Testo integrale dell´ultimo discorso alla città del vescovo di Como. Testimone di una svolta nel linguaggio della Chiesa

di Sandro Magister

Sant´Abbondio vescovo è il patrono di Como. E ogni anno, nella festa del santo, il suo successore Alessandro Maggiolini (nella foto, al passo dello Stelvio) rivolge un discorso alla città. È una prassi resa famosa a Milano dai discorsi di sant´Ambrogio del cardinale Carlo Maria Martini, e fatta propria da altri vescovi.

Ma Maggiolini è un vescovo speciale. Come lo è a suo modo il cardinale Giacomo Biffi, di Bologna. È una di quelle voci di punta, «libere e vivaci», «radicali», che per Ernesto Galli della Loggia (editoriale del "Corriere della Sera" dell´11 agosto 2002) contrassegnano l´attuale «cattolicesimo di minoranza», in Italia. Minoritario e quindi più sciolto dal potere, meno conformista, più creativo. Anche più imprudente. Politicamente scorretto.

Il discorso alla città di quest´anno, pronunciato dal vescovo di Como sabato 31 agosto e riportato qui sotto per intero, è testimone di questa peculiarità di linguaggio. Si vedano i paragrafi sulla perdita di giudizio tra bene e male, sulla «stanchezza della democrazia», sull´insidia dell´immigrazione musulmana, sulle condizioni perché la scuola educhi come deve.

C´è un che di ultimativo, nella predicazione del vescovo Maggiolini. I tempi possono essere davvero gli ultimi, per la cristianità in Italia. Tempi non solo di minorità, ma di scomparsa possibile. Ma proprio per questo tempi di doveroso soprassalto. Con la speranza tutta riposta in Gesù Cristo e nella Chiesa come ultima - unica? - risorsa per «rigenerare cultura e civiltà»: integralismo imposto dall´urgenza dell´ora ma temperato dal «paradosso» che proprio alla Chiesa tocchi farsi paladina di «una laicità sempre più umana perché aperta al richiamo dell´Assoluto».

Chi poi volesse ascoltare dal vescovo Maggiolini parole ancor più sfrenate, legga il suo libro intitolato "Fine della nostra cristianità?", edito da Piemme nel 2001. Nel quale egli mette sotto tiro anche l´illusorietà del successo televisivo di Giovanni Paolo II, l´equivocità dei suoi mea culpa per il passato, la confusione degli incontri interreligiosi di Assisi, la colluvie dei troppi documenti ecclesiastici, la vacuità di tanta predicazione, le stravaganze delle nuove liturgie, il generale spirito di resa.

Un eccentrico, il vescovo Maggiolini? Sì e no. Per i canoni culturali della Chiesa italiana del secondo Novecento, certamente sì. Ma a lui - dice - importa «la fede dei semplici». Quella del catechismo. Curioso: Maggiolini è l´unico italiano della squadra di vescovi e cardinali che ha scritto il Nuovo Catechismo della Dottrina Cattolica, uno dei prodotti più impegnativi e trascurati del pontificato di Giovanni Paolo II.

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Deriva della cultura e della civiltà italiana.
Dovere della speranza


Discorso alla città, di Alessandro Maggiolini vescovo

Festa patronale di Sant´Abbondio, Como, 31 agosto 2002

Due rischi prevedibili e forse inevitabili. Un primo: passare per un profeta di sventura che annota soltanto gli aspetti negativi della situazione culturale e civile del paese in cui si vive, mentre il cliché usuale - quasi imposto - degli interventi anche ecclesiali è spesso quello delle ombre e luci, della decadenza con spunti di rinnovamento, del declino con annunci di alba di un mondo nuovo eccetera; quand´anche non si inforcano gli occhiali rosa per rimirare tutto puro e perfetto al punto che ci si domanda che cosa rimanga ancora da fare oltre il contemplare e il compiacersi. E si scambia la speranza con l´ottimismo che è emotività, umore, e non virtù cristiana come la speranza. Tanto vale dire le cose come si vedono e chiedere al Signore di delinearci le responsabilità a cui siamo chiamati, e di soccorrerci perché le attuiamo. Questo è il secondo rischio: di passare per illusi che pretendano si governi con i paternoster, per dirla con Machiavelli.

La tesi - se così ci si può esprimere - si annuncia con tutte le riserve del caso: il contesto culturale e civile italiano - e forse più vasto - di questo periodo sembra avviarsi a una mesta deriva; a noi è richiesto un impegno cristiano e umano che avrà frutti non facilmente prefigurabili, poiché in gioco entrano le scelte autonome che possono adeguarsi o scostarsi o contrariare la soave e robusta guida di Dio. E non varranno molto le ascendenze secolari di certezze dimenticate e di comportamenti traditi che abbiamo alle spalle: ben oltre la Liberazione e il Risorgimento, fino ai secoli della cristianità a cui si deve aggiungere la libertà religiosa risalendo ai tempi del monachesimo e del martirio.

I - La deriva

Cultura è termine usato qui per descrivere il libero attuarsi dell´ uomo sotto l´azione dello Spirito nella ricerca e nell´esperienza intima, manifestata e comune, del vero, del bene e del bello. Civiltà sta qui per lo stile della convivenza ecclesiale e umana nel pieno rispetto e nello sforzo di promozione della persona e delle aggregazioni sociali per il bene comune a cui lo Stato serve.

1. Un primo aspetto che può essere notato è la caduta delle evidenze etiche. Si osservi: non si vuole soltanto rilevare il dissidio tra quanto si opera e quanto si pensa e si dice. Una tale incoerenza è costante nella vicenda umana. Salva almeno la salutare idea di peccato e la benedizione del rimorso. No. Ciò che caratterizza l´epoca contemporanea è la decisione di dichiarare lecito, di giustificare, di approvare, quasi di imporre e di esaltare il male non più considerato come male. Il secolo appena passato e quello che si annuncia sono forse tra i più celebrati per il progresso scientifico e tecnico raggiunto, e tra i più barbari: in camice bianco e guanti gialli. Milioni di torturati e di uccisi nei lager e nei gulag. Ma poi, innumerevoli vittime innocenti nel ventre delle madri; tendenza a sopprimere minorati fisici e psichici, anziani, ammalati terminali - e forse no -, a eliminare persone divenute improduttive; propensione a intervenire, a sperimentare, quasi a giocherellare con l´origine della vita, mentre si ha a che fare con soggetti umani. Si organizzano manifestazioni contro la pena di morte e il traffico delle armi - benissimo -, e si acclama l´aborto e la sperimentazione sugli embrioni o l´uso delle droghe come conquiste di civiltà. Tra l´indifferenza pressoché generale sembra che l´ Unione europea si appresti a sostituire gli Stati Uniti nel cospicuo sovvenzionamento di una campagna antinatalistica, includente perfino l´aborto coatto in paesi in via di sviluppo. Per non parlare di altri crimini come lo sfruttamento dei poveri e di interi popoli che ci dovrebbero essere fratelli.

Alla radice di queste e di altre atrocità si pone la volontà di uccidere Dio per mettersi al suo posto, o di agire come se Dio non esistesse, o di procurarsi la povera felicità di atei che si comportano come se Dio esistesse. Quasi non si dà tra noi qualcosa che somigli a una religione civile. Il fatto cristiano, almeno come origine storica, lo si vorrebbe espunto dalla stessa carta fondativa di un´ampia prossima convivenza civile. Il giusnaturalismo - anche nella sua versione personalistica e dinamica - viene spesso trattato come un ricordo inutile e ingombrante. Un qualche kantismo sociale non sembra permanere a lungo. Rimane un positivismo giuridico staccato da ogni fondazione metafisica. E ci si può attendere di tutto nella direzione della santità o in quella della perversione.

2. Un secondo sintomo della crisi culturale e civile che sta attraversando il nostro paese è quella che si potrebbe denominare come disaffezione alla socialità e quasi stanchezza della democrazia. È stato recentemente detto che l´Occidente sta vivendo un periodo di dopo la democrazia.

Deve pur avere un significato un fenomeno come l´astensionismo dal voto politico che si sta ampliando e rincrudendo a ogni elezione. Le ragioni possono essere disparatissime. Il crescere del numero di poveri i quali - rassegnati - non si affidano più alla rivoluzione né si illudono di influire sulle scelte e sulle decisioni che concernono la vita comunitaria. Il sovrastare di forze economiche e finanziarie che guidano occultamente ma imperiosamente la conduzione strategica del paese. Il distanziarsi della gente da strutture dove si determina il destino di popoli. Il guastarsi di un clima di rispetto e di libertà, per cui si sovrappongono e configgono poteri e ordini istituzionali che dovrebbero rimanere distinti e collaboranti, quali l´Esecutivo e il Parlamento, da una parte, e dall´altra, la Magistratura. Il rifiutarsi di accogliere gli esiti delle elezioni che trovano la rappresentanza del popolo nelle Camere legislative e il premere della piazza - oltre il diritto di sciopero e di manifestazione -, l´agitarsi di formazioni che oscillano tra un pacifismo dichiarato e qualche tentazione di violenza, e l´arruolarsi rumoroso e spesso intollerante di minoranze che non temono di affermare che si vogliono spingere fino alla sovversione. Il prevalere di un atteggiamento individualistico e possidente-consumistico tra la gente. E perché no: il protestare contro una classe politica - maggioranza o minoranza che sia - la quale si chiude a riccio su se stessa.

L´interrogatorio potrebbe continuare: condurrebbe alla constatazione per cui una democrazia esiste finché vi sono certezze filosofiche e valori morali condivisi all´origine e quali ragioni di metodo di conduzione della cosa pubblica. Diversamente, la democrazia diviene la tirannia del numero e - Dio non voglia - l´espressione di una potenza che soffoca la libertà. Si può giungere a tanto quasi insensibilmente. Si può giungere a desiderare e a invocare qualche forma di dittatura a motivo della libido adsentendi che corrisponde alla libido dominandi.

3. Un terzo fattore tra altri che può scalzare o contaminare la cultura e la civiltà del nostro paese è il flusso spesso incontrollato di extracomunitari, soprattutto di religione musulmana. Il problema dell´integrazione reciproca è immane e non eludibile. Per stare a un caso inusuale e tuttavia eloquente: la parrocchia di Ponte Chiasso è abitata dal 10% di famiglie immigrati; nelle scuole materna ed elementare della medesima parrocchia, però, la presenza di figli di extracomunitari raggiunge il 50%. E una statistica recente parla di 10.000 conversioni all´Islam in Italia provenienti dal cattolicesimo nel giro di pochissimi anni.

Non si tratta di suscitare allarmismi ingiustificati né di interpretare la situazione che si va creando come una questione unicamente religiosa o di terrorismo. I musulmani non costituiscono un´entità omogenea: non hanno un unico magistero, non hanno un sacerdozio, non hanno un´unica guida pastorale. Nel fenomeno religioso globale si creano varie scuole e strategie diversificate di presenza nella società. Spesso - purtroppo - si impongono i filoni religiosi e politici più intolleranti. Tra questi anche i fondamentalisti più accaniti saranno forse costretti a fare i conti con la secolarizzazione e il neopaganesimo nord occidentale. E, però, almeno alla lunga, un qualche adattamento reciproco si imporrà. Tale confronto e compenetrazione sarebbe forse anche per il cristianesimo impresa ardua e felice, se cultura e civiltà del nostro paese vivessero una stagione florida. Mentre alla base del nostro pensare e del nostro vivere sta una flebile ricerca della verità, una certezza morale vacillante e un costume diffuso spesso vicino all´istintualità. E´ una sfida che va affrontata senza atteggiamenti di rivalsa ma anche senza cedere aprioristicamente, venendo meno alla fedeltà all´essere dell´uomo e alla originalità del fatto cristiano. Con dignità, piuttosto, nell´affermazione e nella costante e crescente umanizzazione dell´uomo in tutte le sue componenti. Potrebbe essere arrivato il momento in cui la cultura e la civiltà del nostro paese vengano spazzate via in gran parte.

II - La speranza

Non è giusto cedere di fronte a contesti sociali che deludono e quasi inducono ad attendersi il tramonto - l´Occidente, il luogo del calar del sole - di un´epoca, di una cultura e di una civiltà. Forse siamo a un passaggio storico fondamentale oltre cui non è dato troppo di antevedere. La Chiesa non può rinunciare alla sua missione evangelizzatrice: qualsiasi esito ne possa venire. Talvolta essa rimane l´unica voce di speranza e di impegno: chiede che le si uniscano uomini di retto sentire che ancora hanno idee lucide e volontà risolute di giocarsi per un futuro più libero e giusto.

1. Sia chiaro: la Chiesa, oggi, non si pone come una potenza mondana che si misuri fino a prevaricare sulle altre: essa è innegabilmente minoranza nel mondo e negli stessi territori di antica tradizione cristiana. In molti suoi figli - anche in noi, spesso - presenta una fede fragile e vacillante; pare talvolta essere posseduta dall´anelito di scomparire in un dialogo che la estenui; non può proiettarsi nell´utopia, né nostalgicamente ripiegarsi su un passato che non tornerà più; non può assicurare - è bene che non assicuri - un esito sconvolgente delle astuzie e delle intraprendenze mondane dove Dio è quasi escluso; potrà perfino scomparire, o quasi, in alcuni quadri geografici e sociologici magari per rinascere in altri: contro ogni difficoltà e perfino ogni evidenza che si oppone, essa offre l´evento del suo Fondatore e Salvatore, Cristo morto e risorto, presente e operante in ogni tempo e luogo dove lo si lasci agire nel suo Spirito; regala la vita di grazia che recupera, salva ed esalta l´umano e il cosmico; indica e sospinge l´umanità nella strada dell´amore misericordioso che recupera e supera la stretta visuale e l´arida meta della giustizia. Ci si sta forse gradatamente accorgendo che non esiste altra via tra l´accoglienza - magari inconsapevole - del Signore Gesù e il fallimento della persona e della società.

2. Quale elemento rigenerante cultura e civiltà, la Chiesa indica la vivacità della società che, con il principio di sussidiarietà coniugato con quello della solidarietà, antecede lo Stato in modo tutto particolare nella famiglia istituto naturale protetto dalla stessa Costituzione e ampiamente trascurato nella prassi, nella interpretazione e perfino nella legislazione medesima. Accanto alla tecnica del fatto compiuto e dell´uso dei casi pietosi di chi vuole imporre il costume di cosiddette libere convivenze perfino omosessuali e la stessa registrazione civile di tali rapporti, si pensi alle facilitazioni via via concesse in vista di un divorzio che è reso sempre più agevole e normale; si pensi al condizionamento, spesso occulto ma massiccio, che induce a evitare o a limitare al minimo il numero dei figli e a ridurre in modo consistente il tempo della coltivazione dell´amore coniugale con il doppio lavoro imposto agli sposi e ai genitori eccetera. Così, in concreto, si impedisce alla famiglia di svolgere appieno il ruolo educativo che nativamente a essa compete.

3. Sempre nella prospettiva della priorità della persona sullo stato, la Chiesa suscita l´iniziativa dei corpi sociali intermedi in molteplici settori dell´esistenza: l´aiuto agli emarginati di vario tipo nelle diverse forme di volontariato; la libera offerta pedagogica, autenticamente culturale, nella formazione delle coscienze, e nell´uso di un sano tempo libero nelle parrocchie per tutti, e negli oratori per i ragazzi e i giovani e così via. Ci si renda attenti particolarmente agli oratori: lo Stato ne ha riconosciuto la funzione sociale con un secolo e mezzo - o con cinque secoli - di ritardo. Gli oratori accolgono anche coloro che sono in fase di ricerca religiosa e morale, ma si pongono come istituzioni le quali non tollerano che sia impedita l´integrale presentazione della visione cristiana dell´esistenza e la concreta esperienza anche comunitaria di essa. La Chiesa è ben lontana dall´intento di monopolizzare il lavoro di formazione culturale e civile. Essa esige soltanto di essere libera nella sua azione che si ripercuote anche nella convivenza quotidiana. Gli oratori - c´è da insistere - possono passare una tappa di difficoltà, ma ci si chieda dove i giovani si ritrovano per imparare ad amare e a servire con fierezza il loro prossimo e il loro paese. A questo scopo si può legittimamente temere che non basti qualche serata di musica agitata e frastornante.

4. La Chiesa segnala, poi, la scuola come elemento privilegiato di elaborazione culturale e di inveramento delle virtù civili: la scuola privato-sociale di qualsiasi tendenza legittima scelta dalla famiglia, come la scuola statale: se si vuole, la scuola cattolica per i credenti o quasi, la scuola pubblica per i cittadini quali pure sono i cattolici. A condizione che si esiga serietà impietosa dalla scuola libera. A condizione che la scuola statale non divenga una mossa di una strategia gramsciana, magari applicata a una mentalità materialistica e massificata che prepari gli alunni a consegnarsi, obbedienti e perfino passivi e giulivi, al principe di turno. A condizione che la scuola statale insegni, con la preparazione al lavoro, la tradizione umanistica - storica, filosofica, letteraria - da cui dipendiamo senza schemi ideologici. A condizione che la scuola statale insegni ai ragazzi - almeno al termine delle medie inferiori, verso i quattordici anni - a porsi il problema del senso ultimo delle cose e delle vicende umane, e a distinguere il bene dal male: ciò che formazioni sociali sembrano non accettare pretendendo un insegnamento averitativo e avaloriale. A condizione che la scuola statale formi gli alunni a un atteggiamento di criticità, di progettualità e di costruttività che connoti persone austere e liete. La libertà non va mai senza il problema della bellezza, della moralità e della verità. E i docenti non dimentichino che essi dipendono, rappresentano e completano il compito delle famiglie e della parte più genuina della coscienza pubblica. Gli alunni non sono materiale da plasmare con balzanate che frullino in mente o con lezioni imparaticce che tornino alla memoria di maestri e professori magari inquieti o scoraggiati. Prima della cattedra stanno i genitori e sta la convivenza sociale in tutta la pregnanza di cultura e di civiltà che la anima. Una pregnanza da assimilare prima di trasmetterla.

La Chiesa opera nella speranza evangelica contro ogni futuro e forse contro ogni oscuro scenario umano prevedibile. Affida il risultato delle sue fatiche e dell´entusiasmo del suo impegno alla bontà onnipotente di Dio e alla libertà delle persone. Può apparire ingenua: non se ne preoccupa troppo. E´ convinta che la vittoria della sua iniziativa coincide con la fede nel Signore Gesù che agisce nello Spirito. Introduce nella comunione dei santi. Si associa a ogni tentativo vero e autentico di inculturazione della Sapienza eterna - che è Cristo - e di civilizzazione cristiana, e, perciò, umana. Così come si dissocia rispettosamente e vigorosamente da ogni mira di secolarismo o di risacralizzazione distorta. Difende e promuove un pluralismo laico che sia leale e cordiale ambito di una sua presenza lievitante, appassionata e tenace, accanto ad altre visioni del mondo. Paradosso: oggi è proprio la Chiesa a difendere e a provocare una laicità sempre più umana perché aperta al richiamo di un Assoluto incarnato il quale, superata la morte, vive e regna, e sta alla porta di ogni cuore che autonomamente e docilmente - magari a fatica - gli si apra perché vi possa agire; così come tale Assoluto incarnato bussa alla porta di ogni cultura e di ogni civiltà perché le possa trasformare in senso sempre più umano. In vista di una felicità senza limite e senza fine. Con la tenerezza soccorrevole e austera della presenza di Maria. Con l´ausilio dei Patroni.

Le omelie scorrette del vescovo Maggiolini

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