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    Ghibellino
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    Predefinito Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica?



    Parte 1
    All’interno degli ambienti radicali si guarda con sempre maggior interesse al nazionalcomunismo o, parimenti, al nazional bolscevismo. Molte iniziative recenti, non ultima la pubblicazione di dieci dvd dal titolo “Ci chiamavano nazi-mao” in vendita grazie al quotidiano Rinascita, hanno avvicinato un nuovo e curioso pubblico che vuole addentrarsi sempre più nella questione nazionalcomunista. La nascita di molti movimenti in questa direzione sottolinea una volta di più questo crescente interesse . Ma che cos’è il comunismo nazionale, definizione paradossale se si pensa all’internazionalismo che ha sempre caratterizzato i comunismi? Si tratta di un mito, di una deduzione utopica di alcuni intellettuali o, piuttosto, è una reale dottrina politica che sta lentamente assemblando i suoi meccanismi teorici? Per cercare di comprendere se esista o meno un comunismo nazionale dobbiamo tener ben presenti due postulati fondamentali. Il primo è diffidare completamente dei moderni gruppi che si rifanno a tale denominazione. Il motivo è abbastanza semplice: essendo il nazionalcomunismo debitore tanto dei nazionalismi, quanto dei socialismi, (come vedremo in seguito) ad oggi esistono unicamente gruppi che tendono a dare una connotazione spiccatamente nazionalista oppure fortemente socialista, finendo così per azzerare lo stesso senso rivoluzionario del nazionalcomunismo. Il secondo aspetto di fondamentale importanza riguarda il contesto storico. L’Europa degli anni venti e trenta del secolo scorso è stata la culla di nuove idee e nuovi metodi politici. La situazione economica ed internazionale aveva permesso il fiorire di nuovi sistemi. Accanto ai grandi pensatori come Lenin, Gramsci, Junger, Nietzsche, Spengler, e tanti altri, andavano sviluppandosi nuove cerchie culturali che molto spesso finivano per fondersi a vicenda, separarsi improvvisamente, mutare secondo direttive di diversi gruppi politici. Proprio in questi anni vede la luce il comunismo gerarchico di Ugo Spirito, il comunismo nazionale, il socialismo nazionale e tutta la cosiddetta “sinistra fascista”, i movimenti contadini tedeschi, il comunismo anarchico e l’anarchismo di destra, i futurismi, le comunità utopiche, i movimenti giovanili da quelli collettivisti fino a quelli conservativi, fino ad arrivare all’ascesa dei tre grossi blocchi totalitari: lo stalinismo, l’Hitlerismo e il fascismo italiano. Eppure, prima della nascita dei grandi totalitarismi del ‘900, la situazione politico-intellettuale era davvero caotica. Definire quindi il nazionalcomunismo, come una qualsiasi altra teoria politica dell’epoca, è davvero impresa ardua visto il contesto complesso e il frenetico mutare dei quadri politico-teorici. Non è una rarità imbattersi in pensatori che prima condividevano un medesimo epnsiero e, poco dopo, sparavano da opposte barricate. Tener ben presente che da un lato bisogna diffidare dei prodotti moderni e dall’altro bisogna essere estremamente cauti nelle valutazioni storiche, ci permette di affrontare la grossa incognita del nazionalcomunismo.



    Il tentativo nazionalbolscevico borghese

    Il nazionalcomunismo non poteva che svilupparsi in uno stato europeo dove fosse forte la lotta sociale e altrettanto radicato fosse il sentimento nazionale e tradizionale. In Francia nei primi del ‘900 si svilupparono piccole comunità borghesi che professavano un drastico rinnovamento sociale di giacobina memoria e un altrettanto forte attaccamento al contesto nazionale. Ma se dobbiamo scegliere quale fu la vera culla del nazionalcomunismo questa fu indubbiamente in Germania. La Germania di tardo ‘800 e fino agli anni 30 del ‘900 conservava tutte le dinamiche affinchè si venisse a creare un nuovo fronte politico fino ad allora sconosciuto; il nazionalcomunismo appunto. Vuoi per la sua posizione geografica che costringeva il Reich a guardare ad est verso lo sconfinato impero zarista e futuro impero comunista, vuoi per la crescita spaventosa di movimento comunisti e socialisti a seguito della pesante industrializzazione, vuoi per l’incredibile sviluppo culturale e politico o per il radicamento del senso della patria, dell’onore e dello junkerismo, la Germania non poteva che dar vita ad un complesso e dinamico fermento politico capace di generare le grandi eresie politiche del secolo scorso. Il Nazionalcomunismo o nazionalbolscevismo, espressioni ambigue e grottesche, rientrano in questo contesto tutto tedesco. Lo stato di Bismarck, inteso come una confederazione di stati tedeschi sotto il controllo del grande Reich prussiano, aveva dimostrato che la pretesa di creare un grande impero conservativo, militarista ed autoritario era pura utopia. Lo stato bismarckiano divenne ben presto uno stato borghese a sviluppo capitalistico, impregnato di valori tradizionali e autoritarismo. Tuttavia il sogno di creare uno stato moderno che conservasse le caratteristiche del Reich medioevale e dei suoi ordini cavallereschi era velocemente crollato. L’apertura libero-scambista aveva permesso il rapido sviluppo tanto della classe operaia, quanto di quella borghese, a scapito dei contadini, del piccolo artigianato e degli Junker. L’apertura economica favorì anche una profonda svolta geopolitica: la Germania guglielmina e post-bismarckiana guardava ora con maggior interesse all’Occidente europeo, alla Francia, all’Inghilterra e alle potenze economiche olandesi e svedesi, piuttosto che ai grandi regni ed imperi Orientali con cui aveva sempre tessuto importanti rapporti e accordi come dimostrano numerose relazioni con il regno Polacco, l’Impero Auburgico, l’impero Zarista e quello Ottomano. Dal canto loro le stesse potenze orientali stavano lentamente perdendo quell’importante mediatore tra la moderna Europa borghese, nazionale e capitalista e i vecchi imperi tradizionali e aristocratici. La Germania, testa di ponte del grande blocco euroasiatico o, per dirla con le parole di Mackinder, intermediario tra Hearland e Inner Crescent aveva perso il suo importante ruolo geopolitico per diventare parte integrante delle potenze Occidentali. Il culmine di questo tipo di politica estera fu la caduta della Triplice Alleanza e il non rinnovamento dell’importantissimo Trattato di Controassicurazione con la Russia che simboleggiava l’ultimo gancio in grado di legare Germania e Russia. L’imborghesimento e l’occidentalizzazione della Germania comprendeva ovviamente anche una nuova politica estera. La Francia, da sempre avversa ai popoli tedeschi, decise una nuova alleanza proprio con la Russia così da contrastare il Reich nelle grande sfida borghese dell’egemonia europea. In questa situazione, volente o nolente, la Germania fu costretta a guardare nuovamente ad Est contro i potenziale nemico Russo (cosa che puntualmente accadde con lo scoppio della prima guerra mondiale). In questo nuovo contesto di politica estera la Germania occidentale e borghese, minacciata ad Occidente dalla Francia e ad Oriente dalla Russia, dovette creare il Nazionalbolscevismo. In questo senso il nazionalbolscevismo tutto era tranne che una dottrina politica, economica o sociale, si trattava piuttosto di una creazione che rispondeva a delle ben chiare necessità di politica estera. La Germania, per cercare di coprirsi almeno ad Oriente, doveva supportare i più caparbi nemici della Russia Zarista: i bolscevichi! A questa necessità della politica borghese tedesca si deve la nascita del nazionalbolscevismo che, sin dal nome, rende chiaro l’obbiettivo: la sicurezza nazionale passa per il supporto al bolscevismo per indebolire il nemico russo. Nel 1913 vennero pubblicati a Berna dei documenti segreti che vennero intitolati “La congiura tedesco-bolscevica” ove era documentata l’intera politica estera dello Stato Maggiore tedesco. I documenti trattavano tanto dell’impresa di portare Lenin in Russia con dei treni organizzati e “fortificati”, quanto dei fondi donati dalla Reichsbank alle milizie bolsceviche russe. La congiura tedesco-bolscevica è un dato fondamentale ai fini della nostra intagine storica. Questi documenti non solo testimoniano come il nazionalbolscevismo altro non fosse che uno strumento della politica estera germanica volto ad indebolire il nuovo nemico, ma ci permettono di osservare attentamente anche il cambiamento della società tedesca. L’aiuto economico, militare e logistico del Reich ai rivoluzionari russi fu quindi opera di uno stato ormai impregnato dai valori e dall’etica borghese, e che usò tali mezzi per difendere la propria supremazia economica e la propria struttura tributaria. Il vecchio stato prussiano, fortemente reazionario e aristocratico, aveva quindi lasciato libero spazio alla nascente repubblica di Weimar, massima espressione della corruzione borghese, dell’instabilità politica e del disastro sociale. Ci fu, negli stessi anni, un tentativo nazionalbolscevico che non risponde alle necessità geopolitiche della Germania guglielmina; fu un tentativo isolato che però merita di essere discusso. In quegli anni, prima del trattato di Versailles, il conte Ulrich zu Brockdorff-Rantzau, discendente di un’importante famiglia Junker che vantava importanti ufficiali al servizio del Regno di Danimarca prima e di Prussia dopo, cercò di dare un senso ideologico al nazionalbolscevismo. Rantzau si formò politicamente nella cerchia, sempre più ristretta, di Junker ultra-conservatori da cui venne progressivamente allontanato per le sue eccessive simpatie socialiste; tanto che qualche anno dopo gli venne attribuito, in modo dispregiativo, il soprannome di “Conte Rosso”. Rantzau, aristocratico della regione dell’Holstein, abbandonò la vita di palazzo per dedicarsi alla politica attiva. Fu uno degli ideatori della congiura prussiano-bolscevica e uno degli accompagnatori di Lenin in Russia e soprattutto fu il rappresentante della sconfitta Germania ai trattati di Versailles. Secondo il “Conte Rosso” proprio il trattato di pace doveva sancire la nascita di una nuova rivoluzione germanica. Una rivoluzione che fosse in grado di fondere la tradizione culturale germanica con la nuova ondata rivoluzionaria socialista e comunista. Non a caso il discorso, mai pronunciato, che Rantzau avrebbe dovuto tenere davanti ai politici della repubblica di Weimar sarebbe terminato con questa celebre esortazione:


    “[...] l’implacabile dichiarazione di guerra contro il Capitalismo e l’Imperialismo, dei quali la pace di Versailles è il documento progettuale.”

    La rivoluzione socialista avrebbe dovuto sollevare l’intera spiritualità del popolo tedesco, un popolo di contadini e di soldati, contro il nemico Occidentale, borghese, capitalista ed imperialista. Il nemico era quel modello Occidentale che aveva prima sconfitto la gerarchia e la reazione del Reich durante la Grande Guerra, e poi umiliato un popolo ridotto alla fame e alla povertà con il trattato di Versailles. Quando Rantzau si fece portavoce di questa nuova politica venne seguito da pochi; solo alcuni Junker che avevano rigettato la politica reazionaria e alcuni circoli comunisti lo seguirono. Brockdorff-Rantzau si trovò quindi unico rivoluzionario tedesco in una società di piccolo borghesi e di operai illusi. La borghesia e l’aristocrazia, come abbiamo visto, dopo il trattato di Versailles scesero a compromessi con i comunisti non per pensiero politico, ma per una chiara necessità strategica. Se la borghesia tedesca cercava di sfuggire alla durezza e all’ingiustizia del trattato alleandosi provvisoriamente ai comunisti, i comunisti tedeschi, divisi sugli strumenti di lotta e sugli obbiettivi, non riuscivano a risvegliare quel forte sentimento pattriottico, così sentito in Germania, che sarebbe stata la miccia di una nuova rivoluzione. Il Conte e i suoi seguaci apparivano quindi come figure quasi estanee e, tutto sommato, tragiche, schiacciate dalla forza degli eventi che travolgevano i loro progetti e sogni politici. Eppure, nonostante il tentativo nazionalbolscevicco del “Conte Rosso” fosse stato superato dal corso degli eventi e non avesse trovato grosso seguito nè a livello teoretico, nè a livello d’azione politica, tanto da poter essere considerato l’ennesimo tentativo nazionalbolscevico borghese, qualche cosa, in lontananza, si stava muovendo. Già nel Novembre del 1919, 5 mesi dopo l’accordo di Versailles, ad Amburgo ci furono numerosi incontri tra teorici pan-germanici e comunisti radicali del calibro di Wolffheim. Questo primo nucleo nazionalbolscevico in senso stretto si radunò intorno alla cerchia di Laufenberg e dello stesso Wolffheim, nonchè alla loro rivista “Freie Vereinigung zum Studium des deutschen Kommunismus” (Libera associazione per lo studio del comunismo), su cui scrivevano anche conosciuti nazionalisti provenienti dall’aristocrazia degli Junker che si erano inizialmente avvicinata ai movimenti comunisti per motivi di politica estera. Attorno a questo piccolo nucleo nazionalbolscevico si formarono importanti personalità di intellettuali, politici e militanti, come i fratelli Gerhard e Albrecht Guenther che, tra le tante iniziative, scrisse l’emblematico saggio “Der Kommunismus – eine nationale Notwendigkeit. Offener Brief an Herrn Generalmajor von Lettow-Vorbeck” ( Il Comunismo – una necessità nazionale. Lettera aperta al Maggiore Generale von Lettow-Vorbeck). Da Amburo la prima ondata nazionalbolscevica mosse verso la Germania Orientale, passado anche per Berlino dove il movimento venne amministrato dal Consigliere di Stato Sevin e dal comunista radicale Fridrich Wendel. Un ulteriore spinta al nazionalbolscevismo venne data dall’ingresso nel movimento dei famigerati Corpi Franchi, nazionalisti che ormai delusi dalla politica reazionaria e borghese, nonchè dal fallito putsch di Kapp, decisero di entrare in contatto con il proletariato rivoluzionario. Fuorno moltissimi in nazionalisti pan-germanici che rigettarono il nazionalismo fino ad allora inteso come esasperazione della nazione borghese, a favore di un nuovo nazionalismo proletario il cui fondamendo era la figura del lavoratore e del contadino come depositario della cultura di un intero popolo e di un intera nazione. Anche nelle più alte cariche dell’esercito si svilupparono tendenze nazionalbolsceviche come riferisce il conte Reventlow, secondo cui secondo cui le divisioni di frontiera i Turingia e Prussia Orientale ormai cercavano una politica di interscambio con i comunisti locali, mentre ufficiali e capitani, come Erhardt, portavano avanti delle vere e proprie missioni di propaganda, seguiti da altrettanti accordi e colloqui segreti le cui basi comuni erano la rinnovata alleanza con l’Impero Russo di Lenin, la nascita di uno stato germanico-sovietico militarmente armato contro l’Occidente borghese, e la sollevazione delle masse proletarie e, per così dire, nazionaliste. La guerra Russo-Polacca fu un possibile trampolino di lancio per i nascenti gruppi nazionalbolscevichi. Quel che risulta certo dallo studio di alcuni trattati non ufficiali, ma segreti e personali, è che molti ufficiali dell’esercito tedesco cercarono di aiutare l’Armata Rossa nella sua discesa verso Varsavia. Per di più si trattava di pezzi da novanta come il Ministro della Difesa o come il Capo della Direzione dell’Esercito, piuttosto che il generale Schleicher o il generale e barone von Hammerstein. Non sono sempre chiari i rapporti che intercorsero tra gli ufficiali delle Forze Armate del Reich e l’Armata Rossa, quel che è certo è che entrambe le parti si mossero per cercare di tagliare fuori da una parte dal borghesia antibolscevica tedesca e dall’altra l’immenso gruppo socialdemocratico antimilitarista. Questa prima esperienza nazionalbolscevica si conclude con il Trattato di Rapallo sui cui tavoli Russia comunista e Repubblica tedesca si trovarono più volte in forte sintonia. Certo il Trattato di Rapallo con cambiò nulla all’orientamento filosofico del nazionalbolscevismo, ma piuttosto rientrava in quelle scelte di realpolitik operata dalla classe borghese tedesca, indi per cui anche gli accordi tra Russia e Germania a Rapallo rientrano a pieno diritto nel nazionalbolsvevismo di estrazione borghese. Ciò non toglie che non furono certo pochi i politici e gli intellettuali che, con grande lungimiranza, videro il trattato come un nuovo inizio della politica estera tedesca e un successivo rinnovamento rivoluzionario della nazione stessa. Uno di questi pensatori fu il barone von Maltzau che non a caso venne pubblicamente denigrato su alcune riviste ultra nazionaliste, reazionarie e anticomuniste serbe che accusavano Maltzau di una nuova congiura prosso-bolscevica, fantasticando su accordi segreti che avrebbero trasformato di li a poco la Germania in uno stato sovietico e l’armata del Reich in una riserva europea dell’Armata Rossa. Purtroppo le politiche estere filo-orientali sancite dal trattato di Rapallo non vennero seguite a dovere, preferendo alla Russia comunista i piani economici statunitensi e le intromissioni di fondi anglosassoni.



    La conseguenza quindi più importante del Trattato di Rapallo fu la nomina del “Conte Rosso” Brockdorff-Rantzau ad Ambasciatore a Mosca. Lavoro a Mosca per anni con una forza di volontà e una sistematicità non indifferenti, ottenendo anche due importanti successi: nel 1925 la stesura del Contratto consolare e marittimo russo-tedesco e, nell’aprile del 1926, il Trattato di Berlino o Rantzau , che avrebbe dovuto riconfermare gli accordi presi a Rapallo. Il paradosso fu che quasi contemporaneamente, nello stesso aprile, la Germania firà anche il Trattato di Locarno con cui la nazione tedesca si impegnava ad entrare nella Società delle Nazioni. Il “Conte Rosso” si impegnò fino all’ultimo affinchè la Germania non firmasse il Trattato di Locarno, pensando anche di dimettersi in forma di protesta. Si dice che Rantzau affermò, dopo la firma, di aver commeso il più grosso errore politico nel non essere stato in grado di dimostrare ai tedeschi che una politica estera filo-russa non poteva andare di pari passo ad un asservimento in politica interna all’Occidente di Versailles. Con Locarno si chiude il primo tentativo nazionalbolscevico, dimostrando l’impossibilità, all’interno di uno stato capitalistico e borghese, di promuovere una politica estera rivoluzionaria partendo da dei paradighi conservatori.
    Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica? (pt.1) | Centro Studi l'Arco e la Clava
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    Ghibellino
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    Predefinito Re: Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica?

    parte 2

    Lo scorso articolo abbiamo analizzato il tentativo “borghese” che ha portato, in Germania, ad una politica estera che potremmo definire nazional-comunista. Come abbiamo più volte ripetuto questa rivoluzione tedesca nella politica internazionale è dettata da delle chiare necessità geo-strategiche a seguito dei trattati di pace di Versailles. Eppure, nonostante questo primo tentativo fosse meramente strategico e poco ideologico, andava via via formandosi un universo politico fatto di metodi, immagini, estetica e dottrine che avrebbe portato la Germania di Weimar ad essere la culla dei socialismi novecenteschi.

    Il tentativo nazionalcomunista delle sinistre tedesche

    Quasi contemporaneo al tentativo nazionalbolscevico borghese si andò sviluppando, con minori difficoltà, un tentativo nazionalcomunista fortemente voluto da importanti frange dei movimenti e dei partiti comunisti tedeschi. Le politiche estere di Rantzau infatti dimostravano tutti i loro limiti nel momento in cui si ambiva ad una liberazione nazionale dal cappio dell’Occidente, mantenendo però invariato l’assetto economico e sociale di chiara estrazione liberale e liberoscambista. Il tentativo nazionalcomunista voluto dalle sinistre estreme tedesche mirò ad ottenere il medesimo risultato cambiando però anche il paradigma socio-economico. Dopo il fallimento del nazionalbolscevismo ci si chiedeva ormai se il socialismo proletario avrebbe condotto alle nuove prospettive politiche che il borghese filo-sovietico non aveva saputo raggiungere. Per studiare il fenomeno che vide trasformare molti gruppi comunisti in vere e proprie organizzazioni nazionalcomuniste, in uno dei fenomeni più caratteristici della storia successiva alla Grande Guerra, è bene sciogliere ogni dubbio. L’estremismo socialista tedesco che guardava con interesse alla Russia dei soviet ed alla liberazione nazionale dall’Occidente faceva riferimento ai partiti più radicali in aperto contrasto con la socialdemocrazia, reputata un partito di sinistra riformista che agiva comunque in una sfera politica liberale e liberista. Premesso ciò bisogna dire che la storia del nazionalcomunismo inizia più o meno contemporaneamente a quella del nazionalbolscevismo, e quindi immediatamente dopo il crollo dell’impero del Kaiser. Da questo momento, passando per i trattati di Versailles, fino alle rivolte e alle occupazioni della Ruhr, il nazionalcomunismo è legato ai nomi di due importanti comunisti radicali: Heinrich Laufenberg e Fritz Wolffheim diventati importanti personaggi politici a seguito dell’insurrezione popolare di Amburgo nel 1918 e della forte lotta di propaganda contro la condotta bellica della socialdemocrazia. Già nel 1915 i due pubblicarono un breve saggio dal titolo “Grundlinien proletarischer Politik” (linee fondamentali di politica proletaria) dove veniva espresso un primo e forte legame tra la classe proletaria e lo spirito nazionale:


    “Rimane riservata alla politica proletaria la realizzazione dell’unità nazionale contro al particolarismo dei singoli Stati [...] Ma solamente allorquando il Volk divenga signore dello Stato, il proletariato tedesco potrà influenzare in modo efficace la politica estera del paese. “

    Allo scoppio della rivoluzione russa Wolffheim procedette ad una forte politica di propaganda negli ambienti industriali e nell’esercito per cercare di dar vita ad un insurrezione popolare. In molti manifesti e volantini dell’epoca si incita alla rivolta proletaria, alla creazione di una repubblica socialista e, a sorpresa, di una guerra di liberazione nazionale ad opera del proletariato tedesco contro l’oppressore occidentale e capitalista. Proprio in quegli stessi anni Wolffheim partecipò alle riunioni di socialisti, comunisti, nazionalisti e pensatori pangermanici che abbiamo trattato nel corso dello scorso articolo. La cerchia formata dai seguaci di Laufenberg e Wolffheim si associarono pochi mesi più tardi ai comunisti dello Spartakus-Bund dove cercarono di proporre la loro politica nazionalcomunista. L’abilità retorica dei due politici e la loro politica moderna e sconosciuta negli ambienti comunisti fece crescere il loro seguito. Negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione d’ottobre si è calcolato che i simpatizzanti per le teorie nazionalcomuniste all’interno dello Spartakus-bund fossero quasi la metà degli aderenti al partito. Ben presto però le due frange comuniste entrarono in aperto conflitto tanto che nell’ottobre del 1919 avvenne una vera e propria scissione con la fuoriuscita della Hamburger Richtung” dal partito. Il risultato fu che Laufenberg e Wolffheim dovettero avvicinarsi al Partito Comunista dei Lavoratori formando un nuovo e vasto schieramento all’interno del KPD. Questa operazione politica ebbe due risvolti importanti che sancirono il fallimento del tentativo nazionalcomunista da parte dell’estremismo rosso. La scissione dagli spartachisti fece si che numerosi comunisti fino ad allora attratti dalle nuove proposte di Laufenberg e compagni, abbandonassero quel tipo di politica per tornare su posizioni internazionaliste e, tanti più comunisti si allontanavano, tanti più diventavano fondamentali gli incontri con le cerchie naziona-borghesi mosse dai strategie politiche filo-sovietiche, tanto più dopo il fallimento del colpo di stato da parte del Kapp che aveva dimostrato ai Corpi Franchi l’impossibilità di una restaurazione dello Stato d’anteguerra. All’interno del KPD seguirono altre scissioni dettati da moventi personali o di poco conto, ma che di fatto sancirono la sconfitta politica del nazionalcomunismo. Tuttavia Wolffheim e Laufenberg non si diedero per vinti e, consci dell’impossibilità di formare un partito nazionalbolscevico con politici comunisti, si dedicarono all’attività pubblicistica come dimostrano il Kommunistische Arbeiter zeitung e lo Hamburger Wolkswart, entrambe pubblicati ad Amburgo per diversi mesi nei primi anni ‘20. Inoltre venne messo in moto un raggruppamento che non faceva capo ad alcun partito e il cui compito era “infiltrarsi” all’interno di grosse riviste lanciando delle velate proposte nazionalcomuniste che, in ultima analisi, avevano un compitodisgregativo ed insurrezionale. Da questo tentativo si svilupparono la già menzionata “Libera Associazione per lo studio del comunismo tedesco”, piuttosto che il periodico “Bund der Kommunisten” intorno al quale si raggrupparono le federazioni rivoluzionarie senza guida partitica e che nel 1922 formarono il “Bund fur Volk, Freiheit und Vaterland” (Federazione per il Popolo, la Libertà e la Patria). I tentativi dei seguaci di Laufenberg e Wolffheim si conclusero qualche anno dopo con un nulla di fatto. Il grande fermento politico-culturale a cui avevano dato vita non raggiunse delle chiare vittorie a livello politico. Una seconda ondata nazionalcomunista, molto più vibrante rispetto a quella appena trattata, scosse la Germania qualche anno più tardi, nel 1921. Questa volta teatro della nuova insurrezione comunista e nazionale fu Monaco. In quell’anno i diktat parigini obbligarono lo scioglimento delle “einwohner Wehren” (Difese dei cittadini) scatenando l’ira di nazionalisti e comunisti bavaresi che, riunitisi nella rivista “Neue Zeitung” incitavano l’insurrezione e la spartizione delle armi tra Corpi Franchi e brigate comuniste al fine di una rivolta popolare contro l’oppressore francese. Nonostante la violenza delle insurrezioni nulla potè fermare il disarmo della zona bavarese e della Ruhr. Risulta curioso notare che oltre alla Francia, anche numerosi comunisti e conservatori contrastarono il nazionalcomunismo bavarese. Radeck, importante figura del KPD e successivamente dirigente del Komintern, scrisse proprio in quei mesi insieme a Thalheimer, un conosciuto comunista tedesco, un saggio dal titolo “Gegen den nationalbolschewismus” (Contro il Nazionalbolscevismo) che non solo rappresentava il punto di vista di numerosi comunisti tedeschi vedeli alla linea internazionalista, ma rappresentava anche l’opinione ufficiale della Russia di Lenin che nel suo saggio “Estremismo, malattia infantile del comunismo“, dopo aver lodato Wolffheim per le sue abilità retoriche, tuonava: “quelle assurdità che gridano al cielo, del Nazionalbolscevismo…”. Ancor più curioso è che due anni più tardi è proprio lo stesso Radeck a dare vita ad una nuova ondata nazionalcomunista. In due anni la situazione internazionale è fortemente mutata. Da un lato l’idea di una rivoluzione comunista mondiale sembra venir messa da parte e la nuova politica Russa. Nel 1922 un georgiano conosciuto in tutto il mondo come Stalin diventà segretario generale del Comitato centrale e iniziò a diffondere all’interno del partito le sue teorie politiche che rivelavano un forte attaccamento al territorio russo, “Madre Russia”. Di li a pochi anni, nel 1926 Stalin sarebbe diventato l’unico vero punto di riferimento del Comitato Centrale, aveva inizio lo stalinismo e la rinascita economica, sociale e tradizionale della Russia. Se l’internazionalismo di Marx era stato messo da parte dai comunisti russi, in Germania l’occupazione della Ruhr da parte dei francesi aveva scatenato le ire del popolo tedesco. Il deciso cambio di posizione di Radeck è quindi spiegabile in virtù di questo cambiamento politico internazionale. Proprio nel ‘22 il politico tedesco tenne un memorabile discorso che apriva una “santa alleanza” tra i nazionalisti tedeschi e i rivoluzionari comunisti. A rispondere alla chiamata fu il conte Reventlow e i suoi seguaci nazionalbolscevichi. Il nuovo raggruppamento nazionalcomunista crebbe vistosamente tanto da fagocitare anche uno dei giornali comunisti più importanti di tutta la Germania: il Rote Fahne. Proprio il giornale comunista si fece garante della pubblicazione di numerosi saggi che incitavano i comunisti tedeschi a scendere in guerra al fianco dei nazionalisti per “percorrere un tratto di strata insieme”. Eppure, al di là della mera strategia politica, i saggi pubblicati e supportati dalla “Rote Fahne” ebbero il merito di gettare le basi per una reale dottrina politica nazionalcomunista. Fu proprio su uno di questi pamphlet, il “gewissen“, che un socialista, Moeller van den Bruck iniziò a vagheggiare una sorta di “bolscevismo prussiano”. La nuova politica del “Rote Fahne” veniva supportata a distanza dall’immensa propaganda sovietica che non nascondeva certo le spiccate venature nazionaliste e patriottiche. Il messaggio politico era forte e chiaro, come testimoniano le parole di Sinojews proprio dal giornale comunista tedesco:


    “La nazione tedesca verrà spinta nel baratro se il proletariato non la salverà. La nazione tedesca o morirà di fame e crollerà sotto la dittatura della baionetta francese, o verrà salvata dalla dittatura del proletariato. [...] La nazione decade. L’eredità del proletariato tedesco, risultato delle pene di generazioni di operai, è minacciato dallo stivale militare della soldatesca francese e dalla vile, debole, prostituta borghese tedesca. Soltanto il proletariato potrà salvare la Nazione.[...] E’ il popolo operoso che nella sua lotta contro i persecutori e gli sfruttatori, e a maggior ragione dopo la loro cauda, costituisce la Nazione tedesca”

    La nuova ondata nazionalcomunista finì per diventare una delle correnti maggioritarie all’interno dello stesso KPD tanto che addirittura Clara Zetlin in un discorso dirompente spiegò l’urgenza nazionalista all’interno del proletariato proprio mentre andavano aumentando le lotte dei separatisti nell’occupata regione della Renania e i sabotaggi andavano aumentando nella Ruhr. Una delle più importanti figure comuniste dell’epoca Heinz Neumann, si rese protagonista di numerose insurrezioni a carattere nazionalcomunista in particolare nelle aree del Palatinato e dell’Eifel. Il vero merito di Neumann – che fu uno dei più accaniti scrittori nazionalcomunisti sul Rote Fanhe – fu quello di estendere il sentimento nazionalcomunista anche agli ambienti dell’esercito e del nazionalismo. Il progetto avrebbe dovuto portare ad un colpo di stato nazionalcomunista con il supporto dell’intero Stato Maggiore tedesco. La rivolta, che sarebbe dovuta scoppiare in Sassonia e Turingia per poi estendersi a Berlino, Amburgo, Monaco, fino ai confini della nazione, avrebbe dovuto seguire due direttive fondamentali: il cavalcare la forte insoddisfazione sociale tramite le tematiche care al comunismo tedesco, e una forte insurrezione popolare che garantisse un processo di liberazione nazionale e una politica rivolta ad Oriente. Il putsch fallì prima ancora che iniziassero le operazioni dal momento che parte dei generali etichettarono il tutto come colpo di stato “di sinistra”. Ma il declino di questa nuova ondata nazionalcomunista era già nell’aria da qualche anno. Il governo dell’epoca, gestito da Stresemann aveva rinunciato ad una politica di resistenza nelle aree di frizione e nella Ruhr, abbracciando piuttosto la politica di adempimento dei trattati di Versailles. Il nazionalismo tedesco aveva perso la sua forza trascinante e l’avvento del nazionalismo borghese e filo-occidentale fece da contrappeso all’imponente propaganda di Mosca. Per lunghi anni non si sentì più parlare nè di nazionalcomunismo nè di nazionalbolscevismo, almeno fino al 1930-1931 quando un ultimo sussurro nazionalcomunista venne tentato dai socialisti tedeschi. Se nel 1919 il KPD si era rifiutato ad ogni apertura verso gli ambienti nazionalisti e nel 1923 il partito si era fatto portavoce di una politica nazionalista autonoma, nel 1930 si decise di percorrere l’unica via realmente possibile: quella di un progetto confederativo tra comunisti e nazionalisti tedeschi con il supporto della propaganda sovietica e in particolar modo della rivista moscovita “Moskauer Rundschau“. Nel frattempo la nascita in Germania del Nazionalsocialismo, che inizialmente aveva radunato alcune personalità importanti delle sinistre nazionali quanto dei nazionalcomunismi e nazionalbolscevismo – si pensi ai nomi di Reventlow, Stohr, Strasser e tanti altri -, aveva acceso un forte sentimento antibolscevico. La necessità di concentrare le proprie forze sulla situazione politica interna alla Germania, piuttosto che alle più ampie dinamiche della politica estera fece naufragare velocemente il terzo e dultimo tentativo nazionalcomunista. L’allora capo del KPD Nuemann, tornato dalle rivolte in Cina e dalle agitazioni popolari nella Ruhr cercò in ogni modo di coniguare le proposte comuniste con le istanze nazionaliste all’interno del paradigma della politica interna. Le soluzioni a cui si giunse furono l’annuncio del “Programma per la liberazione nazionale e sociale del popolo tedesco” seguito un anno più tardi, nel 1931, dal “Programma di aiuto ai contadini“. Il risultato politico non fu dei migliori: la nazionalizzazione delle masse proletarie non avvenne e si creò piuttosto una setta nazionalista all’interno del KPD. Tuttavia il “Programma di aiuto ai contadini” ottenne qualche felice risultato per i membri del partito. Primo fra tutti fu la forte lotta contro il nazionalsocialismo portata avanti proprio da un ex del Furher, niente meno che il Generale delle Forze Armate del Reich Scheringer che pagò caro questo affronto qualche anno più tardi davanti al tribunale di Lipsia. Il Programma risvegliò anche una parte del “Movimento di Comitato”, ed in particolare due importanti filosofi politici del calibro di Bruno von Salomon e Bodo Uhle che aiutarono non poco alla sollevazione delle masse contadine affinchè abbracciassero una politica comunista e comunitaria dai tratti marcatamente nazionalistici. La vittoria fondamental del KPD, per quanto effimera, fu la conquista del generale Beppo Romer, Capo di Stato Maggior e già ampliamente conosciuto nelle cerchie nazional-rivoluzionarie a seguito della strenua resistenza del bacino della Ruhr e per la sua attività in qualità di Rappresentante di Commercio in Russia. Romer divenne capo della “cerchia insurrezionale” un gruppo paramilitare di nazionalisti comunisti che svilupparono il loro pensiero attorno alla rivista “Der Aufbruch“. Questi importanti successi vennero frenati però dallo strapotere del Nazionalsocialismo in piena ascesa e da una politica strategica che finì per creare divisioni fortissime all’interno dello stesso KPD; in particolare tra Nuemann e Thalmann. Il decisivo crollo del progetto confederativo sancì anche la fine del tentativo nazionalcomunista da parte delle sinistre radicali tedesche. Nonostante rimasero attive piccole sette, come il “Movimento di Comitato” di Von Salomon, la cerchia intorno a Otto Paetel, la Cerchia Insurrezionale, il gruppo di Uhle e i movimenti giovanili che si rifacevano a Wolffheim, l’esperienza si poteva considerare decisamente conclusa. Il colpo finale avvenne con la caduta di Neumann, quasi contemporaneamente alla stesura del “Patto di non aggressione francese e polacco con la Russia“. Lo Stato sovietivo aveva sacrificato i suoi seguaci tedeschi per garantirsi un breve periodo di pace, ma era stata dimostrata anche la contraddizione interna al nazionalcomunismo: mancando al comunismo ogni sostanza politica propria esso diventava, e a maggior ragione il nazionalcomunismo, un strumento politico della Russia comunista.



    La nascita del “bolscevismo prussiano”

    I trattati di Versailles furono più di una semplice asservimento di uno stato, la Germania, ad un altro, la Francia. Furono invece l’umiliazione totale di un intero popolo e l’affossamento completo della struttura e dell’organizzazione venutesi a formare lungo una storia bimillenaria. La gave grisi economica mondiale aveva portato la Germania indebitata e vergognosamente umiliata sull’orlo del baratro più profondo e la polverizzazione del marco era li a dimostrarlo. Versailles per la Germania fu più o meno la medesima cosa che Tannenberg per la Russia petrina: il colpo sparato alla nuca. Tannenber e Versailles importarono rispettivamente in Russia e Germania l’uomo liberale e un pò borghese dal gusto e dallo stile anglosassone ed olandese. Questo, lentamente, iniziò il suo successo nelle terre di conquista creando un nuovo ordine politico-economico, una nuova struttura sociale e una nuova dialettica politica in profondo contrasto con la tradizione di quelle aree geografiche, non ancora pronte – o per nulla volenterose -, a quel così drastico cambiamento. Nessuno meglio di Nietzsche e Dostoevskij seppe incarnare quel disprezzo verso le nuove dinamiche capitalistiche.

    Nietzsche:


    “ Abbiamo assolutamente bisogno di procedere assime alla Russia, con un nuovo e comune programma che in Russia non lasci venire a predominare alcuno schema inglese.”

    Dostoevskij:


    “Poichè la Germania non ha bisogno di noi per una politica momentanea ma per un’alleanza eterna…Due grandi popoli, a noi e a loro è destinato di cambiare l’aspetto del mondo.”

    Entrambe i letterati colgono l’importanza di Tannenberg e Versailles che vengono a coincidere con il punto più basso toccato dai due popoli. Da questo repentino e disastroso declino prende vita una nuova seranza, quella di un improvviso e altrettanto brusco risveglio, l’Erwache. Si tratta della nascita di un nuovo prototipo, un nuovo protagonista antropologico la cui forza dirompente si rivolge verso l’occidente armato di baionette e capitali finanziari. E’ l’uomo socialista della Russia e della Germania che non ha più nulla a che vedere con le strategie politiche dei nazionalbolsevichi, ma nemmeno con i tentativi insistenti del KPD. In Russia l’uomo nuovo si forma con Lenin, è il proletario, figlio sporco e sfruttato delle fabbriche che fa della sua lottadi classe il vero stimolo per la sua lotta. Il proletariato conquista la Russia che si tramuta ben presto, con Stalin, in un vasto impero socialista dove le opere pubbliche costruite nel giro di 5 anni evocano le grandi opere dei Cesari dell’antica Roma. In Germania la situazione è però diversa. Il socialismo da vita ad un turbine di teorie e dottrine politiche molte volte fortemente antagoniste tra loro e la nascita del nazionalsocialismo garantisce uno scontro ancor più acceso tra le correnti socialiste. E’ curioso notare che il capitalismo in Russia non si era ancora sviluppato su alti livelli, eppure fu proprio la nascente classe proletaria ad insorgere. In germania il capitalismo aveva ormai preso piede da decenni e le politiche di asservimento di Weimar e i piani di ricostruzione americani non avevano fatto altro che velocizzare il processo, eppure, paradossalmente, ad insorgere con un ondata che potremmo definire di “bolscevimo prussiano” furono i contadini! I contadini, sfrattati dalle loro case e relegati nelle periferie cittadine putride e senza possibilità lavorative si radunarono sotto il nuovo simbolo della bandiera nera con la falce, che divenne il simbolo più minaccioso della Germania di quegli anni. Accanto al contadino guerriero andava via via sviluppandosi un nuovo tipo di soldato, un miles politico filoorientale e contro i diktat di Versailles, un soldato fortemente popolare che incarnasse la lotta sociale e l’eroica tragicità della tradizione pangermanica violentata dall’Occidente. I soldati in questione non appartenevano ad alcuna divisione e non disponevano di nessuna copertura dello Stato Maggiore, si trattava invece dei nuovi Corpi Franchi, quelli che, una volta sganciati dall’universo nazionalsocialista, seppero dar vita ad una nuova dinamicità rivoluzionaria. Erano divisioni ultra nazionaliste e altrettanto comuniste che ricordano, con maggior disciplina e fermezza politica, gli italici Arditi del Popolo. Da queste due classi in rivolta sembra delinearsi una nuova Germania, una germania contadina e guerriera che si opponeva tanto ai dogmi di Versailles quanto alle bandiere con le croci uncinate. Era la nascita del bolscevismo prussiano che si radunava sotto la cupa bandiera nera con la falce. A differenza dell’espirimento nazionalbolscevico e nazionalcomunista, il bolscevismo prussiano vanta finalmente di una chiara area di influenza politica, quella dei contadini e quella dei volontari nazionalisti, e una forte base ideologica che si sviluppa intorno alle opere di Junger, Spengler, Marx, Nietzsche e Stalin. La lotta di classe marxista si riempie di un significato mistico e tradizionale che rievoca la rivolte contadine di 400 anni prima. Lo scontro per il comunismo e la giustizia sociale diventa un inno eroico del passato germanico. Di questa nuova idea si fa promotore il politico contadino Claus Heim che riesce a fondere in una miscela espolsiva alcuni tratti caratteristi della lotta di classe, con alcune istanze della lotta di popolo care alle cerchie nazionaliste, fino ad approdare ad un nichilismo attivo ed eroico presente unicamente nella classe contadina e militare. Alcuni storici hanno parlato di nazional-nichilismo, ma tale definizione è fortemente sminuitiva. Il bolscevismo prussiano riesce a coniugare perfettamente l’elemento classista di Marx, con la tradizionalità, il nazionalismo e l’eroicità del movimento contadino. La bandiera nera con la falce diventa contemporaneamente simbolo di lotta di classe e lotta della nazione, ed anzi proprio il protagonista dello scontro di classe, il contadino, è colui che più di tutti incarna i valori nazionali e tradizionali. Non esiste opera migliore di “Cuore Avventuroso” di Ernse Junger per comprendere la portata di questo nichilismo esplosivo:


    “La distruzione è il solo mezzo che appare appropriato dinnanzi alla situazione attuale. Noi non saremo in nessun posto, dove la vampata esplosiva non ci abbia fatto strada, dove il lanciafiamme non abbia compiuto la grande pulizia attraverso il nulla.”

    Ma secondo Junger il nichilismo è solo un atto temporale che precede la grande rivoluzione; è il momento della distruzione cui segue il glorioso momento della ricostruzione. Junger spiega in questi termini ciò che sta accadendo nella Germania dei suoi anni e ciò che accadde alla Russia qualche anno prima. La conseguenza di ogni nichilismo vincitore è il superamento dell’anarchia che ha generato in vista di un nuovo ordine politico-istituzionale e socio-economico. Ma junger si spinge ancor oltre e afferma, a ragione o a torto, che l’importanza del bolscevismo russo sta nel fatto che ha donato a tutti i ribelli del mondo un metodo strategico chiaro per combattere il capitalismo. Il bolscevismo è, in ultima analisi, la lotta contro l’Occidente americano e anglosassone. Questa lotta, secondo il filosofo tedesco, non avviene per uno scontro frontale, ma trae la sua forza e il suo antagonismo proprio dalle stesse dinamiche dell’Occidente capitalistico. Per combattere il Diavolo bisogna prima scendere a patti con il Diavolo stesso. L’occidente, con la sua sede di potere e la sua claustrofobica alienazione, ha generato un uomo distruttore e incurante dei bisogni sociali e nazionali. L’uomo borghese finisce così per sostituire l’idea metafisica di Dio con l’idea metafisica di tecnica. La tecnica sovrasta l’uomo capitalista, si fa adorare e chiede ingenti sacrifici. Il proletario russo, così come il contadino tedesco, scendendo a patti con il Diavolo stesso, utilizzeranno la macchina, massima espressione della tecnica, come mezzo di totale distruzione e ricustruzione del mondo moderno. Contadini e proletari finiranno così per usare contro il capitalismo proprio la macchina, l’arma più tagliene dell’Occidente. Il contadino - soldato tedesco diventa anche colui che superata la distruzione nichilista diventa l’uomo della tecnica, colui che da adoratore diventa signore della macchina. L’appropriazione della tecnica e il cambiamento della gerarchia uomo-macchina altro non è che la molla che permetterà la nascita di una nuova società. Proprio secondo questo ragionamento Junger giustificherà la scelta bolscevica dei contadini e dei proletari russi che, nonostante il loro forte sentimento religioso, seguirono degli agitatori laici si scagliarono contro il pietrismo, sostituendo, paradossalmente, il sacerdote con l’ingegnere. Solo qualche anno più tardi, dopo che Spengler aveva pubblicato alcuni suoi inediti riguardo la possibilità di un comunismo prussiano, Junger ci offre il suo capolavoro: “L’operaio“. In quest’opera la componente marxista cede il passo alle più personali teorie di Junger che, abbandonato il terreno delle lotte sociali, si concentra sui compiti purificatori del nichilismo attivo che aveva analizzato in “Cuore Avventuroso“. Quello che Junger ci descrive è un mondo di vasti imperi tecnologici retti e supportati proprio dall’Operaio, il signore incontrastato della tecnica, un tipo guerriero, sociale e tecnologico. Questo nuovo attore sociale vive una sorta di doppia personalità: da un lato si comporta come l’uomo del dopo-guerra, dall’altra si atteggia come un nuovo rivoluzionario mondiale. E’ proprio in questo profondo aspetto delle teorie jungeriane che prende corpo l’idea di un legame di sangue tra prussianesimo e comunismo; il primo come portatore della guerra mondiale (nichilismo attivo), il secondo come annunciatore della rivoluzione globale (comunismo). Dai due comportamenti dell’Operaio jungeriano sorge una reale possibilità tra nazionalismo tedesco e comunismo sovietico: il portatore della guerra mondiale prende corpo dei carristi e nei soldati tecnologici tedeschi negli anni 17-18, il proletario militante e globale, signore equo della tecnica, si concretizza nei volontari che infiammarono l’Ottobre del ‘17 russo. Questo perchè – dice il filosofo tedesco – la guerra in Germania ha la stessa valenza delle rivoluzioni in altri Stati. L’operaio-soldato è ormai una realtà, e se il comunismo dovrà essere il vero futuro della Germania, questo non sarà un semplice e sbiadito nazionalismo, ma la militarizzazione del comunismo stesso. Il sogno filosofico di Junger non fu solamente fantascienza, ma ebbe anche una sua rappresentazione politica nella Germania degli anni 30. Dopo la definitiva capitolazione del nazionacomunismo e le definitive dimissioni di Rantzau che sancivano così la fine del nazionalbolscevismo, occorreva si formasse un nuovo fermento culturale definibile ora di “bloscevismo prussiano”. Se Rantzau e Wolwwheim furono le figure cardine del passato, in questi anni fu Ernst Niekisch e il suo “Movimento di resistenza” a muovere le fila della politica bolscevico-prussiana. Niekisch proveniva dalle frange comuniste più accese della Germania, ma dopo qualche anno se ne distaccò approdando su posizioni nazionalcomuniste. Leggendo Marx, Spengler e Junger, ed osservando le forti lotte portate avanti da Claus Heim e dai suoi contadini, si decise a dar vita ad una prima grande ed unica ondata di bolscevismo prussiano. La tecnica che venne adottata fu quella della penetrazione in numerosi partiti, movimenti e riviste affichè si potesse influire sull’operato di queste sviluppando un ampia politica bolscevica e prussiana. Proprio in virtù di questa strategia i nuovi bolscevichi prussiani riuscirono a rivestire ruoli di prim ordine all’interno del KPD, quanto della socialdemocrazia tedesca. Contemporaneamente venivano influenzate le frange di contadini vicine a Claus Heim, i Corpi Franchi e alcuni ambienti nazionalisti e conservatori dell’ormai antica classe Junker. Dopo un primo momento di rapida espansione, che aveva permesso a numerosi gruppi giovanili di entrare nell’orbita del “movimento di resistenza” e l’inaugurazione di nuove testate giornalistiche del calibro di “Widerstand“, il bolscevismo prussiamo si arrestò per un breve periodo. L’esasperato nichilismo eroico aveva portato il movimento su posizioni fortemente anarchiche, snaturando così alla base la sua carica comunista e nazionalista. Lo scoppio di alcune insurrezioni contadine a Monaco aprono però a Niekisch le porte per un nuovo ciclo d’importanza cruciale. Uno delle più importanti divisioni dei Corpi Franci, la “Oberland” decide di schierarsi ideologicamente e non più solo strategicamente con i “bund” comunisti e con i contadini. Per Niekish è un trionfo. Di li a poco altre divisioni entrano nel movimento fino a creare una rete fittissima di organizzazioni che prende il nome di “Widerstandkameradschaften”, gestito da Drexel e Trogers. E il momento di massima espansione del fenomeno sino a qui descritto. Lo dimostra il crescente antagonismo tra bolscevismo prussiano e nazionalsocialismo. Intorno a Niekish si raduna anche l’estrema destra tedesca ormai allontanatasi, ed anzi contraria all’ascesa di Hitler, come testimonia il costante carteggio tra Strasser (assassinato qualche anno dopo dalle SS nella notte del lunghi coltelli) e i dirigenti del movimento di resistenza. Altra testimonianza è il piccolo pamphlet scritto dallo stesso Niekish dove elenca in maniera dettagliata tutti i pericoli dell’ascesa dell’Hitlerismo; primo fra tutti l’allontanamento strategico e ideologico dalla Russia bolscevica. La nascita quasi isterica di giornali e movimenti riconducibili all’area prusso-bolscevica, come il settimanale nazionalrivoluzionario “Entscheidung”, il giornale di Strasser “Schwarze Front”, il gazzettino contadino della Slesia “Die Schwarze Fahne”, il giornale ultra rurale “Blut und Boden” e tanti altri, fanno solo da contro altare alla lenta agonia dell’intera ondata bolscevico-prussiana. Tra le cause principali di questo improvviso declino è l’ascesa infrenabile del nazionalsocialismo che, negli anni successivi, sarà molto attento ad eliminare tutti gli aderenti del “brutto tiro delle Bande Nazionalcomuniste”. L’ultimo tentativo, vano, fu l’elezione dal carcere di Claus Heim alle nazionali del 1932. I risultati dimostrarono come ormai il sogno del bolscevismo prussiano, supportato solamente dagli indomabili contadini, dai pochi comunisti e da molti movimenti nazionalisti giovanili, aveva lasciato spazio alla politica hitleriana. Il nazionalcomunismo che, dopo lunghi anni di confusione e mancanze ideologiche, era riuscito finalmente a fondare una chiara dottrina politica che seguisse dettami teoretici limpidi e provocasse azioni politiche collegate ad essi, venne schiacciato dalle elezioni degli anni 30. L’operaio teconologico, il signore della tecnica, il contadino soldato che faceva del suo nichilismo eroico le base di un nuovo comunismo prussiano, non ressero lo scontro con l’uomo del sangue ariano e della tradizione germanica: un era di fermento culturale, intellettuale e politico si era ormai definitivamente chiusa.
    Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica? (pt.2) | Centro Studi l'Arco e la Clava
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    Predefinito Re: Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica?

    L'avvento di Hitler purtroppo segnò la fine rovinosa di molteplici potenzialità positive.
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    Predefinito Re: Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica?

    Sterco di importanza minima. Il fascismo stesso inizia fin da subito attaccando leghe bracciantili, sfasciando case del popolo ed inizia appunto come movimento strettamente finanziato da industriali ed agrari. Se fosse stato il primo fascismo stesso, lo squadrismo una forza politica di contestazione dello status quo borghese non avrebbe avuto un tale successo senza il supporto di polizia, carabinieri e magistratura (borghesia armata, borghesia di controllo, che di solito è della più reazionaria) che molto spesso chiudevano un occhio di fronte alle azioni violente del fascismo. @Kavalerists
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    Predefinito Re: Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica?

    Aggiungo che prima di Hitler in Germania non c'erano che le reazionari forze politiche associabile ai freikorps.
    Io sono eterissimo, ma con un trans ci andrei se il suddetto fosse molto femminile ed ovviamente passivo.
    Quindi dipende uno cosa deve farci col trans
    Pestis nigra

  6. #6
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    Predefinito Re: Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica?

    Citazione Originariamente Scritto da ciano.scuro Visualizza Messaggio
    Aggiungo che prima di Hitler in Germania non c'erano che le reazionari forze politiche associabile ai freikorps.
    I FK che erano al servizio del Partito SocialDemocratico.

    Citazione Originariamente Scritto da ciano.scuro Visualizza Messaggio
    Sterco di importanza minima. Il fascismo stesso inizia fin da subito attaccando leghe bracciantili, sfasciando case del popolo ed inizia appunto come movimento strettamente finanziato da industriali ed agrari. Se fosse stato il primo fascismo stesso, lo squadrismo una forza politica di contestazione dello status quo borghese non avrebbe avuto un tale successo senza il supporto di polizia, carabinieri e magistratura (borghesia armata, borghesia di controllo, che di solito è della più reazionaria) che molto spesso chiudevano un occhio di fronte alle azioni violente del fascismo. @Kavalerists
    Hitler, a differenza dell'adattabile Mussolini, spiega nel Mein Kampf che il motivo del suo odio per il marxismo non era amore per la borghesia, gli arricchiti e i nobili, che lui disprezzava in modo profondissimo (anche da Fuhrer, Speer riporta sempre commenti sprezzanti verso i nobili, i borghesi, i possidenti e i militari prussiani, che lui considerava feccia, a parte Ludendorff), ma il fatto che vedeva nel marxismo l'altra faccia della presunta cospirazione giudaica mondiale assieme al capitalismo. Nel MK parla con un certo rispetto di Guglielmo II in quanto nazionalista, ma ha sempre affermazioni di disgusto rivolte verso Francesco Giuseppe e gli Asburgo, e quando veniva in Italia diceva sempre al duce che bisognava liberarsi dei Savoia.

    Il motivo di frizione con Strasser e Rohm era dovuto il primo al fatto che i fratelli Strasser, specie uno, volevano accordi tattici con i comunisti, e col secondo per motivi di potere politico. Ma l'anticomunismo di Hitler, seppur sfruttato dagli industriali come i Krupp, era ideologico e legato al suo antiebraismo e in funzione anti-proletaria.
    Ernst Nolte dice che identifica comunisti=ebrei, e questo forse vale per i tedeschi e per molti seguaci, ma per lui personalmente era ebrei=comunisti + capitalisti, tutto per Hitler era in funzione della sua guerra razziale, ordinò di fare saltare fabbriche e strade, ma nel testamento dettato alla segretaria raccomanda di mantenere sempre le leggi razziali, che per lui erano la cosa principale.

    Quindi si può dire che il nazismo non fosse un movimento pro-capitalista, anche se fu sfruttato dai capitalisti.
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  7. #7
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    Predefinito Re: Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica?

    "Io, d’altro canto, mi sono battuto, con un minimo di intervento e senza distruggere la nostra produzione, per arrivare ad un nuovo ordine socialista in Germania, che non eliminasse solo la disoccupazione ma che permettesse ai lavoratori di ricevere una maggiore partecipazione ai frutti del loro lavoro. La realizzazione di questa politica di ricostruzione nazionale, economica e sociale, che impegnò una vera comunità popolare a superare divisioni di ceto e di classe, è unica nel mondo odierno."

    (Adolf Hitler, 1941)
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  8. #8
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    Predefinito Re: Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica?

    Hitler aveva sostituito il concetto di lotta di classe con lotta di razza, quindi non era classista, né per i poveri né per i ricchi, la razza superiore era per i nazisti ugualmente importante, il disprezzo era riservato ai traditori (come i comunisti).
    Una salus victis, nullam sperare salutem.

  9. #9
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    Predefinito Re: Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica?

    Is it not our role to stand for the one thing which means our own salvation here but...save the world, and with which Europe will be able to save itself, namely the preservation of the white man and his state? H.F. Verwoerd

  10. #10
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    Predefinito Re: Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica?

    Non condivido l'ammirazione di Limonov verso Stalin anziché verso gli Strasser magari, ma probabilmente guardano allo Stalin leader slavo non allo Stalin marxista-leninista.
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