L’alimentazione risulta essere per ogni essere vivente uno degli imprescindibili strumenti di sopravvivenza; in virtù di questo motivo rappresenta uno degli ambiti che il capitalismo ha individuato per il controllo ed il condizionamento primario delle collettività. Per ottemperare a tale scopo, esso ha favorito la costituzione di multinazionali alimentari, orientate su criteri di produzione intensiva e successiva distribuzione mediante Grande Distribuzione Organizzata (GDO). L’irresponsabilità della regola capitalista, nel gestire il mercato dell’alimentazione, risiede nel suo principale obiettivo di garantirsi alte percentuali di profitto, difatti si osserva che viene stabilito a priori quanta e quale merce dovrà essere prodotta e distribuita. Nella realtà delle multinazionali alimentari le esigenze del “mercato”, non corrispondono di certo alle reali esigenze nutrizionali dell’umanità. Una simile visione porta sviluppo? Sicuramente no, perché nonostante l’ostentata idea di progresso nelle metodologie, i prezzi delle derrate alimentari sono notevolmente aumentati e sul pianeta aumenta il dramma della “fame” causato dalla inadeguatezza delle scelte che rendono disomogenee ed inidonee le opportunità di cibo offerte ai vari Popoli.
Questa fissazione del capitale sul profitto comporta un sistema di produzione alimentare pericolosamente insostenibile, un sistema totalmente fallimentare rispetto alla giustizia distributiva e alla salute dell’ambiente; anziché le opportunità per gli individui, sicuramente aumentano gli introiti per il monopolio delle multinazionali che contingentano il mercato mondiale e lo “controllano e contaminano secondo proprie finalità” . Si assiste impotenti a quanto i criteri capitalistici riescano a modificare profondamente gli assetti produttivi e socioeconomici delle aree che vanno a condizionare, mediante propaganda mediatica, informazione ingannevole e soprattutto connivenza con i governi, la politica e gli amministratori.
Un doveroso criterio di giustizia dovrebbe vedere una produzione alimentare pensata e pianificata in base ad un’idonea risposta rispetto alle esigenze nutrizionali dei popoli, attraverso la valorizzazione ed il potenziamento delle capacità produttive (autoctone innanzitutto) e garantendo tutela verso la salute pubblica e l’ambiente; al contrario assistiamo ad un impatto di distribuzione alimentare/capitalistico talmente invasivo da provocare l’ eliminazione dal mercato dei produttori alimentari che afferiscono a filiere più tradizionali e peraltro sane.
Proviamo adesso ad avvicinarci al dettaglio della produzione e della commercializzazione alimentare secondo l’offerta che le multinazionali in questione ci stanno “imponendo”: nei nostri supermercati possiamo trovare prodotti lavorati e confezionati riportanti etichette che evocano suggestive immagini di fattorie, contadini e verdi prati; in realtà alle spalle degli stessi vi è semplicemente una fabbrica ove non vengono peraltro più trasformati prodotti “di stagione” (portiamo l’esempio dei pomodori che vengono raccolti in ingente quantità ancora totalmente acerbi e maturati con l’aggiunta di etilene).
L’industrializzazione alimentare ha trasformato anche i criteri di allevamento degli animali; il modello intensivo adottato in zootecnia a cominciare dai polli, ha ormai caratterizzato tutti i tipi di allevamento, bovini e maiali compresi. In questo sistema produttivo l’animale non è più considerato un essere vivente, ma una materia prima industriale utilizzata per ottenere prodotti finalizzati all’ottenimento di profitto (salumi, hamburger, insaccati e carne a buon mercato da vendere soprattutto attraverso la GDO).
La rigidità di simili percorsi (allevamento-lavorazione-produzione-distribuzione-profitto) implica l’intensificazione dell’allevamento, la concentrazione in spazi angusti di un numero sempre maggiore di animali ed il dimezzamento dei loro tempi di crescita; una simile gestione non può che innescare il rischio sanitario (visto l’abuso di antibiotici e di ormoni) ed un grave impatto ambientale.
Un’ulteriore criticità generata dall’opera delle multinazionali alimentari, è data dall’immenso potere nell’industria dello zucchero, uno dei componenti dell’alimentazione che costa meno, crea più dipendenza e genera più profitti.
Il risultato è che risulta sempre più presente nei nostri cibi elaborati; nel 1957 il Dr. William Coda Martin lo classificò come veleno, descrivendo che non apporta nessuna sostanza utile all’organismo e addirittura brucia parte delle sostanze presenti.
Un suo consumo abituale (diretto o in quanto altamente presente in prodotti industriali) provoca dipendenza e un indebolimento dell’organismo e delle sue difese nei confronti delle malattie.
Nonostante ciò, se il capitalista sa che aggiungendo più zucchero ai cibi i profitti aumenteranno, continuerà ad utilizzarlo e ad aumentarne l’uso (sia perché lo zucchero è un ingrediente a basso costo, sia perché i bambini consumandolo ne diventeranno inconsapevolmente dipendenti e da adulti continueranno ad assumerne).
Il capitalista non si preoccupa del rischio obesità che una tale dieta può determinare; nel contempo si può osservare l’altra faccia della medaglia ovvero la fame e la malnutrizione sofferte da oltre un miliardo di persone nel mondo. È stato calcolato che ogni mezz’ora una media di 360 bambini di meno di cinque anni muore di fame o di malattie causate da essa.
Rivolgendo un pensiero anche all’ambiente, possiamo dichiarare che se una multinazionale percepisce che ad esempio l’olio di palma dà profitto, non si farà scrupoli nel tagliare le rimanenti foreste pluviali del Sud-Est asiatico.
Rispetto all’azione distruttiva ed invasiva perpetrata dalle multinazionali alimentari, possiamo aggiungere che i governi e la politica (soprattutto dei paesi occidentali) stanno risultando totalmente conniventi con i loro interessi; ad esempio fin dal 1998 è in vigore una direttiva UE che riserva la commercializzazione di sementi alle ditte sementiere legate alla produzione intensiva delle multinazionali, vietandola invece agli agricoltori. Ciò che i contadini hanno fatto per millenni è diventato un reato.
In conclusione vorrei riportare una notizia: già nel 1931 lo scienziato tedesco Otto H. Warburg ricevette il premio Nobel per aver scoperto la causa primaria del cancro Nel 1931 Otto Heinrich Warburg ha scoperto la causa primaria del cancro e ha vinto il Premio Nobel. | QUESTA ITALIA…. ; nel mondo in pochi ne hanno sentito parlare in quanto il fatto è stato nascosto dall’industria farmaceutica e alimentare.
“Che il cibo sia la tua medicina, la medicina sia il tuo cibo”…diceva Ippocrate, il padre della medicina.
Agli Individui rimane la possibilità di orientarsi verso prodotti naturali e non lavorati, frutta e verdura di stagione ed alimenti preparati in casa secondo tradizione.
La migliore arma dinnanzi alle ingiustizie rimane quella….l’azione della Scelta!
Daniela Roccella
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