Nella sua lettera ai Galati, Paolo aveva ragione a prendersela con chi, per distinguersi, dava più peso alle formalità che non alla sostanza, però aveva torto nel ridurre la sostanza a una questione di comportamento etico-religioso.
Quello che di lui non si può assolutamente accettare è l'idea di ridurre la "liberazione" (sociale, politica) a una libertà interiore, da viversi a livello di coscienza, salvo limitarsi, sul piano sociale a propagandare l'amore fraterno e l'assistenzialismo.
Nel momento in cui è sorto, il cristianesimo è stato una religione idealistica, che già aveva tradito il messaggio originario del Cristo. La differenza tra cristianesimo e stoicismo stava unicamente nelle origini ebraiche del primo, le quali mostravano un certo interesse per le questioni sociali. Nel senso che mentre l'ebraismo ortodosso cercava di risolverle nei limiti appunto della propria etnicità, il cristianesimo invece ha preteso di risolverle al di fuori di questi limiti, dando ad esse però una connotazione più astratta.
L'ebreo cercava l'eguaglianza a livello sociale per dimostrare che la propria nazione era migliore delle altre (quindi era un'uguaglianza tra ebrei, ivi inclusi quelli della diaspora); il cristiano invece cercava un'uguaglianza tra tutti i credenti, a prescindere dalla loro origine etnica o provenienza geografica: solo che, facendo questo, ha trasformato l'uguaglianza in qualcosa di astratto, di metafisico, che può realizzarsi compiutamente solo nell'aldilà e che sulla terra al massimo può esprimersi come assistenzialismo, senza mai mettere in discussione i rapporti di sfruttamento dominanti.
Con questo naturalmente non si vuole affatto sostenere che al tempo di Gesù Cristo l'ebraismo d'Israele non conoscesse al proprio interno le differenze di classe e persino di casta; si vuol semplicemente dire che l'opposizione a queste differenze era molto forte e veniva ancora compiuta in nome di un'effettiva uguaglianza sociale (esseni, battisti, zeloti, nazareni e persino l'ala progressista dei farisei erano favorevoli a un ritorno al comunismo primitivo).
Nel cristianesimo l'idea di "comunismo primitivo" è stata subito trasformata nell'idea mistica di "comunione eucaristica" o, al massimo, in quella di "agape fraterna", in cui si cercava di condividere non il momento produttivo ma solo quello distributivo dei beni e, di questi beni, solo quelli non essenziali alla propria sopravvivenza. Nei suoi duemila anni di storia il cristianesimo non ha mai superato l'idea di "assistenzialismo" con quella di "comunismo", se non in talune esperienze monastiche, molto particolari, poiché anche qui, se veniva praticato il comunismo tra monaci, spesso questi non lo praticavano coi contadini che lavorano le loro terre.
Il cristianesimo ha tolto all'uguaglianza la carica politica che aveva sotto l'ebraismo, anche se quest'ultimo l'aveva circoscritta entro i limiti della propria nazione (gli ebrei davano per scontato di non poter essere "uguali" ai pagani, anzi, si vantavano di non esserlo). Da un lato quindi era aumentata, col paolinismo, la consapevolezza dell'universalità del valore umano (cosa che però si poteva rinvenire anche nella predicazione del Cristo); dall'altro era aumentata la praticabilità astratta di questo valore, conseguente al fatto che il cristianesimo era nato solo dopo il fallimento della rivoluzione politica del movimento nazareno.
Il tradimento operato dal cristianesimo petro-paolino ha comportato non solo l'astrattezza dell'universalismo etico-religioso (soteriologico), ma anche, inevitabilmente, la sua incoerenza con la pratica reale. Infatti, se nel contesto locale non si è capaci di realizzare la vera uguaglianza sociale, tutte le affermazioni universalistiche sull'uguaglianza etico-religiosa risulteranno meramente propagandistiche.
Non a caso il cattolicesimo-romano ha sempre considerato l'Europa occidentale il fulcro della civiltà post-pagana, assumendo atteggiamenti di superiorità ideologica nei confronti del mondo intero. E' dovuto subentrare il protestantesimo prima che un nuovo continente, quello nord-americano, pretendesse di definirsi come nuova culla della moderna e contemporanea civiltà democratica.
Solo in apparenza quindi il tarsiota Paolo compì un'operazione passata alla storia come straordinaria e unica nel suo genere, trasformando il nazionalismo giudaico nell'universalismo cristiano. In realtà questa operazione era già presente, in nuce, nella predicazione laico-socialista o, se si preferisce, ateo-comunista del Cristo, contraria a qualunque affronto mistico ma anche meramente etnico della questione dell'uguaglianza. La frequentazione di Tiro e Sidone, della Decapoli e soprattutto il confronto coi samaritani, documentato nel IV vangelo, che parla anche di presenza di "alcuni greci" durante l'ultima pasqua (12,20ss.), costituiscono chiari esempi di universalizzazione del problema della libertà e degli altri valori umani.
San Paolo si è anzi servito della propria concezione astratta e idealistica dell'uguaglianza non solo per delegittimare il giudaismo ortodosso, che sicuramente in merito era più concreto, ma anche per avvalorare le arbitrarie tesi petrine relative alla "morte necessaria" e alla "resurrezione" del Cristo, con cui si ponevano le basi mistiche per trasformare le rivalità politiche tra galilei e giudei in un conflitto di tipo religioso. Un conflitto che troverà il suo punto più alto di compromesso nella figura del giudeo Giacomo, fratello di Gesù, il quale arrivò ad accettare le tesi petrine, salvaguardando però tutte le specificità dell'ebraismo classico (circoncisione, cibi impuri ecc.).
Pietro infatti era anti-giudeo in quanto galileo e in quanto galileo concedeva spazi di manovra all'ellenismo pagano o almeno all'ebraismo ellenizzato. Ma proprio questa lettera attesta l'avvenuto superamento del petrinismo da parte del paolinismo. Per Paolo non era più questione di contrapporre galilei a giudei o di trovare un compromesso tra queste due etnie o tra ebraismo ed ellenismo nelle zone della diaspora ebraica. Per lui il vero problema era quello di superare, consapevolmente e definitivamente, sia l'ebraismo sia l'ellenismo, in direzione di un nuova religione, che dell'uno avrebbe preso la sensibilità per le questioni sociali e dell'altro l'astrattezza dell'universalismo etico-religioso (un'astrattezza che da filosofica sarebbe potuta diventare facilmente teologica, essendo già imbevuta ampiamente di metafisica).
La vera culla del Cristianesimo è stata l'odierna Turchia, ove il confronto tra ebrei ed ellenisti era alla pari, ove gli ebrei-ellenisti potevano tranquillamente risiedere, senza rischiare d'essere espulsi dalle grandi città (come invece p.es. avveniva in Italia), e dove i pagani, vivendo nella periferia dell'impero romano, ne soffrivano maggiormente le contraddizioni sistemiche ed erano quindi più predisposti ad accettare nuove soluzioni di tipo religioso. Dall'incontro di queste due componenti si formerà appunto il cristianesimo.
http://www.homolaicus.com/nt/vangeli/lettera_galati.htm




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