Potrà non essere d'accordo la Camusso, ma penso abbia avuto una reazione inopportunamente orgogliosa, quasi supponente, e poco composta ("Monti non sa di cosa parla", ha sentenziato).
Purtroppo per lei, l'osservazione di Monti ha molti motivi di essere. La "concertazione" è pratica esercitata dalle forze sindacali, pretesa per cattive abitudini che, succedutesi incontrollate nel prosieguo del tempo, hanno finito con l'andare oltre l'esercizio, giustissimo, della "contrattazione".
Quest'ultima è il diritto di una parte a condizionare le pretese di un'altra, affermando le proprie esigenze e, quindi, tentare una soluzione condivisa. Nel modo del lavoro, la "contrattazione" contraddistingue il continuo confronto fra impresa e lavoratori: si fissano compensi a prestazioni, e di queste si determinano modalità e quantità.
Non è questa che Monti, almeno è facilmente ipotizzabile, ha ritenuto dannosa e portatrice di mali, di danni sociali.
Monti si è riferito alla "concertazione", intesa, da certo sindacalismo prevalente, come diritto-potere di porre il veto a qualunque soluzione, che non avessero avuto il placet delle OOSS. Si è riferito alla "concertazione" intesa come comune progettazione, di Sindacato ed altri Soggetti, e, fra questi, addirittura lo Stato nelle sue istituzioni rappresentative ed operative. Da qui un sindacato che, impropriamente è divenuto soggetto politico, a volte più rilevante del Parlamento.
E' di immediata evidenza quanto diverso sia il concetto della "contrattazione" da quello della "concertazione".
Esempio attuale, la vertenza FIAT. Una cosa è la determinazione, trattata dai lavoratori con l'impresa, di caratteristiche della produzione, di corrispettivi economici, altra cosa è la pretesa di progettare in comune, lavoratori ed azienda, la politica aziendale, gli impegni economici, le decisioni facenti capo alla responsabilità tipica del datore di lavoro.
In sostanza, la politica sindacale della CGIL, che trascina le altre confederazioni, è rimasta ancorata all'antico modo di rapportarsi con controparti che, appartenendo all'apparato statale, senza responsabilità e rischio d'impresa privatistico, permettevano la corresponsabilità anche dei lavoratori. Così, tutti erano meglio tutelati da uno Stato Pantalone, al quale, i protagonisti della politica produttiva, hanno addossato l'onere di spese enormi oltre ogni limite, sempre camuffate per comuni convenienze.
I danni, i mali, sono stati questi, anche questi.
Dei due, alla fine, chi ci capisce poco, pare oggettivamente più la Camusso che Monti.