CRIMINI E OBLII: CANNIBALIZZARE IL NEMICO


Introduzione: termine “cannibalismo”

Citando la definizione data da M. Strano nel Manuale di criminologia clinica, “Il termine cannibalismo è generalmente usato per indicare tutti quegli animali, appartenenti alla stessa specie, che hanno la caratteristica di mangiarsi tra loro.”
Per quanto riguarda l’uomo si usa fare una distinzione tra i termini antropofagia (riferito al consumo di carne umana di persone non ancora definitivamente decedute) e necrofagia (riferito al consumo di carne di persone già morte).
Un’altra importante distinzione riguarda l’endocannibalismo e l’eso-cannibalismo. Con endocannbalismo si indica la pratica di coloro che mangiano i membri dello stesso gruppo d’appartenenza. Generalmente questo tipo di atto ha una dimensione sociale, in quanto lo spirito del morto viene riassorbito dall’intera tribù/gruppo. Esocannibalismo è invece la pratica di coloro che si cibano della carne di persone che non appartengono al proprio gruppo. Generalmente lo scopo è quello di sottolineare il potere della tribù/gruppo, di spaventare i nemici, di liberarsi in modo utile dei prigionieri o di assorbire l’abilità delle vittime.
Attualmente si possono distinguere diverse tipologie di cannibalismo relativo all’uomo: quello guerriero, quello religioso, per sopravvivenza, dovuto a psicopatologie, per vendetta, per condanna, per culinaria.
Secondo l’indagine attuata da M. Strano: “Introdurre nel nostro corpo una parte o l’intero corpo di un’altra persona è interpretato come un desiderio di possedere un oggetto in modo assoluto”.
Nel momento in cui l’impulso antropofago si realizzi in un atto vero e proprio, ci si trova di fronte a persone affette da psicopatologie gravi. In periodo di guerra queste possono essere causate da situazioni estreme o dalle atrocità alle quali i combattenti si trovano ad assistere. In casi del genere agiscono sulla mente alterazioni patologiche in grado di soffocare il normale senso del disgusto rispetto al consumo di carne umana, generalmente causato da sentimenti di frustrazione rispetto alla capacità di agire sul mondo e sulle persone che sfuggono al loro controllo.






Il caso del Giappone


Nel 1941, durante la Guerra del Pacifico, il Giappone intraprese la Campagna di Nuova Guinea, al tempo possedimento australiano, e nel 1944 diede inizio alla Campagna delle Filippine.
Numerose sono le testimonianze che parlano di atti di cannibalismo perpetrati dalle forze giapponesi nelle due regioni, e si possono trovare sia nei rapporti dei soldati australiani o americani sia in opere di alcuni scrittori giapponesi.

Soldati giapponesi
Per quanto riguarda le fonti giapponesi, si possono prendere in considerazione due esempi. Il romanzo di Ooka Shohei intitolato Nobi (versione italiana: La guerra del soldato Takamura) che racconta la storia di un soldato giapponese e dei suoi commilitoni di stanza nelle Filippine che condannati a morire di fame iniziano ad uccidersi l’un l’altro e il film documentario Yuki yuki te shingun di Hara Kazuo (1987) che contiene interviste a veterani di guerra giapponesi che confessano il loro coinvolgimento in atti di cannibalismo durante la Campagna di Nuova Guinea. Oltre a questi esempi si possono trovare altre biografie di veterani giapponesi che fanno espliciti riferimenti al cannibalismo seppur senza ammettere o affermare un diretto coinvolgimento.

“[…] There was absolutely nothing to eat, and so we decided to draw lots. The one who lost would be killed and eaten. But the one who lost started to run away so we shot him. He was eaten. […] I met some soldiers in the mountains who were carrying baked human arms and legs. […]”.
memorie di Nogi Harumichi (Capo delle forze di polizia navale giapponese)

(“[…] Non c’era assolutamente niente da mangiare, così decidemmo di tirare a sorte. Quello che perdeva sarebbe stato ucciso e mangiato. Ma quello che perse cominciò a correre via così gli sparammo. Fu mangiato. […] Incontrai alcuni soldati sulle montagne che stavano portando braccia e gambe umane cotte. […]”.)

L’impressione generale che però emerge dalle fonti giapponesi è quella che le vittime del cannibalismo erano gli stessi soldati giapponesi che erano stati uccisi in battaglia o che erano morti di malattia e di cui i commilitoni si cibavano a causa della mancanza di provviste.
In realtà sono registrati casi nei quali anche soldati delle truppe alleate e membri delle popolazioni locali divennero vittime.
Le vittime del cannibalismo in guerra possono essere divise in 4 gruppi: soldati alleati (maggiormente australiani), prigionieri di guerra asiatici usati come operai, popolazione locale, soldati giapponesi.

Forze alleate
Tra i vari rapporti sugli atti di cannibalismo segnalati dalle forze militari australiane, quelli ad avere le descrizioni più dettagliate in merito alle condizioni dei corpi sono quelli che riportano casi in cui le vittime erano i soldati australiani. Questo perché in genere i testimoni di tali eventi erano membri dello stesso plotone della vittima, perché i rapporti erano stilati immediatamente dopo il ritrovamento dei cadaveri e perché generalmente i corpi erano ispezionati da dottori dell’esercito.

“On the morning of the — at 09.00 hours […] and myself recovered the boby of — who had been killed by enemy action on the —. We found the body in the following condition:
(a) all clothing had been removed
(b) both arms had been cut off at the shoulder
(c) the stomach had been cut out, and the heart, liver and other entrails had been removed
(d) all fleshy parts of the body had been cut away, leaving the bones bare
(e) the arms, heart, liver and entrails could not be found
(f) the only parts of the body not touched were the head and feet.
A Japanese mess tin which appeared to contain human flesh was lying four to five yards from —‘s body […]”.
Documento dell’esercito australiano

(“Nella mattina di — alle ore 09.00 […] e io recuperammo il corpo di — che era stato ucciso da un’azione nemica sul —. Trovammo il corpo nelle seguenti condizioni:
(a) tutti i vestiti erano stati tolti
(b) entrambe le braccia erano state tranciate all’altezza delle spalle
(c) lo stomaco era stato eliminato e il cuore, il fegato e le altre viscere erano stati rimossi
(d) tutte le parti carnose del corpo erano state tagliate via, lasciando le ossa scarnificate
(e) le braccia, il cuore, il fegato e le viscere non sono stati trovati
(f) le uniche parti del corpo non toccate erano la testa e i piedi.
Una gavetta giapponese che sembrava contenere carne umana giaceva quattro o cinque iarde dal corpo di — […].”)


“[…] the body was found in the following condition. “The flesh part of the thigh and each leg had been cut away. The abdominal cavity had been opened by cutting away the skin and flesh under each lower rib. The face had not been mutilated, thus making identification possibile.” […]”.
Documento dell’esercito americano

(“[…] il corpo fu trovato nelle seguenti condizioni. “La parte di carne delle cosce e ogni gamba erano state tagliate via. La cavità addominale era stata aperta tagliando via la pelle e la carne sotto ogni costola inferiore. La faccia non era stata mutilata, rendendo così possibile l’identificazione.” […].”)

Ciò che emerge dalle varie testimonianze è che i soldati giapponesi portavano via il corpo della vittima dall’area di un forte combattimento e lo spostavano in zone più sicure per poterlo cucinare e mangiare, mentre altri tenevano lontane le forze alleate per impedire loro di recuperare i corpi. Questo indica che tali fenomeni non erano fatti isolati o sporadici ma parte di un processo organizzato. Un altro fatto che emerge dai rapporti è che i soldati giapponesi dopo aver compiuto tali atti non avevano il tempo o l’opportunità di nascondere le prove.

Prigionieri di guerra
Durante la Guerra del Pacifico molti prigionieri di guerra delle forze alleate furono costretti a lavorare in varie parti dei territori sotto l’occupazione giapponese e anche in questo caso nella Sezione sui crimini di guerra australiana si trovano dei documenti che riportano che molti di questi divennero vittime del cannibalismo giapponese. Uno degli esempi più scioccanti è quello che riguarda un gruppo di indiani mussulmani tenuti in vita esclusivamente in quanto fonte di cibo per i giapponesi.

“[…] We were taken to a place about 300 miles away, we were employed for 12 hours daily on hard fatigues and were given very little to eat. […] Later, due to Al lied attacks and activity, the Japs also run out of rations. We prisoners were made to eat grass and leaves and due to starvation we even ate snakes, frogs and other insects. At this stage the Japanese started selecting prisoners and everyday 1 prisoner was taken out and killed and eaten by the Japanese. […] Those selected were taken to a hut where flesh was cut from their bodies while they were alive and they were then thrown into a ditch alive where they later died. […]”.
Hatam Ali, soldato pakistano

(“[…] Fummo portati in un posto a circa 300 miglia di distanza, eravamo usati per 12 ore al giorno di dure fatiche e ci veniva dato molto poco da mangiare. […] In seguito, a causa degli attacchi e dei movimenti degli Alleati anche i Giapponesi esaurirono le razioni. Noi prigionieri mangiavamo erba e foglie e a causa della fame mangiammo anche serpenti, rane ed altri insetti. In questa fase i Giapponesi cominciarono a selezionare i prigionieri e ogni giorno un prigioniero veniva portato via e ucciso e mangiato dai Giapponesi. […] Quelli selezionati venivano portati in un capanno dove la carne veniva tagliata dai loro corpi mentre erano vivi e poi venivano gettati vivi in un fosso dove in seguito morivano. […].”)

Popolazioni indigene
Esistono anche rapporti basati su testimonianze di membri della popolazione locale rese a soldati australiani in cui si descrivono casi di cannibalismo su indigeni della Nuova Guinea, generalmente civili apertamente ostili alle forze giapponesi o attivamente impegnati nella collaborazione con le forze alleate.
Generalmente però tali incidenti non erano riportati agli ufficiali delle truppe australiane o se riportati non erano perseguiti dalla Sezione crimini di guerra.


Le ragioni di tali pratiche

Dai vari rapporti che si possono trovare negli archivi sia australiani sia americani, risulta chiaro come la pratica largamente diffusa del cannibalismo fosse qualcosa di più di casuali incidenti perpetrati da individui o piccoli gruppi causati da situazioni estreme. Il cannibalismo prende la forma di una vera e propria strategia militare sistematica ed organizzata commessa da intere squadre. Infatti, il recupero dei corpi avveniva nel mezzo di una battaglia, con una sezione della squadra giapponese che continuava a combattere, mentre l’altra spostava il corpo in una zona più sicura: comportamento che viene paragonato dall’autore del libro Hidden horrors, Yuki Tanaka, a quello degli animali durante la caccia.
Nei casi di cannibalismo registrati tra le truppe giapponesi, la distinzione tra endo- ed eso-cannibalismo rischia di diventare una forzatura in quanto in alcuni casi la distinzione tra corpi degli alleati e dei nemici sembra scomparire e tutto diventa niente di più che fonte di nutrimento. Infatti, una delle ragioni principali della diffusione di tali pratiche era la fame causata dalla mancanza dell’arrivo di vettovaglie alle truppe, abbandonate di fatto dai capi dell’esercito.
Inoltre sono da tenere in considerazione anche le particolari caratteristiche della guerra combattuta in mezzo alla giungla, dove il nemico è spesso invisibile ma molto vicino. Tali condizioni possono creare un alto grado di stress che può arrivare al punto di affrettare lo sviluppo di episodi di pazzia di gruppo, dove cannibalismo e ferocia assumono dimensioni rituali. In questi casi, atti di cannibalismo esogeno assumono aspetti eroici, rappresentano il bottino della vittoria, mentre invece atti di cannibalismo endogeno probabilmente servono a riaffermare la solidarietà del gruppo e a creare un legame tra i vivi e i morti all’interno del gruppo.
Nonostante il fatto che entrambe queste due pratiche fossero considerate come il più grave crimine di guerra e proibite dall’Esercito Imperiale Giapponese, le alte cariche dell’esercito erano ben consapevoli del fatto che il cannibalismo era una pratica ricorrente ma invece di porre fine alla faccenda, da alcuni documenti sembra che cercassero di accomodare una pratica che loro stessi consideravano non prevenibile o risolvibile.
Di fronte ad episodi così estremi e inusuali si può essere portati a pensare che essi siano il frutto del caos, della disorganizzazione e della fame che c’era tra le truppe giapponesi verso la fine della guerra. In realtà alcuni rapporti australiani dimostrano come, anche in periodi di completa mancanza di approvvigionamenti, la disciplina fosse mantenuta all’interno delle truppe. Ulteriore prova dunque del fatto che il cannibalismo non fu sempre il prodotto della mancanza di morale o di organizzazione nelle forze nipponiche.


Le responsabilità

I principali responsabili della diffusione di tali episodi durante la Guerra del Pacifico non furono in realtà i comandanti delle truppe bensì il Quartier Generale Giapponese e le strategie che questo adottò nel condurre la guerra. Infatti, non venne effettuato alcun tipo di studio sul clima, l’ambiente, la geografia dei territori dove si sarebbero combattute le battaglie e mandarono a combattere soldati del tutto impreparati in merito alle difficili condizioni di posti come la Nuova Guinea e le Isole del Pacifico. Quando le alte cariche giapponesi si resero conto di aver adottato una politica e delle strategie completamente sbagliate, anziché ritirare le truppe adottarono quella che chiamarono “politica di autosostentamento”, politica fittizia per nascondere il fatto che nella realtà decisero di abbandonare a se stesse tutte le forze giapponesi in Nuova Guinea.


Il Tribunale di Tokyo

Il 6 dicembre 1946 il giudice William Webb, presidente del Tribunale di Tokyo, ricevette un telegramma dal Ministro australiano per gli Affari Esteri il quale gli chiedeva come doveva comportarsi nei confronti dei processi per i crimini di Classe B (crimini di guerra) e di Classe C (crimini contro l’umanità): se doveva cioè allinearsi alle decisioni britanniche di portare a processo soltanto coloro che erano punibili o con la pena di morte o con un periodo di detenzione superiore ai 7 anni e smettere di occuparsi dei crimini “intermedi”. La risposta di Webb fu chiara: era dell’opinione che tutti coloro che erano accusati di crimini di Classe B o C coinvolti in omicidi, gravi lesioni personali, cannibalismo o torture dovessero essere portati a processo e che non ci dovevano essere compromessi.
Ciò che risulta essere più strano nell’intera vicenda rimane però il fatto che nonostante fossero numerose le testimonianze e i rapporti delle truppe australiane e americane, che oltre a segnalare i casi di cannibalismo da parte delle truppe giapponesi collegavano questi fatti direttamente al Quartier Generale Imperiale, e nonostante i giudici del Tribunale dei crimini di guerra fossero ben consapevoli di tali episodi, non fu mai fatto alcun tentativo di denunciare tali crimini nei Processi per Crimini di Classe A (crimini contro la pace), pur essendo l’Australia l’unico membro delle Nazioni Alleate a riconoscere il cannibalismo e la mutilazione dei morti come specifico crimine di guerra.
Probabilmente la decisione del giudice Webb di tenere fuori i casi di cannibalismo dai processi di Classe A fu data da due fattori: in primo luogo voleva preservare la privacy delle vittime ed evitare conseguenze psicologiche sui loro parenti. Inoltre, data l’elevata attenzione della stampa mondiale al Tribunale di Tokyo ed in particolare al Tribunale di Classe A, voleva evitare gli effetti che avrebbero scatenato tali testimonianze e le agitazioni che sarebbero seguite in Australia.
Si decise allora di evitare il Tribunale per i crimini di Classe A e di limitare questo tipo di processi ai Tribunali per i crimini di Classe B e C.
Alla fine però la volontà di Webb di condannare i colpevoli di cannibalismo e crimini associati fallì: infatti furono giudicati soltanto 3 casi di omicidio e cannibalismo, un caso di profanazione di corpi e cannibalismo e un caso di cannibalismo e dei 15 soldati giapponesi perseguiti soltanto 2 furono condannati e gli altri 13 furono assolti.
Le decisioni e il modo di agire del giudice Webb crearono alla fine due seri problemi, soprattutto per i giapponesi. Innanzitutto, poiché queste informazioni non vennero mai rese disponibili al pubblico, i civili non furono mai informati dell’esistenza e del livello del cannibalismo giapponese se non tramite un passaparola di notizie di seconda mano. In conseguenza a ciò il pubblico australiano cadde nella convinzione che i giapponesi fossero “animali privi di un senso di normale moralità e che tutti gli atti di cannibalismo delle forze giapponesi fossero stati gratuiti e sadici”.
In secondo luogo i giapponesi non furono mai informati dell’abbandono delle guarnigioni in Nuova Guinea da parte del Quartier Generale Imperiale e della conseguente morte per inedia di più di 100.000 soldati dell’Impero.











BIBLIOGRAFIA

Yuki Tanaka, Hidden Horrors. Japanes War Crimes in World War II, Westview Press, Colorado USA, 1996

Marco Strano (a cura di), Manuale di criminologia clinica, SEE Editrice, Firenze, 2003

Chiara Camerani, Il cannibalismo, in rivista Detective magazine, Cepic Psicologia - Home Page