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  1. #1
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    Predefinito Questione ebraica e rapporto coi popoli semiti: cosa ne pensate?

    Apro questo topic per cercare di discutere un po' seriamente - e possibilmente senza violare l'attuale Legge Mancino :sofico: - della questione ebraica e del rapporto con i popoli semiti.
    Cosa ne pensate? Esiste una 'questione ebraica'? E se sì, in che livelli si articola? Il discorso può rientrare in una più ampia dicotomia che vede i popoli ario-europei in contrasto con la mentalità 'arabo-magica', per usare un termine spengleriano, dei popoli semiti?
    L'anti-giudaismo è valido solo su base razziale o ha una valenza 'teologica'?

    Prego hefico:

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Questione ebraica e rapporto coi popoli semiti: cosa ne pensate?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Apro questo topic per cercare di discutere un po' seriamente - e possibilmente senza violare l'attuale Legge Mancino :sofico: - della questione ebraica e del rapporto con i popoli semiti.
    Cosa ne pensate? Esiste una 'questione ebraica'? E se sì, in che livelli si articola? Il discorso può rientrare in una più ampia dicotomia che vede i popoli ario-europei in contrasto con la mentalità 'arabo-magica', per usare un termine spengleriano, dei popoli semiti?
    L'anti-giudaismo è valido solo su base razziale o ha una valenza 'teologica'?

    Prego hefico:

    Per quanto mi riguarda, ritengo Israele una nazione illegittima, avamposto strategico di interessi geopolitici e geoeconomici occidental-atlantici nel "vecchio mondo". Se intendiamo in quest'accezione il termine, allora esiste una "questione ebraica".

    Se con il termine "ebraico", si vuole significare il termine nell'accezione di "religione giudaica", allora non ritengo esista una "questione ebraica"; piuttosto esiste una "questione sionista", nel senso di ideologia occidentale, principalmente angloamericana, caratterizzata dalla tendenza a stabilire un'unica "morale" mondiale, un'unica "giustizia" mondiale, un unico "sistema" mondiale, e via dicendo.
    In questo senso ritengo l'anti-sionismo non una fantasia, una chimera, ma un dovere.

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Questione ebraica e rapporto coi popoli semiti: cosa ne pensate?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Apro questo topic per cercare di discutere un po' seriamente - e possibilmente senza violare l'attuale Legge Mancino :sofico: - della questione ebraica e del rapporto con i popoli semiti.
    Cosa ne pensate? Esiste una 'questione ebraica'? E se sì, in che livelli si articola? Il discorso può rientrare in una più ampia dicotomia che vede i popoli ario-europei in contrasto con la mentalità 'arabo-magica', per usare un termine spengleriano, dei popoli semiti?
    L'anti-giudaismo è valido solo su base razziale o ha una valenza 'teologica'?

    Prego hefico:
    In breve. Non ha senso un antigiudaismo assolutamente pregiudiziale. La nostra contrapposizione all'ebraismo va rivolta soprattutto in senso spirituale e è in temini di mentalità e di visione del mondo . La sola appartenenza biologica (tipo discorso sui nasi camusi etc...) come parametro di contrapposizione non avrebbe consistenza....perchè altrimenti dovremmo metterci contro anche gente del calibro di Weininger, Michaelstadter, Meyrink etc...

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Questione ebraica e rapporto coi popoli semiti: cosa ne pensate?

    09.07.2009 - L'equivoco del semitismo e dell'antisemitismo

    di Claudio Mutti.

    Le parole sono importanti e le cose vanno chiamate col loro nome per evitare gravi equivoci.




    "In una capra dal viso semita"
    (Umberto Saba, Ho parlato a una capra)


    Pare sia stato lo storico tedesco August Ludwig von Schlözer (1735-1809) a coniare per la prima volta, nel 1781, l'aggettivo semitisch, per indicare il gruppo delle lingue (siriaco, aramaico, arabo, ebraico, fenicio) parlate da quelle popolazioni che un passo biblico (Gen. 10, 21-31) fa discendere da Sem figlio di Noè. Il neologismo venne accolto dalla comunità dei linguisti, tant'è vero che lo troviamo nel 1890 nelle Lectures on the comparative Grammar of the Semitic Languages di W. Wright (1830-1889), nel 1898 nella Vergleichende Grammatik der semitischen Sprachen di Heinrich Zimmern (1862-1931), fra il 1908 e il 1913 nel Grundriss der vergleichenden Grammatik der semitischen Sprachen di Carl Brockelmann (1868-1956).

    L'aggettivo "semitico" si riferisce perciò propriamente ai Semiti, ossia ad una famiglia di popoli che si è diffusa nella zona compresa fra il Mediterraneo, i monti d'Armenia, il Tigri e l'Arabia meridionale, per poi estendersi anche all'Etiopia ed al Nordafrica; come aggettivo sostantivato ("il semitico"), esso indica il gruppo linguistico corrispondente, il quale si articola in tre sottogruppi: quello orientale o accadico (che nel II millennio si divise a sua volta in babilonese e assiro), quello nordoccidentale (cananeo, fenicio, ebraico, aramaico biblico, siriaco) e quello sudoccidentale (arabo ed etiopico).

    Del tutto improprio è dunque l'uso dei termini "semita" e "semitico" come sinonimi di "ebreo" e di "ebraico", esattamente come sarebbe improprio dire "ariano" o "indoeuropeo" in luogo di "italiano", "tedesco", "russo" o "persiano".

    Ne consegue che altrettanto errato è l'uso di "antisemita", allorché con tale termine si vuole designare chi è "reo di antisemitismo" (1), cioè di quel "reato" che un autorevole vocabolario definisce nei termini seguenti: "avversione nei confronti del popolo ebraico, maturatasi di volta in volta in forme di persecuzione o addirittura di mania collettiva di sterminio, da una base essenzialmente propagandistica, dovuta a degenerazione di pseudoconcetti storico-religiosi, o a ricerca di un capro espiatorio da parte di politici e classi politiche impotenti" (2). Se usato correttamente, infatti, il vocabolo "antisemitismo" - coniato nel 1879 dal giornalista viennese Wilhelm Marr (3) - dovrebbe indicare l'ostilità nei confronti dell'intera famiglia semitica, la quale ha oggi la sua componente più numerosa nelle popolazioni di lingua araba, sicché la qualifica di "antisemita" risulterebbe più adatta a designare chi nutre avversione nei confronti degli Arabi, piuttosto che i "rei" di ostilità antiebraica.

    Ma l'inconsistenza della suddetta sinonimia ("semita" = "ebreo") risulta ancora più evidente qualora si rifletta sul fatto che gli Ebrei odierni non possono essere qualificati come "semiti", e ancor meno come "popolo semitico". Infatti, se l'appartenenza di un gruppo umano ad una più vasta famiglia deve essere stabilita in base alla lingua parlata dal gruppo in questione, allora un popolo potrà essere considerato semitico soltanto nel caso in cui esso parli una delle lingue semitiche enumerate più sopra, col risultato che oggi avranno il diritto di essere definiti semiti a pieno titolo gli Arabi e gli Etiopi, ma non gli Ebrei.

    È vero che dal 1948 l'ebraico (il neoebraico) è diventato lingua ufficiale della colonia sionista insediatasi in Palestina ed è compreso dalla maggior parte degli Ebrei che attualmente vi risiedono, ma si tratta di una lingua che era morta da oltre venti secoli e che solo nel Novecento è stata artificiosamente richiamata in vita. Gli Ebrei della diaspora, oggi come in passato, parlano le lingue dei popoli in mezzo ai quali si trovano a vivere, lingue che sono per lo più indoeuropee (inglese, spagnolo, francese, italiano, russo, farsi ecc.). Lo stesso yiddish, che si formò nel XIII secolo nei paesi dell'Europa centrale sulla base di un dialetto medio-tedesco e diventò una sorta di lingua internazionale in seguito alle migrazioni ebraiche, era pur sempre un idioma tedesco (4), anche se, oltre ad un vocabolario di base tedesco e slavo, conteneva un tasso elevato di elementi lessicali ebraici e veniva scritto in caratteri ebraici.

    È dunque evidente che gli Ebrei non costituiscono affatto un gruppo che, sulla base dell'appartenenza linguistica, possa esser definito come semitico.

    Possiamo allora considerarli semiti sotto il profilo etnico? Per rispondere affermativamente, bisognerebbe essere in grado di ricostruire la genealogia degli Ebrei e di ricondurla fino a Sem figlio di Noè. Cosa praticamente impossibile.

    Un fatto è certo: all'etnogenesi ebraica hanno contribuito elementi razziali di varia provenienza, acquisiti attraverso il proselitismo e quei matrimoni misti ("i matrimoni con le figlie di un dio straniero") contro i quali tuonavano inutilmente i profeti d'Israele. "A partire dalle testimonianze e dalle tradizioni bibliche, - scrive uno studioso ebreo - si deduce che perfino agli esordi della formazione delle tribù d'Israele queste erano già composte di elementi razziali diversi (...). A quell'epoca troviamo in Asia Minore, in Siria e in Palestina molte razze: gli Amorrei, che erano biondi, dolicocefali e di alta statura; gli Ittiti, una razza di carnagione scura, probabilmente di tipo mongoloide; i Cusciti, una razza negroide; e parecchie altre ancora. Gli antichi Ebrei contrassero matrimoni con tutte queste stirpi, come si vede bene in molti passi della Bibbia" (5).

    Secondo un autorevole geografo ed etnologo italiano, Renato Biasutti (1878-1965), "la questione della posizione antropologica o composizione razziale degli Ebrei non è infatti meno complessa e oscura" (6) di tante altre. "Una delle cause di ciò - egli spiega - sta nella difficoltà di raccogliere informazioni adeguate sui caratteri somatici di un gruppo etnico tanto disperso" (7). Occorre poi distinguere tra i gruppi ebraici dell'Asia e quelli dell'Europa e dell'Africa e, in particolare, tra i Sefarditi (il ramo meridionale della diaspora) e gli Aschenaziti (il ramo orientale). Se i Sefarditi si sono diffusi dal Nordafrica e dall'Europa mediterranea fino all'Olanda e all'Inghilterra, gli Aschenaziti hanno popolato vaste aree della Russia meridionale, della Polonia, della Germania e dei Balcani ed hanno fornito il contingente più numeroso al movimento colonialistico che ha dato nascita all'entità politico-militare sionista.

    Se per gran parte dei Sefarditi si può ipotizzare un'origine parzialmente semitica, benché non necessariamente ebraica (8), per quanto riguarda gli Ebrei aschenaziti, che rappresentano i nove decimi dell'ebraismo mondiale, le cose stanno in tutt'altra maniera, poiché la maggioranza di coloro che in età medioevale professavano il giudaismo erano cazari e "gran parte di questa maggioranza emigrò in Polonia, Lituania, Ungheria e nei Balcani, dove fondò quella comunità ebraica orientale che a sua volta divenne la maggioranza predominante dell'ebraismo mondiale" (9).

    L'affermazione di questa verità storica ha conseguenze devastanti sul mito sionista del "ritorno" ebraico in Palestina. È evidente infatti che, se la maggioranza degli Ebrei attuali trae origine dai Cazari, la pretesa sionista viene destituita del suo fondamento, poiché i discendenti slavizzati di un popolo turcico originario dell'Asia centrale non possono certamente vantare alcun "diritto storico" su una regione del Vicino Oriente.




    Note:
    1. Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, Vocabolario illustrato della lingua italiana, Selezione dal Reader's Digest, Milano 1967, vol. I, p. 146. E' interessante notare che, mentre l'antisemita è "reo", ossia "colpevole di un reato", secondo lo stesso Devoto-Oli non sono affatto rei coloro che nutrono avversione nei confronti di altri gruppi umani. "Anticristiano" infatti significa semplicemente "ostile ai cristiani o alle loro dottrine" (op. cit.,vol. I, p. 142); "antitedesco", chi è "storicamente o politicamente avverso ai tedeschi" (op. cit., vol. I, p. 147); perfino "antidemocratico" è agg. e s. m. che designa, senza esprimere giudizio di condanna, ogni "persona, atteggiamento o movimento che ostacola la democrazia, i suoi principi sociali e politici" (op. cit., vol. I, p. 142).

    2. G. Devoto - G. C. Oli, op. cit., p. 146.
    3. P. G. J. Pulzer, The rise of political anti-Semitism in Germany and Austria, Wiley, New York 1964, pp. 49-52.

    4. Va detto però che alcuni studiosi contestano la matrice tedesca dello yiddish, ipotizzandone l'origine dalla rilessificazione di un dialetto sorabo parlato dai discendenti di nuclei balcanici (e probabilmente anche caucasici e slavo-avari) che si erano convertiti al giudaismo. "I do not accept - dichiara uno di loro - the common view that Yiddish is a form of German. I believe that Yiddish arose approximately between the 9th and 12th centuries when Jews in the mixed Germano-(Upper) Sorbian lands of present-day Germany 'relexified' their native Sorbian, a West slavic language" (Paul Wexler, Yiddish evidence for the Khazar component in the Ashkenazic ethnogenesis, in: The World of the Khazars. New Perspectives. Selected Papers from the Jerusalem 1999 International Khazar Colloquium hosted by the Ben Zvi Institute, edited by Peter B. Golden, Haggai Ben-Shammai and Andras Rona-Tas, Brill, Leiden-Boston, 2007, p. 388). A parere di Wexler, lo yiddish costituirebbe un'ulteriore conferma della presenza di una fondamentale componente cazara nell'etnogenesi aschenazita. Cfr. P. Wexler, The Ashkenazic Jews. A Slavo-Turkic people in search of a Jewish identity, Columbus, Ohio, 1993; Idem, Two-tiered relexification in Yiddish: the Jews, the Sorbs, the Khazars and the Kiev-Polessian dialect, Berlin-New York, 2002.

    5. M. Fishberg, The Jews: A Study of Race and Environment, The Walter Scott Publ. Co., London-New York, 1911, p. 181.

    6. Renato Biasutti, Le razze e i popoli della terra, vol. II (Europa - Asia), UTET, Torino, 1967, p. 563.

    7. Ibidem.
    8. Paul Wexler, The non-Jewish origins of the Sephardic Jews, Albany, 1996.
    9. Arthur Koestler, La tredicesima tribù, UTET, Torino 2003, p. 119. Circa il contributo determinante dato dall’elemento cazaro all’etnogenesi del “popolo ebraico”, cfr. C. Mutti, Chi sono gli antenati degli Ebrei?, “Eurasia. Rivista di Studi Geopolitica”, a. VI, n. 2, maggio-agosto 2009.

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: Questione ebraica e rapporto coi popoli semiti: cosa ne pensate?

    Originariamente Scritto da Friedrich W. Nietzsche, Genealogia della morale
    Tutto quanto è stato fatto sulla terra contro “i nobili”, “i potenti”, “i signori”, “i depositari del potere” non merita una parola in confronto a ciò che contro costoro hanno fatto gli Ebrei; gli Ebrei, quel popolo sacerdotale che ha saputo infine prendersi soddisfazione dei propri nemici e dominatori unicamente attraverso una radicale trasvalutazione dei loro valori, dunque attraverso un atto improntato alla piú spirituale vendetta. Questo soltanto si conveniva appunto a un popolo sacerdotale, a un popolo dalla piú compressa avidità di vendetta sacerdotale. Sono stati gli Ebrei ad avere osato, con una terrificante consequenzialità, stringendolo ben saldo con i denti dell’odio piú abissale (l’odio dell’impotenza), il rovesciamento dell’aristocratica equazione di valore (buono = nobile = potente = bello = felice = caro agli dèi), ovverossia “i miserabili soltanto sono i buoni; solo i poveri, gl’impotenti, gli umili sono i buoni, i sofferenti, gli indigenti, gli infermi, i deformi sono anche gli unici devoti, gli unici uomini pii, per i quali soli esiste una beatitudine – mentre invece voi, voi nobili e potenti, siete per l’eternità i malvagi, i crudeli, i lascivi, gl’insaziati, gli empi, e sarete anche eternamente gli sciagurati, i maledetti e i dannati!”... Sappiamo chi ha raccolto l’eredità di questa trasvalutazione giudaica... Riguardo alla mostruosa e smisuratamente funesta iniziativa che gli Ebrei hanno assunto con questa dichiarazione di guerra, la piú radicale di tutte, ricordo quanto ebbi a scrivere ad altro proposito (“Al di là del bene e del male”, p. 118) – che ha inizio cioè con gli Ebrei la rivolta degli schiavi nella morale, quella rivolta che ha alle sue spalle una storia bimillenaria e che oggi non abbiamo piú sotto gli occhi per il semplice fatto che – è stata vittoriosa...
    Originariamente Scritto da Julius Evola, Tre aspetti del problema ebraico
    Dovunque viene meno l'assunzione eroica, trionfale, virile del divino e viene esaltato il pathos di un'attitudine servile, spersonalizzante, ibridamente mistica e messianica rispetto allo spirito - là ritorna l'originaria forza del semitismo, dell'antiarianità.
    Questo è il problema ebraico e non concerne gli ebrei come individui quanto un'infezione che ha sconfinato rispetto alla sua originaria sede etnica. La pulizia va fatta nelle nostre teste liquidando ogni residuo di ressentiment. Il resto è una faccenda politica o geopolitica o di altro genere fra le altre che vanno affrontate.

  6. #6
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    Predefinito Riferimento: Questione ebraica e rapporto coi popoli semiti: cosa ne pensate?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Cosa ne pensate? Esiste una 'questione ebraica'? E se sì, in che livelli si articola? Il discorso può rientrare in una più ampia dicotomia che vede i popoli ario-europei in contrasto con la mentalità 'arabo-magica', per usare un termine spengleriano, dei popoli semiti?
    Così almeno sosteneva Evola, a prescindere dalla continuità genetica delle tribù cazare:

    Originariamente Scritto da Julius Evola, Tre aspetti del problema ebraico
    Esiste, in genere, una visione del mondo, della vita e del "sacro" specificamente semitica? Questo è il punto fondamentale. La parola "semitico", come tutti sanno, implica un concetto più vasto che non il semplice "ebraico", ed è con intenzione che noi qui l'usiamo. Noi infatti crediamo che l'elemento ebraico non si possa separare nettamente dal tipo generale della civiltà diffusasi anticamente nell'intero bacino orientale del Mediterraneo, dall'Asia Minore fino al limite dell'Arabia: per notevoli che possano pur essere le differenze fra i singoli popoli semitici. Senza un esame complessivo dello spirito semita, varii aspetti essenziali dello stesso spirito ebraico in azione in tempi più recenti sono condannati a sfuggirci.

  7. #7
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    Lightbulb Riferimento: Questione ebraica e rapporto coi popoli semiti: cosa ne pensate?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Apro questo topic per cercare di discutere un po' seriamente - e possibilmente senza violare l'attuale Legge Mancino :sofico: - della questione ebraica e del rapporto con i popoli semiti.
    Cosa ne pensate? Esiste una 'questione ebraica'? E se sì, in che livelli si articola? Il discorso può rientrare in una più ampia dicotomia che vede i popoli ario-europei in contrasto con la mentalità 'arabo-magica', per usare un termine spengleriano, dei popoli semiti?
    L'anti-giudaismo è valido solo su base razziale o ha una valenza 'teologica'?

    Prego hefico:
    Penso che l'Israele biblico dovrebbe essere un modello per noi.

    E anche quello post-biblico, quantomeno sulle politiche etniche.
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  8. #8
    SMF
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    Predefinito Riferimento: Questione ebraica e rapporto coi popoli semiti: cosa ne pensate?

    Citazione Originariamente Scritto da Prinz Eugen Visualizza Messaggio
    Così almeno sosteneva Evola, a prescindere dalla continuità genetica delle tribù cazare:
    E non a torto il Barone affermava anche:

    L'Ariano ha il piacere dell'indipendenza e della differenza, ha ripugnanza per ogni promiscuità: ma ciò non gli impedisce di obbedire virilmente, di riconoscere un capo, di aver l'orgoglio di servirlo secondo un legame liberamente stabilito, guerriero, irreducibile all'interesse, a tutto ciò che si può vendere e comprare, e, in genere, volgere in termini d'oro. Bhakti - dicevano gli Ariani d'India; fìdes - dicevano i Romani; fides - si ripeteva nel Medioevo; Trust, Treue - saranno le parole d'ordine del regime feudale. Se nelle stesse comunità religiose mithriache il principio della fraternità risentiva soprattutto della solidarietà virile di soldati impegnati in un'unica impresa (miles era il nome di un grado dell'iniziazione mithriaca), già gli Ariani dell'antica Persia fino all'epoca di Alessandro conoscevano la facoltà di consacrare non pure le loro persone e le loro azioni, ma i loro stessi pensieri ai loro Capi, concepiti come esseri trascendenti. Non una violenza, ma patimenti una fedeltà spirituale - dharma e bhakti - fondava fra gli Ariani d'India lo stesso regime delle caste nella sua gerarchia. Il contegno grave e austero, scevro di misticismo, diffidente verso ogni abbandono dell'anima, che fu proprio ai rapporti fra il civis e il pater romano e le sue divinità, ha gli stessi tratti dell'antico rituale dorico-acheo e della tenuta "regale" e dominatrice del brahmano o "casta solare" del primo periodo vèdico o degli atharvan mazdei. Nel complesso, è un classicismo del dominio e dell'azione, un amore per la chiarezza, per la differenza e per la personalità, un ideale "olimpico" della divinità e della superumanità eroica, insieme ad un ethos della fedeltà e dell'onore, a caratterizzare lo spirito ariano. Con ciò, seppure sommariamente, il punto fondamentale di riferimento è dato. Si tratta di tener presente i lineamenti di una antitesi ideale, da servire come filo conduttore fra tutto ciò che la realtà storica e lo stato complessivo delle civiltà ci mostra spesso allo stato di mescolanza: giacché sarebbe assurdo, per tempi che non siano assolutamente primordiali, voler ritrovare in qualche luogo l'elemento ariano o quello semitico allo stato assolutamente puro. Che cosa caratterizza la spiritualità delle civiltà semitiche in genere? La distruzione della sintesi ariana di spiritualità e virilità. Fra i Semiti abbiamo da una parte una affermazione Grassamente materiale e sensualistica, ovvero rozzamente e ferocemente guerriera (Assiria) del principio virile; dall'altra, una spiritualità devirilizzata, un rapporto "lunare" e prevalentemente sacerdotale rispetto al divino, il pathos della colpa e dell'espiazione, tutto un romanticismo impuro e incomposto, e, a lato, quasi come una evasione, un contemplativismo a base naturalistico-matematica.

    Julius Evola unofficial webSite - Il problema ebraico nel mondo spirituale, di Julius Evola

    hefico:
    Ultima modifica di Giò; 22-07-09 alle 20:54

  9. #9
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    Predefinito Riferimento: Questione ebraica e rapporto coi popoli semiti: cosa ne pensate?

    In breve,tento di rifarmi al fascismo.
    Quindi non mi considero antisemita o razzista verso le comunità ebraiche,ma devono scegliere,o fanno gli interessi della nazione ospitante o se ne vanno in America.
    Riguardo la religione essendo per la libertà religiosa...non mi pongo manco la questione,la risolverei alla Mussolini.
    Riguardo il sionismo penso che l'entità sionista sia illegittima,e che gli europei non debbano sostenerla,anche perché ne va dei loro interessi
    (rapporti con gli arabi ma non solo,vedi anche ingerenze mossad in Europa,etc,etc.)
    Poi ci sarebbe la questione dell'olocausto e della libertà di opinione messa in pericolo proprio dal sionismo(in quanto l'olocausto è per i sionisti una sorta di ricatto con il quale spremono soldi all'Europa,pertanto sono essi stessi a chiedere leggi repressive per difendere "la memoria").
    Per quanto riguarda invece gli altri popoli semiti dipende...no all'immigrazione di massa,si ai rapporti di buon vicinato e reciproci
    accordi come è successo con la Libia recentemente.

  10. #10
    SMF
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    Predefinito Riferimento: Questione ebraica e rapporto coi popoli semiti: cosa ne pensate?

    Citazione Originariamente Scritto da Kremator Visualizza Messaggio
    Penso che l'Israele biblico dovrebbe essere un modello per noi.

    E anche quello post-biblico, quantomeno sulle politiche etniche.
    L'Israele biblico è la dimostrazione di come un'élite guerriero-sacerdotale di origini ariane cercò di dare 'forma' ad una massa etnicamente disomogenea di persone.
    Infatti, la storia del popolo d'Israele - che apprendiamo attraverso il racconto biblico - è la storia di un popolo che viene punito da Dio per la sua continua infedeltà ai precetti della Legge trasmessa alla casta sacerdotale e guerriera da Dio, tramite Mosè. Infedeltà dovuta alla tendenza alla promiscuità - sia in senso spirituale che in senso razziale - del popolo ebraico.
    De facto, l'ebraismo mosaico è il tentativo di assoggettare ad un principio virile, uranico e solare l'animo semita, ben descritto da Evola nel passo riportato da me sopra.
    Poi, Evola in quell'articolo si lascia andare a conclusioni relative al Cristianesimo che io non condivido affatto, ma precisare questo è superfluo.
    Riprendendo il discorso, la sublimazione del 'fallimento' di questo tentativo è l'episodio della venuta di Cristo: non vedendo la potenza del Messia, il popolo ebraico si fa deicida e rivela ancora la sua natura.
    In tal senso San Giovanni Crisostomo ha scritto cose giustissime riguardo la mentalità giudaica.
    Ultima modifica di Giò; 22-07-09 alle 21:13

 

 
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