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  1. #21
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    Predefinito Rif: La vacanza Formale della Sede Apostolica 1958-....

    l cattolicesimo scismatico è nel Vaticano?
    di Don Francesco Ricossa - Fiorenza Licitra -

    Fonte: Centro Studi Opifice


    Ordinato sacerdote da monsignor Lefebvre, Don Francesco Ricossa è superiore dell’Istituto Mater Boni Consilii, a Verrua Savoia, in provincia di Torino. Nel panorama italiano, rappresenta i cosiddetti “sedevacantisti”, sfavorevoli alle innovazioni apportate alla liturgia e alla dottrina, durante il Concilio Vaticano II, che non riconoscono l’autorità di chi vuol mantenere queste innovazioni, incluso Benedetto XVI.
    L’intervista che segue è testimonianza del profondo scisma interno alla Chiesa, di cui pochi sanno, tra i tradizionalisti cattolici e i modernisti, sostenitori della democratizzazione ecclesiastica, di cui gli ultimi Papi sono eminenti sostenitori.

    La Chiesa non può modernizzarsi perché la fede è immutabile?
    «È così. Al contrario, l’eresia modernista ha, tra i suoi vari scopi, proprio quello di adattare la fede ai tempi moderni. È una concezione evoluzionistica della fede, che diviene prigioniera della storia, anziché derivare dalla trascendenza, da Dio che è la verità e la verità non muta. Il Concilio Vaticano II, facendo sue le istanze moderniste, ha aperto una profonda crisi dal momento in cui, in diversi testi del Concilio, ha fatto affermazioni contraddittorie o contrarie a quello che la Chiesa ha sempre insegnato. Si pone un problema di coscienza per il cattolico e allo stesso tempo un grandissimo dubbio: come può essere accaduta una cosa del genere? Ratzinger ha proposto un’ermeneutica della continuità proprio perché si rende conto che un cattolico non può affermare una rottura nell’insegnamento della Chiesa; al contempo, però, spiega e giustifica la continuità nella novità, il che non vuol dire altro che riconfermare la rottura.»

    Questo perché resta una spiegazione sempre contingente?
    «Esatto. Il tipo di giustificazione che lui dà è sempre ancorata allo storicismo. È l’idea dei riformatori per cui la tradizione è affermata ancora meglio oggi tornando a delle origini, che però sono fittizie. E’ stata fatta tabula rasa di qualche secolo di vita e insegnamento della Chiesa, considerati ormai come un periodo caduco e passato.»

    C’è davvero alleanza tra giudaismo e cristianesimo?
    «Bisogna vedere cosa si intende con il termine giudaismo. Se si intende la fede e la religione dei patriarchi e dei profeti nell’antica Legge, allora non c’è dubbio che il cristianesimo continui e porti a compimento quella fede; se invece per giudaismo intendiamo la dottrina dei farisei, che ha trionfato presso la maggior parte degli ebrei e che, quindi, attualmente è la vita religiosa, la dottrina, il pensiero della maggior parte degli ebrei di oggi, allora questa dottrina non ha in sé niente a che vedere con quella dei profeti, è anzi la nemica mortale del cristianesimo.
    Gesù stesso, nel Vangelo, ricollegò spiritualmente i giudei che a Lui si oppongono - quelli che oggi continuano il giudaismo - a coloro che perseguitarono i profeti, rendendoli colpevoli di tutto il sangue versato da Abele fino a Lui. Quindi, tra l’una e l’altra realtà, c’è un contrasto insanabile. Recentemente, sull’Osservatore Romano, è apparso un articolo di Renzo Gattegna, il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, nel quale invita la Chiesa a dichiarare ufficialmente di rinunciare a ogni idea di convertire gli ebrei e persino di pregare per la loro conversione. Il rifiuto di Gesù Cristo persiste; lo scontro tra chi crede in Lui e chi lo nega è totale, non c’è una possibilità di accordo.»

    Lei come giustifica l’intromissione e l’influenza ebraiche rispetto alla liturgia cristiana?
    «Come si può tollerare, per l’appunto, che degli estranei alla religione cristiana pretendano insegnare ai cristiani come debbano pregare? E’ qualcosa di inaudito, ha ragione, ma si può comprendere solo tenendo conto dello strapotere – economico, politico, sociale e religioso- di cui gode attualmente il giudaismo. Ne vuole una prova? Sono gli unici che non possono essere criticati. Se poi a qualche ecclesiastico sfugge ancora una dichiarazione sgradita, non mancano i mezzi per intimidirlo. Non sono casuali le campagne diffamatorie per accusare la Chiesa di ogni sorta di crimine: dall’antigiudaismo dei Vangeli a quello dei Padri della Chiesa, dall’Inquisizione ai “silenzi” di Pio XII, per cui la Chiesa si sarebbe resa corresponsabile di duemila anni di delitti. Ma queste minacce, queste campagne diffamatorie non avrebbero alcun effetto se all’interno della Chiesa non ci fossero degli uomini che hanno delle idee incompatibili con la fede cattolica, che li rendono succubi nei confronti dei loro stessi nemici.»

    Rendendo, di conseguenza, opinabile il dogma che perde di autorità?
    «Non dicono esplicitamente che i dogmi sono opinabili, ma sostanzialmente così è. Per il modernismo il dogma è nominalmente mantenuto, ma interpretato in modo diverso. Un modernista non può essere l’autorità che è al servizio della Verità. L’autorità viene da Dio e questo in modo particolare nella Chiesa, che è una società sovrannaturale: il Papa governa in quanto vicario di Cristo, è Cristo che la governa con lui e per suo mezzo. Non è possibile quindi attribuire il cambiamento così profondo nella dottrina e nella tradizione della Chiesa, a Gesù Cristo stesso, non è possibile dunque che venga da una vera autorità quale è quella del Papa.»

    A proposito, Papa Wojtyla è stato un vero modernizzatore, ha cioè fatto un grande male alla Chiesa, ed è stato anche grande fautore della globalizzazione…
    «Sì, assolutamente. Da un punto di vista religioso, la globalizzazione prende l’aspetto di dialogo interreligioso. La religione, però, a questo punto diviene un fenomeno antropologico: viene solo dall’uomo, dal suo sentimento religioso.»

    Non dall’alto, quindi?
    «Ecco, appunto. La famosa riunione di Assisi - quando Giovanni Paolo II si è incontrato con i capi delle altre religioni per pregare per la pace, per un fine cioè secolarizzato – è stata solamente un rendere visibile l’idea che tutte le religioni sono buone perché in fondo vengono dalla stessa fonte, che è l’uomo.»


    Papa Ratzinger sembrerebbe leggermente più ortodosso e, invece, anche lui…
    «Ci sono delle differenze di sensibilità nella storia personale di ciascuno, ma nient’altro. Il problema reale non è una questione di persone (Roncalli, Montini, Wojtyla, Ratzinger); il problema reale è l’eresia modernista condannata da San Pio X e che ha trionfato al Concilio Vaticano II. Durante il Concilio, Joseph Ratzinger era un giovane teologo, perito del cardinale Frings, era cioè uno degli esponenti di quella “nouvelle théologie” che si proponeva di “abbattere i bastioni”: il Sant'Uffizio, la curia romana, la teologia tomista, il papato come era stato concepito fino ad allora. Tanto è vero che quando si discusse in aula della Collegialità - uno dei temi conciliari più importanti, poiché i modernisti intendevano ridiscutere i rapporti tra i vescovi e il Papa, a tutto vantaggio dei vescovi e a scapito dell’autorità del Papa, in una sorta di democratizzazione della Chiesa, uno dei teologi di punta dei novatori fu proprio Ratzinger. E quando Paolo VI cercò un compromesso, poiché un grande numero di Padri gli aveva scritto, asserendo che la nuova dottrina non era cattolica, Ratzinger si oppose a questo compromesso (la “nota praevia”) perché lo considerava un tradimento del Concilio. Era tra i più schierati in favore delle novità. Tale è rimasto, solo che gli altri sono andati oltre. I rivoluzionari degli anni ’60 spesso sono i conservatori di oggi.»

    Cosa succederebbe tra i modernisti se ci fosse un vero Papa?
    «La crisi attuale è la più grave della storia della Chiesa. Credo, però, che Dio ridarà alla Chiesa un’autorità e prego affinché chi oggi occupa la sede di Pietro, o un suo successore, possa essere veramente e legittimamente il Vicario di Cristo. Non fu Gesù Cristo a trasformare il fariseo Saulo, persecutore dei cristiani, nell’apostolo Paolo? Una simile conversione potrebbe succedere ancora, come e quando piacerà al Signore. Certo che, umanamente parlando, se un Pontefice, degno di questo nome, insegnerà di nuovo la Verità e condannerà l’errore, ci sarà uno scisma; ma in fondo questo scisma non esiste di già?»

    Perché questo scisma non è stato proclamato ufficialmente?
    «A causa delle caratteristiche proprie del modernismo: essere ciò un’eresia che vuole cambiare la Chiesa dall’interno. Lutero ad esempio rifiutò la dottrina della Chiesa, il Papa allora lo scomunicò, lui bruciò la bolla della scomunica, proclamando che la Chiesa era la prostituta di Babilonia e il Papa l’Anticristo. A quel punto uscì dalla Chiesa per fondare una “chiesa” evangelica o luterana. Il modernista, invece, vuole cambiare la Chiesa dal di dentro e, quindi, intende restarvi a tutti i costi. Come Mons. Primo Vannutelli, personaggio noto a pochi di cui parlo nella rivista Sodalitium, il quale in gioventù incorse in una sospensione a divinis poiché era coinvolto con i capi del modernismo, tra cui Buonaiuti. Per essere assolti, prestarono il giuramento antimodernista, incuranti dello spergiuro. Dopo la morte di Vannutelli però si venne a sapere che aveva lasciato un testamento spirituale in cui proclamava il suo amore per Gesù Cristo e per la Chiesa e nello stesso tempo confessava di non credere che Gesù fosse Dio; poco o nulla per lui distingueva il cristianesimo dalle altre due “religioni abramitiche”. Per questo San Pio X, il Papa che condannò il modernismo, disse che questi signori si nascondevano nel seno e nelle viscere stesse della Chiesa. Bisognerebbe espellere questi eretici come si estirpa un tumore, ma dato che occupano ormai le Sedi più alte, non possono certo cacciare se stessi.»

    Il Concilio Vaticano II ha compartecipato al fatto che la Chiesa sia un’istituzione sempre più moralistica e sempre meno dottrinale?
    «Sì, basta leggere il documento conciliare Gaudium et spes, sul rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno. Tuttavia, anche in materia morale c’è una decadenza enorme. Bisogna, perciò difendere il dogma come la morale, il Vero e il Bene, l’uno e l’altro. Se crediamo, ma viviamo in contraddizione con la nostra fede, non valiamo nulla; e se cerchiamo di vivere bene, ma non crediamo, non valiamo nulla. Purtroppo oggi la fede è considerata da molti come qualcosa di secondario: quando si pensa alla religione cattolica, si pensa alle opere benefiche, all’assistenza dei poveri, o ai nostri problemi esistenziali, piuttosto che al mistero della Trinità, dell’Incarnazione o della Redenzione. Per cui ha ragione: la Chiesa è vista oggi soprattutto come una istituzione moralistica e secolarizzata, e questo è dovuto alla perdita della fede ed al naturalismo diffuso.»

  2. #22
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    Predefinito Rif: La vacanza Formale della Sede Apostolica 1958-....

    La potestà papale ha come causa formale l’autorità di Cristo[1], come causa efficiente o attiva lo stesso Cristo[2], e come causa finale remota la conservazione di tutti i credenti nell’unità della fede e della comunione[3] (in altre parole, pascerli). Però qualcosa che è distinta di un’altra cosa, è distinta di ciò allo qual è identica quest’altra cosa. Donde si segue non essere papa vero: 1º il personaggio religioso mondiale che non è efficientemente identico en Cristo, come primo attore perfettivo[4] del suo officio, ai papi veri passati, poiché nel suo officio lo muove l’Anticattolicesimo; 2º il personaggio religioso mondiale che non è formalmente identico ai papi veri passati nell’autorità di Cristo che solo comunica dottrina tradizionale pura e salvifica; e 3º il personaggio religioso mondiale che non è finalmente identico ai papi veri passati nell’intenzione di pascere tutti i credenti.

    Inoltri, quando non fallisce un fine, non fallisce (se esiste al momento) ciò che è infallibilmente diretto a quel fine. Però il fine del papato è conservare tutti i credenti nell’unità della fe e della comunione, o pascerli. Se colui che pretende essere diretto al fine del papato fallisce rispetto a pascere tutti i credenti, e il fine del papato non può fallire, quel pretendente non è papa. Però i pretendenti papali del Vaticano II falliscono rispetto a pascere tutti i credenti. Quindi non sono papi.

    Patricio Shaw


    [1] Mons. Guérard des Lauriers
    [2] Concilio Vaticano, Sesione IV, Constituzione Pastore Æternus.
    [3] Ibid.
    [4] Avicenna e Santo Tommaso sulla causa efficiente perfettiva.
    Ultima modifica di Luca; 16-06-11 alle 19:39

  3. #23
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    Predefinito Rif: La vacanza Formale della Sede Apostolica 1958-....

    La Prima Sede del canone 1556 del Codice di Diritto Canonico de 1917 è una sede occupata da un genuino papa cattolico che gode l’assistenza divina grazie a cercare obiettivamente il Bene della Chiesa difendendo e confessando abitualmente la Fede e quindi rimanendo fin dalla sua elezione in unità di persona mistica con Cristo.

    Un argomento ben poco intelligente degli avversari del Sedevacantismo è l’idea che dobbiamo obbedire un papa mentre lui osserva gli insegnamenti tradizionali della Chiesa, ma dobbiamo rifiutare di obbedirlo quando va pubblicamente contro della tradizione e gli insegnamenti cattolici. Ne risulta la mostruosità di un impossibile “papa doppio” incompatibile con la natura della Chiesa.

    Secondo San Cirillo nella catena aurea (CA 16.3.295-296), citato dalla costituzione dogmatica “Pastor Aeternus” del Concilio Vaticano 1º, la vera Sede di Petro rimane immacolata da ogni seduzione e circonvenzione eretica.
    Inoltri, secondo le parole dell’esorcismo di Leone XIII, la Sede di Petro è costituita per l’illuminazione delle nazioni.

    Una sede che prima di essere giudicata si mostri essere una cattedra di pestilenza dottrinale, un trono di un uomo dottrinalmente pestilenziale, ed una sorgente di prodotti cattivi per la vita della Chiesa, è giudicata dalla stessa vera Santa Sede storica nei suoi documenti storici infallibili, e anche dal semplice articolo del Credo “unam sanctam catholicam et apostolicam”. Il cattolico che vede la contraddizione deve non soltanto giudicare ma tendere ad eliminare una siffatta “sede”, testa di un’ecclesialità perversa.

    Quanto alla perpetuità dei carichi episcopali, cardinalizi e papali, si compie nella loro materia designata, pur privata di autorità e di mandato per partecipazione all’ecclesialità perversa del Vaticano II.

    Chiedo scuse per l'Italiano imperfetto; la mia lingua nativa è lo Spagnolo.

    Patricio Shaw (dalla mailing list di Cattolicesimo)

  4. #24
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    Predefinito Rif: La vacanza Formale della Sede Apostolica 1958-....

    El sedevacantismo o sedelucentismo, divino, es al catolicismo tradicionalista como la existencia a la esencia


    El juicio de que la existencia y vida eclesial postconciliar es mala y acatólica en sus fundamentos, es un juicio de razón, pero de razón iluminada por la Fe, pues estas cosas son repugnantes no para la razón, sino para la Fe. Aunque su oposición a la enseñanza de la Iglesia no aparezca en cada detalle, sin embargo es tan obvia, que quienes conservan la Fe inmediatamente oponen resistencia a estos cambios. Ahora bien, el resistir a la nueva existencia y vida eclesial anticatólica exige por lógica mantener que la autoridad que puso eso en el mundo no es la autoridad de la Iglesia y los supremos detentadores de esa autoridad puestos en disyunción de soberanía —o posibilidad de dicha disyunción— con Cristo no son papas; lo contrario implicaría la herejía de que la Iglesia habría promulgado el error y el mal contra las promesas de Cristo y la enseñanza de la Iglesia.
    El ser completivo de la Iglesia pertenece a la dignidad del Objeto primero y fundamental de la Fe Católica: Cristo. Su Iglesia, comunicación de Él mismo, existe completa y en acto perfecto en la prerrogativa de prevalencia perfecta contra todo error —y por ende, contra los detestables errores del Vaticano II y contra el error más detestable aún de que ella misma lo habría patrocinado con la autoridad de papas verdaderos. Pero esta existencia completa y perfecta de la Iglesia Católica en el hecho de la exclusión de la autoridad doctrinariamente innovadora y deformadora, exige mentes militantes que la confiesen, porque la Iglesia es su propio acto de Fe: Las palabras «Creo a la Iglesia Católica» no significan solamente «creo que ella existe», sino también «creo lo que ella cree»; de otro modo ya no es creer que ella es, puesto que el fondo, y por así decir la sustancia de su ser, es su Fe que ella declara a todo el universo.[1]

    El amor y hasta apego íntimo a la Santa Sede, que es la Iglesia Católica tomada virtual y representativamente, es lo que subyace a todo verdadero sedevacantismo: porque la Sede de Pedro es santa, ella misma rechaza como ajena a ella toda mezcla de vicio, y como la Santa Sede tiene una eminente función mundial intelectivamente iluminadora, rechaza como ajena toda mezcla de falsedad y error. Por eso en lugar de ‘sedevacantista’, que es el término acuñado por el uso y el principal que usamos en este ensayo, podría decirse ‘sedelucentista’.

    El sedelucentista busca transmitir al mismo tiempo (1) la realidad luciente de la Verdad divina revelada, explicada y hasta normada por la Santa Sede histórica que conocieron nuestros padres, y (2) la realidad infelicísima (pero felizmente iluminada y conocida) del vacío de la Santa Sede y la usurpación de su nombre, su apariencia y nada menos (pero también nada más) que su sucesión legal y material por los mismos peores enemigos de la Santa Sede. La realidad (2) no es sino la aplicación particular y concreta íntegra de la realidad (1) a los tiempos postconciliares.

    La percepción y afirmación de la segunda realidad puede estar inhibida por ignorancia invencible, o por ignorancia afectada, teñida de indiferencia, mala fe o debilidad. Pero también puede estar estancada como intelección de una esencia, sin puesta en existencia real por volición del sujeto católico tradicionalista. En este caso no se trata de generar una forma, que ya estaría generada en modo mental, sino de darle existencia real fuera de la mente, primero de modo inmanente en la propia voluntad y afectividad, y luego de modo transitivo en acciones dirigidas al mundo exterior.

    La Santa Sede Luciente es el ente monárquico terreno que da expresión acumulativa al Acto del mismo Hijo de Dios de apacentar a sus fieles con la triple potestad de magisterio, orden y jurisdicción. El católico tradicionalista aprehende en la Santa Sede Luciente, auto-expurgada de las abominaciones mundiales doctrinarias y gubernamentales y societarias del Vaticano II, el ente real accidental sobrenatural, gracioso y divino de la categoría cualidad que llamaríamos «sedelucencia". Esa aprehensión constituye un ente de existencia mental y no real, y que llama a su puesta en existencia real inmanente en la voluntad y afectividad del católico tradicionalista, y transitiva en acciones suyas de edificación y propaganda. Una vez entrada en existencia real la sedelucencia como ente real de la especie «hábito» del género cualidad, comienza a existir un «sedelucentista» —lo mismo que se conoce con la denominación ya acuñada, que ya tiene una suposición definida, aunque un sonido seco y pobre, de «sedevacantista».

    Del mismo modo que hay una diferencia entre el ente mental inexistente pero ya dotado de esencia, y el ente existente —estando la existencia del segundo relacionada a su esencia como el acto a la potencia—, así el tradicionalismo católico puede ser, o bien imperfecto, no pasando de un ente intencional sin existencia y sin adecuación a la realidad, o bien perfecto, siendo además de una intelección, un hábito virtuoso en el sentido de un ente real accidental perfectivo y operativo de la primera especie de la categoría ‘cualidad’, una virtud cuyo objeto próximo es el ente sobrenatural iluminativo que es la Santa Sede, y cuyo objeto remoto es Cristo, Luz del mundo, viviente en San Pedro[2] y redivivo en los papas verdaderos. El sedelucentismo será una virtud a partir de la cual el católico tradicionalista formalmente hablando se haga bueno —como por la blancura alguien se hace blanco— y por la cual, hecho sedelucentista, obre bien como tal[3]. Obrar en pro de la Luz de la Santa Sede sobre sí misma es el acto del sedelucentista en cuanto tal, acto que reviste diversas modalidades. El paso de la intelección sedelucentista sin existencia real al hábito realmente existente por inherencia al sujeto católico tradicionalista, acto radicalmente divino, y necesario para la Historia de la Iglesia, es como la ruptura de una cárcel oscura, o el paso de una muerte a un importante aspecto de la vida sobrenatural, que es ser miembro inmediato de Cristo, Sol de Justicia, sin interferencias mortales de parte de la Eclesialidad Postcatólica que se añadan a las ya bastante graves de la naturaleza caída y la civilización liberal.

    Todo católico tradicionalista debería ser sedelucentista. Muchos, tristemente la mayoría, todavía no lo son, y procuran afirmar la realidad del Magisterio histórico puro, con una ocupación de la Santa Sede por papas reales, una curia romana real y un colegio cardenalicio real. Esto fuerza dos tristes explicaciones erróneas acerca de las aberraciones doctrinarias salidas del Concilio Vaticano II y su legado: «Son aquello en lo cual la Santa Sede puede fallar y no está divinamente confirmada en la verdad», o «Son propios, no de la Santa Sede en sí misma, sino del hombre que legítimamente ocupa la Santa Sede independientemente de ella misma».

    En cuanto al católico tradicionalista del presente largo interreino postconciliar que tiene una intelección reservada —desatendida o reprimida— de sedelucencia sin contrapartida en la realidad, no es católico tradicionalista en acto perfecto sin el acto volitivo que forma en él mismo el hábito de sedelucencia que eleva a observancia plena y pura toda la maravilla eclesial católica divinamente transmitida de generación en generación y de pastor legítimo a pastor legítimo, a partir del mero acto imperfecto de la añoranza y la abstracción desconectada bajo la sombra de muerte de la farsa pseudoeclesial postconciliar. Es un salto moral de la fría quidditas a la cálida quodditas, y guarda una analogía con la superioridad de la existencia con respecto de la esencia.

    Patricio Shaw



    [1] Jacques-André Émery, superior de los sulpicianos, Esprit de Leibnitz, t. II, p. 10.
    [2] Palabras del exorcismo de León XIII: «Ubi sedes beatissimi Petri et cathedra veritatis ad lumen gentium constituta est.
    [3] Cf. Aristóteles, Ética, libro 2.

  5. #25
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    Predefinito Rif: La vacanza Formale della Sede Apostolica 1958-....

    Una lettura annotata della "Pastor Aeternus" per i tempi correnti

    P.Ae: Pastor Aetermus
    N: note di Patricio Shaw


    P.Æ.: Il Pastore eterno e Vescovo delle nostre anime, per rendere perenne la salutare opera della Redenzione, decise di istituire la santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si ritrovassero uniti nel vincolo di una sola fede e della carità.

    N.: Evidentemente le anime non si trovano unite in una sola fede nell’Ecclesialità Ecumenista “visitata” da tanti documenti eretici e scandalosi, quindi quell’Ecclesialità non è la Chiesa Cattolica, e a fortiori la sua Principalità non è il Papato simpliciter vero.

    P.Æ.: Perché poi lo stesso Episcopato fosse uno ed indiviso e l’intera moltitudine dei credenti, per mezzo dei sacerdoti strettamente uniti fra di loro, si conservasse nell’unità della fede e della comunione, anteponendo agli altri Apostoli il Beato Pietro, in lui volle fondato l’intramontabile principio e il visibile fondamento della duplice unità: sulla sua forza doveva essere innalzato il tempio eterno, e la grandezza della Chiesa, nell’immutabilità della fede, avrebbe potuto ergersi fino al cielo [S. LEO M., Serm. IV al. III, cap. 2 in diem Natalis sui].

    N.: L’Episcopato ecumenista e l’intera moltitudine dei credenti, non si conservano uniti nella fede cattolica fondati nei pretendenti papali conciliari la cui dottrina ne ricevono come dal suo fondamento, quindi loro non sono papi simpliciter.

    P.Æ.: A te darò le chiavi del regno dei cieli: qualunque cosa avrai legato sulla terra, sarà legata anche nei cieli, e qualunque cosa avrai sciolto sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli” (Mt 16,16-19).

    N.: La chiusura solenne del Concilio Vaticano II non è stata legata nei cieli, né la Nuova Messa, né la canonizzazione di Escrivà, quindi il legatore non è Pietro simpliciter.

    P.Æ.: Nessuno può nutrire dubbi, anzi è cosa risaputa in tutte le epoche, che il santo e beatissimo Pietro, Principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno da Nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano: Egli, fino al presente e sempre, vive, presiede e giudica nei suoi successori, i vescovi della santa Sede Romana, da lui fondata e consacrata con il suo sangue [Cf. EPHESINI CONCILII, Act. III].

    N.: San Pietro, in qualità di colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, non vive, né presiede né giudica nei pretendenti papali conciliari che sono Il Concilio Eretico Vivente e Presidente, quindi non sono papi formaliter.

    P.Æ.: Sostenuti dunque dalle inequivocabili testimonianze delle sacre lettere e in piena sintonia con i decreti, chiari ed esaurienti, sia dei Romani Pontefici Nostri Predecessori, sia dei Concili generali, ribadiamo la definizione del Concilio Ecumenico Fiorentino che impone a tutti i credenti in Cristo, come verità di fede, che la Santa Sede Apostolica e il Romano Pontefice detengono il Primato su tutta la terra, e che lo stesso Romano Pontefice è il successore del beato Pietro, Principe degli Apostoli, il vero Vicario di Cristo, il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i cristiani; a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il pieno potere di guidare, reggere e governare la Chiesa universale. Tutto questo è contenuto anche negli atti dei Concili ecumenici e nei sacri canoni.

    N.: I pritendenti papali conciliari hanno la possibilità di guidare, reggere e governare la Chiesa universale con potere pieno o parziale in sintonia con gli insegnamenti conciliari eretici, quindi non sono papi simpliciter.

    P.Æ.:… tutti, pastori e fedeli, di qualsivoglia rito e dignità, sono vincolati, nei suoi confronti, dall’obbligo della subordinazione gerarchica e della vera obbedienza, non solo nelle cose che appartengono alla fede e ai costumi, ma anche in quelle relative alla disciplina e al governo della Chiesa, in tutto il mondo.

    N.: I pastori e i fedeli sono vincolati a disobbedire cose che appartengono alla fede contro della fede negli insegnamenti conciliari sotto i pretendenti papali conciliari; dunque questi non sono papi simpliciter.

    P.Æ.: E poiché per il diritto divino del Primato Apostolico il Romano Pontefice è posto a capo di tutta la Chiesa, proclamiamo anche ed affermiamo che egli è il supremo giudice dei fedeli [PII VI, Breve Super soliditate, d. 28 Nov. 1786] e che in ogni controversia spettante all’esame della Chiesa, si può ricorrere al suo giudizio [CONC. OECUM. LUGDUN. II].

    N.: Non si può né si dove ricorrere al giudizio dei pretendenti papali conciliare nelle controversie su Concilio Vaticano II, dunque loro non hanno il diritto divino del Primato Apostolico né sono posti a capo di tutta la Chiesa.

    P.Æ.: È evidente che il giudizio della Sede Apostolica, che detiene la più alta autorità, non può essere rimesso in questione da alcuno né sottoposto ad esame da parte di chicchessia [Ep. Nicolai I ad Michaelem Imperatorem].

    N.: Il Concilio Vaticano II, “autorevole e più importante che quello di Nicea” (Paolo VI) niente importa se si dica pastorale, è confermato dal giudizio degli occupanti vaticani conciliari, quindi loro non sono papi.

    P.Æ.: … poiché non è possibile ignorare la volontà di nostro Signore Gesù Cristo che proclama: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, queste parole trovano conferma nella realtà delle cose, perché nella Sede Apostolica è sempre stata conservata pura la religione cattolica, e professata la santa dottrina. Non volendo quindi, in alcun modo, essere separati da questa fede e da questa dottrina, nutriamo la speranza di poterci mantenere nell’unica comunione predicata dalla Sede Apostolica, perché in lei si trova tutta la vera solidità della religione cristiana” [Ex formula S. Hormisdae Papae, prout ab Hadriano II Patribus Concilii Oecumenici VIII, Constantinopolitani IV, proposita et ab iisdem subscripta est].

    N.: Negli occupanti vaticani conciliari non è conservata pura la religione cattolica né professata la santa dottrina, invece si insegnano lavine di aberrazioni anti-religiose.

    P.Æ.: È per questo che i Vescovi di tutto il mondo, ora singolarmente ora riuniti in Sinodo, tenendo fede alla lunga consuetudine delle Chiese e salvaguardando l’iter dell’antica regola, specie quando si affacciavano pericoli in ordine alla fede, ricorrevano a questa Sede Apostolica, dove la fede non può venir meno, perché procedesse in prima persona a riparare i danni [Cf. S. BERN. Epist. CXC].

    N.: Quando si affacciano pericoli in ordine alla fede con rispetto al Concilio Vaticano II, la fede vene molto meno negli occupanti vaticani conciliari, e loro non procedono in prima persona a riparare i danni che loro sono stati i primi a produrre; quindi non sono occupanti simpliciter della Sede Apostoica

    P.Æ.: Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede.

    N.: Se lo Spirito Santo da l’assistenza positiva ai successori di Pietro, a fortiori darà loro l’assistenza negativa. Se gli è dato per custodire con scrupolo e far conoscere con fedeltà il deposito della fede, a fortiori gli è dato per non trasmettere cose contrarie a quello deposito. Quindi i pretendenti papali conciliari non sono successori di Pietro simpliciter.

    P.Æ.: Fu proprio questa dottrina apostolica che tutti i venerabili Padri abbracciarono e i santi Dottori ortodossi venerarono e seguirono, ben sapendo che questa Sede di San Pietro si mantiene sempre immune da ogni errore in forza della divina promessa fatta dal Signore, nostro Salvatore, al Principe dei suoi discepoli: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”.

    N.: C’è una sola fede in chicchessia. I pretendenti papali conciliari devono credere lo stesso quando obbligano all’assentimento e quando non vi obbligano. Ma la fede dei pretendenti papali conciliari viene a meno in tante encicliche ed altri pronunciamenti. Quindi non sono possessori simpliciter veri della Sede di San Pietro. Inoltri, loro confermano anticattolici con il Concilio Anticattolico. Dunque non sono Pietro.

    P.Æ.: Questo indefettibile carisma di verità e di fede fu dunque divinamente conferito a Pietro e ai suoi successori in questa Cattedra, perché esercitassero il loro eccelso ufficio per la salvezza di tutti, perché l’intero gregge di Cristo, distolto dai velenosi pascoli dell’errore, si alimentasse con il cibo della celeste dottrina …

    N.: I pretendenti papali conciliari esercitano un ufficio di dannare tanti e di portarli a velenosi pascoli dell’errore, quindi non gli è dato l’indefettibile carisma di verità e di fede, dunque non sono papi simpliciter.

  6. #26
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    Predefinito Rif: La vacanza Formale della Sede Apostolica 1958-....

    Un'intervista a Don Jocelyn Le Gal (prima parte)


    Nous recevons cette semaine l’abbé Jocelyn Le Gal, membre de l'Institut Mater Boni Consilii en Italie. Cet entretien est l’occasion pour lui, de présenter ses arguments, ses idées et ses positions théologiques diverses et d’expliquer par exemple en quoi elles diffèrent de la Fraternité Sacerdotale Saint-Pie X…

    Nous le remercions d’avoir répondu à nos questions.

    GENERATION FA8 : En guise d’introduction, pourriez-vous présenter votre institut et votre personne ?

    En décembre 1985 quelques prêtres italiens de la Fraternité Sacerdotale Saint Pie X, société religieuse fondée par Mgr Lefebvre, sortaient de ladite Fraternité pour fonder à Turin l’Institut Mater Boni Consilii. c’est à dire l’Institut Notre-Dame du Bon Conseil (qui est donc une communauté “traditionnelle”). Avec la célébration du Saint Sacrifice de la Messe (la Messe de Saint-Pie V exclusivement), les prêtres de l’Institut entendent rendre à Dieu la gloire qui Lui est due; ensuite, pour tous ses membres, l’Institut entend représenter, en ces temps de désorientation, un instrument de persévérance dans la fidélité absolue au dépôt de la foi révélée par Dieu et proposée par le magistère infaillible de l’Eglise catholique. Les autres finalités de l’Institut sont : la diffusion de la dévotion à la Sainte Vierge, spécialement sous le vocable de Mère du Bon Conseil, la propagation de la bonne doctrine, avec une attention particulière portée aux problèmes théologiques contemporains, la lutte qui en résulte contre les hérésies opposées à la foi catholique, la formation intellectuelle, spirituelle et disciplinaire du clergé, la pratique des œuvres de miséricorde spirituelles et corporelles. L’esprit de l’Institut se résume en sa devise: Gloire à Dieu, fidélité à l’Eglise, sainteté pour soi, charité pour le prochain.
    En ce qui me concerne, j’ai 33 ans. Avant d’être prêtre, j’ai poursuivi des études d’ingénieurs à Paris. Je connais l’Institut Mater Boni Consilii depuis 1999, j’y ai fait tout mon séminaire (en Italie) et ai été ordonné prêtre en 2005 par Mgr Geert Stuer, lui-même membre de l’Institut. Depuis je viens très régulièrement à Paris pour y exercer mon ministère (la Messe, les sacrements, le catéchisme, l’organisation de conférences).
    Pour aider nos lecteurs à mieux comprendre l’esprit de notre Institut, je souhaite ajouter quelques motifs qui m’ont pousser à rejoindre l’Institut Mater Boni Consilii. Avant de répondre à l’appel de la vocation, je m’intéressais un peu à la politique, et comme beaucoup de jeunes catholiques vers quinze ou vingt ans, j’aspirais à un réel changement face à la décadence croissante de la société moderne (je renvois ici par exemple à la rubrique “Qui sommes-nous ?” du site de Génération FA8, qui fait le même constat). Durant ces années, j’essayais de comprendre comment et où agir le plus efficacement possible. Déçu par la politique (et cela n’est sans doute pas étranger à ma vocation sacerdotale), déçu surtout du manque de clarté et de cohérence que je rencontrais dans nos propres courants de pensée, j’ai compris que le mal dont souffrait la société aujourd’hui était bien plus profond que le seul problème politique : il était devenu aussi un mal religieux. J’ai été de plus en plus convaincu que l’action la plus nécessaire aujourd’hui, le premier bien à rétablir n’était pas dans la politique mais dans le domaine religieux, dans le domaine de la foi (ce n’est pas ici une critique de l’action politique, au contraire ! et je salue le combat de Génération FA8 : il faut des combattants partout, dans le “temporel” et dans le “spirituel”). Avant de faire du bien aux autres et d’agir autour de soi, il faut commencer par faire du bien et agir en soi-même, dans son âme. Voilà en quelque sorte pour ma vocation, mais alors pourquoi choisir l’Institut Mater Boni Consilii ? Parce que cet institut représente à mes yeux la seule bonne réponse quant à la méthode (le retour aux principes sans concession) et quant à la position théologique (la seule réponse pleinement cohérente). Il ne s’agit pas de dire que seul l’Institut Mater Boni Consilii possède la vérité en 2009 (certainement pas ! et il y a des personnes de bonne volonté dans bien d’autres mouvements), mais que l’Institut Mater Boni Consilii offre certainement une alternative à bien des égards unique aujourd’hui. Prenons un exemple, dans le domaine de la foi : la revue de Institut s’appelle Sodali-tium, nom repris du Sodalitium Pianum (association Saint-Pie V), ce mouvement voulu et appuyé par le Pape saint Pie X au début du 20ème siècle pour combattre les infiltrations du “modernisme” à l’intérieur même de l’Église. Le Sodalitium Pianum se revendiquait d’un catholicisme intégral. J’espère et je pense que c’est aussi, à notre humble niveau et malgré toutes nos imperfections, l’esprit de l’Institut Mater Boni Consilii.

    GENERATION FA8 : Benoit XVI est selon vous un apostat. Quels sont les trois points marquants qui peuvent vous permettre d’en arriver à cette conclusion ? Pourquoi aucun haut dignitaire de l’Eglise ne tire cette conclusion ? Par le passé (dès Paul VI) personne de haut placé dans l’Eglise n’en est arrivé à cette extrémité, comment l’expliquez-vous ?

    Tout d’abord nous ne pensons pas que Benoît XVI soit apostat, du moins au sens canonique du terme,et je suppose que vous nous confondez avec d’autres mouvements ! Cette confusion, même si je ne doute pas de la bonne foi de ceux qui la font comme vous, est un peu la tentation de l’amalgame et du simplisme (deux maladies contagieuses aujourd’hui hélas…). Dans votre question, il y a en réalité deux questions bien distinctes, et qui sont toutes deux très vastes :
    1° La première est d’ordre plus théologique et concerne la “question du Pape” : que faut-il penser de l’enseignement de Benoît XVI ? Est-il en continuité ou en contradiction avec l’enseignement traditionnel de l’Église ? Cette question renvoie bien sûr à tous les changements qui sont intervenus dans l’Église à partir du concile Vatican II (1962-1965) promulgués par Paul VI, et de façon plus générale depuis la mort du Pape Pie XII (en 1958).
    2° La seconde est d’ordre plus historique et veut comprendre comment tous ces changements inédits dans l’Église ont pu avoir lieu.
    Nous répondons à ces deux questions dans l’ordre.
    — 1° Que faut-il penser du concile Vatican II et de ses suites, et des autorités ecclésiastiques qui ont imposé ces changements ?
    Tout d’abord il faut dire que cette question, que beaucoup de fidèles catholiques se sont posée dans les années soixante est inédite. Jusque là ce genre de question ne se posait pas à la conscience des catholiques, ou en tout cas jamais de façon aussi forte. Pourquoi ? Parce que jusque là on avait jamais rencontré un tel tremblement de terre ecclésiastique. Certains textes de Vatican II sont en contradiction flagrante avec l’enseignement de l’Église avant Vatican II : par exemple l’Église a toujours condamné le droit à la liberté religieuse (l’acte de foi est un acte privé toujours libre mais, d’après la foi catholique, on ne peut réclamer devant l’État un droit public et social à exercer librement une autre religion : seule la vérité a des droits, l’erreur peut être tolérée – et il est souvent meilleur de la tolérer en raisons des circonstances – mais elle n’a aucun droit en soi), pour s’en convaincre on peut lire l’encyclique Quanta Cura du Pape Pie IX ou Mirari Vos du Pape Grégoire XVI. Il suffit de penser que les premiers chrétiens ont été persécutés dans l’empire romain justement parce que la foi qu’ils prêchaient était exclusive : les romains priaient tous les dieux, ils étaient prêts à prier celui des chrétiens aussi, mais les chrétiens refusaient de mettre leur vrai Dieu à égalité avec les autres faux dieux. Ce n’est pas là folie ou extrémisme, comme voudrait le faire croire souvent le monde d’aujourd’hui, mais c’était simple cohérence avec l’évangile. Comment est-il possible que l’Église catholique ait dit depuis le début que la liberté religieuse est une chose mauvaise en soi, et que le concile Vatican II ait dit, au contraire, que la liberté religieuse est un droit fondé sur la nature même de l’homme ? (Lors de l’anniversaire de la déclaration des Droits de l’Homme, fin 2008, le Vatican a répété que la liberté religieuse appartenait à la loi naturelle, c’est à dire à ces lois divines absolument irréformables, et Benoît XVI avait déclaré devant les Démocrates Chrétiens italiens en 2006 que la liberté religieuse est un droit fondamental et irréformable). Au-delà de la question de fond de la liberté religieuse, personne ne peut nier qu’il y ait là une contradiction entre ce qu’enseigne le concile Vatican II et ce qu’enseignait l’Église avant. Et ce n’est pas un problème d’époque, de circonstances : non, Pie IX et Grégoire XVI d’une part, Paul VI d’autre part disent qu’il s’agit d’un enseignement irréformable… C’est quand même un gros problème.
    Pour prendre un autre exemple actuel, on peut citer la question de l’œcuménisme (par ce terme on désigne désormais le dialogue entre tous les chrétiens : catholiques, orthodoxes et protestants). Avant le concile Vatican II, le catéchisme enseignait qu’on est dans l’Église ou qu’on y ait pas (on dit qu’on est “en communion” avec l’Église ou pas “en communion”) : on apprenait ce principe avec l’adage “Hors de l’Église point de salut” (qu’il faudrait bien expliquer pour le comprendre exactement). Cela peut sembler dur et extrémiste à beaucoup aujourd’hui, mais c’était tout simplement cohérent. Le concile Vatican II a inventé, pour les orthodoxes et les protestants, le concept de la “communion imparfaite” avec l’Église : ainsi les orthodoxes et les protestants ont un bien dans l’Église. Au-delà de la question de fond de cette doctrine de l’œcuménisme, personne ne peut nier qu’il y a une nouveauté qui contredit la foi “d’avant”. Cet exemple est actuel parce qu’il décrit la situation dans laquelle se trouve la Fraternité Sacerdotale Saint Pie X depuis que Benoît XVI a retiré le décret d’excommunication le 21 janvier dernier : la Fraternité Sacerdotale Saint Pie X se trouve dès lors dans l’étonnante situation de revendiquer un statut (celui de la communion imparfaite) qui est fondé sur une doctrine qu’elle rejette absolument (celle de l’œcuménisme de Vatican II)… Ce n’est pas le maximum de la cohérence.
    Je voudrais prendre un troisième et dernier exemple, très simple, des problèmes graves que posent le concile Vatican II et ses suites à la conscience de tout catholique : la réforme liturgique. Suite à Vatican II est arrivée une chose inimaginable dans l’Église : le bouleversement de la Messe et de tous les sacrements dans les années 1968-1975. Pour bien comprendre de quoi il s’agit, rappelons à nos lecteurs que les sacrements sont ces moyens institués par le Christ (qui est Dieu lui-même) pour donner la grâce aux hommes. Puisqu’ils viennent de Dieu lui-même, l’Église n’a pas pour rôle de les améliorer, elle n’a d’ailleurs pas le pouvoir de modifier la nature même de ces sacrements, mais son rôle est de protéger et de transmettre fidèlement ces pierres précieuses de la vie de la grâce en nous. Au lieu de cela, la réforme liturgique a été une véritable révolution au sens le plus fort qui soit. Dans un but vraiment catholique ? Pour s’approcher davantage de Dieu ? Non, dans un but œcuménique, c’est à dire un but humain et bien peu catholique (voir ce qu’on a dit de l’œcuménisme dans le paragraphe précédent), but avoué à maintes reprises : on pourrait citer des pages et des pages qui le disent. Nous ne citerons que le “père” de la nouvelle messe, Mgr Bugnini : “l’Église a été guidée par l’amour des âmes et le désir de tout faire pour faciliter à nos frères séparés le chemin de l’union, en écartant toute pierre qui pourrait constituer ne serait-ce que l’ombre d’un risque d’achoppement ou de déplaisir” (Documentation catholique, 4 avril 1965). C’est une intention très louable et très belle… mais à quel prix ? au prix de la foi et de la vérité ? au prix de “toute pierre”, même la pierre angulaire ? et ne lit-on pas là implicitement un mépris incroyable pour l’Église : cela signifierait que l’Église et tous ses saints, notamment tous ses missionnaires, et surtout les martyrs, n’ont pas eu à cœur eux-aussi pendant vingt siècles “l’amour des âmes et le désir de l’union” ?! Et si Mgr Bugnini a raison, cela signifie que Benoît XVI, en permettant de nouveau la Messe de Saint Pie V, s’oppose désormais depuis juillet 2007 à “l’amour des âmes et le désir de l’union” ? Permettez-nous de douter de la pureté d’intention de Mgr Bugnini et de ses collègues. Voilà en vérité des pensées très peu catholiques et très peu charitables, mais bien révolutionnaires. La nouvelle messe n’est pas tout, et on pourrait encore parler des cérémonies du baptême qui ont été dévastées, du sacrement de la confirmation où on utilise désormais parfois une huile (pour le Saint-Chrême qu’utilise l’évêque en faisant une onction sur le front du catholique) qui a été considérée comme invalide pendant vingt siècles (toute huile végétale qui ne soit pas l’huile d’olives), ou encore de l’extrême-onction (le sacrement des mourants) qui est donné désormais parfois dans des conditions (en l’absence de danger de mort) où l’Église l’a toujours considérée invalide pendant vingt siècles. Comme vous le comprenez, il ne s’agit pas de petites modifications superficielles ou de problèmes passagers, mais bien de difficultés essentielles. Pour finir avec un argument très simple à comprendre pour tous : la nouvelle messe est acceptée par les protestants. La vision qu’ont les protestants de la Messe est à l’opposé de la foi catholique, inconciliable avec elle : les catholiques croient à la présence réelle (la présence de Dieu dans l’hostie consacrée) et pour les catholiques la Messe est essentiellement un sacrifice (le Très Saint Sacrifice de la Messe, qui renouvelle réellement sur l’autel le Sacrifice du Calvaire réalisé il y a 2000 ans à Jérusalem) ; les protestants refusent absolument la présence réelle (pour eux l’hostie reste du pain et seulement du pain) et la messe n’est pas un sacrifice (Luther, le premier fondateur du protestantisme, avait cette conception en horreur) mais sert à commémorer, à nous souvenir du Sacrifice du Calvaire. Or les théologiens protestants disent que la nouvelle messe de Paul VI est bonne pour eux aussi :
    - “Avec la nouvelle liturgie, des communautés non-catholiques pourront célébrer la Sainte Cène avec les mêmes prières que l’Église catholique. Théologiquement c’est possible” (Max Thurian, célèbre calviniste de Taizé, La Croix, 30/05/1969).
    - “Rien dans la messe maintenant renouvelée ne peut gêner vraiment le chrétien évangélique” (Siegvalt, théologien protestant, Le Monde 22/11/1969).
    - Deux canons nouveaux (c’est à dire deux nouvelles versions de la prière essentielle de la messe) de la nouvelle messe présentent une “structure qui correspond à la messe luthérienne” (F. Schultz, célèbre théologien protestant, 15/05/1972)
    Comprenez-bien : il ne s’agit pas d’abord d’un problème de latin, ni de sens dans lequel tourner l’autel, ni des éventuels abus qui ont lieu un peu partout, mais de ce qu’est la nouvelle messe elle-même dans sa célébration la plus rigoureuse et la plus digne… On ne peut pas même dire que la nouvelle messe est ambiguë, qu’elle peut avoir un sens catholique et un sens protestant : c’est impossible si on a une idée de l’abîme qui sépare la théologie protestante de la foi catholique sur la Messe ! On ne peut que conclure que la nouvelle messe est protestante : est-ce trop dur, est-ce une conclusion extrémiste ? Non, c’est simplement cohérent après la lecture de l’opinion des théologiens protestants les mieux préparés (nous renvoyons vos lecteurs à d’autres ouvrages sur tous les détails de la réforme liturgique). Si maintenant vous réalisez que la Messe est ce que l’Église a de plus précieux pour Dieu (pour rendre le culte d’adoration à Dieu), pour elle-même (pour la vie surnaturelle qui l’anime) et pour les hommes (c’est le moyen le plus efficace pour obtenir de Dieu les grâces dont nous avons besoin), vous comprenez que la situation est objectivement extrêmement grave. Nous terminons en précisant que – contrairement à ce qu’a dit Benoît XVI en juillet 2007 dans le Motu Proprio Summorum Pontificum qui “libéralise” la Messe traditionnelle – l’intention de Paul VI était bel et bien d’interdire la célébration de la Messe traditionnelle (Discours consistorial du 24 mai 1976) : “L’adoption du nouvel Ordo Missæ n’est certainement pas laissée à la libre décision des prêtres ou des fidèles (…). Le nouvel Ordo Missæ a été promulgué pour prendre la place de l’ancien, après une mûre délibération et afin d’exécuter les décisions du Concile”. (Nous ne sommes pas les seuls à le dire. Récemment, l’abbé de Tanoüarn, un prêtre en pleine communion avec Benoît XVI, l’admettait lui-aussi, sur Radio-Courtoisie).
    Voilà donc un fait bien établi : il y a des contradictions (nous n’avons cité que la liberté religieuse, l’œcuménisme et la réforme liturgique, mais le désastre de Vatican II va bien au-delà – collégialité (on pourrait citer un récent discours de Benoît XVI lors de l’angélus en février 2009), personnalisme, théologie de l’épiscopat, etc. – et touche à peu près tous les domaines de la foi catholique) insolvables entre avant Vatican II et après, des contradictions qui ne sont pas qu’apparentes, ni sur des points secondaires et qui peuvent évoluer, mais des contradictions sur les points définitifs de la foi et sur ce que l’Église compte de plus précieux. Il y a une vraie rupture, une rupture doctrinale profonde et sans aucun précédent.
    Toutes ces réformes engagent l’autorité de Paul VI qui les a imposées : sont-elles conformes ou opposées à la foi catholique ? “À cette Foi, néanmoins, la conscience catholique est liée pour l’éternité. Le vrai catholique est donc mis, par la promulgation de la nouvelle messe, dans une tragique obligation de choix” (comme le dit une étude sur la nouvelle messe d’un théologien célèbre avant le concile, le Père Guérard, étude remise à Paul VI par deux cardinaux). De quel choix s’agit-il ? D’accepter ces réformes (mais alors refuser ce qu’était la foi catholique jusqu’ici) et donc l’autorité qui les promulgue, ou refuser ces réformes et l’autorité qui les a imposées (c’est à dire refuser l’autorité de Paul VI, refuser de reconnaître en Paul VI le Pape de l’Église catholique, le Vicaire du Christ) : il n’y a pas de troisième choix. Cela peut paraître dur et extrémiste, surtout qu’il s’agit d’une affirmation très difficile à accepter pour un catholique, d’une affirmation exceptionnelle et très dure à entendre, mais à nos yeux c’est tout simplement cohérent. Ce refus de reconnaître Paul VI comme Pape s’applique de la même manière à Jean-Paul II et à Benoît XVI puisque eux aussi professent les mêmes erreurs, et eux-aussi défendent (et même célèbrent chaque jour) la nouvelle messe. Remarquons tout de suite que ceux qui défendent cette affirmation (c’est à dire qui affirment, pour parler en terme plus théologiques, la vacance du Siège Apostolique) le font pour des motifs de foi avérés, non pas pour des impressions ou pour des probabilités, ni pour des sentiments.
    Il faut tout de suite rappeler que ces conclusions, si dures semblent-elles, s’appuient sur d’autres points très solides de la foi, notamment la sainteté et l’infaillibilité de l’Église. L’Église ne peut se contredire dans son enseignement quand elle parle de la foi et de la morale (infaillibilité dogmatique), l’Église ne peut rien donner de mauvais aux fidèles, dans la liturgie notamment (infaillibilité pratique). Nous ne prendrons qu’un exemple très simple à comprendre : le plus grand des docteurs de l’Église (pour cela on l’appelle le “docteur commun”, qu’on peut tous suivre communément), saint Thomas d’Aquin (1225-1274) enseigne que le simple fait que l’Église accepte un rite liturgique dans les sacrements nous garantie que ce rite liturgique est efficace (il fait venir la grâce), bon pour nos âmes, sanctifiant. Donc pour saint Thomas d’Aquin la bonté d’un rite liturgique vient directement de la sainteté de l’autorité qui le promulgue. A contrario, si un rite est mauvais (comme la nouvelle messe qui plaît aux protestants et leur va très bien), il ne peut venir de l’Église. Il y aurait beaucoup d’autres choses à dire, mais l’essentiel du raisonnement de ceux qui défendent la vacance du Siège est là. Nous ajoutons simplement qu’on peut trouver sur le site internet de notre revue Sodalitium, dans différents numéros de la revue Sodalitium, tous les détails et les citations qui apportent de nombreuses preuves à ce raisonnement, notamment sur l’infaillibilité et la sainteté de l’Église (notamment le n°47).
    Pour conclure sur cette question, je souhaite ajouter que cette conclusion ne suffit pas à elle-même à résoudre tout ce débat sur la situation de l’Église aujourd’hui : elle fait venir d’autres interrogations (notamment celle de savoir si l’Église peut continuer sans un Pape à sa tête ?). Pour être exact, il faut alors préciser que l’Institut Mater Boni Consilii embrasse la position théologique du Père Guérard (1898-1988, ce célèbre théologien catholique que nous avons déjà cité était membre de l’Académie Pontificale de Saint Thomas, ancien enseignant à l’Université Pontificale du Latran et à l’université dominicaine du Saulchoir en France), plus connue sous le nom de “Thèse de Cassiciacum” (du nom de la revue de théologie dans laquelle elle a été publiée). Selon cette position, nous nous estimons contraints par la foi à refuser à Paul VI et à ses successeurs l’autorité pontificale, mais nous reconnaissons leur élection par le conclave (jusqu'à preuve du contraire ou décision contraire de l'Eglise) ; et nous affirmons aussi qu’ils restent, au sens strict du terme, catholiques (bien qu’ils professent des doctrines qui ne sont pas celles de la foi catholique, mais les deux choses ne sont pas contradictoires). En termes scolastiques et selon la distinction enseignée déjà auparavant par le grand commentateur de saint Thomas aux XVème-XVIème siècle, le cardinal Cajetan, puis reprise par saint Robert Bellarmin, ils sont “papes” matériellement mais pas formellement (une matière sans forme, un peu comme un corps sans âme pour l’autorité), pour la raison que, ne poursuivant pas le bien de l’Eglise et enseignant l’erreur et l’hérésie (il est bien entendu que l’élu du conclave peut poser un obstacle interne, conscient ou non, à la grâce), s’ils ne rétractent pas d’abord leurs propres erreurs, ils ne peuvent en aucune façon recevoir de Jésus-Christ l’autorité pour gouverner, enseigner et sanctifier l’Eglise.
    —2° Pourquoi aucun haut dignitaire de l’Eglise ne tire cette conclusion ? Par le passé (dès Paul VI) personne de haut placé dans l’Eglise n’en est arrivé à cette extrémité, comment l’expliquez-vous ?
    Cette deuxième partie de la question est plus historique et humaine que théologique. Nous y apporterons plusieurs réponses.
    a) Même s’il était vrai qu’un haut dignitaire de l’Église n’ait tiré cette conclusion, les arguments de foi avancés auparavant demeurent : les contradictions sur la foi demeurent. Or ce genre d’argument humain ne peut rien devant les certitudes de la foi (nous rappelons que la foi est une certitude, non pas un sentiment, ni même un probabilité, la foi est certaine par sous essence même : elle se fonde sur l’autorité de Dieu).
    b) Même s’il était vrai qu’aucun haut dignitaire de l’Église n’ait tiré cette conclusion, on peut comprendre cela en voyant d’autres faits similaires. Comment est-il possible par exemple que l’avortement soit légalisé (et demain l’euthanasie), qui plus est dans des sociétés démocratiques (donc avec l’aval de la majorité de la population). Comment est-il possible que les Allemands aient mis Hitler au pouvoir et l’ait laissé déclarer la guerre tout autour de lui jusqu’à saigner à mort l’Allemagne elle-même ? Comment est-il possible que la France soit dans une décadence aussi effrénée (et qui ne s’arrête pas) sans que nos gouvernants successifs y mettent un terme ? On peut dire que la population est manipulée, que des groupes réalisent ce travail de sape dans l’ombre, ou trouver d’autres arguments humains : c’est la même chose dans l’Église qui est aussi une société humaine (exactement l’Église est une société à la fois humaine et divine, et le côté divin est plus important en elle que le côté humain, mais ce côté humain reste… humain !). Si vous lisez l’histoire du concile (par exemple les livres bien connus désormais : Le Rhin se jette dans le Tibre de Ralph Wiltgen, Iota Unum de Romano Amerio), il est désormais établi que des minorités ont influencé le concile dans l’ombre. Dans le titre du premier livre cité ici, le Rhin désigne les épiscopats d’Allemagne (l’abbé Joseph Ratzinger était alors présent comme théologien du cardinal Frings, l’un des chefs de file du courant progressiste), de France et du Benelux. D’autre part, l’un des éléments psychologique et sociologi-que à prendre en compte pour comprendre comment cette révolution a pu avoir lieu est le désir enivrant de s’adapter au monde qui a pu s’emparer d’un grande nombre de prêtres, des évêques et des cardinaux (le Pape saint Pie X a écrit déjà avec angoisse, il y a un siècle, que cette perversion profonde des esprits avaient touché même des évêques). Notamment ce désir épouse parfaitement l’idée, généralisée en Occident depuis la fin de la Deuxième Guerre Mondiale, que la société et la pensée humaine évoluent nécessairement (on peut l’appeler évolutionnisme, ou progressisme, ou modernisme dans la religion catholique). On retrouve cela chez tous nos contemporains (qui pensent tous que la religion doit s’adapter, mais la religion n’est-elle pas le rapport de l’homme à Dieu ? or Dieu change-t-Il ?…), et même en-dehors de l’Église (tous les débats de société sur l’avortement, la contraception, l’euthanasie, l’homosexualité, l’homoparentalité le montrent).
    c) La situation de l’épiscopat en France, après le concile et encore aujourd’hui, donne une réponse éclatante à votre question : comme le rappelle souvent Jean Madiran, aucun évêque français ne s’est opposé publiquement au moment du vote de la loi sur l’avortement, en 1975. C’est incroyable ! Et pourquoi ce silence ? Parce qu’ils faisaient partie des progressistes, ou des lâches. C’est triste, mais c’est très humain. Encore maintenant, les évêques français ne perdent jamais une occasion de s’opposer à la ligne moins progressiste de Benoît XVI : ils ont fait tout le possible, de façon parfois très peu élégante et très peu pastorale, depuis juillet 2007 pour s’opposer à “libéralisation” de la Messe de Saint-Pie V, ou pour prendre position contre la levée, par Benoît XVI en janvier dernier, de l’excommunication des évêques de la Fraternité Sacerdotale Saint-Pie X…
    d) Il faut rappeler que le concile Vatican II s’est déroulé à beaucoup d’égards comme une révolution dans l’Église (récemment, sur Radio Courtoisie, l’abbé Guillaume de Tanoüarn parlait lui-même à propos de Vatican II d’une “révolution”). Ici il est opportun de rappeler qu’au début du concile a eu lieu comme un double coup d’État :
    1° Rejet de la liste des Pères proposé par le secrétaire du concile (Mgr Felici) d’après les commissions préparatoires comme étant aptes à être élus aux commissions conciliaires : ce rejet a eu pour but de mettre en place des hommes plus progressistes. Romano Amerio décrit cet épisode : “Le cardinal Liénart, l’un des neufs présidents (du concile), ayant demandé au cardinal Tisserant, qui présidait, la permission de parler, et celle-ci lui ayant été refusée conformément au règlement (…), rompant la légalité (et cela aux applaudissements de l’assemblée) s’empara du microphone, etc.” Le très sérieux Romano Amerio (qui reconnaît Paul VI et ses successeurs et n’a rien à voir avec l’Institut Mater Boni Consilii) parle lui-même “d’une rupture de la légalité”, mais toujours avec l’appui de Jean XXIII, et se pose même la question d’une éventuelle “conspiration”.
    2° tous les schémas préparatoires, ces textes qui avaient été préparés par des commissions préparatoires compétentes lors d’un incroyable travail de maturation de plus de trois ans avant le concile lui-même, et qui devaient servir de base aux travaux du concile, toute cette matière théologique (sauf le schéma sur la liturgie, parce qu’il était suffisamment ambigu pour les progressistes comme le montre la réforme liturgique qui en le dernier fruit) a été arbitrairement rejeté en bloc, au début du concile, par une minorité progressiste (avec l’appui, nécessaire, de Jean XXIII). La marche du concile “fut investi par les forces progressistes. Nous l’avons éprouvé, senti, et quand je dis ‘nous’, j’entends la majorité des Pères du concile à ce moment-là” témoigne Mgr Lefebvre (dans sa biographie écrite par Mgr Tissier de Mallerais). Le cardinal Tisserand témoignera auprès de Jean Guitton que ce refus avait été prémédité par un groupe d’évêques dont il faisait partie.
    e) Il est essentiel de comprendre que ce double coup d’État s’est accompli avec le soutien actif de Jean XXIII puis de Paul VI. C’est là l’argument essentiel : avant Vatican II, il était inimaginable pour des évêques et des cardinaux de s’opposer à la volonté du souverain pontife, surtout dans les circonstances si solennelles d’un concile. On le comprendra mieux quand nous parlerons, à la question suivante, de la place du pape dans la foi catholique (l’obéissance au Pape est la chose la plus catholique au monde). La plupart de ceux qui ont eu des doutes se sont inclinés devant la volonté manifeste de Jean XXIII puis de Paul VI. Ici il faut faire un travail d’historien pour se replacer dans le contexte si différent du nôtre. C’est ainsi que Mgr Lefebvre a fini par apposer sa signature sur tous les documents conciliaires, y compris celui de la liberté religieuse, alors qu’il l’a combattu pendant le concile et jusqu’à sa mort. Certains diront qu’ils ont été clairement convaincus que Paul VI n’était pas Pape seulement au moment de la promulgation de la nouvelle messe, en 1969, soit quatre ans après le concile. Pendant le concile, il était humainement presque impossible d’arriver clairement à une conclusion aussi incroyable : les hommes ont besoin de temps pour comprendre. On peut citer encore l’épisode de la signature du schéma préparatoire sur la liturgie (le schéma qui allait être présenté aux Pères du Concile, le seul qui ait été gardé parce qu’il était suffisam-ment progressiste) : “Jean XXIII appela son Secrétaire d’État [le cardinal Amleto Cicognani] et le pria d’aller trouver son frère [le cardinal Gaetano Cicognani, président de la Commission pré-conciliaire pour la liturgie], et de ne revenir qu’une fois que le schéma aurait été dûment signé. Le 1er février 1962, le Secrétaire d’État alla donc voir son frère dans son bureau et l’informa du désir du Souverain Pontife. (…) Le vieux cardinal était au bord des larmes, il agitait le document en disant : ‘On veut me faire signer ça, je ne sais que faire’. Puis il posa le texte sur son bureau, prit une plume et signa. Quatre jours plus tard, il était mort” (Ralph Wiltgen, Le Rhin se jette dans le Tibre).
    Pour faire comprendre l’importance du poids de l’autorité de Paul VI contre toute réaction, on doit citer un épisode héroïque de la vie du Père Guérard. Ce dernier a enseigné la théologie pendant de nombreuses années à l’université du Latran à Rome (l’université du Pape, la première université du monde catholique). En 1968 il a reçu un hommage public appuyé de ses pairs pour toute son œuvre théologique. En 1969, dès l’année suivante et malgré sa grande autorité de théologien à Rome, il a été renvoyé du Latran comme un mal propre après son opposition déterminante à la nouvelle messe : cela vous fait comprendre ce que risquait les hauts dignitaires de l’Église qui s’opposait publiquement à Paul VI… Hélas il ne s’en est pas trouvé beaucoup d’aussi courageux que le Père Guérard. C’est triste, mais n’est-ce pas, hélas, profondément humain ? (cette lâcheté ou ce désir des reconnaissances et des titres, appelons-la comme on veut, est encore plus présente hors de l’Église, bien entendu).
    f) La question, tout à fait légitime, que vous posez s’explique aussi par une grande ignorance des événements : ce n’est pas un reproche que nous vous faisons, mais une constatation hélas quasi générale, surtout auprès des jeunes, même des jeunes “traditionalistes”. En deux mots, rappelons simplement que 1° la position prédominante du “traditionalisme” à ses débuts (dès 1962) était celle de la vacance du Siège, 2° que c’est la FSSPX (surtout par l’aura de son fondateur) qui a détourné à elle à partir de 1975-1976 ce mouvement “traditionaliste”. Pour le lecteur curieux d’en savoir plus, on peut trouver de nombreuses citations et preuves historiques sur le site de notre revue Sodalitium.
    g) Pour finir, il faut tout de même affirmer que de nombreuses réactions de hauts dignitaires de l’Église se sont faites entendre pour s’opposer à toutes ces réformes (lire pour cela l’histoire du concile, et notamment du Cœtus internationalis Patrum emmené par Mgr Carli). On pourrait citer notamment Mgr Ngo Dinh Thuc, archevêque au Vietnam, ou encore l’évêque d’Aoste en Italie qui a quitté le Concile, trop écœuré par ses innovations, et il y en eut beaucoup d’autres. On pourrait citer, contre la réforme liturgique, nombre de hauts dignitaires de la curie romaine qui ont refusé la nouvelle messe et ont continué à célébrer (mais souvent en secret : on ne l’a su qu’après leur mort) la Messe latine de toujours. On doit citer aussi l’opposition du groupe de théologiens et de canonistes qui se sont opposés à la nouvelle messe avec le Bref Examen Critique de la nouvelle messe, dont le rédacteur principal fut le Père Guérard (nous possédons les manuscrits de ce Bref Examen Critique rédigés de la main même du Père Guérard). Il faut citer encore l’autorité des cardinaux Ottaviani (Préfet du Saint-Office jusqu’en 1968, donc le “numéro 2 ou 3” du Vatican, en charge de la pureté de la foi) et Bacci pour appuyer leur action (ils n’ont été que deux à signer le Bref Examen Critique parce que le texte a été rendu public plus tôt que prévu, contre l’avis des auteurs : une fois public, personne n’osait plus le signer ! Soulignons que ce Bref Examen Critique reste, après 40 ans, le texte de référence pour tous ceux qui s’opposent à la nouvelle messe, même pour Jean Madiran, pour la Fraternité Sacerdotale Saint Pie X ou pour les communautés traditionnelles qui sont revenus dans la pleine communion avec Vatican II. Voir à ce sujet différents témoignages passionnants sur l’histoire du “traditionalisme”), et citons leur terrible et désormais célèbre affirmation : la nouvelle messe “s’éloigne de façon impressionnante, dans l’ensemble comme dans le détail, de la théologie catholique de la sainte Messe, telle qu’elle a été formulée (au) concile de Trente” (c’est à dire au concile qui s’est précisément opposé au protestantisme, au 16ème siècle). Enfin, il faut citer l’une des principales figures de cette opposition : Mgr Lefebvre (rappelons en deux mots qui il a été : archevêque de Dakar, délégué apostolique pour l’Ouest africain – dont le Pape Pie XII dira qu’il était son “meilleur délégué apostolique”, un délégué apostolique est l’équivalent de nonce pour les pays de mission – , assistant au Trône pontifical, membre de la Commission préparatoire au Concile, supérieur général de la plus importante congrégation missionnaire à son époque : la Congrégation du Saint-Esprit, les Spiritains). Aux côtés de Mgr Lefebvre depuis le concile, il ne faut pas oublier Mgr de Castro Mayer (évêque brésilien). Aucun d’eux, nous direz-vous, n’a soutenu que Paul VI n’était plus Pape ? Il ne fait aucun doute que Mgr Lefebvre l’ait dit et écrit à maintes reprises (il a été jusqu’à parler “d’anti-Christ”). Il ne fait aucun doute non plus pour Mgr de Castro-Mayer. Pour les autres, ils n’ont pas osé hélas, mais lire par exemple le cardinal Ottaviani, Préfet du Saint-Office dire que le nouvelle messe est contraire au concile de Trente, c’est, en théologie romaine, lire implicitement un doute sérieux sur la légitimité de Paul VI.

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    Un'intervista a Don Jocelyn Le Gal (seconda parte)


    GENERATION FA8 : Quels commentaires faites-vous concernant l’action de feu Monseigneur Lefebvre et de ses positions théologiques ? Comment considérez-vous actuellement l’action de la Fraternité Sacerdotale Saint Pie X et ses positions théologiques ?

    Nous avons bien connu la FSSPX puisque nous avons été l’un de ses fidèles pendant plus de dix ans (nous étions notamment présent à l’enterrement de Mgr Lefebvre à Écônes en 1991). Nous avons rappelé quelle figure de premier plan a été Mgr Lefebvre dans l’Église avant le concile. Pendant le concile il a été également l’un des principaux opposants aux réformes progressistes. Après le concile, il a fondé la Fraternité Sacerdotale Saint-Pie X (FSSPX), et a incarné à partir de 1975 l’opposition des “traditionalistes” aux nouveautés conciliaires. Ajoutons que nous lui sommes nous-mêmes redevables puisque sans lui nos supérieurs n’auraient pas été prêtres et donc n’auraient pas fondé l’Institut Mater Boni Consilii. Nous sommes essentiellement d’accord avec la FSSPX sur les critiques de fond, que la foi nous impose de faire, contre le concile Vatican II et ses suites. La grande divergence qui nous distingue de la FSSPX est la “question du pape” : que faut-il penser de Paul VI et de ses successeurs ? Sont-ils réellement les Vicaires du Christ ?
    Face aux contradictions conciliaires que nous avons décrites, les principes de la foi (surtout le dogme de l’infaillibilité, et la sainteté de l’Église) contraignent d’après nous le catholique à refuser l’autorité de Vatican II et donc de Paul VI. Nous avons déjà expliqué notre point de vue, qui nous semble cohérent. La FSSPX a pris une autre direction : refuser à tout prix de remettre en cause l’autorité de Paul VI, et cela par principe. Donc avant même de réfléchir à la foi, la FSSPX n’avait plus qu’une alternative : dire que le Pape peut se tromper, c’est à dire diminuer le dogme de l’Infaillibilité pontificale (mais nier un dogme, le diminuer simplement, c’est déjà ruiner tout l’édifice de la foi). Avec le temps, cette erreur s’est toujours davantage amplifiée. Aujourd’hui la FSSPX en est arrivée à enseigner à ces fidèles qu’il est normal de désobéir quotidiennement au Pape. C’est une énormité : au contraire, ce à quoi on reconnaît d’abord un catholique, c’est à sa soumission au Pape (mais la soumission au Pape et la soumission à la foi ne sont pas aveugles, l’enseignement du Pape et la foi ne vont jamais contre la raison : ils ne peuvent pas être contradictoires avec les données passées de la foi, voilà ce qui nous empêche de reconnaître Paul VI). Quel étrange paradoxe ! C’est nous qui ne pouvons pas reconnaître l’autorité de Paul VI et de ses successeurs qui défendons le plus la grandeur et la dignité du Pape dans la foi et son importance pour le salut ! Mais essayons de montrer cela.
    Le souverain pontife de l’Eglise catholique est le successeur de Pierre, le Vicaire du Christ (“le doux Christ sur la terre” selon l’expression de sainte Catherine de Sienne), auquel est due non seulement subordination hiérarchique, mais “vraie obéissance, non seulement dans les questions qui concernent la foi et les mœurs, mais aussi dans celles qui touchent à la discipline et au gouvernement de l’Eglise” (Vatican I, Pastor Æternus, DS 3060 et 3064). Démontrer que nous nous trompons sur Paul VI et ses successeurs signifie leur appliquer ce qu’écrit le Concile Vatican I à propos du Pontife romain: “la primauté apostolique, que le Souverain Pontife [Paul VI et ses successeurs pour la FSSPX] en tant que successeur de Pierre, Chef des Apôtres, possède dans l’Eglise universelle comprend aussi le pouvoir suprême du magistère (…). En effet les Pères du IVème Concile de Constantinople, suivant les traces de leurs ancêtres, émirent cette solennelle profession de foi: ‘La condition première du salut est de garder la règle de la foi orthodoxe. On ne peut en effet négliger la parole de Notre-Seigneur Jésus-Christ qui dit ‘Tu es Pierre, et sur cette pierre je bâtirai mon Eglise (Mt 16,18)’. Cette affirmation se vérifie dans les faits, car la religion catholique a toujours été gardée sans tache dans le Siège Apostolique [3065-3066] et la doctrine catholique toujours professée dans sa sainteté. (…) Ce charisme de vérité et de foi à jamais indéfectible, a été accordé par Dieu à Pierre et à ses successeurs en cette chaire afin qu’ils remplissent leur haute charge pour le salut de tous, afin que le troupeau universel du Christ, écarté des nourritures empoisonnées de l’erreur, soit nourri de l’aliment de la doctrine céleste, afin que toute occasion de schisme étant supprimée, l’Eglise soit conservée toute entière dans l’unité et qu’établie sur son fondement, elle tienne ferme contre les portes de l’enfer” (Concile Vatican I, Pastor æternus, DS 3071-3075). Si Paul VI et ses successeurs sont réellement Papes, il faut aussi leur appliquer ce qui a été défini relativement à l’obligation de l’obéissance au Pape pour sauver son âme: “dès lors, nous déclarons, disons, définissons et prononçons qu’il est absolument nécessaire au salut, pour toute créature humaine, d’être soumise au Pontife romain.” (Boniface VIII, Unam sanctam, DS 875); “aucun homme (…) ne peut être sauvé à la fin en dehors de cette Eglise et l’obéissance aux Pontifes romain” (Clément VI, DS 1051); “Parmi les commandements du Christ, celui-là n’est pas le moindre qui nous ordonne d’être incorporés par le baptême dans le corps mystique du Christ, qui est l’Eglise, et de rester unis au Christ et à son vicaire [Benoît XVI d’après la FSSPX, qui pourtant n’est pas en “pleine communion” avec lui] il gouverne lui-même [le Christ] de façon visible son Église sur terre. C’est pourquoi nul ne sera sauvé si, sachant que l’Église a été divinement instituée par le Christ, il n’accepte pas cependant de se soumettre à l’Église ou refuse l’obéissance au Pontife romain, vicaire du Christ sur terre” (Pie XII, lettre du Saint-Office à l’Évêque de Boston, DS 3867). Reconnaître Paul VI et ses successeurs sans leur obéir équivaut à se déclarer schismatique: “A quoi sert en effet de proclamer le dogme catholique de la primauté du Bienheureux Pierre et de ses successeurs, et d’avoir répandu tant de déclarations de foi catholique et d’obéissance au Siège Apostolique, quand les actions en elles-même démentissent ouvertement les paroles? Et même l’obstination n’est-elle pas d’autant moins excusable que l’on reconnaît davantage l’obligation du devoir d’obéissance? L’autorité du Siège Apostolique ne s’étend-elle pas au-delà de ce que Nous avons disposé, ou bien suffit-il d’avoir avec elle la communion de foi, sans obligation d’obéissance, pour que soit considérée comme sauve la foi catholique? (…) Il s’agit en effet, Vénérables Frères et chers Fils, de l’obéissance que l’on doit prêter ou refuser au Siège Apostolique; il s’agit de reconnaître le pouvoir suprême, même dans vos Eglises, au moins pour ce qui concerne la foi, la vérité et la discipline; qui l’aura niée est un hérétique. Qui par contre l’aura reconnue, mais par orgueil refuse de lui obéir, est digne de l’anathème” [c’est à dire d’être déclaré hérétique] (Pie IX, Enc. Quæ in patriarchatu, nn° 23 et 24, du 1 septembre 1876). Obéissance qui s’étend également aux censures canoniques [comme par exemple les excommunications] infligées par l’autorité: “la fraude la plus courante pour obtenir le nouveau schisme est dans le nom de catholique, que les auteurs et leurs disciples assument et usurpent bien qu’ils aient été repris par Notre autorité et condamnés par Notre sentence. Il a toujours été important pour les hérétiques et les schismatiques de se déclarer catholique et le publier à haute voix en s’en glorifiant, pour induire en erreur peuples et Princes. (…)”; par contre le Pape enseigne que “quiconque a été indiqué comme schismatique par le Pontife romain, doit, tant qu’il n’a pas admis expressément et respecté son autorité, cesser d’usurper le nom de catholique. Tout ceci ne peut pas profiter le moins du monde aux néo-schismatiques qui, suivant les traces des hérétiques les plus récents allèrent jusqu’à protester qu’il était injuste et donc ne comptait ni n’avait aucune valeur la sentence de schisme et d’excommunication portée contre eux en Notre nom (…) Ces raisons sont tout à fait nouvelles et inconnues des anciens Pères de l’Eglise, et inouïes. (…) Aussi les hérétiques jansénistes ayant osé enseigner de telles affirmations, c’est-à-dire que l’on ne doit pas tenir compte d’une excommunication infligée par un Prélat légitime sous le prétexte qu’elle est injuste, certains d’accomplir, malgré cette dernière, leur devoir - comme ils le disaient - Notre Prédécesseur Clément XI d’heureuse mémoire, dans la Constitution ‘Unigenitus’ publiée contre les erreurs de Quesnel, proscrivit et condamna ces propositions qui ne diffèrent en rien de certains articles de Jean Wicleff, déjà condamnés précédemment par le Concile de Constance et par Martin V. En effet, bien qu’il puisse arriver que du fait de l’incapacité humaine quelqu’un puisse être frappé injustement de censure par son propre Prélat, il est toutefois nécessaire - comme a rappelé Notre prédécesseur Saint Grégoire le Grand - ‘que celui qui est sous la conduite de son Pasteur ait la crainte salutaire d’être toujours lié, même s’il est injustement frappé, et ne reprenne pas témérairement le jugement de son Supérieur, afin que la faute qui n’existait pas ne devienne arrogance à cause de la cuisante réprimande’. Et puis si l’on doit se soucier d’une personne condamnée injustement par son Pasteur, que ne devrions-nous pas dire alors de ceux qui rebelles à leur Pasteur et à ce Siège Apostolique lacèrent et mettent en pièces la tunique sans coutures du Christ, qu’est l’Eglise? (…) Mais, affirment les néo-schismatiques, il ne s’agissait pas de dogmes mais de discipline (…); et donc à ceux qui la conteste il n’est pas possible de ne pas refuser le nom et la prérogative de catholiques: et Nous sommes certain qu’il ne vous échappera pas combien futile et vain est ce subterfuge. En effet, tous ceux qui résistent obstinément aux Prélats légitimes de l’Eglise, spécialement au Souverain Pontife de tous, et refusent d’exécuter leurs ordres, ne reconnaissant pas leur dignité, ont toujours été reconnus comme schismatiques par l’Eglise catholique” (Pie IX, Encyclique Quartus supra, du 6 janvier 1873, nn° 6-12; notre traduction).
    Telle est la doctrine catholique, celle de la vraie Tradition catholique, et non de la FSSPX qui ne fait pas la moindre allusion à cette doctrine. Et ce, pour des motifs évidents. En effet la position de la FSSPX est totalement opposée à celle que nous venons de rappeler. On y soutient que Paul VI et ses successeurs sont Papes, mais leur autorité est réduite à une vaine parole: à son magistère (potestas docendi) est niée non seulement l’infaillibilité, mais même l’existence (Jean-Paul II n’aurait même jamais enseigné : “il est clair que dans cette perspective n’importe quel type d’enseignement - au sens strict et authentique - devient pour Jean-Paul II techniquement impossible, perd sa propre raison d’être et donc la possibilité d’exister” écrivait la revue italienne de la FSSPX en 2003); à son gouvernement (potestas regendi) on refuse toute obéissance. Et aucune trace, dans tout le dossier, de cet amour pour le Pape qui distingue le vrai catholique.
    Après ces rappels nécessaires, on comprend qu’il n’y a que deux possibilités :
    - soit Paul VI et ses successeurs sont Papes, l’Église est en ordre et alors nous devons nous soumettre entière-ment à eux (et donc accepter le concile Vatican II dans sa totalité, la liberté religieuse, l’œcuménisme, la collégiali-té, etc. mais aussi affirmer que la nouvelle messe est non seulement valide mais même bonne et sainte) ; il serait même davantage catholique alors pour les prêtres de célébrer la nouvelle messe, et pour les fidèles d’assister seulement à la nouvelle messe, puisque c’est celle que célèbre tous les jours Benoît XVI.
    - soit Paul VI et ses successeurs ne sont pas Papes, et nous sommes de fait (bien malgré nous, et c’est même très douloureux pour nous) dans une situation d’exception : c’est la seule position cohérente, selon nous, avec la théologie et la foi catholiques. Pour comprendre cette situation, il nous semble que seule la “Thèse de Cassica-cium” donne une réponse satisfaisante (notamment pour l’indéfectibilité de l’Église et la succession apostolique, et pour espérer trouver une solution à cette situation, une solution conforme à la Foi).
    Il est très triste de voir que la position de la FSSPX est devenue avec le temps une nouvelle mentalité : les fidèles de la FSSPX, notamment les jeunes, ceux de notre génération, sont désormais absolument convaincus qu’un catholique peut impunément désobéir tous les jours au Pape sur n’importe quelle question (la foi et les mœurs, la discipline, la liturgie, tout). Pour appuyer cette position incroyable, la FSSPX en est arrivé à inventer des arguments théologiques et historiques. Parmi ces derniers, on enseigne par exemple couramment dans la FSSPX que des Papes se sont déjà trompés dans le passé (les exemples les plus fréquents sont ceux de Libère, Honorius et Vigile). Il faut dire que la FSSPX se trompe en bien tristes compagnies en avançant ces exemples historiques contre l’infaillibilité : ce sont les arguments de protestants, des jansénistes et des gallicans, c’est à dire des hérétiques et des ennemis de l’Église. D’ailleurs le premier concile du Vatican, avant d’expliciter l’infaillibilité par la définition du dogme en 1870, avait pris soin de rappeler les réfutations de ces erreurs historiques. Et ceux qui ont refusé le dogme de l’infaillibilité (que Louis Veuillot appelait les “faillibilistes” !) ont donné naissance à la secte des Vieux-Catholiques, qui existent encore. Pour donner d’autres exemples des mythes sur lesquels se fondent la FSSPX, on peut citer cet argument répété à satiété, au sujet du Pape qui se trompe aujourd’hui : qu’un père, aussi indigne soit-il, reste mon père, de même pour un Pape indigne, disent-ils. Mais c’est justement la seule différence entre l’autorité de l’Église (le Pape) et toutes les autres autorités temporelles (les États, roi ou président, le père de famille, etc.) : le Pape est justement celui qui ne peut se tromper (quand il tranche une question, en enseignant comme Pape à l’Église universelle sur la foi et la morale). Remarquons que toutes les citations données plus haut sur l’importance de la soumission au Pape montre, qu’au-delà de l’infaillibilité pontificale que nous venons de décrire et qui consiste à donner des enseignements qui ne pourront jamais changé (ils sont irréformables), l’Église est garantie par ce qu’on peut appeler l’infaillibilité pratique : même dans les choses qui peuvent changer (la discipline, la liturgie, etc.) on est sûr qu’elle ne peut rien donner de mauvais à ses fidèles (cela est une condition nécessaire, encore une fois, de sa mission : comment pourrait-elle être pour nous une règle certaine de notre salut, si elle pouvait nous tromper ?). Un autre exemple encore des arguments inventés pour appuyer la position de la FSSPX sur l’infaillibilité : que le Pape n’est infaillible que très rarement, seulement dans les documents les plus solennels par exemple. Sans faire de haute théologie, nous nous contenterons de citer les livres de Mgr de Ségur (le fils de la célèbre comtesse), prêtre ultramontain (c’est à dire anti-libéral) du 19ème siècle, ami personnel du Pape Pie IX, qui est le Pape qui promulgua le dogme de l’infaillibilité : Mgr de Ségur a écrit trois petits ouvrages, réédités aujourd’hui, pour défendre le dogme de l’infaillibilité, dont l’un fut préfacé par Pie IX lui-même. On peut lire notamment dans la plume de Mgr de Ségur : “Le Pape est infaillible quand il parle comme Pape mais non pas quand il parle comme homme. Et il parle comme Pape lorsqu’il enseigne publiquement et officiellement des vérités qui intéressent toute l’Eglise, au moyen de ce qu’on appelle une Bulle, ou une Encyclique, ou quelque autre acte de ce genre”, donc même des documents ordinaires, comme un Pape peut en faire tous les jours. Comme autre argument erroné parmi ces mythes de la FSSPX, on pourrait citer encore le canon de saint Vincent de Lérins (c’est l’argument de la “tradition constante de l’Église” qu’ils exagèrent à outrance), ou encore la question de savoir si Vatican II est un concile seulement pastoral, etc.
    Derrière l’erreur de la FSSPX se cache une déformation terrible de la foi, qui se fait une vision trop humaine de l’Église. C’est là une erreur très commune aujourd’hui : quel est le point commun entre 1° les athées, 2° les juifs, les musulmans et les autres religions non-chrétiennes, 3° les protestants et les orthodoxes, 4° les catholiques qui acceptent Vatican II et la nouvelle messe, 5° la FSSPX ? L’affirmation que l’Église catholique peut se tromper ! Au contraire l’Église est l’épouse immaculée du Saint-Esprit, elle est le Christ continué jusqu’à nous, et si elle est humaine par les membres qui la composent, elle est aussi et surtout divine (elle vit de la vie de la grâce, c’est à dire du surnaturel). D’ailleurs cela se comprend très bien de sa mission : sauver les âmes, être l’unique bercail pour le troupeau (Hors de l’Église point de salut). Et de cette mission incroyable découle la nécessité de l’infaillibilité (elle est cette barque malmenée par les flots mais qui ne chavirent jamais), infaillibilité qui apparaît alors comme un cadeau insigne de Dieu pour nous, comme la plus grande preuve – après le Calvaire – de l’amour de Dieu pour les âmes : il ne faut pas craindre l’infaillibilité comme le fait la FSSPX, mais il faut la comprendre dans sa juste mesure (qui est beaucoup plus étendue que ce que dit la FSSPX, même si bien sûr elle ne s’étend pas à tout), l’aimer et la défendre à tout prix. Nous pouvons témoigné que nous avons trouvé dans l’Institut Mater Boni Consilii un esprit profondément romain, c’est à dire un esprit pétrit de ce respect pour l’Église et pour les Papes. Il ne fait aucun doute pour nous : si nous venions à penser que Paul VI et ses successeurs étaient réellement Papes, nous nous soumettrions à l’instant même à leurs décisions, quelles qu’elles soient (mais si il est Pape, ses décisions ne peuvent contredire la raison, ni le Magistère antérieur, ni aller contre la foi ou contre la Messe : le Pape n’est pas au-dessus de Dieu ou de la nature des choses).
    Nous finirons en citant l’anecdote d’un prêtre de la FSSPX lors d’un Congrès organisé à Paris en janvier 2009 : ce prêtre, qui parlait en faveur de l’application du Motu Proprio de Benoît XVI pour la Messe traditionnelle, raconte comment des religieuses avaient accueilli ce Motu Proprio avec joie, mais s’étaient étonnées de l’opposition de leur évêque, et elles s’étaient retournées vers lui en lui disant d’une seule voix : “Mais Mgr, pourquoi n’obéissez-vous pas au Pape ?”. Dans la bouche d’un prêtre de la FSSPX, cette anecdote fait sourire, ou pleurer . Nous demandons nous-mêmes à ce prêtre : “Mais Monsieur l’abbé, si vous reconnaissez Benoît XVI comme Pape, pourquoi ne lui obéissez-vous pas ?”…

    GENERATION FA8 : Constantin usa de son influence après lui-même avoir été influencé par Osius de Cordoue, pour que le terme consubstantiel soit intégré au Credo et Charlemagne mit tout son poids pour que l’affirmation du Filioque soit pleine et entière. Que pensez-vous de l’influence des Etats, des Empe-reurs et des Rois sur l’institution ecclésiale notamment dans l’emploi des formules théologiques ?

    Les quatre questions suivantes semblent plus légères par rapport aux thèmes solennels abordés jusqu’ici. Elles semblent vouloir se présenter comme des objections à l’infaillibilité ? Nous y répondrons très brièvement : nous avons été déjà assez long auparavant, et de singulis pauca.
    Quoiqu’il en soit des faits historiques que vous rapportez, des influences humaines et politiques qui ont pu se mêler à l’histoire de l’Église, il est de foi que l’Église est divine et que son pouvoir est supérieur au pouvoir des princes et des gouvernants. L’Église est, par Constitution divine, au-dessus des États, parce que son but est au-dessus du but des États (le spirituel est au-dessus du temporel). Cela étant acquis, la Providence peut très bien choisir d’utiliser tout instrument humain, même pour influence le gouvernement de l’Église. Comme elle a utilisé il y a 2000 ans l’homme le plus puissant du monde, l’empereur romain Auguste, pour faire naître Jésus à Bethléem, alors qu’il habitait Nazareth : seule la décision d’Auguste de faire faire un recensement de son empire a permis cela. Comme elle a utilisé la haine et la superbe des pharisiens qui ont fait arrêter et crucifier Notre-Seigneur, et ainsi opérer malgré eux l’œuvre de la Rédemption.
    Que des circonstances bassement humaines aient pu intervenir dans les prises de décisions de l’Église est indéniable. D’ailleurs l’Église a toujours combattu et souvent souffert pour son indépendance. Ce qui est encore plus certain c’est qu’une fois qu’un Pape promulgue une décision (notamment pour ce que vous appelez les formules théologiques), elles sont garanties par l’infaillibilité dogmatique (si elles touchent la foi et la morale, etc.) ou elle est au moins couverte de l’infaillibilité pratique (c’est à dire ne s’oppose pas à la sainteté de l’Église, ne peut faire de mal aux fidèles).
    Sur le fond du problème, il est certain que toute intrusion des pouvoirs temporels dans l’Église est un abus de pouvoir. Une preuve plus récente en est l’épisode du véto mis par l’Autriche-Hongrie au moment du conclave qui a aboutit à l’élection du Pape saint Pie X (L'un des principaux participants au conclave, contre lequel a été mis ce véto, a renoncé non par force du véto lui-même, mais par prudence pour éviter tout schisme). Un des tous premiers actes de ce saint Pape Pie X a été de rappeler avec force que ce véto, et toute autre intrusion du temporel sur le spirituel, sont sans valeur et tout à fait iniques.

    GENERATION FA8 : Le 18 octobre 1534 dans la nuit on a retrouvé devant la porte de la chambre de François 1er roi de France, à Amboise un placard disant : « Articles véritables sur les horribles, grands et insupportables abus de la messe papiste, inventée directement contre la sainte Cène de Notre Seigneur, seul médiateur et sauveur Jésus-Christ.» N’avez-vous donc pas l’impression de faire du neuf avec du vieux ?

    Cette question semble faire un amalgame. Il s’agit des objections de protestants contre le Très Saint Sacrifice de la Messe. S’il y a un rapprochement à faire aujourd’hui avec les objections de ces protestants, c’est du côté de ceux qui ont aboli “la messe papiste” (c’est à dire la Messe de toujours) que vous trouverez : ces protestants ont le même esprit que ceux qui ont dit à Vatican II et après que l’Église s’était trompée depuis un certain temps. Nous avons suffisamment montré combien ces protestants du 16ème siècle auraient été ravis de la nouvelle messe !
    Ceux qui refusent l’autorité de Paul VI et de ses successeurs pour des motifs de foi, comme l’Institut Mater Boni Consilii sont les seuls à affirmer la sainteté de l’Église : rien de mauvais ne peut venir du Pape, et l’Église comme institution ne peut errer. C’est le contraire de Luther ! Récemment, dans sa lettre aux évêques du monde entier, Benoît XVI vient de rappeler que Vatican II n’a pas fait table rase du passé de l’Église mais est riche de toute la tradition séculaire de l’Église : belles paroles qui veulent faire croire que Vatican II est dans la continuité avec le magistère précédent : c’est là une préoccupation majeure de Benoît XVI. Mais ces belles paroles ne tiennent pas devant l’analyse des textes. C’est particulièrement flagrant de la réforme liturgique : étudiez-la et vous serez sidérés du travail de destruction et de rupture accompli en si peu de temps. Si vous lisez les ouvrages du cardinal Béa ou de Mgr Bugnini, les deux principaux artisans de cette réforme, vous verrez même qu’ils ne se sont pas toujours cachés.

    GENERATION FA8 : Au concile de Constance qui est un concile œcuménique, il y a eu un décret qui s'appelle le décret Haec Sancta donnant au concile une autorité supérieure à celle du Pape. Celui des trois Papes qui est aujourd'hui considéré comme le pape légitime par les catholiques avait fini par accepter le décret (sûrement pour être Pape, d'où le réalisme politique et le pragmatisme de celui-ci, mais ceci est une autre histoire). Bien naturellement, ce décret a été par la suite supprimé des actes du concile. Où était donc le magistère infaillible, constant, perpétuel de l'Eglise auquel vous faites très souvent référence ?

    Comme vos lecteurs l’ont bien remarqué, nous parlons beaucoup du magistère infaillible, mais nous ne faisons jamais allusion au “magistère constant et perpétuel de l’Église”. Pourquoi ? parce que ce sont deux choses différentes. La théologie catholique ne nie aucunement :
    1° qu’il puisse y avoir des choses constantes et perpétuelles dans l’Église (vous semblez ne pas le croire : et pourtant il est constant et perpétuel que Jésus-Christ est Dieu, non ?), et alors ces choses sont vraiment dignes de respect. En ce sens l’Église catholique est nécessairement traditionnel.
    2° qu’il puisse y avoir aussi un progrès dans la foi, mais un progrès homogène (qui va dans le même sens, qui précise, sans jamais contredire – souvenez-vous qu’on parle ici de la doctrine, car par tour ailleurs, dans les choses disciplinaires, contingentes, il peut et il y a toujours des changements, comme nous l’avons déjà dit). Ceux qui utilisent à tort l’argument du “magistère constant et perpétuel de l’Église” sont la Fraternité Sacerdotale Saint-Pie X : ne nous confondez pas.
    Comme vous le voyez, l’important est d’une part l’infaillibilité d’une doctrine, qu’elle commence avec Jésus-Christ ou qu’elle commence au 19ème siècle, et d’autre part qu’il ne peut y avoir de contradictions entre deux doctrines infaillibles.
    D’un point de vue historique, il y a sur ce concile des points encore disputés : tout n'est pas aussi clair que vous semblez le dire. D’un point de vue théologique, il est clair par contre que le concile de Constance n’est pas dans sa totalité un concile de l’Église catholique (ce qu’on appelle un concile œcuménique, ici le sens de ce dernier mot n’est pas péjoratif et n’a rien à voir avec le dialogue avec les protestants ou les orthodoxes, il signifie universel). Seules les parties approuvées par le Pape Martin V le sont, tout simplement car les évêques, même tous ensemble réunis ne sont jamais infaillibles sans le Pape. C'est encore plus clair avec le concile suivant, dit de Bâle-Florence-Ferrare, du nom des trois villes où il eut lieu successivement, qui fut approuvé pour une petite partie seulement et est donc pour le reste un “conciliabule” non reconnu.
    Outre les bonnes condamnations (condamnation de Wyclif, un précurseur des protestants), il y a aussi la doctrine appelé conciliarisme : hérésie condamnée qui veut placer le concile au-dessus d'un Pape (alors que le concile tire son autorité du Pape...), cette théorie naît déjà à Constance, et surtout se développe au concile suivant de Bâle-Florence-Ferrare. La question de la déposition des Papes du Grand-Schisme est très intéressante. Elle touche par exemple à la question du “pape hérétique” d’après Cajetan et Bellarmin : un “pape hérétique” devrait être déposé ou reconnu déposé (les deux thèses coexistent) par un concile, mais parce qu'il aurait déjà cessé d'être pape.
    Vous sembler dire qu’un Pape a accepté la doctrine du conciliarisme : si c’est effectivement ce que vous dites, vous dites une erreur théologique (une hérésie) et une erreur historique (un faux). Mais, rassurez-vous, cela ne fait de vous ni un hérétique, ni un pécheur : je suis persuadé que vous vous trompez en bonne foi, ce qui peut arriver à tout le monde (sauf au Pape quand il enseigne, suis-je tenté d’ajouter avec le sourire), même à Génération FA8 quand elle fait de la théologie.

    GENERATION FA8 : Le bréviaire est un livre liturgique catholique contenant l'ensemble des textes nécessaire pour prier la liturgie des Heures, appelée aussi l'office divin. Le bréviaire de Quignonez fut rejeté par Saint-François Xavier qui a formellement refusé de l'utiliser alors que celui-ci avait reçu l'impri-matur du Pape. Ce bréviaire fut accepté par Clément VII, Paul III, Jules III, et Paul IV. Il fut censuré par la suite par la Sorbonne et par Saint Pie V. Quel commentaire nous proposez-vous concernant ce petit rappel historique ?

    Sur le fait qu'un Pape puisse défaire l'action des Papes précédents (ici saint Pie V d’après vous), nous l’avons déjà évoqué : c’est possible pour tout ce qui ne relève pas du dogme de l’infaillibilité (la doctrine elle-même), mais de l’infaillibilité pratique de l’Église, notamment dans la liturgie (ainsi par exemple Pie XII a changé la Messe du 15 août, qui avait été approuvé par ses prédécesseurs, et les exemples abondent). L’infaillibilité pratique ne donne pas le caractère irréformable mais assure que tant dans la version précédente que dans la version suivante il n’y a rien de mauvais, rien contre la foi. Il est bien connu notamment que saint Pie V a supprimé tous les rites qui avaient moins de deux cents ans, non parce qu’ils étaient mauvais, mais pour uniformiser la prière liturgique de l’Église. Sur l’histoire du bréviaire, je vous renvoie aux Institutions liturgiques de Dom Guéranger. Sur le bréviaire de Quignonez en particulier, vous semblez dire qu’il y a là une contradiction dans le Magistère lui-même qui prouverait qu’il n’est pas infaillible ? Voyons ce qu’il en est. Les faits que vous rapportez me semble tous exacts (à l’exception près que Clément VII, qui est le commanditaire d’un nouveau bréviaire auprès du cardinal Quignonez, n’a pu l’approuvé car il est mort avant que ne soit achevé le travail), mais c’est l’interprétation qui est intéressante. Voyons ce qu’en dit le maître en la matière, Dom Guéranger, abbé de Solesmes (dans les Institutions liturgiques) :
    “Si aujourd'hui nous nous permettons de juger aussi sévèrement une œuvre qui appartient à plusieurs Pontifes romains, puisqu'elle fut accomplie sous leur inspiration, ce n'est certes pas que nous ne soyons résolu toujours d'accepter comme le meilleur tout ce qui vient de la Chaire suprême sur laquelle Pierre vit et parle à jamais dans ses successeurs : mais il s'agit d'une œuvre qui ne reçut jamais des trois pontifes que nous venons de nommer, qu'une approbation domestique, qui ne fut jamais promulgué dans l'Église, et qui, plus tard, par l'acte souverain et formel d'un des plus grands et des plus saints papes des derniers temps, fut solennellement improuvée et abolie sans retour. Le caractère de l'influence que le Siège apostolique exerça sur la publication du bréviaire de Quigno-nez, contraste avec tout ce qu'on a pu voir dans tous les siècles, avant ou après. Rome semble désirer qu'on embrasse cette forme d'office, et craindre, d'un autre côté, d'en faire une loi”.
    Vous remarquez tout d’abord que 1° Dom Guéranger se pose lui-même la question de l’infaillibilité (et il se la pose justement parce qu’elle existe, même en matière liturgique !), 2° qu’il ne la résout pas en tordant les principes de la foi pour les faire coïncider avec les faits, mais comme il se doit, illumine les faits par la lumière de ces principes intangibles, 3° qu’il fait lui-même un témoignage magnifique de l’infaillibilité (il lui semble si évident “qu’il faut toujours accepter comme le meilleur tout ce qui vient de la Chaire suprême sur laquelle Pierre vit et parle à jamais dans ses successeurs”), comme nous.
    Que nous dit donc essentiellement Dom Guéranger ? que ce bréviaire ne reçut qu’une “approbation domestique et qu’il ne fut jamais promulgué dans l’Église”, qu’il ne fut jamais “une loi”). Une approbation domestique semble être une approbation à titre privé (comme théologien privé, revoir la citation de Mgr de Ségur plus haut) et non comme Pape, ou en tout cas une simple permission mais non pas une obligation. Ce qui signifie que ce bréviaire n’engageait pas l’autorité pontificale de Paul III et de ses successeurs, donc non plus l’autorité de l’Église : il pouvait donc être liturgiquement mauvais. De plus, nous ne pouvons citer tout Dom Guéranger, mais si celui-ci reproche au bréviaire de Quignonez d’être liturgiquement mauvais (ce qui irait contre l’infaillibilité pratique, mais qui ne s’appliquait pas ici comme on vient de le voir), il ne lui reproche bien sûr aucune erreur sur la foi et la morale (ce qui irait contre le dogme de l’infaillibilité, lui-même a fortiori hors de cause ici).

    GENERATION FA8 : D’aucuns aiment à faire parler Notre Dame de la Salette pour lui prêter de nombreux propos qu’elle n’a pas tenus. Ce commentaire vous semble-t-il exact ou erroné ? Nous partons du principe que Dieu n’est pas prisonnier des prophéties qu’Il nous a livrées. Partagez-vous cette affirmation ?

    L’Institut Mater Boni Consilii, en matière aussi grave que l’autorité pontificale, ne veut se placer que sur le plan de la foi, et en avançant à partir de certitudes. C’est la moindre des choses. La foi nous fait adhérer à la parole de Dieu (la Révélation), qui renferme tout ce que Dieu a dit de Lui aux hommes et le rôle de l’Église est de transmettre, défendre, expliciter cette Révélation. La Révélation (contenue dans la Bible et la Tradition) est ce que l’humanité a de plus précieux en quelque sorte. De là apparaît encore une fois la nécessité de l’infaillibilité de l’Église et du Pape : comme l’Église pourrait-elle accomplir cette mission à travers les siècles sans être douée de ce charisme de l’infaillibilité ?
    Or la foi nous dit que la Révélation est terminée à la mort du dernier apôtre, saint Jean l’évangéliste, autour de l’an 100 après Jésus-Christ. Toute révélation du ciel qui vient après est appelée révélation privée, et n’est jamais de foi. Si un fidèle refusait de croire à toutes les apparitions de la Sainte-Vierge et même de Notre-Seigneur, il ne ferait aucun péché, car elles ne sont jamais de foi mais restent libre. L’Église est là pour assurer que ces apparitions ne contiennent rien d’opposé à la foi et à la morale, donc pour séparer les fausses apparitions des autres (mais qui restent matière libre, encore une fois). Notez que sur ce point au moins, Vatican II n’a rien changé.
    Au sujet des apparitions de Notre Dame de la Salette au 19ème siècle en France, l’Institut Mater Boni Consilii suit la position de l’Église, comme pour toutes les apparitions et comme pour tout ce qui concerne la foi de près ou de loin. Pour la Salette, l’apparition elle-même a été déclarée exempte de toute erreur (par l’évêque du lieu, qui est l’autorité compétente), et donc nous la reconnaissons. Il y a aussi un message public qui a été reconnu, et donc nous le reconnaissons. Il y a enfin un message privé (ou secret de la Salette) sur lequel le Saint-Siège a émis de nombreuses réserves et de façon répétées, jusqu’à en interdire la lecture, la possession, la diffusion. Voilà donc aussi la position de l’Institut Mater Boni Consilii. C’est simple et cohérent, non ?

    GENERATION FA8 : Croyez-vous avoir reçu les grâces requises pour réformer Rome ?

    C’est une drôle de question : croyez-vous que Génération FA8 a reçu des grâces pour sauver la France ? Nous vous le souhaitons sincèrement ! L’Institut Mater Boni Consilii ne prétend à aucune grâce en particulier. C’est la conscience de tout catholique qui a été posée, avec Vatican II et ses suites, devant un dilemme engageant la foi. Notez que tous les “traditionalistes” du monde entier ont répondu à ce dilemme, d’une façon ou d’une autre, en refusant de croire que Vatican II venait de Dieu.
    Notre seule prétention est de garder la foi et d’en témoigner. Tous les chrétiens ne sont-ils pas apôtres ? Parfois Dieu demande des choix difficiles : pensons aux martyrs (ceux des premiers siècles mais aussi aujourd’hui dans certains pays d’Islam). Dans le même temps, il est bien certain que Dieu ne demande rien d’impossible, Il donne toujours les grâces nécessaires à l’accomplissement de notre devoir. Dans le devoir de tout chrétien, il y a aussi, chacun à sa place, le devoir de témoigner de la Vérité.

    GENERATION FA8 : Quel serait votre mot de la fin ?

    Pour finir ce long entretien (mais comment faire court sur des sujets si fondamentaux aujourd’hui ?), je voudrais proposer quatre exhortations pour retrouver un esprit véritablement catholique et romain, retrouver le chemin de l’unité de tous les catholiques autour du seul ciment possible pour cette unité : la Vérité.
    - Tout d’abord nous voulons exhorter à lutter contre le théologiquement correct : il est surprenant de voir que nos milieux qui se plaignent tant de souffrir du politiquement correct, et de la loi du silence imposé en politique par nos adversaires ou par les média, ces mêmes milieux ont inventé et pratique le théologiquement correct. Et ils le pratiquent contre qui ? contre ceux qui défendent la vacance du Siège (la récente remontrance de Benoît XVI, dans sa lettre aux évêques, contre ceux qui veulent à tout prix à groupe à marginaliser, trouve un écho ici aussi…). Ici il faut féliciter Génération FA8 : espérons que son exemple soit suivi par d’autres.
    - Nous exhortons nos lecteurs à mieux connaître l’Institut Mater Boni Consilii pour se convaincre qu’il propose une alternative qui est cohérente, et qui est au moins utile au débat, et donc qui enrichit le débat : ne fuyons pas le débat. C’est l’alternative qui met en avant les principes de la foi, sans excès mais sans peur, sans sentimentalisme ni rigorisme. N’oublions pas que si l’Église peut traverser les siècles en continuant sa route toujours droite, malgré les terribles tempêtes qu’elle traverse, c’est parce que sa boussole est indépendante des contingences humaines (contingences politiques, sociales, économiques, etc), mais sa boussole est celle de la foi.
    - Dans toutes ces questions sur l’Église et sur le Pape, il s’agit de sujets théologiques délicats, difficiles à compren-dre pour beaucoup de laïcs. C’est bien normal. Nous invitons d’une part à revenir à l’étude de notre propre religion, autant que nos moyens nous le permettent. Nous invitons d’autre part à savoir échanger sur ces thèmes avec une grande bienveillante et une grande charité (et ici nous invitons nos détracteurs éventuels à savoir distinguer l’Institut Mater Boni Consilii d’autres groupes, notamment sur internet, qui brillent davantage par la calomnie, la médisance et l’invective). Enfin, nous donnons une piste intéressante pour les laïcs : à défaut de bien comprendre les questions théologiques, elles peuvent s’intéresser à l’aspect historique (histoire de l’Église et histoire du “traditiona-lisme”). En effet histoire et théologie se complètent, et la première est bien plus accessible. Relisez donc l’histoire du Concile Vatican II ou l’histoire de la réforme liturgique post-conciliaire.
    - Nous exhortons surtout tous les catholiques à prendre conscience que l’erreur du 21ème siècle consistera dans cette vision trop humaine de l’Église que nous avons voulu dénoncer ici. Cette vision trop humaine est le point commun entre tous les ennemis à l’extérieur de l’Église, mais aussi commun avec les catholiques qui ont ac-cepté le concile Vatican II (on l’a vu par exemple à l’occasion de toutes les critiques, de l’intérieur comme de l’extérieur, dont a fait l’objet Benoît XVI après la levée de l’excommunication des évêques de Mgr Lefebvre), mais commun aussi avec la plus grande partie des “traditionalistes” (emmenée en cela par la Fraternité Sacer-dotale Saint-Pie X). Cette vision trop humaine refuse de reconnaître le caractère également (et d’abord) divin de l’Église, elle refuse de reconnaître que l’Église ne peut ni se tromper, ni nous tromper, tout comme l’Esprit saint qui l’anime et tout comme son fondateur Notre-Seigneur Jésus-Christ. Cette vision était déjà celle de ceux qui ont fait du concile Vatican II une révolution dans l’Église : révolution pour corriger, disent-ils, les erreurs de “l’Église du passé”, révolution pour faire l’aggiornamento de l'Église. Cela signifie qu’il faut absolument mieux connaître la doctrine sur l’Église (et notamment l’une de ses qualités : l’infaillibilité, qui est la clé de voûte pour comprendre la situation actuelle dans l’Église) : mieux connaître l’Église pour mieux l’aimer et mieux la défen-dre. Nous qui sommes en Carême en ce moment, méditons sur l’Église qui n’est que le Christ continué jusqu’à nous (la mission de l’Église, sa raison d’être, est la mission même du Christ). Nous voyons notamment que l’Église vit actuellement sa Passion, à l’image de son divin fondateur. Ne soyons pas de ceux qui lui crachent au visage, de ceux qui l’insultent, de ceux qui la bousculent sur son chemin du Calvaire, alors qu’elle est déjà si défigurée par les péchés et les erreurs de tous les hommes qui sont ses membres. Que Notre Dame du Bon Conseil nous guide tous !

    Propos recueillis en mars 2009

    Fonte:Génération fa8

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    Predefinito Rif: La vacanza Formale della Sede Apostolica 1958-....

    Citazione Originariamente Scritto da Luca Visualizza Messaggio
    Da "L'Insorgente" numero 5, Inverno 2005-2006

    L’Eclissi del Sacro

    Se ne è scritto moltissimo, in tutto il secolo appena trascorso, della crisi di identità e di religiosità che vive il nostro continente. A questa eclissi del Sacro hanno cercato vanamente si sostituirsi le molti “religioni politiche” del Novecento, con esiti spesso nefasti, quasi sempre insoddisfacenti e infelici.
    Ma spesso anche le analisi più articolate ignorano il peso con cui si innestarono, sulla nostra società ancora parzialmente tradizionale, le riforme del “Vaticano II”, tenuto dalla Chiesa Cattolica dal 1962 al 1965.
    Il “Concilio vaticano secondo”, di cui cade proprio in questi giorni il quarantennale della chiusura, ha di fatto certificato, incoraggiandole, queste note centrifughe presenti nella società di quegli anni, ha depotenziato invece la portata di preservazione sociale e morale, presente de jure e de facto, nel magistero ecclesiastico.
    Nel “cattolicesimo”, figlio del “concilio”, al nitore della definizione e delle sententiae si sostituiscono infatti le suggestioni sensistiche del pressapochismo, ad una severa disciplina penitenziale (rigorosa ma non rigorista) una benevola somatolatria, ad un culto, imperniato sul Tremendum di un Sacrificio unico, storico e cruento, ripetuto incruentemente ad infinitum, una dimensione orizzontalistica, conviviale ed agapica che può creare dei simpatizzanti, dei fans, dei devoti estimatori (stile Teocons) ma non dei fedeli.
    A questo aggiungiamo un drastico riposizionamento minimalista e a tratti marginale della Chiesa all’interno della società, un sanzionamento indebito di una democrazia massificante e fortemente totalitaria e teistica, radicalmente lontana dalle floride “democrazie” locali, presenti da sempre negli ordinamenti del “Vecchio continente”.
    E anche se la secolarizzazione fosse stato un male parzialmente spontaneo cui soggiaceva la società europea, si deve dire che il “concilio” abbia contribuito, in maniera decisiva, al suo radicamento nei più vasti strati sociali.
    Se infatti la caduta verticale del Sacro è toccabile con mano ed innegabile, anche senza particolari studi sociologici, ad essa si accompagnano, come blatte su un corpo infetto, le più esiziali farmacopee spiritualistiche del Basso impero (dottrine e pratiche finalizzate ad un generico benessere che può assumere le coloriture della Felicità), contaminazioni di tradizioni religiose a sfondo terapeutico, scientismi e pseudoscientismi, tradizionalismi spurii o ciarlataneschi, fughe “all’indietro” o “in avanti” ma sempre “oltre e fuori” rispetto alle tradizioni storiche dei nostri popoli.
    E a questo possiamo aggiungere i temporalismi da caricatura e il lobbysmo religioso (dalla Christian Coalition all’Opus Dei, dal “cattolicesimo democratico” all’italiana a Comunione e Liberazione) che aumentano ancor di più la percezione di questa crisi verticale del Sacro nella realtà sociale. E infatti dal teologo all’uomo della strada, dal giovane al vecchio, dalla anziana beghina alla giovane donna, la cifra dominante è quell’analfabetismo religioso come prima condizione per lo sradicamento, cui si aggiunge un’affezione disordinata e soggettivistica per le più svariate idee e atteggiamenti, da creare una “morale della situazione” o dei “sentimenti disordinati”. E viene quasi spontaneo domandare se davvero ci si “creda ancora”oppure se tutto non sia ridotto a mera proiezione dell’Io, ad un pirandelliano teatro di cartapesta.
    È purtroppo l’era dell’Io, maschera carnascialesca e funebre della persona, scimmia e immagine deforme dell’Uomo, in perenne polarizzazione tra Eros e Thanatos. L’Io, condizione patologica dell’essere, si pone in modo autonomo e autarchico per definizione, svelle alla radice ogni possibilità di introspezione e di riconoscimento della realtà, crea regimi sociali “irreali” a propria immagine e somiglianza: fondati sul possesso e sull’acquisizione smodata e vorace di beni o sulla distruzione degli individui, sull’affermazione universalistica di una Libertà che rende schiavi e di una Uguaglianza che imprigiona o di una Fratellanza vagamente letteraria che fa la parodia di legami naturali e comunitari ben più seri.
    Non tragga in inganno un certo revival critico contro il relativismo occidentale.Nella migliore delle ipotesi, si tratta di una colossale ingenuità, se non uno sleale e un po’cialtronesco conato propagandistico. L’Occidente si relativizza da secoli, anzi nasce sotto il segno del Relativismo: è relativista per definizione, o per rivolta o per calcolo, ha rescisso i suoi legami col Sacro, ovvero con un Ente personale,trascendente e creatore, eterno e infinito, Sovrano e Redentore, benefico e amoroso.
    Nel rifiuto diretto o indiretto del riconoscersi creatura, l’Io (con tutte le sue proiezioni storiche, sociali e culturali) ha iniziato una lenta ed inesorabile discesa verso il Nulla. Una descensus ad Inferos che storicamente non pare ancora arrestarsi.

    Piergiorgio Seveso
    .

  10. #30
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    Predefinito Re: Rif: La vacanza Formale della Sede Apostolica 1958-....

    E' Concilio voce amabile
    che mi manda in visibilio.
    Però chiedo: può un concilio
    conciliar l'inconciliabile?


    (F.M. Apollonj Ghetti, Controcanto, Roma, 1978, p. 102)

 

 
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