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    Predefinito Riesplode potente la questione Sud

    L'Italia e gli italiani, a 150 dall'Unità, rischiano di uscire dalla storia
    Diciamo la verità: la Lega ha vinto...
    di Alessandro Campi


    Nel 2011 si dovrebbero festeggiare i centocinquanta anni dell’unità d’Italia. Ma da quel che si capisce, guardandosi per l’intorno, tastando gli umori individuali e collettivi, leggendo qua e là sui giornali, questa data rischia di essere l’anno zero della sua disunione, l’inizio insomma della sua fine come realtà politico-culturale minimamente coesa (il nome, Italia, potrebbe anche restare in circolazione, essendo vecchio di secoli e abbastanza ben rodato, ma sarebbe a quel punto solo un innocuo richiamo sentimentale, verrebbe utilizzato al più come un’invocazione da stadio e, per i più scaltri, come un profittevole marchio commerciale).Riconoscere una simile eventualità, la fine dell’Italia per consunzione e stanchezza, risulta difficile e imbarazzante, soprattutto in pubblico e nelle sedi istituzionali, ma il movimento della storia e la disposizione degli animi sembrano andare fatalmente in quella direzione, verso l’evaporazione di quella che pure è stata, con i suoi limiti e ritardi, al di là di tutti i possibili contrasti interni, una nazione animata per circa un secolo e mezzo da un senso dell’appartenenza sufficientemente forte e condiviso. Che però, ecco il punto, è progressivamente venuto meno, soppiantato da aspettative e interessi divenuti nel frattempo non più conciliabili o concordanti. Le nazioni, aveva già riconosciuto Renan, sono mortali: scompaiono dalla scena storica quando viene meno la volontà comune che le ha fatte nascere e prosperare. Perché l’Italia dovrebbe rappresentare un’eccezione?La verità, che si fatica ad ammettere, se non altro perché suona come colpa grave per un’intera classe politica e un intero ceto intellettuale, è che la Lega e il leghismo hanno ormai quasi vinto la loro scommessa disgregante. Hanno vinto, ovviamente, non tanto sul piano politico, in considerazione cioè del consenso elettorale di cui hanno goduto in questi anni, che si può anche considerare intermittente e reversibile, ma sul piano emotivo, mentale e della sensibilità collettiva: per le modalità di pensiero e gli atteggiamenti che hanno saputo veicolare ben oltre le loro aree di insediamento; perché, senza che nessuno li contrastasse, hanno progressivamente svuotato di significato i simboli canonici dell’appartenenza nazionale (il tricolore, Roma capitale) e dato sostanza politica ad una tradizione storica alternativa (la Padania); perché hanno saputo trasformare, in mancanza di alternative, l’innato particolarismo antropologico degli abitanti di questa parte del mondo in un modello politico a suo modo suggestivo, basato su formule apparentemente innovative ed avanzate: il localismo, il predominio del territorio, l’autodeterminazione, il culto del focolare domestico, la mistica del “piccolo è bello”.Non ci si può dunque scandalizzare, come ha fatto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, se nel programma messo in cantiere per la ricorrenza del centocinquantesimo dell’unità italiana ci siano quasi soltanto iniziative e progetti di respiro cortissimo, concepiti per spartirsi un po’ di soldi e per assecondare i desiderata – spesso eccentrici – di questa o quella comunità. Quel programma, non a caso condiviso da governi di diversa ispirazione politica, è solo l’istantanea di un paese già ampiamente diviso al suo interno, che ha smesso da un pezzo di concepirsi come una realtà unitaria e solidale, non più tenuto insieme da una storia comune e dall’idea di un futuro da costruire insieme (memoria e progetto: una nazione non è altro che la somma di questi due fattori). Feltri, che è un uomo rude ma capace di andare al sodo, l’ha scritto senza troppi giri di parole su Libero di ieri: perché festeggiare una nazione che è ormai tale solo sulla carta, la cui unificazione molti dei suoi stessi cittadini hanno sempre considerato non una gloriosa pagina di storia, ma una iattura epocale? Se l’Italia altro non è stata che un accidente storico, che l’imposizione di un’oligarchia, perché mai ci si dovrebbe dispiacere della sua troppo tardiva evaporazione? L’Italia sta scomparendo, senza che nessuno lo voglia ammettere apertamente: nemmeno oggi che si va profilando come estrema linea di scontro tra le forze politiche proprio quella tra Nord e Sud, tra territori ostili e sordi l’uno ai bisogni dell’altro, esattamente come era prima dell’unificazione della Penisola. Ma nel frattempo, come se non bastasse, insieme all’Italia stanno scomparendo anche gli italiani, che semplicemente hanno smesso di considerarsi tali e di vivere esperienze comuni, e per questa ragione rischiano di non essere più un soggetto collettivo riconoscibile. La costruzione dell’italiano – come sintesi di appartenenze e costumi storicamente spesso assai distanti tra di loro – è stata il frutto di un lunga pedagogia, costata molti sforzi e anche, come nel caso delle due guerre mondiali, parecchio sangue. Si è diventati italiani grazie all’obbligo di leva e alla scuola pubblica, nelle caserme e nelle università, laddove per decenni è stato possibile per i giovani incrociare dialetti ed esistenze individuali. L’italiano è nato attraverso i vasti movimenti migratori interni, per lavoro e per vacanze. Si è formato grazie alla televisione di Stato e all’azione formativa dei grandi partiti nazionali di massa. Ma anche tutto questo oggi sembra essere finito. La tendenza odierna, esaltata come una conquista, è a non spostarsi più dal luogo di nascita, a rinchiudersi nel proprio bozzolo identitario, a studiare nell’ateneo sotto casa, a non interessarsi a ciò che sta oltre il confine ristretto della propria città o regione, a praticare l’autarchia culturale, a riscrivere la storia in una dimensione municipale, a fare politica solo a difesa del proprio interesse territoriale immediato, a riscoprire la lingua dei nonni. Il che appunto significa tornare a dividersi come individui, a non riconoscersi più in un tessuto culturale comune, a sentirsi sempre più distanti gli uni dagli altri. L’Italia e gli italiani, insomma, stanno lentamente uscendo dalla storia, sull’onda di trasformazioni e processi, di natura sociale e culturale, che nessuna forza politica ha saputo sin qui intuire e sfidare. Ma stando così le cose può bastare un calendario ben assortito e ben finanziato di iniziative e celebrazioni, con l’inevitabile contorno di retorica e parole al vento, per restituire alla nazione un minimo di coscienza di sé, una qualche consapevolezza del proprio passato e una minima speranza riguardo al proprio futuro? Magari fosse tutto così semplice.

    Articolo pubblicato sul Riformista del 22 luglio 2009
    Ffwebmagazine - Diciamo la verità: la Lega ha vinto...

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  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Riesplode potente la questione Sud

    Lista nera
    Strutture a pezzi e interventi «gonfiati»
    La favola del Meridione senza fondi

    L'indice di soddisfazione dei pazienti è del 67, 6 in Emilia Romagna e crolla al 9,8 in Calabria

    Un Obama meridionale, questo ci vorrebbe. Uno che, forte d'uno spiccato accento siciliano, campano o calabrese avesse l'autorevolezza e il fegato di dire cose scomode come quelle dette dal presidente nero ai giovani neri d'America: basta alibi.

    Non è sempre e solo colpa degli «altri». Lo sfascio della sanità nel Sud va messo in carico soprattutto ai politici, agli amministratori, ai tecnici meridionali. Ma certo, Bassolino ha buone ragioni per chiedere, come ieri sul Riformista, cosa sarebbe successo se Malpensa fosse stata «terrona». Quante accuse, quante prediche, quanti stereotipi sarebbero stati rovesciati addosso al Mezzogiorno se un aeroporto enorme e sottoutilizzato e privo di decenti collegamenti e liquidato come troppo periferico dagli stessi clienti teorici (uno per tutti, Giancarlo Galan: «Nessun veneto andrà mai a Varese a prendere un volo per Francoforte») fosse stato costruito in Calabria o in Sicilia? Altrettanto difficile è negare che il caso della Santa Rita, con quelle truffe ciniche e quelle protesi usate infette trapiantate lo stesso perché «quella costa 450 euro, e mica la butto», sarebbe stato cavalcato con parole pesanti se fosse successo non a Milano ma a Napoli. Detto questo, la tesi che la catastrofe della sanità meridionale sia una raffigurazione forzata «dai media, la cui proprietà è tutta tra Roma e Milano» è dura da far passare. Sostiene il governatore: «I meridionali non capiscono come mai, dopo aver stretto tutti i cordoni della borsa, il governo dica loro: avete speso male i soldi. Quali soldi? Le statistiche della spesa pubblica ormai le conoscono tutti. I governi centrali, di centrodestra e di centrosinistra, hanno tagliato risorse al Sud». Sui tagli, come è noto, il dibattito è aperto. Che siano stati stretti «tutti i cordoni della borsa», però, è un'affermazione avventurosa.

    Dicono le statistiche che l'assistenza a un cittadino medio italiano costa 1.797 euro l'anno ma che lo Stato ne spende 2.263 per un altoatesino (grazie allo statuto speciale) e 1.658 per un calabrese. Uno squilibrio netto. Sul quale è bene discutere. Ma non abbastanza netto da giustificare l'abisso nell'offerta sanitaria fotografato a un convegno dell'Anaao sulla Sanità e il Sud da un rapporto di Concetta Vaccaro, responsabile welfare del Censis, sulla base di dati dell'Istat e del Ministero della Salute: offerta ospedaliera, medici, personale del servizio sanitario, posti letto per acuti, nuove tecnologie, assistenza territoriale, soddisfazione degli utenti... Bene: l'indice per il Trentino-Alto Adige sta al 52,9 e quello per la Calabria al 9,8. Per non dire del Veneto (55), della Toscana (62,9) o dell'Emilia Romagna che svetta al 67,6. Il sistema sanitario meridionale sta davvero sprofondando e mettendo a rischio la salute dei cittadini del Sud, ma di chi è la responsabilità? Prendiamo alcuni casi emblematici. Il primo: Vibo Valentia. L'ospedale cittadino cade a pezzi, i 191 pazienti ricoverati medi giornalieri possono contare sulla carta su 40 primari, 85 dirigenti di strutture semplici e 153 medici ad «alta specializzazione» (compresi alcuni che non esercitano perché hanno il certificato di inidoneità, come un ostetrico che non può assistere ai parti perché va in agitazione), il direttore sanitario Pietro Schirripa (già vicino a monsignor Giancarlo Bregantini quando era vescovo di Locri) ha malinconicamente inanellato 98 «documenti di rilevante interesse» dati ai carabinieri e «126 principali richieste di adeguamento degli impianti» e sollecitato ispezioni dei Nas che hanno «individuato 803 infrazioni penali».

    Eppure della nuova struttura, prevista da decenni, non c'è traccia. E intanto, in una provincia di 170mila abitanti, dopo anni di promesse e di girandole di assessori regionali restano in vita perché nessuno ha il coraggio di chiuderli sei vecchi e costosi ospedali. Per non dire di Palmi, dove ci sono 268 dipendenti per 28 letti utilizzati, o di Cittanova: tredici posti letto. Secondo esempio: la sanità siciliana, demolita tempo fa dalla Corte dei Conti che ci tenne a sottolineare che con i suoi 8 miliardi e mezzo di euro pesava «il 30% in più di quanto si spende per la Sanità in Finlandia». L'assessore che da un anno s'è fatto carico del fardello, l'ex magistrato Massimo Russo, sta cercando disperatamente di far tornare i conti. Le resistenze che incontra, però, sono fortissime. Ovvio: «prima» dell'esplosione dello scandalo un certo trattamento alla prostata alla clinica Villa Santa Teresa di Bagheria veniva pagato dalla Regione 136.439,95 euro: adesso 8093. «Prima» la terapia tradizionale per il tumore alla mammella era arrivata a costare anche 46.480: adesso 2.324. Terzo esempio? Il vecchio policlinico di Napoli, dove ha sede la facoltà di medicina della Seconda Università. Nato per «decongestionare» Napoli, avrebbe dovuto spostarsi a Caserta ma dopo diciotto anni il nuovo policlinico casertano non è ancora pronto (adesso hanno scoperto che sta tra due cave e dunque urgono pure due eleganti muraglioni d'acqua per arginare la polvere...) e in ogni caso baroni e baronetti non hanno alcuna intenzione di subire la scomodità di trasferirsi da un'altra parte. Il nuovo assessore Mario Santangelo ha intimato un iniziale trasloco entro settembre all'ospedale Monaldi ma finora ha trovato orecchie da mercante. Tanto che, seccato, si è spinto a scrivere che l'università «non fornisce alcun contributo al fine di realizzare le economie per le quali la Regione si è impegnata». Ovvio: dove la trovano, certi dipendenti, un posto simile? Il personale non docente benedetto dalla indennità di assistenza ospedaliera (come se andasse in corsia coi malati) a Trieste risulta essere lo 0,1%, alla Seconda Università l'83%. Quanto all'altro Policlinico, quella della Federico II, non è meno costoso. Solo pochi giorni fa il rettore, soddisfatto, ha spiegato di avere avuto dalla Regione quanto sperava: un aumento dei fondi da 155 a 190 milioni di euro: «In più c'è il ripiano del deficit del 2008, pari a 65 milioni, a carico del servizio sanitario nazionale». Sì vede che non erano stati poi stretti tutti, i cordoni della borsa...

    Gian Antonio Stella
    26 luglio 2009
    Strutture a pezzi e interventi «gonfiati» La favola del Meridione senza fondi - Corriere della Sera

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Riesplode potente la questione Sud

    MAPPE
    Il Paese delle leghe
    e la nazione impossibile

    di ILVO DIAMANTI

    Esiste l'Italia? E, soprattutto, è una nazione? È una questione vecchia quanto l'Italia. Tornata attuale all'avvicinarsi del 2011, anniversario dei 150 anni dell'Unità d'Italia. Carlo Azeglio Ciampi, non a caso, ha minacciato di lasciare il Comitato per le celebrazioni, "se non cambia nulla". Se, cioè, non viene colmato - o almeno nascosto - il "vuoto di idee" in merito, denunciato da Ernesto Galli della Loggia.

    Ciampi, d'altronde, aveva restituito dignità al 2 giugno, festa della Repubblica. Ha valorizzato un'idea dell'Italia come "nazione di città e di regioni". Dove la molteplicità e le differenze sono un elemento di unità. Un distintivo. Il che significava dare cittadinanza anche alla Lega e alle sue rivendicazioni "riformiste".

    Anzitutto il federalismo. Nel corso della prima metà degli anni Novanta, d'altronde, la minaccia della secessione del Nord, lanciata dalla Lega, aveva reso esplicita la questione: che succede "se cessiamo di essere una nazione?" (titolo di un noto saggio Gian Enrico Rusconi del 1993). Favorendo, per reazione, un ritorno prepotente dell'identità nazionale (certificata da numerosi sondaggi).

    Oltre 15 anni dopo, la questione riappare. Molto meno lacerante, però. E per questo più preoccupante. La nazione. Fondata su un comune nucleo civico. Un'identità condivisa. Non suscita grande passione. Semmai, vi sono segnali che vanno in senso diverso e divergente.

    Anzitutto, gli orientamenti dei cittadini in questo senso, si sono raffreddati sensibilmente. All'inizio del 2000 (indagine LaPolis-liMes), l'Italia costituiva uno dei due principali riferimenti dell'appartenenza territoriale per il 42% delle persone. Alla fine del 2008 per il 35%. Oltre 8 punti in meno. Nello stesso periodo, però, si è ridimensionato anche l'attaccamento per le città (dal 41 al 26 %) e le regioni (dal 34 al 23%).

    Mentre è cresciuta, soprattutto, l'identificazione nelle macroregioni. In particolare, nel Nord. Era espressa dal 9% dei cittadini nel 2000, oggi dal 14%. Che però sale al 26% fra i cittadini del Nord "padano" (senza l'Emilia Romagna). In altri termini, l'Italia non riesce più a tenere insieme i diversi pezzi di questo paese. Dove, anzi, si riaprono le fratture antiche. Prima fra tutte: fra Nord e Sud.

    Negli ultimi 3 anni, infatti, la quota degli italiani che esprime "distacco" nei confronti del Nord o del Sud sale, infatti, dal 20 al 31% (indagini LaPolis-liMes). Segno di un reciproco risentimento, che cresce vistosamente. Oggi il 26% di coloro che risiedono nel Nord "padano" e il 20% di chi abita nelle regione "rosse" (oggi "rosa") dichiara la propria "distanza" dal Mezzogiorno. Viceversa, il 29% dei cittadini del Mezzogiorno si dice lontano dal Nord.

    Ancora: oltre un terzo dei cittadini del Nord (più del 40% nel Nord-Est) ma anche delle regioni "rosse" del Centro ritiene che il Mezzogiorno sia "un peso per lo sviluppo del paese".

    La divisione fra Nord e Sud, mai risolta, oggi appare una frattura. Resa più drammatica dalla crisi economica e finanziaria, che alimenta il conflitto fra interessi territoriali. Divenuti, a loro volta, argomento di consenso e antagonismo politico. I partiti della prima Repubblica erano anch'essi federazioni di interessi e di comitati territoriali. La DC ma anche il PCI. Tuttavia le differenze e le domande locali erano integrate e mediate all'interno del partito su base nazionale.

    Oggi, invece, le forze politiche usano sempre più spesso il riferimento territoriale come un'arma di lotta politica. Nel Nord, ovviamente, la Lega. Ma anche i governatori del PdL. Nel Sud, l'MpA guidato da Raffaele Lombardo, in nome degli interessi della Sicilia ha rotto l'alleanza con il PdL. Mentre Bassolino propone apertamente un nuovo "movimento del Sud". E altri governatori di Centrosinistra, come il presidente della Puglia, Nichi Vendola, polemizzano apertamente con il governo "nordista", guidato dall'asse padano Bossi-Tremonti.

    D'altra parte, il risultato del PdL e Berlusconi, a livello nazionale, come si è visto alle recenti elezioni europee, dipende sempre più dalle alleanze "territoriali". Al Nord con la Lega, al Sud con MpA e con altre liste. Mentre il Pd continua ad essere confinato nelle regioni rosse. Quasi una "Lega del Centro", come ebbe a dire anni fa Marc Lazar. E per questo fatica a imporsi.

    Da ciò la differenza profonda, rispetto agli anni Novanta. Allora le tensioni territoriali erano agitate dalla Lega nel Nord. Un soggetto politicamente periferico. Oggi, invece, la Lega governa ed è in grande ascesa. Mentre al Sud crescono altre leghe. Così l'Italia rischia di venire lacerata dalle crescenti tensioni fra nordisti e sudisti. Mentre la pluralità delle "patrie locali", su cui puntava Ciampi, non riesce più ad alimentare senso di appartenenza. Le città, le province e le regioni stentano a offrire identità ai cittadini. Oppure lo fanno alimentando le spinte localiste e anticentraliste. Tutti contro tutti. Ciascuno per proprio conto. Le province, dal 1980, quando se ne propose l'abolizione, sono aumentate da circa 90 a 110. Mentre sono centinaia i comuni che vorrebbero a scavalcare i confini regionali. Aggregandosi alle regioni più ricche e favorite dallo stato (perlopiù, le Regioni a statuto speciale).

    Per questo, celebrare l'Unità della Nazione oggi è un'impresa difficile, se non impossibile. Perché non ci sentiamo uniti. E neppure una nazione. D'altronde, il carattere specifico degli italiani, secondo gli italiani stessi, è definito anzitutto dall'arte di arrangiarsi e dall'attaccamento alla famiglia. Un popolo di persone ingegnose e familiste. Capaci di inventare e di adattarsi alle difficoltà. Ciascuno per conto proprio. Si ricordano di avere un Casa Comune solo quando si tratta di chiudere le porte. Agli stranieri. Alzando - ovunque - muri per difenderci da loro. Dovremmo, semmai, difenderci da noi stessi. In questo mondo sempre più grande e aperto. L'Europa, sempre più debole. Senza un senso di appartenenza comune. Siamo destinati a perderci. A divenire marginali. Più ancora di oggi.

    La Nazione. Forse non c'è. Comunque, l'abbiamo rimossa. Ma la dovremmo (ri)costruire. Per legittima difesa.

    (26 luglio 2009)
    Il Paese delle leghe e la nazione impossibile - Politica - Repubblica.it

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Riesplode potente la questione Sud

    I PARTITI E LA CONTESA TRA NORD E SUD
    La debole unità di un Paese

    Dobbiamo davve*ro preoccuparci per l’unità futu*ra del Paese? Di che cosa è sintomo la sciatteria fin qui dimo**strata, e denunciata da Er*nesto Galli della Loggia, nella preparazione delle celebrazioni per i cento*cinquanta anni dell’unità d’Italia? E, ancora, che co*sa indicano le voci intor*no alla possibile nascita di una «lega sud» che po*trebbe domani contrap*porsi frontalmente al «partito del nord»? Davve*ro la Lega Nord ha ormai «vinto», quanto meno sul piano culturale, come ha scritto Alessandro Campi sul Riformista , tal*ché l’unità morale del Pae*se sarebbe già irrimedia*bilmente svanita?

    I processi storici sono il frutto delle azioni degli uomini e delle organizza*zioni a cui gli uomini dan*no vita. E’ ormai dalla fi*ne della Seconda guerra mondiale che l’unità del Paese dipende dalla capa*cità integrativa, o federati*va, svolta da alcuni partiti politici. In quella che, convenzionalmente, vie*ne chiamata Prima Re*pubblica, l’unità del Pae*se dipendeva dal ruolo fe*deratore svolto dalla De*mocrazia Cristiana. Fu la Dc il partito che tenne in*sieme l’Italia impedendo alle sue storiche fratture (Nord/Sud, Stato/Chie*sa) di acutizzarsi dispie*gando tutta la loro poten*ziale capacità disgregati*va. Nel suo ruolo di parti*to di maggioranza relati*va la Dc legava fra loro il Veneto e la Sicilia, la Lom*bardia e la Calabria, il Friuli e la Campania, il Trentino e il Lazio.

    Nella «Repubblica dei partiti», la Democrazia Cristiana, per oltre un quarantennio, garantì il mantenimento del lega*me fra le diverse parti del Paese. Era quello, e non altro, il mastice in una fa*se storica, seguita alla dit*tatura e alla sconfitta belli*ca, in cui l’eredità risorgi*mentale era stata seria*mente lesionata e logora*ta sul piano politico-sim*bolico. La Lega Nord, a mio avviso, non è stata la causa di nulla. La sua comparsa, nei primi anni Novanta, fu, semmai, un effetto. L’effetto di un lun*go periodo dominato da una (sciagurata) pedago*gia negativa sul Risorgi*mento e l’Unità d’Italia: per rinfrescarsi la memo*ria converrebbe riprende*re in mano qualcuno fra i tanti manuali di storia pa*tria circolanti nella scuo*la pubblica, soprattutto a partire dagli anni Settan*ta.

    Dunque, piaccia o me*no, è ai partiti politici che bisogna guardare per ca*pire quale sorte sia riser*vata all’unità del Paese. Se ci si pone da questo punto di vista, effettiva*mente, l’estrema precarie*tà della situazione che vi*viamo salta agli occhi. Al*la Dc è sì succeduto un al*tro partito federatore ma si tratta di un federatore fragilissimo. Si osservi la mappa elettorale del Pae*se. Il partito federatore, subentrato alla Democra*zia Cristiana, è il Popolo della Libertà, primo parti*to sia al Nord che al Sud. E’ la conseguenza di quan*to accadde negli anni No*vanta. Spazzati via i parti*ti della Prima Repubblica fu allora Silvio Berlusco*ni, insieme ai suoi alleati, a colmare il vuoto lascia*to dalla Democrazia Cri*stiana.

    Ma il Popolo della Li*bertà ha due evidenti pun*ti di debolezza. Il primo è che si tratta di un conteni*tore mal amalgamato, na*to dalla recentissima fu*sione di Forza Italia e An. Un contenitore che si è formato solo per mante*nere competitivo il cen*trodestra nel momento in cui è stato creato il Parti*to democratico.

    Dovesse quest’ultimo dividersi (e la pos*sibilità sicuramente esiste), il Popolo della Libertà subirebbe dopo poco la stessa sor*te. Il secondo, e più importante, elemento di debolezza consiste nel fatto, naturalmen*te, che si tratta di un partito carismatico, il cui destino è strettamente legato alla sorte politica di Berlusconi.

    Che succederà al Popolo della Libertà quando Berlusconi lascerà la scena politi*ca? Si frantumerà, come è probabile, se*guendo la sorte di tanti altri partiti carisma*tici? Oppure sperimenterà quel raro feno*meno che viene detto «istituzionalizzazio*ne del carisma», sopravvivendo politica*mente al suo fondatore? Nessuno è oggi in grado di rispondere. Il problema, però, è che la chiave per comprendere quale sarà il futuro del Paese (della sua unità) è conte*nuta proprio nelle risposte a queste doman*de.

    Immaginiamo il caso peggiore, il caso in cui, uscito di scena Berlusconi, il Pdl si fran*tumasse in due tronconi, uno di cen*tro- nord e uno meridionale. In fondo, le manovre in corso in Sicilia e l’agitazione dei deputati e dei ministri meridionali pos*sono essere lette anche come un’anticipa*zione di quella eventualità. La nascita di un blocco politico meridionale «indipenden*te » esaspererebbe le spinte centrifughe. Ve*nuto a mancare il «mastice partitico», Nord e Sud entrerebbero politicamente in rotta di collisione. La débâcle, finanziaria e di prestazioni, della Sanità meridionale, og*gi sotto i riflettori, è solo un aspetto, ancor*ché gravissimo, delle tensioni che si vanno accumulando e che mettono in sofferenza l’unità del Paese. Cosa accadrebbe ove ve*nisse meno il federatore?

    L’eventualità, nel dopo-Berlusconi, di una divisione del centrodestra in due tron*coni territorialmente contrapposti, si capi*sce, non dispiacerebbe all’attuale gruppo dirigente del maggior partito di opposizio*ne, il Partito democratico. Sulla base del principio che fra i due litiganti, eccetera. Ma il Partito democratico versa in una crisi di identità difficile da risolvere e che può facilmente ridurlo alle dimensioni di un partito regionale (emiliano-toscano e poco più). Difficile che trovi la forza e la spinta per trasformarsi nel nuovo federatore del Paese.

    È ormai un luogo comune storiografico che in Italia, data la debolezza dello Stato, i partiti abbiano svolto un ruolo di supplen*za diventando gli (involontari) garanti del*la coesione sociale e politica.

    Se quella tesi è vera, è alla evoluzione dei partiti che dobbiamo guardare per capire cosa ne sarà in futuro dell’unità d’Italia. Le idee, le visioni, le tradizioni (e le divisioni) culturali contano tantissimo. Ma è ciò che gli uomini scelgono di farne, per calcoli contingenti, a decidere le sorti politiche dei Paesi.

    Angelo Panebianco
    26 luglio 2009
    La debole unità di un Paese - Corriere della Sera

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: Riesplode potente la questione Sud

    Ritengo questa serie di editoriali molto interessanti.

    Sembra proprio che ci sia ormai una certa aria in giro.

    La Lecca che farà?
    Continuerà l'espansione al Sudde?

  6. #6
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    Predefinito Riferimento: Riesplode potente la questione Sud

    La Lega non farà nulla , la sua classe dirigenti , sia i colonelli a Roma che gli amministratori sul posto , non può certo esser definita rivoluzionaria anzi...
    se qualcosa si farà lo faranno gli imprenditori del nord-est che ad un certo punto , strozzati dalla globalizzazione , dalle tasse , dalla crisi dei consumi e dagli usurai , decideranno in massa di non versare più tributi e di pagare i propri lavoratori in nero , abbattendo cosi il cuneo fiscale immantinente.
    Quando poi si presenteranno i finanzieri ad accertare gli strani "fallimenti" verranno accolti con le armi , dopo i primi morti non si tornerà più indietro.

    Serve solo una miccia per fare detonare la bomba...
    Salvini, finto sovranista e vero neocon (sionista, americanista, ricchista)
    Maduro ce l'ha duro e ve lo mett'ar culo!

  7. #7
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    Predefinito Riferimento: Riesplode potente la questione Sud

    I terroni li conosciamo, sono sempre loro quelli di sempre, del rapinare risorse per essere mantenuti. E lo fanno apertamente, tranquillamente, alla luce del sole.

    Come scrivevo in un altro thread è positivo il fatto che si ritorni a parlare del vero grande e eterno scontro di sempre, quello tra Nord e Sud, tra libertà e parassitismo-statalismo-assistenzialismo-rapinafiscale, tra autodeterminazione e politica-scuola-burocrazia-ecc.. coloniali. Si ritorna sempre lì, inevitabilmente, presto o tardi che sia.

    C'è una sola strada nel cuore, Indipendenza. Ma quanto ci vorrà a capirlo? Quanto altri eventi potranno accelerare il tutto? Sperèm.
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  8. #8
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    Predefinito Riferimento: Riesplode potente la questione Sud

    Citazione Originariamente Scritto da Robert Visualizza Messaggio
    La Lega non farà nulla , la sua classe dirigenti , sia i colonelli a Roma che gli amministratori sul posto , non può certo esser definita rivoluzionaria anzi...
    se qualcosa si farà lo faranno gli imprenditori del nord-est che ad un certo punto , strozzati dalla globalizzazione , dalle tasse , dalla crisi dei consumi e dagli usurai , decideranno in massa di non versare più tributi e di pagare i propri lavoratori in nero , abbattendo cosi il cuneo fiscale immantinente.
    Quando poi si presenteranno i finanzieri ad accertare gli strani "fallimenti" verranno accolti con le armi , dopo i primi morti non si tornerà più indietro.

    Serve solo una miccia per fare detonare la bomba...
    ESERCITO, POLIZIA, CARABINIERI, POLITICI........... sono quasi tutti terroni........ come pensate di vincere... ???? :gluglu::gluglu:
    X

  9. #9
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    Predefinito Riferimento: Riesplode potente la questione Sud

    io ho sempre sostenuto che coloro che hanno imposto
    l'unità con le bocche dei cannoni, saranno gli stessi
    che faranno il cammino a ritroso, constatato il fallimento
    del loro progetto.

  10. #10
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    Predefinito Riferimento: Riesplode potente la questione Sud

    iango:
    Comunque in tutti questi articoli..la stampa itagliana non scrive quanto il Nord manda a roma e quanto roma rimanda al Nord. Soprattutto Milano manda 100 e roma trattiene 90. Pagliarini..dove sei?. Se questi dati si urlassero..si stampassero..si ripetessero ogni giorno in maniera chiara e semplice..la gente capirebbe di più...cambierebbero -forse - le cose. Ma i giornalisti (non tutti) hanno un padrone.

 

 
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