo che, dal dopoguerra fino alla soglia del XXI secolo, è stato al vertice del capitalismo italiano e, non a caso, Giorgio Galli ha scritto su di lui un libro intitolato: ”Il padrone dei padroni”.
    In effetti, era lui che ebbe un ruolo determinante nelle scelte e nello sviluppo del sistema Italia, tuttavia, non si è mai esposto più di tanto in pubblico, mantenendo una posizione defilata, tant’è che fino alla fine degli anni Ottanta il suo nome non era conosciuto ai più. Scrive Fabio Tamburini, nel suo libro “Un siciliano a Milano”: ”pochi erano in grado di cogliere la forza reale dell’unica vera banca d’affari italiana e in quei pochi, per rispetto della volontà del suo fondatore, tenevano riservato ogni intervento”.

    Cuccia era “un uomo esile, minuto, apparentemente fragile, sempre vestito di scuro, dal volto enigmatico e dallo sguardo penetrante; la sua creatura è Mediobanca: una cassaforte ove egli ha custodito per molto tempo le chiavi d’accesso al controllo dei maggiori gruppi imprenditoriali, fornendo ampia dimostrazione del principio secondo il quale il vero potere può essere disgiunto dalla proprietà”.
    Quest’ultimo concetto gli calzava a pennello: lui e nessun’altro rappresentava gli equilibri azionari, attraverso patti sociali e scatole cinesi, di società come la Montedison, Pirelli e Generali. Perfino la Fiat e la famiglia Agnelli devono molto alla “gnomo di Via Filodrammatici”, sebbene nel corso della fine degli anni Novanta, Cuccia e Gianni Agnelli interruppero il loro sodalizio che aveva condizionato, nel bene e nel male, il capitalismo italiano.
    Insomma, quest’uomo che era stato antifascista e, alla lettera, incorruttibile, infatti le inchieste giudiziarie che furono aperte post mortem su di lui per scoprire il suo tesoro, andarono tutte a vuoto, come poteva pretendere un golpe organizzato poi da un partigiano antifascista come Cefis? L’inquilino di Mediobanca, tuttavia, ne era convinto a tal punto che ammise: ”Pensavo che Cefis facesse il golpe e invece se n’è andato”.

    “Venne a dirlo anche a me e io gli risposi -ma lei è matto-“, confessò l’intervistato all’intervistatore. Giacché l’ex presidente di Montedison escludeva un golpe militare, visto che ci sarebbero volute quattro-cinque settimane per concentrare le divisioni tutte al Nord. Allora di che golpe parlava Cuccia? Forse alludeva al processo di privatizzazione che in quella epoca era una sorta di golpe a tutti gli effetti.
    Del resto, il disegno di Cuccia era “privatizzare Mediobanca, sistemare Generali, spacchettare l’Eni per darne le rendite alla Fiat, ridurre all’impotenza i dirigenti Montedison dopo che l’integrazione tra Edison e Montecatini non pareva dare i frutti sperati”. Cuccia fallì nella sua strategia e Cefis, che non volle prestarsi al suo gioco, abbandonò armi e bagagli.
    Anche perché finì di brillare la stella del firmamento politico su cui aveva puntato, Amintore Fanfani. Quello che Cuccia non riuscì a portare in porto con Cefis, lo realizzò, viceversa, all’inizio degli anni Novanta con Mani pulite: ”Bisogna comportarsi come ai tempi della guerra. Come allora avevamo brigato perché l’Italia perdesse la guerra e cacciasse i fascisti, così come oggi dobbiamo lavorare perché venga spazzata via questa classe politica” (Geronimo, Strettamente Riservato).
    L’obiettivo di Cuccia era uno e uno solo, privatizzare le tre Bin (Credit, Comit e Banca di Roma) e accorparle alla già privatizzata Mediobanca.

    Un’operazione che fallì avendo di fronte Andreotti e Craxi di cui Cuccia si fidava, tant’è che voleva che il leader socialista guidasse la rivoluzione, portando al governo il Pci e il Psi e marginalizzando la Dc. Prima Cefis poi Craxi, ma questi lasciò cadere la proposta perché era per il primato della politica e non dei poteri forti.
    Non passò molto tempo che Cuccia si trovò pentito per aver spinto a favore della rivoluzione giudiziaria, rimpiangendo la classe politica della Prima repubblica.
    L'Opinione delle Libertá
    Ultima modifica di Hagakure; 26-10-12 alle 15:13
    «casta di banchieri e uomini d'affari,arricchiti dai colpi di fortuna, uccelli di rapina, in agguato contro la società umana» C.Z Codreanu

  6. #6
    Bushidō
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    Predefinito Re: Chi comanda in Italia: il nuovo saggio di Giulio Sapelli


    Secondo dei tre volumi di memore del ministro andreottiano Pomicino dietro lo pseudonimo di "Geronimo". Archiviata la prima repubblica, in questo libro si parte dalla nascita del primo governo Berlusconi. La tesi di fondo consiste nella denuncia di un complotto azionista-giudiziario che avrebbe liquidato la DC.
    Dietro le quinte. La crisi della politica nella Seconda Repubblica - Geronimo - Mondadori - Libro - Libreria Universitaria - 9788804504368

    Geronimo: Presentazione del libro «Dietro le quinte» | RadioRadicale.it
    I Libri | Paolo Cirino Pomicino | Blog
    E Pomicino-Geronimo «processa» l' Italia post Tangentopoli
    «L' Italia è un paese di marionette». Pomicino e la manina americana


    «[Mani pulite, ndr] era un progetto politico in cui sostanzialmente il vecchio Partito di Azione, con le sue presenze finanziarie nel settore della stampa e dell’industria, cambiava alleanza: dalla Democrazia cristiana al Partito comunista. Fallito il progetto politico, le procure iniziano a fare il cosiddetto ‘lavoro sporco’ con una semplicità finanche banale, nel senso che trasformarono il finanziamento non dichiarato di partiti e di uomini politici in corruzione.»

    «Era l'estate del 1990. Venne un grande amico imprenditore e mi portò un messaggio di Enrico Cuccia. In pratica mi invitava a nome della grande borghesia azionista e anticlericale a guidare una sorta di "rivoluzione", portando al governo l'intera sinistra socialista e comunista e marginalizzando la Dc, che nel frattempo avrebbe dovuto frantumarsi. Ma Craxi lasciò cadere il messaggio: in esso vedeva il primo passo dell'asservimento della politica agli interessi economici dei poteri forti»

    «Negli anni Novanta senza più il disturbo di nessun democristiano e di nessun socialista, Carlo De Benedetti, Giovanni Agnelli, Leopoldo Pirelli, Marco Tronchetti Provera, Enrico Cuccia e tutto il salotto buono del capitalismo d’affari si allea con la sinistra postcomunista per guidare in prima persona il governo del Paese. Mette in campo i suoi uomini (Carlo Azeglio Ciampi anzitutto) e ottiene a prezzi scontatissimi parte rilevante di quell’ambìto patrimonio pubblico. Sono gli anni in cui vengono privatizzati Comit e Credit, Eni, Telecom, San Paolo, Bnl, Sme, rinunciando a ogni accordo, a ogni possibilità di internazionalizzazione, a ogni chance di sopravvivenza nei mercati europei ed extraeuropei che pure sarebbe stata possibile. Più che una vendita è una liquidazione dell’azienda Italia, che i circoli economici vogliono per cogliere le opportunità migliori. Il centrosinistra al governo del Paese accetta tutto in cambio della tutela e dell’appoggio da parte del potere economico: è il prezzo che i postcomunisti hanno pagato ai grandi borghesi per farsi perdonare settant’anni di lotte contro il capitale e l’economia di mercato».

    «Amico di Carlo De Benedetti, al quale tentò di vendere nel 1985 a prezzo stracciato la Sme, presidente dell’Iri dal 1983 al 1989 e intimo conoscitore dei suoi fondi neri (me ne venne a parlare quando ero presidente della commissione Bilancio per via della proposta di legge di un’inchiesta parlamentare), Romano Prodi è l’uomo ideale. Politico modesto ma con la veste tecnocratica che in quegli anni va di moda, egli rappresenta una sorta di novità non essendosi mai direttamente impegnato in cariche elettive o politiche (…). Prodi però possiede un’altra virtù. Per anni è stato consulente profumatamente pagato di banche d’affari e quindi è un esperto dei santuari economici: questo lo rende bene accetto nei salotti buoni del capitalismo italiano».
    Geronimo, Dietro le quinte, Mondadori, 2002.
    Ultima modifica di Hagakure; 29-10-12 alle 11:04
    «casta di banchieri e uomini d'affari,arricchiti dai colpi di fortuna, uccelli di rapina, in agguato contro la società umana» C.Z Codreanu

 

 

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