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    Predefinito 31 gennaio 2013: San Giovanni Bosco, confessore

    1° GENNAIO 2013

    CIRCONCISIONE DI NOSTRO SIGNORE
    E OTTAVA DI NATALE



    Il mistero di questo giorno.

    L'ottavo giorno dalla Nascita del Salvatore è giunto; i Magi si avvicinano a Betlemme; ancora cinque giorni, e la stella a fermerà sui luogo dove riposa il Bambino divino. Oggi, il Figlio dell'Uomo deve essere circonciso, e segnare, con questo primo sacrificio della sua carne innocente, l'ottavo giorno della sua vita mortale. Oggi, gli sarà imposto un nome; e questo nome sarà quello di Gesù che vuoi dire Salvatore. I misteri riempiono questo grande giorno; accogliamoli, e onoriamoli con tutta la religione e con tutta la tenerezza dei nostri cuori.

    Ma questo giorno non è soltanto consacrato a onorare, la Circoncisione di Gesù; il mistero della Circoncisione fa parte di un altro ancora maggiore, quello dell'Incarnazione e dell'Infanzia del Salvatore; mistero che non cessa di occupare la Chiesa non solo durante questa Ottava, ma anche nei quaranta giorni del Tempo di Natale. D'altra parte, l'imposizione del nome di Gesù deve essere glorificata con una solennità speciale, che presto celebreremo. Questo grande giorno fa posto ancora a un altro oggetto degno di commuovere la pietà dei fedeli. Tale oggetto è Maria, Madre di Dio. Oggi, la Chiesa celebra in modo speciale l'augusta prerogativa della divina Maternità, e conferita a una semplice creatura, cooperatrice della grande opera della salvezza degli uomini.

    Un tempo la santa Romana Chiesa celebrava due messe il primo gennaio: una per l'Ottava di Natale, l'altra in onore di Maria. In seguito, le ha riunite in una sola, come pure ha unito nel resto dell'Ufficio di questo giorno le testimonianze dell'ammirazione per il Figlio alle espressioni dell'ammirazione e della sua tenera fiducia per la Madre.

    Per pagare il tributo di omaggi a colei che ci ha dato l'Emmanuele, la Chiesa Greca non aspetta l'ottavo giorno dalla Nascita del Verbo fatto carne. Nella sua impazienza, consacra a Maria il giorno stesso che segue al Natale, il 26 dicembre, sotto il titolo di Sinassi della Madre di Dio, riunendo queste due solennità in una sola, di modo che onora santo Stefano solo il 27 dicembre.



    La Maternità divina.

    Noi figli maggiori della santa Romana Chiesa, effondiamo oggi tutto l'amore dei nostri cuori verso la Vergine Madre, e uniamoci alla felicità che essa prova per aver dato alla luce il Signore suo e nostro. Durante il sacro Tempo dell'Avvento, l'abbiamo considerata incinta della salvezza del mondo; abbiamo proclamato la suprema dignità del suo casto seno come un altro cielo offerto alla Maestà del Re dei secoli. Ora essa ha dato alla luce il Dio bambino; lo adora, ma è la Madre sua. Ha il diritto di chiamarlo suo Figlio; e lui, per quanto Dio, la chiamerà con tutta verità sua Madre.

    Non stupiamo dunque che la Chiesa esalti con tanto entusiasmo Maria e le sue grandezze. Comprendiamo al contrario che tutti gli elogi che essa può farle, tutti gli omaggi che può tributarle nel suo culto, rimangono sempre molto al di sotto di ciò che è dovuto alla Madre del Dio incarnato. Nessuno sulla terra arriverà mai a descrivere e nemmeno a comprendere quanta gloria racchiuda tale sublime prerogativa. Infatti, derivando la dignità di Maria dal fatto che è Madre di Dio, sarebbe necessario, per misurarla in tutta la sua estensione, comprendere prima la Divinità stessa. È a un Dio che Maria ha dato la natura umana; è un Dio che essa ha per Figlio; è un Dio che si è onorato, di esserle sottomesso, secondo l'umanità. Il valore di così alta dignità in una semplice creatura non può dunque essere stimato se non riavvicinandolo alla suprema perfezione del grande Dio che si degna così di mettersi sotto la sua dipendenza. Prostriamoci dunque davanti alla Maestà del Signore; e umiliamoci davanti alla suprema dignità di colei che Egli si è scelta per Madre.

    Se consideriamo ora i sentimenti che tale situazione ispirava a Maria riguardo al suo divin Figlio, rimarremo ancora confusi dalla sublimità del mistero. Quel Figlio che essa allatta, che tiene fra le braccia, che stringe al cuore, lo ama perché è il frutto del suo seno; lo ama, perché è madre, e la madre ama il figlio come se stessa e più di se stessa; ma se passa a considerare la maestà infinita di Colui che si affida così al suo amore e alle sue carezze, trema e si sente quasi venir meno, fino a che il suo cuore di Madre la rassicura, al ricordo dei nove mesi che quel Bambino ha passato nel suo seno, e del sorriso filiale con il quale le sorrise nel momento in cui lo diede alla luce. Questi due grandi sentimenti, della religione e della maternità, si confondono in quel cuore su quell'unico e divino oggetto. Si può immaginare qualcosa di più sublime di questo stato di Maria Madre di Dio? e non avevamo ragione di dire che, per comprenderlo in tutta la sua realtà, bisognerebbe comprendere Dio stesso, il solo che poteva concepirlo nella sua infinita sapienza, e realizzarlo nella sua infinita potenza?

    Madre di Dio! Ecco il mistero per la cui realizzazione il mondo era nell'attesa da tanti secoli; l'opera che, agli occhi di Dio, sorpassava infinitamente, come importanza, la creazione di un milione di mondi. Una creazione non è nulla per la sua potenza; egli dice, e tutte le cose sono fatte. Al contrario, perché una creatura diventasse Madre di Dio, egli ha dovuto non soltanto invertire tutte le leggi della natura col rendere feconda la verginità, ma porsi divinamente egli stesso in apporti di dipendenza, in rapporti di figliolanza riguardo alla fortunata creatura che ha scelta. Ha dovuto conferirle diritti su se stesso, accettare doveri verso di lei; in una parola, farne la Madre sua ed essere suo Figlio.

    Da ciò deriva che i benefici di quella Incarnazione che dobbiamo all'amore del Verbo divino, potremo e dovremo, con giustizia, riferirli nel loro significato vero, benché inferiore, a Maria stessa. Se essa è Madre di Dio, è perché ha consentito ad esserlo. Dio si è degnato non solo di aspettare quel consenso, ma di farne dipendere la venuta del suo figlio nella carne. Come il Verbo eterno pronunciò il FIAT sul caos, e la creazione usci dal nulla per rispondergli; cosi, mettendosi Dio in ascolto, Maria pronunciò anch'essa il suo FIAT: sia fatto di me secondo la tua parola; e lo stesso Figlio di Dio ascese nel suo casto seno. Dobbiamo dunque il nostro Emmanuele dopo Dio, a Maria, la sua gloriosa Madre.

    Questa necessità indispensabile d'una Madre di Dio, nel piano sublime della salvezza del mondo, doveva sconcertare gli artefici di quell'eresia che voleva distruggere la gloria del Figlio di Dio. Secondo Nestorio, Gesù non sarebbe stato che un uomo; la Madre sua non era dunque se non la madre d'un uomo: il mistero dell'Incarnazione era annullato. Di qui, l'antipatia della società cristiana contro un così odioso sistema. All'unisono, l'Oriente e l'Occidente proclamarono il Verbo fatto carne, nell'unità della persona, e Maria veramente Madre di Dio, Deipara, Theotocos, poiché ha dato alla luce Gesù Cristo. Era dunque giusto che a ricordo della grande vittoria riportata nel concilio di Efeso, e per testimoniare la tenera venerazione dei cristiani verso la Madre di Dio, si elevassero solenni monumenti che avrebbero attestato nei secoli futuri quella suprema manifestazione. Fu allora che cominciò nella Chiesa greca e latina, la pia usanza di congiungere, nella solennità di Natale, la memoria della Madre al culto del Figlio. I giorni assegnati a tale commemorazione furono differenti, ma il pensiero di religione era lo stesso.

    A Roma, il santo Papa Sisto III fece decorare l'arco trionfale della Chiesa di S. Maria ad Praesepe, la meravigliosa basilica di S. Maria Maggiore, con un immenso mosaico a gloria della Madre di Dio. Quella preziosa testimonianza della fede del V secolo è giunta fino a noi; e in mezzo a tutto l'insieme sul quale figurano, nella loro misteriosa ingenuità, gli avvenimenti narrati dalle sacre Scritture e i simboli più venerabili, si può leggere ancora la nobile iscrizione con la quale il santo Pontefice dedicava quel segno della sua venerazione verso Maria, Madre di Dio, al popolo fedele: XISTUS EPISCOPUS PLEBI DEI.

    Canti speciali furono composti anche a Roma per celebrare il grande mistero del Verbo fattosi uomo da Maria. Magnifici Responsori e Antifone vennero a servire d'espressione alla pietà della Chiesa e dei popoli, e hanno portato quell'espressione attraverso i secoli. Fra questi brani liturgici, vi sono delle Antifone che la Chiesa Greca canta con noi, nella sua lingua, in questi stessi giorni, e che attestano l'unità della fede come la comunità dei sentimenti, davanti al grande mistero del Verbo incarnato.



    MESSA

    La Stazione è a S. Maria in Trastevere. Era giusto che si glorificasse questa Basilica che fu sempre venerabile fra quelle che la pietà cattolica ha consacrate a Maria. È la più antica fra le Chiese di Roma dedicate alla santa Vergine, e fu consacrata da san Callisto, fin dal secolo III, nell'antica Taberna Meritoria, luogo celebre presso gli stessi autori pagani per la fontana d'olio che ne scaturì, sotto il regno d'Augusto, e scorse fino al Tevere. La pietà dei popoli ha voluto vedere in quell'avvenimento un simbolo del Cristo (unctus) che doveva presto nascere; e la Basilica porta ancora oggi il titolo di Fons olei [1].



    EPISTOLA (Tt 2,11-15). - Carissimo: Apparve la grazia di Dio nostro Salvatore a tutti gli uomini, e ci ha insegnato a rinunziare all'empietà ed ai mondani desideri, per vivere con temperanza, giustizia e pietà in questo mondo, attendendo la beata speranza, la manifestazione gloriosa del gran Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo: il quale diede se stesso per noi, affine di riscattarci da ogni iniquità e purificarci un popolo tutto suo, zelatore di opere buone. Così insegna ed esorta: in Gesù Cristo Signor nostro.



    In questo giorno, nel quale noi facciamo cominciare l'anno civile, i consigli del grande Apostolo vengono a proposito per avvertire i fedeli dell'obbligo che hanno di santificare il tempo che è loro dato. Rinunciamo ai desideri del secolo; viviamo con sobrietà con giustizia e con pietà; e nulla ci distragga dall'attesa della beatitudine che tutti speriamo. Il grande Dio e Salvatore Gesù Cristo, che appare in questi giorni nella sua misericordia per ammaestrarci, ritornerà nella sua gloria per ricompensarci. Il progredire del tempo ci avverte che il giorno si avvicina; purifichiamoci e diventiamo un popolo accetto agli occhi del Redentore, un popolo intento alle opere buone.



    VANGELO (Lc 2,21). - In quel tempo: Come passarono gli otto giorni per la circoncisione del fanciullo, gli fu posto nome Gesù, com'era stato chiamato dall'Angelo prima che nel seno materno fosse concepito.



    Il Bambino è circonciso; non appartiene più soltanto alla natura umana, ma diventa, per tale simbolo, membro del popolo eletto e consacrato al divino servizio. Egli si sottomette a quella cerimonia penosa, a quel segno di servitù, per compiere ogni giustizia. Riceve in cambio il nome di Gesù, nome che vuoi dire Salvatore; egli ci salverà dunque, ma ci salverà con il suo sangue. Ecco la volontà divina accettata da lui. La presenza del Verbo incarnato sulla terra ha per fine un sacrificio, e questo sacrificio comincia già. Potrebbe essere pieno e perfetto con quella sola effusione del sangue d'un Dio-Uomo; ma l'insensibilità del peccatore, del quale l'Emmanuele è venuto a conquistare l'anima, è così profonda che i suoi occhi contempleranno troppo spesso, senza che egli si commuova, l'abbondanza del sangue divino che è scorso sulla croce. Le poche gocce del sangue della circoncisione sarebbero bastate alla giustizia del Padre, ma non bastano alla miseria dell'uomo; e il cuore del divino Bambino vuole soprattutto guarire questa miseria. Per questo appunto egli viene; e amerà gli uomini fino all'eccesso, perché non vuole portare invano il nome di Gesù.



    * * *



    Consideriamo, in questo ottavo giorno dalla Nascita del divino Bambino, il grande mistero della Circoncisione che si opera nella sua carne. Oggi la terra vede scorrere le primizie del sangue che deve riscattarla; oggi il celeste Agnello, che deve espiare i nostri peccati, comincia a soffrire per noi. Compatiamo l'Emmanuele, che si offre con tanta dolcezza allo strumento che deve imprimergli un segno di servitù.

    Maria, che ha vegliato su di lui con tanta sollecitudine, ha visto venire l'ora delle prime sofferenze del suo Figlio con una dolorosa stretta al suo cuore materno. Sente che la giustizia di Dio potrebbe fare a meno di esigere quel primo sacrificio, oppure accontentarsi del prezzo infinito che esso racchiude per la salvezza del mondo, e tuttavia, bisogna che la carne innocente del suo Figlio sia già lacerata, e che il suo sangue scorra sulle delicate membra.

    Essa vede, desolata, i preparativi di quella rozza cerimonia; non può ne fuggire ne considerare il suo Figlio nelle angosce di quel primo dolore. Bisogna che oda i suoi sospiri, il suo gemito di pianto, e veda scendere le lacrime sulle sue tenere gote. "Ma mentre egli piange - dice san Bonaventura - credi tu che la Madre sua possa contenere le lacrime? Essa stessa dunque pianse. E vedendola così piangere, il Figlio suo, che stava ritto sul suo grembo, portava la manina sulla bocca e sul viso della Madre, come per farle segno di non piangere, perché Colei che egli amava teneramente, la voleva vedere cessare di piangere. Similmente da parte sua la dolce Madre, le cui viscere erano fortemente commosse dal dolore e dalle lacrime del suo Figliuolo, lo consolava con i gesti e con le parole. Infatti, siccome era molto prudente, essa intendeva bene la sua volontà, per quanto ancora non parlasse. E diceva: Figlio mio, se vuoi che io smetta di piangere, smetti anche tu, perché non posso fare a meno di piangere anch'io se piangi tu. E allora, per compassione verso la Madre, il Figlioletto cessava di singhiozzare. La Madre gli asciugava quindi gli occhi, metteva il suo viso a contatto con quello di lui, lo allattava e lo consolava in tutti i modi che poteva" [2].

    Ora, che cosa renderemo noi al Salvatore delle anime nostre, per la Circoncisione che si è degnato di soffrire onde mostrarci il suo amore? Dovremo seguire il consiglio dell'Apostolo (Col 2,2) e circoncidere il nostro cuore da tutti i suoi affetti cattivi, sradicarne il peccato con tutte le sue cupidigie, vivere infine di quella vita nuova di cui Gesù Bambino ci reca dal ciclo il semplice e sublime modello. Cerchiamo di consolarlo di questo primo dolore, e rendiamoci sempre più disposti agli esempi che egli ci dà.



    PREGHIAMO

    O Dio, che per la feconda verginità della beata Vergine Maria hai procurato al genere umano il prezzo dell'eterna salvezza; concedici, te ne preghiamo, di sentire l'intercessione di Colei che ci offrì in dono l'autore della vita, nostro Signor Gesù Cristo.



    [1] Fino all'VIII secolo, il primo giorno dell'anno si celebrava con una festa pagana. La Chiesa la sostituì, fra il 600 e il 657, con una festa cristiana, l'Octava Domini; era una nuova festa di Natale con uno speciale ricordo dedicato a Marla, Madre di Gesù, e la Stazione si faceva a S. Marla ad Martyres, il Pantheon d'Agrippa. Questa festa sarebbe, a giudizio di alcuni, la prima festa mariana della liturgia romana (Ephem. Liturg. t. 47, p. 430). I calendari bizantini dell'VIII e del IX secolo, e prima ancora il canone 17 del Concilio di Tours tenutosi nel 567 e il Martirologio gerominiano (fine del VI secolo) indicano, per il 1° gennaio, la festa della Circoncisione. Inoltre, nel paesi ielle Gallie si digiunava in quel giorno per distogliere i fedeli dalle feste pagane del 1° gennaio. Solo nel IX secolo la Chiesa Romana accetta la festa della Circoncisione: si ebbe allora doppio Ufficio e doppia Stazione, una delle quali a San Pietro.

    [2] Meditazioni sulla Vita di Gesù Cristo, Vol. I.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 177-183

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    Predefinito re: 2 gennaio 2013: Santissimo Nome di Gesù - Ottava di Santo Stefano

    2 gennaio 2013: Santissimo Nome di Gesù



    Per celebrare questa festa, fu dapprima scelta la seconda domenica dopo l'Epifania, che ricorda il banchetto delle nozze di Cana. È nel giorno nuziale che la Sposa assume il nome dello Sposo, e questo nome d'ora in poi testimonierà che essa appartiene a lui. La Chiesa, volendo onorare con un culto speciale un nome per essa così prezioso, ne univa dunque il ricordo a quello delle Nozze divine. Oggi, essa riallaccia all'anniversario stesso del giorno in cui fu imposto, otto giorni dopo la nascita, la celebrazione di quell'augusto Nome.

    L'antica alleanza aveva circondato il Nome di Dio di un profondo terrore: quel nome era per essa tanto formidabile quanto santo, e l'onore di proferirlo non spettava a tutti i figli d'Israele. Dio non era ancora stato visto sulla terra a conversare con gli uomini, non si era ancora fatto uomo lui stesso per unirsi alla nostra debole natura: non potevano dunque dargli quel Nome d'amore e di tenerezza che la Sposa dà allo Sposo.

    Ma quando è giunta la pienezza dei tempi, quando il mistero d'amore è sul punto di apparire, scende innanzitutto dal cielo il Nome di Gesù, come un anticipo della presenza del Signore che deve portarlo. L'Arcangelo dice a Maria: "Gli imporrai il nome di Gesù"; ora Gesù vuoi dire Salvatore. Quanto sarà dolce a pronunziarsi, questo nome, per l'uomo che era perduto! Questo solo Nome quanto riavvicina già il cielo alla terra! Ve n'è forse uno più amabile o più potente? Se a questo divin Nome ogni ginocchio deve piegarsi in cielo, in terra e nell'inferno, vi è forse un cuore che non si commuova d'amore al sentirlo pronunciare? Ma lasciamo descrivere a san Bernardo la potenza e la dolcezza di questo Nome benedetto. Ecco come egli si esprime in proposito nel suo xv Sermone sul Cantico dei Cantici:

    "Il Nome dello Sposo è luce, cibo, medicina. Esso illumina, quando lo si rende noto; nutre, quando vi si pensa in segreto; e quando lo si invoca nella tribolazione, procura la dolcezza e l'unzione. Percorriamo, di grazia, ognuna di tali qualità. Donde pensate che si sia potuto diffondere nell'universo intero la grande e improvvisa luce della Fede, se non dalla predicazione del Nome di Gesù? Non è forse per la luce di quel Nome benedetto che Dio ci ha chiamati alla sua stessa mirabile luce? Illuminati da essa, e vedendo in quella luce un'altra luce, sentiamo san Paolo che ci dice giustamente: Voi eravate una volta tenebre; ma ora siete luce nel Signore.

    Ma il Nome di Gesù non è soltanto luce, è anche cibo. Non vi sentite dunque riconfortati ogni qual volta richiamate al vostro cuore quel dolce Nome? Che altro c'è al mondo che nutra tanto la mente di colui che Lo pensa? Che cos'è che, allo stesso modo, ristori i sensi indeboliti, dia energia alle virtù, faccia fiorire i buoni costumi e mantenga gli onesti e casti affetti? Ogni cibo dell'anima è arido se non è imbevuto di quest'olio, è insipido se non è condito con questo sale.

    Quando voi mi scrivete, il vostro dire non ha per me alcun sapore, se non vi leggo il Nome di Gesù. Quando discutete o parlate con me, tutto il vostro discorso non ha per me alcun interesse se non vi sento risonare il Nome di Gesù. Gesù è miele alla mia bocca, melodia al mio orecchio, giubilo al mio cuore; ed oltre a questo, una medicina benefica. Qualcuno di voi è triste? Che Gesù venga nel suo cuore, passi di qui nella sua bocca, e subito, alla venuta del Nome divino che è vera luce, scompare ogni nube, e torna il sereno. Qualcuno cade nel peccato oppure incorre, disperando, nei lacci della morte? Se invoca il Nome di Gesù, non comincerà subito a respirare e a vivere nuovamente? Chi mai restò nell'indurimento del cuore come fanno tanti altri; o nel torpore delle gozzoviglie, nel rancore o nel languore del tedio? Chi mai, avendo in sé esaurito la sorgente delle lacrime, non l'ha sentita d'improvviso scorrere più abbondante e più soave, appena è stato invocato Gesù? Qual è quell'uomo che, timoroso e preoccupato in mezzo ai pericoli, invocando quel Nome di forza non abbia sentito subito nascere in sé la fiducia e svanire la paura? Chi è colui, vi chiedo, che sbattuto e vacillante in balia dei dubbi, non ha all'istante - lo dico senza esitare - visto risplendere la certezza all'invocazione di un Nome così luminoso? Chi, nell'avversità, mentre era in preda alla sfiducia, non ha ripreso coraggio al suono di quel Nome di valido aiuto? Sono queste infatti le malattie e i languori dell'anima ed esso ne è il rimedio.

    Certamente, e posso provarvelo con quelle parole: Invocami, dice il Signore, nel giorno della tribolazione, e io ti libererò, e tu mi onorerai. Nulla al mondo arresta così decisamente l'impetuosità dell'ira e riduce ugualmente la gonfiezza della superbia. Nulla guarisce così perfettamente le piaghe della tristezza, comprime le irruenze della dissolutezza, spegne la fiamma della cupidigia, estingue la sete dell'avarizia, e distrugge tutti gli stimoli delle passioni disoneste. In verità, quando io nomino Gesù, ho davanti un uomo dolce e umile di cuore, benigno, sobrio, casto, misericordioso, in una parola splendente di ogni purezza e santità. È lo stesso Dio onnipotente che mi guarisce con il suo esempio, e mi rinforza con la sua assistenza. Tutte queste cose echeggiano nel mio cuore quando sento risuonare il Nome di Gesù. Così, in quanto è uomo, io ne ricavo degli esempi per imitarli, e in quanto è l'Onnipotente, ne ricavo un sicuro aiuto. Mi servo di quegli esempi come di erbe medicinali, e dell'aiuto come d'uno strumento per tritarle, e ne faccio così una mistura tale che nessun medico potrebbe farne una simile.

    O anima mia, tu hai un antidoto eccellente, nascosto come in un vaso, nel Nome di Gesù! Gesù, infatti è un nome salutare e un rimedio che non risulterà mai inefficace per nessuna malattia. Che esso sia sempre nel tuo cuore, e nella tua mano: di modo che tutti i tuoi sentimenti e tutti i tuoi atti siano diretti verso Gesù".

    Questa è dunque la forza e la soavità del santissimo Nome di Gesù, che fu imposto all'Emmanuele il giorno della sua Circoncisione; ma, siccome il giorno dell'Ottava di Natale è già consacra a celebrare la divina Maternità, e il mistero del Nome dell'Agnello richiedeva solo per sé una propria solennità, è stata, istituita la festa di oggi. Il suo primo promotore fu nel XV secolo, san Bernardino da Siena, che stabilì e propagò l'usanza di rappresentare, circondato di raggi, il santo Nome di Gesù ridotto alle sue prime tre lettere JHS, riunite in monogramma. Questa devozione si diffuse rapidamente in Italia, e fu incoraggiata dall'illustre san Giovanni da Capistrano, dell'Ordine dei Frati Minori al pari di san Bernardino da Siena. La Santa Sede approvò solennemente tale omaggio al Nome del Salvatore degli uomini, e nei primi anni del XVI secolo Clemente VII, dopo lunghe istanze, accordò a tutto l'Ordine di san Francesco il privilegio di celebrare una festa speciale in onore del santissimo Nome di Gesù.

    Roma estese successivamente questo favore a diverse Chiese ma doveva venire il momento in cui ne sarebbe stato arricchito lo stesso Ciclo universale. Fu nel 1721, dietro richiesta di Carlo VI imperatore di Germania, che il Papa Innocenzo XIII decretò che la festa del santissimo Nome di Gesù fosse celebrata in tutta la chiesa, e la fissò allora alla seconda Domenica dopo l'Epifania.



    EPISTOLA (At 4,8-12). - In quei giorni; Pietro ripieno di Spirito Santo, disse: Capi del popolo, ed anziani, ascoltate: Giacché oggi siamo interrogati sul beneficio fatto ad un malato, affin di sapere in qual modo questo sia guarito, sia noto a voi tutti, e a tutto il popolo d'Israele, come in nome del Signor nostro Gesù Cristo Nazareno che voi crocifiggeste e Dio risuscitò da morte, in virtù di questo nome costui è salvo dinanzi a voi. Questa è la pietra riprovata da voi, costruttori, la quale è divenuta la pietra angolare. Ne c'è in altro salvezza. E non v'è altro nome Sotto il cielo dato agli uomini in virtù del quale possiamo salvarci.



    Lo sappiamo, o Gesù: nessun altro nome fuorché il tuo poteva darci la salvezza. Quel nome infatti significa Salvatore. Sii benedetto per esserti degnato di accettarlo; sii benedetto per averci salvati! Tu appartieni al cielo, e assumi un nome della terra, un nome che può pronunciare una bocca mortale: unisci dunque per sempre la natura divina e quella umana. Rendiamoci degni di tale alleanza, e facciamo in modo che non ci avvenga mai di romperla.



    VANGELO (Lc 2, 2-1). - In quel tempo: Come passarono gli otto giorni per la circoncisione del fanciullo, gli fu posto nome Gesù, com'era stato chiamato dall'Angelo prima che nel seno materno fosse concepito.



    È nel momento della prima effusione del tuo sangue nella Circoncisione, o Gesù, che hai ricevuto il tuo Nome; e doveva essere così, poiché quel nome significa Salvatore, e noi non potevamo essere salvati che dal tuo sangue. Quella felice alleanza che tu vieni a stringere con noi ti costerà un giorno la vita, l'anello nuziale che imporrai alla nostra mano mortale sarà immerso nel tuo sangue, e la nostra vita immortale sarà il prezzo della tua morte crudele. Il tuo Nome santo ci dice tutte queste cose, o Gesù, o Salvatore! Tu sei la Vite, e c'inviti a bere il tuo Vino generoso, ma il celeste grappolo sarà duramente spremuto nel frantoio della giustizia del Padre celeste, e potremo inebriarci del suo divino liquore solo dopo che sarà stato violentemente staccato dal ceppo e frantumato. Che il tuo nome santo, o Emmanuele, ci richiami sempre alla mente questo sublime mistero, il suo ricordo ci preservi dal peccato e ci renda sempre fedeli!

    PREGHIAMO

    O Dio, che hai costituito il tuo Figlio Unigenito Salvatore del genere umano, ed hai voluto che fosse chiamato Gesù, concedici propizio di godere nel cielo la vista di Colui, del quale in terra veneriamo il santo Nome.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 183-187

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    Predefinito Re: 2 gennaio 2013: Santissimo Nome di Gesù - Ottava di Santo Stefano

    2 GENNAIO 2013: Ottava di Santo Stefano



    Abbiamo terminato ieri l'Ottava della Nascita del Salvatore; termineremo oggi quella di santo Stefano; ma non perderemo di vista nemmeno per un istante il divino Bambino di cui Stefano, Giovanni il Prediletto, e gl'Innocenti formano la coorte. Presto vedremo i Magi arrivare alla culla del neonato Re. In queste ore d'attesa, glorifichiamo l'Emmanuele, proclamando le grandezze di coloro che egli ha scelti come i suoi più cari favoriti, e ammiriamo ancora una volta Stefano in quest'ultimo giorno dell'Ottava che la Chiesa gli ha dedicata. In un'altra parte dell'anno, lo ritroveremo con gioia; il 2 agosto infatti, egli apparirà ad allietare la Chiesa con la miracolosa Invenzione delle sue Reliquie, e riverserà su di noi nuovi favori.

    Un antico Sermone attribuito per lungo tempo a sant'Agostino ci riferisce che santo Stefano era nel fior d'una brillante giovinezza quando fu chiamato dagli Apostoli a ricevere, con l'imposizione delle mani, il carattere sacro del Diaconato. Gli furono dati sei compagni; Stefano era il capo della santa compagnia; e il titolo di Arcidiacono gli viene attribuito da sant'Ireneo fin dal secondo secolo.



    La Fedeltà.

    Ora, la virtù del Diacono è la fedeltà, e per questa ragione gli vengono affidati i tesori della Chiesa, tesori che non consistono soltanto nei denari destinati al sollievo dei poveri, ma in ciò che vi è di più prezioso in cielo e in terra: il Corpo stesso del Redentore, di cui il Diacono, per l'Ordine che ha ricevuto, è il dispensatore. Anche l'Apostolo, nella sua prima Epistola a Timoteo, raccomanda ai Diaconi di custodire il mistero della Fede con coscienza pura.

    Essendo dunque il Diaconato un ministero di fedeltà, era giusto che il primo Martire appartenesse all'ordine dei Diaconi, poiché il martirio è una prova di fedeltà; e questo è proclamato in tutta la Chiesa dalla gloriosa Passione dei tre magnifici atleti di Cristo che, coperti della dalmatica trionfale, compaiono alla testa dell'armata dei Martiri: Stefano, la gloria di Gerusalemme; Lorenzo, la delizia di Roma e Vincenzo, l'onore della cattolica Spagna.

    Per onorare il Diaconato nel suo primo rappresentante, vi è in molte Chiese l'usanza di far compiere ai Diaconi, nella festa di Santo Stefano, tutti gli uffici che non sono incompatibili con il loro carattere. Così, in parecchie cattedrali, il Cantore cede a un Diacono il suo bastone canterale, altri Diaconi assistono come coristi con le dalmatiche, e la stessa Epistola della Messa è cantata da un Diacono, perché contiene il racconto del martirio di santo Stefano.



    Antichità della festa.

    L'istituzione della festa del primo tra i Martiri, e la sua assegnazione al giorno che segue la Nascita del Salvatore, si perde nella più sacra e remota antichità. Le Costituzioni Apostoliche, raccolta siriaca compilata nel IV secolo, ce la mostrano già istituita, e fissata appunto al giorno che segue il Natale. San Gregorio Nisseno e sant'Astero di Amasea, entrambi anteriori all'epoca (415) in cui furono rivelate in mezzo a tanti prodigi le reliquie del grande Diacono, celebrano la sua solennità con speciali Omelie e la distinguono fra le altre per il fatto che ad essa spetta l'onore di essere celebrata nel giorno stesso che segue la Nascita di Cristo. Quanto alla sua Ottava, è meno antica; tuttavia, non si è in grado di stabilire la data dell'istituzione. Amalario, nel IX secolo, ne parla come se fosse già istituita, e il Martirologio di Notkero, nel X secolo, la porta espressamente.

    Non si deve stupire che la festa d'un semplice Diacono abbia ricevuto tanti onori, mentre la maggior parte di quelle degli Apostoli restano prive d'un'Ottava. La regola della Chiesa, nella Liturgia, è quella di graduare le distinzioni del suo culto in proporzione dei servigi che ha ricevuto dai Santi. Così onora san Girolamo, semplice sacerdote, d'un culto superiore a quello che attribuisce a molti santi Pontefici. Il posto e il grado di elevazione che concede sul Ciclo, sono in rapporto con la sua gratitudine verso gli amici di Dio che vi riunisce; è così che essa dirige la devozione del popolo fedele verso i celesti benefattori che dovrà venerare nei ranghi della Chiesa trionfante. Stefano, aprendo la via ai Martiri, ha dato il segnale di quella sublime testimonianza del sangue che costituisce la forza della Chiesa, e ratifica le verità di cui essa è depositarla e le eterne speranze che poggiano su tali verità. A Stefano dunque gloria e onore fino alla consumazione dei secoli, sulla terra fecondata dal sangue che egli ha unito a quello di Cristo!



    Santo Stefano e san Paolo.

    Abbiamo messo in risalto il carattere del Protomartire, che perdona ai suoi carnefici sull'esempio di Cristo, e abbiamo visto la santa Chiesa attingere in questo avvenimento la materia del suo più alto elogio verso santo Stefano. Ci fermeremo oggi a considerare una circostanza particolare del dramma così commovente che si svolse sotto le mura di Gerusalemme. Fra i complici della sanguinosa morte di Stefano, c'era un giovane chiamato Saulo. Focoso e minaccioso, custodiva gli abiti di coloro che lapidavano il Diacono e, come dicono i Padri, lo lapidava con le mani di tutti. Poco dopo, lo stesso Saulo veniva rovesciato da una forza divina sulla via di Damasco, e si rialzava discepolo di quel Gesù che la voce risonante di Stefano aveva proclamato Figlio del Padre celeste, fin sotto i colpi dei carnefici. La preghiera di Stefano non era stata inutile e tale conquista preannunciava quella della gentilità, della quale il sangue di Stefano diede alla luce l'Apostolo. "Sublime quadro! - esclama sant'Agostino. - Potete vedervi Stefano che viene lapidato e Saulo che custodisce gli abiti di coloro che lo lapidano. Ora, ecco che Saulo diventa Apostolo di Gesù Cristo, mentre Stefano è servo di Gesù Cristo. Tu sei stato rovesciato, o Saulo, e ti sei rialzato predicatore di Colui che perseguitavi. In ogni luogo si leggono le tue Epistole; in ogni luogo, converti a Cristo i cuori ribelli; in ogni luogo, diventato buon Pastore, formi numerosi greggi. Tu regni con Cristo, insieme a Colui che hai lapidato. Entrambi ci vedete, sentite entrambi quello che noi diciamo e pregate entrambi per noi. E vi esaudirà Colui che vi ha incoronati entrambi. Prima, uno era agnello e l'altro lupo; ora ambedue agnelli. Ci proteggano essi dunque con il loro sguardo, ci raccomandino nelle loro preghiere, e ottengano una vita pacifica e tranquilla alla Chiesa del loro Maestro!". Il tempo di Natale non terminerà, inoltre, senza che abbiamo riunito nel nostro culto Stefano e Paolo. Il 25 gennaio celebreremo la Conversione dell'Apostolo delle Genti: tocca alla sua gloriosa vittima presentarlo alla culla del comune Salvatore.

    Infine, la pietà cattolica, commossa dalla morte del primo fra i Martiri, da quella morte che lo scrittore sacro chiama un sonno, e che è in così forte contrasto con il rigore del supplizio che la provoca, la pietà cattolica, dicevamo, ha designato santo Stefano come uno dei nostri intercessori per la grazia di una buona morte. Imploriamo dunque l'aiuto del santo Diacono per l'ora in cui dovremo rendere al nostro Creatore quell'anima che egli ci ha affidata, e disponiamo fin d'ora il nostro cuore a offrire, quando il Signore lo richiederà, tutto il sacrificio di questa fragile vita che ci è data come un deposito, e che dobbiamo essere pronti a restituire quando ci sarà richiesta.
    Ti siano rese grazie, o glorioso Stefano, per l'aiuto che ci hai arrecato nella celebrazione della Nascita del nostro Salvatore. Spettava a te iniziarci al sublime e meraviglioso mistero d'un Uomo-Dio. Il celeste Bambino ci appariva in tua compagnia, e la Chiesa ti incaricava di rivelarlo ai fedeli, come lo rivelasti un tempo ai Giudei. La tua missione è compiuta: noi lo adoriamo, quel Bambino, come il Verbo di Dio; lo salutiamo come il nostro Re; ci offriamo a lui per servirlo come te, e riconosciamo che questo impegno va fino a dare il nostro sangue per lui, se lo vuole, o santo Diacono; che gli consacriamo fin da oggi il nostro cuore, che facciamo in modo di piacergli sempre, e di mettere tutta la nostra vita e tutti i nostri affetti in armonia con i suoi voleri. Meriteremo così di combattere la sua battaglia, se non nell'arena sanguinosa, almeno nella lotta contro le nostre passioni. Noi siamo i figli dei Martiri, e i Martiri hanno vinto il mondo, come il Bambino di Betlemme. Che il mondo non riporti più la vittoria nemmeno su di noi. Ottieni per il nostro cuore quella carità fraterna che tutto perdona, che prega per i nemici, che produce la conversione delle anime più ribelli. Veglia su di noi o Martire di Dio, nell'ora del nostro trapasso; assistici quando la nostra vita sarà sul punto di spegnersi; mostraci allora quel Gesù che ci hai fatto vedere Bambino; mostracelo glorioso, trionfante, e soprattutto misericordioso, mentre reca fra le mani divine la corona a noi destinata. E che le nostre ultime parole, in quell'ora estrema, siano come le tue: Signore Gesù, ricevi il mio spirito.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 187-191

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    Predefinito Re: 2 gennaio 2013: Santissimo Nome di Gesù - Ottava di Santo Stefano

    3 GENNAIO 2013: Ottava di San Giovanni Evangelista

    Termina oggi l'Ottava di san Giovanni: ma dobbiamo ancor rendere un ultimo tributo di omaggi al Discepolo prediletto. Il Ciclo sacro ci riporterà nuovamente la sua gloriosa memoria il 6 maggio, quando, fra i gaudi della Risurrezione del suo Maestro, celebreremo la sua coraggiosa Confessione a Roma, in mezzo ai fuochi della Porta Latina. Oggi, cerchiamo di soddisfare la nostra riconoscenza verso di lui per le grazie che ci ha ottenute dalla misericordia del divino Bambino, considerando alcuni dei favori che ha ricevuti dall'Emmanuele.

    L'Apostolo.

    L'Apostolato di Giovanni fu fecondo di opere salutari per i popoli verso i quali fu inviato. Il paese dei Parti ricevette da lui il Vangelo, e fu lui a fondare la maggior parte delle Chiese dell'Asia Minore, fra le quali sette sono state scelte con i loro Angeli da Cristo stesso nella divina Apocalisse, per rappresentare le diverse classi di pastori e forse anche, come hanno pensato alcuni, le sette età della stessa Chiesa. Non dobbiamo dimenticare che le Chiese dell'Asia Minore, ancora ripiene della dottrina di san Giovanni, inviarono Apostoli nelle Gallie, e che l'insigne Chiesa di Lione è una delle conquiste di quella pacifica spedizione. Presto, proprio in questo santo Tempo di Natale, onoreremo l'eroico Policarpo, Vescovo di Smirne, discepolo di san Giovanni, e di cui fu a sua volta discepolo san Potino, che fu il primo vescovo di Lione.

    Il figlio di Maria.

    Ma le fatiche apostoliche di san Giovanni non lo distolsero dalle cure che la sua tenerezza filiale e la fiducia del Salvatore gli

    192

    imponevano riguardo alla purissima Maria. Fino a quando Cristo la ritenne necessaria al consolidamento della sua Chiesa, Giovanni ebbe l'insigne privilegio di vivere con lei, di poterla circondare dei segni della sua tenerezza, finché, dopo aver soggiornato in Efeso con lui, essa tornò sempre con lui a Gerusalemme, donde si elevò dal deserto di questo mondo fino al cielo, come canta la Chiesa, simile a una leggera nube di mirra e d'incenso. Giovanni sopravvisse a questa seconda separazione, e attese, nelle fatiche dell'apostolato, il giorno in cui sarebbe stato concesso anche a lui di salire verso la beata regione in cui il suo divino Amico e la sua incomparabile Madre l'aspettavano.

    Il Dottore.

    Gli Apostoli, splendidi lumi posti sul candelabro dalla mano di Cristo stesso, si spegnevano man mano nella morte del martirio; rimaneva in piedi solo Giovanni nella Chiesa di Dio. Le Chiese raccoglievano le parole della sua bocca ispirata come la regola della loro fede, e la sua profezia di Patmos mostrava che i segreti dell'avvenire della Chiesa erano svelati ai suoi occhi. In mezzo a tanta gloria, Giovanni era umile e semplice come il Bambino di Betlemme, e ci si sente commossi dagli antichi racconti che ce lo mostrano mentre stringe fra le sue sante mani un uccelletto, colmandolo di tenere carezze.

    Quel vegliardo che, nei suoi anni giovanili, aveva posato il capo sul petto di Colui che trova la sua delizia nello stare con i figli degli uomini; l'unico fra gli Apostoli che lo aveva seguito fino alla Croce e che aveva visto squarciare dalla lancia il Cuore che ha tanto amato il mondo, provava gusto soprattutto a parlare della carità fraterna. La sua misericordia per i peccatori era degna dell'amico del Redentore, ed è noto l'insegnamento evangelico che intraprese con un giovane la cui anima egli aveva amato con amore di padre, e che si era abbandonato, nell'assenza del santo Apostolo, a tutti i disordini. Malgrado l'età avanzata Giovanni lo raggiunse sulle montagne, e lo ricondusse pentito all'ovile.

    Ma quest'uomo così meraviglioso nella carità, era inflessibile contro l'eresia che distrugge la carità nella sua stessa sorgente, guastando la fede. Da lui la Chiesa ha ricevuto l'insegnamento di fuggire l'eresia come la peste: Non rivolgetegli nemmeno il saluto, dice l'amico di Cristo nella sua seconda Epistola, perché colui che lo saluta partecipa alle sue opere di malizia. Un giorno, entrato in un bagno pubblico, seppe che vi si trovava anche l'eresiarca Cerinto, e ne uscì all'istante come da un luogo maledetto. I discepoli di Cerinto tentarono di avvelenarlo con un bicchiere del quale si serviva, ma avendo il santo Apostolo fatto il segno della croce sulla bevanda, ne venne fuori un serpente che dimostrò la malizia dei settari e la santità del discepolo di Cristo. Questa fermezza apostolica nella custodia del deposito della fede fece di lui il terrore degli eretici dell'Asia, e giustificò in tal modo il profetico nome di Figlio del Tuono che gli aveva dato il Salvatore, come l'aveva dato anche al fratello Giacomo il Maggiore, l'Apostolo della Spagna.

    A ricordo del miracolo che abbiamo riferito, la tradizione delle arti cattoliche ha dato come emblema a san Giovanni un calice dal quale esce un serpente, e in parecchie province della cristianità, particolarmente in Germania, nel giorno della festa dell'Apostolo si benedice solennemente del vino con una preghiera che ricorda quell'avvenimento. Vi è anche, in quelle regioni, l'usanza di bere, alla fine del pasto, un ultimo bicchiere chiamato il bicchiere di san Giovanni, come per porre sotto la sua protezione il pasto che si è fatto.

    Ci manca lo spazio per narrare in particolare varie tradizioni sull'Apostolo: si possono vedere nei leggendari e noi ci limiteremo a dire qui qualche cosa riguardo alla sua morte.

    Il brano del Vangelo che si legge alla Messa di san Giovanni è stato spesso interpretato nel senso che il Discepolo prediletto non dovesse morire; tuttavia bisogna riconoscere che il testo si spiega anche senza ricorrere a tale interpretazione. La Chiesa Greca professa la credenza nel privilegio dell'esenzione dalla morte concesso a san Giovanni; e questo sentimento di parecchi Padri antichi è riprodotto in alcune Sequenze o Inni delle Chiese d'Occidente. La Chiesa Romana sembrerebbe propendervi nella scelta delle parole che compongono un'Antifona delle Laudi della Festa; bisogna tuttavia riconoscere che essa non ha mai favorito tale sentimento, benché non abbia ritenuto opportuno riprovarlo. D'altra parte, il sepolcro del santo Apostolo è esistito in Efeso, i monumenti della tradizione ne fanno menzione, come fanno menzione dei prodigi d'una manna miracolosa che vi si è raccolta per parecchi secoli.

    È sorprendente tuttavia il fatto che il corpo di san Giovanni non sia stato oggetto di alcuna traslazione; nessuna Chiesa si è mai gloriata di possederlo, e quanto alle reliquie particolari di questo Apostolo, sono in numero limitatissimo nella Chiesa, e la loro natura è rimasta sempre abbastanza vaga. A Roma, quando si chiedono delle reliquie di san Giovanni, se ne ottengono solo del suo sepolcro. È impossibile, dopo tutti questi fatti, non riconoscere qualche cosa di misterioso nella sparizione totale del corpo d'un personaggio cosi caro a tutta la Chiesa, mentre i corpi di tutti gli altri suoi colleghi nell'Apostolato hanno una storia più o meno continua e tante Chiese se li disputano, tutti o in parte. Ha voluto il Salvatore glorificare, prima del giorno del giudizio, il corpo del suo amico? Lo ha sottratto a tutti gli sguardi, come quello di Mosè, negli imperscrutabili disegni della sua sapienza? Queste domande non avranno probabilmente mai una risposta sulla terra, ma non si può fare a meno di riconoscere, con molti santi dottori, nel mistero di cui il Signore ha voluto circondare il virgineo corpo di san Giovanni, come un nuovo segno della mirabile castità di questo grande Apostolo.

    * * *

    Noi ti salutiamo oggi con il cuore pieno di riconoscenza, o beato Giovanni, che ci hai assistiti con sì tenera carità nella celebrazione dei misteri della Natività del tuo divino Re. Mettendo in risalto le tue ineffabili prerogative, rendiamo gloria a Colui che te ne ha onorato. Sii dunque benedetto, tu che sei l'amico di Gesù, il Figlio della Vergine! Ma prima di lasciarci, ricevi ancora le nostre preghiere.

    Apostolo della carità fraterna, fa' che i nostri cuori si fondano tutti in una santa unione; che cessino le divisioni e rinasca nel cuore dei cristiani di oggi la semplicità della colomba di cui tu sei stato un mirabile esempio. Si conservi pura nelle nostre Chiese la fede, senza la quale non può esservi carità; sia schiacciato il serpente dell'eresia, e le sue velenose bevande non siano più offerte alle labbra d'un popolo complice o indifferente; sia fermo ed energico nei cuori dei cattolici l'attaccamento alla dottrina della Chiesa; le contaminazioni profane, la vile tolleranza degli errori non vengano più a corrompere i religiosi costumi dei nostri padri, e i figli della luce si allontanino dai figli delle tenebre.

    Ricorda, o santo Profeta, la sublime visione nella quale ti fu rivelato lo stato delle Chiese dell'Asia Minore: ottieni per gli Angeli che custodiscono le nostre, quella fedeltà inviolabile che è l'unica a meritare la corona e la vittoria. Prega anche per le regioni che tu stesso hai evangelizzate e che meritarono il terribile castigo di perdere la fede. Hanno sofferto per troppo tempo la schiavitù e la degradazione: è tempo che siano rigenerate in Gesù Cristo e nella sua Chiesa. Dall'alto del cielo, manda la pace alla tua Chiesa di Efeso, e alle sue sorelle di Smirne, di Pergamo, di Tiatira, di Sardi, di Filadelfia e di Laodicea; fa' che si ridestino dal loro sonno, che escano dai loro sepolcri, che l'Islamismo si avvii presto al suo malaugurato destino, si spengano lo scisma e l'eresia che degradano l'Oriente, e tutto il gregge si riunisca in un unico ovile. Proteggi la santa Romana Chiesa che fu testimone della tua gloriosa Confessione e l'ha registrata fra i suoi più splendidi titoli di gloria insieme a quella di Pietro e di Paolo. Fa' ch'essa riceva in questi giorni in cui la messe biancheggia da ogni parte, una nuova effusione di luce e di carità. E infine, o Discepolo prediletto del Salvatore degli uomini, fa' che siamo ammessi un giorno a contemplare la gloria del tuo virgineo corpo; e dopo averci presentati su questa terra a Gesù e a Maria in Betlemme, presentaci allora a Gesù e a Maria negli splendori dell'eternità.



    da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. GRAZIANI, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 191-195.

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    Predefinito Re: 2 gennaio 2013: Santissimo Nome di Gesù - Ottava di Santo Stefano

    4 gennaio 2013: ottava dei Santi Innocenti

    Terminiamo oggi gli otto giorni consacrati a onorare la memoria dei beati fanciulli di Betlemme. Siano rese grazie a Dio che ce li ha dati quali intercessori e modelli! Il loro nome non comparirà più nel Ciclo, fino al ritorno delle solennità della Nascita dell'Emmanuele: tributiamo dunque ad essi oggi un ultimo omaggio.

    La santa Chiesa che, nel giorno della loro festa, ha rivestito nei suoi paramenti sacri un colore di lutto, in considerazione dei dolori di Rachele, riprende, in questo giorno dell'Ottava, la porpora dei Martiri, con la quale vuole onorare coloro che hanno il vanto di esserne quasi le primizie. Ma la Chiesa non cessa per questo di commuoversi sulla desolazione delle madri che hanno visto uccidere fra le loro braccia i bimbi che allattavano. A Mattutino, essa legge il seguente drammatico brano d'un antico Sermone attribuito un tempo a sant'Agostino.

    "Il Signore è appena nato, che comincia un gran duolo, non in cielo ma sulla terra. Le madri si lamentano, gli Angeli trionfano, i bambini sono portati via. È nato un Dio: occorrono vittime innocenti a Colui che viene a condannare la malizia del mondo. Bisogna immolare degli agnelli, poiché è venuto l'Agnello che toglie il peccato e che deve essere crocifisso. Ma le pecore, le loro madri, mandano grandi grida, perché perdono i loro agnelli prima ancora che essi possano far sentire il proprio belato. Crudele martirio! La spada è usata senza motivo; solo la gelosia è infuriata, e Colui che è nato non usa violenza a nessuno.

    Ma consideriamo le madri che si lamentano sui loro agnelli. In Rama è risonata una voce, con pianti e lamenti perché si toglie loro un deposito che non hanno soltanto ricevuto, ma generato. La natura, che era contraria al loro martirio, di fronte al tiranno testimoniava abbastanza la sua potenza. La madre si tirava e si strappava i capelli dal capo perché ne aveva perduto l'ornamento nei propri figli. Quanti sforzi per nascondere quel bambino! E il bambino stesso si tradiva. Non avendo ancora imparato a temere, non sapeva trattenere la voce. La madre e il carnefice lottavano insieme: questi strappava il bambino, quella lo tratteneva. La madre gridava al carnefice: 'Perché separi da me quello che da me è nato? Il mio seno l'ha generato: avrà dunque succhiato invano il mio latte? Io portavo con tante attenzioni quello che la tua mano crudele strappa con tanta violenza! Appena le mie viscere l'hanno prodotto tu lo schiacci contro la terra'.

    Un'altra madre gridava perché il soldato si rifiutava di immolarla insieme con il figlio: 'Perché mi lasci priva del mio bambino? Se un delitto è stato commesso, io ne sono colpevole: fa' morire anche me, libera una povera mamma'. Un'altra diceva: 'Che cercate? Voi ce l'avete con uno solo, e ne uccidete tanti, senza poter con questo raggiungere l'unico che cercate'. Un'altra ancora: 'Vieni, o Salvatore del mondo: fino a quando ti lascerai cercare? Tu non temi alcuno: che il soldato ti veda, e lasci la vita ai nostri figli'. Cosi si fondevano i lamenti delle madri; e il sacrificio dei piccoli innocenti saliva fino al cielo".

    Tra i bambini cosi crudelmente immolati dall'età di due anni in giù, alcuni dovettero appartenere ai pastori di Betlemme che erano venuti, chiamati dall'Angelo, per riconoscere e adorare il Neonato nella mangiatoia. I primi adoratori del Verbo incarnato dopo Maria e Giuseppe, offrirono così il sacrificio di ciò che avevano di più caro al Signore che li aveva scelti. Sapevano a quale Bambino i loro bambini stessi erano sacrificati, ed erano santamente fieri della nuova distinzione che veniva a raggiungerli in mezzo al loro popolo.

    Tuttavia Erode, come tutti i politici che fanno la guerra a Cristo e alla sua Chiesa, fu deluso nei suoi progetti. Il suo editto di carneficina abbracciava Betlemme e tutti i dintorni; coinvolgeva tutti i bambini di quella contrada, dalla nascita fino all'età di due anni; e malgrado questa feroce precauzione, il Bambino tanto ricercato sfuggiva alla spada e fuggiva in Egitto. Il colpo era dunque fallito come sempre; e inoltre, a dispetto del tiranno, la Chiesa del cielo non avrebbe tardato a ricevere nell'esultanza nuovi protettori per quella della terra.

    Il neonato Re dei Giudei che la gelosia di Erode perseguitava, non era dunque che un Bambino, senza armate e senza soldati; e tuttavia Erode tremava davanti a lui. Un segreto istinto gli rivelava, come a tutti i tiranni della Chiesa, che quella apparente debolezza nascondeva una invincibile forza; ma si ingannava, come tutti i suoi successori, cercando di lottare con la spada contro la potenza dello Spirito. Il Bambino di Betlemme non è ancor giunto al termine della sua apparente debolezza: fugge davanti al tiranno; più tardi, quando sarà un uomo, resterà sotto i colpi dei suoi nemici: lo si affiggerà alla croce infame, fra i due ladroni; ma proprio in quel giorno un governatore romano proclamerà in un'iscrizione stilata di suo pugno: Questi è il Re dei Giudei. Pilato darà a Cristo, in maniera ufficiale, il titolo che fa impallidire Erode; e malgrado le istanze dei nemici del Salvatore, esclamerà: Quello che ho scritto ho scritto. Gesù sul legno della croce, unirà al proprio trionfo uno dei compagni del suo supplizio: oggi, nelle sua culla, chiama dei bambini a condividere la sua gloria.

    Noi vi lasciamo oggi, o fiori dei Martiri, ma la vostra protezione resta su di noi. In tutto il corso di quest'anno della sacra Liturgia, voi veglierete su di noi, parlerete per noi all'Agnello di cui siete i fedeli amici. Noi poniamo sotto la vostra custodia i frutti che le anime nostre hanno prodotti in questi giorni di grazia. Siamo diventati bambini con Gesù; ricominceremo con lui la nostra vita: pregate, affinché cresciamo come lui in età e in sapienza, davanti a Dio e davanti agli uomini. Con la vostra intercessione assicurateci la perseveranza; e conservate quindi in noi la semplicità cristiana che è la virtù dei figli di Cristo. Voi siete innocenti, e noi siamo colpevoli; amateci tuttavia di un amore fraterno. Voi foste sacrificati all'alba della Legge di Grazia; noi siamo i figli di questi ultimi tempi nei quali il mondo indurito ha lasciato raffreddare la Carità. Tendete verso di noi le vostre palme vittoriose, sorridete alle nostre battaglie, fate che presto il nostro pentimento ottenga la corona che vi fu concessa con divina munificenza.
    Fanciulli Martiri, ricordate le giovani generazioni che sorgono ora sulla terra. Nella gloria alla quale siete giunti prima dell'età matura, non dimenticherete i bambini. Questi teneri rampolli della razza umana dormono anch'essi nella loro innocenza. La grazia del Battesimo è intatta in essi, e le loro anime pure riflettono come uno specchio la santità del Dio che abita in essi con la sua grazia. Purtroppo tanti pericoli attendono questi neonati; molti fra essi saranno contaminati; le loro sacre vesti senza macchia perderanno forse subito quel candore di cui risplendono. La corruzione del cuore e della mente li infetterà; e chi potrà sottrarli a tanti spaventosi influssi? La voce delle madri risuona ancora in Rama; Rachele cristiana piange i suoi figli immolati, e nulla può consolarla per la perdita delle loro anime. Innocenti vittime di Cristo, pregate per i bambini. Fate che abbiano tempi migliori, e che possano un giorno entrare nella vita senza dover temere di incontrarvi la morte fin dai loro primi passi.


    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 198-201

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    Predefinito Re: 2 gennaio 2013: Santissimo Nome di Gesù - Ottava di Santo Stefano

    5 GENNAIO 2013: Vigilia dell'Epifania



    La festa di Natale è terminata. Eccoci ora davanti alla solennità dell'Epifania del Signore. Ci rimane un solo giorno per prepararci alla piena Manifestazione del mistero di gloria che ci farà Colui che è l'Angelo del Gran Consiglio. Tra poche ore, la stella si fermerà, e i Magi busseranno alla porta della casa di Betlemme.

    Questo giorno non è come la Vigilia di Natale, un giorno di penitenza. Il Bambino che aspettavamo allora, nella compunzione e nell'ardore dei nostri desideri, è venuto; rimane con noi e ci prepara nuovi favori. Questo giorno di attesa di una nuova solennità è un giorno di gioia come quelli che l'hanno preceduto.

    È il dodicesimo giorno dalla Nascita dell'Emmanuele. Celebriamolo nella letizia del cuore, e prepariamo le anime nostre ai nuovi favori che ad esse son riservati.

    La Chiesa Greca osserva oggi il digiuno, in memoria della preparazione al Battesimo che si amministrava una volta, soprattutto in Oriente, nella notte che precedeva il santo giorno dell'Epifania. Benedice ancora le acque con grande solennità in questa festa; e parleremo in particolare di questa cerimonia le cui vestigia non sono ancora del tutto scomparse in Occidente.

    La santa Romana Chiesa ricorda oggi uno dei suoi Papi Martiri, san Telesforo. Questo Pontefice salì alla Sede Apostolica nel 127, soffrì un glorioso martirio, secondo l'espressione di sant'Ireneo, e fu incoronato della gloria celeste nel 138. Il Liber Pontificalis indica che fu sepolto a S. Pietro in Vaticano.



    * * *



    Le ultime parole del nostro Avvento erano quelle della Spoasa nella profezia del Discepolo prediletto: Vieni, Signore Gesù, vieni! Termineremo la prima parte del Tempo di Natale con le parole di Isaia che la santa Chiesa ha ripetute esultante: Ci è nato un Bambino! I cieli hanno mandato la loro rugiada, il giusto è disceso dal cielo, la terra ha generato il Salvatore, IL VERBO SI È FATTO CARNE, la Vergine ha prodotto il suo dolce frutto, l'Emmanuele, cioè Dio con noi. Il Sole di giustizia brilla ora su di noi, sono passate le tenebre; Gloria a Dio in cielo, e Pace in terra agli uomini! Tutti questi favori ci sono venuti dall'umile e gloriosa Nascita di quel Bambino. Adoriamolo nella sua culla, amiamolo per tanto amore; e prepariamo i doni che dovremo offrirgli domani insieme con i Magi. La letizia della santa Chiesa continua, la natura angelica è piena di stupore, e tutta la creazione trasalisce di felicità: Ci è nato un Bambino!



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 201-202

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    Predefinito Re: 2 gennaio 2013: Santissimo Nome di Gesù - Ottava di Santo Stefano

    5 gennaio 2013: San Telesforo Papa e martire

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    Predefinito Re: 2 gennaio 2013: Santissimo Nome di Gesù - Ottava di Santo Stefano

    6 gennaio 2013: EPIFANIA DI NOSTRO SIGNORE



    Il nome della festa.

    La festa dell'Epifania è la continuazione del mistero di Natale; ma si presenta, sul Ciclo cristiano, con una sua propria grandezza. Il nome che significa Manifestazione, indica abbastanza chiaramente che essa è destinata ad onorare l'apparizione di Dio in mezzo agli uomini.

    Questo giorno, infatti, fu consacrato per parecchi secoli a festeggiare la, Nascita del Salvatore; e quando i decreti della Santa Sede obbligarono tutte le Chiese a celebrare, insieme con Roma, il mistero della Natività il 25 dicembre, il 6 gennaio non fu completamente privato della sua antica gloria. Gli rimase il Nome di Epifania con la gloriosa memoria del Battesimo di Gesù Cristo, di cui la tradizione ha fissato a questo giorno l'anniversario.

    La Chiesa Greca dà a questa Festa il venerabile e misterioso nome di Teofania, celebre nell'antichità per significare un'Apparizione divina. Ne parlano Eusebio, san Gregorio Nazianzeno, sant'Isidoro di Pelusio, e, nella Chiesa Greca, è il titolo proprio di questa ricorrenza liturgica.

    Gli Orientali chiamano ancora questa solennità i santi Lumi, a motivo del Battesimo che si conferiva un tempo in questo giorno in memoria del Battesimo di Gesù Cristo nel Giordano. È noto come il Battesimo sia chiamato dai Padri illuminazione, e quelli che l'hanno ricevuto illuminati.

    Infine, noi chiamiamo comunemente, in Francia, tale festa la Festa dei Re, in ricordo dei Magi la cui venuta a Betlemme è celebrata oggi in modo particolare.

    L'Epifania condivide con le Feste di Natale, di Pasqua, della Ascensione e di Pentecoste, l'onore di essere qualificata con il titolo di giorno santissimo, nel Canone della Messa; e viene elencata fra le feste cardinali, cioè fra le solennità sulle quali si basa l'economia dell'Anno liturgico. Una serie di sei domeniche prende nome da essa, come altre serie di domeniche si presentano sotto il titolo di Domeniche dopo Pasqua, Domeniche dopo la Pentecoste.

    Il giorno dell'Epifania del Signore è dunque veramente un gran giorno; e la letizia nella quale ci ha immersi la Natività del divino Bambino deve effondersi nuovamente in questa solennità. Infatti, questo secondo irradiamento della Festa di Natale ci mostra la gloria del Verbo incarnato in un nuovo splendore; e senza farci perdere di vista le bellezze ineffabili del divino Bambino, manifesta in tutta la luce della sua divinità il Salvatore che ci è apparso nel suo amore. Non sono più soltanto pastori che son chiamati dagli Angeli a riconoscere il VERBO FATTO CARNE, ma è il genere umano, è tutta la natura che la voce di Dio stesso chiama ad adorarlo e ad ascoltarlo.



    I misteri della festa.

    Nei misteri della divina Epifania, tre raggi del sole di giustizia scendono fino a noi. Questo sesto giorno di gennaio, nel ciclo della Roma pagana, fu assegnato alla celebrazione del triplice trionfo d'Augusto, autore e pacificatore dell'Impero; ma quando il pacifico Re, il cui impero è eterno e senza confini, ebbe con il sangue dei suoi martiri, la vittoria della propria Chiesa, questa Chiesa giudicò, nella sapienza del cielo che l'assiste, che un triplice trionfo dell'Imperatore immortale dovesse sostituire, nel rinnovato Ciclo, i tre trionfi del figlio adottivo di Cesare.

    Il 6 gennaio restituì dunque al venticinque dicembre la memoria della Nascita del Figlio di Dio; ma in cambio tre manifestazioni della gloria di Cristo vennero ad adunarsi in una stessa Epifania: il mistero dei Magi venuti dall'Oriente sotto la guida della Stella per onorare la divina Regalità del Bambino di Betlemme; il mistero del Battesimo di Cristo proclamato Figlio di Dio nelle acque del Giordano dalla voce stessa del Padre celeste; e infine il mistero della potenza divina di quello stesso Cristo che trasforma l'acqua in vino al simbolico banchetto delle Nozze di Cana.

    Il giorno consacrato alla memoria di questi tre prodigi è insieme l'anniversario del loro compimento? È una questione discussa. Ma basta ai figli della Chiesa che la loro Madre abbia fissato la memoria di queste tre manifestazioni nella Festa di oggi, perché i loro cuori applaudano i trionfi del divin Figlio di Maria.

    Se consideriamo ora nei particolari il multiforme oggetto della solennità, notiamo innanzi tutto che l'adorazione dei Magi è il mistero che la santa Romana Chiesa onora oggi con maggior compiacenza. A celebrarlo è impiegata la maggior parte dei canti dell'Ufficio e della Messa, e i due grandi Dottori della Sede Apostolica san Leone e san Gregorio, sembra che abbiano voluto insistervi quasi unicamente, nelle loro Omelie sulla festa, benché confessino con sant'Agostino, san Paolino di Noia, san Massimo di Torino, san Pier Crisologo, sant'Ilario di Arles e sant'Isidoro di Siviglia, la triplicità del mistero dell'Epifania. La ragione della preferenza della Chiesa Romana per il mistero della Vocazione dei Gentili deriva dal fatto che questo grande mistero è sommamente glorioso a Roma che, da capitale della gentilità quale era stata fino allora, è diventata la capitale della Chiesa cristiana e dell'umanità, per la vocazione celeste che chiama oggi tutti i popoli alla mirabile luce della fede, nella persona dei Magi

    La Chiesa Greca non fa oggi menzione speciale dell'adorazione dei Magi. Essa ha unito questo mistero a quello della Nascita del Salvatore negli Uffici per il giorno di Natale. Tutte le sue lodi, nella solennità odierna, hanno per unico oggetto il Battesimo di Gesù Cristo.

    Questo secondo mistero dell'Epifania è celebrato insieme con gli altri due dalla Chiesa Latina, il 6 gennaio. Se ne fa più volte menzione nell'Ufficio di oggi; ma siccome la venuta dei Magi alla culla del neonato Re attira soprattutto l'attenzione della Roma cristiana in questo giorno, è stato necessario, perché il mistero della santificazione delle acque fosse degnamente onorato, legare la sua memoria a un altro giorno. Dalla Chiesa d'Occidente è stata scelta l'Ottava dell'Epifania per onorare in modo particolare il Battesimo del Salvatore.

    Essendo inoltre il terzo mistero dell'Epifania un po' offuscato dallo splendore del primo, benché sia più volte ricordato nei canti della Festa, la sua speciale celebrazione è stata ugualmente rimessa a un altro giorno, e cioè alla seconda Domenica dopo l'Epifania.

    Alcune Chiese hanno associato al mistero del cambiamento dell'acqua in vino quello della moltiplicazione dei pani, che ha infatti parecchie analogie con il primo, e nel quale il Salvatore manifestò ugualmente la sua potenza divina; ma la Chiesa Romana tollerando tale usanza nel rito Ambrosiano e in quello Mozarabico, non l'ha mai accolta, per non venir meno al numero di tre che deve segnare nel Ciclo i trionfi di Cristo il 6 gennaio, e anche perché san Giovanni ci dice nel suo Vangelo che il miracolo della moltiplicazione dei pani ebbe luogo nella prossimità della Festa di Pasqua, il che non potrebbe attribuirsi in alcun modo al periodo dell'anno nel quale si celebra l'Epifania.

    Diamoci dunque completamente alla letizia di questo bel giorno e nella Festa della Teofania, dei santi Lumi, dei Re Magi, consideriamo con amore la luce abbagliante del nostro divino Sole che sale a passi da gigante, come dice il Salmista (Sal 18) e che riversa su di noi i fasci d'una luce tanto dolce quanto splendente. Ormai i pastori accorsi alla voce dell'Angelo hanno visto accrescere la loro schiera fedele; il Protomartire, il Discepolo prediletto, la bianca coorte degli Innocenti, il glorioso san Tommaso, Silvestro, il Patriarca della Pace, non sono più soli a vegliare sulla culla dell'Emmanuele; le loro file si aprono per lasciar passare i Re dell'Oriente, portatori dei voti e delle adorazioni di tutta l'umanità. L'umile stalla è diventata troppo stretta per un simile afflusso di persone; Betlemme appare vasta come il mondo. Maria, il Trono della divina sapienza, accoglie tutti i membri di quella corte con il suo grazioso sorriso di Madre e di Regina; presenta il Figlio alle adorazioni della terra e alle compiacenze del cielo. Dio si manifesta agli uomini, perché è grande, ma si manifesta attraverso Maria, perché è misericordioso.

    Ricordi storici.

    Nei primi secoli della Chiesa troviamo due avvenimenti notevoli che hanno illustrato il grande giorno che ci raduna ai piedi del Re pacifico. Il 6 gennaio del 361, l'imperatore Giuliano già apostata nel cuore, alla vigilia di salire sul trono imperiale, che presto la morte di Costanzo avrebbe lasciato vacante, si trovava a Vienna nelle Gallie. Aveva ancora bisogno dell'appoggio di quella Chiesa cristiana nella quale si diceva perfino che avesse ricevuto il grado di Lettore, e che tuttavia si preparava ad attaccare con tutta l'astuzia e tutta la ferocia della tigre. Nuovo Erode, artificioso come il primo, volle inoltre, in questo giorno dell'Epifania, andare ad adorare il Neonato Re. Nella relazione del suo panegirista Ammiano Marcellino, si vede il filosofo incoronato uscire dall'empio santuario dove consultava segretamente gli aruspici, avanzare quindi sotto i portici della Chiesa e in mezzo all'assemblea dei fedeli offrire al Dio dei cristiani un omaggio tanto solenne quanto sacrilego.

    Undici anni dopo, nel 372, anche un altro Imperatore penetrava nella chiesa, sempre nel giorno dell'Epifania. Era Valente, cristiano per il Battesimo come Giuliano, ma persecutore, in nome dell'Arianesimo, di quella stessa Chiesa che Giuliano perseguitava in nome dei suoi dei impotenti e della sua sterile filosofia. La liberta evangelica d'un santo Vescovo abbatte Valente ai piedi di Cristo Re nello stesso giorno in cui la politica aveva costretto Giuliano ad inchinarsi davanti alla divinità del Galileo.

    San Basilio usciva allora allora dal suo celebre colloquio con il prefetto Modesto, nel quale aveva vinto tutta la forza del secolo con la libertà della sua anima episcopale. Valente giunse a Cesarea con l'empietà ariana nel cuore, e si reca alla basilica dove il Pontefice celebrava con il popolo la gloriosa Teofania. "Ma - come dice eloquentemente san Gregorio Nazianzeno - l'Imperatore ha appena varcato la soglia del sacro tempio, che il canto dei salmi risuona al suo orecchio come un tuono. Egli contempla sbalordito la moltitudine del popolo fedele simile ad un mare.

    L'ordine, e la bellezza del santuario risplendono ai suoi occhi con una maestà più angelica che umana. Ma ciò che lo colpisce più di tutto, è l'Arcivescovo ritto davanti al suo popolo, con il corpo, gli occhi e la mente raccolti come se nulla di nuovo fosse accaduto, tutto intento a Dio e all'altare. Valente osserva anche i ministri sacri, immobili nel raccoglimento, pieni del sacro terrore dei Misteri. Mai l'Imperatore aveva assistito a uno spettacolo così sublime. La sua vista si oscura, il capo gli gira, e la sua anima è presa dallo sbigottimento e dall'orrore".

    Il Re dei secoli, Figlio di Dio e Figlio di Maria, aveva vinto. Valente sentì svanire i suoi progetti di violenza contro il santo Vescovo, e se in quel momento non adorò il Verbo consustanziale al Padre, confuse almeno i suoi omaggi esteriori a quelli del gregge di Basilio. Al momento dell'offertorio, avanzò verso la balaustra, e presentò i suoi doni a Cristo nella persona del suo Pontefice. Il timore che Basilio non lo volesse ricevere agitava con tanta violenza il principe che la mano dei ministri del santuario dovette sostenerlo perché non cadesse, nel suo turbamento, ai piedi stessi dell'altare.

    Così, in questa grande solennità, la Regalità del neonato Salvatore è stata onorata dai potenti di questo mondo che si son visti, secondo la profezia del Salmo, abbattuti e prostrati bocconi a terra ai suoi piedi (Sal 71).

    Ma dovevano sorgere nuove generazioni d'imperatori e di re che avrebbero piegato i ginocchi e presentato a Cristo Signore l'omaggio d'un cuore devoto e ortodosso. Teodosio, Carlo Magno, Alfredo il Grande, Stefano d'Ungheria, Edoardo il Confessore, Enrico II Imperatore, Ferdinando di Castiglia, Luigi IX di Francia tennero questo giorno in grande devozione, e furono orgogliosi di presentarsi insieme con i Re Magi ai piedi del divino Bambino e di offrirgli i loro cuori come quelli gli avevano offerto i loro tesori. Alla corte di Francia s'era anche conservata, fino al 1378 e oltre (come testimonia il continuatore di Guillaume de Nangis) l'usanza che il Re cristianissimo, giunto all'offertorio, presentasse dell'oro, dell'incenso e della mirra come un tributo all'Emmanuele.



    Usanze.

    Ma questa rappresentazione dei tre mistici doni dei Magi non era in uso solo nella corte dei re. Nel medioevo, anche la pietà dei fedeli presentava al Sacerdote, perché lo benedicesse, nella festa dell'Epifania, dell'oro, dell'incenso e della mirra; e si conservavano in onore dei tre Re quei commoventi segni della loro devozione verso il Figlio di Maria, come un pegno di benedizione per le case e per le famiglie. Tale usanza è rimasta ancora in alcune diocesi della Germania.

    Più a lungo è durata un'altra usanza, ispirata anch'essa dall'età di fede. Per onorare la regalità dei Magi venuti dall’Oriente verso il Bambino di Betlemme, si eleggeva a sorte, in ogni famiglia, un Re per la festa dell'Epifania. In un banchetto animato da una santa letizia, e che ricordava quello delle nozze di Galilea, si rompeva una focaccia di cui una parte serviva a designare l’invitato al quale era attribuita quella momentanea regalità. Due porzioni della focaccia erano prese per essere offerte al Bambino Gesù e a Maria, nella persona dei poveri che godevano anch'essi in quel giorno del trionfo del Re umile e povero. Le gioie della famiglia si confondevano con quelle della religione; i legami della natura, dell'amicizia, della vicinanza si rinforzavano attorno alla tavola dei Re; e se la debolezza poteva apparire qualche volta nell'abbandono di un banchetto, l'idea cristiana non era lontana e splendeva in fondo ai cuori.

    Beate ancor oggi le famiglie nel cui seno si celebra con cristiana pietà la festa dei Re! Per troppo tempo un falso zelo ha trovato da ridire contro queste semplici usanze nelle quali la gravità dei pensieri della fede si univa alle effusioni della vita domestica. Si faceva guerra a queste tradizioni della famiglia con il pretesto del pericolo dell'intemperanza, come se un banchetto privo di ogni linea religiosa fosse meno soggetto agli eccessi. Con uno spirito di ricerca alquanto difficile a giustificarsi, si è giunti fino a pretendere che la focaccia dell'Epifania e la innocente regalità che l'accompagnava non fossero altro che un'imitazione dei Saturnali pagani, come se fosse la prima volta che le antiche feste pagane avessero dovuto subire una trasformazione cristiana. Il risultato di sì imprudenti conclusioni doveva essere ed è stato, infatti, su questo punto come su tanti altri, di isolare dalla Chiesa i costumi della famiglia, di espellere dalle nostre tradizioni una manifestazione religiosa, di favorire quella che è chiamata la secolarizzazione della società.

    Ma torniamo a contemplare il trionfo del regale Bambino la cui gloria risplende in questo giorno con tanta luce. La santa Chiesa ci inizierà essa stessa ai misteri che dobbiamo celebrare. Rivestiamoci della fede e dell'obbedienza dei Magi; adoriamo, con il Precursore, il divino Agnello al di sopra del quale si aprono i cieli; prendiamo posto al mistico banchetto di Cana, presieduto dal nostro Re tre volte manifestato, e tre volte glorioso. Ma, nei due ultimi prodigi, non perdiamo di vista il Bambino di Betlemme, e nel Bambino di Betlemme non cessiamo inoltre di vedere il gran Dio del Giordano, e il padrone degli elementi.



    MESSA

    A Roma, la Stazione è a San Pietro in Vaticano, presso la tomba del Principe degli Apostoli a cui sono state affidate in eredità da Cristo tutte le genti.

    EPISTOLA (Is 60, 1-6). - Sorgi, ricevi la luce, o Gerusalemme; la tua luce brilla, e sopra te è spuntata la gloria del Signore. Ecco: le tenebre copriranno la terra, e la caligine i popoli, ma sopra te sorgerà il Signore, e sopra te si vedrà la sua gloria. Le nazioni cammineranno alla tua luce, e i re allo splendore che da te emana. Gira intorno lo sguardo e mira: tutti si radunano per venire a te. Da lungi verranno i tuoi figli, e le tue figlie ti sorgeranno a lato. Allora tu vedrai e sarai piena di gioia; si meraviglierà e si dilaterà il tuo cuore quando verso di te si rivolgeranno i popoli del mare, le potenze delle nazioni a te verranno. Tu sarai inondata da un numero sterminato di cammelli, dai dromedari di Madian e d'Efa; tutti quelli di Saba porteranno oro e incenso e celebreranno le lodi del Signore.



    O gloria infinita di questo gran giorno, nel quale comincia il movimento delle genti verso la Chiesa, la vera Gerusalemme! O misericordia del Padre celeste che si è ricordato di tutti i popoli sepolti nelle ombre della morte e del peccato! Ecco che la gloria del Signore si è levata sulla Città santa; e i Re si mettono in cammino per andarlo a contemplare. L'angusta Gerusalemme non può più contenere la calca di gente; è inaugurata un'altra città santa, verso di essa si dirigerà la moltitudine dei gentili di Madian e d'Efa. Apri il seno nella tua materna gioia, o Roma! Le tue armi ti avevano assoggettato degli schiavi; oggi sono dei figli che giungono in folla alle tue porte; solleva gli occhi e guarda: è tutto tuo; l'umanità intera viene a prendere nel tuo seno una nuova nascita. Apri le tue braccia materne, accogli noi tutti che veniamo dal Mezzogiorno e dall'Aquilone portando l'incenso e l'oro a Colui che è il Re tuo e nostro.



    VANGELO (Mt 2,1-12). - Nato Gesù in Betlem di Giuda al tempo del re Erode, ecco arrivare a Gerusalemme dei Magi dall'oriente e dire: Dov'è il nato re dei Giudei? Vedemmo la sua stella in oriente e siamo venuti per adorarlo. Udito questo, Erode si turbò, e con lui tutta Gerusalemme. E radunati tutti i principi dei sacerdoti e gli Scribi del popolo, domandò loro dove avesse a nascere il Cristo. Ed essi gli risposero: A Betlem di Giuda; così infatti è stato scritto dal profeta: E tu Betlem, terra di Giuda, non sei la minima tra i capoluoghi di Giuda, che da te uscirà il duce che governerà Israele mio popolo. Allora, chiamati nascostamente i Magi, Erode volle sapere da loro minutamente il tempo della stella che era loro apparsa, e indirizzandoli a Betlem, disse : Andate e cercate con diligenza il fanciullo, e quando l'avrete trovato fatemelo sapere affinché io pure venga ad adorarlo. Essi, udito il re, partirono; ed ecco la stella, che avevano veduta in oriente, precederli, finché, giunta sopra il luogo ov'era il fanciullo, si fermò. Vedendo la stella, provarono grande gioia; ed entrati nella casa, trovarono il bambino con Maria sua Madre, e prostratisi lo adorarono; poi, aperti i loro tesori, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. E avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per altra via.



    I Magi, primizie della Gentilità, sono stati introdotti presso il gran Re che cercavano, e noi tutti li abbiamo seguiti. Il Bambino ha sorriso a noi come a loro. Tutte le fatiche di quel lungo viaggio che porta a Dio sono dimenticate; l'Emmanuele rimane con noi, e noi con lui. Betlemme, che ci ha ricevuti, ci custodisce per sempre, perché a Betlemme possediamo il Bambino, e Maria Madre sua. In quale posto del mondo troveremmo tesori così preziosi? Supplichiamo questa Madre incomparabile di presentarci essa stessa il Figlio che è la nostra luce, il nostro amore, il nostro Pane di vita nel momento in cui ci avvicineremo all'altare verso il quale ci conduce la Stella della fede. Fin da questo momento apriamo i nostri tesori; teniamo in mano il nostro oro, il nostro incenso e la nostra mirra, per il Neonato. Egli gradirà questi doni con bontà, e non sarà in ritardo con noi. Quando ci ritireremo come i Magi, lasceremo come loro i nostri cuori sotto il dominio del divino Re, e anche noi per un'altra strada, per una via del tutto nuova, rientreremo in quella patria mortale che deve ancora trattenerci, fino al giorno in cui la vita e la luce eterna verranno a far sparire in noi tutto ciò che vi è di ombra e di tempo.



    L'ANNUNCIO DELLA PASQUA

    Nelle cattedrali e nelle altre chiese insigni, dopo il canto del Vangelo si annuncia al popolo il giorno della prossima festa di Pasqua. L'usanza, che risale ai primi secoli della Chiesa, ricorda il misterioso legame che unisce le grandi solennità dell'Anno liturgico, come pure l'importanza che i fedeli devono attribuire alla celebrazione della Pasqua che è la più importante di tutte, e il centro di tutta la religione. Dopo aver onorato il Re delle genti nell'Epifania, ci rimarrà dunque da celebrare, a suo tempo, il Trionfatore della morte. Ecco la forma nella quale si dà il solenne annuncio:



    Sappiate, o fratelli carissimi, che, come abbiamo gustato, per la divina misericordia, l'allegrezza della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, così noi vi annunziamo oggi le prossime gioie della Risurrezione del medesimo Dio e Salvatore. Il giorno ... sarà la Domenica di Settuagesima. Il ... sarà il giorno delle Ceneri e l'inizio del digiuno della santissima Quaresima. Il ... celebreremo con gaudio la santa Pasqua di nostro Signore Gesù Cristo. La seconda domenica dopo Pasqua si terrà il Sinodo Diocesano. Il ... si celebrerà l'Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo. Il ... la festa di Pentecoste. Il ... la festa del Corpus Domini. Il ... sarà la prima Domenica dell'Avvento di Nostro Signore Gesù Cristo, al quale va l'onore e la gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.



    Veniamo anche noi, a nostra volta, ad adorarti, o Cristo, in questa regale Epifania che raduna oggi ai tuoi piedi tutte le genti. Ricalchiamo le orme dei Magi, perché anche noi abbiamo visto la stella, e siamo accorsi. Gloria a te, o nostro Re, a te che dici nel Cantico di David: "Io sono stato fatto Re su Sion, sulla montagna santa, per annunciare la legge de] Signore. Il Signore m'ha detto che mi avrebbe dato in eredità le genti, e l'impero fino ai confini della terra. Or dunque, ascoltate, o re; istruitevi, o arbitri del mondo!" (Sal 2).

    Presto, o Emmanuele, dirai con la tua stessa bocca: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra" (Mt 28), e qualche anno più tardi il mondo intero sarà sotto le tue leggi. Gerusalemme è già scossa; Erode trema sul suo trono; ma è vicina l'ora in cui gli araldi della tua venuta andranno ad annunciare alla terra intera che Colui che era l'atteso delle genti è arrivato. Partirà la parola che deve sottometterti il mondo, e si estenderà lontano come un immenso incendio. Invano i potenti della terra tenteranno di arrestarne il corso. Un Imperatore per farla finita, proporrà al Senato di iscriverti solennemente nel novero di quegli stessi dei che tu vieni a rovesciare; altri crederanno che sia possibile scalzare il tuo dominio con la carneficina dei tuoi soldati. Vani sforzi! Verrà il giorno in cui il segno della tua potenza adornerà le insegne pretoriane, il giorno in cui gli Imperatori vinti deporranno il loro diadema ai tuoi piedi e in cui la Roma così fiera cesserà di essere la capitale dell'impero della forza per diventare per sempre il centro del tuo impero pacifico e universale.

    Noi vediamo spuntare l'alba di quel giorno meraviglioso. Le tue conquiste cominciano oggi stesso, o Re dei secoli! Dalle lontananze dell'Oriente infedele, tu chiami le primizie di quella gentilità che avevi abbandonata, e che costituirà d'ora in poi la tua stessa eredità. Non più distinzioni di Giudeo e di Greco, di Scita e di Barbaro. Se, per tanti secoli, la tua predilezione fu rivolta alla stirpe di Abramo, la tua preferenza andrà d'ora in poi a noi Gentili. Israele non fu che un popolo, e noi siamo numerosi come la sabbia del mare, come le stelle del firmamento. Israele fu posto sotto la legge del timore; a noi hai riservato la legge dell'amore. Fin da oggi tu cominci, o divino Re, ad allontanare da tè la Sinagoga che disprezza il tuo amore; oggi stesso accetti per Sposa la Gentilità, nella persona dei Magi. Presto la tua unione con essa sarà proclamata sulla croce, dall'alto della quale, volgendo le spalle all'ingrata Gerusalemme, stenderai le braccia verso la moltitudine dei popoli. O gioia ineffabile della tua Nascita! Ma ancora gioia ineffabile della tua Epifania, nella quale è concesso a noi, finora abbandonati, di accostarci a te, di offrirti i nostri doni e di vederli graditi dalla tua misericordia, o Emmanuele!

    Ti siano rese grazie, o Bambino onnipotente, "per l'inenarrabile dono della fede" (2Cor 9,15), che ci porta dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce! Ma fa' che comprendiamo sempre tutto il significato di un dono così magnifico, e la santità di questo giorno in cui stringi alleanza con tutta la stirpe umana, per giungere con essa a quel sublime matrimonio di cui parla il tuo eloquente Vicario Innocente III: "Matrimonio - egli dice - che fu promesso al patriarca Abramo, giurato al re David, compiuto in Maria divenuta Madre, e oggi consumato, confermato e proclamato: consumato nell'adorazione dei Magi, confermato nel Battesimo del Giordano e proclamato nel miracolo dell'acqua mutata in vino". In questa festa nuziale in cui la Chiesa tua Sposa, appena nata, riceve già gli onori di Regina, canteremo, o Cristo, con tutto l'entusiasmo dei nostri cuori, la sublime Antifona delle Laudi in cui i tre misteri si fondono meravigliosamente in uno solo, quello della tua Alleanza con noi.



    ANT. - Oggi la Chiesa si unisce al celeste Sposo: i suoi peccati sono lavati da Cristo nel Giordano; i Magi accorrono alle regali Nozze portando doni; l'acqua è mutata in vino e gli invitati del banchetto sono nella gioia. Alleluia.



    PREGHIAMO

    O Dio, che in questo giorno per mezzo di una stella rivelasti ai Gentili il tuo Unigenito, concedi a noi, che già ti conosciamo per mezzo della fede di giungere a contemplare lo splendore della tua gloria.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 202-212

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    Predefinito Re: 6 gennaio 2013: 'Epifania del Signore

    7 GENNAIO 2013: infra l'ottava dell'Epifania

    I MAGI



    Per entrare sempre di più nello spirito della Chiesa durante questa gloriosa Ottava, contempleremo ogni giorno il Mistero della Vocazione dei Magi, e ci porteremo con essi nel santo rifugio di Betlemme, per offrire i nostri doni al divino Bambino verso il quale la stella li ha condotti.

    Ma chi sono i Magi, se non gli araldi della conversione dei popoli dell'universo al Signore loro Dio, i padri delle genti nella fede verso il Redentore venuto, i patriarchi del genere umano rigenerato? Essi compaiono improvvisamente a Betlemme, in numero di tre secondo la tradizione della Chiesa, conservata da san Leone, da san Massimo di Torino, da san Cesario di Arles e dai dipinti cristiani che decorano le Catacombe della città santa, fin dai tempi delle persecuzioni.

    Così continua in essi il Mistero già segnato dai tre uomini giusti dei primi giorni del mondo: Abele, immolato come figura di Cristo; Set, padre dei figli di Dio separati dalla stirpe di Caino; ed Enos, che ebbe l'onore di disciplinare il culto del Signore.

    Continua anche il secondo Mistero dei tre nuovi antenati del genere umano dopo le acque del diluvio, da cui sono uscite tutte le razze: Sem, Cam e Jafet, figli di Noè.

    Infine, il terzo Mistero dei tre antenati del popolo eletto: Abramo, Padre dei credenti; Isacco nuova immagine del Cristo immolato e Giacobbe, forte contro Dio nella lotta, e padre dei dodici Patriarchi d'Israele.

    Ma tutti questi uomini, sui quali poggiava tuttavia la speranza del genere umano, secondo la natura e secondo la grazia, furono solo i depositari della promessa e salutarono solo da lontano - come dice l'Apostolo - il suo lieto compimento (Eb 11,13). Le genti non camminarono al loro seguito verso il Signore: più viva appariva la luce su Israele e più profondo diventava l'accecamento dei popoli. I tre Magi al contrario, giungono a Betlemme per annunciarvi e precedervi tutte le generazioni che seguiranno. In essi l'immagine raggiunge la realtà più completa per la misericordia del Signore che, essendo venuto a cercare ciò che era perduto, si è degnato di tendere le braccia a tutto il genere umano perché tutto il genere umano era perduto.

    Consideriamoli ancora, questi fortunati Magi, consideriamoli rappresentati dai tre Re fedeli che sono la gloria del trono di Giuda, e conservano nel popolo eletto le tradizioni dell'attesa del Liberatore; combattendo l'idolatria: David, sublime immagine del Messia; Ezechia, il cui forte braccio disperde i falsi dei e Giosia, che ristabilisce la legge del Signore che il popolo aveva dimenticata.

    E se vogliamo un altro tipo di quei santi pellegrini che accorsero, dalla lontana Gentilità, per salutare il Re pacifico, portandogli doni, i libri santi ci offrono la regina di Saba, immagine della Gentilità che, attratta dalla fama della profonda sapienza di Salomone il cui nome è il Pacifico, arriva a Gerusalemme, con cammelli carichi d'oro, di aromi e di pietre preziose, e venera, in una delle figure più imponenti, la Regalità del Messia.



    * * *



    È così, o Cristo, che in quella notte profonda che la giustizia del Padre tuo aveva lasciato scendere sul mondo colpevole, lampi di grazia solcavano il cielo e promettevano giorni più sereni quando il Sole della tua giustizia si sarebbe finalmente levato sulle ombre della morte. Ma il tempo di quelle ombre funeste è passato per noi, e non dobbiamo più contemplarli in quelle immagini fragili e dalla luce incerta. Noi possediamo te stesso e sempre, o Emmanuele. Il diadema che brillava sulla fronte della regina di Saba non adorna il nostro capo, ma non per questo siamo meno graditi presso la tua culla. Hai chiamato dei pecorai ad ascoltare le prime lezioni della tua dottrina: ogni figlio dell'uomo è chiamato a formare la tua corte. Diventato bambino, hai messo alla portata di tutti i tesori della tua infinita sapienza. Quale deve essere la nostra riconoscenza per il grande beneficio della luce della fede, senza la quale ignoreremmo tutto, pur credendo di sapere ogni cosa! Quanto è misera la scienza dell'uomo, e quanto incerta e illusoria, rispetto a quella di cui tu sei la fonte così vicina a noi! Proteggici sempre, o Cristo! Non permettere che perdiamo la stima della luce che tu fai risplendere ai nostri occhi, attenuandola sotto il velo della tua umile infanzia. Preservaci dall'orgoglio che tutto oscura, e che inaridisce il cuore; affidaci alle cure della Madre tua Maria, e che il nostro amore ci stabilisca per sempre vicino a te, sotto il suo sguardo materno.




    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 218-220

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    Predefinito Re: 6 gennaio 2013: 'Epifania del Signore

    8 GENNAIO 2013: infra l'ottava dell'Epifania

    ALLEANZA DI CRISTO E DELLA CHIESA



    Il grande Mistero dell'Alleanza del Figlio di Dio con la sua Chiesa universale, rappresentata nell'Epifania dai tre Magi, fu intravisto in tutti i secoli che precedettero la venuta dell'Emmanuele.

    Dapprima lo fece risuonare la voce dei Patriarchi e dei Profeti, e la stessa Gentilità vi rispose spesso con un'eco fedele.

    Fin dal giardino delle delizie, Adamo innocente esclamava, alla vista della Madre dei viventi uscita dal suo costato: "Ecco l'osso delle mie ossa, la carne della mia carne: l'uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà alla propria sposa: e saranno due in una sola carne". La luce dello Spirito Santo penetrava allora l'anima del nostro progenitore; e - secondo i più profondi interpreti dei misteri della Scrittura, Tertulliano, sant'Agostino, san Girolamo - celebrava l'Alleanza del Figlio di Dio con la Chiesa, uscita attraverso l'acqua e il sangue dal suo costato squarciato sulla croce; con la Chiesa, per il cui amore egli discese dalla destra del Padre, e umiliandosi fino alla forma di servo, sembrava aver lasciato la Gerusalemme celeste per abitare in mezzo a noi in questa dimora terrena.

    Il secondo padre del genere umano, Noè, dopo aver visto l'arcobaleno che annunciava nel cielo il ritorno dei favori di Dio, profetizzò sui suoi tre figli l'avvenire del mondo. Cam aveva meritato la disgrazia del padre; Sem sembrò per un momento il preferito: era destinato all'onore di veder uscire dalla sua stirpe il Salvatore della terra; tuttavia il Patriarca, leggendo nell'avvenire, esclamò: "Dio allargherà l'eredità di Jafet, ed abiterà sotto le tende di Sem". E cosi vediamo a poco a poco nel corso dei secoli l'antica Alleanza con il popolo d'Israele indebolirsi e quindi rompersi; le stirpi semitiche vacillare e presto cadere nell'infedeltà, e infine il Signore abbracciare sempre più strettamente la famiglia di Jafet, la gentilità occidentale, così a lungo abbandonata, porre per sempre nel suo seno la Sede della religione, e costituirla a capo di tutta la specie umana.

    Più tardi, è Dio stesso che si rivolge ad Abramo, e gli predice l'innumerevole generazione che deve uscire da lui. "Guarda il cielo - gli dice - conta le stelle, se puoi: così sarà il numero dei tuoi figli". Infatti - come ci insegna l'Apostolo - la famiglia uscita dalla fede del. Padre dei credenti doveva essere più numerosa di quella ch'egli aveva generata attraverso Sara; e tutti quelli che hanno ricevuto la fede del Mediatore, tutti quelli che, avvertiti dalla Stella, sono venuti a lui come al loro Signore, tutti questi sono figli di Abramo.

    Il mistero compare ancora nel seno stesso della sposa di Isacco. Essa sente intimorita due figli combattersi nelle sue viscere. Rebecca allora si rivolge al Signore, e si sente rispondere: "Due popoli sono nel tuo seno: essi si attaccheranno l'un l'altro; il secondo sopraffarrà il primo, e il maggiore servirà il minore". Orbene, il minore, questo figlio indomito, chi è - secondo l'insegnamento di san Leone e del Vescovo d'Ippona - se non quel popolo gentile che lotta con Giuda per avere la luce, e che, semplice figlio della promessa, finisce con l'avere la meglio sul figlio secondo la carne?

    Ora è Giacobbe che, sul letto di morte, circondato dai suoi dodici figli, padri delle dodici tribù d'Israele, affida in maniera profetica a ciascuno il suo compito nell'avvenire. Il preferito è Giuda, perché egli sarà il re dei fratelli, e dal suo sangue glorioso uscirà il Messia. Ma l'oracolo finisce per essere tanto terribile per Israele quanto consolante per tutto il genere umano. "Giuda, tu reggerai lo scettro; la tua stirpe sarà una stirpe di re ma soltanto fino al giorno in cui verrà Colui che deve essere mandato, Colui che sarà l'atteso delle genti".

    Dopo l'uscita dall'Egitto, quando il popolo d'Israele entrò in possesso della terra promessa, Balaam esclamava, con lo sguardo rivolto verso il deserto popolato delle tende e dei padiglioni di Giacobbe: "Io lo vedrò, ma non ancora; lo contemplerò, ma più tardi. Una Stella uscirà da Giacobbe; un reame si leverà in mezzo a Israele". Interrogato ancora dal re infedele, Balaam aggiunse: "Oh, chi vivrà ancora quando Dio farà queste cose? Verranno dall'Italia su delle galee, sottometteranno gli Assiri, devasteranno gli Ebrei, e infine essi stessi periranno". Ma quale impero costituirà questo impero di ferro e di carneficine? Quello di Cristo che è la Stella, e che è il solo Re per sempre.

    David è pregno dei presentimenti di quel giorno. Ad ogni pagina celebra la regalità del suo figlio secondo la carne; ce lo mostra armato di scettro e cinto di spada, consacrato al padre dei secoli e nell'atto di estendere il suo dominio dall'uno all'altro mare; quindi conduce ai suoi piedi i Re di Tarsi e delle isole lontane, i Re d'Arabia e di Saba, i Principi d'Etiopia. E celebra le loro offerte d'oro e le loro adorazioni.

    Nel suo meraviglioso epitalamio, l'autore del Cantico dei Cantici passa quindi a descrivere le delizie dell'unione celeste dello Sposo divino con la Chiesa; e questa Sposa fortunata non è la Sinagoga. Cristo la chiama per incoronarla; ma la sua voce si rivolge a colei che era al di là dei confini della terra del popolo di Dio. "Vieni - egli dice - mia sposa, vieni dal Libano; scendi dalle vette di Amana, dalle alture di Samir e d'Ermon; esci dagli impuri rifugi dei draghi, lascia le montagne abitate da leopardi". E la figlia del Faraone non teme di dire: "Sono nera", perché può aggiungere che è stata resa bella dalla grazia del suo Sposo.

    Si leva quindi il Profeta Osea, e dice in nome del Signore: "Ho scelto un uomo, e d'ora in poi non mi chiamerà più Baal. Toglierà dalla sua bocca il nome di Baal, e non se ne ricorderà più. Mi unirò a te per sempre, o uomo nuovo! Seminerò la tua stirpe per tutta la terra; avrò pietà di colui che non aveva conosciuto la misericordia; a quello che non era il mio popolo dirò: Popolo mio! E mi risponderà: Dio mio!".

    Anche Tobia a sua volta profetizzò eloquentemente, dal seno della cattività, ma la Gerusalemme che deve ricevere i Giudei liberati da Ciro scompare ai suoi occhi, alla visione d'un'altra Gerusalemme più splendente e più bella. "I nostri fratelli che sono dispersi - egli dice - ritorneranno nella terra d'Israele; la casa di Dio sarà ricostruita. Tutti quelli che temono Dio. verranno a rifugiarvisi; anche i Gentili lasceranno i loro idoli, e verranno a Gerusalemme, e vi abiteranno, e tutti i re della terra accorsi per adorare il Re di Israele vi fisseranno contenti la loro dimora".

    E se le genti debbono essere frantumate nella giustizia di Dio per i loro delitti, è solo per arrivare quindi alla felicità d'una alleanza eterna con Dio. Perché ecco quanto egli stesso dice per bocca del suo Profeta Sofonia: "La mia giustizia sta nel radunare le genti e riunire in fascio i regni; ed affonderò su di esse la mia indignazione e il fuoco della mia ira; e tutta la terra ne sarà divorata. Ma poi darò ai popoli una lingua eletta, affinché invochino tutti il nome del Signore, e portino tutti insieme il mio giogo. Fino al di là dei fiumi dell'Etiopia essi m'invocheranno, e i figli delle mie stirpi disperse verranno a portarmi degli splendidi doni".

    Il Signore aveva già proclamato i suoi oracoli di misericordia per bocca di Ezechiele: "Un solo Re comanderà a tutti, dice Dio, non vi saranno più due nazioni ne due regni. Essi non si contamineranno più coi loro idoli; nei luoghi stessi dove hanno peccato, io li salverò; e saranno il mio popolo, e io sarò il loro Dio. Non vi sarà più che un solo Pastore per tutti loro. Farò con essi un'alleanza di pace, un patto eterno; li moltiplicherò, e il mio santuario sarà per sempre in mezzo ad essi".

    Per questo Daniele, dopo aver predetto gli Imperi che l'Impero Romano doveva sostituire, aggiunge: "Ma il Dio del cielo susciterà a sua volta un Impero che non sarà mai distrutto, e il cui scettro non passerà a nessun altro popolo. Questo impero sorpasserà tutti quelli che l'hanno preceduto, e durerà in eterno".

    Quanto ai perturbamenti che devono precedere l'avvento del Pastore unico e di quel santuario eterno che deve sorgere nel centro stesso della Gentilità, Aggeo li predice in questi tèrmini: "Ancora un poco, e scuoterò il cielo, la terra e il mare; mescolerò tutte le genti; e allora verrà il Desiderato di tutte le genti".

    Bisognerebbe citare qui tutti i Profeti per dare la rappresentazione completa del grande spettacolo promesso al mondo dal Signore il giorno in cui, ricordandosi dei popoli, doveva chiamarli ai piedi del suo Emmanuele. La Chiesa ci fa ascoltare Isaia nell'Epistola della Festa e il figlio di Amos ha superato i suoi fratelli.

    Se ora prestiamo l'orecchio alle voci che salgono verso di noi dal seno della Gentilità, sentiamo quel grido d'attesa, l'espressione di quel desiderio universale che avevano annunciato i Profeti ebrei. La voce delle Sibille ridestò la speranza nel cuore dei popoli, e perfino nel cuore della stessa Roma il Cigno di Mantova consacra i suoi versi più belli a riprodurre i loro consolanti oracoli: "È giunta - egli dice - l'ultima era, l'era predetta dalla Vergine di Cuma; sta per aprirsi una nuova serie di anni, e una nuova stirpe scende dal cielo. Alla nascita di questo Bambino, l'età del ferro finisce, e un popolo d'oro si appresta a scoprire la terra. Saranno cancellate le tracce dei nostri delitti, e svaniranno le paure che opprimono il mondo".

    E come per rispondere con sant'Agostino e tanti altri santi Dottori ai vani scrupoli di coloro che esitano a riconoscere la voce delle tradizioni antiche che si manifesta per bocca delle Sibille, Cicerone, Tacito, Svetonio, filosofi e storici gentili vengono ad attestarci che il genere umano, ai loro tempi, aspettava un Liberatore; che questo Liberatore doveva uscire non soltanto dall'Oriente, ma dalla Giudea; che erano sul punto di avverarsi i destini d'un Impero che doveva contenere il mondo intero.



    * * *



    O Emmanuele, anche i Magi, ai cui occhi facesti apparire la stella, condividevano l'universale attesa del tuo arrivo; perciò non perdettero un istante, e si misero subito in cammino verso il Re dei Giudei la cui nascita era stata loro annunciata. Tanti oracoli si compivano in essi; ma se essi ne ricevevano le primizie, noi ne possediamo l'effetto pieno. L'alleanza è conclusa, e le nostre anime, per il cui amore tu sei disceso dal cielo, sono tue. Dal tuo fianco divino, con il sangue e l'acqua, è uscita la Chiesa, e tutto ciò che fu fai per questa Sposa, lo compi anche in ciascuno dei suoi figli fedeli. Figli di Jafet, noi abbiamo spodestato la stirpe di Sem che ci chiudeva le sue tende; e il diritto di primogenitura di cui godeva Giuda è stato conferito a noi. Il nostro numero, di secolo in secolo, tende ad uguagliare il numero delle stelle. Non siamo più nelle ansie dell'attesa; l'astro si è levato, e la Regalità che esso annunciava non cesserà mai di spargere su di noi i suoi benefici. I Re di Tharsis e delle isole, i Re d'Arabia e di Saba, i Principi di Etiopia sono venuti portando doni; ma tutte le generazioni li hanno seguiti. La Sposa, costituita in tutti i suoi onori, non ricorda più le vette di Amana, né le alture di Sanir e di Ermon, dove gemeva in compagnia dei leopardi; non è più nera, ma è bella, senza macchie né rughe, e degna dello Sposo divino. Ha dimenticato per sempre Baal; e parla amorosamente la lingua che Dio le ha data. L'unico Pastore pasce l'unico gregge; l'ultimo Impero segue i suoi destini fino all'eternità.

    Sei tu o divino Bambino, che vieni ad apportarci tutti questi beni e a ricevere tutti questi omaggi. Cresci, Re dei re, esci presto dal tuo silenzio. Quando avremo gustato le lezioni della tua umiltà, parla da maestro; Cesare Augusto regna già da troppo tempo, e per troppo tempo Roma pagana si è creduta eterna. È ora che il trono della forza ceda il posto al trono della carità, che la nuova Roma sorga sull'antica. Le genti bussano alla porta e chiedono del loro Re; affretta il giorno in cui non dovranno più venire a te, ma la tua misericordia le andrà a cercare con la predicazione apostolica. Mostra loro Colui al quale è dato ogni potere in cielo e in terra; mostra loro la Regina che hai scelta per essi. Dall'umile dimora di Nazareth, dal povero tugurio di Betlemme si levi presto l'augusta Maria, sulle ali degli Angeli, fino al trono della misericordia dall'alto del quale proteggerà tutti i popoli e tutte le generazioni.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 220-225

 

 
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