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    Predefinito Destre autoritarie e movimenti fascisti

    ECCO A VOI UN MICRO-SAGGIO SUL CONFLITTO TRA DESTRE E FASCISMI. NON LO HO PIU' TROVATO SU INTERNET, MA SICCOME MI ERA STATO INVIATO TRAMITE E-MAIL 5 ANNI FA, DISPONGO DEL TESTO. COME FONTE MI VENIVA SEGNALATA NELL' E-MAIL IL SITO www.ariannaeditrice.it , MA ANDANDO SU QUEL SITO (COME FACCIO QUASI QUOTIDIANAMENTE), OLTRE I 365 GIORNI NON MI CONSENTE LA RICERCA NEL LORO ARCHIVIO.
    DATO IL VALORE STORICO IMMENSO DEL MICRO-SAGGIO, CHE SMONTA LA MENZOGNA DELL' ACCOSTAMENTO DESTRA-FASCISMO, CI E' D' OBBLIGO RIPROPORLO.
    LA MODERAZIONE.



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    ALFONSO DE FILIPPI


    DESTRE AUTORITARIE

    E MOVIMENTI FASCISTI







    IDEE IN MOVIMENTO

    Circolo di cultura politica



    II EDIZIONE RIVEDUTA ED AMPLIATA




    CAPITOLO I°




    Possiamo senz’altro fare nostra la tesi secondo la quale il metodo migliore per definire il Fascismo (anche come fenomeno europeo e non solo italiano) sia scriverne la storia. E, per questo, ritorniamo a studiare la storia dei Fascismi, condividendo ciò che scriveva Piero Sella “il Fascismo al di là delle criminalizzazioni degli avversari e delle abiure e degli opportunismi si rivela….l’unico punto di riferimento per coloro che rifiutano di piegarsi ai mercenari del mondialismo ed ai fautori dell’imbastardimento razziale.” ( “Dal trattato di pace del 1947 alla vicenda dell’obelisco di Axum”).in “ L’ Uomo Libero” n°44 nov. 1997
    Anche per questo vi è ancora “…chi non può non dirsi fascista”
    (cfr. A. De Filippi <Francis Parker YOCKEY E IL DESTINO DELL’EUROPA, Idee in Movimento, Genova 2000, pag. 53).
    Iniziamo il nostro studio con una osservazione di Enzo Erra“…non fu la sinistra, ma la destra “storica” (la corte, l’esercito, l’alta finanza e la grande industria) a far cadere il Fascismo, come fu una parte della casta militare e non un’inesistente opposizione di sinistra a tentare di rovesciare il Nazionalsocialismo.” ( LeE RADICI DEL FASCISMO, Settimo Sigillo Roma 1998, pag.93)
    Certo, alle origini delle discutibili iniziative del luglio ’43 in Italia e del luglio 1944 in Germania, vi fu soprattutto, la sempre più grave situazione militare dell’Asse, ma non ci sentiremmo di escludere del tutto che vi giocasse un suo ruolo anche la preoccupazione e l’ostilità di taluni gruppi verso le componenti socialmente innovative o persino socialrivoluzionarie dei regimi e dei movimenti fascista e nazionalsocialista.
    Scriveva Indro Montanelli in Pini e Pettinato nel giornalismo fascista (Corriere Della Sera 17/6/2000) “…..nel regime fascista sopravvisse sempre una tendenza socialista…”(1).
    Riguardo poi alla vexata quaestio dei rapporti tra Fascismo e capitalismo in Italia, leggiamo nel libro di A.James Gregor<The Search for Neofascism- The use and abuse of social science>(Cambridge un. Press,GB_USA 2006 pag. 6):
    “L’apertura degli archivi italiani dopo la guerra non ha rivelato nessuna prova di una cospirazione e tra i magnati dell’industria e il Fascismo mussoliniano.- In effetti, vi è un’ampia evidenza di una crescente opposizione al dominio fascista da parte dei capi dell’industria durante i 20 anni del regime. Il
    Fascismo aveva gradualmente assunto il controllo su settori fondamentali dell’economia italiana nel suo complesso. Verso la metà degli anni 30, la maggior parte delle più importanti funzioni delle imprese era passata sotto il controllo fascista. La disponibilità del credito era largamente determinata dai membri del gruppo dirigente fascista. Così il peculiare sviluppo dell’industria italiana era largamente controllato dal governo fascista tramite le agenzie corporative costruite dai collaboratori di Mussolini.”,



    Da parte sua L. Incisa di Camerana in< Fascismo Populismo e Modernizzazione>,Pellicani ed. Roma 1999, pag.79, rilevava ”…il Fascismo mantenne fino all’ultimo, fino alla disperata e sanguinosa avventura della RSI una forza di attrazione a Sinistra. Basti pensare al patetico itinerario dell’ex deputato comunista Nicola Bombacci, a fianco di Mussolini anche nell’atto finale della tragedia.”
    È universalmente noto che, prima della caduta, in Benito Mussolini, ed in vari settori del Partito Fascista andava crescendo l’insofferenza per i compromessi che per due decenni, si era stati costretti a sopportare nei confronti di monarchia, Vaticano, industriali e della stessa borghesia.
    Potremo raccogliere qualche spunto a questo proposito da un libro che servirà, nonostante un’abominevole traduzione in italiano, come base a questa ricerca: Stanley G. Payne "Il Fascismo 1914-1945: Origini, storia e declino delle dittature che si sono imposte fra le 2 guerre. Newton Compton ed. Roma 1999."
    A pag. 392 leggiamo che, entrata l’Italia in guerra, ”…la minoranza dei radicali dello zoccolo duro all’interno del partito spingeva Mussolini verso una drastica politica di guerra rivoluzionaria che avrebbe dato al Partito il vero potere e fascistizzato completamente le istituzioni italiane… lo spostamento a sinistra che Mussolini aveva iniziato nel 1935/36 si estese ancor più nel 1941/42 sotto la pressione della guerra..”
    A pag.393 inoltre ”..tra il 1940 ed il 1942, gli ideologi del Fascismo elaborarono il concetto di lotta in quanto guerra sociale e rivoluzionaria per creare una nuova gerarchia…e nuove misure di giustizia internazionale. Ciò superava persino la tradizionale italianità per abbracciare il nuovo ordine della civiltà imperiale fascista…”
    Tra il ferro, il fuoco ed il sangue di una guerra mal preparata, peggio condotta, sabotata e tradita, il Fascismo andava scoprendo le sue più alte potenzialità che , purtroppo la sconfitta gli avrebbe impedito di attuare e delle quali troppo spesso i suoi nostalgici non si sarebbero dimostrati all’altezza. E queste considerazioni gettano luce anche sulle origini della successiva svolta sociale della RSI. (2)
    Passiamo alla Germania, scrive ancora il Payne a pag.374 “…durante gli anni vittoriosi della guerra Hitler aveva incoraggiato il Fronte del Lavoro (3) a preparare progetti audaci per rapidi mutamenti dello stato assistenziale come anche della struttura salariale della classe operaia tedesca. Quest’ultima (la struttura salariale) doveva fondarsi esclusivamente sulla produttività, ma doveva essere regolata per ogni classe e professione , non solo per quella operaia, in modo da raggiungere de facto l’uguaglianza sociale, con speciali programmi educativi e di incentivazione perché i lavoratori con maggior talento raggiungessero posizioni di vertice. Ciò avrebbe condotto al conseguimento del vero socialismo secondo la visione di Hitler e dell’Istituto di Scienza del Lavoro del Fronte omonimo. Il nuovo piano per il lavoro sociale del popolo tedesco avrebbe fornito all’intera popolazione diritti, mai raggiunti prima, di assistenza, assicurazione e pensione, tutto questo doveva aggiungersi al più massiccio programma di alloggi operai al mondo…ancora nel 1944 venivano proposti piani costosi per la riorganizzazione e l’espansione del sistema previdenziale“.
    Un altro studioso, Rainer Zitelmann in <Hitler> Laterza, Bari 1991, sottolinea la determinazione, spesso manifestata, del dittatore tedesco di rovesciare l’ordine borghese capitalista e materialista.
    Riprendendo le considerazioni dello Zitelmann il Payne scrive che Hitler non aveva ”…alcun interesse reale nel difendere la proprietà privata e pianificò una serie di nazionalizzazioni economiche che avrebbero rivalutato la posizione della classe operaia e, cosa ancora più importante, assoggettata l’economia alla politica.” (Op. Cit. pag. 490) e lo stesso Zitelmann nel suo notevole libro rileva come tra i cospiratori del 20 luglio 1944 fosse appunto presente l’avversione verso ”il socialismo in versione hitleriana” (Op. Cit. pag.188).
    Ritornando su un piano più generale, leggiamo in P. Hayes <Fascism >Allen & Unwin Ltd. Londra 1973 pag. 63.“gli aspetti socialisti del Fascismo sono quelli più comunemente ignorati forse perché sono in conflitto con la comoda spiegazione secondo la quale il Fascismo fu un movimento di destra. Di fatto vi fu una notevole componente socialista nei programmi della maggior parte dei movimenti fascisti.”
    Non è qui il luogo per soffermarci su ciò che avrebbe potuto e dovuto, per citare il titolo di un importante libro di Drieu La Rochelle, essere il< Socialismo Fascista> ( E.G.E. Roma 1973).
    Nel suo indimenticabile <CHE COSA È IL FaSCISMO>, (Volpe Roma 1980 pag.77), Maurice Bardeche scriveva ”…il socialismo fascista è autoritario, volentieri è anche deciso. È autoritario perché i dottrinari del Fascismo sono persuasi che solo un regime autoritario potrà vincere le resistenze che le potenze del denaro opporranno sempre al socialismo, vedono nella democrazia un regime dominato da gruppi di pressione e da interessi economici e pensano che le riforme sociali prese dalle democrazie sono sempre adottate con l’accordo degli ambienti finanziari e non hanno altro risultato che di aiutarli e proteggerli falsando il sistema economico. “
    Possiamo ora anche citare dal libro di Roger Eatwell <Fascismo: verso un modello generale> (A. Pellicani Roma 1999 pag. 90) : “…il Fascismo non ha masi sostenuto la crescita economica come tale ed è sempre stato molto critico nei confronti di obiettivi puramente materiali…” (4) Non si trattava quindi di una socialdemocrazia patriottica !
    D’altra parte chi scrive non riduce il Fascismo al risultato dell’addizione Nazionalismo + Socialismo coniata dal francese Georges Valois fondatore nel 1925 del movimento Faisceau, e ripresa dallo storico israeliano Zeev Sternhell (5). Si ricordi a tale proposito la frase di Benito Mussolini del 9 aprile 1926 : “…Noi rappresentiamo un principio nuovo nel mondo, noi rappresentiamo l’antitesi netta, categorica, definitiva di tutto il mondo della democrazia, della plutocrazia, della massoneria, di tutto il mondo, per dirlo in una parola, degli immortali principi dell’89…”
    Chiusa codesta parentesi, possiamo domandarci come accadde che i movimenti rivoluzionari fascisti giunsero, in fin troppi casi, ad allearsi con forze di destra autoritarie talvolta nazionaliste, ma per lo più fondamentalmente conservatrici.
    Riprendiamo allora l’opera citata del camerata Erra alle pagine 92/93 : “…il terreno era …ingombro da un insieme di forze conservatrici e reazionarie, tutt’altro che omogenee , ma unite da una comune necessità di difesa. I fascisti, naturalmente portati ad affrontare innanzitutto l’offensiva marxista fecero leva su queste forze, che a loro volta si aggrapparono all’aiuto inatteso nella speranza di poterne fare a meno il più presto. Le alterazioni e le commistioni erano inevitabili, così pure le alleanze temporanee divenute poi definitive o addirittura istituzionali.

    Il Fascismo non si pose mai nell’atteggiamento di difesa dell’ordine costituito che in seguito gli storici antifascisti vollero attribuirgli, come ha osservato il Weber in <Passato e Presente del Fascismo>, <intervento> aprile 1972, pag.133:

    Si potrebbero rovesciare tutti i termini dell’equazione e dire che i fascisti erano contro lo sfruttamento, contro il disordine civile in patria, contro il vecchio marcio regime dei borghesi e dei capitalisti, per un rinnovamento e la purificazione nazionale, per l’ordine e l’unità della nazione: ogni fascista avrebbe sottoscritto con gioia uno slogan che chiedesse agli uomini di lottare per rendere la loro nazione libera forte e felice- tuttavia- i fascisti che erano fautori della rivoluzione vennero sopraffatti e dominati da quanti volevano soprattutto opporsi al marxismo e dalle opportunistiche alleanze implicite in questa posizione…in occidente si cominciò a considerare il Fascismo come il difensore di quella società contro la quale si era ribellato.

    Fu un equivoco che in sede pratica durò fino al 25 luglio 1943 per il fascismo italiano, e fino al 20 luglio 1944 per il nazismo tedesco, quando, con un tentativo riuscito nel primo caso e fallito nel secondo, gli alleati che li avevano affiancati in tutta la precedente esperienza vollero sbarazzarsi di loro.”
    Che il dramma si svolgesse a livello europeo era chiaro già allora.
    Nel suo articolo <La religione dell’Eresia> apparso su "Storia Illustrata", n° 352 del marzo 1987, Mario Bernardi Guardi citava una lettera di Berto Ricci scritta il 3 aprile del 1938 ed indirizzata a Bilenchi, Pavese, Sulis e pochi altri nella quale si legge che non si è fascisti se non si è anticapitalisti e che bisogna diffidare delle destre “…nazionaliste, antisemite, antibolsceviche ed antiparlamentari…(che)…si mettono in divisa fascista, arrembano il potere e danno quindi elegantemente lo sgambetto a chi ce le ha portate col proprio sangue: camicie verdi , guardie di ferro… “
    Scrive Roger Griffin in REVOLUTION FROM THE RIGHT: FASCISM da REVOLUTIONS & REVOLUTIONARY TRADITION IN THE WEST 1560 –1989 cura di David Parker, Routledge Londra 1999
    “…un certo numero di regimi autoritari spesso accomunati al regime fascista italiano in un più accurato esame mostrano di non aver perseguito un piano radicale per la costituzione di una nuova élite dominante, ma di aver esercitato il potere a beneficio delle forze conservatrici nonostante la facciata fascista che essi si erano edificati adottando le bardature esterne del Fascismo ( culto del capo, raduni di massa, movimenti giovanili in divisa ecc.).
    Questi regimi “ parafascisti” comprendono la Spagna di Franco(1939-1975),l’Austria di Dollfuss e Schugnigg(1933-1938), la Romania di Antonescu (1940-44), e la Francia di Vichy di Pétain (1940-1942).
    Tali regimi erano in effetti controrivoluzionari e tentavano di assorbire , marginalizzare o eliminare non solo il Comunismo ma anche il vero Fascismo in quanto minaccia rivoluzionaria alla loro influenza dominante. In Spagna, per esempio, Franco la cui maggiore preoccupazione era quella di schiacciare le forze repubblicane e restaurare il dominio di latifondisti, monarchia e chiesa si impegnò ad assorbire la Falange genuinamente fascista per conferire al proprio regime un’aura di dinamismo e di richiamo alla gioventù di cui altrimenti sarebbe stato carente.
    In Romania , dapprima il re Carol tentò di schiacciare il locale movimento fascista….la Guardia di Ferro, ma in seguito la popolarità del movimento lo indusse a cambiare tattica e ad associare alcuni dei suoi capi al governo: dopo la sua abdicazione andò al potere il generale Antonescu che dichiarò di voler dividere il potere con la Guardia di Ferro, ma in seguito, colse la prima opportunità per liquidarla con la forza.
    Questi episodi rivelano il fondamentale antagonismo fra Conservatorismo e Fascismo anche quando considerazioni di natura molto pratica li obbligano ad un’alleanza.”
    Data la difficoltà nel definire il Fascismo e dato che il termine fascista viene tuttora usato come ingiuria, occorre cercare di definire la distinzione fra movimenti effettivamente fascisti e movimenti e regimi di destra autoritaria e talvolta nazionale che non meritano questa qualifica. È quel che tenteremo di fare nel prossimo capitolo.
    Ultima modifica di Avanguardia; 02-01-13 alle 12:37

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    Predefinito Re: Destre autoritarie e movimenti fascisti

    Torniamo all’opera del Payne. Costui richiamandosi alleopere di E. Nolte, (<La Crisi dei regimni liberali ed i Movimenti Fascisti>I, Il Mulino Bologna 1980), di Emilio Gentile, e dell’inglese Roger Griffin, giunge ad una “ descrizione tipologica del Fascismo“ che qui riportiamo (pag.13. )

    DESCRIZIONE TIPOLOGICA DEL FASCISMO

    ideologie e scopi

    adesione ad una filosofia idealista, vitalista e volontarista, che normalmente contempla in tentativo di realizzare una nuova cultura moderna, autodeterminantesi e secolare.
    Creazione di un nuovo stato nazionalista autoritario, non basato su principi e modelli tradizionali.
    Organizzazione di una nuova struttura economica statale integrata, altamente regolamentata e multiclasse, che sia chiamata nazionalcorporativa, nazionalsocialista o nazionalsindacalista.

    gli anti del fascismo

    Antiliberalismo.
    Anticomunismo.
    Antoconservatorismo (seppure con l' idea che i gruppi fascisti erano disponibili ad intraprendere alleanze temporanee con altri settori, soprattutto con la destra)

    stile e organizzazione

    Tentativi di mobilitazione di massa con militarizzazione dello stile e dei rapporti politici, unitamente all' obiettivia di una milizia di partito di massa.
    Enfasi sulla strutta estetizzante dei raduni, dei simboli e della liturgia politica, atta a sottolineare gli aspetti mistici ed emotivi.
    Estremo rilievo al concetto di virilità e al predominio maschile, pur aderendo ad una visione della società fortemente organica.
    Esaltazione della giovinezza su tutte le altre fasi della vita, enfatizzando il conflitto generazionale, almeno nell' effettuare la trasformazione politica iniziale.
    Una tendenza specifica verso uno stile di commando autoritario, carismatico e personale, indipendentemente dal fatto che il capo sia, all' inizio, in una certa misura elettivo.

    E scrive“…il Fascismo potrebbe essere definito una forma di ultra nazionalismo rivoluzionario per la rinascita nazionale…basato su una filosofia vitalistica, strutturato su un elitarismo estremo, sulla mobilitazione delle masse e sul Führerprinzip, in grado di dare una valutazione positiva della violenza, come mezzo tendente a dare carattere normativo, ed alle virtù militari ”(1)
    In particolare “…tutti i movimenti fascisti concordavano generalmente su un orientamento di fondo verso l’economia. Questo subornava i problemi economici allo Stato ed al benessere della Nazione, pur mantenendo il principio basilare della proprietà privata….la maggior parte dei movimenti fascisti abbracciò il Corporativismo…ciò che accomunava i movimenti fascisti era l’aspirazione ad un nuovo rapporto funzionale dei sistemi sociali ed economici, eliminando l’autonomia( o secondo alcune proposte, l’esistenza) del Capitalismo su vasta scala e della grande industria, alterando la natura della condizione sociale e creando un nuovo tipo di rapporto produttivo…grazie a nuove priorità, nuovi ideali ed a estesi controlli ed a regolamentazioni del governo…”
    Certamente, nonostante tutte le menzogne della propaganda avversa, i fascisti, quelli veri, non furono mai i servi dei padroni.
    Inoltre ed è un aspetto che potremo approfondire in futuro (op.cit.pag.15) “i fascisti riflettevano acutamente la preoccupazione per la decadenza della società e della cultura che era andata crescendo sin dalla metà del XIX° secolo. Credevano che la decadenza potesse essere superata solo attraverso una nuova cultura rivoluzionaria guidata da nuove élite che avrebbero sostituito le vecchie élite del Conservatorismo, del Liberalismo, nonché della sinistra..” (2)
    E vediamo le altre forze che spesso vengono assimilate al Fascismo, ma che per il Payne, ed a maggior ragione per noi, fasciste non erano.
    Scrive il nostro “…nei primi anni del 20° secolo emerse nella politica europea un gruppo di forze della nuova destra e dell’autoritarismo conservatore che rifiutava il conservatorismo moderato del 19° secolo e la semplice reazione in favore di un sistema autoritario più moderno ed efficiente…” (3) “…queste forze della nuova destra possono essere suddivise in elementi della destra radicale e della più conservatrice destra autoritaria.”
    Il Payne presenta un quadro con varie suddivisioni da noi in gran parte condiviso.
    Tabella pag. 22 op. cit.

    Tabella pag. 22 op. cit.

    I tre volti del nazionalismo autoritario


    Paese


    Fascisti


    Destra radicale


    Destra conservatrice




    Germania


    NSDAP


    Hugenberg,

    Von Papen,

    Stahlhelm


    Hindenburg, Brüning

    Von Schleicher




    Italia


    PNF


    ANI


    Sonnino, Salandra




    Austria


    NSDAP


    Heimwehr


    Cristiano-sociali




    Belgio


    2° rexismo, VERDINASO,

    Legione Nazionale





    1° rexismo,

    Fronte della Madrepatria,

    VNV




    Estonia





    Lega dei veterani


    Pats




    Francia


    Faisceau, Francisti,

    PPF,RPF


    AF,JP,

    Solidarité Française


    Croci di Fuoco, Vichy




    Jugoslavia


    Ustasha


    Zhor , Orjuna


    Alexander, Stojadinovic




    Lettonia


    Croci Tonanti





    Ulmanis




    Lituania


    Lupi di ferro


    Tautininkai


    Smetona




    Polonia


    Falanga OZN


    Nazionalradicali


    Pilsudski ,BBWR




    Portogallo


    Nazionalsindacalisti


    Integralisti


    Salazar UN




    Romania


    Guardia di Ferro


    Nazionalcristiani


    carolisti




    Spagna


    Falange


    Carlisti , Rinnovamento Spagnolo


    CEDA




    Sud Africa


    Camicie grigie


    Ossewabrandwag


    Unione Nazionale




    Ungheria


    Croci frecciate, NS


    Radicali di Destra


    Horthy , Unione Nazionale

    Tali forze indubbiamente si allearono con i movimenti autenticamente fascisti ( “alleanze tattiche generalmente temporanee..” pag.22 op. cit.). Pur avendo nemici in comune, il Liberalismo ed il Marxismo in particolare, ognuno dei movimenti si considerava diverso dagli altri. A volte i movimenti fascisti giunsero alla fusione con i gruppi di destra radicale ad essi più vicini ( si pensi alla sofferta unificazione del PNF con i nazionalisti).
    È spiegabile secondo il Payne che molti storici non distinguano fra questi tre tipi di movimenti politici, ma egli scrive “ il Fascismo, la Destra radicale e la Destra conservatrice autoritaria differivano fra loro sotto diversi aspetti” ( pag.23 )
    Ad esempio “ …la destra conservatrice autoritaria ed in certi casi anche la destra radicale si basavano più sulla religione che su una qualche nuova mistica come il vitalismo, l’irrazionalismo od il neoidealismo laico..” ( a leggere Nietzsche o Sorel erano solo i fascisti autentici ).
    Inoltre la destra autoritaria conservatrice si limitava a rompere con le forze parlamentari “…sperava di evitare se possibile rotture radicali della continuità legale e proponeva solo una trasformazione parziale del sistema in una direzione più autoritaria.”
    Da parte sua la destra radicale “ desiderava distruggere il sistema politico di tipo liberale..” ma esitava a spingere oltre un certo limite i mutamenti “ in genere ritornava a parlare di una monarchia riorganizzata o di un eclettico corporativismo neocattolico o di una qualche combinazione dei due..”
    I fascismi poi miravano a creare nuove élite dirigenti mentre gli altri tentavano , con sfumature diverse, di difendere quelle tradizionali.
    Inoltre “…in genere la destra autoritaria conservatrice fece una ben chiara distinzione fra sé ed il Fascismo..” (pag. 23,) mentre “la destra radicale scelse talvolta di attenuare tali differenze..”( pag. 24).
    Essa peraltro “mirava alla manipolazione della struttura del potere più che alla conquista politica dall’esterno…la destra radicale fece spesso un particolare sforzo per utilizzare il sistema militare per fini politici, e , nel peggiore dei casi, era disposta ad accettare un regime militare …(mentre) i fascisti erano meno adatti a trovare appoggio fra i militari” ( si intendono ,ovviamente, gli alti comandi )
    In ogni caso era la destra conservatrice autoritaria più che quella radicale a cercare appoggio fra i militari “invece i fascisti cercarono solo la neutralità o in alcuni casi il supporto parziale dei militari pur rifiutando un governo militare vero e proprio che di per sé avrebbe escluso un governo fascista….( d’altra parte) quando il nuovo sistema era guidato da un generale- Franco, Pétain, Antonescu- i movimenti fascisti venivano relegati ad un ruolo subordinato e tutto sommato insignificante..”
    Questo è un punto importante : dittature militari nazionaliste ed autoritarie possono aver avuto aspetti interessanti ma non furono regimi fascisti.
    Naturalmente le differenze più importanti fra i movimenti fascisti, destre radicali e destre autoritarie riguardavano l’aspetto sociale.
    Si può dire che essendo pur sempre destre mirassero a mantenere lo status quo mentre “..i Fascisti erano, in genere più interessati a cambiare i rapporti di classe e condizione sociale all’interno della società ed a raggiungere nuove forme più radicali di autoritarismo per raggiungere lo scopo..” in sostanza sia la destra autoritaria che quella radicale rifiutavano “…la mobilitazione interclassista e di massa e l’implicito cambiamento economico e culturale richiesto dal Fascismo…” (pag.25-26).













    NOTE

    1. a proposito di Führerprinzip o di Ducismo scrive Enzo Erra (op. cit. pag. 168) “…nell’edificio che andava sorgendo a carattere gerarchico e aristocratico nulla prevedeva o richiedeva un potere illimitato e permanente al vertice dello stato. La fase dittatoriale era strettamente legata non solo nei fatti ma nell’animo di ogni fascista alla persona di Mussolini.” E nel citato libro dell’Eatwell possiamo leggere a pagina 92 “..il punto di vista gerarchico è perfettamente compatibile con l’idea di una leadership collettiva”
    2. per chi scrive gli aspetti più interessanti dei movimenti fascisti furono nel sentirsi protagonisti di una rivolta contro un processo di decadenza che si avvertiva minacciare le nazioni europee ed il tentativo di porre valori “guerrieri” al centro della vita politica e sociale. Già Drieu La Rochelle ebbe a scrivere “io sono fascista perché ho misurato i progressi della decadenza in Europa”( cfr. Tarmo Kunnas <LA TENTAZIONE FASCISTA, Akropolis Napoli 1981 pag.77 ) infatti “ le Rivoluzioni Nazionali- se si preferisce i Fascismi- nascevano …da un sussulto spontaneo di difesa della vecchia Europa contro l’anti Europa da un atto di fede di quanti si riconoscevano nella tradizione europea contro chi tale tradizione voleva distruggere, da un moto drastico di reazione contro la decomposizione morale civile e politica del continente”(Michele Rallo L’EPOCA DELLE RIVOLUZIONI NAZIONALI IN EUROPA 1919-1945 Vol. 1 pag. 9, Il Settimo Sigillo Roma 1987) Nel suo aureo saggio <L’Essenza DEL FASCISMO> ed. del Tridente La Spezia 1981 Giorgio Locchi scriveva “ essenziale per ogni movimento fascista è l’analisi che esso fa della causa prima dell’origine del processo di decadenza e disgregazione delle nazioni europee”.
    3. Per quanto riguarda codeste nuove destre possiamo rimandare al libro di F. Carsten LA GENESI DEL FASCISMO, (Baldini e Castoldi, Milano 1970) che vi include la Lega dei Patrioti e l’AF in Francia, i Nazionalisti, i Pangermanisti e gli antisemiti di Germania ed Austria e le cosiddette Centurie Nere della Russia zarista. Di tali movimenti egli scrive (pag.12) “…furono violentemente nazionalisti…in molti casi decisamente antisemiti…infine si appellarono non soltanto alla borghesia ed ala piccola borghesia ma anche ai ceti più bassi, nel tentativo di sottrarli agli ideali del Socialismo e dell’Internazionalismo di fornire una base popolare ai nuovi movimenti”
    Ultima modifica di Avanguardia; 02-01-13 alle 12:38

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    Predefinito Re: Destre autoritarie e movimenti fascisti

    CAPITOLO III°

    Possiamo iniziare questo capitolo con una citazione del tuttora compianto Adriano Romualdi da IL FASCISMO COME FENOMENO EUROPEO, l’Italiano 1977 pag.69
    “… Pur restando conservatori rispetto ai valori avuti i regimi fascisti sono rivoluzionari per l’apertura alle masse e la volontà di proporre questi valori su base popolare. A differenza dei regimi conservatori di tipo classico. Come quello di Franco, Horthy e Salazar, i regimi fascisti non scadono mai nel semplice paternalismo ma si distinguono per un attivismo sociale e propagandistico” (1).
    E ampliamo ora questi appunti ricorrendo ad altri testi pubblicati negli anni più recenti (2).
    Riportiamoci all’opera citata del Griffin “…il Fascismo è anticonservativo. La centralità nel Fascismo di un mito di rigenerazione nell’ambito di un nuovo ordine implica il rigetto di qualsiasi politica conservatrice illiberale ( ad esempio un sistema assolutista in cui la sovranità è investita in una monarchia ereditaria o in una oligarchia)come di soluzioni liberali, conservatrici, autoritarie alle crisi correnti, implicanti una restaurazione della legge e dell’ordine che non comprendano un rinnovamento sul piano sociale. In altre parole nel contesto fascista RINASCITA significa nuova nascita , un ordine nuovo: si può prendere ispirazione dal passato ma questo non vuol dire rimettere indietro le lancette dell’orologio. Comunque due fattori hanno messo in ombra la spinta rivoluzionaria e rivolta verso il futuro del Fascismo.
    1. Allo scopo di raggiungere il potere nel periodo fra le 2 guerre, il Fascismo fu costretto a colludere con forze conservatrici (forze armate, burocrazia, gerarchie ecclesiastiche, borghesia rivoluzionaria, ecc.) sulla base dei nemici comuni ( Comunismo, Cosmopolitismo) e delle comuni priorità (ristabilire legge ed ordine, difesa della famiglia).
    2. Gli ideologi fascisti spesso davano grande importanza a quelle che erano considerate epoche gloriose per la nazione e gli eroi grazie ai quali esse si erano realizzate. Essi non facevano ciò per mera nostalgia ma per ricordare al popolo la vera natura della nazione ed il suo destino fatale di ritornare alla propria grandezza storica. Analizzando il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte Marx espresse un’osservazione sulla prontezza del regime di Napoleone III° di usare miti basati sul passato per assicurarsi l’appoggio popolare, osservazione che si applica ugualmente al Fascismo. Egli vide come far risorgere i morti mirasse più a glorificare nuovi conflitti che a parodiare quelli antichi…”
    Se le destre più o meno conservatrici glorificavano il passato per pura retorica o , peggio, per giustificare la conservazione dello status quo, i Fascisti lo facevano per fondarvi un progetto proiettato nel futuro.
    Come scriveva il Locchi in< L’Essenza del Fascismo>cit. pag.7, parlando del “… tipico ripiego sulle origini- progetto per l’avvenire di tutti i movimenti fascisti….per il fascista la Nazione finisce con l’essere ritrovata nel presente in un lontano mitico passato e perseguita poi nell’avvenire..” ed ancora “ i progetti storici dei movimenti fascisti si configurano sempre come un richiamo ed un ripiego su una origine ed un passato più o meno lontani che nello stesso tempo vengono proiettati nel futuro come fine da raggiungere: Romanità nel Fascismo italiano, Germanità precristiana nel Nazionalsocialismo hitleriano…” (3).
    Sempre a proposito di codeste distinzioni riguardanti però gli anni in cui viviamo (4) può essere interessante riportare quanto scritto dall’Eatwell alle pagine 21 e 22 dell’opera citata nei precedenti capitoli “ molti movimenti contemporanei si possono meglio definire di Estrema Destra o di Destra Radicale piuttosto che Fascisti. L’Estrema Destra è fortemente nazionalista e contraria alla democrazia ma non mostra il radicalismo sociale tipico del Fascismo. La Destra Radicale è critica rispetto al conservatorismo convenzionale e può mostrare affinità con l’estremismo ma in definitiva non rifiuta la democrazia, sebbene possa volere dei cambiamenti del sistema, ad esempio un uso populista del referendum, un esecutivo più forte. La Nuova Destra combina il sostegno con alcune forme di economia di mercato con molte delle prospettive della Destra Radicale e tende a sottolineare la questione dell’immigrazione …Si noti fra gli accademici europei la tendenza ad usare il termine Estrema Destra mentre negli USA è più comune il termine Destra Radicale…C’è la possibilità di una notevole confusione anche tra la tendenza angloamericana ad usare il termine Nuova Destra in riferimento a fenomeni chiaramente democratici come il Reaganismo od il Thatcherismo degli anni ’80, e la tendenza maggiormente europeo continentale ad usare lo stesso termine in riferimento a gruppi influenzati dal fascismo generico della Nouvelle Droite francese emersa negli anni ‘70”(5).
    Ludovico Incisa di Camerana nei saggi contenuti nell’opera citata riguardo ai movimenti sorti in Europa ed in America Latina fra le due guerre “nei paesi dove la Rivoluzione industriale ha cominciato appena i primi passi e dove la società rurale ha nettamente la supremazia”( pag.239) elabora il concetto di “Fascismo Cospirativo” ideologia di rottura “concepito come qualcosa di mezzo fra l’organizzazione militare e l’ordine religioso” (ricordiamo che per José Antonio il Falangista doveva essere mezzo monaco e mezzo soldato). Tra i movimenti di codesto tipo vi sarebbero la Falange Spagnola, il Nazionalsindacalismo portoghese, la Guardia di Ferro rumena, il Partito Nazionale Polacco, l’Integralismo Brasiliano ed alcuni gruppi nazionalisti boliviani degli anni trenta (6). Leggiamo : “Come formula di rottura il Fascismo Cospirativo non è tanto anti comunista quanto anti oligarchico. In un certo senso surroga il comunismo che esiste appena embrionalmente, più che altro come innocuo vizio delle minoranze intellettuali urbane, crescendo parassitariamente all’ombra delle oligarchie e senza una base di massa. È comprensibile come analizzando i fascismi balcanici , Weber teorizzi il carattere fondamentalmente anti capitalista del Fascismo, lo classifichi fra le ideologie che rispondono alla crisi dei sistemi individualistici di mercato e lo assimili al suo fratello nemico, il Comunismo “per la sua opposizione, totale, rivoluzionaria al vecchio sistema sociale e politico”( cfr. Leo Valiani COME NACQUE IL FASCISMO IN EUROPA, Corriere della Sera 28/8/1970)….I fascismi preindustriali si scontrano con l’establishment di destra e giacché il supporto sociale di cui sono espressione ( studenti, giovani ufficiali, piccoli proprietari, operai nazionalisti) è ancora debole sono da esso contenuti e duramente sconfitti. L’Integralismo brasiliano che nel 1935 ha raggiunto quasi 1 milione di adepti ( il più grande partito fascista dopo quelli italiano e tedesco) è scompaginato e dissolto nel 1937 dopo un fallito colpo di mano e il suo avversario è Getulio Vargas, fondatore dello Stato Corporativo…Le Guardie di Ferro sono due volte decimate prima da Re Carol e poi dal Generale Antonescu (ovvero) dalla monarchia militare prima e dal potere militare poi”.
    Continuiamo l’elenco “il leader del movimento nazionalsindacalista portoghese Rolão Preto venne esiliato da Salazar e ed il gruppo praticamente soppresso. La Falange sparisce come forza autonoma nel 1937 con l’arresto del successore di José Antonio, Manuel Hedilla. Le Croci frecciate si definiscono in funzione negativa verso il regime dell’Ammiraglio Horthy…( passando dall’altra parte del mondo pag. 242 )….la prima figura del Fascismo Boliviano, il colonnello German Busch che aveva sottoscritto il patto Anticomintern in nome del suo paese venne costretto al suicidio, il maggiore Villaroel che ne aveva seguito le orme è impiccato ad un lampione dopo un pronunciamiento di destra”
    Diamo un’occhiata al Giappone “ il Fascismo giapponese ebbe negli anni ’30 la sua massima espressione in due sette, la KODO HA appoggiata da ufficiali subalterni di origine contadina ed aspirante ad “un socialismo imperiale sotto il governo diretto dell’imperatore” e la TOSEI HA predominante fra gli ufficiali superiori ed incline al capitalismo di stato. Dopo un fallito colpo di stato la KODO viene sterminata ma anche la TOSEI rimane indebolita dalla distruzione della rivale. In piena guerra il Generale Tojo cercherà di mobilitare le masse intorno ad un programma imperialista ed anticapitalista ma ciò non lo salverà dalla caduta.”( pag. 246 nota).
    Conclusione (pag. 242) “ Non si possono definire fascisti quei regimi paternalisti di destra i quali hanno anzi schiacciato o contenuto i fascismi locali. Non furono fascisti né Pilsudski né Horthy né Carol di Romania né Antonescu e forse neanche Getulio Vargas (pag.319)….le guardie di ferro romene, le croci frecciate ungheresi, i movimenti rivoluzionari boliviani, l’azione integralista brasiliana, il Nazionalsindacalismo Portoghese, la Falange e le JONS spagnole…tutti sono stati bloccati da pseudofascismi che hanno utilizzato talvolta il ritualismo fascista ma non hanno utilizzato l’unità del sistema attraverso una mobilitazione di massa” come invece tesero a fare i fascismi autentici “ ciò significa negare qualunque autenticità fascista ai regimi di Re Carol, di Antonescu, Horthy, Salazar, al sistema polacco prebellico, al movimento Lappista finlandese, al Franchismo”( più complesso sarebbe il caso di Getulio Vargas).
    Da parte nostra riteniamo che codesti uomini o regimi, escludendo la squallida figura del monarca rumeno, non mancarono di aspetti interessanti. Ma passiamo ad esaminare più a fondo alcuni casi di Fascismi schiacciati da forze di destra.







    1.



    NOTE

    1. Interessante anche se forse un po’ annacquato, quanto scrivevano Daniel Cologne e Georges Gondinet in POUR EN FINIR AVEC LE FASCISME, Paris 1977 Cercle Culture et Liberté, “il socialismo fascista è sproletarizzato, proprio come il nazionalismo fascista è sborghesizzato. Il socialismo è una delle concessioni fasciste alla modernità. Non si tratta di un socialismo egualitario fondato su un reduzionismo economico, sulla lotta di classe. La speranza della dittatura del proletariato, la negazione marxista della cultura. Vi si distingue la lodevole preoccupazione di diffondere i valori tradizionali in tutti gli strati della popolazione. Indispensabile nell’era delle masse tale socialità manca ai regimi di Franco, Salazar, Pétain e ciò impedisce di considerarli fascisti.”
    2. Chi scrive ha trovato un buon riassunto dei tentativi di definire il Fascismo nei primi capitoli dell’interessante ed attuale volume di Stephen D.Sheffield RUSSIAN FASCISM- Traditions, Tendances, Mouvements (M. E. Sharpe, NYC 2001). Si può citare a pag. 17 “il Fascismo è un movimento autoritario populista che cerca di preservare o restaurare valori patriarcali premoderni in un Ordine Nuovo basato sulla comunità di nazione, razza o fede.” Oppure rifacendosi al Griffin “ il Fascismo è un tipo di politica rivoluzionaria moderna che trae la sua coesione interna e la sua forza conduttrice da un mito centrale secondo il quale ciò che è visto come un periodo di decadenza e declino nazionale deve venire superato da uno di rinnovamento e rinascita in un nuovo ordine post- liberale.”
    3. Possiamo citare Bardeche CHE COS’È IL FASCISMO pag. 94 “la Mistica del Movimento Fascista prende il nome da questo riecheggiare delle grida di guerra che sonnecchiano in fondo a noi, essa è anche questo istinto oscuro per cui tutto potrebbe essere diverso al lume di altre verità e di altri Dei, Dei dimenticati di tempi lontani, serpenti piumati scolpiti su antichi muri.” Queste parole ci ricordano come alcuni esponenti e gruppi più radicali del campo fascista europei o vicini in qualche modo a quest’ultimo (l’Evola di IMPERIALISMO PAGANO, il generale Ludendorff, il gruppo nazionalbolscevico polacco Zadruga ) pensavano che dovesse considerarsi chiusa la parentesi giudaico cristiana della storia europea tentando il recupero di antiche forme spirituali europee. Christian Bouchet BA BA NEOPAGANISME Pardes, Puiseaux 2001.
    4. Per il periodo attuale si veda il n°29 del periodico Trasgressioni (Gennaio- Aprile 2000) dedicato al nuovo populismo in Europa.
    5. Su codesto fenomeno sostanzialmente fallito, soprattutto, almeno a parere di chi scrive, a causa dell’abbandono del radicalismo delle posizioni che aveva sostenuto ai suoi inizi si vedano altre al citato Locchi fra i tanti sull’argomento Pierre Milza FASCISME FRANÇAIS PASSÉ ET PRESENT, Flammarion Paris 1975, Roger Griffin PLUS ÇA CHANGE! THE FASCISM PEDIGREE OF THE NOUVELLE DROITE,in AA.VV. THE DEVELOPMENT OF THE RADICAL RIGHT IN FRANCE MacMillan London 2000 e soprattutto e considerazioni di Guillame Faye sull’indispensabile ARCHEOFUTURISMO ed. Barbarossa, Milano 1999.
    6. Si comprende che così l’autore giudichi ormai concluso il periodo del Fascismo. Ma a pag.290 “ da ciò che è ancora riproducibile del fenomeno appare che la forza di attrazione del Fascismo è il suo anti- pluralismo, il suo unanimismo e la sua ossessione dell’unità come terapia di società lacerate o divise. Questa unità è più facile a farsi nel nome della nazione o del popolo che nel nome di una classe..” Ci chiediamo chi può escludere visto che almeno per ora non si è giunti alla cosiddetta fine della storia, che visto come si delineano all’orizzonte le crisi future non si sia spinti a riproporre tale terapia. D’altra parte nella sua presentazione a questo volume dell’Incisa, Alessandro Campi cita il politologo G. Galli ( pag.20) “a giudizio del quale…non è affatto da escludere che regimi totalitari con una precisa cultura autoritaria possano fare la loro comparsa anche in realtà sociali industrialmente avanzate” tanto più che “ …il progresso di consolidamento democratico nei paesi industrializzati non solo è lungi dall’essersi concluso ma sembra anche registrare in molte realtà una stasi se non un vero e proprio arretramento…d’altronde…la connessione organica tra società industriale e pluralismo politica è tutt’altro che evidente o scontata...” (pag.21)
    Ultima modifica di Avanguardia; 02-01-13 alle 12:38

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    Predefinito Re: Destre autoritarie e movimenti fascisti

    CAPITOLO IV°
    SPAGNA
    Possiamo iniziare con le tristi vicende del Falangismo spagnolo. Un buon riassunto è dato dallo scritto di Gianfranco La Vizzera LA VITTORIA DI FRANCO E LA SCONFITTA DEL FASCISMO SPAGNOLO pubblicato su STORIA DEL XX° SECOLO, marzo/aprile 1999.

    Vi leggiamo “la vittoria di Franco e l’affermazione del regime franchista segnarono la sconfitta definitiva del fascismo spagnolo, di quel movimento, la Falange di José Antonio Primo de Rivera, già emarginato da Franco durante la guerra.

    Il capo falangista troverà la morte nel carcere di Alicante , il 20 novembre 1936, per mano dei repubblicani, ma di fatto a causa del mancato intervento di Franco che vedeva in lui un temibile antagonista e non fece nulla per tentare di sottrarlo alla sua sorte. Nel dopoguerra, la propaganda franchista fece assurgere al ruolo di martire il fondatore e capo della Falange, ma il regime franchista disattese le istanze, connotate da un forte contenuto sociale, proposte dai falangisti, tradendo così per l’ennesima volta, l’eredità politica di José Antonio”.

    Com’è noto la Falange era stata fondata nel 1933 da José Antonio figlio del generale Miguel Primo de Rivera già a capo un precedente regime dittatoriale di destra; nel 1934 vi confluirono le Giunte di Offensiva Nazionalsindacalista ideate da Ramiro Ledesma Ramos, forse il personaggio più interessante del fronte nazionalrivoluzionario spagnolo dell’epoca (ricordiamo fra l’altro che il Ledesma Ramos si presentava in pubblico con camicia nera e cravatta rossa, tenuta che a noi pare quanto mai simpatica) (1).

    L’unione non durò a lungo ma portò ad un maggiore radicalismo sociale “dal 1935 alla critica del Corporativismo italiano, perché troppo conservatore e capitalistico, piuttosto comune fra gli esponenti più radicali dei fascisti e dei nazisti all’estero, facevano eco alcuni dirigenti della Falange” (Payne op. cit. pag. 267) . La Falange, che per un certo periodo ricevette sussidi dal governo italiano, si trovò coinvolta, senza troppo entusiasmo, nelle lotte di strada contro le sinistre. Allo scoppio dell’insurrezione militare, i suoi maggiori esponenti si trovavano nelle carceri repubblicane, ed i suoi aderenti, per meri motivi di sopravvivenza si unirono ai ribelli(2). Nel 1937 il Caudillo decise l’unificazione sotto il suo comando dei movimenti di destra schieratisi per l’insurrezione; nacque così la Falange Spagnola Tradizionalista delle Giunte di Offensiva Nazionalsindacalista. Si legge a pag. 270 del Payne “ quello che Franco elesse a partido unico nell’aprile 1937 non era, comunque, un Falangismo integrale ma una sintesi di Falangisti, Carlisti ed altri gruppi di destra…”( cfr. Franco Cardini LE CAMICIE AZZURRE AL CAUDILLO ANDAVANO STRETTE , il Giornale 20 11 1995)
    Ad opporsi al decreto di unificazione fu soprattutto il successore di José Antonio, Manuel Hedilla Larrey.
    Egli e molti altri quadri e dirigenti del partito vennero arrestati e condannati. Hedilla venne condannato due volte alla pena capitale. “ Il generale von Faupel, che su incarico ufficioso del III° Reich aveva perorato la causa dell’inopportunità di queste condanne, si era rivolto a Berlino chiedendo un passo ufficiale su Franco. La risposta del Caudillo non si fece attendere: definendo l’ambasciatore tedesco indesiderabile sotto tutti gli aspetti ottenne il 27 agosto 1937 il suo congedo e la sostituzione con von Stuhrer” Cfr. M. Murelli ATMOSFERE NAZIONALCOMUNISTE: ALLE ORIGINI DEL FUTURO in AA.VV: NAZIONALCOMUNISMO SEB Milano 1995.
    Poi Hedilla e gli altri falangisti dissidenti ebbero la pena capitale mutata in condanna detentiva. Ma anche dopo essere stati rimessi in libertà , non poterono più svolgere attività politica. Bisogna rimarcare che i gruppi di destra con cui i falangisti erano stati costretti ad unirsi consideravano rossi i veri seguaci di José Antonio e Ramiro Ledesma Ramos. (Cfr. Payne FALANGE: A HISTORY OF SPANISH FASCISM, Stanford University Press, USA 1961, pag. 128).

    Come è noto gli insorti nazionalisti ebbero l’appoggio dell’Italia fascista , della Germania Nazionalsocialista del Portogallo di Salazar e dei volontari di vari paesi (cfr. José Luis de Meza LOS OTROS INTERNATIONALES Ed. Barbarroja Madrid 1978).

    Scriveva Paolo Franchi in PRESTON : MA FRANCO FU PEGGIORE DI MUSSOLINI nel Corriere della Sera del 1 febbraio del 1999 “seppur forte sin dall’inizio della ribellione del sostegno decisivo di Mussolini e Hitler, seppur intriso nella sua propaganda di simbologia fascista, il movimento franchista è, rispetto al Fascismo, davvero altra cosa.” Uno degli alleati di Franco, Adolfo Hitler, “ più tardi , non di rado affermò, retrospettivamente, che, se si fosse trattato solo della Spagna , egli avrebbe appoggiato gli spagnoli rossi contro i clericali reazionari che appoggiavano Franco” Ernst Nolte, GLI ANNI DELLA VIOLENZA Rizzoli Milano 1995, pag. 102.
    Nell’opera già citata dell’Incisa di Camerana, si nota come molti fascisti italiani provassero disagio nel combattere a fianco delle destre reazionarie e clericali franchiste. (3) Intanto il regime che il Caudillo andava costruendo doveva ben poco alle tendenze falangiste. Ricordiamo fra l’altro “ la repressione del tentativo di Salvador Merino di un Sindacalismo Nazionale più integrale ed autonomo, nel 1940” ( Payne op. cit. 271).
    Già nel 1939 comunque iniziò a formarsi un’opposizione falangista clandestina che costituì un giunta politica a Madrid, sotto la direzione del colonnello Emilio Tarduchy in contatto col Generale Juan Yague. Tra i falangisti delusi vi fu chi giunse a ritenere necessario un’eliminazione fisica o una messa a riposo forzata del Caudillo.

    A pag. 157 dell’opera di Donald Mc Kale THE SWASTIKA OUTSIDE GERMANY Kent State University Press, USA 1977, leggiamo che dopo il rifiuto di Franco di entrare in guerra a fianco dell’Asse, Hans Thomsen, leader del Landsgruppe Spagna della NSDAP, contattò falangisti ed ufficiali scontenti per parlare di un possibile aiuto tedesco ad un tentativo di rovesciare Franco. Nella primavera del 1941 il Thomsen si incontrava col colonnello Antonio Pranda Mata ed un rappresentante del gruppo di Falangisti di Tarduchy ma il complotto fallì anche perché Hitler non volle appoggiarlo fino in fondo ed i principali cospiratori finirono in galera od in esilio. (4)
    Rimandiamo il lettore all’opera di Armando Romero Cuesta OBIETTIVO : UCCIDERE FRANCO. La Falange contro il Caudillo. SEB Milano 1995, nella quale si riferisce della fucilazione nel 1942, dei falangisti anti franchisti Perez de Cabo e Dominguez.
    Dopo la 2ª guerra mondiale il generalissimo Franco approfittò della sconfitta fascista per liberarsi delle influenze residue falangiste a favore di quelle tecnocratiche, militari e clericali, della nefanda congrega dell’Opus Dei, fondata dall’allucinato Escrivà de Balaguer. D’altronde le gerarchie ecclesiastiche benché molti falangisti facessero professione fervente di cattolicesimo erano ostili al movimento. Lo stesso clero non ebbe scrupoli a passare dall’altra parte della barricata, al declinare del regime, benché avesse ricevuto innumerevoli vantaggi dal Franchismo.
    Franco contro il quale ben poco avevano potuto in tanti anni le varie opposizioni, si spense nel suo letto nel 1975, ed il suo regime non gli sopravvisse.
    Scrive ancora il Payne (op. cit. pag. 514) “alcuni esigui gruppuscoli neo falangisti, teoricamente all’opposizione si organizzarono negli ultimi anni ’50 e nei primi ’60. Il loro numero crebbe in modo rapido negli anni ’70, in particolare dopo la morte di Franco. Quelli che parteciparono alle elezioni del 1977 ottennero meno del 2%”. In seguito le percentuali diminuirono ulteriormente. Ha scritto A. Joes in FASCISM IN THE CONTEMPORARY WORLD: Ideology, Evolution,Resurgence. Westview Press USA 1978 pag. 84 “ L’esperienza falangista dimostra quanto sia pericolosamente semplicistico vedere i termini destra e fascismo come se fossero intercambiabili”.
    Potremmo dire che l’abbraccio con le destre sia stato veramente mortale per il Fascismo spagnolo.
























    PORTOGALLO
    L’anno prima della morte di Franco, il 25 aprile ( data fatale!) era caduto un altro regime di destra autoritaria in Europa, quello portoghese, abbattuto da una rivolta di militari stanchi di difendere in Africa le vestigia dell’ultimo impero coloniale europeo. Il regime di Lisbona, d’altra parte , favoriva gli incroci razziali e la distruzione delle culture locali anche con la diffusione della religione cristiana (il che non impediva che spesso i missionari prendessero le parti dei ribelli!).
    La caduta del dominio portoghese fu la premessa a quella del potere bianco in Rhodesia ed in Sud Africa in un processo in cui non furono estranee le influenze occidentali d’oltre atlantico (4).
    L’aver partecipato alla Grande guerra al fianco dell’Intesa, non aveva reso più stabile la vita politica lusitana, finché nel 1925 un colpo di stato instaurò un regime autoritario di destra alla cui testa si pose un economista cattolico, Antonio Oliveira Salazar. Nel 1932 furono poste le basi di quello che venne chiamato il Nuovo Stato, fondato su un corporativismo ancor più conservatore di quello italiano, e che al pari del regime franchista spagnolo, ebbe tuttavia un qualche risultato positivo. Nell’ambito di codesto regime nacque un movimento ispirato al Fascismo che si definì nazionalsindacalista ed i cui membri indossavano la camicia azzurra e cercavano di fascistizzare il sistema, spingendolo su posizioni nazionalpopolari ( cfr. in AA.VV. IL FASCISMO IN EUROPA, il capitolo PORTOGALLO di H. Martins pag. 364-365).
    Scrive Maurizio Murelli a pag. 48 dell’opera citata lo slogan dei nazionalsindacalisti portoghesi era “…né contro la destra né contro la sinistra ! AVANTI !…Il Nazionalsindacalismo riconosce la funzione cardine dell’élite ma è al contempo populista…progetta la creazione di un movimento armato mettendo l’accento sulla necessità sistematica del processo rivoluzionario, opponendosi apertamente alla borghesia ed al capitalismo tentando di mobilitare la classe operaia”.
    Citiamo ancora il Martins a pag. 365 “dapprima il nuovo movimento acquistò una forza considerevole e riuscì a vantare 5.000 membri effettivi e circa 18 periodici compreso il quotidiano REVOLUÇAO…aveva l’appoggio di migliaia d’ufficiali dell’esercito e si vantava di reclutare i suoi seguaci fra la classe operaia e gli industriali nonché i liberi professionisti”.
    La conclusione era prevedibile : scrive il Payne
    (op.cit.pag.315) “…l’unico movimento fascista portoghese fu schiacciato dalla dittatura stessa come in Austria, in Ungheria ed in Romania” Infatti (ibid. pag. 318) “nel 1933 durante la attuazione del suo ESTADO NOVO Salazar esercitò forti pressioni sulle camicie azzurre, chiudendo i quotidiani, licenziando alcuni dirigenti che occupavano cariche governative e censurandone aspramente le attività. Nel novembre 1933 Salazar permise ai nazionalsindacalisti di tenere un congresso nazionale con l’intento di inglobarli se avessero moderato le loro posizioni ed avessero rinunciato al Fascismo vero e proprio. Dai primi mesi del 1934 era comunque riuscito a dividere il movimento”.
    Alcuni nazionalsindacalisti si allinearono al regime ed il 29 giugno del 1934 Salazar sciolse il movimento nazionalsindacalista.
    Ma ( pag.319) “ i nazionalsindacalisti continuarono ad operare clandestinamente nonostante l’arresto di numerosi militanti. Preto contribuì ad organizzare una cospirazione molto eterogenea contro il regime guidata dai nazionalsindacalisti e da una piccola cerchia di monarchici ma sostenuta anche da alcuni repubblicani di destra ed addirittura da qualche socialista ed anarchico” .

    La rivolta del 10 settembre 1935, appoggiata solo da un esiguo settore delle forze armate fallì totalmente portando ad un’effettiva repressione dei nazionalsindacalisti, che dal 1935 sopravvissero come esigua setta clandestina. Sostanzialmente Salazar non voleva saperne di un Fascismo portoghese. Come scrive il Martins “la dissoluzione del Nazionalsindacalismo fu un’esperienza profondamente deludente per i suoi membri, in specie i due leader Rolao Preto e Monsaraz che da allora in poi rimasero all’opposizione” (pag.36).
    C’è da dire che , in seguito, specialmente durante la guerra civile spagnola, nella quale Salazar si impegnò in ogni modo a favore dei nazionalisti, il regime adottò alcuni aspetti esteriori dei regimi fascisti, istituendo la LEGIAO PORTUGUEISA, sorta di milizia, e la MOCIDADE PORTUGUEISA una organizzazione giovanile con uniformi e saluto romano. Possiamo ricordare che prima era stata sciolta la Legione dei Fascisti Portoghesi (cfr. Asvero Gravelli VERSO L’INTERNAZIONALE FASCISTA, Nuova Europa Roma 1932 pag. 121)
    In altri paesi europei le cose andarono molto peggio.














    NOTE
    1. “ Mentre Franco pensava che la sinistra fosse il male assoluto, José Antonio aspirava ad una simbiosi fra destra e sinistra che favorisse la fusione fra i valori spirituali dell’uomo, il principio di autorità, la difesa delle tradizioni proposti dalla destra ( che spesso però li utilizzava solo per contrabbandare egoismi socioeconomici di classe )e le inquietudini della sinistra per una giustizia sociale che riscattasse le condizioni spesso miserabili di troppi operai e contadini della Spagna degli anni ‘30”( Primo Siena JOSÉ ANTONIO IL PROFETA IN CAMICIA AZZURRA). Nel suo, peraltro brutto!, libro ROMA 28 X 1922:L’EUROPA E LA SFIDA DEI FASCISMI, il Mulino Bologna 2001 pag. 102,Hans Weller scrive “dal carcere José Antonio mise in guardia i suoi seguaci dall’appoggiare in qualche modo il golpe. Per lui infatti i golpisti erano generali reazionari che volevano far trionfare un falso fascismo conservatore…quindi non voleva aver nulla a che fare con forze che considerava addirittura ostili”

    2. Indro Montanelli nel suo ANTISEMITISMO ED ANTIGIUDAISMO, Corriere della Sera 29 settembre 2000, scriveva “… con l’aiuto di Italia e Germania, Franco nelle cui vene scorre un quarto di sangue marrano, conquista il potere e teoricamente si pone al loro fianco, ma si guarda bene dall’adottare le leggi razziali ed accoglie gli ebrei che fuggivano da quei paesi senza neanche chiedere di convertirsi…”. Ricordiamo che Franco cominciò la sua crociata utilizzando truppe islamiche del nord Africa anticipando l’uso che i francesi fecero delle truppe marocchine nella campagna d’Italia durante la seconda guerra mondiale.

    3. Sulle vicende della Falange Spagnola si consiglia anche: José Luis Riesco RAMIRO LEDESMA RAMOS RIVOLUZIONARIO MISTICO, Sentinella d’Italia Monfalcone 1984 e sempre del Riesco LA FALANGE PARTITO FASCISTA, Barcellona 1977, di Ledesma Ramos FASCISMO IN SPAGNA ?, VII° Sigillo Roma 2000. Il motto nazionalsindacalista noi perseguiamo fini imperiali insieme a quelli di giustizia sociale può essere adottato come motto da ogni fascista. Inoltre A. Matz JOSÉ ANTONIO ET LA PHALANGE ESPAGNOLE, Albatros Paris 1981, E. Mila FALANGE ESPAÑOLA 1937-1982 LOS AÑOS OSCUROS, Alternativa Barcellona, 1986

    4. Nel 1974 cade anche il regime dei colonnelli greci che pur meritando ancor meno di quello di Metaxas, la qualifica di fascista, , non era privo di aspetti interessanti (cfr. P. Hayes FASCISM ). Ricordiamo che il regime di Metaxas viene definito “fascista” soprattutto per accusare l’Italia di avere aggredito un paese retto da un regime simile al suo. In realtà anche questa dittatura di destra, per certi aspetti, ripetiamo, positiva represse i gruppi più spiccatamente filo nazionalsocialisti (cfr. su questo argomento Jerzy W: Berejsza IL FASCISMO E L’EUROPA ORIENTALE : DALLA PROPAGANDA ALL’AGGRESSIONE, Biblioteca di Cultura Moderna Laterza. Bari 1981
    Ultima modifica di Avanguardia; 02-01-13 alle 12:39

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    Predefinito Re: Destre autoritarie e movimenti fascisti

    CAPITOLO V°

    ROMANIA
    Le vicende dei fascismi rumeni e ungheresi sono particolarmente significative per codesti nostri appunti (1). Scriveva Eugen Weber a proposito del movimento di Codreanu (cfr. <GLI UOMINI DELL’ARCANGELO >in <I DIALOGHI DEL XX° SECOLO> n°1 aprile 1967) “… un’opinione largamente diffusa considera il Fascismo l’ideologia di una società borghese in decadenza. Ma in Romania non si sviluppò mai una borghesia paragonabile a quella dell’Europa Centrale ed Occidentale. La Legione del resto non pretese mai di difenderne gli interessi, la attaccò anzi, rilevando e condannando il sistema di corruzione che i legionari mettevano in rapporto con i valori e le istituzioni borghesi. In questo la Legione ricordava altri movimenti fascisti che non si erano presentati come difensori del liberalismo capitalistico ma come i suoi avversari. In tutta l’Europa, nel ventennio 1920-1940, dalla Finlandia alla Spagna i fascisti si vollero rivoluzionari ed è questa l’accusa del resto che mossero loro gli stessi conservatori”(2)
    Le vicende del movimento legionario rumeno dovrebbero essere note ai lettori: esso dovette combattere non contro le sinistre ma contro una democrazia corrotta e corruttrice manipolata da una monarchia marcia e legata ad oscuri interessi. Contro la Guardia di Ferro innumerevoli furono gli atti di repressione e di violenza da parte delle autorità e l’elenco dei martiri legionari attesta quanto la Legione stessa dovette subire da un regime che non aveva nulla di sinistra.
    Riassumendo: dopo aver militato nel movimento nazionalista ed antisemita Lega di Difesa Nazionale Cristiana, Codreanu fondò nel 1927 la Legione dell’Arcangelo Michele, affiancata nel 1930 dal gruppo più militante Guardia di Ferro. Tutto ciò fra arresti e persecuzioni di ogni genere che però non riuscirono ad impedire lo sviluppo del movimento che dopo essersi presentato alle elezioni come lista Tutto per la Patria, assume nel 1938 la denominazione di Movimento Legionario. Nello stesso anno Codreanu venne arrestato per l’ennesima volta ed assassinato per ordine del governo monarchico. (Lo stesso A. Hitler fu particolarmente sdegnato dell’assassinio di Codreanu, cfr. Del Boca e Giovana "I Figli del Sole: mezzo secolo di Nazifascismo nel mondo" Feltrinelli Milano 1965, pag.38)

    L’ostentato cristianesimo dei legionari non impedì,inoltre, che il Patriarca di Romania Miron Cristea fosse uno dei più spietati persecutori della Guardia, nel periodo in cui fu al potere.
    Nel gennaio 1939 abortì una sollevazione guardista, anche per il mancato appoggio dell’esercito che rimase ottusamente fedele al monarca corrotto. Scrive il Payne, op. cit. pag.294 “…Sima ( il successore di Codreanu alla testa del movimento) e centinaia di altri capi ed attivisti fuggirono all’estero, soprattutto in Germania. Ancora una volta un regime autoritario di destra aveva eliminato un movimento popolare fascista, come già in precedenza in Austria ed in quel momento in Ungheria.”
    Tratteremo altre le vicende del fascismo magiaro, riguardo all’Austria l’autore allude ovviamente alla lotta contro i nazionalsocialisti locali ( diventati, peraltro, la sezione austriaca della NSDAP) da parte del regime di destra di Dollfuss prima e Schugnigg poi. Questo regime godette l’appoggio della Heimwehr, un movimento che ebbe al suo interno delle componenti autenticamente fasciste.

    Rimandiamo in proposito al volume di F. Carsten FASCISTS MOVEMENTS IN AUSTRIA FROM SCHONERER TO HITLER. Ed. Sage USA 1977, da codesto volume citiamo a proposito del governo autoritario conservatore e cattolico di Dollfuss, a pag. 237, “…ovviamente vi erano forti influssi del Fascismo italiano, ma anche differenze molto marcate…in Austria non vi fu un ampio movimento di massa e nessuna presa di potere da parte di un partito fascista. Dollfuss era il cancelliere costituzionale ed usò gli strumenti di potere a sua disposizione per effettuare un colpo di stato dall’alto ed instaurare una dittatura. Codesta dittatura fu sostenuta dal partito Cristiano Sociale, dalla Chiesa e dalla burocrazia come da settori della borghesia e della nobiltà, in altre parole dai vecchi circoli dirigenti che difendevano le loro posizioni acquisite dalle minacce provenienti da destra e da sinistra. La Heimwehr ed il partito Cristiano Sociale procuravano il sostegno che il regime poteva radunare, ma non giocarono alcun ruolo preminente nella sua edificazione. Il tentativo di creare un Fronte Patriottico, una base di massa più uniforme al modello di un partito fascista fallì. Il regime non superò mai la mancanza di unità e le diversità fra i suoi sostenitori. Nonostante le sue bardature era molto più simile ad una dittatura di destra tradizionale che ad una più moderna di stile fascista. Ne ci fu un qualsiasi sostanziale cambiamento sociale nel senso che, contrariamente a ciò che accadde in Germania ed in Italia, le vecchie élites dirigenti non vennero sostituite dalle nuove…tutti questi fattori rendono molto dubbio che il regime austriaco possa essere considerato come fascista”.
    Fallita l’insurrezione la Legione continuò le sue attività clandestine compresa l’eliminazione degli avversari politici e continuò contro di essa la repressione di regime. Ma intanto si giunse al 1940. Crescendo la potenza del Reich, il re Carol era costretto a mutare rotta e a cercare l’alleanza con la Guardia. Il Fronte della Rinascita Nazionale (partito unico istituito dal monarca) veniva trasformato nel Partito Nazionale al quale vennero invitati ad aderire anche i legionari. Ma essendo stati sconfitti rovinosamente i tradizionali protettori francese ed inglese, la Romania era costretta dall’Asse a pesanti sacrifici territoriali a favore di Bulgaria, Ungheria e URSS. L’indignazione popolare portava ad una sollevazione legionaria, il re abdicò a favore del figlio ed assunse il potere come Conducator Ion Antonescu, un militare nazionalista simpatizzante dei guardisti. Veniva proclamato lo stato nazionale legionario alla cui testa era Antonescu suo vice Horia Sima. Ma ancora una volta la coabitazione fra fascisti e nazionalisti si rivelò impossibile nonostante la Legione fosse diventata partito unico ed il paese si fosse allineato all’Asse Roma Berlino. Nel movimento erano entrati in massa elementi dubbi e profittatori che risultarono incontrollabili, tentativi di riforme sociali attuati improvvidamente peggiorarono la situazione economica mentre la propaganda legionaria dichiarava che la borghesia non avrebbe avuto futuro in Romania. ( cfr. P. Hayes < Fascism > cit. pag.399).
    Inoltre i legionari non mancavano di prendersi le loro sanguinose vendette contro i loro antichi persecutori. Tutto ciò irritò Antonescu e la parte moderata del regime e suscitò soprattutto la preoccupazione di Hitler che vedeva nella Romania e nelle sue risorse un indispensabile alleato per la guerra contro l’URSS.
    Agli inizi del ’41 Antonescu si recò a Berlino dove espose al Führer le sue lamentele nei riguardi della Legione e ne ebbe la promessa di sostegno in caso di messa al passo dei guardisti. Scrive ancora il Payne pag.400 “ tornato a Bucarest Antonescu, dovette fronteggiare altre pretese dei legionari che a quanto sembra erano stati incoraggiati da altri funzionari nazisti”, subito prese misure contro gli ormai troppo ingombranti alleati. Questa situazione spinse il 21 gennaio la Legione ad una vera e propria rivolta. Antonescu confermò i suoi accordi con Hitler, quindi iniziò la controffensiva riprendendo ben presto il controllo della situazione. Di nuovo un movimento fascista era stato represso da un regime autoritario di destra e nel modo più radicale possibile.

    La Guardia fu il primo movimento fascista a crollare in una Europa ancora dominata dalla Germania. Antonescu fece arrestare 9000 legionari , 1842 persone vennero condannate a pene di reclusione e 20 giustiziate. Hitler, a quanto detto dal Payne , avrebbe preferito che la repressione non giungesse a tanto.

    Da parte sua il Nagy Talavera in THE GREEN SHIRTS & THE OTHERS a pag.82 , dice che Hitler pensava che Antonescu avrebbe dovuto eliminare Sima e prendere lui il comando della Legione. Ricordiamo anche che Antonescu espulse dal paese i nazisti tedeschi che avevano avuto contatti con i legionari, (cfr. Mc Kaye THE SWASTIKA OUTSIDE GERMANY pag.174.)e che Mussolini intervenne presso i tedeschi a favore dei guardisti. (M. Rallo L’EPOCA DELLE RIVOLUZIONI NAZIONALI IN EUROPA, vol. 3° Roma 1990 pag. 101, Settimo Sigillo).

    Il regime di Antonescu , appoggiato dagli antisemiti e dai nazionalisti affiancò l’asse nella crociata anti bolscevica e le sue forze armate si batterono con onore. Nel 1944 un colpo di stato monarchico rovesciò Antonescu che fu imprigionato. Nel 1946 venne fucilato, affrontò la morte con grande coraggio. Sima e gli altri legionari riparati in Germania, erano stati internati nei lager ma dopo la caduta di Antonescu, Hitler li utilizzò per costituire un governo in esilio con sede a Vienna e capeggiato da Sima che riuscì ad organizzare dei reparti che continuarono a fianco dei tedeschi. A migliaia in Romania i legionari passarono nel partito comunista rumeno, si trattò forse della più imponente migrazione di fascisti dentro un gruppo comunista nell’Europa orientale. Fenomeni analoghi si ebbero in Ungheria ed in Polonia. Cfr. il ruolo di Piasecki fondatore del gruppo Falanga e dopo la guerra del gruppo cattocomunista PAX. Dopo la caduta del regime nazionalcomunista di Ceausescu si tentò in diversi modi di ricostituire il movimento legionario ma senza successo apparente.
    Da parte nostra dobbiamo dire che il passaggio di ex legionari al comunismo non ci scandalizza più di tanto. Al di là delle questioni di sopravvivenza concordiamo col Payne quando afferma che non vi sia alcun dubbio sull’esistenza di punti in comune fra Fascismo e Comunismo inoltre Piero Melograni scriveva il 4 luglio 1995 sul <Corriere della Sera> in <SOTTO SVASTICA E MARTELLO> che “ Comunismo, Fascismo e Nazionalsocialismo si mostrarono in larga misura all’individualismo, al capitalismo, al liberalismo ed al parlamentarismo. Trovarono una radice comune nella paura della modernità, in un ardente bisogno di ordine. Entrarono in urto a causa di una competizione concorrenziale non di una contrapposizione radicale”. È un argomento su cui si dovrà tornare in futuro.












    UNGHERIA
    Le vicende dei fascismi ungheresi furono in parte simili come scriveva A.J.Joes in <FASCISM IN CONTEMPORARY WORLD>, pag.91 “i vari partiti fascisti ungheresi e specialmente i nazionalsocialisti nutrivano sincere aspirazioni verso una riforma e persino verso una rivoluzione sociale. La loro formula era antisemitismo per le classi medie e radicalismo per i lavoratori. Molti in altri paesi sarebbero diventati socialisti o comunisti. Non fecero questa scelta in Ungheria perché identificarono, a causa del loro internazionalismo, questi movimenti con gli ebrei. Per questo si volsero verso il Fascismo”.

    A differenza della Romania, l’Ungheria era uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale e gravemente menomata nel suo territorio; ad un effimero governo comunista con fortissime influenze ebraiche seguì un a controrivoluzione di destra che portò al potere l’ammiraglio Horthy, che istituì un regime semi autoritario basato sull’esercito, i latifondisti, l’aristocrazia e che non meritò mai la qualifica di fascista ,malgrado i tentativi dei primi ministri Gombos ed Imredy di spingerlo verso direzioni nazionalpopolari. (4)
    Sorsero così movimenti che si definivano nazionalsocialisti, che facevano appello al proletariato ed al sottoproletariato, insistendo soprattutto sulla necessità di una radicale riforma agraria. Fu un pullulare di gruppi che si fondevano, scindevano e rifondevano guidati da aspiranti duci rivali fra loro. Emerse e si impose il maggiore Ferenc Szalasi fondatore del movimento Ungarista. Scrive il Payne op. cit. pag. 278 “in politica economica l’Ungarismo era sinonimo di nazionalsocialismo organizzato su basi governative. Esso si fondava in parte sull’ideale agrario , con l’obiettivo di dividere le grandi proprietà fra i braccianti …per una madrepatria forte c’era bisogno di un forte sviluppo industriale in cui gli operai avrebbero avuto un posto speciale…anche nell’eventualità di nazionalizzare tutto il credito, le assicurazioni, i grandi cartelli, l’industria bellica e la produzione di energia, una economia nazionalsocialista doveva basarsi sulla proprietà privata e sulla classe contadina padrona dei terreni, ed orientarsi verso piccole attività industriali private che Szalasi considerava più creative, efficienti ed umane”. Il maggiore F. Szalasi fondò il Partito della Volontà Nazionale , che fu messo fuorilegge nel 1937 dal governo preoccupato per l’attività dell’opposizione nazionalsocialista. L’anno dopo esso si ricostituì come Partito Nazionalsocialista e Szalasi venne arrestato(5).
    Il suo luogotenente K. Hubay ricostituì il partito come Movimento Ungarista, questi nel 1938 viene disciolto e si ricostituì come partito delle Croci Frecciate, dal simbolo del movimento.
    Alle elezioni del maggio 1939 l’opposizione fascista ebbe ufficialmente il 25% dei voti “la situazione era particolarmente favorevole nei quartieri operai cittadini e nelle aree con grande prevalenza di braccianti….” ( Payne op. cit. pag.281) (6) ed in effetti mentre il Partito Socialista Ungherese, tollerato dal governo, si interessava agli operai specializzati, gli operai generici, mediamente i più giovani, i braccianti ed i piccoli agricoltori erano attratti dalle promesse di mutamenti economici rivoluzionari delle Croci Frecciate.
    La guerra a fianco dell’Asse non portò fortuna alle Croci Frecciate i quali erano meno allineati degli altri movimenti fascisti magiari di fronte ai tedeschi. Nonostante la liberazione di Szalasi la tragedia delle scissioni e delle rivalità ricominciò. La situazione mutò col peggiorare delle sorti della guerra; nel 1944, avendo manifestato Horthy la volontà di chiedere la pace agli alleati, i tedeschi favorirono un colpo di stato che portò al potere Szalasi il quale unificò tutti i movimenti fascisti sotto il suo comando. Riguardo ai progetti di governo Szalasi voleva fondare una nuova struttura economica, che doveva chiamarsi Ordine Corporativo della Nazione Lavoratrice, in precedenza Szalasi aveva rifiutato sia il modello italiano, che non ostacolava molto il capitalismo sia quello tedesco che secondo il leader ungherese non era veramente nazionalsocialista, l’industria elettrica ed estrattiva dovevano essere nazionalizzate e controllate dallo stato, Szalasi pensava anche a Consigli di fabbrica in alcune delle fabbriche più grandi. (cfr. Payne, op. cit. pag. 424) Purtroppo era troppo tardi. Il nuovo regime non poté che organizzare un’eroica per quanto vana resistenza contro i sovietici, Szalasi venne catturato e dopo un processo farsa venne impiccato. Rimase fino all’ultimo fedele a sé stesso. Gruppi di Croci Frecciate sopravvissero all’ultimo conflitto.















    NOTE
    1. Per le vicende dei movimenti fascisti rumeni ed ungheresi rimangono utili i testi di N.M. Nagy-Talavera < THE GREEN SHIRTS & THE OTHERS. A HISTORY OF FASCISM IN HUNGARY & ROMANIA> Stanford University Press 1970 e P.F.Sugar< NATIVE FASCISM IN SUCCESSOR STATES 1918-1945>, Lio Press 1971. Indispensabile la lettura di< GUARDIA DI FERRO>, dwllo sresso i Codreanu (AR, Padova 1972)mentre purtroppo si è fermata al 1° volume la storia de Movimento Legionario scritta da Horia Sima, edizioni Dacia Brasile 1972. Ricordiamo anche l’opera in tre volumi di Michele Rallo. L’EPOCA DELLE RIVOLUZIONI NAZIONALI IN EUROPA, edite dalla Settimo Sigillo di Roma, e pare che l’autore dopo la trasformazione del MSI in AN, abbia abbandonato codesti studi. Sui collaborazionismi europei in genere, si legga POPOLI AL BIVIO di M. Gozzoli ed. Uomo Libero, 1989 Milano ed anche di M. Afiero I VOLONTARI STRANIERI DI HITLER, Ritter Milano 2001. Scriveva S. Woolf in IL FASCISMO IN EUROPA, Laterza Bari 1973, pag. 15-16 “esaltati dalla spada e dal giuramento i fascisti dell’Europa centrale giunsero ad abbandonarsi a cavallereschi spargimenti di sangue e quando il destino fu loro avverso accolsero a morte come autentici, prodi cavalieri medioevali” questo che l’autore forse considera un demerito è per chi scrive un degno elogio.
    2. Hugh Seton Watson <FASCISMO DESTRA E SINISTRA> in <, Dialoghi del XX° Secol>o n° 1 aprile 1967, scrive “in Ungheria ed in Romania aveva largo seguito fra le masse. In entrambi i paesi la maggioranza dei contadini rimase fedele ai partiti democratici ma una notevole minoranza di contadini ungheresi e romeni ….furono guadagnati al Fascismo. Ma il Fascismo ungherese e quello rumeno ebbero molti consensi fra la casse operaia ….”
    3. Come è noto il Fascismo rumeno ed in minor misura quello ungherese vennero caratterizzati da un forte sentimento cristiano che caratterizzò la loro azione politica; per i romeni più che di una militanza si può parlare di un misticismo mutato in azione politica, come dei nuovi templari. E questa componente, per quanto affascinante essa sia, è impossibile da riprodurre e riproporre a distanza di tempo e di spazio. (Insomma è una componente caratteristica specificatamente rumena e specificatamente di quegli anni!). Per questo i tentativi politici più o meno ispirati al movimento legionario di questo dopoguerra, come Fuerza Nueva od Alleanza Cattolica. Ciò naturalmente nulla toglie alla nobiltà ed all’eroismo di Codreanu e dei suoi. Peraltro chi scrive fa sue le parole di Zeev Sternhell “I veri fascisti furono sempre anticlericali anche se giunti al potere dovevano scendere a patti con le varie chiese. I fascisti hanno sempre avuto orrore del carattere universalistico della civiltà giudeo-cristiana.”(<LA DESTRA ALLA CONQUISTA DELLE COSCIENZE>on su Diorama Letterario, aprile 1989). Vogliamo ricordare anche che, analogamente a ciò che accadde in altri paesi europei, in Ungheria nelle correnti ultranazionaliste, si ebbero fermenti neopagani. Vi fu infatti chi parlò di rinnovare il culto de dio della guerra Hadur. D’altro canto l’intellettuale ungarista Palvago accusava la chiesa cattolica dii propagandare una versione giudaizzata del Criostianesimo ed auspicava una chiesa nazionale ungherese.
    4. Secondo il Carsten <(La GENESI dEL FASCISMO> cit., pag. 246) quello di Horthy non fu un regime fascista ma un governo di destra conservatrice, con l’antica nobiltà trincerata al potere. Si può considerare l’ultimo regime feudale dell’era moderna, un regime con una forte miseria della maggioranza della popolazione contadina in miseria. Le istanze di un profondo e radicale cambiamento venivano dall’estrema destra che era perciò assolutamente inaccettabile per la classe dominante( pag.252); per ciò che riguarda Gombos fu uno dei personaggi più interessanti dell’Ungheria fra le due guerre. Ex ufficiale, capo di un Partito per la Difesa della Razza, fin dagli anni ’20 strinse contatti con i Fascisti Italiani ed il NSDAP. Primo ministro dal 1932, la sua morte prematura nel 1936 impedì che si attuassero i suoi piani di fascistizzazione del paese.
    5. Nel saggio< HUNGARY> deli Deak dal libro THE EUROPEAN RIGHT a cura di H.Rogger e F:Weber, University of California USA 1976, dal 1938 fino al marzo 1944, data dell’occupazione tedesca, le croci frecciate vennero perseguitate, con raduni vietati, leader imprigionati, giornali sospesi e migliaia di militanti internati tali da essere più numerosi dei detenuti comunisti.( pag.391)
    6. In occasione di queste elezioni , che furono le prime a suffragio segreto, i comunisti , in clandestinità, consigliarono ai loro simpatizzanti di votare per le croci frecciate. In seguito i membri di questo movimento celebrarono il patto Ribbentrop- Molotov del 1939 con una rumorosa manifestazione in cui i ritratti di Hitler e Stalin vennero portati fianco a fianco.( cfr. i citati Nagy Talavera pag. 156 e S.G. Woolf pag.159).
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    Predefinito Re: Destre autoritarie e movimenti fascisti

    CAPITOLO VI°
    Vediamo ora qualche altro esempio di repressione contro gruppi di tipo fascisti da parte di regimi di destra autoritaria riprendendo in mano il libro del Payne.
    A)LITUANIA
    Qui A. Smetona capo del Partito Cristiano Democratico Nazionale divenne presidente, e A. Valdemaras capo del movimento nazionalista Tautininkai, primo ministro. Nel corso degli anni ’20 elementi nazionalisti radicali diedero vita al gruppo protofascista Lupi di Ferro. Costoro insieme ad elementi estremisti del Tautininkai tentarono un Colpo di Stato nel 1934. In seguito a ciò ed ad altre sommosse Smetona instaurò nel 1936 un regime autoritario ostile anche ai Lupi di Ferro. Così la Lituania divenne di fatto un regime a partito unico anche se su posizione di destra radicale piuttosto che fascista.( Payne pag.327)
    ESTONIA
    Nel 1934 il neo presidente , Kostantin Pats assunse i pieni poteri e se ne servì per colpire L’Associazione dei Combattenti per la Libertà dell’Estonia, un’organizzazione di combattenti antibolscevichi che volevano un regime più autoritario e nazionalista che aveva trionfato alle elezioni amministrative del 1934.
    LETTONIA
    K.Ulmanis assunse i poteri nel 1934 al fine di eliminare la Croce Tonante, un movimento protofascista organizzatosi l’anno prima. Da tutto ciò si desume come le forze conservatrici delle Repubbliche baltiche temessero che gruppi di tendenza fascista salissero al potere.(1)
    Come è noto gli stati baltici furono occupati prima dai sovietici, poi dai tedeschi, poi rioccupati dai russi . I gruppi fascisti collaborarono con la Germania fornendo molti valorosi combattenti delle Waffen SS.(2)
    JUGOSLAVIA
    In Jugoslavia stato ora del tutto defunto al pari di 2 altri nemici dell’Asse, URSS e Cecoslovacchia, si instaurò un regime autoritario monarchico. Vi sorsero vari gruppi nazionalisti, l’ala più radicale fu Azione Jugoslava. Creata in principio nel 1930 per sostenere la dittatura di Re Alessandro voleva un sistema corporativo autoritario ed un’economia pianificata. Divenne in seguito più radicale tanto da essere soppressa dal governo nel 1934. Nel 1935 sorse lo Zbor, gruppo di nazionalisti serbi e sloveni, propugnava un regime autoritario e un nazionalismo slavo totale. Venne soppresso dal governo nel 1940, dopo aver stretto contatti con la Germania e provocato disordini. Il suo capo era Dimitrije Ljotis, che durante la guerra avrebbe collaborato con l’Asse. ( cfr. Payne pag.329 e Rallo 1L’ EPOCA DELLE RIVOLUZIONI NAZIONALI IN EUROPA 1919-1945>, 2°volume)
    BULGARIA
    Lo Zar Boris attuò nel 1935 un colpo di stato autoritario che mise fuori legge il movimento RATNITSI, nel 1939 (Payne pag.331)
    BOEMIA MORAVIA
    Durante la guerra il governo collaborazionista usò nel 1939 la forza contro il gruppo fascista VLAJKA. Sia qui che in Slovacchia i tedeschi, dando prova di miopia politica, si appoggiarono ai moderati piuttosto che agli estremisti, interessandosi solo al mantenimento della legge e dell’ordine e della produzione industriale.
    Tale miopia vanificò gli sforzi di molti combattenti per il nuovo ordine europeo.
    Si vorrebbe concludere queste note sui fascismi europei che speriamo possano venire ampliate in ulteriori lavori con le parole di uno dei più grandi intellettuali fascisti europei Pierre Drieu La Rochelle. Costui ricordava nel DIARIO 1939-1945, Il Mulino Bologna 1995, che il capitalismo avesse dapprima controvoglia e marginalmente appoggiato i fascismi e poi li avesse osteggiati contribuendo non poco alla loro caduta. “Durante la guerra il Fascismo venne soffocato da tutti i nemici che aveva lasciato vivere. Non si era mostrato abbastanza rivoluzionario, abbastanza cruento (insomma poco socialista) la sua moderazione lo uccise”. In sostanza quando i fascisti non vennero schiacciati dalla destra finirono per allearsi ad essa annacquando così il loro potenziale rivoluzionario e questi alleati non persero mai occasione per tradirli.
    D’altronde come ricordava Paul Serant in <RoMANTICISMO FaSCISTA>, Il Borghese Milano 1971, a pag. 269-270, già nel 1944 Drieu aveva rimproverato al Nazionalsocialismo di non essere stato sufficientemente rivoluzionario; la Germania avrebbe dovuto suscitare vere e proprie rivoluzioni nazionalsocialiste in Italia, in Spagna, in Portogallo, in Ungheria. Invece avevano rispettato a torto le vecchie aristocrazie monarchiche o clericali, i vecchi sacerdoti massonici, che non glie ne furono affatto grati. E così andò perduta quella che fu probabilmente l’ultima occasione dell’Europa.
    (Cfr. anche Tarmo Kunnas LA TENTAZIONE FASCISTA e Daniele Rocca DRIEU LA ROCHELLE: ARISTOCRAZIA, EUROFASCISMO STALINISMO. Stylos Aosta 2000)










    NOTE

    1. Un autore violentemente antifascista come Pierre Milza< LeES FASCISMES>, Imprimerie Nationale Parigi 1985, pag.319 scrive “nei paesi baltici l’ascesa dei partiti fascisti si urta colla resistenza dei poteri forti che incarnano gli interessi della classe dirigente tradizionale” Quindi, anche fui, conservatori contro fascisti.
    2. Per le vicende dei Fascismi baltici cfr. a cura di Maurice Bardeche <I FASCISMI SCONOSCIUTI >Ciarrapico Roma 1981. A pag. 78 leggiamo “ il programma della Croce di tuono era chiaramente estremista. Violentemente antisemita….prevedeva una riforma agraria ancor più radicale di quella effettuata dopo la proclamazione dell’indipendenza…approfittando della debolezza dei movimenti di sinistra incapaci di rappresentare…le rivendicazioni delle classi proletarie…i Lupi di Ferro fanno loro queste rivendicazioni e lo esprimono in modo violentissimo”.
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  7. #7
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    Predefinito Re: Destre autoritarie e movimenti fascisti

    CAPITOLO VII°
    Fondamentalmente chi scrive è dell’opinione di Adriano Romualdi ("Il Fascismo come fenomeno europeo" cit. pag.247), secondo il quale è alquanto problematico parlare di Fascismi extraeuropei o comunque al di fuori del Mondo Bianco, tuttavia non si può negare che in molti paesi non europei si ebbero fermenti non privi di qualche somiglianza con i Fascismi e che ebbero talvolta vicende analoghe.
    Abbiamo fatto cenno al Giappone e, a proposito di questo paese ormai definitivamente distaccato dall’eroica tradizione dei samurai, rimandiamo al notevolissimo libro di R. Massi e D. Zanchi < TEN-CHU>, ed. Sanno Kai , Padova 1995. (1)
    In Cina, nell’ambito del Kuo Min Tang si formarono varie organizzazione patriottica, la più importante delle quale fu quella delle Camicie Azzurre, la quale diede vita alla “Associazione della Rinascita Cinese” disciolta da Chiang Kai Shek nel 1938, forse per ragioni di concorrenza (cfr. Payne op. cit. pag.342).
    E passiamo all’America latina a proposito della quale sono stati considerati del tutto immeritatamente come fasciste brutali dittature militari tese soprattutto all’arricchimento personale dei promotori del golpe, dittature che assolvevano alla funzione di cani da guardia delle multinazionali yankees, o sono stati considerati fascisti gruppi di bigotti reazionari, al servizio dei latifondisti quali la famigerata TFP, di Plinio Correa de Oliveira.(2)
    A) CILE
    Il caso del Cile è lievemente diverso da quelli esaminati dal presente opuscolo. Riprendendo l’opera del Payne, a pag. 346, leggiamo “il movimento Nazionalsocialista fondato nel 1932 dal cileno tedesco Jorges Gonzales von Maraes, o Nacismo, si ispirava in gran parte al Nazionalsocialismo tedesco, ma sviluppò caratteristiche proprie. Sotto la tutela del suo ideologo , Carlos Keller, teorizzava una nazionalsocialismo corporativo ma economicamente radicale ed una repubblica presidenziale centralizzata…Mentre organizzavano le paramilitari TROPAS NACISTAS de ASALTO (TNA) i Nacis si dichiaravano difensori della civiltà cristiana ed occidentale e della famiglia. Sebbene definissero il Cile un paese di tipo europeo, con caratteristiche differenti e superiori rispetto al resto dell’America Latina, proclamavano la loro opposizione all’imperialismo ed il loro sostegno per gli interessi internazionali degli altri stati sudamericani. Nel 1937 Gonzales von Maraes criticò pubblicamente Hitler per essere divenuto un tiranno, e dall’anno seguente rifiutò confronti col nazionalsocialismo ed il fascismo dichiarando che il suo era un movimento democratico…”(3)
    Pur essendo fondamentalmente antisemita il Gonzales riconosceva l’insussistenza del problema ebraico nel paese. Alle elezioni politiche il partito ottenne il 3,5% con forti consensi nei quartieri popolari cittadini che nelle amministrative divennero 4,6%.
    Nel 1938 un tentativo di colpo di stato contro il governo di destra di Jorge Alessandri si risolve con un fiasco e 54 militanti Nacis vennero assassinati a sangue freddo più o meno come i loro camerati rumeni della Guardia di Ferro (cfr. Payne op.cit.).
    I Nacis appoggiarono alle presidenziali il candidato della sinistra offrendo quel margine di voti necessari alla vittoria.
    Nel 1941 i nacis si ricostituirono come Avanguardia Socialista Popolare ma non riuscirono a ricreare lo spazio politico e ad offrire un’alternativa ben definita come nel 1938 (cfr. Payne op. cit. pag.346/7).
    Com’è noto nel 1973 il colpo di stato militare del fin troppo noto generale Pinochet, rovesciò l’inefficiente governo Allende fra gli oppositori del quale era il movimento Patria y Libertad, che si disciolse durante il Golpe (interessante è anche il Movimento Rivoluzionario Nazionalsindacalista nella quale erano confluiti ex Nacis).
    Un ex dirigente di Patria y libertad Robert Thieme fondo il Movimento Nazionalista Popolare, che pur essendo nazionalista e populista ed anticomunista, era ostile alla giunta militare che era favorevole all’ingresso dei capitali stranieri nel paese. Nel 1980 il Thieme fu costretto all’esilio in Argentina dopo la scoperta di una congiura contro la giunta. i Suonatori cambiavano ma la Musica era sempre la stessa( cfr. Garan O’ Maolain< THE RADICAL RIGHT A WORLD DIRECTORY> Longman Londra 1987 pag.50).




    B)BRASILE
    Passiamo ora al Brasile “gigante multirazziale meticcio e mulatto del sud America”, come lo definisce il Milza a pagina 65 della sua opera<1 Les FASCISMES>, ed anche il solo paese latino americano ad avere avuto un movimento fascista di massa. Qui sorsero vari gruppi Partito Fascista Nazionale, Partito Nazionale Rigeneratore, Partito Nazionale Sindacalista, Partito Fascista Brasiliano, ma, come scrive Payne a pagina 350 dell’opera citata, l’unico a diventare un partito che si avvicinasse al Fascismo Europeo, fu l’Azione Integralista Brasiliana, di Plinio Salgado fondata nel 1932. Come si evince dal nome del partito, oltre ad influssi del Fascismo italiano vi erano anche quelli della dottrina cattolico monarchica dei portoghesi e di Action Française.
    L’aspirazione degli integralisti era quella di raggiungere uno stato corporativo autoritario che fosse in grado di promuovere dalla situazione etnica del Brasile una unità su fondamenti storici o culturali più che su basi razziali. Insomma si tentava di dare un senso ad un processo di imbastardimento culturale, impresa a nostro parere impossibile.
    Gli aderenti indossavano camicie verdi ed accompagnavano il saluto fascista al grido Anauè tipico degli indios brasiliani.
    Il movimento era fortemente caratterizzato in senso cattolico, il che è strano in un paese dove pullulano culti religiosi d’origine africana.
    Comunque, si legga il Payne a pag.351, nel triennio dal 1935 al 1938 la AIB diviene il primo partito di massa della storia brasiliana, ma il regime autoritario di Getulio Vargas si trasforma nel 1937 in ESTADO NOVO su modello portoghese. Gli integralisti vengono disciolti ed il loro tentativo di golpe viene schiacciato nel 1938.(4)
    Vargas, su pressione USA entrò in guerra contro l’Asse, un corpo di spedizione brasiliano sul fronte italiano si batté mediocremente. Vargas alla fine della guerra fu costretto a ritirarsi dalle opposizioni antifasciste nell’ottobre 1945. Nel 1946 fonda il partito dei lavoratori brasiliani e nel 1950 vince le presidenziali. Una volta eletto tentò di attuare il programma sociale del suo partito per un miglioramento dei salari e degli stipendi e di combattere l’inflazione mediante un cauto dirigismo economico ed aperture dei sindacati. Ma venne sempre attaccato dalle destre, dalle campagne di stampa, dai pronunciamenti dei militari e la notte del 24 agosto del 1954 si suicidò.( Cfr. Giordano Bruno Guerri <Vargas Il fascista carioca> in ,< il Giornale> 24 agosto 1994)


    C)ARGENTINA


    Il governo ed il movimento peronista si ispirarono al Fascismo italiano e nel 1955 una coalizione che univa conservatori, chiesa, militari, industriali rovesciava questo regime. Nel dopoguerra, cfr. Martin Lee in <THE BEAST REAWAKENS>, pag. 178/9,la setta paramilitare TACUARA( la lancia) esemplificò la peculiare connessione fra estrema destra e sinistra nell’ambito peronista ma ebbe anche duraturi legami con i servizi segreti argentini. Joe Baxter, un misterioso argentino nato in Jugoslavia prese la testa dell’organizzazione e la pilotò verso sinistra influenzato dal nazionalismo comunista di Castro. Svolta uguale e contemporanea a quella di Thiriart, con cui ebbe in comune anche i contatti con Peron allora esule in Spagna. Dopo un periodo di addestramento a Cuba Baxter iniziò a riorganizzare la TACUARA per trasformarla nella prima organizzazione di guerriglia urbana in Argentina da cui si originarono poi i Montoneros.


    C) BOLIVIA
    Nel 1943 la dichiarazione di guerra all’Asse da parte del governo di destra provoca il golpe da parte dell’esercito al cui comando si pone il maggiore Villaroel, instaurando un governo populista, contrario all’imperialismo USA, dal quale viene accusato di filo nazismo, ed alle lobbies dei latifondisti e del padronato minerario. Nel 1946 i militari abbandonano il regime, ed in un assalto della plebaglia al soldo dei latifondisti al palazzo presidenziale vengono linciati Villaroel ed i suoi aiutanti, ed i loro corpi appesi alle inferriate del palazzo, così come nell’aprile 1945 vennero appesi dal popolaccio di Milano i corpi dell’unico statista che l’Italia del XX° secolo abbia mai avuto e dei suoi fedeli. (cfr. Incisa di Camerana< I CAUDILLOS, BiIOGRAFIA DI UN CONTINENTE.> Corbaccio 1994, pag.239 e MOMENTI DELL’ESPERIENZA POLITICA LATINO AMERICANA a cura di L. Carruccio, il Mulino Bologna 1974).


    Per l’eroico Villaroel ed i suoi predecessori quali German Busch ed il generale Toro, gli studiosi applicarono l’etichetta di Sinistra Fascista.


    D)CUBA
    Dedichiamo anche al leader cubano qualche riga. Secondo Incisa di Camerana Cuba è un tipico paese Nazionalcomunista (< FASCISMO, POPULISMO, MODERNIZZAZIONE< pag 357), e le letture giovanili di Castro sarebbero state le opere di José Antonio ed il Mein Kampf di Hitler. Secondo Hugh Thomas nella sua arringa per il processo per l’assalto alla caserma Moncada Castro cita Hitler dicendo “condannatemi la storia mi assolverà” ( cfr. pure Bardeche< CHE COSA È il Fascismo>cit.).



    NOTE
    1. Cfr. anche H. Kinoshita< MOUVEMENTS D’EXTREME DROITE AU JAPON> in <REVUE D’HISTOIRE DU FASCISME>, n°5 Primavera 1974, e D. Del Moro I NAZIONALRIVOLUZIONARI DEL SOL LEVANTE in RINASCITA 14 gennaio 2001
    2. Anche a questo proposito non si può fare di ogni erba un fascio, il Milza cita a pag.369 dell’opera citata, il colonnello Franco ed il Generale Moronigo in Paraguay che con l’appoggio dell’esercito instaurano una dittatura nazionalista e vagamente socialisteggiante, inoltre si ricorda il Partito fascista argentino, le camicie kaki in Bolivia…
    3. Il nome del partito era Movimiento Nacional Socialista de Chile, tra i suoi obiettivi era anche l’incremento demografico della popolazione bianca, fatto importante in un continente in cui l’imbastardimento razziale sembra la regola,( anche se non sono privi di interesse gruppi di nativi che predicano la riscoperta delle tradizioni religiose e comunitarie precristiane ) .
    4. Fra gli integralisti erano numerosi i brasiliani di origine tedesca , alcuni in contatto con la NSDAP. Gli integralisti brasiliani hanno occupato cariche nel governo militare instaurato nel 1964
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  8. #8
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    Predefinito Re: Destre autoritarie e movimenti fascisti

    CONCLUSIONI
    Cerchiamo infine di trarre qualche conclusione da codesto studio che ci auguriamo di potere ampliare ed approfondire in futuro. Le riflessioni riguardano il carattere “sociale” dei movimenti fascisti che li distingue dai movimenti o dai regimi conservatori anche nazionalisti ed autoritari che spesso , come abbiamo visto finirono per ostacolare i movimenti fascisti. Mentre , da parte loro, come ebbe a scrivere George Mosse (<LA GENESI DEL FASCISMO> in <DIALOGHI DEL XX° SECOLO>, n° 1 aprile 1968) “ i Fasci, le truppe d’assalto tedesche, la Guardia di Ferro rumena consideravano la società un nemico da distruggere come avrebbero fatto delle truppe d’assalto”.

    Oggi le destre autoritarie, che ,specie col loro nazionalismo, avevano degli aspetti positivi, sembrano sparite dall’orizzonte al pari dei movimenti più o meno fascisti. Rimangono informi destre liberal-capitaliste asservite, ancor più di certa sinistra ,ad interessi extra nazionali ed extra europei, consenzienti e complici della decadenza delle varie patrie e dei processi di dissoluzione degli stessi popoli bianchi. Di fronte a codeste forze non possiamo che consigliare a chi, nelle odierne tenebre , voglia rifarsi, nei modi che la bassezza dei tempi renda possibili, a movimenti autenticamente fascisti, di ascoltare le parole di un avversario/concorrente “la Cultura Capitalista comporta la morte di ogni altra cultura; quanto prima quella cultura perirà tanto meglio.”( Cfr. Karl Radek al I° congresso dei popoli asiatici a Baku nel 1920).
    Inoltre, come dice Vittorio Strada in <REAZIONE e PROGRESSO del FASCISMO RUSSO>,<Il Corriere della Sera >1/3/1998 “il nemico primo di tutti i fascismi è la democrazia liberale.
    E ossia,mo comclyudere con le parole che possiamo leggere mella prefazione di Edgardo Suklis all’importante antologia <Mussolini contro il mito di Demos> (Sentinella d’Italia,Monfalconem1983) :” ma in quianto più saremo fedeli alla demolizione totale più libero sarà il terreno cove dovrà sorgere la vittà nuova.>

    DUCUNT VOLENTEM FATA NOLENTEM TRAHUNT
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    Fu il progetto di socializzare l'economia italiana a provocare la crisi del 25 luglio 1943?
    di Francesco Lamendola - 16/11/2008

    Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]
    Ci sono parecchi punti che non quadrano nella ricostruzione delle ultime vicende del fascismo, così come esse vengono interpretate dalla Vulgata storiografica oggi generalmente accettata a livello accademico.
    C'è qualcosa che non torna in una serie di episodi che, presi singolarmente, appaiono come delle pure e semplici anomalie, oppure delle curiose coincidenze; ma che, messi insieme e collegati fra loro, tendono a far emergere un quadro ermeneutico generale profondamente diverso da quello cui siamo stati abituati dalla maggior parte degli storici di professione.
    Bisogna pur dire che questi ultimi, rinforzati da una pletora di giornalisti e di storici improvvisati dell'ultima ora, si sono particolarmente concentrati nello sviscerare aspetti secondari, folcloristici, grotteschi o efferati degli ultimi anni del regime fascista e specialmente della Repubblica Sociale Italiana, lasciando un po' in ombra aspetti molto più significativi ma, evidentemente, imbarazzanti per la Vulgata che ha deciso, una volta per tutte, che ogni possibile ragione stava da una parte sola - quella uscita poi vincente sul piano militare - e ogni torto dall'altra, quella risultata soccombente (ma non eravamo sempre stati consapevoli che la storia viene sempre scritta dai vincitori, a loro uso e consumo?).
    È così che noi sappiamo di tutto e di più circa gli amori di Mussolini con Claretta Petacci; circa l'evanescente «tesoro» di Dongo; perfino circa i maneggi dei gerarchi come Grandi e Bottai per «scaricare» il Duce ormai irrimediabilmente "bruciato"; ma sappiamo ben poco circa i programmi di politica economica e sociale prima del 25 luglio e durante la R.S.I.; ben poco circa gli autentici retroscena della congiura (anzi, delle congiure) del 25 luglio; e nulla o quasi i contatti, che pure vi furono, fra esponenti dell'entourage di Mussolini e del mondo socialista nel periodo 1943-45, nonché del ruolo ambiguo svolto dai grandi industriali e dai finanzieri i quali, dopo aver fatto lauti affari durante il Ventennio, tramarono poi dietro le quinte per preparare la defenestrazione di Mussolini nel 1943, nonché per precostituirsi un alibi antifascista nel 1945, onde sfuggire al temuto "redde rationem" di fronte al Governo repubblicano che sarebbe uscito dalla tragedia della guerra civile (operazione che poi, effettivamente, portarono a felice compimento: felice per loro, ben s'intende, a cominciare da Giovanni Agnelli e dalla F.I.A.T.).


    Citiamo solo alcuni di quei tali fatti «strani», dei quali parlavamo sopra, e ai quali non è mai stata data una soddisfacente risposta in sede storiografica.


    È soltanto un caso che le congiure del 25 luglio 1945 (quella dei fascisti «frondisti»; quella della monarchia; quella della finanza e della grande industria; quella della massoneria) abbia preceduto di poco il dichiarato progetto di Mussolini di procedere alla socializzazione delle maggiori aziende italiane?
    Ed è una semplice coincidenza che il mattino del 25 luglio, dopo il voto di sfiducia al Gran Consiglio del Fascismo e immediatamente prima dell'arresto da parte di Vittorio Emanuele III; Mussolini si incontrasse con l'ambasciatore giapponese Idaka, per formare una sorta di asse nell'Asse, una alleanza strategica Roma-Tokyo, con cui fare pressioni su Hitler affinché si convincesse della assoluta necessità di arrivare ad una pace di compromesso con l'Unione Sovietica, onde trasferire tutto lo sforzo bellico verso gli Alleati anglo-americani?
    Ancora: come bisogna interpretare il fatto che socialisti di antica data, come Nicola Bombacci, scelsero di unire le proprie sorti a Mussolini proprio in quella esperienza politica - la Repubblica di Salò - che la Vulgata resistenziale ci ha sempre presentato come la quintessenza di un regime reazionario e antipopolare?
    E come leggere la presenza del fratello di Alceste De Ambris, Amilcare, anarco-sindacalista come lui, nel sindacato fascista; tanto che, quando il «rosso» Tullio Cianetti (uno che aveva adoperato le squadre delle camicie nere, durante il biennio rosso, non solo per picchiare i socialcomunisti, ma anche gli stessi agrari!), venne nominato presidente della Confederazione dei Lavoratori dell'Industria, Amilcare De Ambris era stato prontamente nominato membro della Giunta esecutiva della Confederazione, con delega a sostituire il presidente?
    Come spiegare che la legislazione sociale della R.S.I. fosse una delle più avanzate del mondo, dal punto di vista dei lavoratori, qualora non ci si accontenti della spiegazione tradizionale, secondo la quale si sarebbe trattato del classico espediente da Basso Impero per tentar di addomesticare le masse e confonderle circa la versa natura ed i veri scopi del regime medesimo?
    Ed è soltanto una coincidenza il fatto che il fascismo, questo movimento politico che è sempre stato descritto, senza sfumature, puramente e semplicemente come il braccio armato degli agrari della Valle Padana e, in genere, delle forze reazionarie, sia andato a scegliersi il proprio capo carismatico tra le fine dell'estrema sinistra, nell'ala massimalista e rivoluzionaria del P.S.I.; e che, quando il suo regime era ormai agonizzante, un certo numero di socialisti della prima ora abbiamo scelto di tornare a lui, pur sapendo benissimo di legare il proprio destino a quello di un morituro?
    A queste scomode domande, che - se prese sul serio - indubbiamente avrebbero l'effetto di incrinare le versioni di comodo che sono state date, in chiave manichea, sia del fascismo che dell'antifascismo, ha tentato di rispondere, con notevole coraggio e con rara onestà intellettuale, un dirigente di primo piano del P.S.I., che ha sempre mantenuto una sfera di dignitosa autonomia critica nei confronti della sinistra italiana, Enrico Landolfi; avanzando ipotesi e proposte di lavoro che mettono in crisi le nostre pigre certezze e le versioni preconfezionate cui, ormai, da decenni siamo abituati.
    I suoi saggi storiografici dedicati all'ambiguo rapporto fra ideologia socialista e ideologia fascista e ad aspetti poco esplorati della politica sociale del fascismo, specialmente nel quadro dell'esperimento (rimasto in gran parte sulla carta) del corporativismo, come «terza via» fra capitalismo e marxismo, costituiscono una intelligente provocazione e sfidano tabù consolidati. Non ci sembra sia un caso che essi siano stati sostanzialmente ignorati dalla storiografia accademica, tanto più che ebbero la ventura di venir pubblicati in quel 1992 che segnò, insieme alla crisi della Prima Repubblica, la crisi irreversibile e la successiva dissoluzione del P.S.I.; ossia alla vigilia della instaurazione di quel duopolio politico (impropriamente chiamato bipolarismo) che ha fatto piazza pulita di tutte le concezioni «eretiche» dell'economia, della società e della cultura, sia dell'uno che dell'altro schieramento, realizzando una omologazione degli intellettuali quale non si era mai vista, nemmeno nei peggiori anni della «guerra fredda».
    Ma facciamo un passo alla volta.
    La prima cosa sulla quale occorrerebbe riflettere con maggior serenità e con più sincero amore del vero, è la implicazione relativa alla definizione togliattiana - oggi largamente accettata sia dagli storici di matrice liberale che socialcomunista - del fascismo come «movimento reazionario di massa». Un capolavoro di gesuitismo, un vero e proprio ossimoro: perché, se un movimento politico è «di massa», allora - sia esso reazionario quanto si vuole - è un frutto genuino e popolare di quella data società, in quel dato momenti storico.
    Insomma, delle due l'una: o si nega che il fascismo sia stato un movimento di massa, e si tenta di spiegarlo in chiave di pura e semplice dittatura reazionaria; oppure si ammette che sia stato un movimento di massa, e allora bisogna rivedere il concetto di «reazionario». Nella cultura politica attuale, reazionario é un sinonimo di borghese e padronale; ma, evidentemente, questa è una interpretazione del tutto inadeguata, perché il fascismo - o, quanto meno, il fascismo delle origini, quello di Piazza San Sepolcro (e con la «coda» della R. S. I.) - era antiborghese quanto lo era il socialismo: del quale, in effetti, costituisce una specie di "eresia". Che, poi, durante il Ventennio, il «fascismo regime» abbia prevalso sul «fascismo movimento», venendo a un accomodamento con i tradizionali poteri 'forti' (monarchia, finanza, grande industria, agrari e Chiesa cattolica), questo è un altro discorso; non perciò ne ebbe a risentire la sua natura di massa: ché, anzi, durante il ventennio, e specialmente all'epoca dell'Impero, esso acquisì il massimo del consenso.
    Dunque: se il fascismo fu un fenomeno di massa, esso fu meno reazionario di quel che oggi si sia disposti ad ammettere; o, quanto meno, bisogna ammettere che in esso esisteva un'anima popolare, antiborghese e di sinistra, che traeva origine dal sindacalismo rivoluzionario di matrice soreliana, il quale non si spense mai del tutto; e che, negli ultimi anni del regime, si fece strada per riemergere, come fu particolarmente evidente nella vicenda della R.S.I.
    In particolare, Landolfi ha richiamato l'attenzione sul fatto che Mussolini venne defenestrato, in quella strana riunione del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 (e, poi, liquidato politicamente da Vittorio Emanuele III), mentre era sul punto di varare un vasto programma di socializzazione della grande industria e della grande proprietà (anche terriera), pressato dall'infaticabile Cianetti, che non si era mai rassegnato all'insabbiamento del programma corporativo.
    Cianetti era un fascista di sinistra che, durante la guerra civile spagnola, simpatizzava intimamente con i lavoratori spagnoli che combattevano per la Repubblica; e che solo per ragioni di politica internazionale e per disciplina di partito si era acconciato a riconoscere nel governo franchista di Burgos il naturale interlocutore di quello di Roma. Godeva inoltre di importanti amicizie negli ambienti sindacalisti di Francia e Gran Bretagna, amicizie che non si erano del tutto interrotte neanche dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale; e già pensava, così come alcuni di questi suoi amici dell'area sindacalista e socialista internazionale, al problema della ricostruzione morale e materiale dell'Europa, a guerra finita, nella prospettiva dei lavoratori e non in quella dei padroni.
    È possibile, pertanto, leggere il complotto di Grandi e Bottai - soprattutto di Grandi, che era notoriamente un moderato e un anglofilo - come una manovra di quegli ambienti dell'alta borghesia, presso i quali era trapelata la notizia del programma di socializzazione (e Landolfi ne individua anche il responsabile: il Ministro della Giustizia, De Marsico) e che vollero prevenire il colpo prima che fosse troppo tardi. Certo lo interpretò in quel modo lo stesso Cianetti che, dopo aver posto la sua firma sotto l'ordine del giorno Grandi, quella sera stessa dovette rendersi conto delle sue implicazioni reazionarie a livello di politica economico-sociale e si affrettò a ritirare la propria adesione, dissociandosi dall'iniziativa dei fascisti «moderati».
    Si dirà che Mussolini, scegliendo l'estate (e, nei suoi progetti, l'autunno) del 1943 per avviare la socializzazione dell'economia, smentiva venti anni di collaborazione con le forze moderate, con l'alta borghesia e con gli agrari, ossia con quegli strati della società che ne avevano reso possibile la scalata al potere quasi incruenta nel 1922-25 e, perciò, bocciava sonoramente la sua politica e il suo regine: il che è vero. Si osserverà, inoltre, che fu solo il disastroso andamento delle vicende belliche, con la perdita del Nord Africa e l'imminenza dello sbarco angloamericano in Sicilia, che lo spinsero a imboccare la via di una decisa politica sociale che significava, in fondo, un ritorno agli ideali della sua giovinezza, all'epoca della militanza nel P.S.I.; che si trattò, in altre parole, anche di un espediente dettato da una situazione militare ormai gravemente compromessa: e anche questo è vero.
    La storia, del resto, insegna che simili espedienti sociali, presi nell'imminenza di una catastrofe militare, non danno mai i frutti sperati. Dall'epoca della guerra greco-gotica, allorché Totila si decise tardivamente a liberare i servi dei latifondi italiani e perfino gli schiavi, per fronteggiare il ritorno offensivo dei Bizantini sostenuti dai ricchi senatori, non è mai accaduto che una radicale riforma sociale sia riuscita a salvare dalla dissoluzione un regime vacillante sotto la doppia spinta delle forse disgregatrici interne e della pressione militare esterna.
    Ma questo è un altro discorso.
    Si può, cioè, criticare il progetto mussoliniano e cianettiano della socializzazione come irrealistico e velleitario; ma non è storiograficamente corretto passarlo sotto silenzio o presentarlo unicamente come un espediente tattico; perché il fascismo di sinistra non era mai stato liquidato da Mussolini durante il Ventennio e una prova ne è la carriera dello stesso Cianetti, mai interrotta e culminata appunto nel 1943.
    Va da sé che imboccare la via di una audace politica riformatrice significava, sul piano internazionale, accentuare il carattere antiborghese della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale e, viceversa, attenuare e - possibilmente - comporre il conflitto con l'Unione Sovietica. Ma come fare, in una guerra che si era fortemente ideologizzata e che tendeva ad appiattire i distinguo delle diverse forze che componevano i due blocchi contrapposti? In altre parole: come far sì che l'Italia, che aveva spedito l'A.R.M.I.R. sul fronte russo in nome della «crociata antibolscevica» e che si trovava, dal punto di vista strategico e logistico, sempre più subordinata alla politica hitleriana, riuscisse a effettuare questo cambiamento di rotta?
    Eppure, a ben guardare, bisogna riconoscere che, in tutti i sensi, un tale cambiamento di rotta corrispondeva ai veri interessi geopolitici dell'Italia. Il vero nemico, per l'Italia, era la Gran Bretagna (affiancata, poi, dagli Stati Uniti d'America): era essa che imprigionava la nostra flotta nel Mediterraneo; essa che controllava le chiavi strategiche di Gibilterra, Malta e Suez; essa che , alleata naturale del sionismo, si opponeva al panarabismo e, quindi, a una politica di espansione italiana in direzione del Medio Oriente (come si era visto anche nella vicenda del breve conflitto in Iraq, cui avevano partecipato forze aeree italo-tedesche). Ed era essa che, dopo El Alamein e dopo la caduta della Tunisia, minacciava ormai da vicino il territorio nazionale. Erano le fortezze volanti angloamericane che bombardavano spietatamente Milano, Torino, Genova, Napoli e la stessa Roma; non quelle sovietiche.
    Perciò era perfettamente logico e rispondente agli interessi nazionali arrivare al più presto a una pace separata con l'Unione Sovietica e spostare il baricentro della guerra nel Mediterraneo, dove era lo spazio vitale dell'Italia e da dove veniva la minaccia diretta alla sua integrità e indipendenza, anche in senso economico e culturale.
    Mussolini ne aveva già parlato con Hitler al convegno di Klessheim, ma non era riuscito a distoglierlo minimamente dalla sua convinzione di poter arrivare a una vittoria risolutiva sul fronte orientale. Strana convinzione, dopo Stalingrado; eppure, il dittatore tedesco riponeva ogni fiducia nell'Operazione "Zitadelle", che sarebbe passata alla storia come la battaglia di Kursk (la più grande battaglia di carri armati della storia), nel luglio del 1943, ma che non si sarebbe risolta affatto nel senso da lui pronosticato, bensì con l'inizio di una inarrestabile ritirata tedesca.
    Appunto per fare pressioni sul dittatore tedesco, Mussolini pensò di rafforzare i legami con il governo giapponese, tecnicamente neutrale rispetto all'Unione Sovietica: cortesia che aveva probabilmente salvato Mosca nel dicembre 1941 (consentendo ai Sovietici di portare in linea le truppe dislocate in Estremo Oriente), ma che Stalin non gli avrebbe ricambiato nell'agosto del 1945, allorché invase la Manciuria mentre già le bombe atomiche americane cadevano su Hiroshima e Nagasaki.
    Ecco perché Mussolini si incontrò con Idaka, ambasciatore giapponese a Roma, la mattina del 25 luglio 1943: per aumentare la pressione su Hitler, onde convincerlo a intavolare trattative di pace con l'Unione Sovietica. Il Gran Consiglio del Fascismo lo aveva appena sfiduciato, votando un ordine del giorno che, col pretesto di restituire al re la responsabilità delle operazioni militari, di fatto significava la fine del suo sistema di potere; eppure Mussolini impiegava le sue ultime ore di libertà (sarebbe stato arrestato dai carabinieri quel pomeriggio stesso) per stabilire un'intesa con Tokyo, al fine di indurre Hitler a venire a patti con l'Unione Sovietica.
    Tutto ciò sarebbe semplicemente stravagante, se non fosse la spia di una manovra politica complessa e articolata, mirante - fra l'altro - a restituire margini di autonomia al governo fascista nei confronti dell'ingombrante alleato tedesco, e a fare dell'Italia un punto di riferimento per quei Paesi minori dell'Asse - Bulgaria, Romania, Croazia, Ungheria, Slovacchia, Finlandia - che diffidavano, essi pure, della strapotenza germanica e che non si riconoscevano, sic et simpliciter, nel fanatismo razzista e reazionario delle S.S. e del «Reich millenario».
    Queste forze, in realtà, esistevano. In Ungheria, per esempio, il movimento delle Croci Frecciate di Szalasi, non può essere sbrigativamente liquidato come una pura e semplice imitazione ungherese del nazismo, se non altro per i suoi tratti socialmente avanzati e tutt'altro che reazionari. In Romania, poi, il generale Antonescu non era mai stato amico dell'estrema destra; aveva, anzi, perseguitato in maniera spietata la Guardia di Ferro di Codreanu: si era alleato con Hitler solo quando, per ragioni interne, ma soprattutto internazionali (lo scontro imminente fra Germania e URSS, la quale ultima aveva sottratto alla Romania la Bessarabia e la Bucovina settentrionale) non aveva potuto proprio farne a meno. Anche in Bulgaria covava un sensibile malcontento, nel corso del 1943, nei confronti dell'egemonia tedesca e della svolta militare sfavorevole impressa dalle battaglie di El Alamein e di Stalingrado.
    Mussolini, dunque, nutriva forse la speranza - utopistica quanto si vuole - di riproporre un ruolo autonomo per l'Italia, mediante una accentuata politica sociale, che valesse sia a rimarcare una certa distanza ideologica dal nazismo - verso il quale, a partire dal 1938 e dalle leggi razziali, il fascismo si era eccessivamente appiattito -, sia a fungere da polo di attrazione per i membri minori del Tripartito; e questo, se possibile, grazie anche all'appoggio giapponese.
    Col Giappone, l'Italia aveva in comune l'individuazione del nemico principale: l'asse Londra-Washington; senza contare che, fra Giappone e Italia, non esistevano quei problemi di interferenza fra le reciproche sfere d'influenza, che esistevano - invece - fra Italia e Germania (ad esempio nei Balcani e nell'area danubiana, evidenziate dalla campagna contro la Jugoslavia e la Grecia della primavera 1941, e dalla conseguente spartizione del «bottino»).
    Ceto, alla possibilità di giungere ad una pace fra l'Asse e l'Unione Sovietica si opponevano svariate ragioni, prima fra tutte il carattere al tempo stesso ideologico (bolscevismo contro nazismo) e «patriottico» della guerra tedesco-sovietica (la difesa della «Santa Russia», come ai tempi della Grande Armata di Napoleone).
    Tuttavia, forse il progetto di Mussolini non era del tutto irrealizzabile, come poteva apparire a prima vista. Non si era forse realizzata una alleanza estremamente innaturale fra gli Angloamericani e i Sovietici, nonostante le radicali differenze ideologiche e nonostante le molte questioni aperte e le molte ragioni di conflittualità locale, come, ad esempio, per quanto riguardava il futuro della Polonia (per la difesa della quale, dopotutto, la guerra mondiale era stata scatenata, nel settembre del 1939)? E non è un fatto che, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, gravissime divergenze sarebbero esplose fra Sovietici e Angloamericani, sino al punto di portare i due blocchi sull'orlo di una nuova guerra (in cui gli Americani avrebbero fatto ricorso all'arma atomica, come già era avvenuto nei confronti del Giappone)?
    Scrive, dunque, Enrico Landolfi nel saggio «Benito Mussolini. L'altra faccia del pianeta fascista», che fa parte del suo volume «Rosso imperiale» (Chieti, Solfanelli Editore, 1993, pp. 58-65):
    «Interessante (…) la sentenza cianettiana sulla situazione spagnola negli anni Trenta: "Infeudato al clero ed all'alta borghesia, il popolo spagnolo ha covato per anni una irrequietezza che è esplosa non appena il Paese è venuto a trovarsi privato improvvisamente di quelle catene tradizionali che lo avevano tenuto in soggezione…Il settore sociale italiano sentì subito il disagio di dover conciliare nel proprio spirito le esigenze della politica estera nazionale con le proprie ideologie e tendenze. A distanza di anni si può affermare che, se i sindacalisti italiani nutrivano preoccupazione ed ostilità per gli eccessi di Barcellona (come, del resto, le autorità repubblicane e le sinistre non violente, n. d. r.), non avevano certamente mole simpatie per Burgos (ossia per i rivoltosi della reazione franchista, n. d. r.)..In nessun consesso del Regime fascista s'è mai fatta un'impostazione chiarificatrice del conflitto spagnolo".
    Ora, queste cose Canetti e cianettiani, Rossoni e rossoniani, le dicevano chiaramente, per così esprimerci, negli ambienti di regime, e di certo l'OVRA non avrà mancato di fare il suoi mestiere redigendo ben nutrite rapporti a chi di dovere (e Mussolini era particolarmente ghiotto di messaggi spionistici che, secondo lui, gli consentivano di tastare il polso del paese reale). Come mai, allora, nessun provvedimento - disciplinare, punitivo, o anche magari, un blocco del "cursus honorum" - venne posto in essere, per indurre a più savi consigli i 'sinistri' del PNF? Evidentemente essi, pur se privi di egemonia "sul presente", godevano della occulta protezione dell'Inquilino di Palazzo Venezia. Erano davvero, dunque, la carta di riserva che egli pensava di poter giocare in un indefinito futuro, allorché fossero esplose una per una, o tutte insieme, le contraddizioni latenti in quel vero 'compromesso', più o meno 'storico', stipulato con gli strati ed i vertici tradizionali della società italiana? Nulla vieta di formulare una simile ipotesi.
    Facendosi forte del segreto favore mussoliniano, che leggeva in filigrana, Cinanetti operò fervidamente per allacciare più relazioni possibili con la sinistra radicale e, perfino, politica dei paesi democratici..
    "Il socialista francese prof. Milhaud mi disse, al termine di una visita alla confederazione e di un lunghissimo colloquio conclusivo: "Ma, in fondo, voi siete dei socialisti".
    Peraltro, dai commentari cianettiani scaturisce la rivelazione di qualcosa di veramente storico, di inedito, di inaudito, di inatteso. Un quid incorporato nelle oltre cinquecento fittissime pagine che, troppo tardivamente, hanno fatto gemere i torchi della Rizzoli. E questo in un paese dove falangi di storici, collaudati o improvvisati, si sono gettate sopra il 'tema Mussolini' cucinandolo in tutte le salse possibili e immaginabili sopra un incredibile numero di tonnellate di carta stampata.
    La rivelazione è la seguente: nominato Ministro delle Corporazioni il 18 aprile 1943, il 'socialista' Cianetti 'complottò' con il suo duce per socializzare l'economia italiana. Nel pomeriggio di uno degli ultimi giorni di maggio venne ricevuto a Villa Torlonia dal capo convalescente, con il quale ebbe una lunga conversazione alla cui conclusione disse: "Infine desidero prospettarvi qualcosa di più importante in merito agli sviluppi della politica sociale. In questi ultimi anni il Regime, per effetto della guerra, ha dovuto deviare da alcune linee maestre. La quasi carenza corporativa e l'enorme accrescimento dei complessi industriali hanno alterato, a danno dei lavoratori, un equilibrio che potrebbe compromettere l'attuazione definitiva del corporativismo. La sistematica sottrazione delle questioni economiche alle Corporazioni, in massima parte affidate alle organizzazioni padronali, ha determinato il rafforzamento delle posizioni capitalistiche ed una tendenza versoi monopoli. Ricordo che qualche anno fa voi mi diceste che, finché vivrete, non sorgeranno complessi della entità della FIAT e della Montecatini; purtroppo quel pericolo che volevate scongiurare esiste e si potrebbe dire che è già in atto, Vi chiedo pertanto che si dia valore e sostanza ad un principio già enunciato e cioè: quando i complessi industriali superano un certo limite perdono il loro carattere privatistico ed assumono un aspetto pubblico e conseguentemente collettivo… Allora non c'è che un rimedio: stroncare la tendenza al monopolio e socializzare le aziende più importati.".
    A questo punto Mussolini imperturbabile, la voce metallica, chiede al suo ministro più rivoluzionario: "Voi penate che siamo maturi per la socializzazione?": Risposta: "Penso che siamo in notevole ritardo, Duce… Avremo reazioni violente da parte di alcuni capitalisti, ma questi signori si devono convincere che oggi non si sfugge più al dilemma: o corporativismo o collettivismo."

    Altra domanda del capo: "Sentite, Cianetti, nel 1937 voi mi presentaste uno studio sull'azionariato operaio e sulla partecipazione agli utili. Che ne pensate oggi?". Puntualizzazione: "Duce, nel 1937 l'azionariato operaio sarebbe stato un gesto ardito ed importante, oggi non più. È vero che vi sono dei malinconici che pensano ad un'azione taumaturgica dell'azionariato; per mio conto vi dichiaro che lo ritengo utile, ma esso non può che rappresentare soltanto uno degli aspetti di una vasta azione sociale. L'azionariato troverà posto nel più vasto quadro della socializzazione."

    E soggiunse il successore di Rossoni e di Razza alla testa della sinistra radicale: "Gli sottoposi alcuni fogli sui quali, in grande riservatezza, avevo tracciato pochi articoli da un progetto di legge. Mussolini lesse attentamente e poi disse: "si. È importantissimo: potremmo presentarlo al Consiglio dei Ministri nel mese di ottobre. Replica di uno statista ristrutturatore che paventa gli indugi e i "mañana" come la peste: "No, Duce, mi permetto di insistere sull'urgenza del provvedimento… Vi propongo dunque di non andare oltre il mese di luglio o agosto". Mussolini, che in fondo era d'accordo con l'uomo da lui stesso scelto e di cui non ignorava certo gli orientamenti, lo licenziò dicendogli: "Sta bene, parlate con il ministro della Giustizia e superate con lui gli ostacoli formali".
    Come tutti sappiamo, i Reali Carabinieri si incaricarono - secondo un copione di re Vittorio Emanuele, per la regia del Ministro della Real Casa duca Acquarone con la partecipazione straordinaria dei diciannove membri del Gran Consiglio del Fascismo fra cui lo stesso Cianetti, che però ritratterà il voto all'ordine del giorno Grandi riuscendo così a salvare la pelle - di mandare a monte l'operazione. È troppo azzardato pensare che a far precipitare la sovrana decisione abbia contribuito , insieme alla disastrosa situazione militare, la prospettiva di un socializzazione ormai alle porte? Ma chi mai potrebbe aver informato il monarca della brusca e radicale, radicalissima, svolta a sinistra decisa dal capo del regime? È presto detto. Il Guardasigilli Alfredo De Marsico, un "azzurro" di stretta osservanza, di provenienza nazionalista, che amava definirsi "liberale del fascismo", al quale il duce, con sconvolgente ingenuità, aveva indirizzato il Cianetti per concordare gli strumenti giuridici necessari.
    Si tenga presente che negli ambienti di corte e della destra del regime già da un pezzo si stava all'erta. Allorché si trattò si sostituire la giovanissima ed inesperta medaglia d'oro Aldo Vidussoni alla segreteria del partito il prescelto non fu Carlo Scorza, bensì Tullio Cianetti, bollato nei circoli moderati come "il più rosso dei neri". Ma per scongiurare la pericolosissima designazione si mossero anzitutto Ciano e Farinacci, poi, con ben più autorevolezza, lo stesso Savoia. Mussolini finse di cedere chiamando a Palazzo Littorio Scorza e dirottando il quarantaquattrenne sindacalista di Assisi al ministero delle Corporazioni, così utilizzandolo, in un ruolo strategicamente più adeguato ai fini social-rivoluzionari. Ma ormai l'evocazione sulla grande scena politica del "rosso Cianetti" aveva fatto scattare l'allarme del moderatismo sia nero che quirinalizio.
    Un interrogativo che dovrebbe appassionare gli storici: come mai proprio nel momento di massima crisi militare dell'Asse, soprattutto dell'Italia, Benito Mussolini ritrovava le 'spinte' sovversive della giovinezza; si decideva a rompere i delicati equilibri del composto compromissorio realizzato nel '22; caratterizzava il "suo" fascismo come eresia del socialismo?
    Secondo noi, Mussolini si era accorto che il suo peso non soltanto castrense, ma anche ideologico e, quindi, politico, entro l'alleanza italo-tedesca, andava vertiginosamente dissolvendosi, e con il suo quello dell'Italia e del fascismo. Aveva così divisato di recuperare spazio, prestigio, funzione-guida svolgendo nell'ambito europeo e del Tripartito un ruolo diverso da quello di Hitler, tutto sommato, e a dispetto delle chiacchiere sul cosiddetto "ordine nuovo", di natura conservatrice, pangermanista, espansionista, di puro potere, esaustivamente razzista. Un ruolo, cioè, di sinistra, popolare, rivoluzionario, anticapitalista, che, fra l'altro, controbilanciasse le avversioni che nazismo e nazisti attiravano sulla coalizione italo-nippo-germanica con la brutalità dei loro metodi e convogliasse le simpatie dei popoli verso l'Italia gestita da un governo contestatore dei vecchi rapporti sociali e delle antiche egemonie.
    L'aspetto diplomatico di tale audace e ambizioso disegno si esprimeva nella presa di posizione per una pace separata con l'URSS - da coinvolgere, magari, in una nuova solidarietà con la Germania e l'Italia - , al fine di concentrare tutto lo sforzo bellico nel bacino mediterraneo. Nell'aprile, al convegno di Klessheim, il duce si confrontò con il führer su questa prospettiva e non cavò un ragno dal buco. Puntò allora sui giapponesi.
    La mattina del 25 giugno, cioè poche ore prima dell'arresto, ricevette a Palazzo Venezia l'ambasciatore nipponico Idaka, e lo pregò di informare i superiori del suo desiderio di essere appoggiato nello sforzo di indurre il Reich ad una pace separata con l'URSS: In verità a Tokyo ormai da un pezzo si era persuasi della ragionevolezza della tesi di Mussolini, ma il dittatore nazista si diceva certo di avere la vittoria in tasca e così non se ne fece nulla. Insomma, la socializzazione dovette essere rimandata al periodo di Salò e la pace con l'Unione Sovietica… a mai.
    Lasciano al Lettore l'onere di stabilire quanto ci fosse di astratto, di fantastico, e quanto di ipotizzabile come suscettivo di essere posto a fondamento di una concreta azione politica in codesta progettualità mussoliniana. Il fatto, però, che il capo del fascismo l'abbia ripresa pari pari non appena fondata la effimera ma non insignificante, obiettivamente parlando, repubblica salodina, induce a ritenere che ci credesse davvero e che fosse deciso ad andare fino in fondo. Anzi, che tendesse a dilatare l'area sulla quale innestare il discorso rivoluzionario con il tentativo di coinvolgervi, in qualche modo, il partito socialista.
    Ma affidiamoci alle parole di un esponente della sinistra fascista, lo storico e giornalista Bruno Spampanato: "Comunque, la socializzazione non fu improvvisata. Fu una cosa serissima come legge e come realizzazione. La preparazione del testo della legge, se si pensi alla sua importanza, batte un record per tutte le legislazioni anche straniere. Solo tre mesi prima, a Verona, si era parlato di socializzazione". Ed ecco la filosofia che, sempre secondo Spampanato, è alla radice del revival socialista di Mussolini: "È anche l'ansia della creazione, che è l'impulso più spontaneo di un nuovo ordine. O l'anticipato proposito di gettare tra le gambe delle potenze capitalistiche, cui appartenevano gli eserciti invasori, le bombe sociali, come qualcuno scrisse. O l'istintiva e non confessata sensazione della fine, e il bisogno altrettanto istintivo di lasciare compiuto, almeno storicamente, il ciclo iniziato nel 1919 coi fasci di combattimento. Oppure la segreta intenzione di Mussolini di giocare un duplice pessimo tiro, alla borghesia capitalistica diventata antifascista, e ai socialcomunisti i quali - caduta una RSI - non avrebbero più potuto inventare quello che la repubblica mussoliniana aveva già codificato. Una di queste spiegazioni o tutte queste insieme."
    Dove l'ultima non sta in piedi; ed è talmente offensiva per Mussolini, che si stenta a crederla di marca fascista. Se infatti questo fosse stato il divisamento, egli sarebbe da considerare un cialtrone dissennato che, mentre tutto si dissolve nel fuoco di una immane tragedia, inventa le rivoluzioni sociali al solo fine di giocare tiri birboni a dritta e a mancina. No, gli intenti di colui che sta al vertice della RSI sono drammaticamente seri, tanto vero che vagheggia l'approccio con i socialisti per trasmetter loro i poteri. E ciò mentre una tempesta di odio e di sangue spegne ogni voice conciliatrice e abbatte ogni proposito unificante.
    Ecco, velocemente, il totale della espugnazione socializzatrice del potere economico: 86 imprese socializzate, con 129 mila dipendenti, e 4 miliardi e 119 milioni di capitale. A quell'epoca e in una sola parte, pur ampia e industrialmente significativa, dell'Italia. E soltanto fino al 25 aprile '45. Perché il programma era ben lungi dall'essere esaurito
    Un memorialista… a temperatura ambiente, che le vicende di quella drammatica fioritura di socializzazioni aveva vissuto, scrive: "Il 22 marzo 1945 il Consiglio dei Ministri in apposita dichiarazione conferma la realizzazione durante la guerra del programma di Verona e, in particolare, la promulgazione entro il 21 aprile 1945 dei decreti di socializzazione per tutte le aziende previste dalla normativa 375/44. Il 5 aprile 1945 il Direttorio del PFR ribadiva la dichiarazione del Consiglio dei Ministri riferendosi al punto 10 del manifesto di Verona concernente i limiti della proprietà , che non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini attraverso lo sfruttamento del loro lavoro ed affermando: "noi consideriamo che tale sfruttamento si verifica allorché l'azienda non è socializzata".
    Nello stesso documento il direttorio sosteneva la necessità di attuare la socializzazione anche nel campo agricolo per le aziende con lavoratori salariati e prevedeva il perfezionamento e l'aggiornamento della mezzadria e delle forme analoghe, nonché una maggiore partecipazione del mezzadro nella gestione dell'azienda e la tendenza costante a trasformare il bracciante in lavoratore associato e in piccolo proprietario "ogni volta che ciò riesce compatibile con i fini generali del progresso agricolo".
    Come è evidente, quella della socializzazione era una linea che aveva ormai attinto la psicologia, i toni, lo stile, i colori del credo , della fede, della mistica.
    Il socialista Giancarlo Lehner afferma di essere persuaso che obiettivo di Mussolini fosse la "repubblica soviettista" e che lo avrebbe raggiunto ove le sorti del conflitto fossero state diverse. Non siamo del suo parere. Perché? Se davvero questo stato il suo divisamento, il tentativo di abbordare la sinistra, o una parte di essa, per consegnarle la RSI lo avrebbe esperito in direzione del PCI e non del PSI. Come, e sia pure infruttuosamente, fece.»
    Come si vede, l'analisi di Landolfi è minuziosa, ma anche cauta e storiograficamente ponderata; non accoglie, ad esempio, una parte delle tesi di Spampanato: ma non le accoglie - ecco il «peccato» che non gli è stato perdonato, evidentemente - perché non ammette che la politica di Mussolini, in quel crepuscolo del fascismo, fosse dettata unicamente da ragioni bassamente opportunistiche.
    Essa implica, semmai, che il Mussolini del 1943-45 abbia effettuato non una svolta improvvisa e strumentale, ma una sorta di ritorno alle origini; o, quanto meno, un tentativo in quella disperazione - disperato fin che si vuole, ma pure, a suo modo, almeno parzialmente sincero.
    Ma come ammettere una cosa del genere, se ormai la Vulgata ufficiale ha stabilito e deciso che Mussolini fu sempre e solo un uomo politico opportunista e privo di ideali; e che, in particolare, nel 1943-45 non fu altro che un malinconico burattino nelle mani dei Tedeschi?
    Anche su quest'ultimo punto, in verità, vi sarebbero alcune cose importanti da dire (e lo faremo più ampiamente in un'altra sede): prima fra tutte che, secondo le concordi testimonianze storiche, Mussolini accettò di riprendere il potere nel settembre del 1943, dopo la cosiddetta liberazione dal Gran Sasso (che tanto liberazione non fu) non certo per avidità di potere, ché anzi non avrebbe desiderato altro che potersi ritirare a vita privata; ma per scongiurare all'Italia il durissimo trattamento che, altrimenti, Hitler le avrebbe riservato.
    Ma tant'è: dire queste cose, significa venire bollati immediatamente quali revisionisti o simpatizzanti occulti del fascismo. Gli animi degli intellettuali sono ancora talmente imbevuti di pregiudizi che è impossibile, senza essere tacciati di filofascismo, formulare un enunciato come il seguente: «nel fascismo vi era sempre stata anche un'anima di sinistra, e fu essa a prevalere nei suoi ultimi anni di vita; perché il fascismo è stato una eresia del marxismo, e la sua caduta ha soltanto preceduto - per le circostanze della seconda guerra mondiale - quella del suo parente stretto, il comunismo, al quale lo legava una impostazione di fondo antiborghese e anticapitalista e un medesimo retroterra filosofico: l'idealismo attualista per questo, l'hegelismo di sinistra per quell'altro».
    Allo stesso modo, è praticamente impossibile discutere della concezione politica di Hitler senza tracciarne un quadro mefistofelico e metastorico, attingendo a profusione alle categorie religiose dello scongiuro e dell'esecrazione, a meno che si sia disposti a essere dipinti immediatamente come dei simpatizzanti del nazismo.
    E intellettuali con la schiena ben dritta, che siano disposti ad accettare ogni genere di criminalizzazione, pur di andare avanti alla ricerca della verità, senza fare sconti a nessuno, il convento ne passa pochi, di questi tempi.
    Accontentiamoci.
    E, in attesa di una stagione più propizia, rendiamo omaggio ai pochi studiosi che si sono dimostrati veramente liberi da ogni forma di ricatto ideologico: come è il caso di Enrico Landolfi.

  9. #9
    Οὖτις
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    Predefinito Re: Destre autoritarie e movimenti fascisti

    interessante! me lo stampo e lo leggo con calma, grazie per averlo condiviso!
    ...vivono tutte ancora le isole madri di Eroi
    ogni anno rifioriscono...


  10. #10
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    Predefinito Re: Destre autoritarie e movimenti fascisti

    Citazione Originariamente Scritto da -Caligola- Visualizza Messaggio
    interessante! me lo stampo e lo leggo con calma, grazie per averlo condiviso!
    Leggere con calma, e memorizzarlo come marchi di metallo rovente sulla pelle.
    E' d' obbligo.

 

 

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