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    Predefinito 30 novembre 2012: Sant'Andrea apostolo

    FESTA DI TUTTI I SANTI



    La festa della Chiesa trionfante.

    Vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, d'ogni nazione, d'ogni tribù, d'ogni lingua e stavano davanti al trono vestiti di bianco, con la palma in mano e cantavano con voce potente: Gloria al nostro Dio (Ap 7,9-10). Il tempo è cessato e l'umanità si rivela agli occhi del profeta di Pathmos. La vita di battaglia e di sofferenza della terra (Gb 7,1) un giorno terminerà e l'umanità, per molto tempo smarrita, andrà ad accrescere i cori degli spiriti celesti, indeboliti già dalla rivolta di Satana, e si unirà nella riconoscenza ai redenti dell'Agnello e gli Angeli grideranno con noi: Ringraziamento, onore, potenza, per sempre al nostro Dio! (Ap 7,11-14).

    E sarà la fine, come dice l'Apostolo (1Cor 15,24), la fine della morte e della sofferenza, la fine della storia e delle sue rivoluzioni, ormai esaurite. Soltanto l'eterno nemico, respinto nell'abisso con tutti i suoi partigiani, esisterà per confessare la sua eterna sconfitta. Il Figlio dell'uomo, liberatore del mondo, avrà riconsegnato l'impero a Dio, suo Padre e, termine supremo di tutta la creazione e di tutta la redenzione, Dio sarà tutto in tutti (ivi 24-28).

    Molto prima di san Giovanni, Isaia aveva cantato: Ho veduto il Signore seduto sopra un trono alto e sublime, le frange del suo vestito scendevano sotto di lui a riempire il tempio e i Serafini gridavano l'uno all'altro: Santo, Santo, Santo, il Signore degli eserciti: tutta la terra è piena della tua gloria (Is 6,1-3).

    Le frange del vestimento divino sono quaggiù gli eletti divenuti ornamento del Verbo, splendore del Padre (Ebr 1,3), perché, capo della nostra umanità, il Verbo l'ha sposata e la sposa è la sua gloria, come egli è la gloria di Dio (1Cor 11,7). Ma la sposa non ha altro ornamento che le virtù dei Santi (Ap 19,8): fulgido ornamento, che con il suo completarsi segnerà la fine dei secoli. La festa di oggi è annunzio sempre più insistente delle nozze dell'eternità e ci fa di anno in anno celebrare il continuo progresso della preparazione della Sposa (Ap 19,7).



    Confidenza.

    Beati gli invitati alle nozze dell'Agnello! (ivi, 9). Beati noi tutti che, come titolo al banchetto dei cieli, ricevemmo nel battesimo la veste nuziale della santa carità! Prepariamoci all'ineffabile destino che ci riserba l'amore, come si prepara la nostra Madre, la Chiesa. Le fatiche di quaggiù tendono a questo e lavoro, lotte, sofferenze per Dio adornano di splendenti gioielli la veste della grazia che fa gli eletti. Beati quelli che piangono! (Mt 5,5).

    Piangevano quelli che il Salmista ci presentava intenti a scavare, prima di noi, il solco della loro carriera mortale (Sal 125) e ora versano su di noi la loro gioia trionfante, proiettando un raggio di gloria sulla valle del pianto. La solennità, ormai incominciata, ci fa entrare, senza attendere che finisca la vita, nel luogo della luce ove i nostri padri hanno seguito Gesù, per mezzo della beata speranza. Davanti allo spettacolo della felicità eterna nella quale fioriscono le spine di un giorno, tutte le prove appariranno leggere. O lacrime versate sulle tombe che si aprono, la felicità dei cari scomparsi non mescolerà forse al vostro rammarico la dolcezza del cielo? Tendiamo l'orecchio ai canti di libertà che intonano coloro che, momentaneamente da noi separati, sono causa del nostro pianto. Piccoli o grandi (Ap 19,5), questa è la loro festa e presto sarà pure la nostra. In questa stagione, in cui prevalgono brine e tenebre, la natura, lasciando cadere i suoi ultimi gioielli, pare voler preparare il mondo all'esodo verso la patria che non avrà fine.

    Cantiamo anche noi con il salmista: "Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto: Noi andremo nella casa del Signore. O Gerusalemme, città della pace, che ti edifichi nella concordia e nell'amore, noi siamo ancora nei vestiboli, ma già vediamo i tuoi perenni sviluppi. L'ascesa delle tribù sante verso di te prosegue nella lode e i tuoi troni ancora liberi si riempiono. Tutti i tuoi beni siano per quelli che ti amano, o Gerusalemme, e nelle tue mura regnino la potenza e l'abbondanza. Io ho messo ormai in te le mie compiacenze, per gli amici e per i fratelli, che sono già tuoi abitanti e, per il Signore nostro Dio, che in te abita, in te ho posto il mio desiderio" (Sal 121).



    Storia della festa.

    Troviamo prima in Oriente tracce di una festa in onore dei Martiri e san Giovanni Crisostomo pronunciò una omelia in loro onore nel IV secolo, mentre nel secolo precedente san Gregorio Nisseno aveva celebrato delle solennità presso le loro tombe. Nel 411 il Calendario siriaco ci parla di una Commemorazione dei Confessori nel sesto giorno della settimana pasquale e nel 539 a Odessa, il 13 maggio, si fa la "memoria dei martiri di tutta la terra".

    In Occidente i Sacramentari del V e del VI secolo contengono varie messe in onore dei santi Martiri da celebrarsi senza giorno fisso. Il 13 maggio del 610, Papa Bonifacio IV dedicò il tempio pagano del Pantheon, vi fece trasportare delle reliquie e lo chiamò S. Maria ad Martyres. L'anniversario di tale dedicazione continuò ad essere festa con lo scopo di onorare in genere tutti i martiri, Gregorio III, a sua volta, nel secolo seguente, consacrò un oratorio "al Salvatore, alla sua Santa Madre, a tutti gli Apostoli, martiri, confessori e a tutti i giusti dormienti del mondo intero".

    Nell'anno 835, Gregorio IV, desiderando che la festa romana del 13 maggio fosse estesa a tutta la Chiesa, provocò un editto dell'imperatore Luigi il Buono, col quale essa veniva fissata il 1° novembre. La festa ebbe presto la sua vigilia e nel secolo XV Sisto IV la decorò di Ottava obbligatoria per tutta la Chiesa. Ora, sia la vigilia sia l'Ottava sono soppresse.



    MESSA

    "Alle calende di novembre vi è la stessa premura che vi è a Natale, per assistere al Sacrificio in onore dei Santi", dicono vecchi documenti in relazione a questo giorno" (Lectiones ant. Brev. Rom. ad hanc diem. Hittorp. Ordo Romanus). Per quanto generale fosse la festa, anzi in ragione della sua stessa universalità, non era forse la gioia speciale per tutti e l'onore delle famiglie cristiane? Le quali santamente fiere di coloro dei quali si trasmettevano le virtù di generazione in generazione e la gloria del cielo, si vedevano così nobilitate ai loro occhi, più che da tutti gli onori terreni.

    Ma la fede viva di quei tempi vedeva anche nella festa l'occasione di riparare le negligenze volontarie o forzate commesse nel corso dell'anno riguardo al culto dei beati inscritti nel calendario pubblico.



    EPISTOLA (Ap 7,2-12). - In quei giorni: Io Giovanni vidi un altro Angelo che saliva da oriente ed aveva il sigillo di Dio vivo, e gridò con gran voce ai quattro Angeli, a cui era ordinato di danneggiare la terra e il mare e disse: Non danneggiate la terra, il mare e le piante, finché non abbiamo segnato nella loro fronte i servi del nostro Dio. E sentii il numero dei segnati, centoquarantaquattromila di tutte le tribù d'Israele: della tribù di Giuda dodici mila segnati; della tribù di Ruben dodici mila segnati; della tribù di Gad dodici mila segnati; della tribù di Aser dodici mila segnati; della tribù di Neftali dodici mila segnati; della tribù di Manasse dodici mila segnati; della tribù di Simeone dodici mila segnati; della tribù di Levi dodici mila segnati; della tribù di Issacar dodici mila segnati; della tribù di Zabulon dodici mila segnati; della tribù di Giuseppe dodici mila segnati; della tribù di Beniamino dodici mila segnati. Dopo queste cose vidi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, d'ogni tribù, d'ogni popolo e linguaggio. Essi stavano davanti al trono e dinanzi all'Agnello, in bianche vesti e con rami di palme nelle loro mani, e gridavano a gran voce e dicevano: La salute al nostro Dio che siede sul trono e all'Agnello! E tutti gli Angeli che stavano intorno al trono, ai vegliardi e ai quattro animali, si prostrarono bocconi dinanzi al trono, e adorarono Dio, dicendo: Amen! Benedizione e gloria e sapienza e ringraziamenti e onore e potenza e forza al nostro Dio, nei secoli dei secoli. Così sia.



    I due censimenti.

    L'Uomo-Dio alla sua venuta sulla terra fece, per mezzo di Cesare Augusto, una prima volta il censimento della terra (Lc 2,1). Era opportuno che all'inizio della redenzione fosse rilevato ufficialmente lo stato del mondo. Ora è il momento di farne un secondo, che affiderà al libro della vita i risultati delle operazioni di salvezza.

    "Perché questo censimento del mondo al momento della nascita del Signore, dice san Gregorio in una delle omelie di Natale, se non per farci comprendere che nella carne appariva Colui che doveva poi registrare gli eletti nella eternità?" (Lezione vii dell'Ufficio di Natale). Molti però, a causa dei peccati, si erano sottratti al beneficio del primo censimento, che comprendeva tutti gli uomini nel riscatto di Dio Salvatore, e ne era necessario un secondo che fosse definitivo ad eliminasse dall'universalità del primo i colpevoli. Siano cancellati dal libro dei vivi; il loro posto non è con i giusti (Sal 68,29). Le parole sono del re Profeta e il santo Papa qui le ricorda.

    Nonostante questo, la Chiesa, tutta gioiosa, non pensa oggi che agli eletti, come se di essi soli si trattasse nel solenne censimento in cui abbiamo veduto terminare la vita dell'umanità. Infatti essi soli contano davanti a Dio, i reprobi non sono che lo scarto di un mondo in cui solo la santità risponde alla generosità del creatore e all'offerta di un amore infinito.

    Prestiamo le anime nostre all'impronta che le deve "conformare all'immagine del Figlio unico" (Rm 8,29) segnandoci come tesoro di Dio. Chi si sottrae all'impronta sacra non eviterà l'impronta della bestia (Ap 13,16) e, nel giorno in cui gli Angeli chiuderanno il conto eterno, ogni moneta, che non potrà essere portata all'attivo di Dio, se ne andrà da sé alla fornace in cui bruceranno le scorie.



    VANGELO (Mt 5,1-12). - In quel tempo: Gesù avendo veduto la folla, salì sul monte e, come si fu seduto, gli si accostarono i suoi discepoli. Allora egli aprì la sua bocca per ammaestrarli, dicendo: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati i mansueti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che piangono, perché saranno consolati. Beati i famelici e sitibondi di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati sarete voi, quando vi oltraggeranno e perseguiteranno e, falsamente, diranno di voi ogni male per cagion mia. Rallegratevi (in quel giorno) ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.



    Le Beatitudini.

    La terra è oggi così vicina al cielo che uno stesso pensiero di felicità riempie i cuori. L'Amico, lo Sposo ritorna in mezzo ai suoi e parla di felicità. Venite a me voi tutti che avete tribolazioni e sofferenze. Il versetto dell'Alleluia era con queste parole l'eco della patria e tuttavia ci ricordava l'esilio, ma tosto nel Vangelo è apparsa la grazia e la benignità del nostro Dio Salvatore (Tt 2,11; 3,4). Ascoltiamolo, perché ci insegna le vie della beata speranza (ivi 2,12-13), le delizie sante, che sono ad un tempo garanzia ed anticipo della perfetta felicità del cielo.
    Sul Sinai, Dio teneva l'Ebreo a distanza e dava soltanto precetti e minacce di morte, ma sulla vetta di quest'altra montagna, sulla quale è assiso il Figlio di Dio, in modo ben diverso si promulga la legge dell'amore! Le otto Beatitudini all'inizio del Nuovo Testamento hanno preso il posto tenuto nell'Antico dal Decalogo inciso sulla pietra.

    Esse non sopprimono i comandamenti, ma la loro giustizia sovrabbondante va oltre tutte le prescrizioni e Gesù le trae dal suo Cuore per imprimerle, meglio che sulla pietra, nel cuore del suo popolo. Sono il ritratto perfetto del Figlio dell'uomo e riassunto della sua vita redentrice. Guardate dunque e agite secondo il modello che si rivela a voi sulla montagna (Es 25,40; Ebr 8,5 ).

    La povertà fu il primo contrassegno del Dio di Betlemme e chi mai apparve più dolce del figlio di Maria? chi pianse per causa più nobile, se egli già nella greppia espiava le nostre colpe e pacificava il Padre? Gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i pacifici dove troveranno fuori di lui il modello insuperato, mai raggiunto e sempre imitabile? E la sua morte lo fa condottiero dei perseguitati per la giustizia! Suprema beatitudine questa della quale più che di tutte le altre, la Sapienza incarnata si compiace e vi ritorna sopra e la precisa e oggi con essa termina, come in un canto d'estasi.

    La Chiesa non ebbe mai altro ideale. Sulla scia dello Sposo, la sua storia nelle varie epoche fu eco prolungata delle Beatitudini. Cerchiamo di comprendere anche noi e, per la felicità della nostra vita in terra, in attesa dell'eterna, seguiamo il Signore e la Chiesa.
    Le Beatitudini evangeliche sollevano l'uomo oltre i tormenti, oltre la morte, che non scuote la pace dei giusti, anzi la perfeziona.



    Discorso di san Beda [1].

    "In cielo non vi sarà mai discordia, ma vi sarà accordo in tutto e conformità piena, perché la concordia tra i Santi non avrà variazioni; in cielo tutto è pace e gioia, tutto è tranquillità e riposo e vi è una luce perpetua assai diversa dalla luce di quaggiù, tanto più splendida quanto più bella. Leggiamo nella Scrittura che la città celeste non ha bisogno della luce del sole, perché 'il Signore onnipotente la illuminerà e l'Agnello ne è la fiaccola' (Ap 21,23). 'I Santi brilleranno come stelle nell'eternità, e quelli che istruiscono le moltitudini saranno come lo splendore del firmamento' (Dn 12,3). Là, non notte, non tenebre, né ammassi di nubi; non rigore di freddo, né eccessivo calore, ma uno stato di cose così bene equilibrato che 'occhio non vide e orecchio non udì e il cuore dell'uomo nulla mai comprese' (1Cor 2,9) di simile. Lo conoscono quelli che sono trovati degni di goderne e 'i nomi dei quali sono scritti nel libro della vita' (Fil 4,3) che 'hanno lavato il loro vestito nel sangue dell'Agnello e stanno davanti al trono di Dio, servendolo notte e giorno' (Ap 7,14). 'Là non c'è vecchiaia, né debolezze della vecchiaia, perché tutti sono giunti allo stato dell'uomo perfetto, nella misura dell'età del Cristo' (Ef 4,13).

    Ma quello che tutto sorpassa è l'essere associati ai cori degli Angeli, dei Troni e delle Dominazioni, dei Principati e delle Potenze; il godere della compagnia di tutte le Virtù della corte celeste; il contemplare i diversi ordini dei Santi, più splendenti che gli astri; il considerare i Patriarchi illuminati dalla loro fede, i Profeti radiosi di speranza e di gioia, gli Apostoli preparati a giudicare le tribù di Israele e tutto l'universo; i Martiri, cinti del diadema splendente della porpora della vittoria e infine le Vergini con la fronte coronata di candidi fiori" (18 Discorso sui Santi).



    Incoraggiamento alla pratica delle virtù.

    La Chiesa dopo averci mostrato la bellezza e la gioia del cielo, dopo la seducente esposizione sulla eternità, avrebbe potuto presentarci la questione che san Benedetto pose al postulante, che bussava alla porta del monastero: Vuoi la vita? vuoi vedere giorni felici? (Prologo alla Regola). Avremmo anche noi prontamente risposto: sì. E pare che davvero la questione ce l'abbia silenziosamente posta e che abbia udito il nostro sì, perché prosegue adesso esponendoci le condizioni, necessarie per entrare nel regno dei cieli.

    "La speranza di giungere alla ricompensa della salvezza ci alletti, ci attiri, lottiamo volentieri e con tutto l'impegno nello stadio della santità; mentre Dio e Cristo ci guardano. Dato che già abbiamo cominciato ad elevarci sopra il mondo ed il secolo, stiamo attenti, perché nessun desiderio terreno ci attardi. Se l'ultimo giorno ci trova svincolati da ogni cosa, se ci trova in agile corsa nel cammino delle buone opere, il Signore non potrà fare a meno di ricompensare i nostri meriti.

    Colui che dà, come prezzo della sofferenza, a quelli che hanno saputo vincere nella persecuzione, una corona imporporata, darà pure, come prezzo delle opere di santità, una corona bianca a coloro che avranno saputo vincere nella pace. Abramo, Isacco, Giacobbe non furono messi a morte, ma sono stati tuttavia ritenuti degni dei primi posti fra i Patriarchi, perché tale onore meritarono con la fede e le opere di giustizia, e coloro che saranno trovati fedeli, giusti e degni di lode siederanno al banchetto con questi grandi giusti. Bisogna ricordare però che dobbiamo compiere la volontà di Dio e non la nostra, perché 'chi fa la volontà di Dio vive eternamente' (Gv 2,17) come vive eternamente Dio stesso.

    Bisogna dunque che con spirito puro, fede ferma, virtù robusta, carità perfetta, siamo preparati a compiere tutta la volontà di Dio, osservando con coraggiosa fedeltà i comandamenti del Signore, l'innocenza nella semplicità, l'unione nella carità, la modestia nell'umiltà, l'esattezza nell'impiego, la diligenza nell'assistenza degli afflitti, la misericordia nel sollevare i poveri, la costanza nella difesa della verità, la discrezione nella severità della disciplina e infine bisogna che non lasciamo di seguire o dare l'esempio delle buone opere. Ecco la traccia che tutti i Santi, tornando alla patria, ci hanno lasciata, perché, camminando sulle loro orme, possiamo giungere alle gioie che essi hanno raggiunto" (Beda, 18 Discorso sui Santi).



    È utile lodare i Santi.

    Una esortazione per i suoi figli la Chiesa la chiede a san Bernardo, e ci parla con la sua voce.

    "Dato che celebriamo con una festa solenne il ricordo di tutti i Santi, diceva ai suoi monaci l'abate di Chiaravalle, credo utile parlarvi della loro felicità comune nella quale gioiscono di un beato riposo e della futura consumazione che attendono. Certo, bisogna imitare la condotta di quelli che con religioso culto onoriamo; correre con tutto lo slancio del nostro ardore verso la felicità di quelli che proclamiamo beati, bisogna implorare il soccorso di quelli dei quali sentiamo volentieri l'elogio.
    A che serve ai Santi la nostra lode? A che serve il nostro tributo di glorificazione? A che serve questa stessa solennità? Quale utile portano gli onori terrestri a coloro che il Padre celeste stesso, adempiendo la promessa del Figlio, onora? Che cosa fruttano loro i nostri omaggi? Essi non hanno alcun desiderio di tutto questo. I santi non hanno bisogno delle nostre cose e la nostra divozione non reca loro alcun vantaggio: ciò è cosa assolutamente vera.

    Non si tratta di loro vantaggio, ma nostro, se noi veneriamo la loro memoria. Volete sapere come abbiamo vantaggio? Per conto mio, confesso che, ricordando loro, mi sento infiammato di un desiderio ardente, di un triplice desiderio.
    Si dice comunemente: occhio non vede, cuore non duole. La mia memoria è il mio occhio spirituale e pensare ai Santi è un po' vederli, e, ciò facendo, abbiamo già 'una parte di noi stessi nella terra dei viventi' (Sal 141,6), una parte considerevole, se la nostra affezione accompagna, come deve accompagnarlo, il nostro ricordo. È in questo modo, io dico, che 'la nostra vita è nei cieli' (Fil 3,20). Tuttavia la nostra vita non è in cielo, come vi è la loro, perché essi vi sono in persona e noi solo con il desiderio; essi vi sono con la loro presenza e noi solo con il nostro pensiero".



    Desiderare l'aiuto dei Santi.

    "Perché possiamo sperare tanta beatitudine dobbiamo desiderare ardentemente l'aiuto dei Santi, perché quanto non possiamo ottenere da noi ci sia concesso per la loro intercessione.

    Abbiate pietà di noi, sì, abbiate pietà di noi, voi che siete nostri amici. Voi conoscete i nostri pericoli, voi conoscete la nostra debolezza; voi sapete quanto grande è la nostra ignoranza, e quanta la destrezza dei nostri nemici; voi conoscete la violenza dei loro attacchi e la nostra fragilità. Io mi rivolgo a voi, che avete provato le nostre tentazioni, che avete vinto le stesse battaglie, che avete evitato le stesse insidie, a voi ai quali le sofferenze hanno insegnato ad avere compassione.
    Io spero inoltre che gli angeli stessi non disdegneranno di visitare la loro specie, perché è scritto: 'visitando la tua specie non peccherai' (Gb 5,24). Del resto, se io conto su di essi perché noi abbiamo una sostanza spirituale e una forma razionale simile alla loro, credo di poter maggiormente confidare in coloro che hanno, come me, l'umanità e che sentono perciò una compassione particolare e più intima per le ossa delle loro ossa e la carne della loro carne".



    Confidenza nella loro intercessione.

    "Non dubitiamo della loro benevola sollecitudine a nostro riguardo. Essi ci attendono fino a quando anche noi non avremo avuta la nostra ricompensa, fino al grande giorno dell'ultima festa, nella quale tutte le membra, riunite alla testa sublime, formeranno l'uomo perfetto in cui Gesù Cristo, nostro Signore, degno di lode e benedetto nei secoli, sarà lodato con la sua discendenza. Così sia" (Discorso sui Santi, passim).



    Imitare coloro che si lodano.

    Troviamo in san Giovanni Crisostomo la dottrina già esposta: è cosa buona lodare i Santi, ma alla lode bisogna unire l'imitazione delle loro virtù.

    "Chi ammira con religioso amore i meriti dei Santi e celebra con lodi ripetute la gloria dei giusti è tenuto ad imitare la loro vita virtuosa e la loro santità. È necessario infatti che chi esalta con gioia i meriti di qualche santo abbia a cuore di essere come lui fedelmente impegnato nel servizio di Dio. O si loda e si imita, o ci si astiene anche dal lodare. Sicché, dando lode ad un altro, ci si rende degni di lode e, ammirando i meriti dei Santi, si diventa ammirabili per una vita santa. Se amiamo le anime giuste e fedeli, perché apprezziamo la loro giustizia e la loro fede, possiamo anche essere quello che sono, facendo quello che fanno".



    I modelli.

    "Non ci è difficile imitare le loro azioni, se consideriamo che i primi Santi non ebbero esemplari innanzi a sé e quindi non imitarono altri, ma si fecero modello di virtù degno di essere imitato, affinché, con il profitto che noi ricaviamo imitando loro e con quello che il prossimo ricaverà, imitando noi, Gesù Cristo nella sua Chiesa sia glorificato perpetuamente dai suoi servi.
    Così avvenne fin dai primi tempi del mondo. Abele, l'innocente, fu ucciso, Enoc fu rapito in cielo, perché ebbe la fortuna di piacere a Dio, Noè fu trovato giusto, Abramo fu approvato da Dio, perché riconosciuto fedele, Mosè si distinse per la mansuetudine, Giosuè per la castità, Davide per la dolcezza, Elia fu gradito al Signore, Daniele fu pio e i suoi tre compagni furono vittoriosi, gli Apostoli, discepoli di Cristo, furono designati maestri dei credenti e i Confessori, da loro istruiti combatterono da forti, mentre i martiri, consumati nella perfezione, trionfano e legioni di cristiani, armati da Dio, continuamente respingono il demonio. Per ciascuno di essi la lotta è diversa, ma le virtù sono simili e le vittorie di tutti restano gloriose".



    Necessità del combattimento.

    "Tu, o cristiano, sei soldato ben meschino, se credi di vincere senza combattere e di raggiungere il trionfo senza sforzo! Spiega le tue forze, lotta con coraggio, combatti, senza debolezze, nella mischia. Mantieni il patto, rimetti sulle condizioni, renditi conto di che cosa sia l'essere soldato, il patto che hai concluso, le condizioni che hai accettate, la milizia nella quale ti sei arruolato" (Giovanni Crisostomo, Discorso sulla imitazione dei Martiri).



    La nostra risurrezione.

    Ci giova oggi ricordare la dottrina sulla risurrezione dei morti, che san Paolo esponeva un giorno ai fedeli di Corinto, sulla grandiosa cerimonia liturgica che la seguirà, e sulla visione beatifica, che avremo in premio nell'eternità.

    Noi risusciteremo, perché Cristo è risuscitato. Questa dottrina riassume in certo modo tutto il cristianesimo. Il battesimo è inserzione di ciascuno di noi in Cristo e dal momento che noi siamo entrati nell'unità della sua vita e formiamo con lui un solo corpo mistico e reale insieme, l'interesse è comune, la condizione nostra è legata alla sua, quello che è avvenuto in lui deve avvenire in noi: la morte, il seppellimento, la risurrezione, l'ascensione, la vita eterna in Dio. Le membra avranno la sorte del capo e potremmo dire, propriamente parlando, di essere già risuscitati in Gesù Cristo, perché la sua Risurrezione è causa, motivo, esempio, sicura garanzia della nostra.
    Cristo non è risuscitato per sé solo, per conto suo, ma per noi tutti. Nella legge antica erano offerte a Dio le spighe mature, in nome di tutta la messe. Il Signore, se è un essere individuale, è pure il secondo Adamo, essere vivente, che comprende in sé la moltitudine di quelli che da lui son nati e perciò, se egli è risuscitato, tutti sono risuscitati, ma ciascuno a suo tempo; Cristo per primo, poi tutti quelli che sono di Cristo risusciteranno alla sua venuta. Dopo sarà la fine.



    L'inizio della vita eterna.

    "Sarà la fine. La fine del periodo laborioso nel corso del quale il Signore raccoglie il numero dei suoi eletti, stabilisce il suo regno e annienta i suoi nemici. Si potrebbe dire altrettanto bene inizio della vita nuova, compimento del disegno di Dio con il ritorno a lui di tutto quanto avrà acconsentito ad appartenere a Cristo Nostro Signore Gesù Cristo, dopo aver trionfato di tutte le potenze nemiche, debellata ogni autorità e scardinato ogni potere ostile al suo, porterà a Dio, suo Padre, tutte le nature umane delle quali è re e, avendo qual Figlio operato solo per il Padre, gli riconsegnerà il comando su tutta la sua conquista. Sì, noi lo sappiamo, tutto si piegherà davanti a Dio in cielo, sulla terra, e nell'inferno; tutto sarà sottomesso, fuorché Colui, che ha sottomesso a sé tutte le cose.
    L'eternità comincerà con una cerimonia liturgica di infinita grandezza. Il Verbo Incarnato, nostro Signore Gesù Cristo, il re predestinato, circondato dagli Angeli, dagli uomini nati per la sua grazia e viventi la sua vita, si metterà alla testa della falange che il Padre gli ha dato e la guiderà e condurrà verso il santuario eterno. Si presenterà con essi davanti al Padre e presenterà e offrirà a lui la messe immensa degli eletti germogliati dal suo sangue e si sottometterà con essi alla paterna dominazione di Colui, che tutto gli donò e sottomise, rimettendogli lo scettro e la regalità della creazione da lui conquistata, che con lui entrerà nel seno della Trinità. La famiglia di Dio sarà allora completa e Dio sarà tutto in tutti".



    Dio è tutto in tutti.

    "Dio tutto in tutti: l'espressione ha per il nostro pensiero qualcosa di prodigioso e di meraviglioso... Oggi Dio non è tutto in me e io non sono in relazione diretta con lui, ma sempre tra noi sta l'importuna creazione e io arrivo a Dio a prezzo di un lento e penoso cammino sempre avvolto nella oscurità. Il mio pensiero non vede Dio e la fede stessa me lo vela: non sono un essere intelligente, e non lo sarò che quando Dio si offrirà come oggetto alla mia intelligenza finalmente desta, il giorno in cui Dio, per mostrarsi a me, si unirà alla mia intelligenza, perché io possa conoscerlo. Come dire questo? Dio sarà allora alla radice stessa del mio pensiero, perché io lo veda, alla radice della mia volontà, perché io lo possieda, alla radice e al centro del mio cuore, perché io l'ami. Egli allora sarà la bellezza che amo e sarà in me il cuore che ama la bellezza, sarà il termine e l'oggetto dei miei atti e in me ne sarà il principio.
    Questa gloriosa appartenenza della mia anima a Dio si prepara sulla terra con l'unione a Cristo. Nell'eternità entreremo totalmente nella vita di Dio, se quaggiù saremo interamente conformati a Cristo. Questa è l'idea fondamentale del cristianesimo: essere con Cristo nel tempo, per essere con Dio nell'eternità (Dom Delatte, Epistole di san Paolo, I, 379-383)".



    PREGHIAMO

    O Dio onnipotente ed eterno, che ci hai concesso di venerare con una sola solennità i meriti di tutti i tuoi Santi; ti preghiamo di accordarci, in vista di tanta moltitudine di intercessori, l'abbondanza della tua misericordia.



    [1] Il discorso, attribuito a san Beda, pare piuttosto di Walfrido Strabone, o più probabilmente ancora di Helischar di Treviri. Riv. Ben. 1891, p. 278



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1222-1234


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    Predefinito re: 30 novembre 2012: Sant'Andrea apostolo

    2 NOVEMBRE 2012

    COMMEMORAZIONE DEI fedeli DEFUNTI



    Non vogliamo, o fratelli, che ignoriate la condizione di quelli che dormono nel Signore, affinché non siate tristi come quelli che non hanno speranza (1Ts 4,12). La Chiesa ha oggi lo stesso desiderio che aveva l'Apostolo quando scriveva ai primi cristiani. La verità a riguardo dei morti mette in mirabile luce l'accordo della giustizia e della bontà in Dio, sicché anche i cuori più duri non resistono alla caritatevole pietà che questo accordo ispira, e, nello stesso tempo, offre la più dolce delle consolazioni al lutto di quelli che piangono. Se la fede ci insegna che esiste un purgatorio dove i peccati da espiare costringono i nostri cari, ci insegna anche che noi possiamo essere loro di aiuto (Concilio di Trento, Sess. XXV) ed è teologicamente certo che la loro liberazione, più o meno sollecita, è nelle nostre mani. Ricordiamo qui qualche principio di natura, per chiarire la dottrina.



    L'espiazione del peccato.

    Ogni peccato causa al peccatore due danni, perché insudicia l'anima e la rende passibile di castigo. Dal peccato veniale, che implica un semplice disgusto del Signore e la cui espiazione dura soltanto qualche tempo, si arriva alla colpa mortale, che implica difformità e rende il colpevole oggetto di abominio davanti a Dio, sicché la sanzione non può essere che un bando eterno, se l'uomo non previene col pentimento, in questa vita, la sentenza irrevocabile. Però, anche cancellando il peccato mortale, si evita la dannazione, ma non ogni debito del peccatore è sempre cancellato. È vero che un'eccezionale sovrabbondanza di grazia sul prodigo può talvolta, come avviene regolarmente nel battesimo e nel martirio, sommergere nell'abisso dell'oblio divino anche l'ultima traccia del peccato, ma è cosa normale che, in questa vita o nell'altra, la giustizia sia soddisfatta per ogni peccato.



    Il merito.

    In opposizione al peccato, qualsiasi atto di virtù porta al giusto un doppio profitto: merita per l'anima un nuovo grado di grazia e soddisfa per la pena dovuta per i peccati passati nella misura di una giusta equivalenza, che davanti a Dio spetta alla fatica, alla privazione, alla prova accettata, alla libera sofferenza di uno dei membri del suo Figlio prediletto.

    Ora, mentre il merito non si può cedere e resta cosa personale di chi lo acquista, la soddisfazione si presta a spirituali transazioni come moneta di scambio, potendo Dio accettarla come acconto o come saldo in favore di altri, - chi è disposto a cedere può essere di questo mondo o dell'altro - alla sola condizione che chi cede deve lui pure in forza della grazia, far parte del corpo mistico del Signore, che è unito nella carità (1Cor 12,27).

    Come spiega Suarez, nel trattato dei Suffragi, tutto ciò è conseguenza del mistero della Comunione dei santi, manifestato in questo giorno. Penso che questa soddisfazione dei vivi per i morti vale in giustizia (esse simpliciter de iustitia) ed è accettata secondo tutto il suo valore e secondo l'intenzione di colui che l'applica, sicché, per esempio, se la soddisfazione che deriva dal mio atto, serbata per me, mi valesse in giustizia la remissione di quattro gradi di purgatorio, ne rimette altrettanti all'anima per la quale mi piace offrirla (De suffragiis, sectio iv).



    Le indulgenze.

    È noto come la Chiesa in questo assecondi il desiderio dei suoi figli e, con la pratica delle Indulgenze, metta a disposizione della loro carità un tesoro inesauribile al quale di epoca in epoca le soddisfazioni sovrabbondanti dei Santi si aggiungono a quelle dei martiri, a quelle di Maria Santissima e alla riserva infinita delle sofferenze del Signore. Quasi sempre la Chiesa permette che queste remissioni di pena concesse col suo potere diretto ai viventi siano applicate ai morti che non appartengono più alla sua giurisdizione, per modo di suffragio, nel modo cioè che abbiamo veduto. Per cui ogni fedele può offrire a Dio, che lo accetta, il suffragio o soccorso delle proprie soddisfazioni. È sempre la dottrina di Suarez, il quale insegna pure che l'Indulgenza ceduta ai defunti nulla perde dell'efficacia e del valore che avrebbe per noi che siamo ancora in vita.

    Le Indulgenze ci sono offerte dappertutto e in tutte le forme e dobbiamo saper utilizzare questo tesoro, ottenendo misericordia alle anime in pena. Vi è miseria più toccante della loro? È così pungente che nessuna miseria della terra l'uguaglia e tuttavia così degna che nessun lamento turba il "fiume di fuoco, che nel suo corso impercettibile le trascina poco a poco all'oceano del paradiso" (Mons. Gay, Vita e virtù cristiane. Della carità verso la Chiesa, 2). Per esse il cielo è impotente perché in cielo non si merita più e Dio stesso, infinitamente buono, ma infinitamente giusto, non può concedere la liberazione, se non hanno integralmente pagato il debito che le ha seguite oltre il mondo della prova (Mt 5,26). E il debito forse fu contratto per causa nostra, forse insieme con noi e le anime si volgono a noi, che continuiamo a sognare i piaceri mentre esse bruciano, e potremmo con facilità abbreviare i loro tormenti! Abbiate pietà di me, abbiate pietà di me almeno voi che siete miei amici, perché la mano del Signore mi ha raggiunto (Gb 19,21).



    La preghiera per le anime del Purgatorio.

    Lo Spirito Santo non si contenta oggi di conservare lo zelo delle vecchie confraternite, che nella Chiesa si propongono il suffragio dei trapassati, quasi che il purgatorio rigurgiti più che mai per l'affluenza di moltitudini precipitate in esso ogni giorno dalla mondanità del secolo, e forse per l'approssimarsi del rendiconto finale e universale, che chiuderà i tempi. Suscita infatti nuove associazioni e anche famiglie religiose con l'unico compito di promuovere in ogni maniera la liberazione o il sollievo delle anime sofferenti. In quest'opera di nuova redenzione dei prigionieri vi sono cristiani che si espongono e si offrono a prendere sopra se stessi le catene dei fratelli, rinunciando totalmente, come a tale scopo è consentito, non solo alle proprie soddisfazioni, ma anche ai suffragi che potessero ricevere dopo la morte: atto eroico di carità questo, che non deve essere compiuto senza riflessione, ma che la Chiesa approva [1], perché molto glorifica il Signore e perché il rischio che si corre di un ritardo temporaneo nella felicità eterna merita al suo autore di essere per sempre più vicino a Dio, in terra con la grazia e in cielo con la gloria.

    Se i suffragi del semplice fedele sono così preziosi, sono molto più preziosi quelli della Chiesa intera nella solennità della preghiera pubblica e nell'oblazione dell'augusto sacrificio, in cui Dio soddisfa a se stesso per ogni peccato degli uomini! Come già la Sinagoga (2Mac 12,46), la Chiesa fin dalla sua origine ha pregato per i morti. Mentre onorava con azioni di grazie i suoi figli martiri nell'anniversario del loro martirio, ricordava con suppliche l'anniversario della morte degli altri suoi figli, che potevano non essere ancora giunti al cielo. Nei sacri Misteri pronunciava quotidianamente il nome degli uni e degli altri col doppio scopo di lode e di supplica; e allo stesso modo non potendo ricordare in ogni chiesa particolare tutti i beati del mondo intero, tutti li comprendeva in un unico ricordo, così, dopo le raccomandazioni relative al giorno e al luogo, ricordava i morti in generale. Chi non aveva parenti, né amici, osserva sant'Agostino, non restava privo di suffragi, perché riceveva, per ovviare alla loro mancanza, le tenerezze della Madre comune (De cura pro mortuis, iv).



    Sant'Odilone.

    Siccome la Chiesa aveva sempre seguito la stessa linea nel ricordare i beati e i morti, era da prevedersi che l'istituzione di una festa di tutti i Santi avrebbe portato con sé l'attuale Commemorazione dei defunti. Nel 998, secondo la Cronaca di Sigeberto di Gembloux, l'abate di Cluny, sant'Odilone, la istituì in tutti i monasteri da lui dipendenti, stabilendo che fosse sempre celebrato il giorno dopo la festa dei santi. Egli rispondeva così alle rampogne dell'inferno che, con visioni - che troviamo ricordate nella sua vita (Jostsald, 2,13) - accusava lui e i suoi monaci di essere i più intrepidi soccorritori di anime che le potenze dell'abisso avessero a tenere nel luogo di espiazione. Il mondo applaudì al decreto di sant'Odilone, Roma lo adottò e divenne legge per tutta la Chiesa latina.

    I Greci fanno una prima Commemorazione dei morti nella vigilia della nostra domenica di Sessagesima, che per essi è di fine carnevale o di Apocreos, nella quale ricordano la seconda venuta del Signore. Essi danno il nome di Sabato delle anime a quel giorno e al sabato precedente la Pentecoste, in cui di nuovo pregano solennemente per tutti i morti.



    MESSA DEI MORTI

    La Chiesa Romana raddoppiava una volta in questo giorno la fatica del suo quotidiano servizio verso la Maestà divina. Il ricordo dei morti non escludeva l'Ottava dei santi e faceva precedere all'Ufficio dei morti l'Ufficio del secondo giorno dell'Ottava. Recitata Terza di Ognissanti, si celebrava la Messa corrispondente e, solo dopo Nona dello stesso Ufficio, si celebrava il Sacrificio dell'altare per i defunti. Oggi la Chiesa, consacra loro tutta la giornata.

    Quanto all'obbligo di considerare di precetto nel giorno delle anime, gli usi erano diversi. In Inghilterra il giorno era di mezzo precetto e i lavori più necessari erano permessi; in molti altri luoghi il precetto terminava a mezzogiorno; in altri era prescritta soltanto l'assistenza alla Messa. Parigi osservò per qualche tempo la festa come una di quelle di primaria obbligazione e nel 1673 l'arcivescovo Francesco de Harlay prescriveva ancora di osservare il precetto fino a mezzogiorno. Ora anche a Roma il precetto più non esiste.



    EPISTOLA (1Cor 15,51-57). - Fratelli: Ecco vi rivelo un mistero: risorgeremo certamente tutti, ma non tutti saremo trasformati, in un attimo, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba. Suonerà la tromba, e i morti risorgeranno incorrotti, e noi saremo cangiati. Perché è necessario che questo corpo corruttibile si rivesta d'incorruttibilità, e che questo corpo mortale si rivesta d'immortalità. Quando poi questo corpo mortale sarà rivestito d'immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: La morte è stata assorbita nella vittoria. Dov'è o morte, la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo pungiglione? Or il pungiglione della morte è il peccato, e la potenza del peccato viene dalla legge. Ma eleviamo i nostri inni di ringraziamento a Dio, il quale ci ha dato la vittoria, mediante il Signor nostro Gesù Cristo.



    Morte e Risurrezione.

    Mentre l'anima, uscita dalla vita presente, supplisce nel purgatorio l'insufficienza delle sue espiazioni, il corpo, che ha abbandonato, ritorna alla terra, in esecuzione della sentenza inflitta ad Adamo e alla sua discendenza all'inizio del mondo (Gen 3,19). Ma la giustizia è anche amore per il corpo del fedele, come lo è per l'anima. L'umiliazione del sepolcro è giusto castigo del primo peccato, ma san Paolo ci fa vedere in questo ritorno dell'uomo al fango dal quale è stato tratto una seminagione necessaria alla trasformazione del grano predestinato, che deve un giorno riprendere vita in condizioni ben diverse. In effetti, la carne e il sangue non potrebbero possedere il regno di Dio, né potrebbero gli organi destinati a dissolversi raggiungere l'immortalità. Frumento di Cristo, secondo la espressione di Ignazio di Antiochia, il corpo dei cristiani è gettato nel solco della tomba, per lasciarvi alla corruzione la forma del primo Adamo con il suo peso e le sue infermità; ma per virtù del nuovo Adamo, che lo riforma a propria immagine, dalla tomba uscirà tutto celeste, spiritualizzato, agile, impassibile e glorioso. Onore a Colui che volle morire come noi, per distruggere la morte e fare della sua vittoria la nostra vittoria.

    Una volta la Chiesa non escludeva l'Alleluia nelle funzioni funebri dei suoi figli ed esprimeva con esso la sua allegrezza, che trova il motivo nella speranza che una morte santa ha assicurato al cielo un nuovo eletto, anche se il cristiano, per il quale la prova della vita è terminata, debba per qualche tempo prolungare la sua espiazione. L'adattamento della Liturgia dei morti ai riti degli ultimi giorni della Settimana santa modificò l'uso antico e parve allora che la Sequenza, sviluppo festivo e all'origine seguito dell'Alleluia, non potesse conservare il suo posto nella Messa per i defunti. Roma tuttavia, a questo riguardo faceva una eccezione alle regole tradizionali, in favore del poema attribuito (a torto) a Tommaso da Celano. Il Dies irae cantato in Italia fin dal secolo XIV, nel XVI fu adottato da tutta la Chiesa.



    SEQUENZA

    Giorno d'ira sarà quello: il fuoco distruggerà il mondo come disse David con la Sibilla [2].

    Qual terrore vi sarà, quando verrà il giudice ad esaminare tutto con rigore!

    La tromba spanderà il suono mirabile sulle fosse della terra, radunerà tutti presso il trono.

    Stupirà morte e la natura, quando la creatura risorgerà per rispondere al Giudice.

    Sarà aperto il libro scritto, dove è tutto quello riguardo a cui il mondo sarà giudicato.

    Quando il Giudice si assiderà, tutto ciò che è occulto sarà svelato: niente resterà segreto.

    Misero che sono! che dirò allora? A chi mi raccomanderò se appena il giusto sarà sicuro?

    O Re di tremenda maestà, che salvi gratuitamente gli aletti, salvami, o fonte di pietà.

    Ricorda, o Gesù pio, che io son la causa della tua venuta: non mi dannare in quel giorno.

    Ti affaticasti a cercarmi, per salvarmi hai sofferto la croce: non sia vano tanto lavoro.

    Giusto giudice vendicatore, dammi la grazia del perdono avanti il giorno dei conti.

    Come reo gemo, la colpa copre di rosso il mio volto, o Dio, perdona a chi ti supplica.

    Tu che assolvesti la Maddalena ed esaudisti il ladrone, da' anche a me la speranza.

    Le mie preghiere non son degne, ma tu buono e pietoso fa' che non bruci nel fuoco eterno.

    Mettimi tra le pecorelle, e separami dai capretti, ponendomi dalla parte destra.

    Condannati i maledetti, e consegnatili alle orribili fiamme, chiama me coi benedetti.

    Ti prego supplice e prosteso, col cuore contrito come la cenere, abbi cura del mio fine.

    Giorno di lacrime sarà quello in cui dalla cenere l'uomo reo risusciterà per essere giudicato. A lui dunque perdona, o Dio. O pio Signore Gesù, dona loro il riposo. Così sia.



    VANGELO (Gv 5,25-30). - In quel tempo: Disse Gesù alle turbe dei Giudei: In verità vi dico: Viene l'ora, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e chi l'avrà ascoltata vivrà. Perché come il Padre ha in sé la vita, così pure ha dato al Figlio d'aver la vita in se stesso. E gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo. Non vi meravigliate di questo, perché vien l'ora in cui tutti, nei sepolcri, udranno la voce del Figlio di Dio; e ne usciranno quanti fecero il bene, alla risurrezione della vita; quanti poi fecero il male, alla risurrezione della condanna.



    La voce del giudice.

    Il Purgatorio non è eterno e la sentenza del giudizio particolare, che segue subito la morte, varia in modo infinito quanto alla durata. Può durare per secoli per anime particolarmente colpevoli o per anime, che, essendo escluse dalla comunione della Chiesa cattolica, restano prive dei suffragi della Chiesa stessa, sebbene la misericordia di Dio le abbia strappate all'inferno. Tuttavia la fine del mondo e di quanto esiste nel tempo deve porre fine all'espiazione temporanea e Dio saprà conciliare la sua giustizia e la sua grazia per la purificazione degli ultimi uomini e supplire con l'intensità della pena espiatrice a quanto potrebbe mancare nella durata. Per quanto riguarda il corpo la sentenza del giudizio particolare è sospensiva e dilatoria e lascerà il corpo del giusto come quello del reprobo alla comune sorte della tomba. Il giudizio finale invece avrà carattere definitivo e registrerà per il cielo o per l'inferno soltanto sentenze assolute, immediatamente e totalmente esecutorie. Viviamo dunque nell'attesa dell'ora solenne in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio. Colui che deve venire verrà, non può tardare, ci ricorda il Dottore delle genti (Ebr 10,37; Ab 2,3). Il suo giorno verrà all'improvviso come un ladro, ci dicono come lui (1Ts 5,2) il Principe degli Apostoli (2Pt 3,10) e Giovanni, il prediletto (Ap 16,15) facendo eco alla parola del Signore stesso (Mt 24,43): come il lampo esce dall'oriente e brilla già fino all'occidente, così sarà l'arrivo del Figlio dell'uomo (ivi 27).

    Facciamo nostri i sentimenti che ispira l'Offertorio dei defunti. Sebbene l'eterna beatitudine resti finalmente assicurata alle anime purganti ed esse abbiano di questo coscienza, il cammino, ancora più o meno lungo, che le conduce al cielo, si apre tuttavia nel pericolo di un supremo assalto diabolico e l'angoscia del giudizio. La Chiesa, estendendo la sua preghiera a tutte le tappe di questa via dolorosa, non si preoccupa di custodirne l'inizio e non ha paura di mostrarsi qui tardiva. Per Dio, che con uno sguardo solo abbraccia tutti i tempi, la tua supplica di oggi, già presente all'ora del terribile passaggio, procura alle anime il soccorso implorato. Questa supplica le segue nelle peripezie della lotta contro le potenze dell'abisso, quando Dio permette che esse pure servano la sua giustizia per espiazione, come più volte hanno sperimentato i Santi. In questo momento solenne in cui la Chiesa offre i suoi doni per l'augusto e onnipotente Sacrificio, moltiplichiamo anche noi le nostre preghiere per i defunti. Imploriamo la loro liberazione dalle fauci del leone, otteniamo dal glorioso Arcangelo, preposto al Paradiso, appoggio delle anime all'uscita da questo mondo, loro guida inviata da Dio (Antifona e Responsorio della festa di san Michele), che le conduca alla luce, alla vita, a Dio, promesso come ricompensa ai credenti nella persona di Abramo, loro padre (Gen 15,1).



    Le tre Messe.

    Abbiamo dato il solo testo della Messa per tutti i defunti e ciascuno potrà trovare nel suo messale il testo delle altre due Messe. I sacerdoti possono infatti dal 1915 celebrare tre Messe, grazie alla pietà di Benedetto XV. Una delle Messe è lasciata all'intenzione del celebrante, la seconda è celebrata secondo le intenzioni del Papa e la terza per tutti i fedeli defunti.

    L'intenzione di Benedetto XV era di venire in soccorso con questa generosità, non solo a quelli che cadevano a migliaia sui campi di battaglia, durante la guerra, ma anche alle anime che avevano visto le loro fondazioni di Messe spogliate dalla Rivoluzione e dalla confisca dei beni ecclesiastici.

    Più recentemente Pio XI accordò una indulgenza plenaria applicabile alle anime del Purgatorio per la visita al Cimitero il 2 novembre e ciascuno degli otto giorni seguenti, a condizione che sia fatta una preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice.



    ALLA SERA

    I VESPRI DEL MORTI

    Eloquenza e scienza non raggiungeranno mai l'altezza e la potenza di supplica che regnano nell'Ufficio dei Morti. Solo la Chiesa conosce i segreti dell'altra vita e la via del cuore di Cristo, solo la Madre può avere il tatto supremo che le permette di consolare gli orfani, gli abbandonati, quelli che sono rimasti sulla terra in lacrime, alleggerendo la purificazione dolorosa ai figli che l'hanno lasciata.



    Primo Salmo.

    DILEXI: il primo canto del purgatorio è un canto di amore. Le angosce di quaggiù sono finite, sono lontani i pericoli dell'inferno e, confermata in grazia, l'anima non pecca più ed ha in sé soltanto riconoscenza per la misericordia che l'ha salvata, per la giustizia che la purifica e la rende degna di Dio. Il suo stato di quiete assoluta e di attesa fiduciosa è tale che la Chiesa lo chiama "un sonno di pace" (Canone della Messa).

    Piacere a Dio, un giorno, senza riserve! Separata dal corpo che l'appesantiva, la distraeva con mille futili preoccupazioni (Sap 9,15) l'anima si immerge in questa unica aspirazione e converge tutte le sue energie, tutti i tormenti, dei quali ringrazia il cielo, perché aiuta la sua debolezza a soddisfare tale aspirazione. O crogiolo benedetto nel quale si consumano i resti del peccato, in cui si paga ogni debito! Dalle sue fiamme soccorritrici, sparita ogni traccia dell'antica sozzura, l'anima piglierà il volo verso lo Sposo veramente felice, sicura che le compiacenze del Diletto non avranno per essa limitazioni.



    Secondo Salmo.

    Come però si prolunga il suo esilio doloroso! Se è in comunione con gli abitanti del cielo per mezzo della carità, il fuoco che la castiga non è materialmente diverso da quello dell'inferno. Il suo soggiorno confina con quello dei maledetti, deve sopportare la vicinanza del Cedar infernale, dei nemici di ogni pace, dei demoni, che perseguitarono la sua vita mortale con assalti, con insidie, che al tribunale di Dio ancora l'accusavano con bocche ingannatrici. La Chiesa si appresta a supplicare: Strappatela alle porte dell'inferno.



    Terzo Salmo.

    Tuttavia l'anima non vien meno e, levando i suoi occhi verso le montagne, sa che può contare sul Signore, che non è abbandonata dal cielo che l'attende, né dalla Chiesa della quale è figlia. Per quanto sia vicino alla regione del pianto eterno, il purgatorio, in cui giustizia e pace si abbracciano (Sal 84,11), non è inaccessibile agli Angeli. Questi augusti messaggeri portano il conforto di divine comunicazioni alle quali si aggiunge l'eco delle preghiere dei beati e dei suffragi della terra. L'anima è ormai sovrabbondantemente assicurata che il solo male, il peccato, non la può più toccare.



    Quarto Salmo.

    L'uso del popolo cristiano dedica alla preghiera per i morti il Salmo 129 in modo particolare: è un grido di angoscia e, nello stesso tempo, di speranza.

    La privazione cui sono sottoposte le anime nel purgatorio deve toccare profondamente il nostro cuore. Non hanno ancora raggiunto il cielo, ma ormai hanno cessato di appartenere alla terra e hanno con ciò perduto i favori con i quali Dio compensa i pericoli del viaggio in questo mondo di prove e, per quanto siano perfetti i loro atti di amore, di fede e di speranza, esse non meritano più. Delle sofferenze, che accettate come sono, varrebbero a noi la ricompensa di mille martiri, nulla rimane a queste anime, nulla fuorché il fatto del regolamento di un conto, che la sentenza del giudice ha appurato.

    Come non possono meritare, non possono neppure soddisfare come noi alla giustizia per mezzo di equivalenze da Dio accettate, La loro impotenza a giovare a se stesse è più radicale di quella del paralitico di Betsaida (Gv 5) perché la piscina della salvezza la possiede la terra con l'augusto Sacrificio, i Sacramenti e l'uso delle chiavi onnipotenti affidate alla Chiesa.

    Ora la Chiesa, che non ha più giurisdizione su di esse, conserva però la sua tenerezza di Madre e la sua potenza presso lo Sposo non è diminuita e quindi fa sue le loro preghiere, apre tesori, che la sovrabbondante redenzione del Signore le ha procurati, paga con il suo fondo dotale Colui che le ha costituito il fondo stesso, perché liberi le anime o allevii le loro pene e in questo modo, senza ledere alcun diritto, la misericordia si apre il passo e raggiunge l'abisso in cui regnava soltanto la giustizia.



    Quinto Salmo.

    Ti loderò, perché mi hai esaudito. La Chiesa non prega mai invano e l'ultimo salmo dice la sua riconoscenza e la riconoscenza delle anime che l'Ufficio che sta per terminare ha liberate dall'abisso o per lo meno avvicinate al cielo. Grazie a quell'Ufficio e cioè alla Chiesa, più d'una delle anime ancora prigioniere è entrata nella luce. Seguiamo col pensiero e con il cuore i nuovi eletti, che sorridendo e ringraziando noi, loro fratelli o figli, si elevano radiosi dalla regione delle ombre e cantano: Ti glorificherò, o Signore, davanti agli Angeli, ti adorerò, finalmente, nel tuo santo tempio! No, il Signore non disprezza le opere delle sue mani.



    Il Magnificat.

    Ma, siccome ogni grazia di Gesù in questo mondo ci viene per mezzo di Maria, oltre la vita mortale ancora per Maria si compie ogni liberazione e si ottiene ogni beneficio. Dove si estende la redenzione del Figlio si esercita l'impero della Madre. Le visioni dei santi ce la mostrano veramente Regina nel purgatorio, sia che vi si faccia benignamente rappresentare dagli Angeli della sua corte o si degni penetrare lei stessa sotto le oscure volte (Eccli 24,8) come l'aurora del giorno che non ha fine, per spargervi abbondante la rugiada del mattino. Mancherà forse la neve del Libano, dice lo Spirito Santo, alla pietra del deserto? e chi impedirà alle fresche acque di scendere alla vallata? (Ger 18,14). Comprendiamo ora il perché del canto del Magnificat all'Ufficio dei defunti: è l'omaggio delle anime, che arrivano in cielo, è la dolce speranza di quelle che restano ancora nel luogo di espiazione.



    Conclusione.

    Ogni anima si raccoglie così nel culto delle persone più care e dei più nobili ricordi. È la festa dei nostri cari morti e prestiamo allora l'orecchio alle loro voci, che di campanile in campanile in tutto il mondo cristiano si fa supplichevole e dolce in queste prime notti di novembre. Per tutto l'ottavario facciamo la visita delle tombe in cui riposano in pace i loro resti mortali. Preghiamo per loro e preghiamoli: non abbiamo paura di parlare con essi degli interessi che davanti a Dio loro furono cari, perché Dio li ama e, per una specie di soddisfazione alla sua bontà, le ascolta meglio, se implorano per altri, mentre la sua giustizia li mantiene in una condizione di assoluta impotenza per se stessi.



    [1] Propagato nel secolo XVIII dai Chierici Regolari Teatini e arricchito di favori spirituali dai Papi Benedetto XIII, Pio VI e Pio XI.

    [2] Allusione al celebre oracolo della Sibilla Eritrea circa la fine del mondo, citato da sant'Agostino nel libro xviii (c. 23) della Città di Dio: le prime lettere di ogni verso formano in greco, se riunite, la formola: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1234-1245

    Ultima modifica di Guelfo Nero; 04-11-12 alle 04:06

  3. #3
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    3 novembre 2012: infra l'Ottava di Ognissanti


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    Predefinito re: 30 novembre 2012: Sant'Andrea apostolo

    4 novembre 2012

    DOMENICA VENTITREESIMA
    DOPO LA PENTECOSTE

    Quando nell'anno le Domeniche dopo Pentecoste sono ventitré soltanto, oggi si legge la Messa della Domenica ventiquattresima e ultima Domenica e la Messa segnata per la ventitreesima si porta al sabato della settimana precedente o al giorno più vicino, che sia libero da festa di rito doppio o semidoppio.

    Comunque avvenga, oggi termina l'Antifonario e l'Introito, Graduale, Communio di questa Messa dovranno essere ripresi in tutte le Domeniche, più o meno numerose, secondo gli anni, che si succederanno ancora fino all'Avvento. Ricordiamo che ai tempi di san Gregorio l'avvento era più lungo di oggi e le sue settimane si addentravano nella parte del Ciclo postpentecostale, occupato adesso dalle ultime Domeniche dopo la Pentecoste ed è questa una delle ragioni, che spiegano la mancata composizione di Messe dopo la ventitreesima.

    L'antica Messa della Domenica XXIII.

    In quella Messa la Chiesa, senza perdere di vista la conclusione della storia del mondo, volgeva il suo pensiero al vicino tempo sacro, destinato a preparare i suoi figli alla solenne festa di Natale.

    All'Epistola si leggeva questo passo di Geremia, che in vari luoghi, più tardi fu usato nella prima Domenica di Avvento: "Ecco che il giorno arriva, dice il Signore, e io susciterò a Davide una stirpe giusta. Regnerà un re, che sarà saggio, che compirà la giustizia e il giudizio sopra la terra. Allora Giuda sarà salvato e Israele abiterà nella pace. Ecco il nome che daranno a questo re: Giusto Signore nostro! Viene il tempo, dice il Signore, in cui non si dirà più: Vive il Signore, che ha tratto fuori dall'Egitto i suoi figli! Ma: Vive il Signore che ha tratto e fatto condurre la posterità della casa di Israele dalla terra dell'aquilone e da tutti i paesi nei quali l'avevo dispersa e cacciata! E abiteranno la loro terra" (Ger 23,5-8).

    Conversione dei Giudei.

    Questo passo si applica benissimo, come si vede, alla conversione dei Giudei e alla restaurazione d'Israele annunciata per gli ultimi tempi. I più antichi liturgisti del Medio Evo spiegarono tutta la Messa della Domenica ventitreesima dopo la Pentecoste da questo punto di vista, ma per capirli bene occorre ricordare che allora il Vangelo della detta Domenica era il Vangelo della moltiplicazione dei cinque pani. Lasciamo parlare il pio e profondo abate Ruperto, che ci rivelerà, meglio di qualsiasi altro, il mistero di questo giorno in cui cessano le melodie gregoriane, prima così varie.

    Egli dice: "La santa Chiesa si impegna con tanto zelo in fare suppliche, preghiere e azioni di grazie chieste dall'Apostolo (1Tm 2,1) per tutti gli uomini, e perfino rende grazie per la futura salvezza dei figli d'Israele che, come essa, dovranno un giorno essere uniti al suo corpo. Come alla fine del mondo i loro 'resti' saranno salvati (Rm 9,27), così in quest'ultimo Ufficio dell'anno essa si rallegra con loro, suoi futuri membri, e nell'Introito canta tutti gli anni, richiamando così senza sosta le profezie che li riguardano: Il Signore dice: I miei pensieri sono pensieri di pace e non di afflizione. I suoi sono pensieri di pace, perché promette di ammettere al banchetto della grazia i Giudei, suoi fratelli secondo la carne, realizzando ciò che era raffigurato nella storia del patriarca Giuseppe. I fratelli di Giuseppe, che l'avevano venduto, spinti dalla fame, vennero a lui, quando egli aveva steso il suo dominio su tutto l'Egitto, furono riconosciuti, ricevuti da lui stesso, e volle egli ancora sedere con loro a un banchetto solenne. Così il Signore, regnando su tutto il mondo, nutrendo del pane di vita abbondantemente gli Egizi, cioè i Gentili, vedrà tornare a Lui i 'resti' dei figli di Israele e saranno reintegrati nell'amicizia di colui che hanno negato e ucciso, avranno posto alla sua mensa e il vero Giuseppe si disseterà con i suoi fratelli".

    "Il favore di questa tavola divina è raffigurato nell'Ufficio della Domenica dal Vangelo, che ci narra come il Signore sfamò con cinque pani la moltitudine. Allora davvero Gesù aprirà per i Giudei i cinque libri di Mosè oggi portati come pani interi, non spezzati ancora da un fanciullo, che è questo popolo rimasto fino ad oggi di vedute limitate come un bambino.

    Si compirà l'oracolo di Geremia, così bene collocato prima del Vangelo, e non si dirà più: Vive il Signore che ha tratto i figli di Israele dalla terra dell'Egitto! Ma: Vive il Signore che li ha tratti e fatti condurre dalla terra dell'aquilone e da tutte quelle in cui erano dispersi!.

    Liberati dalla prigionia spirituale che li stringe, essi canteranno con tutto il cuore l'azione di grazie che troviamo nel graduale: Voi ci avete liberato, Signore, da quelli che ci perseguitavano.

    La supplica con la quale diciamo nell'Offertorio: Ti ho invocato dal fondo dell'abisso, o Signore, si adatta essa pure molto bene alle circostanze, perché in quel giorno i fratelli diranno al grande vero Giuseppe: Ti scongiuriamo di dimenticare il delitto dei tuoi fratelli (Gen 50,1-7).

    Il Communio: Vi dico, in verità, tutto quello che chiederete nelle vostre orazioni con quello che segue è la risposta di questo stesso Giuseppe, che dirà, come disse l'altra volta il primo Giuseppe (Gen 50,19-21): 'Non temete. Voi avete concepito contro di me un disegno malvagio, ma Dio lo ha voluto in bene per innalzarmi, come ora vedete, e salvare molti popoli. Non temete sfamerò voi e i vostri figli'" (Ruperto, De div. Officiis, xii, 23).

    EPISTOLA (Fil 3, 17-21; 4, 1-3). - Fratelli: Imitate me, e mirate coloro che si conducono secondo il modello che avete in noi. Già ve l'ho detto tante volte (e ora ve lo dico piangendo): Vi sono molti che vivono come nemici della croce di Cristo. La loro fine è la perdizione; il loro Dio è il ventre e la loro gloria la fanno consistere nella loro vergogna, e non pensano ad altro che alle cose della terra. Ma noi siamo cittadini del cielo, dal quale pure aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, che, per la sua potenza di assoggettarsi ogni cosa, trasformerà il corpo della nostra umiliazione in modo da renderlo simile al corpo che egli ha nella gloria. Pertanto, o fratelli miei carissimi e desideratissimi, mia gioia e mia corona, state in questo modo saldi nel Signore, o amatissimi.

    Prego Evodia e scongiuro Sintiche ad essere di un medesimo sentimento nel Signore, e mi raccomando anche a te, o fedele compagno, di porgere la mano a queste che hanno combattuto con me per il Vangelo con Clemente e cogli altri miei collaboratori, i nomi dei quali sono scritti nel libro della vita.

    Il buon esempio.

    La Chiesa è un tempio ammirabile di pietre viventi chiamate a costituire i suoi muri (Ef 2,20-22), che si elevano alla gloria dell'Altissimo. La costruzione di questi muri secondo il piano stabilito dall'Uomo-Dio è opera di tutti. Qualcuno costruisce con la parola (1Cor 14,3), altri con l'esempio (Rm 14,19), ma tutti costruiscono, tutti edificano la città santa e, come al tempo degli Apostoli, chi costruisce con l'esempio prevale sugli altri in efficacia quando la parola non è sostenuta dall'autorità di una vita conforme al Vangelo. Però mentre l'edificazione degli altri è per il cristiano dovere fondato sulla carità verso il prossimo e sullo zelo della casa di Dio, egli deve, per non essere presuntuoso, cercare negli altri questa edificazione per se stesso. La lettura di libri buoni, lo studio della vita dei santi, l'osservanza rispettosa, per usare l'espressione dell'Epistola, l'osservazione dei cristiani buoni, che vivono al nostro fianco, saranno aiuto potente per l'opera di santificazione personale e per il compimento dei disegni di Dio.

    La coincidenza di pensieri con gli eletti della terra e del cielo ci allontanerà dai cattivi, che respingono la croce di Gesù Cristo e non pensano che al vergognoso accontentamento dei sensi e stabilirà veramente nei cieli la nostra conversazione. In attesa della venuta del Signore per un giorno, che non è più lontano, noi resteremo fermi in lui, nonostante la defezione di tanti sventurati trascinati dalla corrente che porta il mondo alla rovina. L'angoscia e la sofferenza degli ultimi tempi accresceranno in noi la speranza, rendendo sempre più vivo il desiderio del momento solenne in cui il Signore apparirà per completare la salvezza dei suoi, vestendo la nostra carne col fulgore del suo corpo divino. Stiamo uniti, come dice l'Apostolo, e per il resto "godete sempre nel Signore, egli scrive agli amati Filippesi, vi ripeto, rallegratevi; il Signore è vicino" (Fil 4,4-5).

    VANGELO (Mt 9,18-26). - In quel tempo: Mentre Gesù parlava alle turbe, ecco uno dei capi accostarsi, inchinarsi e dire: Signore, la mia figlia è morta or ora: ma vieni, imponi la tua mano su di lei e vivrà. E Gesù, alzatosi, lo seguì coi suoi discepoli. Ed ecco una donna, la quale da dodici anni pativa perdite di sangue, accostarsi a lui da tergo e toccargli il lembo della veste. Perché diceva dentro di sé: Sol ch'io tocchi la sua veste, sarò guarita. Ma Gesù rivoltosi e miratala disse: Confida, Figliuola: la tua fede ti ha salvata. E da quell'istante la donna fu liberata. E quando Gesù arrivò alla casa del capo, avendo veduto i suonatori e la turba far strepito, disse: Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme. Ed essi si burlavano di lui. Quando furono usciti tutti egli entrò e prese la fanciulla per mano, ed essa si alzò. E se ne divulgò la fama in tutta quella regione.

    Sebbene la scelta di questo Vangelo non risalga dappertutto a remota antichità, si adatta bene allo spirito della liturgia e conferma ottimamente quello che abbiamo detto del carattere di questa parte dell'anno. Nella Omelia del giorno san Gerolamo ci insegna che l'emorroissa guarita dal Salvatore è figura del Gentilesimo e la figlia del principe della sinagoga lo è della nazione giudaica. Questa trovò la vita soltanto dopo la guarigione della prima ed è proprio questo il mistero che ricordiamo in questo giorno in cui, riconosciuto il medico celeste in tutte le nazioni, cessa l'acciecamento da cui era stato afflitto Israele.

    Le vie di Dio.

    Dall'altezza cui siamo giunti, dal punto in cui il mondo, raggiunto il suo destino, si oscura un istante per sbarazzarsi degli empi e sbocciare di nuovo trasformato nella luce e nell'amore, come appaiono misteriose, forti e soavi insieme le vie dell'eterna Sapienza (Sap 8,1)!

    Il peccato aveva rotto all'inizio l'armonia del mondo gettando l'uomo fuori della sua strada e se, fra tutte, una famiglia aveva attirato su di sé la misericordia e la luce, elevandosi con questo privilegio, aveva rivelato più buia la notte in cui vegetava il genere umano.

    La nazioni abbandonate nella loro miseria, spossate, vedevano le delicatezze divine riservate ad Israele e pesare su di loro l'oblio. Venuto il tempo in cui doveva essere riparata la prima colpa parve che la riprovazione dei Gentili dovesse essere definitiva, perché la salvezza venuta dal cielo nella persona dell'Uomo-Dio si diresse esclusivamente ai Giudei e alle pecore perdute della casa di Israele (Mt 15,24).

    La salvezza dei Gentili.

    Ma la razza senza merito fortunata i cui padri e i primi capi avevano ardentemente desiderato la venuta del Messia non era più all'altezza cui l'avevano portata i patriarchi e i santi profeti. La sua religione così bella, fondata sul desiderio e sulla speranza, era ormai un'attesa sterile, che la metteva nella impotenza di fare un passo verso il Salvatore; la sua legge incompresa, dopo averla immobilizzata, finiva di stringerla nei legami di un formalismo settario e mentre, disprezzando questo colpevole intorpidimento contava, nel suo orgoglio geloso, di difendere l'esclusività dei favori di Dio, il Gentilesimo portava i suoi mali sempre più grandi davanti a un liberatore, riconosceva in Gesù il Salvatore del mondo e la sua fiduciosa iniziativa gli meritava di essere per primo salvato. L'apparente disprezzo del Signore lo mantenne nella umiltà la cui potenza penetra i cieli (Eccli 35,21).

    La salvezza dei Giudei.

    Israele doveva attendere ancora, come si cantava nel salmo: L'Etiopia lo prevenne, tendendo per prima le sue mani verso Dio (Sal 67,32). Toccò ora a Israele ritrovare nella sofferenza di un lungo abbandono l'umiltà che aveva meritato ai suoi padri le promesse divine e sola poteva meritarne il compimento.

    Ma ora la parola di salvezza si è fatta sentire in tutte le nazioni, salvando tutti quelli che dovevano essere salvati. Gesù, fermato sulla strada, arriva alla casa cui era diretto, alla casa di Giuda in cui è ancora assopita la figlia di Sion; la sua onnipotenza compassionevole allontana dalla povera derelitta la folla confusa dei falsi dottori e i profeti di menzogna, che l'avevano addormentata con le loro stolte parole, caccia lontano per sempre gli insultatori del Cristo che pretendevano custodirla nella morte.

    Prendendo la mano della malata, egli le ridà vita e il vigore della sua giovinezza, dimostrando che la sua morte non era che un sonno e che l'accumularsi dei secoli non poteva prevalere sulla parola data da Dio ad Abramo suo servo (Lc 1,54-55).

    PREGHIAMO

    Perdona, o Signore, le colpe del tuo popolo, e liberaci, per la tua benignità, dalle catene dei peccati con le quali ci siamo legati per fragilità.



    DOMENICA VENTITREESIMA
    DOPO LA PENTECOSTE

    Quando nell'anno le Domeniche dopo Pentecoste sono ventitré soltanto, oggi si legge la Messa della Domenica ventiquattresima e ultima Domenica e la Messa segnata per la ventitreesima si porta al sabato della settimana precedente o al giorno più vicino, che sia libero da festa di rito doppio o semidoppio [1].

    Comunque avvenga, oggi termina l'Antifonario e l'Introito, Graduale, Communio di questa Messa dovranno essere ripresi in tutte le Domeniche, più o meno numerose, secondo gli anni, che si succederanno ancora fino all'Avvento. Ricordiamo che ai tempi di san Gregorio l'avvento era più lungo di oggi e le sue settimane si addentravano nella parte del Ciclo postpentecostale, occupato adesso dalle ultime Domeniche dopo la Pentecoste ed è questa una delle ragioni, che spiegano la mancata composizione di Messe dopo la ventitreesima.

    L'antica Messa della Domenica XXIII.

    In quella Messa la Chiesa, senza perdere di vista la conclusione della storia del mondo, volgeva il suo pensiero al vicino tempo sacro, destinato a preparare i suoi figli alla solenne festa di Natale.

    All'Epistola si leggeva questo passo di Geremia, che in vari luoghi, più tardi fu usato nella prima Domenica di Avvento: "Ecco che il giorno arriva, dice il Signore, e io susciterò a Davide una stirpe giusta. Regnerà un re, che sarà saggio, che compirà la giustizia e il giudizio sopra la terra. Allora Giuda sarà salvato e Israele abiterà nella pace. Ecco il nome che daranno a questo re: Giusto Signore nostro! Viene il tempo, dice il Signore, in cui non si dirà più: Vive il Signore, che ha tratto fuori dall'Egitto i suoi figli! Ma: Vive il Signore che ha tratto e fatto condurre la posterità della casa di Israele dalla terra dell'aquilone e da tutti i paesi nei quali l'avevo dispersa e cacciata! E abiteranno la loro terra" (Ger 23,5-8).

    Conversione dei Giudei.

    Questo passo si applica benissimo, come si vede, alla conversione dei Giudei e alla restaurazione d'Israele annunciata per gli ultimi tempi. I più antichi liturgisti del Medio Evo spiegarono tutta la Messa della Domenica ventitreesima dopo la Pentecoste da questo punto di vista, ma per capirli bene occorre ricordare che allora il Vangelo della detta Domenica era il Vangelo della moltiplicazione dei cinque pani. Lasciamo parlare il pio e profondo abate Ruperto, che ci rivelerà, meglio di qualsiasi altro, il mistero di questo giorno in cui cessano le melodie gregoriane, prima così varie.

    Egli dice: "La santa Chiesa si impegna con tanto zelo in fare suppliche, preghiere e azioni di grazie chieste dall'Apostolo (1Tm 2,1) per tutti gli uomini, e perfino rende grazie per la futura salvezza dei figli d'Israele che, come essa, dovranno un giorno essere uniti al suo corpo. Come alla fine del mondo i loro 'resti' saranno salvati (Rm 9,27), così in quest'ultimo Ufficio dell'anno essa si rallegra con loro, suoi futuri membri, e nell'Introito canta tutti gli anni, richiamando così senza sosta le profezie che li riguardano: Il Signore dice: I miei pensieri sono pensieri di pace e non di afflizione. I suoi sono pensieri di pace, perché promette di ammettere al banchetto della grazia i Giudei, suoi fratelli secondo la carne, realizzando ciò che era raffigurato nella storia del patriarca Giuseppe. I fratelli di Giuseppe, che l'avevano venduto, spinti dalla fame, vennero a lui, quando egli aveva steso il suo dominio su tutto l'Egitto, furono riconosciuti, ricevuti da lui stesso, e volle egli ancora sedere con loro a un banchetto solenne. Così il Signore, regnando su tutto il mondo, nutrendo del pane di vita abbondantemente gli Egizi, cioè i Gentili, vedrà tornare a Lui i 'resti' dei figli di Israele e saranno reintegrati nell'amicizia di colui che hanno negato e ucciso, avranno posto alla sua mensa e il vero Giuseppe si disseterà con i suoi fratelli".

    "Il favore di questa tavola divina è raffigurato nell'Ufficio della Domenica dal Vangelo, che ci narra come il Signore sfamò con cinque pani la moltitudine. Allora davvero Gesù aprirà per i Giudei i cinque libri di Mosè oggi portati come pani interi, non spezzati ancora da un fanciullo, che è questo popolo rimasto fino ad oggi di vedute limitate come un bambino.

    Si compirà l'oracolo di Geremia, così bene collocato prima del Vangelo, e non si dirà più: Vive il Signore che ha tratto i figli di Israele dalla terra dell'Egitto! Ma: Vive il Signore che li ha tratti e fatti condurre dalla terra dell'aquilone e da tutte quelle in cui erano dispersi!.

    Liberati dalla prigionia spirituale che li stringe, essi canteranno con tutto il cuore l'azione di grazie che troviamo nel graduale: Voi ci avete liberato, Signore, da quelli che ci perseguitavano.

    La supplica con la quale diciamo nell'Offertorio: Ti ho invocato dal fondo dell'abisso, o Signore, si adatta essa pure molto bene alle circostanze, perché in quel giorno i fratelli diranno al grande vero Giuseppe: Ti scongiuriamo di dimenticare il delitto dei tuoi fratelli (Gen 50,1-7).

    Il Communio: Vi dico, in verità, tutto quello che chiederete nelle vostre orazioni con quello che segue è la risposta di questo stesso Giuseppe, che dirà, come disse l'altra volta il primo Giuseppe (Gen 50,19-21): 'Non temete. Voi avete concepito contro di me un disegno malvagio, ma Dio lo ha voluto in bene per innalzarmi, come ora vedete, e salvare molti popoli. Non temete sfamerò voi e i vostri figli'" (Ruperto, De div. Officiis, xii, 23).

    EPISTOLA (Fil 3, 17-21; 4, 1-3). - Fratelli: Imitate me, e mirate coloro che si conducono secondo il modello che avete in noi. Già ve l'ho detto tante volte (e ora ve lo dico piangendo): Vi sono molti che vivono come nemici della croce di Cristo. La loro fine è la perdizione; il loro Dio è il ventre e la loro gloria la fanno consistere nella loro vergogna, e non pensano ad altro che alle cose della terra. Ma noi siamo cittadini del cielo, dal quale pure aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, che, per la sua potenza di assoggettarsi ogni cosa, trasformerà il corpo della nostra umiliazione in modo da renderlo simile al corpo che egli ha nella gloria. Pertanto, o fratelli miei carissimi e desideratissimi, mia gioia e mia corona, state in questo modo saldi nel Signore, o amatissimi.

    Prego Evodia e scongiuro Sintiche ad essere di un medesimo sentimento nel Signore, e mi raccomando anche a te, o fedele compagno, di porgere la mano a queste che hanno combattuto con me per il Vangelo con Clemente e cogli altri miei collaboratori, i nomi dei quali sono scritti nel libro della vita.

    Il buon esempio.

    La Chiesa è un tempio ammirabile di pietre viventi chiamate a costituire i suoi muri (Ef 2,20-22), che si elevano alla gloria dell'Altissimo. La costruzione di questi muri secondo il piano stabilito dall'Uomo-Dio è opera di tutti. Qualcuno costruisce con la parola (1Cor 14,3), altri con l'esempio (Rm 14,19), ma tutti costruiscono, tutti edificano la città santa e, come al tempo degli Apostoli, chi costruisce con l'esempio prevale sugli altri in efficacia quando la parola non è sostenuta dall'autorità di una vita conforme al Vangelo. Però mentre l'edificazione degli altri è per il cristiano dovere fondato sulla carità verso il prossimo e sullo zelo della casa di Dio, egli deve, per non essere presuntuoso, cercare negli altri questa edificazione per se stesso. La lettura di libri buoni, lo studio della vita dei santi, l'osservanza rispettosa, per usare l'espressione dell'Epistola, l'osservazione dei cristiani buoni, che vivono al nostro fianco, saranno aiuto potente per l'opera di santificazione personale e per il compimento dei disegni di Dio.

    La coincidenza di pensieri con gli eletti della terra e del cielo ci allontanerà dai cattivi, che respingono la croce di Gesù Cristo e non pensano che al vergognoso accontentamento dei sensi e stabilirà veramente nei cieli la nostra conversazione. In attesa della venuta del Signore per un giorno, che non è più lontano, noi resteremo fermi in lui, nonostante la defezione di tanti sventurati trascinati dalla corrente che porta il mondo alla rovina. L'angoscia e la sofferenza degli ultimi tempi accresceranno in noi la speranza, rendendo sempre più vivo il desiderio del momento solenne in cui il Signore apparirà per completare la salvezza dei suoi, vestendo la nostra carne col fulgore del suo corpo divino. Stiamo uniti, come dice l'Apostolo, e per il resto "godete sempre nel Signore, egli scrive agli amati Filippesi, vi ripeto, rallegratevi; il Signore è vicino" (Fil 4,4-5).

    VANGELO (Mt 9,18-26). - In quel tempo: Mentre Gesù parlava alle turbe, ecco uno dei capi accostarsi, inchinarsi e dire: Signore, la mia figlia è morta or ora: ma vieni, imponi la tua mano su di lei e vivrà. E Gesù, alzatosi, lo seguì coi suoi discepoli. Ed ecco una donna, la quale da dodici anni pativa perdite di sangue, accostarsi a lui da tergo e toccargli il lembo della veste. Perché diceva dentro di sé: Sol ch'io tocchi la sua veste, sarò guarita. Ma Gesù rivoltosi e miratala disse: Confida, Figliuola: la tua fede ti ha salvata. E da quell'istante la donna fu liberata. E quando Gesù arrivò alla casa del capo, avendo veduto i suonatori e la turba far strepito, disse: Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme. Ed essi si burlavano di lui. Quando furono usciti tutti egli entrò e prese la fanciulla per mano, ed essa si alzò. E se ne divulgò la fama in tutta quella regione.

    Sebbene la scelta di questo Vangelo non risalga dappertutto a remota antichità, si adatta bene allo spirito della liturgia e conferma ottimamente quello che abbiamo detto del carattere di questa parte dell'anno. Nella Omelia del giorno san Gerolamo ci insegna che l'emorroissa guarita dal Salvatore è figura del Gentilesimo e la figlia del principe della sinagoga lo è della nazione giudaica. Questa trovò la vita soltanto dopo la guarigione della prima ed è proprio questo il mistero che ricordiamo in questo giorno in cui, riconosciuto il medico celeste in tutte le nazioni, cessa l'acciecamento da cui era stato afflitto Israele.

    Le vie di Dio.

    Dall'altezza cui siamo giunti, dal punto in cui il mondo, raggiunto il suo destino, si oscura un istante per sbarazzarsi degli empi e sbocciare di nuovo trasformato nella luce e nell'amore, come appaiono misteriose, forti e soavi insieme le vie dell'eterna Sapienza (Sap 8,1)!

    Il peccato aveva rotto all'inizio l'armonia del mondo gettando l'uomo fuori della sua strada e se, fra tutte, una famiglia aveva attirato su di sé la misericordia e la luce, elevandosi con questo privilegio, aveva rivelato più buia la notte in cui vegetava il genere umano.

    La nazioni abbandonate nella loro miseria, spossate, vedevano le delicatezze divine riservate ad Israele e pesare su di loro l'oblio. Venuto il tempo in cui doveva essere riparata la prima colpa parve che la riprovazione dei Gentili dovesse essere definitiva, perché la salvezza venuta dal cielo nella persona dell'Uomo-Dio si diresse esclusivamente ai Giudei e alle pecore perdute della casa di Israele (Mt 15,24).

    La salvezza dei Gentili.

    Ma la razza senza merito fortunata i cui padri e i primi capi avevano ardentemente desiderato la venuta del Messia non era più all'altezza cui l'avevano portata i patriarchi e i santi profeti. La sua religione così bella, fondata sul desiderio e sulla speranza, era ormai un'attesa sterile, che la metteva nella impotenza di fare un passo verso il Salvatore; la sua legge incompresa, dopo averla immobilizzata, finiva di stringerla nei legami di un formalismo settario e mentre, disprezzando questo colpevole intorpidimento contava, nel suo orgoglio geloso, di difendere l'esclusività dei favori di Dio, il Gentilesimo portava i suoi mali sempre più grandi davanti a un liberatore, riconosceva in Gesù il Salvatore del mondo e la sua fiduciosa iniziativa gli meritava di essere per primo salvato. L'apparente disprezzo del Signore lo mantenne nella umiltà la cui potenza penetra i cieli (Eccli 35,21).

    La salvezza dei Giudei.

    Israele doveva attendere ancora, come si cantava nel salmo: L'Etiopia lo prevenne, tendendo per prima le sue mani verso Dio (Sal 67,32). Toccò ora a Israele ritrovare nella sofferenza di un lungo abbandono l'umiltà che aveva meritato ai suoi padri le promesse divine e sola poteva meritarne il compimento.

    Ma ora la parola di salvezza si è fatta sentire in tutte le nazioni, salvando tutti quelli che dovevano essere salvati. Gesù, fermato sulla strada, arriva alla casa cui era diretto, alla casa di Giuda in cui è ancora assopita la figlia di Sion; la sua onnipotenza compassionevole allontana dalla povera derelitta la folla confusa dei falsi dottori e i profeti di menzogna, che l'avevano addormentata con le loro stolte parole, caccia lontano per sempre gli insultatori del Cristo che pretendevano custodirla nella morte.

    Prendendo la mano della malata, egli le ridà vita e il vigore della sua giovinezza, dimostrando che la sua morte non era che un sonno e che l'accumularsi dei secoli non poteva prevalere sulla parola data da Dio ad Abramo suo servo (Lc 1,54-55).

    PREGHIAMO

    Perdona, o Signore, le colpe del tuo popolo, e liberaci, per la tua benignità, dalle catene dei peccati con le quali ci siamo legati per fragilità.

    [1] Nota che il Guéranger scriveva prima della riforma di Pio X. Oggi, se si aggiunge anche l'ultima riforma della Sacra Congregazione dei Riti (23 marzo 1955), le cose sono alquanto modificate.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, Alba, 1959, p. 530-536





    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, Alba, 1959, p. 530-536

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    Predefinito re: 30 novembre 2012: Sant'Andrea apostolo

    4 NOVEMBRE 2012

    SAN CARLO BORROMEO, CONFESSORE



    Missione e grazia di san Carlo.

    Per comprendere bene un santo, è necessario rendersi conto della missione che Dio gli ha affidata nel mondo, dell'opera alla quale ha consacrato la sua vita e delle grazie dategli, per portarla a compimento.

    La missione provvidenziale di san Carlo Borromeo e l'opera a lui affidata da Dio nel mondo è la riforma della santa Chiesa cattolica con la stesura definitiva e l'applicazione dei decreti disciplinari del Concilio di Trento. Per compiere questa missione egli ricevette la grazia della pienezza del Sacerdozio e la pienezza dello spirito sacerdotale. È tutto qui il dono soprannaturale ricevuto da san Carlo, dono che è ragione di tutti gli altri e distingue lui da tutti gli altri santi e da tutti i vescovi che Dio diede alla Chiesa.



    Il vescovo.

    "Altri vescovi santi lo hanno uguagliato e forse superato in qualche dono soprannaturale, ma forse nessuno riunì nella medesima perfezione i doni naturali e soprannaturali che fanno il santo vescovo.

    Tutta la sua vita si riassume in questa sola parola. Nel mondo egli non volle che fare il vescovo e la sua vita, perfettamente ordinata da questa unica volontà, nel vescovo ha cancellato completamente l'uomo, sicché lo splendore radioso della sua santità sembra venire non dalla persona, ma dal ministero. Pare, per dire tutto in breve, che Dio abbia voluto fare di lui il tipo, l'ideale del vescovo" (P. Gonthier, O. P., Opere oratorie, t. i, 15).



    Il "Segretario di Stato".

    Pio IV, eletto Papa il 26 dicembre 1559, subito chiamò a sé e associò al governo della Chiesa il nipote Carlo Borromeo. Carlo aveva allora 22 anni, ma la sua amministrazione rivelò tosto le sue doti: una resistenza straordinaria al lavoro, una volontà energica e perseverante, un saper ascoltare e chiedere consiglio prima di agire coraggiosamente. Viveva una vita austera, e, in mezzo a occupazioni opprimenti, cercava riposo nella preghiera, nello studio della teologia e nella predicazione.

    Per le sue insistenze, Pio IV riaprì, nel 1560, il Concilio di Trento ed egli divenne tosto l'intermediario tra il Papa e il Concilio e, terminato finalmente il Concilio stesso, si impegnò a farne conoscere la dottrina e le disposizioni, vigilò sulla redazione del "Catechismo del Concilio di Trento" e diede, per il primo, l'esempio di una totale sottomissione alle riforme imposte.



    San Carlo a Milano.

    Succeduto allo zio Pio IV san Pio V, cercò di lasciare Roma, per andare ad amministrare la sua diocesi di Milano e il nuovo Papa cedette alle insistenze.

    Le prime sue cure furono per il clero e fondò seminari e collegi, chiedendo l'aiuto degli Ordini religiosi, particolarmente dei Gesuiti e riformò i monasteri. Poi organizzò l'immensa diocesi, nominando visitatori con l'incarico di tenerlo informato, riformò Arcivescovado e Capitolo, cercando di occuparsi direttamente del più gran numero possibile di questioni e tenendosi a contatto con il popolo, fermo contro tutti gli intrighi del potere civile. La sua attività superò i confini della diocesi, si estese a tutta la provincia di Milano, per mezzo di Concili da lui regolarmente presieduti, giunse anche alle province vicine, che visitò in qualità di Legato.



    La peste di Milano.

    Nel 1576 scoppiò a Milano la peste e presto si diffuse. Per l'arcivescovo fu occasione di manifestare la sua energia e la sua inesauribile carità. In mancanza di autorità locali, organizzò il servizio sanitario, fondò o rinnovò ospedali, cercò denaro e vettovaglie, decretò misure preventive. Soprattutto provvide ad assicurare il soccorso spirituale, l'assistenza ai malati, il seppellimento dei morti, l'amministrazione dei Sacramenti agli abitanti confinati nelle loro case, per misure prudenziali. Senza temere il contagio, pagò di persona, visitando ospedali, guidando le processioni di penitenza, facendosi tutto a tutti come un padre e come un vero pastore. Tutta la sua vita è prova di attaccamento ai poveri e ai dimenticati e, morendo, lasciò a loro i suoi beni.



    VITA. - Nacque il 2 ottobre 1538 nel castello di Arona sul Lago Maggiore, da famiglia di fede profonda e di grande bontà. Ricevuta la Tonsura a otto anni, seguì gli studi classici a Milano, studiò Diritto a Pavia, dove ottenne il grado di Dottore nel 1559. Nel 1560 il Papa lo chiamò a Roma e lo fece Cardinale. Nel 1562 fu ordinato Sacerdote e il 7 dicembre 1563 consacrato Vescovo. Nel 1566, con l'elezione di san Pio V, lasciò Roma e si stabilì nella sua diocesi di Milano, dove morì nella notte dal 3 al 4 novembre del 1584. Papa Paolo V lo canonizzò il primo novembre 1610.



    Modello di virtù.

    Con tutta la Chiesa, cantiamo le tue lodi e godiamo della tua gloria. Prevenuto dalla grazia divina fin dall'infanzia, seguito da essa in tutta la tua vita, sempre le fosti fedele. Forte delle ricchezze deposte nell'anima dal Battesimo e dai Sacramenti, pervenisti al termine della tua vocazione, senza nulla mai rifiutare a Dio, meritando così di essere nostro modello. Aiutaci ad imitare le tue virtù, dà a noi la solida devozione e lo zelo della preghiera che erano per te sorgente di forza per condurre la buona battaglia. Fa' che imitiamo la tua carità, la dolcezza e l'affabilità con tutti, dà a noi lo spirito di povertà che ti rese così caro l'Ordine di san Francesco, dacci la devozione e sottomissione alla Santa Sede, l'amore per la Chiesa alla quale consacrasti tante fatiche e te stesso.



    Modello dei pastori.

    Tu eri destinato particolarmente ad essere modello dei pastori di anime. "Un vescovo, dicevi, è obbligato alla perfezione" e comprendevi che "maggiore santità è richiesta dove l'elemento soprannaturale e divino maggiormente si accumula" (Mons. Pie, Discorso per la consacrazione di Mons. Gay). Noi vediamo brillare in te tutte le virtù dei pontefici e tu degnati comunicarle in abbondanza ai vescovi del nostro tempo. Esortali come li esortavi nei tuoi Concili, risuscita oggi "la sollecitudine pastorale che ti rese glorioso" (Colletta della Messa). Prega il Padrone delle Messe di mandare operai numerosi (Lc 10,2) formati sul tuo esempio, divorati da uno zelo che lo studio approfondito della dottrina e la sottomissione alle leggi della Chiesa renderanno meravigliosamente fecondo.



    Preghiera.

    Proteggi in modo particolare la Chiesa di Milano della quale sei, insieme con sant'Ambrogio, il migliore ornamento e conserva in essa la luce che vi predicasti e il gusto della santa Liturgia che da te fu restaurata.
    Si compia oggi per le tue preghiere, come un giorno si compì per le tue fatiche, la parola della Scrittura: "Inebrierò di grazia le anime sacerdotali e il mio popolo sarà riempito dei miei doni" (Ger 31,14).



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1245-1248

    Ultima modifica di Guelfo Nero; 04-11-12 alle 04:02

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    4 novembre 2012: Santi Vitale ed Agricola, martiri

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    Ultima modifica di Luca; 06-11-12 alle 18:17

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