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Discussione: 31 dicembre 2012: San Silvestro Papa - infra l'Ottava della Natività

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    Predefinito 31 dicembre 2012: San Silvestro Papa - infra l'Ottava della Natività

    1° DICEMBRE 2012



    La Chiesa Romana non celebra in questo giorno la festa particolare di nessun Santo e recita semplicemente l'Ufficio della Feria, a meno che non capiti proprio oggi la prima Domenica di Avvento. In questo caso, si dovrà ricorrere al Proprio del Tempo, dove si trova per disteso l'Ufficio di questa Domenica.

    Ma se il 1° dicembre è una semplice Feria dell'Avvento, si potranno cominciare fin da oggi a considerare, con spirito di fede, i preludi della misericordiosa Venuta del Salvatore degli uomini.

    Migliaia d'anni d'attesa hanno preceduto questa Venuta, e sono raffigurati nelle quattro Settimane che dobbiamo percorrere prima di giungere alla gloriosa Natività del nostro Salvatore. Consideriamo la religiosa impazienza nella quale sono vissuti tutti i Santi dell'Antica Alleanza, che si tramandavano di generazione in generazione una speranza di cui non potevano che salutare da lontano il divino oggetto. Percorriamo con il pensiero la lunga sequela dei testimoni della promessa: Adamo e i primi Patriarchi anteriori al diluvio; Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe e i dodici Patriarchi del popolo ebreo; Mosè, Samuele, David e Salomone; quindi i Profeti e i Maccabei; e arriviamo a Giovanni Battista e ai suoi discepoli. Sono i Santi avi di cui il libro dell'Ecclesiastico ci dice: Lodiamo i nostri padri, questi uomini pieni di gloria di cui siamo i discendenti (Eccli 44,1), e di cui l'Apostolo dice agli Ebrei: "Questi hanno reso testimonianza alla fede, ma non hanno conseguito la promessa, avendo Dio disposto qualche cosa di meglio per noi, affinché non ottenessero la perfezione senza di noi" (Ebr 11,39-40).

    Rendiamo omaggio alla loro fede, glorifichiamoli come i nostri veri Padri in quella stessa fede per la quale hanno meritato che il Signore, il quale li ha provati, si ricordasse infine delle sue promesse; onoriamoli anche come gli antenati del Messia secondo la carne. Ascoltiamo il loro ultimo grido sul letto di morte, la solenne invocazione che rivolgono a Colui che solo poteva distruggere la morte: O Signore, aspetterò la tua salvezza! Salutare tuum exspectabo, Domine! È Giacobbe stesso, nella sua ultima ora, che sospende per un istante le Benedizioni profetiche che spande sui propri figli, per gettare verso Dio questa esclamazione (Gen 49,18).

    Tutti quei santi uomini, uscendo da questa vita, avrebbero atteso, lungi dalla Luce eterna, Colui che doveva apparire a suo tempo e riaprire la porta del cielo. Contempliamoli nel luogo di attesa, e rendiamo gloria e amore al Dio che ci ha guidati alla sua mirabile luce, senza farci passare attraverso quelle ombre; ma preghiamo ardentemente per la venuta del Liberatore che spalancherà, con la sua croce, le porte della prigione, e la illuminerà con i raggi della sua gloria. E poiché in questo sacro tempo la Chiesa, per bocca nostra, usa così spesso le espressioni di questi Padri del popolo Cristiano per chiamare il Messia, rivolgiamoci anche ad essi per essere aiutati dalla loro intercessione nella grande opera della preparazione dei nostri cuori a Colui che deve venire.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 255-256

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    Predefinito re: 12 Dicembre 2012: infra l'Ottava dell'Immacolata Concezione

    PRIMA DOMENICA
    DI AVVENTO

    Questa Domenica, la prima dell'Anno Ecclesiastico, è chiamata, nelle cronache e negli scritti del medioevo, la Domenica Ad te levavi, dalle prime parole dell'Introito, oppure anche la Domenica Aspiciens a longe, dalle prime parole d'uno dei Responsori del Mattutino.

    La Stazione [1] è a S. Maria Maggiore. È sotto gli auspici di Maria, nell'augusta Basilica che onora la Culla di Betlemme, e che perciò è chiamata negli antichi monumenti S. Maria ad Praesepe, che la Chiesa Romana ricomincia ogni anno il Ciclo sacro. Non era possibile scegliere un luogo più conveniente per salutare l'avvicinarsi della divina Nascita che deve finalmente allietare il cielo e la terra, e mostrare il sublime prodigio della fecondità d'una Vergine. Trasportiamoci con il pensiero in quell'augusto Tempio, e uniamoci alle preghiere che vi risuonano; sono le stesse preghiere che verranno esposte qui.

    All'Ufficio notturno, la Chiesa comincia oggi la lettura del Profeta Isaia (VIII secolo a. C.), colui fra tutti che ha predetto con maggiore evidenza i caratteri del Messia, e continua tale lettura fino al giorno di Natale compreso. Sforziamoci di gustare gl'insegnamenti del santo Profeta, e l'occhio della nostra fede sappia scoprire con amore il Salvatore promesso, sotto i segni ora graziosi, ora terribili, con i quali Isaia ce lo dipinge.

    Le prime parole della Chiesa, nel cuore della notte, sono le seguenti:

    Il Re che sta per venire, il Signore, venite, adoriamolo!

    Dopo aver compiuto questo supremo dovere di adorazione, ascoltiamo l'oracolo di Isaia che ci viene trasmesso dalla santa Chiesa.

    Qui comincia il libro del Profeta Isaia [2].

    Visione ch'ebbe Isaia, figlio di Amos, intorno a Giuda e Gerusalemme ai tempi di Ozia, Iotam, Achaz ed Ezechia, re di Giuda.

    Udite, o cieli, ascolta, o terra,
    che parla il Signore:

    "Dei figli ho ingranditi ed innalzati,
    ed essi mi sono ribelli.

    Conosce il bue il suo padrone
    e l'asino la greppia del suo possessore [3];

    ma Israele non ha conoscenza,
    il mio popolo non intende".

    Ah! gente traviata,
    popolo carico di colpe,
    genia di malfattori,
    figli snaturati,

    che avete abbandonato il Signore,
    spregiato il Santo d'Israele;
    tralignaste a ritroso!

    Perché attirarvi nuovi colpi
    persistendo nella rivolta?

    Tutto piagato è il capo
    e tutto languido il cuore.

    Dalla pianta dei piedi sino alla testa
    non c'è parte intatta [4],

    ma contusione e lividura e fresca piaga,
    non compresse né fasciate, né lenite con olio.

    (Is 1,1-6)

    Queste parole del santo Profeta, o meglio di Dio che parla per bocca sua, debbono destare una viva impressione nei figli della Chiesa, all'inizio del sacro periodo dell'Avvento. Chi non tremerebbe sentendo il grido del Signore misconosciuto, il giorno in cui è venuto a visitare il suo popolo? Egli ha deposto il suo splendore per non atterrire gli uomini; ad essi, lungi dal sentire la divina forza di Colui che si abbassa così per amore, non l'hanno conosciuto e la mangiatoia che egli ha scelto per riposarvi dopo la nascita non è stata visitata che da due animali senza ragione. Sentite, o cristiani, quanto amari sono i lamenti del vostro Dio? quanto il suo amore disprezzato soffre della vostra indifferenza? Egli prende a testimoni il cielo e la terra, scaglia l'anatema alla nazione perversa, ai figli ingrati. Riconosciamo sinceramente che fino ad ora non abbiamo compreso tutto il valore della visita del Signore, che abbiamo imitato troppo l'insensibilità dei Giudei, i quali non si commossero affatto quando egli apparve in mezzo alle loro tenebre. Invano gli Angeli cantarono nel cuore della notte, e i pastori furono chiamati ad adorarlo e a riconoscerlo; invano i Magi vennero dall'Oriente per chiedere dove fosse nato. Gerusalemme fu turbata un istante, è vero, alla notizia che le era nato un Re; ma ricadde tosto nella sua indifferenza, e non si occupò nemmeno del grande annunzio.

    È così, o Salvatore! Tu vieni nelle tenebre, e le tenebre non ti comprendono. Oh! fa che le nostre tenebre comprendano la luce e la desiderino! Verrà il giorno in cui lacererai le tenebre insensibili e volontarie, con la terribile folgore della tua giustizia. Gloria a te in quel giorno, o Giudice supremo! Ma salvaci dalla tua ira, durante i giorni di questa vita mortale! Perché attirarvi nuovi colpi? - dici - Il mio popolo non è ormai più che una piaga. Sii dunque Salvatore, o Gesù! nella Venuta che noi aspettiamo. Tutto piagato è il capo e tutto languido è il cuore. Vieni a risollevare le fronti che la confusione e troppo spesso anche vili attaccamenti curvano verso la terra. Vieni a consolare e ristorare i cuori timidi e abbattuti. E se le nostre piaghe sono gravi e indurite, vieni, tu che sei il caritatevole Samaritano, a effondere su di esse l'olio che fa sparire il dolore e ridona la salute.

    Il mondo intero ti attende, o Redentore! Vieni e rivelati ad esso, salvandolo. La Chiesa, tua Sposa, comincia in questo momento un nuovo anno; il suo primo grido è un grido di angoscia verso di te; la sua prima parola è: Vieni! Le nostre anime, o Gesù, non vogliono più camminare senza di te nel deserto di questa vita. Si fa tardi: la sera s'avvicina, le ombre sono scese. Levati, o Sole divino; vieni a guidare i nostri passi, e salvaci dalla morte.

    MESSA

    EPISTOLA (Rm 13,11-14). - Fratelli, riflettiamo che è già l'ora di svegliarsi dal sonno; perché la nostra salvezza è più vicina ora di quanto credemmo. La notte è inoltrata e il giorno si avvicina: gettiam dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Viviamo onestamente, come di giorno; non nelle crapule e nelle ubriachezze; non nelle mollezze e nell'impudicizia; non nella discordia e nella gelosia; ma rivestiti del Signore Gesù Cristo.

    Il Salvatore che aspettiamo è dunque la veste che coprirà la nostra nudità. Ammiriamo in questo la bontà del nostro Dio il quale, ricordandosi che l'uomo si era nascosto dopo il peccato, perché si sentiva nudo, vuole egli stesso servirgli di velo, e coprire tanta miseria con il manto della sua divinità. Siamo dunque preparati al giorno e all'ora in cui egli verrà, e guardiamoci dal lasciarci cogliere dal sonno dell'abitudine e della mollezza. La luce risplenderà presto; facciamo sì che i suoi primi raggi rischiarino la nostra giustizia, o almeno il nostro pentimento. Se il Salvatore viene a coprire i nostri peccati affinché non appaiano più, noi almeno distruggiamo nei nostri cuori ogni affetto a quegli stessi peccati; e non sia mai detto che abbiamo rifiutato la salvezza. Le ultime parole di quest'Epistola caddero sotto gli occhi di sant'Agostino quando egli, spinto da lungo tempo dalla grazia divina a consacrarsi a Dio, volle obbedire alla voce che gli diceva: Tolle, lege; prendi e leggi. Esse decisero la sua conversione; egli risolse d'un tratto di romperla con la vita dei sensi e di rivestirsi di Gesù Cristo. Imitiamo il suo esempio in questo giorno: sospiriamo ardentemente la cara e gloriosa divisa che presto sarà messa sulle nostre spalle dalla misericordia del nostro Padre celeste, e ripetiamo con la Chiesa le commoventi suppliche con le quali non dobbiamo temere di affaticare l'orecchio del nostro Dio.

    VANGELO (Lc 21,25-33). - In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: Vi saranno dei segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra costernazione delle genti spaventate dal rimbombo del mare e dei flutti; gli uomini tramortiranno dalla paura nell'aspettazione delle cose imminenti a tutta la terra; perché le potenze dei cieli saranno sconvolte. E allora vedranno il Figlio dell'uomo venire con grande potenza e gloria sopra le nubi. Or quando cominceranno ad avvenire queste cose, alzate il vostro capo e guardate in alto, perché la redenzione vostra è vicina. E disse loro una similitudine: Osservate il fico e tutte le altre piante. Quando le vedete germogliare, voi sapete che l'estate è vicina. Così pure quando vedrete accadere tali cose sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità vi dico, che non passerà questa generazione avanti che tutto ciò s'adempia. Cielo e terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

    Dobbiamo dunque aspettarci di veder giungere d'improvviso la tua terribile Venuta, o Gesù! Presto tu verrai nella tua misericordia per coprire le nostre nudità, come veste di gloria e d'immortalità; ma tornerai un giorno, e con sì terrificante maestà che gli uomini saranno annientati dallo spavento. O Cristo, non perdermi in quel giorno d'incenerimento universale. Visitami prima nel tuo amore. Voglio prepararti la mia anima. Voglio che tu nasca in essa, affinché il giorno in cui le convulsioni della natura annunceranno il tuo avvicinarsi, possa levare il capo, come i tuoi fedeli discepoli che, portandoti già nel cuore, non temevano affatto la tua ira.

    PREGHIAMO

    Risveglia, Signore, la tua potenza e vieni; affinché meritiamo d'essere sottratti colla tua protezione e salvati col tuo aiuto dai pericoli che ci sovrastano a causa dei nostri peccati.

    [1] Le Stazioni segnate nel Messale romano per alcuni giorni dell'anno, designavano un tempo le chiese in cui il Papa, accompagnato dal clero e da tutto il popolo, si recava in processione per celebrarvi la messa solenne. Questa usanza risale senza dubbio al IV secolo; esiste ancora oggi in certa misura e le Stazioni vi si continuano a tenere, benché con minor pompa e minor concorso di popolo, in tutti i giorni segnati nel Messale.

    [2] La traduzione dei brani tratti da Isaia è quella eseguita sul testo originale ebraico a cura del Pontificio Istituto Biblico di Roma (Salani, Firenze, 1953), riprodotta per gentile concessione dell'Editore.

    [3] "Israele ha meno intelletto degli animali senza ragione. Questi conoscono il loro padrone. Israele non riconosce il proprio Dio e Benefattore. Questo versetto è spesso usato per descrivere l'accecamento dei Giudei che hanno respinto il loro Messia. D'altra parte esso ha contribuito a creare l'antica tradizione della nascita di Gesù tra due animali, il bue e l'asino" (Tobac, Les Prophètes d'Israel, 2, 16).

    [4] "Il Profeta descrive lo stato di Giuda colpito dal castigo: egli è simile a un ferito tutto coperto di piaghe. La Chiesa applica questo versetto al Messia, 'trafitto a causa dei nostri delitti', Is 53,5" (ivi, 17).



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 36-40

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    Predefinito re: 12 Dicembre 2012: infra l'Ottava dell'Immacolata Concezione

    2 DICEMBRE

    SANTA BIBIANA, VERGINE E MARTIRE



    Nel tempo dell'Avvento, la Chiesa celebra, fra le altre, la memoria di cinque illustri Vergini. La prima, santa Bibiana, che festeggiamo oggi, è romana; la seconda, santa Barbara, è l'onore delle Chiese dell'Oriente; la terza, sant'Eulalia da Merida, è una delle principali glorie della Chiesa di Spagna; la quarta, santa Lucia, appartiene alla Sicilia; e infine la quinta, sant'Odilia, è reclamata dalla Francia. Queste cinque Vergini prudenti hanno acceso la loro lampada ed hanno vegliato aspettando l'arrivo dello Sposo; e fu così grande la loro costanza e la loro fedeltà, che quattro di esse hanno versato il proprio sangue per amore di Colui che aspettavano. Fortifichiamoci con un simile esempio; e poiché, come dice l'Apostolo, non abbiamo ancora resistito fino al sangue, non ci lamentiamo della nostra pena e delle nostre fatiche durante le veglie del Signore, che compiamo nella speranza di vederlo presto, ma istruiamoci oggi con i gloriosi esempi della casta e coraggiosa santa Bibiana.



    VITA. - Il nome di santa Bibiana non si legge nel martirologio geronimiano. I suoi Atti, che sono noti anche sotto il nome di Atti di san Pimenio, sono leggendari. Secondo essi, Bibiana sarebbe appartenuta ad una famiglia di martiri, che diedero tutti la propria vita per Cristo. Per conservare la sua fede e la sua purezza, preferì essere flagellata fino a morirne. In suo onore fu consacrata una basilica sull'Esquilino dal Papa Simplicio (468-483), e il Liber Pontificalis ci dice che il suo corpo riposa qui. Santa Bibiana è la patrona di Siviglia ed è invocata contro i mal di testa e l'epilessia.



    O Bibiana, Vergine prudentissima, tu hai attraversato senza venir meno la lunga veglia di questa vita; e l'olio non mancava alla tua lampada quando d'improvviso è giunto lo Sposo. Eccoti ora per l'eternità nella dimora delle nozze eterne, dove il Diletto si pasce fra i gigli. Dal luogo del tuo riposo, ricordati di quelli che vivono ancora nell'attesa di quello stesso Sposo i cui abbracci eterni sono stati a te riservati per i secoli dei secoli. Noi aspettiamo la nascita del Salvatore del mondo, che deve segnare la fine del peccato e l'inizio della giustizia; aspettiamo la venuta di questo Salvatore nelle anime nostre, perché le vivifichi e le unisca a sé con il suo amore; aspettiamo infine il Giudice dei vivi e dei morti. Vergine saggia, piega, con le tue tenere preghiere, questo Salvatore, questo Sposo e questo Giudice, affinché la sua triplice visita, operata per gradi in noi, sia il principio e la consumazione di quella unione alla quale tutti noi dobbiamo aspirare. Prega anche, o Vergine fedelissima, per la Chiesa della terra che ti ha generata alla Chiesa del cielo, e che custodisce così religiosamente le tue preziose spoglie. Ottieni ad essa la fedeltà perfetta che la rende sempre degna di Colui che è il suo come il tuo Sposo. È così arricchita dei suoi più magnifici doni e fortificata con le sue più inviolabili promesse, ma vuole tuttavia che chieda, e noi pure chiediamo per essa, le grazie che debbono condurla al fine glorioso al quale aspira.



    * * *



    Consideriamo oggi la situazione della natura nella stagione dell'anno alla quale siamo giunti. La terra si è spogliata dell'usata veste, i fiori sono morti, i frutti non pendono più dagli alberi, il fogliame dei boschi è disperso dai venti, e il freddo colpisce ogni essere vivente; si direbbe che la morte è alle porte. Se almeno il sole conservasse il suo splendore, e tracciasse ancora nell'aria il suo corso radioso! Ma, di giorno in giorno, anch'egli accorcia il suo cammino. Dopo una lunga notte, gli uomini lo scorgono per vederlo presto ricadere al tramonto, nell'ora stessa in cui poco tempo fa i suoi raggi brillavano ancora di vivo splendore, ed ogni giorno che passa vede accelerarsi la rapida invasione delle tenebre. È forse il mondo destinato a veder spegnersi per sempre la sua fiaccola? È forse il genere umano condannato a finire nella notte? I pagani lo temerono, e per questo, contando con spavento i giorni di questa terribile lotta della luce e delle tenebre, consacrarono al culto del Sole il venticinquesimo giorno di dicembre, che era il solstizio d'inverno, giorno dopo il quale l'astro, sfuggendo ai legami che lo trattenevano, comincia a risalire e riprende gradualmente quella linea trionfante con la quale poco tempo fa divideva il cielo in due parti.

    Noi cristiani, illuminati dagli splendori della fede, non ci arresteremo a queste umane paure: cerchiamo un sole al confronto del quale il sole visibile non è che tenebre. Con esso, potremo sfidare tutte le ombre materiali; senza di esso, la luce che crederemmo di avere non fa altro che sviarci e perderci. O Gesù, luce vera che illumini ogni uomo che viene in questo mondo, tu hai scelto, per nascere in mezzo a noi, l'istante in cui il sole visibile è vicino a spegnersi, per farci comprendere, con questa mirabile immagine, lo stato in cui eravamo ridotti quando venisti a salvarci e illuminarci. "La luce del giorno si spegneva - dice san Bernardo nel suo primo Sermone sull'Avvento; - il Sole di giustizia era quasi scomparso; sulla terra rimaneva appena una debole luce e un calore morente. Perché la luce della divina conoscenza era quasi spenta, e per l'abbondanza dell'iniquità s'era raffreddato il fervore della carità. L'angelo non appariva più; il Profeta non si faceva più sentire. L'uno e l'altro erano come scoraggiati dalla durezza e dall'ostinazione degli uomini; ma - dice il Figlio di Dio - allora appunto io dissi: Eccomi!". O Cristo, o Sole di giustizia, fa' che comprendiamo bene che cosa è il mondo senza di te; che cosa sono i nostri intelletti senza la tua luce e i nostri cuori senza il tuo divino calore. Apri gli occhi della nostra fede; e mentre quelli del nostro corpo saranno testimoni del quotidiano decrescere della luce visibile, penseremo alle tenebre dell'anima che solo tu puoi illuminare. Allora il nostro grido, dal profondo dell'abisso, si innalzerà verso di te che devi apparire nel giorno stabilito, e dissipare le ombre più dense con il tuo vittorioso splendore.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 257-259

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    Predefinito Rif: re: 3 dicembre 2012: San Francesco Saverio, confessore

    3 DICEMBRE 2012

    SAN FRANCESCO SAVERIO CONFESSORE,
    APOSTOLO DELLE INDIE



    Gli Apostoli furono gli antesignani della Venuta del Cristo; era dunque giusto che al tempo dell'Avvento non mancasse la commemorazione di qualcuno di essi. La divina Provvidenza vi ha provveduto. Senza parlare di sant'Andrea, la cui festa è spesso già passata quando si apre il tempo dell'Avvento, s'incontra immancabilmente ogni anno san Tommaso all'approssimarsi del Natale. Diremo più avanti perché egli ha ottenuto questo posto in preferenza degli altri Apostoli; qui vogliamo solo insistere sulla convenienza la quale sembrava esigere che il Collegio Apostolico fornisse almeno uno dei suoi membri per annunciare, in questa parte del Ciclo cattolico, la venuta del Redentore. Ma Dio non ha voluto che il primo apostolato fosse il solo ad apparire all'inizio del Calendario liturgico; grande è pure, benché inferiore, la gloria di quel secondo Apostolato per il quale la Sposa di Gesù Cristo moltiplica ancora i suoi figli, in una feconda vecchiaia, come dice il Salmista (Sal 91,15). Vi sono ancora oggi dei Gentili da evangelizzare; la venuta del Messia è ben lontana dall'essere stata annunciata a tutti i popoli; ma, tra i valenti messaggeri del Verbo che, in questi ultimi secoli, hanno fatto risonare la loro voce in mezzo alle genti infedeli, non ve n'è alcuna che abbia brillato di più vivo splendore, che abbia operato maggiori prodigi e che si sia mostrata più somigliante ai primi Apostoli, del recente Apostolo delle Indie, san Francesco Saverio.

    E certo, la vita e l'apostolato di quest'uomo meraviglioso furono l'oggetto di un grande trionfo per la nostra santa Madre la Chiesa Cattolica nel tempo in cui risplendettero. L'eresia, sostenuta in tutti i modi dalla falsa scienza, dalla politica, dalla cupidigia e da tutte le cattive passioni del cuore umano, sembrava giunta al momento della vittoria. Nel suo audace e sfrenato linguaggio, essa parlava sol più con profondo disprezzo di quella antica Chiesa fondata sulle promesse di Gesù Cristo; la denunciava alle genti, ed osava chiamarla la prostituta di Babilonia, come se i vizi dei figli potessero oscurare la purezza della madre. Infine Dio si mostrò, e d'improvviso il suolo della Chiesa apparve coperto dei più mirabili frutti di santità. Gli eroi e le eroine si moltiplicarono dal seno stesso di quella sterilità che era solo apparente, e mentre i pretesi riformatori si mostravano i più viziosi degli uomini, l'Italia e la Spaglia da sole brillavano d'uno splendore incomparabile per i capolavori di santità che si produssero nel loro seno.

    Oggi è san Francesco Saverio, ma più d'una volta nell'Anno, ci troveremo a festeggiare i nobili compagni e le illustri compagne che la grazia divina gli ha suscitati: di modo che il XVI secolo non ebbe nulla da invidiare ai secoli più favoriti delle meraviglie della santità. Certo, non si preoccupavano molto della salvezza degli infedeli quei sedicenti riformatori che pensavano solo a distruggere i1 vero Cristianesimo sotto le rovine dei suoi templi; e appunto in quello stesso momento una società d'apostoli si offriva al Pontefice romano per andare a stabilire la fede presso i popoli più immersi nelle ombre della morte. Ma, fra tutti questi apostoli, come abbiamo detto, nessuno ha realizzato il tipo primitivo allo stesso grado del discepolo di Ignazio. Nulla gli è mancato, né la vasta estensione dei paesi solcati dal suo zelo, né le migliaia d'infedeli che ha battezzati con il suo braccio infaticabile, né i prodigi di ogni specie che lo mostrarono agli infedeli come segnato del sigillo che avevano ricevuto quelli di cui la santa Liturgia dice: "Questi sono coloro che, vivendo ancora nella carne, sono stati i piantatori della Chiesa". L'Oriente ha dunque visto, nel XVI secolo, un Apostolo venuto da Roma sempre santa, e il cui carattere e le cui opere richiamavano lo splendore di cui brillarono coloro che Gesù aveva egli stesso mandati. Sia dunque gloria al divino Sposo che ha vendicato l'onore della sua Sposa, suscitando Francesco Saverio e presentandoci in lui un'idea di ciò che furono, in seno al mondo pagano, gli uomini che egli aveva incaricati di promulgare il suo Vangelo.



    VITA. - San Francesco nacque in Navarra nel 1506. Conobbe a Parigi sant'Ignazio di Loiola con il quale si legò in santa amicizia. Quando fu fondata la Compagnia di Gesù, Ignazio lo mandò nelle Indie nel 1542. Fu celebre per il suo spirito di preghiera, per la sua grande mortificazione, per il dono dei miracoli e per le innumerevoli conversioni che operò con la predicazione presso gl'infedeli. Morì nell'isola di Sanciano il 2 dicembre 1552. Il Suo corpo riposa a Goa (Indie) e il suo braccio destro è venerato nella chiesa del Gesù a Roma. San Francesco Saverio è patrono della Propagazione della Fede.



    Glorioso apostolo di Gesù Cristo che hai illuminato della sua luce le genti sedute nelle ombre della morte, noi, Cristiani indegni, ci rivolgiamo a te, affinché con quella stessa carità che ti portò a sacrificare tutto per evangelizzare le genti, ti degni di preparare i nostri cuori a ricevere la visita del Salvatore che la nostra fede attende e che il nostro amore desidera. Tu fosti il padre delle genti infedeli; sii anche il protettore del popolo dei credenti, nei giorni in cui ci troviamo. Prima di avere ancora contemplato con i tuoi occhi il salvatore Gesù, lo facesti conoscere a innumerevoli popoli. Ora che lo vedi faccia a faccia ottieni che anche noi lo possiamo vedere, quando apparirà, con la fede semplice e ardente dei Magi dell'Oriente, primizie gloriose delle genti che tu sei andato ad iniziare alla luce mirabile (1Pt 2,9).

    Ricordati anche, o grande Apostolo, di quelle stesse genti che hai evangelizzate, e presso le quali la parola di vita, per un terribile giudizio di Dio, ha cessato di essere feconda. Prega per il vasto impero della Cina che il tuo sguardo salutava morendo, e al quale non fu dato di sentire la tua parola. Prega per il Giappone, diletta piantagione che il cinghiale di cui parla il Salmista ha cosi orribilmente devastata. Ottieni che il sangue dei Martiri che vi fu sparso come l'acqua, fecondi finalmente questa terra. Benedici anche, o Saverio, tutte le Missioni che la nostra santa Madre Chiesa ha intraprese, nelle regioni in cui la Croce ancora non trionfa. Che i cuori degli infedeli si aprano alla luminosa semplicità della fede; che il seme fruttifichi al centuplo; che il numero dei nuovi apostoli, tuoi successori, vada sempre crescendo; che il loro zelo e la loro carità non vengano mai meno; che i loro sudori diventino fecondi e che la corona del loro martirio sia non solo la ricompensa, ma il complemento e l'ultima vittoria del loro apostolato. Ricordati, dinanzi al Signore, degli innumerevoli membri di quell'associazione per la quale Gesù Cristo è annunciato in tutta la terra, e che si è posta sotto il tuo patrocinio. Prega infine con cuore filiale per la santa Compagnia della quale sei la gloria e la speranza. Che essa fiorisca sempre più sotto il vento della tribolazione che non le è mai mancato, che si moltiplichi affinché per essa siano moltiplicati i figli di Dio, che abbia sempre al servizio del popolo cristiano numerosi Apostoli e savi Dottori, e non porti invano il nome di Gesù.



    * * *



    Consideriamo lo stato miserevole del genere umano nel momento in cui apparirà Cristo. L'affievolirsi delle verità sulla terra è crudelmente espresso dal diminuire della luce materiale in questi giorni. Le antiche tradizioni si vanno spegnendo da ogni parte; il Dio creatore di tutte le cose è misconosciuto nell'opera stessa delle sue mani, e tutto è diventato Dio, eccetto il Dio che tutto ha fatto. Questo orrido Panteismo distrugge la morale pubblica e privata. Tutti i diritti, fuorché quello del più forte, sono dimenticati; la voluttà, la cupidigia, il saccheggio siedono sugli altari e ricevono l'incenso. La famiglia è distrutta dal divorzio e dall'infanticidio; la stirpe umana è degradata in massa dalla schiavitù, e anche le nazioni periscono con le guerre di sterminio. Il genere umano non ne può più, e se la mano che l'ha creato non viene nuovamente in suo aiuto, deve inevitabilmente soccombere in una vergognosa e sanguinosa dissoluzione. I giusti che ancora conta e che lottano contro il torrente e la degradazione universale, non lo salveranno, perché sono disprezzati dagli uomini, e i loro meriti non potrebbero, dinanzi a Dio, coprire l'orribile lebbra che divora la terra. Più criminale ancora che nei giorni del diluvio, ogni carne ha corrotto la sua via; nondimeno, un secondo sterminio non servirebbe che a manifestare la giustizia di Dio; è tempo che venga sulla terra un diluvio di misericordia, e che colui che ha creato il genere umano discenda per guarirlo. Appari dunque, o figlio eterno di Dio. Vieni a rianimare quel cadavere, a guarire tante piaghe; a lavare tante sozzure, a rendere sovrabbondante la grazia là dove abbonda il peccato; e quando avrai convertito il mondo alla tua santa legge, allora avrai mostrato a tutti i secoli futuri che tu stesso o Verbo del Padre, sei venuto: perché se solo un Dio ha potuto creare il mondo, non c'era che l'onnipotenza d'un Dio che potesse restituirlo alla santità, dopo averlo strappato a Satana e al peccato.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 259-263

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    Predefinito Re: Rif: re: 3 dicembre 2012: San Francesco Saverio, confessore

    4 DICEMBRE 2012

    SAN PIER CRISOLOGO,
    VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA



    La Provvidenza divina la quale non ha permesso che la Chiesa, nel santo tempo dell'Avvento, fosse priva della consolazione di festeggiare qualcuno degli Apostoli che hanno annunciato la venuta del Verbo ai Gentili, ha voluto anche che nello stesso periodo, fossero ugualmente rappresentati in questa importante parte del Ciclo cattolico i santi Dottori che hanno difeso la vera Fede contro gli eretici. Due di essi, sant'Ambrogio e san Pier Crisologo, risplendono nel cielo della santa Chiesa in questa stagione come due astri luminosi. È da notare che entrambi sono stati i vindici del Figlio di Dio che noi aspettiamo. Il primo ha validamente combattuto gli Ariani, la cui empia dottrina voleva fare del Cristo, oggetto delle nostre speranze, una creatura e non un Dio; il secondo si è opposto ad Eutiche, il cui sacrilego sistema distruggeva tutta la gloria dell'Incarnazione del Figlio di Dio, osando insegnare che, in questo mistero, la natura umana è stata assorbita dalla divinità.

    È questo secondo Dottore, il pio Vescovo di Ravenna, che noi oggi onoriamo. La sua eloquenza pastorale gli acquistò una grande reputazione, e ci sono rimasti molti dei suoi Sermoni. Vi è raccolta una moltitudine di brani della più squisita bellezza, per quanto vi si senta talvolta la decadenza della letteratura del V secolo. Il mistero dell'Incarnazione vi è spesso trattato, e sempre con una precisione e un entusiasmo che rivelano la scienza e la pietà del santo vescovo. La sua ammirazione e il suo amore verso Maria Madre di Dio che aveva, in quel secolo, riportato la vittoria sui nemici con il decreto del concilio di Efeso, gli ispirano i più elevati sentimenti e i più felici pensieri. Citeremo alcune righe sull'Annunciazione:

    "Alla Vergine, Dio manda un messaggero alato. Lui sarà il portatore della grazia e presenterà i pegni ricevendone il contraccambio. Lui riferirà la fede data, e, dopo aver conferito la ricompensa a cosi alta virtù, risalirà sollecito portatore della promessa verginale. L'ardente messaggero si dirige con rapido volo verso la Vergine; viene a sospendere i diritti dell'unione umana e senza togliere la Vergine a Giuseppe, la restituisce a Cristo cui era disposata fin dall'istante in cui era stata creata [1]. È dunque la sua sposa che Cristo riprende, e non quella d'un altro; non è una separazione quella che egli opera, ma è lui che si dona alla sua creatura incarnandosi in essa.

    Ma ascoltiamo ciò che il racconto ci dice dell'Angelo. Entrato da lei, le disse: Salve, o piena di grazia! Il Signore è con te. Queste parole annunciano già il dono celeste. Non esprimono un saluto ordinario. Salve! cioè: ricevi la grazia, non temere, non pensare alla natura. Piena di grazia, cioè: in altri abita la grazia, ma in te abiterà la pienezza della grazia. Il Signore è con te: che altro significa se non che il Signore non intende più solo visitarti, ma che scende in te, per nascere da te con un mistero del tutto nuovo? L'angelo aggiunge: Tu sei benedetta fra tutte le donne: perché? perché quelle di cui Eva, la maledetta, lacerava le viscere, hanno ora Maria, la benedetta che gioisce in esse, che le onora, che diventa il loro modello. Eva, per la natura, non era più che la madre dei morenti; Maria diventa, per la grazia, la madre dei viventi" (Discorso CXI).

    Nei discorsi seguenti, il santo Dottore c'insegna con quale profonda venerazione dobbiamo contemplare Maria in questi giorni in cui Dio abita ancora in essa. "Quando si tratta - egli dice - dell'appartamento intimo del re, di quale mistero, di quale riverenza, di quali profondi riguardi non dev'essere circondato questo luogo? È interdetto l'accesso ad ogni estraneo, ad ogni immondo, ad ogni infedele. Le usanze delle corti c'insegnano quanto debbano essere degni e fedeli i servigi che vi si rendono: si potrebbe sopportare anche solo di incontrare alle porte del palazzo l'uomo vile, l'uomo indegno? Quando dunque si tratta del santuario segreto dello Sposo divino, chi potrebbe essere ammesso, se non è intimo, se la sua coscienza non è pura, se la sua reputazione non è onorata, se la sua vita non è virtuosa? In questo santo asilo, dove un Dio possiede la Vergine, solo la verginità senza macchia ha diritto di penetrare. Osserva dunque, o uomo, ciò che hai, ciò che puoi valere, e chiediti se potresti scandagliare il mistero dell'Incarnazione del Signore, se hai meritato di accostarti all'augusto asilo in cui riposa ancora in questo istante tutta la maestà del Re supremo, della Divinità in persona".



    VITA. - San Pier Crisologo nacque a Imola, nell'Emilia. Il vescovo del luogo lo formò alla scienza e alla santità. Il papa Cornelio, mosso da una divina ispirazione, lo promosse nel 433 alla sede episcopale di Ravenna. Difese la fede cattolica contro Eutiche, con una lettera indirizzata al Concilio di Calcedonia, e la sua celebre eloquenza gli meritò il titolo di Crisologo o bocca d'oro. Dopo aver governato la chiesa di Ravenna per diciotto anni, morì nella sua città natale il 4 dicembre del 450. Le sue reliquie sono venerate a Ravenna, nella basilica Ursiana.



    O Santo Vescovo, la cui bocca d'oro si è aperta nell'assemblea dei fedeli per far conoscere Gesù Cristo, degnati di guardare con occhio paterno il popolo cristiano che veglia nell'attesa dell'Uomo-Dio del quale hai confessato ad alta voce la duplice natura. Ottienici la grazia di riceverlo con il sommo rispetto dovuto a un Dio che scende verso la sua creatura, e con la tenera fiducia che si deve a un fratello il quale viene ad offrirsi in sacrificio per i suoi fratelli indegni. Fortifica la nostra fede, o santo Dottore, poiché l'amore che ci occorre, procede dalla fede. Distruggi le eresie che devastano il campo del Padre di famiglia, e confondi soprattutto l'odioso Panteismo, del quale l'errore di Eutiche è uno dei più funesti semi. Distruggilo infine in quelle numerose cristianità d'Oriente che non conoscono l'ineffabile mistero dell'Incarnazione se non per bestemmiarlo, e combatti anche fra noi questo mostruoso sistema che, sotto una forma ancora più ripugnante, minaccia di divorare tutto. Ispira ai fedeli figli della Chiesa quella perfetta obbedienza ai giudizi della Sede Apostolica, di cui davi all'eresiarca Eutiche, nella tua immortale Epistola, una grande ed utile lezione, quando gli dicevi: "Soprattutto, ti esortiamo, onorevole fratello, di ricevere con obbedienza le cose che sono state scritte dal beato Papa della città di Roma, poiché san Pietro, che vive e presiede sempre sulla sua Sede, vi manifesta la verità della fede a tutti coloro che la chiedono".



    [1] È chiaro che san Pier Crisologo proclama qui il mistero della Immacolata Concezione. Se Maria era legata al Figlio di Dio fin dal momento stesso della sua creazione, come avrebbe potuto toccarla il peccato originale?



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 263-265

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    Predefinito re: 12 Dicembre 2012: infra l'Ottava dell'Immacolata Concezione

    4 DICEMBRE 2012

    SANTA BARBARA, VERGINE E MARTIRE



    La Chiesa Romana ha consacrato solo una semplice Commemorazione a santa Barbara, nell'Ufficio di san Pier Crisologo; ma ha approvato un intero ufficio per uso delle Chiese che onorano in modo speciale la memoria di questa illustre vergine. Rendiamo i nostri fervidi omaggi alla gloriosa Martire, così celebre in tutto l'Oriente, e della quale la Chiesa ha da lungo tempo adottato il culto [1]. I suoi atti, pur non essendo della più remota antichità [2], non hanno nulla che non torni a gloria di Dio e ad onore della Santa. Rendiamo omaggio alla fedeltà con cui questa Vergine attese lo Sposo, il quale non mancò all'ora stabilita, e fu per essa uno Sposo di Sangue, come dice la Scrittura, perché aveva riconosciuto la forza del suo amore.

    Noi veniamo, o Vergine fedele, ad offrirti insieme le nostre lodi e le nostre preghiere. Ecco che il Signore viene, e noi siamo nella notte: degnati di dare alla nostra lampada la luce che deve guidare i nostri passi e l'olio che conserva la luce. Tu sai che Colui il quale è venuto per noi e con il quale tu sei eternamente, si appressa per visitarci; ottieni che nessun ostacolo c'impedisca di andargli incontro. Che il nostro volo verso di lui sia coraggioso e rapido come il tuo; e, che, riuniti a lui, non ce ne separiamo più, poiché Colui che viene è veramente il centro di ogni creatura. Prega anche, o gloriosa Martire, affinché la fede nella divina Trinità brilli in questo mondo d'uno splendore sempre crescente. Che Satana, il nostro nemico, sia confuso, allorché ogni lingua confesserà la Triplice luce raffigurata dalle finestre della tua torre, e la croce vittoriosa che ha santificato le acque. Ricordati, o Vergine prediletta dallo Sposo, che nelle tue mani pacifiche è stato rimesso il potere non di scagliar il fulmine, ma di trattenerlo e allontanarlo. Proteggi le nostre navi contro i fuochi del cielo e contro quelli della terra. Copri con la tua protezione gli arsenali che racchiudono la difesa della patria. Ascolta la voce di tutti coloro che t'invocano, sia che essa salga verso di te dal seno della tempesta, sia che parta dalle viscere della terra, e salvaci tutti dal terribile castigo della morte improvvisa.



    * * *



    Consideriamo le genti sparse sulla superficie della terra divise nei costumi, nelle lingue e negli interessi, ma riunite tutte nell'attesa del liberatore che presto deve apparire. Né la profonda corruzione dei popoli, né tanti secoli passati dall'epoca delle tradizioni hanno potuto cancellare in essi quella speranza. In quell'istante in cui il mondo sta per andare in dissoluzione, si rivela un sintomo di vita, un grido risuona per tutta la terra: il Re universale sta per apparire; un Impero nuovo, santo ed eterno, riunirà per sempre le genti. È così, o Salvatore, che sul suo letto di morte l'aveva annunciato Giacobbe allorché, parlando di te, aveva detto: Sarà l'aspettativa delle genti. Gli uomini hanno potuto cadere in ogni sorta di degradazioni: non hanno potuto tuttavia smentire quell'oracolo. Eccoli costretti a confessare la loro inguaribile miseria, esprimendo quell'attesa profetica d'una sorte migliore. Vieni dunque, o Figlio di Dio, a raccogliere quella scintilla di speranza; è l'estremo omaggio che il vecchio mondo ti presenta al suo morire. L'attesa d'un Liberatore è il legame che riunisce in un sol tutto le due grandi parti della vita dell'umanità, prima e dopo la tua Nascita. Ma, o Gesù, se il mondo pagano, dal profondo delle sue iniquità e dei suoi errori, ha ancora avuto un sospiro verso di te, che faremo noi, eredi delle promesse, in questi giorni in cui tu ti appresti a venir a prendere possesso delle nostre anime già iniziate? Fa' che i nostri cuori ti amino già, o Gesù, quando verrai a visitarli. Coltiva la loro attesa, nutrì la loro fede, e vieni!



    [1] Culto popolarissimo e universalmente diffuso in Oriente, alla fine del IX secolo.

    [2] Inseriti nel menologio di Simeone Metafrastro, datano dal VII secolo.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 265-267

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    Predefinito re: 12 Dicembre 2012: infra l'Ottava dell'Immacolata Concezione

    5 DICEMBRE 2012

    COMMEMORAZIONE DI SAN SABA, ABATE



    La Chiesa Romana si limita oggi all'ufficio della Feria; ma vi unisce la Commemorazione di san Saba, abate della famosa Laura [1] di Palestina, che ancor oggi esiste sotto il suo nome. Questo Santo, che morì in Gerusalemme il 5 dicembre del 532, è l'unico personaggio dell'Ordine monastico di cui la Chiesa faccia menzione nei suoi uffici in tutto il corso dell'Avvento. Si potrebbe anche dire che fra i semplici Confessori san Saba è l'unico di cui si legga il nome nel Calendario liturgico in questa parte dell'anno, poiché il glorioso titolo di Apostolo delle Indie sembra porre san Francesco Saverio in una categoria a parte. Dobbiamo vedere in ciò l'intenzione della divina Provvidenza la quale, per produrre un effetto più salutare sul popolo cristiano, ha voluto scegliere, in maniera caratteristica, i Santi che dovevano essere proposti alla nostra imitazione in questi giorni di preparazione alla venuta del Salvatore. Vi troviamo Apostoli, Pontefici, Dottori, Vergini, glorioso corteo del Cristo Dio, Re e Sposo; la semplice Confessione vi è rappresentata da un solo uomo, dall'Anacoreta e Cenobita Saba, personaggio, che, almeno con la sua professione monastica, si ricollega ad Elia e agli altri solitari dell'antica Alleanza, la cui mistica catena giunge fino a Giovanni il Precursore. Onoriamo dunque questo grande Abate, per il quale la Chiesa greca professa una filiale venerazione, e sotto la cui invocazione Roma ha posto una delle sue Chiese; e valiamoci della sua intercessione presso Dio, dicendo con la santa Liturgia:



    Ci renda accetti a te, o Signore, l'intercessione del beato Abate Saba; affinché otteniamo, per il suo patrocinio, quanto non possiamo con i nostri meriti. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.



    Glorioso san Saba che, nell'attesa di Colui il quale ha detto ai suoi servi di vegliare fino alla sua venuta, ti sei ritirato nel deserto nel timore che i rumori del mondo potessero distrarti dalle tue speranze, abbi pietà di noi che, in mezzo al mondo e presi da tutte le sue preoccupazioni, abbiamo tuttavia ricevuto, come te, l'avvertimento di tenerci preparati per l'arrivo di Colui che tu amavi come Salvatore, e temevi come Giudice. Prega perché siamo degni di andargli incontro quando apparirà. Ricordati anche dello Stato monastico del quale sei uno dei principali ornamenti; risolleva le sue rovine in mezzo a noi; suscita uomini di preghiera e di fede come negli antichi giorni; che il tuo spirito abiti in essi, e che in tal modo la Chiesa, vedova d'una parte della sua gloria, la riacquisti per la tua intercessione!



    * * *



    Consideriamo ancora la Profezia del Patriarca Giacobbe, il quale non solo annunciava che il Messia deve essere l'aspettativa delle genti, ma dichiara anche che lo scettro sarà tolto a Giuda, al tempo in cui apparirà il Liberatore promesso. L'oracolo è ora compiuto. Gli stendardi di Cesare Augusto sventolano sulle mura di Gerusalemme; e se il Tempio è stato conservato fino ad oggi, se l'abominio della desolazione non è ancora caduto sul luogo santo, se il sacrificio non è an*cora stato interrotto, è perché il vero Tempio di Dio, il Verbo Incarnato, non è stato puranco inaugurato; la Sinagoga non ha rinnegato Colui che aspettava; l'Ostia che deve sostituire le altre non è stata ancora immolata. Ma Giuda non ha più un capo della sua stirpe, la moneta di Cesare circola in tutta la Palestina, ed è vicino il giorno in cui i capi del popolo ebreo confesseranno, davanti ad un governatore romano, che non è lecito ad essi di uccidere chicchessia. Non vi è dunque più alcun Re sul trono di David e di Salomone, su quel trono che doveva durare per sempre. O Cristo, Figlio di David, Re Pacifico, è tempo che tu appaia e venga a prendere lo scettro tolto dalla vittoria alle mani di Giuda e posto per qualche giorno in quelle d'un Imperatore. Vieni, poiché tu sei Re, e il Salmista tuo avo ha cantato di te: "Mostra la tua beltà e la tua gloria; avanza, e regna poiché la verità, la dolcezza e la giustizia sono in te, e la potenza del tuo braccio ti aprirà la strada. Scagliate da quel braccio vittorioso, le tue frecce colpiranno il cuore dei nemici della tua Regalità, e faranno cadere ai tuoi piedi tutti i popoli. Il tuo trono sarà eterno; lo scettro del tuo Impero sarà uno scettro di equità; Dio ti ha unto, Dio tu stesso, con un unguento di letizia che scorre più abbondante su di te, o Cristo, che da esso trai il nome, più che su tutti coloro i quali si sono onorati finora del nome di Re" (Sal 44).

    O Messia, quando tu sarai venuto, gli uomini non saranno più erranti come pecore senza pastore; non vi sarà più che un solo ovile nel quale tu regnerai con l'amore e la giustizia, poiché ti sarà dato ogni potere in cielo e in terra; e quando, nei giorni della tua passione, i tuoi nemici ti chiederanno: "Sei tu Re?" risponderai secondo la verità: "Sì, io sono Re". O Re, vieni a regnare sui nostri cuori; vieni a regnare su questo mondo che e tuo, perché tu l'hai fatto, e che presto sarà doppiamente tuo, perché l'avrai riscattato. Oh, regna dunque su questo mondo, e non aspettare, per spiegarvi la tua regalità nel giorno di cui è scritto: Schianterai contro la terra il capo dei Re (Sal 109). Regna fin d'ora, e fa' che tutti i popoli si prostrino ai tuoi piedi in un omaggio universale d'amore e di sottomissione.



    [1] Monastero situato vicino a Gerusalemme.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 267-269

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    Predefinito re: 12 Dicembre 2012: infra l'Ottava dell'Immacolata Concezione

    6 DICEMBRE 2012

    SAN NICOLA, VESCOVO DI MIRA E CONFESSORE



    Per rendere onore al Messia Pontefice, la suprema Sapienza ha moltiplicato i Pontefici sulla strada che conduce a lui. Due Papi, san Melchiade e san Damaso; due Dottori, san Pier Crisologo e sant'Ambrogio; due Vescovi e l'amore del loro gregge, san Nicola e sant'Eusebio: ecco i gloriosi Pontefici che hanno ricevuto la missione di preparare, con la loro intercessione, la via del popolo fedele verso Colui che è il Sommo Sacerdote secondo l'ordine, il tipo di Melchisedech. Spiegheremo in seguito i loro titoli per i quali fanno parte di questa nobile corte. Oggi, la Chiesa celebra con gioia la memoria dell'illustre taumaturgo Nicola, famoso nell'Oriente al pari di san Martino nell'Occidente, e onorato da quasi mille anni dalla Chiesa latina. Rendiamo omaggio al supremo potere che Dio gli aveva dato sulla natura, ma rendiamogli soprattutto lode per essere stato del numero dei trecentodiciotto Vescovi che proclamarono a Nicea il Verbo consostanziale al Padre. Egli non fu scandalizzato dalle umiliazioni del Figlio di Dio; né la bassezza della carne che il sommo Signore di tutte le cose rivestì nel seno della Vergine, né l'umiltà della mangiatoia gli impedirono di proclamare Figlio di Dio, uguale a Dio, il Figlio di Maria; per questo egli è stato glorificato e ha ricevuto l'incarico di ottenere ogni anno, per il popolo cristiano, la grazia di andare incontro al Verbo di vita, con fede semplice e ardente amore.



    VITA. - La celebrità di san Nicola, già grande presso i Greci nel VI secolo, non fece che crescere in Oriente e in Occidente. La "Vita" più antica che abbiamo di lui porta il nome di Praxis de Strafelate, ma non possediamo alcuna vita contemporanea e le vite più recenti non meritano affatto credito. Inoltre, si è attribuita a san Nicola di Mira una gran parte della vita d'un altro Nicola, chiamato il Sionita, il quale nel VI secolo fondò il monastero di Sion non lontano da Mira, e divenne vescovo di Pinara nella Licia (oggi Minara). E cosi non conosciamo nulla di sicuro sul taumaturgo. Il suo culto apparve in Occidente fin dal XI secolo e crebbe soprattutto dopo la traslazione delle sue reliquie a Bari nel 1087.



    San Nicola Vescovo, come è grande la tua gloria nella Chiesa di Dio! Tu hai confessato Gesù Cristo davanti ai Proconsoli, e hai sopportato la persecuzione per il suo Nome. Sei stato in seguito testimone delle meraviglie del Signore, quando egli rese la pace alla sua Chiesa; e poco dopo, la tua bocca si apriva nell'assemblea dei trecento diciotto Padri, per confessare, con irrefragabile autorità, la divinità del Salvatore Gesù Cristo, per il quale tante migliaia di Martiri avevano versato il proprio sangue. Ricevi gli omaggi del popolo cristiano, che in tutta la terra trasalisce di gioia al tuo dolce ricordo; e siici propizio, in questi giorni in cui aspettiamo la venuta di Colui che tu hai proclamato Consostanziale al Padre. Degnati di aiutare la nostra fede e di assecondare il nostro amore. Tu lo vedi ora faccia a faccia quel Verbo per il quale tutte le cose sono state fatte e restaurate; chiedigli che si degni di lasciarci avvicinare dalla nostra indegnità. Sii il nostro mediatore fra lui e noi. Tu l'hai fatto conoscere al nostro intelletto come il Dio sommo ed eterno; rivelalo al nostro cuore, come il supremo benefattore dei figli di Adamo. In lui, o caritatevole Pontefice, tu hai attinto quella tenera compassione per tutte le miserie, la quale fa sì che tutti i tuoi miracoli siano altrettanti benefici. Continua, dall'alto del cielo, a soccorrere il popolo cristiano.

    Rianima ed aumenta la fede delle genti nel Salvatore che Dio ha loro inviato. Che per effetto delle tue preghiere il Verbo divino cessi di essere misconosciuto e dimenticato nel mondo che egli ha riscattato con il suo sangue. Chiedi, per i Pastori della Chiesa, lo spirito di carità che risplende così luminoso in te, quello spirito che li rende imitatori di Gesù Cristo e conquista loro il cuore del gregge.

    Ricordati anche, o santo Pontefice, della Chiesa d'Oriente che ti serba ancora una così viva tenerezza. Il tuo potere sulla terra si estendeva fino a risuscitare i morti; prega affinché la vera vita, quella che è nella Fede e nell'Unità, ritorni ad animare quell'immenso cadavere. Con le tue suppliche presso Dio, ottieni che il Sacrificio dell'Agnello che aspettiamo, sia di nuovo e presto celebrato sotto le cupole di Santa Sofia. Restituisci all'unità i Santuari di Kiev e di Mosca, affinché non vi sia più Scita né Barbaro, ma un solo pastore.



    * * *



    Consideriamo ancora lo stato del mondo nei giorni che precedono l'arrivo del Messia. Tutto testimonia che le profezie che lo annunciavano hanno avuto il loro compimento. Non solo lo scettro è stato tolto a Giuda, ma le Settimane di Daniele sono giunte al termine. Le altre predizioni della Scrittura, sull'avvenire del mondo, si sono avverate l'una dopo l'altra. A volta a volta sono caduti gli Imperi degli Assiri, dei Medi, dei Persiani e dei Greci; quello dei Romani è giunto all'apogeo della sua forza: è tempo che ceda il posto all'Impero eterno del Messia. Questo progresso è stato predetto ed è giunta l'ora in cui sarà vibrato l'ultimo colpo. Anche il Signore ha detto, per bocca di uno dei suoi Profeti: "Ancora un poco, e rimuoverò il cielo e la terra, e scuoterò tutte le genti: quindi verrà il Desiderato di tutti i popoli" (Ag 2,7). Così dunque, o Verbo eterno, discendi. Tutto è consumato. Le miserie del mondo sono giunte al colmo; i delitti dell'umanità sono saliti fino al cielo; il genere umano è stato sconvolto fin dalle fondamenta; sfinito, non ha possibilità di riaversi se non in tè, che invoca senza conoscere. Vieni dunque: tutte le predizioni che dovevano rappresentare agli uomini i caratteri del Redentore, sono fatte e promulgate. Non vi è più alcun profeta in Israele; tacciono gli oracoli della Gentilità. Vieni a realizzare ogni cosa: poiché è giunta la pienezza dei tempi.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 269-272

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    Predefinito re: 12 Dicembre 2012: infra l'Ottava dell'Immacolata Concezione

    7 DICEMBRE 2012

    SANT'AMBROGIO, VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA



    Questo illustre Pontefice figura degnamente a fianco del grande Vescovo di Mira. Questi ha confessato a Nicea, la divinità del Redentore degli uomini; quegli, in Milano, è stato alle prese con tutto il furore degli Ariani, e con coraggio invincibile ha riportato il trionfo sui nemici di Cristo. Che unisca la sua voce di dottore a quella di san Pier Crisologo, e ci annunci le grandezze e le umiliazioni del Messia. Ma questa è in particolare la gloria di Ambrogio, come Dottore: che se, fra i luminosi astri della Chiesa latina, quattro insigni Maestri della Dottrina camminano in testa al corteo dei divini interpreti della Fede, il glorioso Vescovo di Milano completa, insieme con Gregorio, Agostino, e Girolamo, il mistico numero.

    Ambrogio deve l'onore di occupare un posto così nobile in questi giorni, all'antica usanza della Chiesa che, nei primi secoli, escludeva dalla quaresima le feste dei Santi. Il giorno della sua dipartita da questo mondo ed il suo ingresso in cielo fu il 4 aprile; ora, l'anniversario di quel felice trapasso si ritrova, per la maggior parte del tempo, nel corso della sacra quarantena. Si fu dunque costretti a scegliere il sette dicembre, anniversario dell'Ordinazione episcopale di Ambrogio.

    Del resto, il ricordo di Ambrogio è uno dei più dolci profumi di cui possa essere adorna la strada che conduce a Betlemme. Quale più gloriosa e insieme più affascinante memoria di quella di questo santo e amabile Vescovo in cui la forza del leone si uni alla dolcezza della colomba? Invano sono passati i secoli su questa memoria: essi non hanno fatto che renderla più viva e più cara. Come si potrebbe dimenticare il giovane governatore della Liguria e dell'Emilia, così saggio, così erudito, che fa il suo ingresso a Milano ancora semplice catecumeno, e si vede d'un tratto elevato per acclamazione del popolo fedele, sul trono episcopale di quella grande città? E quei dolci presagi della sua eloquenza affascinante, nello sciame di api che secondo la leggenda, quando un giorno dormiva, lo circondò e penetrò fin nella sua bocca, come per annunciare la dolcezza della sua parola! e quella gravità profetica con la quale l'amabile adolescente presentava la mano al bacio della madre e della sorella, perché - diceva - quella mano sarebbe stata un giorno quella d'un Vescovo.

    Ma quante battaglie aspettavano il neofita di Milano, presto rigenerato nell'acqua battesimale, e presto consacrato sacerdote e vescovo! Bisognava che si desse senza indugio allo studio assiduo delle sacre lettere, per accorrere come dottore in difesa della Chiesa, attaccata nel suo dogma fondamentale dalla falsa scienza degli Ariani; è fu tale in poco tempo la pienezza e la sicurezza della sua dottrina che non soltanto essa oppose un valido baluardo ai progressi dell'errore del tempo, ma in più i libri scritti da Ambrogio meriteranno di essere segnalati dalla Chiesa sino alla fine dei secoli, come uno degli arsenali della verità.

    Ma l'arena della controversia non era la sola in cui dovesse scendere il nuovo Dottore; la sua vita doveva essere minacciata più d'una volta dai seguaci dell'eresia da lui combattuta. Quale sublime spettacolo vedere questo Vescovo bloccato nella sua chiesa dalle truppe dell'imperatrice Giustina, e difeso notte e giorno dal suo popolo! Quale pastore, e quale gregge! Una vita interamente spesa per la città e la provincia, aveva meritato ad Ambrogio quella fedeltà e quella fiducia da parte del suo popolo. Con il suo zelo, la sua dedizione, il suo costante oblio di se stesso, era l'immagine del Cristo che annunciava.

    In mezzo ai pericoli che lo circondano, la sua grande anima rimane calma e tranquilla. E sceglie appunto questo momento per istituire, nella chiesa di Milano, il canto alternato dei Salmi. Fino allora la sola voce del lettore faceva risuonare dall'alto d'un ambone il divino Cantico; ma bastarono pochi istanti per organizzare in due cori l'assemblea, felice di poter d'ora in poi unire la sua voce ai canti ispirati del regale profeta. Nata così nel pieno della tempesta e in mezzo ad una fede eroica, la salmodia alternata è ormai di dominio per i popoli fedeli d'Occidente. Roma adotterà l'istituzione di Ambrogio, quella istituzione che accompagnerà la Chiesa sino alla fine dei secoli. In quelle ore di lotta, il grande Vescovo ha ancora un dono da fare ai fedeli cattolici che gli hanno eretto un baluardo con i loro corpi. È un poeta, e spesso ha cantato in versi pieni di dolcezza e di maestà le grandezze del Dio dei cristiani e i misteri della salvezza dell'uomo. Dedica al suo popolo devoto quei nobili inni, che non aveva ancora destinati all'uso pubblico, e presto le basiliche di Milano risuonano della loro melodia. Più tardi si udranno in tutta la Chiesa latina; e in onore del santo Vescovo, che aprì in tal modo una delle più ricche sorgenti della sacra Liturgia, si chiamerà per lungo tempo ambrosiano ciò che in seguito è stato designato con il nome di Inno. La Chiesa Romana accetterà nei suoi Uffici questa variazione della lode divina, che costituisce per la Sposa di Cristo una nuova effusione dei sentimenti che l'animano.

    Così dunque, il nostro canto alternato dei salmi e i nostri stessi Inni sono altrettanti trofei della vittoria di Ambrogio. Egli era stato suscitato da Dio non soltanto per il suo tempo, ma per i secoli futuri. È così che lo Spirito Santo gli diede il sentimento del diritto cristiano con la missione di sostenerlo, fin da quell'epoca in cui il paganesimo abbattuto respirava ancora, e in cui il cesarismo in decadenza conservava ancora troppi istinti del suo passato. Ambrogio vegliava fermo sul Vangelo. Non intendeva che l'autorità imperiale potesse a suo arbitrio consegnare agli Ariani, per il bene della pace, una basilica in cui si erano radunati i cattolici. Per difendere l'eredità della Chiesa era pronto a versare il sangue. Alcuni cortigiani ardirono accusarlo di tirannide presso il principe. Rispose: "No; i vescovi non sono tiranni, ma piuttosto da parte dei tiranni essi hanno dovuto spesso soffrire persecuzioni". L'eunuco Calligone, ciambellano di Valentiniano II, osò dire ad Ambrogio: "Come, me vivente, tu osi disprezzare Valentiniano? Io ti spaccherò il capo". - "Che Dio te lo permetta! - rispose Ambrogio: "Io soffrirò allora ciò che soffrono i Vescovi e tu avrai fatto ciò che sanno fare gli eunuchi".

    Questa nobile costanza nel difendere i diritti della Chiesa apparve ancora con più splendore quando il Senato Romano, o piuttosto la minoranza del senato rimasta pagana, tentò, per istigazione del Prefetto di Roma Simmaco, di ottenere la ricostruzione dell'altare della vittoria in Campidoglio, con il vano pretesto di opporre un rimedio ai disastri dell'impero. Ambrogio, che diceva: "Io detesto la religione dei Neroni" si oppose come un leone a questa pretesa del politeismo agli estremi.

    In eloquenti memoriali diretti a Valentiniano, protestò contro il tentativo che mirava a portare un principe cristiano a riconoscere diritti all'errore, e a distruggere le conquiste di Cristo unico maestro dei popoli. Valentiniano si arrese alle forti rimostranze del Vescovo, il quale gli aveva insegnato che "un imperatore cristiano doveva saper rispettare soltanto l'altare di Cristo", e rispose ai senatori pagani che amava Roma come la madre sua, ma doveva obbedire a Dio come all'autore della salvezza.

    Si può credere che se i decreti divini non avessero irrevocabilmente condannato l'impero a perire, influenze come quelle esercitate da Ambrogio su principi dal cuore retto, lo avrebbero preservato dalla rovina. La sua massima era ferma; ma non doveva essere applicata che nelle società nuove le quali sorgevano dopo la caduta dell'impero, e che il Cristianesimo costituì secondo la sua mente. Egli diceva ancora: "Non vi è titolo più onorevole per un imperatore che quello di Figlio della Chiesa. L'Imperatore è nella Chiesa non già al disopra di essa".

    Che cosa è più commovente del patrocinio esercitato con tanta sollecitudine da Ambrogio sul giovane Imperatore Graziano, la cui morte gli fece spargere tante lacrime?! E Teodosio, questo sublime prototipo del principe cristiano, Teodosio, in favore del quale Dio ritardò la caduta dell'impero concedendo sempre la vittoria alle sue armi, con quanta tenerezza non fu amato dal Vescovo di Milano? Un giorno, è vero, il Cesare pagano sembrò riapparire in questo figlio della Chiesa; ma Ambrogio, con una severità tanto inflessibile quanto profondo era il suo attaccamento al colpevole, restituì Teodosio a se stesso e a Dio. "Sì - disse il santo Vescovo nell'elogio funebre del grande principe - ho amato questo uomo che preferì ai suoi adulatori colui che lo riprendeva. Gettò a terra tutte le insegne delle dignità imperiali, pianse pubblicamente nella Chiesa il peccato nel quale lo si era perfidamente trascinato, e ne implorò il perdono con lacrime e gemiti. Semplici cortigiani si lasciano distogliere dalla vergogna, e un Imperatore non ha arrossito di compiere la penitenza pubblica, e da allora in poi non un sol giorno passò per lui senza che avesse deplorato la sua mancanza". Come sono magnifici nello stesso amore della giustizia questo Cesare e questo Vescovo! Il Cesare sostiene l'Impero presso a finire, e il Vescovo sostiene il Cesare.

    Ma non si creda che Ambrogio aspiri soltanto alle cose alte e risonanti. Sa essere il pastore attento ai minimi bisogni delle pecore del gregge. Possediamo la sua vita intima scritta dal suo diacono Paolino. Questo testimone ci rivela che Ambrogio quando ascoltava la confessione dei peccatori versava tante lacrime che costringeva a piangere insieme con lui chi era venuto a confessare le proprie colpe. "Sembrava - dice il biografo - che egli stesso fosse caduto insieme con chi era venuto meno". È noto con quale commovente e paterno interessamento accolse Agostino ancora prigioniero nei lacci dell'errore e delle passioni; e chi voglia conoscere Ambrogio, può leggere nelle Confessioni del Vescovo di Ippona le effusioni della sua ammirazione e della sua riconoscenza. Ambrogio aveva già accolto Monica, la madre afflitta di Agostino; l'aveva consolata e fortificata nella speranza del ritorno del figlio. Giunse il giorno atteso con tanto ardore; e fu la mano di Ambrogio che immerse nelle acque purificatrici del battesimo colui che doveva essere il principe dei Dottori.

    Un cuore così fedele ai suoi affetti non poteva mancare di effondersi su coloro che i legami del sangue gli avevano uniti. È nota l'amicizia che unì Ambrogio al fratello Satiro, del quale ha narrato le virtù con accenti di una tenerezza così commovente nel duplice elogio funebre che gli consacrò. La sorella Marcellina non gli fu meno cara. Fin dalla prima giovinezza la nobile patrizia aveva sdegnato il mondo e i suoi piaceri. Sotto il velo della verginità che aveva ricevuto dalle mani del papa Liberto, abitava in Roma in seno alla famiglia. Ma l'affetto di Ambrogio non conosceva distanze; le sue lettere andavano a cercare la serva di Dio nel suo misterioso asilo. Egli non ignorava quale zelo nutrisse la sorella per la Chiesa, con quale ardore si associasse a tutte le opere del fratello, e parecchie delle lettere che le indirizzava ci sono state con*servate. Si rimane commossi a leggere la sola intestazione di quelle epistole: "il fratello alla sorella" oppure: "A Marcellina sorella mia, a me più cara dei miei occhi e della mia stessa vita". Segue quindi il testo della lettera, rapido, animato, come le lotte che egli descrive. Ce n'è una che fu scritta proprio nelle ore in cui imperversava la bufera, mentre il coraggioso vescovo era assediato nella sua basilica dalle truppe di Giustina. I suoi discorsi al popolo di Milano, i suoi successi come le sue prove, gli eroici sentimenti della sua anima episcopale, tutto è descritto in quei fraterni dispacci, tutto vi rivela la forza e la santità del legame che unì Ambrogio a Marcellina, La basilica ambrosiana custodisce ancora la tomba del fratello e della sorella; sull'una e sull'altra viene offerto ogni giorno il divino sacrificio.

    Questo fu Ambrogio, del quale Teodosio diceva un giorno: "Non c'è che un vescovo al mondo". Glorifichiamo lo Spirito Santo che si è degnato di produrre un modello così sublime nella Chiesa, e chiediamo al santo vescovo che si degni di ottenerci una parte di quella fede viva, di quell'amore così ardente che protesta nei suoi dolci ed eloquenti scritti per il mistero della divina Incarnazione. In questi giorni che debbono condurci a quello in cui apparirà il Verbo fatto carne, Ambrogio è uno dei nostri più potenti intercessori.

    La sua pietà verso Maria c'insegna anche quale ammirazione e quale amore dobbiamo avere per la Vergine benedetta. Insieme con sant'Efrem il vescovo di Milano è quello tra i Padri del IV secolo che ha più vivamente espresso le grandezze del ministero e della persona di Maria. Egli ha tutto conosciuto, tutto provato, tutto testimoniato. Maria esente per grazia da ogni macchia di peccato, Maria ai piedi della croce che si unisce al suo Figliuolo per la salvezza del genere umano, Gesù risorto che appare innanzitutto alla Madre, e tanti altri punti sui quali Ambrogio è l'eco della credenza anteriore, gli danno uno dei primi posti tra i testimoni della tradizione sui misteri della Madre di Dio.

    Questa tenera predilezione per Maria spiega l'entusiasmo di cui è ripieno Ambrogio per la verginità cristiana della quale merita di essere considerato come il Dottore speciale. Nessuno dei Padri l'ha uguagliato nel fascino e nell'eloquenza con cui ha proclamato la dignità e la felicità dei vergini. Quattro dei suoi scritti sono consacrati a glorificare quello stato sublime, di cui il paganesimo morente tentava ancora un'estrema contraffazione nelle sue vestali, scelte in numero di sette, ricolme di onori e di ricchezze, e dichiarate libere dopo un certo tempo. Ambrogio oppone loro l'innume*revole stuolo delle vergini cristiane, che riempiono il mondo intero del profumo della loro umiltà, della loro costanza e della loro dedizione. Ma a questo proposito la sua parola era ancora più attraen*te della penna, e sappiamo, dai racconti del tempo, che, nelle città da lui visitate quando faceva risuonare la sua voce, le madri trattenevano le figlie in casa, nel timore che i discorsi di un così santo e irresistibile seduttore le persuadesse a non aspirare più ad altro se non alle nozze eterne.



    VITA. - Ambrogio nacque nella prima metà del IV secolo. Il padre era prefetto della Gallia Cisalpina. Fu istruito a Roma nelle arti liberali, ed ebbe il governo della Liguria e dell'Emilia. All'atto in cui si trovava nella basilica di Milano per mantenere la calma durante l'elezione del vescovo, un fanciullo esclamò: "Ambrogio vescovo!". Il grido fu ripetuto da tutta la folla e l'imperatore, lusingato di veder innalzato all'episcopato uno dei suoi prefetti, lo costrinse ad accettare.

    Da vescovo, fu l'intrepido campione della fede e della disciplina ecclesiastica, convertì molti ariani alla verità e battezzò sant'Agostino. Amico e consigliere dell'imperatore Teodosio, non esitò ad imporgli una penitenza pubblica dopo il massacro di Tessalonica. Morì infine a Milano il quattro aprile del 397. Sant'Ambrosio è uno dei quattro grandi Dottori della Chiesa latina.



    Noi ti lodiamo, benché indegni, o immortale Ambrogio, ed esaltiamo i doni magnifici che il Signore ha posti in te. Tu sei la Luce della Chiesa e il Sale della terra, con la tua dottrina celeste; sei il Pastore vigilante, il Padre tenero, il Pontefice invincibile: ma quanto il tuo cuore amò il Signore Gesù che noi aspettiamo! Con quale indomito coraggio sapesti a rischio della tua vita, opporti a coloro che bestemmiavano questo Verbo divino! Perciò hai meri*tato di essere scelto per iniziare, ogni anno, il popolo fedele alla conoscenza di Colui che è il Salvatore e il Capo. Fa' dunque pe*netrare fino al nostro occhio il raggio della verità che ti illuminava quaggiù; fa' gustare alla nostra bocca il sapore dolce della tua parola; tocca il nostro cuore d'un vero amore per Gesù che si avvicina di ora in ora. Ottieni, che sul tuo esempio, prendiamo con forza in mano la sua causa contro i nemici della fede, contro gli spiriti delle tenebre e contro noi stessi. Che tutto ceda, che tutto si annienti, che si pieghi ogni ginocchio, e che ogni cuore si confessi vinto, lavanti a Gesù Cristo Verbo del Padre, Figlio di Dio e figlio di Maria, nostro Redentore, nostro Giudice, nostro sommo bene.

    Glorioso Ambrogio, umiliaci come hai umiliato Teodosio; rialzacì contriti e mutati, come rialzasti lui nella tua pastorale carità. prega anche per il sacerdozio cattolico, di cui sarai per sempre una delle più nobili glorie. Chiedi a Dio per i Sacerdoti e i Vescovi della Chiesa quell'umile e inflessibile vigore con il quale debbono esistere alle potenze del secolo, quando queste abusano dell'autorità che Dio ha posto nelle loro mani. Che la loro fronte - secondo s parole del Signore - sia dura come il diamante; che sappiano opporsi come un muro per la casa d'Israele, e che stimino come il supremo onore, come la più felice sorte, di poter esporre i loro beni, loro riposo, la loro vita per la libertà della Sposa di Cristo.

    Valente campione della verità, armati di quella verga venditrice che la Chiesa ti ha data per attributo; e scaccia lontano dal regge di Gesù Cristo i resti impuri dell'Arianesimo che, sotto diversi nomi, si mostrano ancora ai nostri tempi. Che le nostre orecchie non siano più rattristate dalle bestemmie degli insipienti che osano misurare secondo la loro statura, giudicare, assolvere e condannare come loro simile il Dio terribile che li ha creati e che, solo per un motivo di amore per la sua creatura, si è degnato di discendere e di avvicinarsi all'uomo a rischio di esserne disprezzato.

    Allontana dalle nostre menti, o Ambrogio, quelle false e imprudenti teorie che fanno dimenticare ai cristiani che Gesù è il Re di questo mondo, e li portano a pensare che una legge umana, la quale riconoscesse uguali diritti all'errore e alla verità, potrebbe essere il più alto progresso della società. Fa' che essi comprendano, sul tuo esempio, che se i diritti del Figlio di Dio e della sua Chiesa possono essere calpestati, non per questo cessano di esistere; che la promiscuità di tutte le religioni sotto una eguale protezione è il più sanguinoso oltraggio verso Colui "al quale è stato dato ogni potere in cielo e in terra"; che i periodici disastri della società sono la risposta che dà dall'alto del cielo agli sprezzatori del Diritto cristiano, di quel Diritto che egli ha acquistato morendo sulla croce per gli uomini; che infine, se non dipende da noi di ristabilire quel sacro Diritto presso le genti che hanno avuto la disgrazia di rinnegarlo, è nostro dovere confessarlo coraggiosamente, sotto pena di essere complici di coloro i quali non hanno voluto più che Gesù regnasse su di loro.

    Infine in mezzo alle ombre che gravano sul mondo, consola, o Ambrogio, la santa Chiesa che è ormai come una estranea, una pellegrina attraverso le genti di cui fu la madre che hanno rinnegata; che essa colga ancor sulla sua strada, in mezzo ai suoi fedeli, i fiori della verginità; che sia l'amante delle anime nobili le quali comprendono la dignità della sposa di Cristo. Se fu così nei tempi gloriosi delle persecuzioni che segnalarono l'inizio del suo ministero, le sia dato ancora, nella nostra epoca di umiliazioni e di diserzioni, di consacrare al suo sposo una numerosa schiera di cuori puri e generosi, affinché la sua fecondità le sia di rivincita su quanti l'hanno respinta come madre sterile, ma della quale un giorno sentiranno crudelmente l'assenza.

    Consideriamo l'ultimo visibile preparativo alla venuta del Messia sulla terra: la pace universale. Al rumore delle armi è succeduto d'un tratto il silenzio, e il mondo si raccoglie nell'attesa. "Ora, ci dice san Bonaventura in uno dei suoi Sermoni sull'Avvento, dobbiamo enumerare tre specie di silenzio: il primo al tempo di Noè, dopo che tutti i peccatori furono sommersi; il secondo al tempo di Cesare Augusto, quando tutte le genti furono sottomesse; infine il terzo che avrà luogo alla morte dell'Anticristo, quando gli ebrei si saranno convertiti". O Gesù, Re pacifico, tu vuoi che il mondo sia in pace quando discenderai. L'hai annunciato per bocca del Salmista, il tuo avo secondo la carne, allorché egli ha detto parlando di te: "Farà cessare la guerra nell'universo intero; spezzerà l'arco, infrangerà le armi e getterà al fuoco gli scudi" (Sal 45,10). Che cosa significa tutto questo o Gesù? Significa che tu ti compiaci di trovare silenziosi e attenti i cuori che visiti. Significa che prima di venire tu stesso in un'anima, tu l'agiti nella tua misericordia come fu agitato il mondo prima di quella pace universale, e presto le rendi la calma che precede il tuo possesso. Oh! vieni subito a sottomettere le nostre potenze ribelli, ad abbattere le alture della nostra mente, a crocifiggere la nostra carne, a risvegliare la debolezza della nostra volontà, affinché il tuo ingresso in noi sia solenne al pari di quello di un conquistatore nella piazzaforte che ha conquistato dopo un lungo assedio. O Gesù, Principe della Pace, donaci la pace; prendi stabile sede nei nostri cuori, come ti sei stabilito nella tua creazione, in seno alla quale il tuo regno non avrà mai più fine.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 272-280

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