Con chi vi sareste schierati?
Io con Giustizia e e Libertà.


Con chi vi sareste schierati?
Io con Giustizia e e Libertà.
Ultima modifica di Libertarian Sam; 11-10-10 alle 17:27
"Il socialismo è liberalismo in azione, è libertà che si fa per la povera gente" Carlo Rosselli
"Lo Stato non professa un'etica, ma esercita un'azione politica." Piero Gobetti


Brigate Garibaldi.


con le brigate partigiane anarchiche


Con il Regio Esercito, o alternativamente, con le formazioni partigiane apartitiche e monarchiche.
Contro la partitocrazia, contro la Germania (che ci aveva invaso) e contro ogni supremazia straniera, solo per l'Italia e la Corona!
NOI SIAMO LA VERA ITALIA !
RICOSTRUIAMO LA NOSTRA PATRIA !


RSI, ma non sottovaluto la divisione Italia.


Dipende da dove mi sarei trovato all'8 settembre: se al Nord allora in una formazione partigiana di orientamento moderato o indipendente (fiamme verdi,organizzazione franchi,militari...) o al limite in Giustizia e Libertà (pur avendo io preferenze monarchiche). Se invece mi fossi trovato al Sud avrei fatto parte del Corpo Italiano di Liberazione.
Senatore Imperiale,Patrizio dell’Impero,Duca Duce di Parmula,Placentula et Guastallula,Sovrintendente agli ‘Mperial vitigni di Sangiovese,Vicecomandante del FICA.


dipende dove si sarei trovato: se mi fossi trovato al nord pur da monarchico avrei servito lo stato, non come combattente, ma come funzionario e per mantenere la mia famiglia avrei accettato lo stato in quel momento in carica, anche se si trattava della RSI


Con nessuno schieramento borghese, posizione ampiamente spiegata nel nostro testo
SECONDA GUERRA MONDIALE CONFLITTO IMPERIALISTA SU ENTRAMBI I FRONTI CONTRO IL PROLETARIATOE CONTRO LA RIVOLUZIONE
ecco un beve estratto..
25 luglio 1943 La borghesia licenzia Mussolini e mitraglia gli operai in sciopero
Il 25 luglio 1943 con la seduta del Gran Consiglio Fascista e l'approvazione dell'o.d.g. Grandi, la borghesia italiana, per mezzo dello stesso fascismo, decretava la fine del regime mussoliniano ed il ritorno alla borghese legalità democratica.
Il Partito Comunista Internazionalista intervenne immediatamente per mettere in guardia il proletariato dal pericolo di abbandonarsi a troppi facili entusiasmi ed, in un suo documento, smascherava la manovra borghese del governo Badoglio: «l'esperimento Badoglio può essere definito come un tentativo borghese, poggiante sulla base conservatrice della monarchia, di risolvere il problema del fascismo e di una guerra in sommo grado impopolare, parando nello stesso tempo, col miraggio di un ritorno alle legalità costituzionali, la minaccia di un assalto del proletariato al potere. Si trattava di scindere le responsabilità della borghesia nel suo complesso e nella varietà delle sue istituzioni da quelle di un presunto `governo al di sopra delle classi’, di far lo scandalo intorno a un gruppo ristretto di uomini, affinché lo sdegno delle masse si riconcentrasse su di essi e soltanto su di essi, e non incidesse sulla maestà inviolabile delle istituzioni borghesi. Si gettò in pasto alla folla Mussolini, poi, a piccole dosi, il partito e i gerarchi maggiori, proprio perché, di giorno in giorno, le folle trovassero davanti a sé un nuovo piccolo bersaglio da colpire e non avessero mai a trovarsi faccia a faccia con il nemico fondamentale. Con la stessa astuzia si dosarono a poco per volta le rivendicazioni e le promesse, affinché raggiunto di colpo un regime di libertà costituzionali, il proletariato non fosse tentato a scavalcarlo. La grande borghesia cambiava pelo, ma non perdeva il vizio: ripetendo a rovescio l'esperimento del 1922, essa, che impotente a tenere nel quadro delle istituzioni democratiche l'ondata rivoluzionaria sprigionata dalla crisi dell'altro dopo guerra, aveva creato il fascismo, lo liquidava d'accordo ancora una volta con la monarchia, per le stesse ragioni. La manovra ebbe tanto più l'effetto sperato, in quanto le aveva preparato il terreno fra le masse la degenerazione del massimo partito operaio, il Partito Comunista Italiano, e la sua accesa campagna a favore del fronte nazionale. La borghesia non aveva che da far sue le parole d'ordine di unione antifascista lanciate dal centrismo e ottenere così alla dittatura militare monarchica un consenso di popolo. È vero che la guerra continuava e l'Asse rimaneva intatto, è vero che l'opera di risanamento costituzionale procedeva con estrema lentezza, ma, a giustificazione di questo ritardo nelle decisioni supreme, serviva lo spauracchio della invasione tedesca, alla quale non si poneva d'altronde nessun argine serio».
Manlio Morgani, il presidente dell'agenzia Stefani, venuto a conoscenza dell'arresto di Mussolini, corse a casa e si sparò alla tempia. Il duce, infatti aveva insegnato ai fascisti che «chi non è pronto a morire per la sua fede non è degno di professarla». Non sappiamo se classificare il Morgani come l'unico fascista «degno» o come l'unico fascista fesso, fatto sta che tutti gli altri si accorsero, di colpo, di essere stati, sempre, degli antifascisti viscerali e, a cominciare dal capo dell'OVRA, si misero a disposizione del governo Badoglio. Sintomatico esempio del voltagabbanismo italico fu l'edizione del Popolo d'Italia del 26 luglio. Questo numero di giornale, benché stampato ed impaginato non venne distribuito, rimase nei locali della tipografia. Ebbene, questo giornale che sotto la testata portava scritto «fondatore Benito Mussolini», che era proprietà di Benito Mussolini, che era diretto da Vito Mussolini, questo giornale, il 26 luglio, il giorno successivo all'arresto di Benito Mussolini, portava su tutta pagina il titolo seguente: NELL'ORA SOLENNE CHE INCOMBE SUI DESTINI DELLA PATRIA / BADOGLIO È NOMINATO CAPO DEL GOVERNO / DIMOSTRAZIONI PATRIOTTICHE IN TUTTA ITALIA / VIVA L'ITALIA! È inutile sottolineare che le «dimostrazioni patriottiche» altro non erano che dimostrazioni antifasciste. Nell'articolo si leggeva, tra l'altro: «Oggi più che mai occorre fermezza d'animo, armonia di sentimenti e sempre più tenace volontà di combattere. Nessuna parola, nessun gesto di dissenso, dedizione assoluta, collaborazione completa con le autorità. Questa è la parola d'ordine per tutti noi».
Il colonnello delle SS Dollmann racconta che al comando tedesco si attendevano che qualche fascista si mettesse a capo di una sollevazione filo-mussoliniana. «Fino alle 9 della sera von Mackensen (l'ambasciatore - n.d.r.) ed io aspettammo invano che i fascisti entusiasti convenissero all'ambasciata per consigliarsi e per procedere alla conquista di Roma alla testa della Divisione «M». Non spuntò un solo moschettiere, o un commissario, o agente di polizia: non spuntarono né Vidussoni, né Muti, né Scorza».
Carlo Scorza, segretario del PNF, sulla falsariga di Mussolini aveva proclamato che «chi non è disposto e pronto al sacrificio supremo non ha diritto di cittadinanza spirituale nel partito. Se riesce con ipocrisia e simulazione a permanervi, è un traditore». Appena due mesi prima aveva solennemente giurato: «qualunque cosa accada, in qualunque luogo, noi combatteremo con decisione, con accanimento, con furore (...) Se dovremo cadere, giuriamo di cadere in bellezza, con dignità, con onore». Scorza, già il 26 luglio, per cadere in bellezza, con dignità, con onore, si era messo a disposizione di Badoglio e, con una lettera scritta, aveva chiesto un incarico. «Testa, l'ex prefetto di Fiume e ultimo fiduciario speciale per la Sicilia (...) non si allontanava dall'anticamera di Badoglio e chiedeva urgentemente un posto. Finora Testa era ritenuto (...) un fascista fanatico ed una colonna del partito» (F.K. von Plehwe, Il Patto d'Acciaio).
Alle 22,15 – racconta Dollmann – al cancello dell'ambasciata tedesca si presentò «Farinacci, il personaggio che, secondo le previsioni, avrebbe dovuto opporsi alle decisioni del Re. (Ma) le ansie dell'eroe di Cremona non concernevano il destino del povero Duce (...) Pallido in volto e tremante dalla paura egli non desiderava altro che prendere il primo aereo in partenza per la Germania (...) Non una parola sul Duce, non una parola sulla divisione «M», non un accenno ai tentativi di liberazione». Travestito da aviatore tedesco, Farinacci, venne portato a Frascati da dove prese un aereo per Monaco. Dopo questo i voli di masse di fascisti in fuga si susseguirono a ritmo incessante, Dollmann annota che l'ambasciata tedesca sembrava essere diventata una agenzia di viaggi. La sera del 26 luglio, l'ambasciatore tedesco von Mackensen, alle 23,30, chiudeva il suo rapporto telegrafico a Berlino con la seguente considerazione: «Quanto il decadimento interno del partito fascista fosse veramente avanzato, mi pare dimostrato dal fatto che esso è scomparso dalla scena senza canti e senza suoni, come l'ha confermato il decorso dell'odierna giornata».
Presso Roma era stata organizzata una divisione corazzata della milizia: si fregiava di una «M» rossa (la divisione M alla quale alludeva Dollmann) ed era formata da legionari veterani, provenienti da vari fronti. Era stata dotata, da parte di Himmler, di 36 giganteschi panzer d'assalto «Tigre IV» e di 24 pezzi d'artiglieria; oltre a ciò, in segno di fraternità di armi e di intenti tra le SS naziste e la MVSN fascista, era stato inviato anche un folto numero di istruttori militari. Ma la divisione «M» non si mosse! Scorza, inoltre, aveva costituito una formazione armata, una specie di anticipazione delle future Brigate Nere, con il compito di difendere la rivoluzione ed il partito fascista, in vista di un eventuale pericolo di crisi politica, questa formazione venne denominata «La Guardia ai Labari». Ma nemmeno la Guardia ai Labari si mosse! Infine, a salvaguardia dell'incolumità fisica di Mussolini e della sua famiglia erano stati costituiti speciali reparti di ufficiali della milizia per la difesa di Palazzo Venezia e Villa Torlonia. Il compito di questo corpo speciale era quello di guardare, e, ligio alla consegna ricevuta, rimase a... guardare! Da parte sua il generale Badoglio annunciava al popolo festante che la guerra al fianco della Germania continuava ed il governo militare emanava direttive chiarissime al fine di prevenire e soffocare nel sangue qualsiasi manifestazione popolare. Venne immediatamente emanato un divieto di assembramento di più di tre persone, venne imposta la proibizione per tutti di uscire la sera dopo le ore 21. Ristoranti, teatri, cinema furono chiusi. La divisione Piave entrò in Roma, occupò i centri di traffico della città «I membri dell'ambasciata tedesca ricevettero nel frattempo tessere speciali per potere circolare liberamente durante la notte». (F.K. von Plehwe, Il Patto d'Acciaio).
Quella che è passata alla storia con il nome di Circolare Roatta, ma che di fatto era firmata da Badoglio, ordinava testualmente: «l) Nella situazione attuale, col nemico che preme, qualunque perturbamento dell'ordine pubblico, anche minimo, et di qualsiasi tinta, costituisce tradimento et può condurre, ove non represso at conseguenze gravissime; qualunque pietà et qualunque riguardo nella repressione sarebbe pertanto delitto. 2) Poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. 3) Siano assolutamente abbandonati i sistemi antidiluviani, quali i cordoni, gli squilli, le intimidazioni et la persuasione et non sia tollerato che i civili sostino presso le truppe intorno alle armi in posizione. 4) I reparti devono assumere e mantenere grinta dura et atteggiamento estremamente risoluto (...) 5) Muovendo contro gruppi di individui che perturbino ordine aut non si attengano prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra fuoco a distanza, anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche (...) 6) Non est ammesso il tiro in aria; si tira sempre a colpire, come in combattimento (...) 7) I caporioni et istigatori dei disordini, riconosciuti come tali, vengano senz'altro fucilati se presi sul fatto, altrimenti siano immediatamente giudicati dal tribunale di guerra sedente in veste di tribunale straordinario. 8) Chiunque, anche isolatamente, compia atti di violenza et ribellione contro le forze armate e di polizia aut insulti le stesse et le istituzioni venga passato immediatamente per le armi (...) Si tratta di imporsi subito con rigore inflessibile».
Così, poche ore dopo la caduta di Mussolini e dopo pochi attimi di false illusioni, i lavoratori vennero massacrati con mitragliatrici e carri armati. Le cifre ufficiali sulle vittime del «governo dei 45 giorni» (dal 25 luglio all'8 settembre), certamente inferiori a quelle reali, parlano di 93 morti, 536 feriti e di 2.276 arresti. Perfino lo storico stalinista Ernesto Ragionieri è costretto ad ammettere che «nel corso del ventennio fascista non era mai stato inviato l'esercito a mitragliare la folla».
Se la circolare Roatta non fosse stata sufficientemente chiara, il nuovo ministro dell'Interno, inviava ai prefetti la seguente ordinanza: «È necessario agire massima energia perché attuale agitazione non degeneri in movimento comunista o sovversivo». I risultati di tali direttive non mancarono: 26 luglio - 11 morti, 83 feriti, 494 arresti; 27 luglio - 11 morti, 42 feriti, 388 arresti; 28 luglio - 43 morti, 144 feriti, 413 arresti; 29 luglio - 12 morti, 38 feriti, 160 arresti; 30 luglio - 6 morti, 1 ferito, 109 arresti; 31 luglio - 9 feriti, 39 arresti; 1 agosto - 3 morti, 12 feriti, 51 arresti...
Questo nei primissimi giorni della «liberazione» dalla dittatura fascista! Ancor meglio del numero dei morti e dei feriti sono le direttive dei capi militari che danno un quadro autentico della ferocia antioperaia del governo Badoglio. Il ministro della guerra Sorice, in un telegramma alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, scriveva «A Torino, presso due reparti Fiat, iniziato sciopero bianco. Arrestati agitatori e deferiti tribunale militare per immediato procedimento. Est in corso intervento con artiglierie contro fabbricato predetto se operai non obbediscono intimazione ripresa di lavoro» (29 luglio).
Lo stesso giorno il generale Adami Rossi, impartisce i seguenti ordini alle sue truppe: «Si intimi la ripresa immediata del lavoro dando cinque minuti di tempo, avvertendo che, se il lavoro non sarà ripreso, sarà imposto con la forza. Se allo scoccare del quinto minuto continuerà l'astensione si faccia fuoco con qualche breve raffica, e non sparando in aria o per terra, ma addosso ai riottosi. Dopo la raffica, ripetere per una volta l'intimazione e, non ottenendo lo scopo, sparare raffiche a breve distanza l'una dall'altra fino ad ottenere lo scopo, ossia l'esecuzione dell'ordine».
Al cantiere S. Marco di Trieste, tredici, tra gli operai scioperanti, vennero arrestati e si minacciò di ucciderne due di essi, presi a caso, e di deferire tutti gli altri al tribunale militare se il lavoro non fosse stato immediatamente ripreso. Nella sua storia del PCI, lo Spriano, commenta. «Ai primi di agosto la calma era tornata. Il pugno di ferro è servito, anche se nessuno voleva spingere ad una azione insurrezionale, né i comunisti, né gli azionisti, o quelli del MUP». È vero, gli zozzoni del PCI si erano ben guardati dall'indicare alla classe operaia la strada dell'azione rivoluzionaria, ma, addirittura, lo vedremo tra poco, si presteranno (o meglio, si proporranno) alla collaborazione con il governo terroristico di Badoglio.
Partito Comunista Internazionale
Ultima modifica di Anticapitaslista; 11-10-10 alle 23:07


Con la Resistenza partigiana a trucidare fascisti,manutengoli di fascisti e collaboratori "neri".
Una volta al potere (Repubblicani,socialisti,comunisti etc)avremo fatto i conti con il nanetto coronato e tutta la sua famiglia di collusi col ventennio.:giagia:

