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    Predefinito Yemen: Il caso di Abdulelah Haider Shaye, un giornalista troppo scomodo per gli USA

    Un giornalista arrestato per aver rivelato verità imbarazzanti sul governo del paese in cui vive; una pubblica protesta che persuade il Presidente di quel governo a rilasciarlo; una telefonata da parte di un Presidente straniero coinvolto che dissuade il leader dalla possibilità di rimettere in libertà il prigioniero: questa è la storia di Abdulelah Haider Shaye, un giornalista investigativo yemenita.

    Shaye, 35 anni, è stato arrestato nel gennaio del 2011 per volontà dell’allora presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh. L’accusa a suo carico è di aver fomentato attività terroristiche. La condanna è di 5 anni di reclusione, al termine dei quali Shaye sconterà altri 2 anni di sorveglianza da parte del governo yemenita. Ma cosa si nasconde dietro il capo d’accusa dell’imputato?

    Facciamo un passo indietro. E’ il 17 dicembre 2009 e il governo yemenita fa sapere al mondo di aver colpito con un’azione delle forze aeree un gruppo di trenta militanti di Al-Qaida, in un campo d’addestramento vicino al villaggio di Al-Majala nella provincia di Abyan, nel sud del paese. La comunità internazionale accoglie la notizia con un plauso e alcuni ufficiali della Casa Bianca confermano una presunta telefonata dello stesso Barack Obama ad Ali Abdullah Saleh, nella quale il presidente americano si congratulava con quello yemenita per gli sforzi del suo governo nella lotta contro Al-Qaida.

    Nei giorni seguenti al bombardamento, Shaye si reca ad Al-Majala per visitare il luogo dove è avvenuto l’attacco aereo. Ciò che scopre e che poi decide di rivelare è qualcosa che si discosta ampiamente dalla versione ufficiale fornita dal governo yemenita: resti di missili e bombe chiaramente marcati “Made in USA” e decine di corpi di civili adagiati al suolo, precisamente 21 bambini e 14 donne. Dei militanti di Al-Qaida nessuna traccia.

    Il governo yemenita non tarda a smentire la notizia e a rivendicare per sé la paternità dell’attacco. Il Pentagono preferisce non commentare. I fatti che si susseguono nei mesi successivi sembrano, però, dar ragione a Shaye: Wikileaks diffonde un’intercettazione diplomatica statunitense nella quale si riconoscono degli ufficiali yemeniti che scherzano su come abbiano mentito al parlamento circa il ruolo delle forze statunitensi nel bombardamento di Al-Majala. Anche Amnesty International conferma poi la versione di Shaye su quanto accaduto il 17 dicembre 2009.

    Il prezzo, però, che il giornalista yemenita si trova a pagare per aver rivelato la verità è alto. “Abdulelah è stato minacciato telefonicamente dalla Sicurezza Governativa svariate volte e poi è stato sequestrato per la prima volta, picchiato, messo sotto indagine per le sue affermazioni e le sue analisi sul bombardamento di Al-Majala e sulla lotta statunitense al terrorismo in Yemen”, afferma Abdulrahman Barman, legale di Shaye, “Io sono convinto che sia stato arrestato su richiesta degli Stati Uniti”.

    Shaye viene arrestato una seconda volta e una finta corte di sicurezza di stato firma la sua condanna. Collegare il giornalista ai terroristi di Al-Qaida è stato facile, grazie alla sua parentela con Abdul Majid al Zindani, fondatore della Imam University e sulla lista dei terroristi compilata dal Dipartimento di Stato americano. Una parentela, questa, che ha permesso a Shaye di intervistare più volte esponenti di Al-Qaida, senza però mai appoggiarli e, anzi, criticandoli aspramente.

    La storia di Shaye non impiega molto a colpire l’opinione pubblica yemenita. Varie sono state le proteste e le intercessioni affinché venisse liberato. E, infatti, a più di 30 giorni dal suo imprigionamento sembrava che per Shaye la libertà fosse ad un passo: Saleh si era detto disposto a perdonare il giornalista e a rilasciarlo. E’ bastata, però, una telefonata di Obama, nella quale il presidente statunitense esponeva le sue preoccupazioni relative al rilascio del giornalista, perché il presidente yemenita facesse un passo indietro.

    Era il 2 febbraio 2011. Oggi Shaye è ancora in carcere e, probabilmente, ci resterà fino a quando la sua verità non rappresenterà più una minaccia per la Casa Bianca.

    Yemen: Il caso di Abdulelah Haider Shaye, un giornalista troppo scomodo per gli USA

    NOtizia questa di qualche tempo fa, ma non è messa in evidenza dai media nazionali perchè non si tratta di un giornalista iraniano, cinese, siriano o russo, dovrebbe cadere sacra merda nelle teste dei difensori dei diritti umani a fasi alterne, ladri di nobel e buffoni di corte a seguito pronti a sbavargli nei loro deretani.
    Ultima modifica di Lawrence d'Arabia; 15-12-12 alle 20:24
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    Predefinito Re: Yemen: Il caso di Abdulelah Haider Shaye, un giornalista troppo scomodo per gli U

    Protestors increase demands for release of journalist Shaye | Yemen Times

    SANA’A, Dec. 4 – Several activists and journalists staged a protest on Tuesday near the Cabinet building, demanding the release journalist Abdulelah Shaye, who has been in prison for 32 months.

    Shaye gained attention in 2009 after suggesting the Al-Majalah village bombing in December 2009, which led to the deaths of women and children, was a U.S. action. He frequently reported on Al-Qaeda in the Arabian Peninsula (AQAP), and in August 2010, Shaye was arrested on suspicion of terrorism. Then President, Ali Abdullah Saleh was prepared to release Shaye in February 2011, but a personal call from U.S. President Barack Obama reportedly influenced Saleh, and Shaye remains in prison today, serving a five year sentence.

    Mohammed Al-Moraisi, a human rights activist, said Cabinet guards prevented them from protesting in front of the cabinet in accordance with Basindawa’s orders.

    Women Journalists Without Chains recently issued a statement calling on people to protest in front of the cabinet each Tuesday until Shaye’s release.

    Al-Moraisi said Human Rights Minister Horia Mashhour said in a previous meeting that it’s difficult to release Shaye because the U.S. embassy gave orders not to.

    “Although the former justice minister gave a written order to release Shaye, the embassy prevented it, according to Mashhour,” he said.

    Al-Moraisi said protestors sent three letters: one each to President Abdu Rabu Mansour Hadi, to Prime Minister Mohammed Salem Basindawa, and to the U.S. embassy, calling for Shaye’s release from prison.

    Khaled Haider, Shaye’s brother, called for the urgent release of his brother due to his deteriorating health condition. Shaye went on hunger strike two days ago but was convinced to stop because of his deteriorating condition.

    “Shaye is a political prisoner and is suffering a lot,” Haider said. “Unfortunately, he is in a Yemeni prison by American orders. We thought torture and injustice would be lifted up from Yemenis with the coming of a new regime, but justice standards are still dysfunctional.”

    Haider called on human rights organizations to continue protesting, saying Hadi is the relevant party who could release Shaye. He said protests must take place in front of Hadi’s house.

    The Yemeni journalist syndicate established a committee composed of several journalists in order to escalate protests. The committee’s plans included staging protests in front of the U.S. embassy and Hadi’s house, according to Thuraia Damaj, a member of the committee.

    “We are aggrieved because America is violating Yemeni sovereignty in the glare of all people. The former regime did many things to satisfy America, including Shaye’s imprisonment because he exposed the American practices in Yemen,” Haider said.
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