Aleksandr Lukashenko
Bielorussia
In sedici anni di governo in Bielorussia, Aleksandr Lukashenko si è guadagnato il titolo di “Ultimo dittatore d’Europa”. Questo nonostante tutti i suoi sforzi per dimostrare il contrario. Nel 2004, ha confessato di aver istruito la radio di Stato ad annunciare una percentuale di voto per lui più bassa di quella ricevuta in realtà (l’86%, invece del 93,5% ottenuto in realtà). Perché? Perché il generoso autocrata sperava di addolcire i suoi partner commerciali esteri mostrando una specie di convenzionale elezione democratica. Ma si è scoperto che alla fine semplicemente non puoi vincere contro certa gente. E neanche perdere.
Ugualmente, il suo impegno nelle libertà civili è assoluto. “Voglio partire con la premessa che le elezioni in Bielorussia vengono fatte per noi stessi,” disse prima delle elezioni del 2004. “Sono sicuro che il popolo bielorusso sia il sovrano del paese.” Ovviamente, nello stesso istante, ha anche annunciato che chiunque avrebbe fatto opposizione sarebbe stato automaticamente trattato come terrorista e gli sarebbe stato “torto il collo… come con le oche.”
Ex-direttore di una fattoria collettiva, Lukashenko era un leader genuinamente populista che vinse le elezioni nel 1994 falciando via la decrepita classe dirigente sovietica. La sua campagna venne condotta sullo stile “ordinary Joe”, lui era l’uomo comune. Era il cambiamento, e la speranza. Da quel momento, demolì i sogni di quelli che speravano in un cambiamento. Due dei suoi colleghi di gabinetto sparirono, nessuno li vide più.
Spesso butta via le poche speranze che riesce a generare con gesti di stupida vanità. Nel 1998 decise di volere il controllo del quartiere privato situato nel centro della capitale, dove viveva. Il quartiere era condiviso però con altri 25 ambasciatori, inclusi quello inglese e americano. Allora costrinse la compagnia energetica a spegnere luce e gas in quella zona, per convincerli ad andare via. Dopo aver fallito, cambiò i lucchetti alle serrature dei cancelli. Nonostante le proteste degli ambasciatori, lui non mollò il colpo.
Ma nonostante la strizza che mette tra gli oppositori, la maggior parte dei bielorussi prova un profondo rispetto per Lukashenko. Questo potrebbe essere un male, ma almeno vengono pagati puntualmente - una benedizione rispetto ad altre nazioni più democratiche della regione. Qualunque cosa stia sbagliando, Lukashenko fa arrivare i treni in orario. Come disse una volta:”La Germania è sorta dalle sue rovine grazie all’autorità ferma e non tutto quello che è connesso a Hitler è negativo.” Be’. Insomma.
Islam Karimov
Uzbekistan
Il 9 gennaio 2000, Islam Karimov è stato rieletto presidente dell’Uzbekistan con il 91,9% di voti. Forse sarebbe arrivato al 91.89% se non fosse che anche l’unico oppositore di Karimov ha votato per lui. Quell’oppositore, Abdulhafiz Jalalov, ha ammesso che è stato sempre dalla parte del presidente e il suo ruolo era quello di far sembrare la pagliacciata della democrazia una cosa vera.
In Uzbekistan l’opposizione non ha niente a che vedere con le elezioni: la fanno i combattenti della libertà, gruppo di radice islamica, che sporadicamente prende le armi contro il governo. Karimov è stato comprensibilmente attratto dall’idea di fondere questi tizi con Al-Qaida, per dare supporto alla guerra al terrore contro gli Stati Uniti. E lo fa torturandoli in massa, poi inviando delle confessioni inventate su connessioni con Bin Laden ai suoi amici del Dipartimento di Stato Americano. Gli americani, come ricompensa, devono ascoltarlo e sorridergli gentilmente, perché l’Uzbekistan confina con l’Afghanistan - ed è da quel confine che è iniziata l’invasione da parte degli Stati Uniti nel 2001.
Ma la tortura non è un semplice passatempo per Karimov, è una vera e propria ossessione. Come Amin e Pol Pot prima di lui, si diletta a inventare nuovi modi per far male alle proprie vittime. Sedie elettriche, maschere anti gas piene di cloro, annegamenti, stupri, esecuzioni, pestaggi, queste sono solo alcune delle sue cose preferite - ma bollire vivo un carcerato è la cosa che ama di più. “Mi sto preparando a tagliare la testa a 200 persone per salvare la repubblica,” disse poco dopo una breve rivolta nel 1999. E cuocerli anche, senza dubbio.
Gurbanguly Berdimuhamedov
Turkmenistan
La scena dittatoriale del Turkmenistan era in recessione dalla morte, nel 2006, di Saparmurat Niyazov. Le incomparabili follie di Turkmenbashi includono: dare i nomi dei suoi parenti ai giorni della settimana, chiamare quasi tutto con il suo nome, vietare la crescita delle barbe (perché non poteva farsela crescere lui), chiudere tutte le librerie fuori dalla capitale perché pensava che i turkmeni fossero comunque tutti analfabeti, bandire videogiochi e autoradio, vietare il fumo in luoghi pubblici (ma solo dopo aver dovuto smettere a causa di un problema cardiaco), vietato il playback ai concerti, chiesto di costruire un palazzo di ghiaccio alla periferia della capitale (nonostante una media di 40° di temperatura), licenziato il ministro degli interni in diretta tv (dichiarando, “Non avresti fatto comunque un granché per la lotta contro il crimine”), e scritto l’inno nazionale che fa riferimento continuamente al sole che brilla dal suo culo. Nel 2006 ha chiuso tutti gli ospedali fuori dalla capitale. Era fatto così.
Quindi, quando è morto di attacco cardiaco, un’intera nazione a cui era stato fatto il lavaggio del cervello si è rivolta ovviamente a un uomo dello stesso calibro e aspetto del leader deceduto. Per questo motivo Gurbanguly Berdimuhamedov - il cui nome non diventa più semplice da scrivere, non importa quante volte lo facciate - ha voluto capitalizzare il suo fascino. Gli agenti hanno messo in giro la voce che l’ex ministro della salute fosse il figlio illegittimo dell’ex-leader. Stabilita una connessione di sangue, il nuovo Presidente a vita Berdimuhamedov inizia a mettere insieme il suo mazzo di richieste assurde, incluso essere l’unico presentato con nome per esteso alle conferenze stampa (gli altri diventano mere iniziali). Mentre si riserva il diritto di fare del male a tutti quelli che non gli piacciono esteticamente, l’ex dentista ha fatto anche un paio di concessioni: ha cancellato tutti i riferimenti a Niyazov dall’inno nazionale, tolto i nomi ai giorni della settimana, permesso agli anchorman di indossare del trucco - cose così, da manifesto democratico. Quindi, visto il terzo posto dopo Corea del nord e Birmania nell’indice internazionale della liberta di stampa, quando parti da una posizione così alta, le poche concessioni che vengono fatte valgono la pena di essere festeggiate con pacche sulla spalla ed etichette di “grande riformatore” dai paesi occidentali. O almeno da quei paesi occidentali che vogliono mettere le mani sulle vaste riserve di gas naturali. Tutti amano le riserve di gas naturali.
Altri grandi dittatori dal mondo - Vice IT







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