L'incubo di Beppe :«Preso a pugni da quella ragazzina» - Corriere Brescia
Aggredito lunedì 3 dicembre mentre faceva jogging al parco Tarello mentre voleva aiutare una teenagers ubriaca
Giuseppe Sellini dopo l'aggressione (Fotogramma/Bs)
I segni della brutale violenza subita li ha impressi sul volto: un occhio nero, il sinistro, e la fronte graffiata. Ma nonostante tutto sorride Giuseppe Sellini, 47 anni, imprenditore bresciano titolare della Visionova srl. Sorride nonostante il 3 dicembre sia stato aggredito alla fermata dell'autobus di via Malta dalla furia del branco «in rosa» che tornava da una festa a base di alcol e fumo, mentre lui faceva jogging da solo al parco Tarello.
Giuseppe Sellini, aggredito dal branco di 7 ragazze ubriache
Colpevole di aver offerto aiuto a una ragazza che stava male, è finito nel mirino di una decina di adolescenti inferociti (identificate sette ragazze di cui sei bresciane tra i 16 e i 22 anni e un giovane di 23). «È proprio la loro violenza che mi ha sconvolto. Soprattutto delle femmine. Volevano fare male». Non a caso, ad assestargli due cazzotti micidiali è stata proprio una ragazzina. Seduto accanto al suo legale, l'avvocato Giovanni Santini, Sellini chiede che la sua storia «non sia strumentalizzata». Perché lui si fida della sua città e delle nuove generazioni. Del resto Giovanni ha una figlia di 16 anni. Come ha reagito? «Vede, sa meglio di noi come possono andare le cose a quell'età. Le dirò, quando sono tornato a casa alle due del mattino mi ha fatto da infermiera. È stato più difficile con il piccolo, 12 anni, da cui non mi sono fatto vedere fino al giorno dopo!». La terribile sequenza che ha vissuto, la definisce «surreale», ma più che a un degrado sociale dilagante, Giovanni la attribuisce a un concatenarsi sfortunato di fattori: «Ero nel posto sbagliato al momento sbagliato». Sdrammatizza. E promette «continuerò a fare jogging, magari non da solo». E soprattutto, a offrire aiuto. Benché l'altruismo gli sia costato caro. «Ho notato quell'assembramento di ragazzi, ho capito che stava succedendo qualcosa».
Un gruppo stava prendendo a calci il bus, con i passeggeri barricati. E poi c'era lei, minorenne, seduta sotto la pensilina. «Una ragazzino mi si è avvicinato dicendomi che l'amica stava male, ho pensato volesse distogliere la mia attenzione. Le ho chiesto se avesse bisogno di aiuto: mi ha risposto di no. Aveva bevuto». Poi quella frase. «Ehi ragazzi, cosa fate, calma, che succede?». Per il branco, un affronto imperdonabile. «In tre hanno iniziato a sputarmi addosso e insultarmi. Poi sono arrivati gli altri». Rissa. «Ho cercato di allontanarmi». Niente da fare, secondo round. «Te ne vai eh? Sei un codardo, vieni qua, dai... Avevo davanti giovanissimi che si facevano scudo proprio del fatto di essere minorenni. E continuavano a provocare». Compresa lei, la ragazzina che l'ha preso a pugni e insultato: «Forza colpiscimi se ne sei capace...».
E i passanti? «Pochi, ma non si è fermato nessuno, come se quel branco fosse padrone della strada. Mi hanno atterrato un paio di volte, e colpito all'inguine». Gli amici, col senno di poi, a Giuseppe dicono «che avrei fatto meglio a ignorarli. Ma allora dovremmo accettare pure che domani il branco violenti mia figlia sotto gli occhi di chi se ne frega? Non ci sto. Credo che questa storia evidenzi una mancanza dei ruoli: adulto e minore. E forse i genitori di questi ragazzi dovrebbero riflettere. Come tutti noi».
Buonismo dilagante porta solo brutte cose. Basti pensare che se un insegnante rimprovera un alunno il giorno dopo si becca un pugno dai genitori.




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