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    Predefinito Rif: Pillole di storia sulle radici cristiane

    LA CHIESA E L'UNIVERSITÀ

    Città e tonaca

    L'influenza esercitata dal papa sul sistema universitario si estendeva a molte altre questioni. È sufficiente dare un'occhiata alla storia dell'università medievale per rendersi conto che i conflitti tra l'università e la popolazione o il governo locale erano tutt'altro che infrequenti. Gli abitanti di una città universitaria nutrivano sentimenti ambivalenti nei confronti degli studenti universitari: da un lato l'università era una manna per i mercanti locali e per l'attività economica in generale, dal momento che gli studenti portavano soldi da spendere, ma dall'altro gli studenti universitari potevano essere irresponsabili e indisciplinati. Come ha sintetizzato uno studioso moderno, gli abitanti delle città universitarie medievali amavano il denaro ma odiavano gli studenti. Di conseguenza era frequente udire studenti e professori lamentarsi di essere «aggrediti dai locali, trattati malamente dalla polizia, condannati a pene o sanzioni senza le adeguate garanzie di legge, e oltre a ciò ingannati su affitto, cibo e libri» 8.


    Fu così che la Chiesa concesse una protezione speciale agli studenti, offrendo loro il cosiddetto "beneficio clericale", in virtù del quale torcere un capello agli studenti diventò un crimine gravissimo e gli studenti stessi ottennero il diritto di far discutere il proprio caso in un tribunale religioso piuttosto che in un tribunale secolare. Ciò fu possibile perché gli studenti erano se non effettivi, potenziali candidati a una carica ecclesiastica. Spesso i governanti secolari estesero protezioni simili; per esempio, nel 1260 Filippo Augusto di Francia garantì e confermò a studenti dell'Università di Parigi il diritto di far discutere le proprie cause in un tribunale che non avrebbe mancato di essere più favorevole di quello locale 9.


    I papi intervennero a difendere l'università in numerose occasioni, come quando nel 1220 Onorio III (1216-1227) prese le parti degli studenti di Bologna allorquando furono violati alcuni loro privilegi. Quando il cancelliere di Parigi si impuntò nella pretesa di ricevere un giuramento di lealtà, scese in campo Papa Innocenzo III (1198-1216). Quando, nel 1231, gli ufficiali diocesani parigini lesero l'autonomia
    istituzionale dell'università, Papa Gregorio IX emanò la bolla Parens scientiarum a sostegno dei "maestri" di Parigi. In questo documento il Papa garantiva all'università di Parigi il diritto all'autogoverno, attraversoil quale avrebbe potuto imporre le proprie regole in merito ai corsi e agli studi. Il Papa garantiva all'università anche una giurisdizione papale separata, emancipandola da possibili interferenze diocesane.«Con questo documento», scrive uno studioso, «l'università raggiunge la maggiore età e comincia ad apparire nella storia del diritto come una corporazione intellettuale a tutti gli effetti, volta all'avanzamento e all'educazione degli studiosi» 10. Il papato, scrive un altro studioso, «deve essere considerato una forza maggiore, nella formazione dell'autonomia della corporazione di Parigi [vale a dire l'organizzazionedi tutti gli studiosi di Parigi]» 11.


    Inquello stesso documento il Papa cercò di stabilire un habitat equo e pacifico per l'università, concedendo un privilegio noto come "cessatio", consistente nel diritto di sospendere le lezioni e indire uno "sciopero generale" ogniqualvolta i suoi membri fossero stati trattati in modo offensivo. La giusta causa riguardava anche «il rifiuto del diritto di fissare il prezzo dell'affitto di un alloggio, il ferimento o la mutilazione di uno studente, per cui non fosse stata data soddisfazione nei quindici giorni successivi, [o] l'illegale imprigionamento di uno studente» 12.


    Divenne pratica frequente, per le università, portare a Roma le proprie lagnanze 13. Addirittura, in diverse occasioni il papa intervenne per obbligare le università a pagare i professori: dovettero prendere queste misure Bonifacio VIII, Clemente V, Clemente VI e Gregorio IX 14. Non stupisce quanto afferma uno studioso, secondo cui «il protettore più sistematico e potente [delle università] fu il papa della Chiesa di Roma. Fu lui che in un mondo di giurisdizioni spesso in conflitto l'una con l'altra concesse, accrebbe e protesse il loro status privilegiato» 15.


    Quando il sistema universitario era ancora giovane, insomma, furono i papi i suoi più costanti difensori e l'autorità alla quale gli studenti e i docenti ricorsero abitualmente. La Chiesa concesse statuti autonomi, tutelò i diritti dell'università, prese le parti degli studiosi contro ogni sgradevole interferenza tenendo testa alle autorità, costruì una comunità accademica internazionale con il privilegio dello ius ubique docendi, e, come vedremo, permise e promosse quel genere di dibattito scientifico, vigoroso e perlopiù privo di restrizioni, che comunemente associamo all'idea stessa di università. Nessun'altra istituzione fece più della Chiesa Cattolica per promuovere la diffusione del sapere.


    Le università medievali differiscono da quelle moderne per alcuni aspetti importanti. Innanzi tutto, nel primo periodo della sua storia l'università non possedette edifici né tanto meno l'equivalente degli odierni campus. L'università era i suoi insegnanti e i suoi studenti, non un luogo specifico; le lezioni si tenevano non in aule ma in cattedrali o in sale private di vario genere. In secondo luogo, non esistevano "biblioteche universitarie". Collezioni librarie significative sarebbero state difficili da acquisire anche nel caso in cui le università avessero posseduto sedi proprie. Secondo alcune stime, un volume tipo richiedeva un lavoro di copiatura che andava dai sei agli otto mesi. (Così anche le grandi collezioni monastiche erano, per gli standard moderni, piuttosto scarne e all'apparenza povere.) I libri assolutamente necessari agli studenti di norma si prendevano a prestito, non si acquistavano.


    A quanto pare, molti studenti universitari del periodo medievale provenivano da famiglie di origine modesta, benché fossero rappresentati in modo rilevante anche i benestanti. La maggior parte degli studenti delle arti in senso lato aveva minimo quattordici anni e massimo venti. Molti frequentavano l'università allo scopo di prepararsi per una carriera, perciò non sorprende che il corso di studio più comune fosse quello in legge. Agli studenti laici si aggiungevano molti giovani appartenenti a ordini sacri, che desideravano semplicementeaccrescere la propria cultura o erano sovvenzionati da un superiore ecclesiastico 16.


    Più le università si consolidavano, più era traumatico, per una città, che l'università risolvesse di cambiar sede, un fatto del resto non infrequente, particolarmente perché, agli inizi, non essendo ubicate in edifici o siti specifici, le università non erano legate a un luogo. Così l'università di Padova nacque dalla migrazione, nel 1222, di studiosi da Bologna. Per impedire alle università di cambiare città, le autorità secolari erano disposte a offrire loro una varietà di aiuti e privilegi allettanti 17.


    Che cosa si studiava, in queste grandi istituzioni? Le sette arti liberali, per cominciare; diritto civile e canonico, filosofia naturale, medicina e teologia. Man mano che nel corso del XII secolo le universitàpresero forma, furono le fortunate beneficiarie dei frutti di quello che alcuni studiosi hanno definito "la rinascita del XII secolo" 18. Imponenti lavori di traduzione portarono alla luce molte delle grandi operedel mondo antico che la comunità degli studiosi occidentali da troppi secoli aveva smarrito: tra queste, la geometria di Euclide, la logica, la metafisica, la filosofia naturale e l'etica di Aristotele, e l'opera medica di Galeno. Cominciarono a fiorire anche gli studi di diritto, in particolare a Bologna, dopo che fu riscoperto il Digestum, la parte principale del Corpus juris civilis di Giustiniano (VI secolo), un compendio di diritto romano molto ammirato sino ai giorni nostri.



    8 JOSEPH H. LYNCH, The A1ediezd Church: A Brief History, op. cit., p. 250.
    9 L.J. DALY, op. ci!., pp. 163-64.
    l0 Ibid., p. 22.
    11 A.B. COBBAN, The Medieval Universities: Their Development and Organization, Methuen & Co., London 1975, pp. 82-83.
    12 L.J. DALY, op. cit., p. 168.
    13 Voce "Universities", Catholic Encyclopedia, e A.B. COBBAN, op. cit., p. 57.
    14 Voce "Universities", Catholic Encyclopedia.
    15 L.J. DALY, op. cit., p. 202.
    16 G. LEFF, op. cit., p. 10.
    17 Ibid., pp. 8-9.
    18 Lo studio classico è CH. HASKINS, The Renaissance of the Twelftb Century, op. cit.; si veda anche ID., The Rise of Universities, op. cit., pp. 4-5.
    Ultima modifica di Cuordy; 30-09-09 alle 21:50

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    La vita accademica


    La distinzione tra istruzione universitaria ante e post lauream fu delineata nelle prime università in modo simile a quello tuttora vigente nelle nostre. Come capita oggi, alcuni luoghi furono celebri per determinate discipline: così Bologna diventò famosa per gli studi post lauream di diritto, e Parigi per la teologia e le arti.

    Lo studente di un corso universitario di primo grado, detto anche "artista" (cioè studente di arti liberali), frequentava lezioni, prendeva parte di tanto in tanto a "dispute" in classe e seguiva le dispute dei compagni. I suoi maestri tenevano lezioni su un testo importante, spesso dell'antichità classica. Oltre a fornire commentari dei testi antichi, gradualmente i professori cominciarono a introdurre una serie di "questioni" da risolversi per mezzo dell'argomentazione. A poco a poco le questioni finirono col prendere il posto dei commentari. Fu così che ebbe inizio il metodo dell'argomentazione scolastica basato sulla "quaestio", del tipo che si trova nella Summa theologiae di san Tommaso d'Aquino.

    Tali "questioni" venivano poste anche nella disputa che veniva detta "ordinaria". Il maestro assegnava agli studenti il compito di sostenere l'uno o l'altro aspetto di una questione; una volta terminata l'interazione degli studenti, stava al maestro "determinare" o risolvere la "questione". Per ottenere il diploma di laurea uno studente doveva "determinare" una "questione" da solo persuadendo gli insegnanti; (prima di avere la possibilità di far questo, però, doveva aver dato prova di possedere una preparazione adeguata e di essere idoneo alla valutazione). Ai più tutto ciò, ovvero il privilegiare un argomentare avvertito, il saper difendere in modo persuasivo ciascun aspetto di una "questione", e infine il saper risolvere una disputa per mezzo di strumenti razionali, sembrerà l'opposto della vita intellettuale cui si tende ad associare l'uomo del Medioevo, eppure era sulla base di questo processo che veniva conferito un diploma di laurea.

    Una volta che lo studente aveva "determinato" una "questione", riceveva il diploma di laurea. L'intero percorso richiedeva quattro o cinque anni, al termine dei quali lo studente poteva semplicemente ritenere compiuta la propria istruzione, come fa oggi la maggior parte dei laureati, e cercare un lavoro remunerativo (anche come insegnante, magari in scuole europee non prestigiose), oppure decidere di continuare gli studi e conseguire una specializzazione. Il diploma di laurea, per il quale lo qualificava il completamento soddisfacente del corso di studi, lo avrebbe reso idoneo a insegnare nel sistema universitario.

    Il futuro "maestro" doveva dimostrare una buona conoscenza delle opere che formavano il canone della civiltà occidentale. Ciò doveva avvenire prima che egli facesse formale richiesta della licenza per insegnare (una sorta di abilitazione), licenza che gli veniva conferita tra la laurea e il diploma di specializzazione, necessaria non soltanto ai futuri insegnanti, ma a tutti quanti cercassero un posto appetibile nel servizio civile o ecclesiastico. Possiamo farci un'idea del background dello studente avanzato leggendo la seguente rassegna - opera di uno storico dei nostri giorni - di testi con Cul egli doveva dimostrare di avere familiarità:
    Dopo essersi laureato, e prima di richiedere la licenza di insegnamento, lo studente deve aver «ascoltato lezioni, a Parigi o in qualche altra università» sulle seguenti opere di Aristotele: La fisica, La generazione e la corruzione, il Del cielo e I piccoli trattati naturali, ovvero Sul senso e sui sensibili, Sul sonno, Sui sogni, Sulla memoria, Sulla lunghezza e la brevità della vita. Deve poi aver ascoltato (o aver programmato di ascoltare) lezioni sulla Metafisica e deve aver frequentato lezioni su libri matematici. Con riferimento al curriculum di Oxford lo storico Hastings Rashdall fornisce la seguente lista di opere e autori, che il laureato doveva leggere tra il periodo della sua "determinazione" e quello del conferimento del titolo di "maestro": per quanto riguarda i libri sulle arti liberali: per la grammatica, Prisciano; per la retorica, la Retorica di Aristotele (tre semestri) o i Topici di Boezio (il IV libro) o la Rhetorica nova di Cicerone o le Metamorfosi di Ovidio o la Poetria Virgilii; per la logica, il De interpretatione di Aristotele (tre semestri) o i Topici di Boezio (libri I-III) o i Primi analitici o i Topici di Aristotele; per l'aritmetica e la musica, Boezio; per la geometria, Euclide, Alhacen o la Prospettiva di Vitellio; per l'astronomia, la Theorica planetarum (due semestri) o l'Almagestum di Tolomeo. Per la filosofia naturale le opere in più erano: La fisica o Il cielo di Aristotele (tre semestri) o, sempre di Aristotele, Gli elementi o Le meteoriti o I vegetali e le piante o L'anima o Gli animali, o qualsiasi dei "piccoli trattati naturali". Infine, ancora di Aristotele, per la filosofia morale L'etica o L'economia o La politica (per tre semestri) e, per la metafisica, La metafisica (per due o tre semestri) se il candidato non si era ancora laureato19.
    La comprensione esatta del processo di conseguimento dell'abilitazione sfida ogni tentativo di generalizzazione, ma si può dire che comportasse il dar prova di conoscere altri testi, nonché di aver fatto propri certi principi su cui si fondava la vita universitaria. Quando lo studente aveva completato l'intero iter, gli veniva ufficialmente conferita l'abilitazione. A Sainte Geneviève il candidato si inginocchiava di fronte al vice-cancelliere, che pronunciava le seguenti parole:
    lo, in nome dell'autorità a me conferita dagliapostoli Pietro e Paolo, ti conferisco la licenza di tener lezioni, leggere, disputare e determinare, e di esercitare altri atti scolastici e magistrali nella Facoltà di Arti di Parigi e altrove, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen20.
    È difficile stabilire con precisione quanto tempo intercorresse tra ilconferimento dell'abilitazione e quello del titolo di "maestro" (che a quanto pare richiedeva la conoscenza di un ulteriore numero di libri); secondo una stima ragionevole esso oscillava tra i sei mesi e i tre anni. Ci risulta che un candidato che aveva forse letto tutti i libri richiesti ricevette l'uno e l'altro riconoscimento lo stesso giorno21.

    Contrariamente a quanto si crede comunemente, che i presupposti teologici tingessero tutte le investigazioni filosofiche, la gran parte degli studiosi del Medioevo rispettò l'autonomia della disciplina che veniva detta "filosofia naturale" (una branca del sapere che si occupava del funzionamento del mondo fisico e in particolare del mutamento e del movimento). Ricercando spiegazioni naturali a fenomeni naturali, i filosofi naturali tenevano i loro studi separati dalla teologia. Dai filosofi naturali che operavano nelle facoltà di arte, scrive Edward Grant in Dio e ragione nel Medioevo (God and Reason in the Middle Ages), «ci si attendeva che si trattenessero dall'introdurre nella filosofia naturale tanto la teologia quanto le questioni di fede»22.

    Questo riguardo per l'autonomia della filosofia naturale rispetto alla teologia era ritenuto valido anche tra i teologi che scrivevano nell'ambito delle scienze naturali. Quando i fratelli domenicani chiesero ad Alberto Magno, il grande maestro di Tommaso d'Aquino, di scrivere un libro sulla fisica che li aiutasse a comprendere le opere naturali di Aristotele, per evitare che ci si attendesse da lui un mescolamento delle idee teologiche alla filosofia naturale, Alberto rifiutò recisamente, spiegando che le idee teologiche appartenevano ai trattati teologici, non a quelli delle scienze naturali.

    Lo studio della logica medievale fornisce prove supplementari di una forte adesione, da parte del Medioevo, al pensiero razionale. «Attraverso corsi di logica tanto sofisticati e intensi», scrive Grant, «gli studenti del Medioevo venivano resi consapevoli delle sottigliezze linguistiche e delle insidie insite nell'argomentazione. Così in un corso di studi universitario si poneva grande attenzione sull'importanza e sull'utilità della ragione». Edith Sylla, una specialista di filosofia naturale, logica e teologia del Trecento e del Quattrocento, scrive che dovremmo «stupirci del livello di sottigliezza logica che gli studenti degli ultimi anni dell'università di Oxford erano tenuti a conseguire»23.

    Naturalmente, gli studiosi prendevano le mosse da Aristotele, un genio della logica, ma erano anche autori di trattati di logica; il più famoso lo scrisse un futuro papa, Pietro di Spagna (papa Giovanni XXI), negli anni Trenta del Duecento. Le sue Summulae logicales sarebbero state il testo standard per quattrocento anni e avrebbero avuto ben centosessantasei edizioni prima della fine del Seicento.



    19 L.J. DALY, op. cit., pp. 132-33. [Nell'elenco di Daly mancano altri due "piccoli trattati naturali", ovvero Sulla vita e sulla morte e Sulla respirazione. NdT].
    20 Ibid., p. 135.
    21 Ibid., p. 136.
    22 EDWARD GRANT, God and Reason in the Middle Ages, Cambridge University Press, Cambridge 2001, p. 184.
    Ultima modifica di Cuordy; 23-10-09 alle 20:19

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    LA CHIESA E L'UNIVERSITA

    L'età della Scolastica


    Se il Medioevo fosse stato veramente un'epoca in cui tutte lequestioni si fossero risolte per mezzo di appelli all'autorità, l'impegno allo studio della logica formale non avrebbe avuto senso; invece, l'adesione alla disciplina della logica è rivelatrice di una civiltà che mirava a comprendere e persuadere; era a tal fine che i professori pretendevano che i loro studenti fossero in grado di individuare errori di logica e formulare argomentazioni logicamente valide.

    Questa fu l'età della Scolastica. Non è facile giungere a una definizione soddisfacente della Scolastica, che valga per tutti i pensatori per i quali è stata usata l'etichetta di "scolastici". A un certo livello, "scolastico" è l'aggettivo con cui si designava il lavoro scientifico condotto nelle "scuole", vale a dire le università europee; ma l'aggettivo "scolastico" è più illuminante se riferito al metodo usato dagli intellettuali nell'elaborare il proprio pensiero, che non al suo contenuto. Per lo più gli scolastici si votavano all'uso della ragione intesa come strumento indispensabile allo studio della teologia e della fliosofia, e alla dialettica (il confronto dinamico di posizioni opposte, a cui seguiva una risoluzione della "questione" attraverso il ricorso sia alla ragione sia all'auctoritas) intesa come il metodo per perseguire questioni di interesse intellettuale. Man mano che la tradizione maturava, i trattati scolastici tesero a seguire uno schema fisso, consistente nella presentazione di una questione, nell'esame degli argomenti da entrambi i punti di vista, nella presentazione, da parte dell'autore del trattato, della propria opinione, e nella sua risposta alle obiezioni.

    Forse il primo scolastico fu sant'Anselmo (1033-1109). Abate del monastero di Bec e successivamente arcivescovo di Canterbury, Anselmo differì dalla maggior parte degli scolastici in quanto non ricoprì mai una posizione accademica; malgrado ciò, Anselmo condivise con tutti gli altri scolastici l'interesse, tipicamente scolastico, a usare la ragione per esplorare questioni filosofiche e teologiche. Per esempio, il suo Cur Deus homo esamina da un punto di vista razionale la ragione per cui fu opportuno e giusto che Dio si facesse uomo.

    Nelle cerchie flosofiche, tuttavia, sant' Anselmo è conosciuto di più per la sua prova razionale dell'esistenza di Dio. Noto come "l'argomento ontologico", il ragionamento di Anselmo ha stimolato e affascinato perfino chi non lo ha condiviso. Per Anselmo l'esistenza di Dio era implicita nella definizione stessa di Dio: come una conoscenza e una comprensione completa dell'idea del nove comportava che la radice quadrata fosse tre, cosi una comprensione completa di Dio comportava che tale essere dovesse esistere 24. Come definizione di partenza Anselmo pone che Dio sia «ciò il cui maggiore non può essere concepito». Per maggior chiarezza, modificheremo la formulazione di Anselmo in «l'essere più grande che sia possibile concepire». L'essere più grande che sia possibile concepire deve possedere ciascuna perfezione; se così non fosse, non potrebbe essere l'essere più grande che sia possibile concepire. Ora, l'esistenza è una perfezione, sostiene Anselmo, perché esistere è meglio di non esistere. Ma supponiamo che Dio esistesse soltanto nelle menti degli uomini e non nella realtà. Ossia, supponiamo che l'essere più grande che sia possibile concepire esistesse soltanto come idea nelle nostre menti e non avesse esistenza nel mondo "extra-mentale", cioè al di fuori delle nostre menti. Allora non sarebbe l'essere più grande che sia possibile concepire, perché potremmo concepirne uno più grande, uno che esistesse sia nelle nostre menti sia nella realtà. Così la nozione stessa di "essere più grande che sia possibile concepire" immediatamente implica l'esistenza di tale essere, perché, se non esistesse nel mondo reale, non sarebbe l'essere più grande che sia possibile concepire.

    I filosofi successivi, compreso san Tommaso, perlopiù non furono persuasi dalla prova di Anselmo, per quanto una minoranza di filosofi abbia asserito che Anselmo avesse ragione, ma nel corso dei cinque secoli seguenti (e oltre) un gran numero di filosofi si è sentito costretto a riconoscere la validità degli argomenti del santo. Ancor più significativa dei riverberi che l'argomento di Anselmo ebbe nei secoli fu la sua adesione all'uso della ragione, che gli scolastici successivi spinsero fino a conseguenze di effetto ancora maggiore.

    Uno dei primi scolastici fu Pietro Abelardo (1079-1142), un insegnante molto ammirato, che passò dieci anni della sua carriera insegnando nella scuola della cattedrale di Parigi. In Sic et non ("Sì e no"), del 1120 circa, Abelardo mise insieme una lista di apparenti contraddizioni, citando passi dai primi Padri della Chiesa e dalla stessa Bibbia. Qualsiasi fosse stata la soluzione, in ciascun caso, era il compito della ragione umana - e, più specificamente, degli studenti di Abelardo - risolvere queste difficoltà intellettuali. Il prologo a Sic et non contiene una bella testimonianza dell'importanza dell'attività intellettuale e dello zelo con cui dovrebbe essere perseguita:
    Presento qui una raccolta di affermazioni dei Santi Padri perché le fissiate nella vostra mente. Le discrepanze che questi testi sembranocontenere pongono alcune questioni che dovrebbero presentare una sfida per i miei giovani lettori a raccogliere tutto il loro zelo al fine di stabilire la verità e, ciò facendo, guadagnare ancora più perspicacia. Perché la prima sorgente del sapere è stata definita come una continua e penetrante indagine. Il più brillante di tutti i filosofi, Aristotele, incoraggiava i suoi studenti a intraprendere questo compito con ogni grammo della loro curiosità (...). Dice Aristotele: «È sciocco fare affermazioni spavalde su queste questioni se non si dedica loro molto tempo. È una pratica utile mettere in discussione ogni dettaglio». Si comincia a ricercare ponendo domande, e ricercando raggiungiamo la verità, e come ha detto invero la Verità: «Cerca, e troverai; bussa e ti sarà aperto». Lui ce lo ha dimostrato con il Suo esempio morale quando fu trovato, all'età di dodici anni, seduto tra i dottori, che li ascoltava e faceva loro domande». Colui che è la Luce stessa, la piena e perfetta saggezza di Dio, desiderò con le Sue domande dare ai Suoi discepoli un esempio prima di diventare un modello per gli insegnanti nei Suoi sermoni. Quando, perciò, cito passi dalle Scritture, ciò dovrebbe spronare e incitare i miei lettori alla verità e quanto è maggiore l'autorità di questi passi, tanto più ardente dovrebbe essere la ricerca 25.
    Sebbene la sua opera sulla Trinità gli procurasse una censura ecclesiastica, Abelardo fu essenzialmente in linea con la vitalità intellettuale del suo tempo, di cui condivideva la fiducia nei poteri della ragione umana, dono di Dio. Abelardo fu un fedele figlio della Chiesa. Gli studiosi moderni rifiutano l'idea che sia stato un risoluto razionalista del genere "Settecento", intenzionato a usare la ragione per scalzare la fede; del resto, la sua opera fu invece sempre tesa a costruire e a fornire prove a sostegno del grande edificio di verità che la Chiesa possedeva. Una volta Abelardo disse che non voleva «essere un filosofo se ciò significava ribellarsi all'apostolo Paolo, né un Aristotele, se ciò significava tagliarsi via da Cristo» 26. Gli eretici, disse, usavano argomenti tratti dalla ragione per assalire la fede, per questo era assolutamente più giusto e opportuno che i fedeli della Chiesa facessero uso della ragione per difendere la fede 27.

    Abelardo fece battere più di un ciglio, ai suoi tempi, eppure l'uso che egli fece della ragione per affrontare questioni teologiche sarebbe stato ripreso più avanti da altri scolastici, per essere perfezionato nel secolo successivo da san Tommaso d'Aquino; ma l'influenza di Abelardo è visibile quasi subito, in Pietro Lombardo (c. 1100-1160), che forse fu suo studente. Arcivescovo di Parigi per un breve periodo, Pietro Lombardo scrisse Le sentenze, che furono (dopo la Bibbia) il testo fondamentale, per gli studenti di teologia, nei cinque secoli successivi. Le sentenze sono un'esposizione sistematica della fede cattolica, comprendente la discussione di tutto, dagli attributi divini a questioni quali il peccato, la grazia, l'incarnazione, la redenzione, le virtù, i sacramenti e le quattro cose ultime (la morte, il giudizio, il cielo e l'inferno). Significativamente, Le sentenze cercavano di combinare fiducia nell'autorità e volontà di impiegare la ragione nella spiegazione delle questioni teologiche 28.

    Il più grande degli scolastici, e in verità uno dei più grandi intellettuali di tutti i tempi, fu san Tommaso d'Aquino (1225-1274). La sua gigantesca opera, la Summa theologiae, sollevò e diede risposta a migliaia di questioni concernenti la teologia e la filosofia, dalla teologia dei sacramenti alla giustezza della guerra, alla questione se tutti i vizi debbano essere criminalizzati (san Tommaso pensava che non dovrebbero esserlo). Nella Summa theologiae san Tommaso mostrò che Aristotele, che lui stesso e molti suoi contemporanei consideravano il miglior pensatore secolare, potesse facilmente essere armonizzato con l'insegnamento della Chiesa.

    Gli scolastici discussero molte questioni di grande significato, ma nel caso di Anselmo e Tommaso ho scelto di concentrarmi su quella dell'esistenza di Dio, forse l'esempio classico dell'uso che della ragione si può fare in difesa della fede. (L'esistenza di Dio apparteneva a quella categoria di conoscenza che Tommaso credeva potesse essere conosciuta attraverso la ragione e per rivelazione divina). Abbiamo già visto l'argomento di Anselmo. Da parte sua, nella Summa theologiae, Tommaso mise a punto cinque modi per dimostrare l'esistenza di Dio, e li descrisse dettagliatamente nella Summa contra gentiles. Per dare al lettore un'idea del carattere e della profondità dell'argomento scolastico considereremo l'approccio di Tommaso a tale questione, guardando ciò che tecnicamente viene definito il suo argomento della causalità efficiente, soffermandoci su una piccola parte in merito all'argomento della contingenza e della necessità 29.

    Le opinioni di Tommaso si comprendono meglio con esempi ispirati al mondo di oggi. Immaginate di voler acquistare qualche etto di tacchino al banco dei salumi e dei formaggi. Arrivati al banco, scoprite che dovete prendere un numero prima di poter chiedere quello che volete. Mentre state per prendere un numero, però, scoprite che dovete prendere un numero prima di poter prendere il numero di cui sopra. E proprio mentre state per prendere il secondo numero, scoprite che dovete, prima, prenderne un altro. Insomma, dovete prendere un numero per prendere un numero per poter prendere un numero per poter dire che cosa volete al banco dei salumi, e così via.

    Supponete ancora che la serie di numeri che vi si richiede di prendere sia infinita: ogni singola volta che state per prendere un numero scoprite che esiste un numero che dovete prendere prima di poter prendere quello successivo. Con tali restrizioni non arriverete mai a comprare il vostro tacchino. Da questo momento alla fine dei tempi passerete il tempo a prendere numeri.

    Ora, se nel reparto rosticceria doveste imbattervi inqualcuno che stesse camminando con mezzo chilo di roast beef comprato al banco dei salumi e dei formaggi, capireste immediatamente che la serie dei numeri in realtà non va avanti per sempre. Abbiamo visto che con una serie infinita di numeri nessuno potrebbe mai raggiungere il banco dei salumi e dei formaggi. Ma la persona con il roast beef in qualche modo deve essere riuscita ad arrivarci. Perciò la serie non può essere infinita.

    Considerate un altro esempio. Immaginate di volervi iscrivere a un corso universitario: andate dal Registrar, il signor Smith. Il signor Smith vi dice che per potervi iscrivere a quel corso particolare dovete prima andare dal signor Jones. Il signor Jones, a sua volta, vi indirizza dal signor Young. Il signor Young vi manda dal signor Brown. Se questa serie andasse avanti all'infinito, se ci fosse sempre un' altra persona da cui dovreste andare prima di potervi iscrivere, è abbondantemente chiaro che non sareste mai in grado di iscrivervi al corso.

    Questi esempi possono forse sembrare piuttosto remoti rispetto alla questione dell'esistenza di Dio, ma non lo sono. La prova di san Tommaso è in un certo senso analoga all'uno e all'altro esempio. Tommaso inizia con l'idea che ciascun effetto richieda una causa, e che nessuna cosa che esiste nel mondo fisico sia la causa della propria esistenza. Ciò è noto come "il principio di ragion sufficiente". Quando incontriamo un tavolo, per esempio, sappiamo perfettamente che non è nato spontaneamente, ma che deve la propria esistenza a qualcos'altro: un falegname e materiali grezzi preesistenti.

    Una cosa esistente Z deve la propria esistenza a una qualche causa Y. Ma la stessa Y, non esistendo di per sé, necessita, a propria volta, di una causa X. Ma ecco che dobbiamo presumere l'esistenza di una causa W. Come per l'esempio del banco dei salumi e dei formaggi, ci si presentano le difficoltà poste da una serie infinita.

    In questo caso, ci si presenta il seguente problema: ciascuna causa di un dato effetto a propria volta richiede una causa, per poter giustificare la propria esistenza. A propria volta questa causa richiede una causa, e così via. Se avessimo inmano una serie infinita, nella quale ciascuna causa ne richieda un'altra, allora niente sarebbe potuto esistere.

    San Tommaso spiega che per questo motivo deve esservi una causa non causata, una causa che non necessita, in sé, di una causa. Questa prima causa può pertanto dare inizio alla serie delle cause. Questa prima causa, dice san Tommaso, è Dio. Dio è il solo essere che esiste di per sé, la cui esistenza è parte della propria stessa essenza. Nessun essere umano deve esistere: vi fu un tempo prima che ciascuno esistesse, e il mondo continuerà a esistere dopo che ciascuno sarà perito. L'esistenza non è parte dell'essenza di alcun essere umano. Ma Dio è differente, Dio non può non esistere, e Dio non dipende da nulla di precedente a se stesso per giustificare la propria esistenza.

    Questo genere di rigore filosofico caratterizzò la vita intellettuale delle prime università. Non stupisce, perciò, che i papi e gli altri uomini della Chiesa contassero le università tra i grandi gioielli della civiltà occidentale. Era normale sentir descritta l'università di Parigi come la "nuova Atene" 30, una designazione che porta alla mente le ambizioni del grande Alcuino, l'astro del periodo carolingio, vissuto diversi secoli prima, il quale attraverso i propri sforzi didattici cercò di stabilire una nuova Atene nel regno dei Franchi. Papa Innocenzo IV (1243-1254) descrisse le università come «fiumi di scienza che irrorano e rendono fertile il suolo della chiesa universale», e Papa Alessandro IV (1254-1261) le chiamò «le lanterne risplendenti nella casa di Dio». Ma i papi in genere meritarono una considerevole parte del merito della crescita e del successo del sistema universitario. «Grazie al ripetuto intervento del papato», scrive lo storico Henri Daniel-Rops, «l'educazione secondaria fu messa in grado di estendere i propri confini; la Chiesa, invero, fu la matrice che produsse l'università, il nido da cui essa spiccò il volo» 31.

    In effetti, tra i principali contributi dati dal Medioevo alla scienza moderna vi fu la ricerca, essenzialmente libera, promossa dal sistema universitario, in cui gli studiosi potevano disquisire e discutere proposizioni, e in cui l'utilità della ragione umana veniva data per scontata. Contrariamente al quadro, grossolanamente inaccurato, del Medioevo che oggi passa per conoscenza comune, la vita intellettuale del Medioevo diede contributi fondamentali alla civiltà occidentale. «Gli studiosi del basso Medioevo», conclude David Lindberg nel suo Gli inizj della scienza occidentale (The Begimzings of Western Science), del 1992, «crearono una vasta tradizione intellettuale, senza la quale il successivo progresso nella fiosofianaturale [sostanzialmente, le scienze naturali] sarebbe stato inconcepibile» 32.

    Christopher Dawson, uno dei maggiori storici del Novecento, osservò che dai giorni delle prime università «gli alti studi furono dominati dalla tecnica dell'argomentazione logica (quaestio) e dalla disputa pubblica, che ha così decisamente determinata la forma della filosofia medievale, persino nei suoi maggiori rappresentanti. Roberto de Sorbonne diceva che "non si può avere perfetta conoscenza se non delle cose che sono state masticate dai denti della discussione", e la tendenza di sottoporre ogni questione, dalla più ovvia alla più astrusa, a questo processo di "masticazione", non solo acuì la prontezza d'intelletto e la precisione di pensiero, ma sviluppò soprattutto quello spirito di critica e di dubbio metodico, al quale la cultura occidentale e la scienza moderna sono così grandemente debitrici» 33.

    Lostorico della scienza Edward Grant contribuisce a chiarire questo punto con le seguenti osservazioni:
    Che cosa permise alla civiltà occidentaledi sviluppare la scienza e le scienze sociali in un modo che nessun'altra civiltà arrivò a concepire? La risposta, ne sono convinto, sta in uno spirito di ricerca pervasivo e profondamente radicato, uno spirito che fu la conseguenza naturale dell'attenzione che nel Medioevo si cominciò a porre sulla ragione. Se si eccettuano le verità rivelate, la ragione fu incoronata nelle università medievali l'arbitro più alto degli argomenti e delle controversie più intellettuali. Fu assai naturale che studiosi immersi in un ambiente universitario facessero ricorso alla ragione per indagare aree che non erano state mai prima esplorate, e per discutere possibilità che non erano state mai prima contemplate seriamente 34.
    La creazione dell'università, l'adesione alla ragione e all'argomento razionale e lo spirito di ricerca che caratterizzarono la vita intellettuale del Medioevo furono «un dono del Medioevo latino al mondo moderno (...), pur se un dono che potrebbe non esser mai riconosciuto appieno; forse conserverà lo status che ha avuto negli ultimi quattro secoli, di segreto meglio tenuto della civiltà occidentale» 35. Un dono della civiltà il cui centro fu la Chiesa Cattolica.




    24 Questa formulazione dell'argomento di Anselmo appartiene a William Marra, morto nel 1998, che per decenni ha insegnato ftlosofia alla Fordham University, New York, e che apparteneva a quella tradizione minoritaria di filosofi occidentali che hanno creduto che la prova di sant'Anselmo sia riuscita a dimostrare la necessità dell' esistenza di Dio.
    25 Citato in E. GRENT, op. cit., pp. 60-61.
    26 DAVID C. LINDBERG, The Beginnings of Western Science, University of Chicago Press, Chicago 1992, p. 196.
    27 Su Abelardo fedele figlio della Chiesa piuttosto che razionalista "settecentesco", si veda DAVID KNOWLES, L'eluzione del pensiero medievale, traduz. di Bernardino Loschi, Il Mulino, Bologna 1984, pp. 157.
    28 L.J. DALY, op. cit., p. 105.
    29 Si veda l'eccellente articolo di JAMES A. SADOWSKY, S. j., "Can There Be an Endless Regress of Causes?", Philosophy of Religion: A Guide and Anthology, a cura di Brian Davies, Oxford University Press, New York 2000, pp. 239-42.
    30 HEKRI DAKIEL-RoPS, Cathedral alld Crusade, traduz. inglese di John Warrington, J. M. Dent & Sons, Londra 1957, p. 311.
    31 Ibid., p. 308.
    32 D. LINDBERG, Tbe Beginnings of Western Scimce, op. cit., p. 363.
    33 C. DAWSON, op. cit., p. 235.
    Ultima modifica di Cuordy; 04-11-09 alle 16:09

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    Predefinito Rif: Pillole di storia sulle radici cristiane

    LA CHIESA E LA SCIENZA


    Fu una semplice coincidenza che la scienza moderna si sia sviluppata in un ambiente ampiamente cattolico, o vi era qualcosa, nel Cattolicesimo stesso, che rese possibile il successo della scienza? Già il porre questa domanda significa andare contro l'opinione corrente, ma in effetti sempre più studiosi si sono posti questo interrogativo, e le loro risposte forse sorprenderanno molti.

    Si tratta di una questione di non poca importanza: nell'immaginario popolare, la supposta ostilità della Chiesa Cattolica alla scienza è forse il suo neo maggiore. La versione unilaterale della vicenda Galileo, familiare alla maggior parte degli occidentali, è grandemente da biasimare per la diffusa credenza che la Chiesa abbia impedito il progresso dell'indagine scientifica. Ma ammettiamo che la vicenda di Galileo sia stata in tutto e per tutto negativa come si crede generalmente: come ha notato il cardinale Newman, il celebre anglicano convertito nell'Ottocento, che questo sia praticamente l'unico caso che venga in mente ai più è un fatto molto significativo.

    La controversia ruotò attorno all'opera dell'astronomo polacco Nicolò Copernico (1473-1543). Alcuni studi moderni dell'opera di Copernico lo definiscono un sacerdote, ma malgrado la sua nomina a canonico del capitolo di Frauenburg nei tardi anni Novanta del Quattrocento, non vi è prova che egli abbia preso gli ordini superiori. A far supporre che avesse ricevuto l'ordinazione sacerdotale è la decisione del re polacco Sigismondo, nel 1537, di nominare Copernico tra i quattro candidati a un soglio episcopale vacante. In ogni caso, quale sia stato il suo status clericale, Copernico proveniva da una famiglia religiosa, i cui membri appartenevano tutti al Terzo Ordine di San Domenico, che estendeva ai laici l'opportunità di condividere la spiritualità e la tradizione domenicane 1.

    Come scienziato Copernico fu una figura di non poca fama all'interno delle cerchie clericali. Fu consultato dal quinto Concilio Laterano (1512-1517) in merito alla riforma del calendario; nel 1531 stilò, a beneficio degli amici, una descrizione sintetica della propria astronomia che suscitò una notevole attenzione - Papa Clemente VII arrivò a invitare Johann Albert Widmanstadt a tenere una lezione pubblica in Vaticano sul medesimo soggetto, al termine della quale si ritirò molto soddisfatto per ciò che aveva udito 2.

    Intanto uomini di Chiesa e colleghi accademici supplicavano Copernico di pubblicare la sua opera al fine di darle ampia circolazione. Fu così che, su insistente richiesta dei suoi amici, tra i quali erano molti prelati, nel 1543 Copernico finalmente diede alle stampe i sei libri De revolutionibus orbium celestium, dedicato a Papa Paolo III. In quest'opera Copernico riteneva gran parte dell'astronomia del suo tempo abbondantemente dipendente da Aristotele, ma ancor più da Tolomeo (87-150 a.C.), il brillante astronomo greco che ipotizzò un universo geocentrico. L'astronomia copernicana condivideva con i suoi precursori greci elementi quali corpi celesti perfettamente sferici, orbite circolari e velocità planetaria costante. La differenza significativa introdotta da Copernico fu che al centro del sistema era posto, invece della terra, il sole. Il suo modello eliocentrico presupponeva che la terra si muovesse intorno al sole come facevano gli altri pianeti.

    Benché aspramente attaccato dai protestanti, che lo giudicarono incompatibile con la Sacra Scrittura, fino al caso Galileo il sistema copernicano non fu soggetto ad alcuna censura da parte cattolica. In aggiunta alla sua opera di fisica, Galileo Galilei (1564-1642) con il suo telescopio fece importanti osservazioni astronomiche, che contribuirono a minare alcuni aspetti del sistema tolemaico. Galileo vide montagne sulla luna, con ciò spezzando l'antica certezza che i corpi celesti fossero sfere perfette, e scoprì quattro lune orbitanti attorno a Giove, con ciò dimostrando non solo la presenza di fenomeni celesti dei quali Tolomeo e gli antichi nel loro insieme erano stati inconsapevoli, ma anche che un pianeta che si muova nella propria orbita non può lasciare indietro i suoi pianeti più piccoli. (Uno degli argomenti contro il moto della terra era stato quello che la luna, se la terra si fosse mossa, sarebbe stata lasciata indietro). La scoperta, poi, delle fasi di Venere fu un'altra prova a favore del sistema copernicano.

    All'inizio Galileo e la sua opera furono ben accolti e celebrati dagli uomini di Chiesa più eminenti. Verso la fine del 1610 padre Cristoforo Clavio scrisse a Galileo per informarlo che i suoi colleghi astronomi, gesuiti, avevano confermato le scoperte da lui fatte con il telescopio. Quando, l'anno dopo, si recò a Roma, Galileo fu salutato con entusiasmo dalle figure religiose tanto quanto da quelle secolari. In quell'occasione Galileo scrisse a un amico: «Sono stato ricevuto e accolto con favore da molti illustri cardinali, prelati e principi di questa città». Galileo ebbe il piacere di una lunga udienza con il Papa, Paolo V, mentre i gesuiti del Collegio Romano celebrarono le sue scoperte con una giornata di attività. Galileo ne fu entusiasta: davanti a un pubblico di cardinali, studiosi e intellettuali secolari di spicco, studenti di padre Cristoforo Grienberger e padre Clavio parlarono delle grandi scoperte dell'astronomo toscano.

    Si trattava di studiosi di distinzione considerevole. Padre Grienberger, che verificò personalmente la scoperta delle lune di Giove fatta da Galileo, fu un astronomo eminente: inventò il telescopio con montatura "equatoriale", che ruotava su un asse parallelo a quello della terra, e contribuì allo sviluppo del telescopio rifrangente in uso oggi 3. Padre Clavio, uno dei grandi matematici del suo tempo, aveva presieduto la commissione che produsse il calendario gregoriano (entrato in vigore nel 1582), grazie al quale furono risolte le imprecisioni che avevano piagato il vecchio calendario giuliano. I calcoli fatti da padre Clavio per stabilire la lunghezza dell'anno solare - e il numero dei giorni necessari a tenere il calendario in linea con l'anno solare novantasette giorni intercalari ogni quattrocento anni - furono così precisi che gli studiosi, ancora oggi, non sanno capacitarsi di come vi sia giunto 4.

    Tutto sembrava essere propizio a Galileo. Quando nel 1612 pubblicò le lettere sulle macchie solari, in cui per la prima volta in una pubblicazione sposava il sistema copernicano, una delle molte lettere di congratulazioni gli giunse nientemeno che dal cardinale Maffeo Barberini, il futuro Papa Urbano VIII 5.

    La Chiesa non aveva alcuna obiezione a che fosse usato il sistema copernicano come elegante modello teorico la cui verità letterale fosse lungi dall'essere stabilita, ma che dava ragione di fenomeni celesti in un modo più affidabile di quanto facesse ogni altro sistema. Si pensava che non vi fosse alcun male nel presentarlo e usarlo come sistema ipotetico. Galileo, invece, credeva che il sistema copernicano fosse vero letteralmente - che non fosse, cioè, una mera ipotesi che permettesse predizioni accurate -, ma mancava di un qualsiasi elemento che potesse anche solo sembrare una prova adeguata a supporto della propria certezza. Così, per esempio, sosteneva che il moto delle maree costituiva una prova del moto della terra, un'idea che gli scienziati oggi trovano curiosa e risibile. Inoltre, non sapeva rispondere all'obiezione dei geocentristi, risalente ad Aristotele, secondo i quali, se la terra si muovesse, allora gli spostamenti della parallasse dovrebbero essere evidenti nelle nostre osservazioni delle stelle, cosa che non si verificava. In assenza di una ferma prova scientifica, Galileo nondimeno insisteva sulla verità letterale del sistema copernicano e rifiutava di accettare un compromesso in base al quale poter insegnare il copernicanesimo come ipotesi,in attesa che venisse prodotta a suo sostegno una prova persuasiva. Quando poi osò suggerire che i passi della Sacra Scrittura che sembravano contraddire la sua teoria necessitavano di una reinterpretazione, si pensò che avesse usurpato l'autorità dei teologi.

    Jerome Langford, uno dei più equilibrati storici moderni sull'argomento, fornisce una sintesi preziosa riguardo alla posizione in cui venne a trovarsi Galileo:
    Galileo era convinto di possedere la verità, ma obiettivamente non aveva alcuna prova con cui vincere il consenso degli uomini di larghe vedute. È una totale ingiustizia sostenere, come fanno gli storici, che nessuno fosse disposto ad ascoltare i suoi argomenti, che non gli sia stata data una chance. Gli astronomi gesuiti avevano confermato le sue scoperte e aspettavano con ansia prove che consentissero loro di abbandonare il sistema di Tycho6 e di schierarsi fermamente dalla parte di Copernico. Molti influenti uomini di Chiesa credevano che Galileo potesse aver ragione, ma non potevano far altro che aspettare prove.
    «Ovviamente», aggiunge Langford, «non è del tutto esatto dipingere Galileo come vittima innocente del pregiudizio e dell'ignoranza del mondo (...). Parte della colpa degli eventi che seguono deve essere imputata allo stesso Galileo, il quale prima rifiutò un compromesso, poi entrò nel dibattito sprovvisto di prove sufficienti e sul terreno dei teologi» 7.

    Fu l'insistenza di Galileo sul punto della verità letterale del copernicanesimo a causare la difficoltà, dal momento che in superficie il modello eliocentrico sembrava contraddire certi passi delle Scritture.
    La Chiesa, sensibile a certe accuse secondo cui i cattolici non tributavano il giusto rispetto alla Bibbia, esitò ad accogliere il suggerimento che il significato letterale delle Scritture, che a tratti pareva alludere a una terra immobile, dovesse essere messo da parte allo scopo di accogliere una teoria scientifica non provata 8. Eppure anche in questo caso la Chiesa non fu del tutto inflessibile. Come disse allora il cardinale Roberto Bellarmino con parole diventate celebri:
    Se ci fosse una prova reale che il sole è al centro dell'universo, che la terra è nel terzo cielo, e che il sole non va intorno alla terra, ma che è la terra che va intorno al sole, allora dovremmo procedere con grande circospezione nello spiegare alcuni passi della Bibbia che sembrano insegnare il contrario, e dovremmo piuttosto ammettere che non li avevamo capiti, che dichiarare falsa un'opinione che è dimostrata vera. Ma quanto a me, non crederò che tali prove vi siano, fino a quando non mi saranno state mostrate 9.
    L'apertura teorica di Bellarmino a nuove interpretazioni della Scrittura alla luce di aggiunte apportate alla somma delle conoscenze umane non era cosa nuova. Alberto Magno aveva avuto opinioni simili. «Accade molto spesso», aveva scritto, «che sia data qualche nquestione a proposito della terra o del cielo, o degli altri elementi di questo mondo, rispetto ai quali un non cristiano abbia una conoscenza derivata da un assai certo ragionamento o da un'osservazione, ed è un vero peccato e una cosa malvagia, e sopra tutte le cose da evitarsi con ogni cura, che un cristiano, parlando di tali questioni come fossero in accordo con le Sacre Scritture, venisse udito da un non credente dire tante e tali sciocchezze, che il non credente, percependo che il cristiano fosse tanto lontano dal segno quanto l'Oriente dall'Occidente, potesse a stento trattenersi dallo scoppiare a ridere» 10.
    In modo simile, san Tommaso d'Aquino aveva ammonito sulle conseguenze certe del restare attaccati a una data interpretazione delle Scritture una volta che fossero sorti sufficienti motivi per non ritenerla corretta:
    In primo luogo, la verità delle Scritture deve essere ritenuta inviolabile. In secondo luogo, quando vi siano modi differenti di spiegare un testo scritturale, non si dovrebbe sostenere la validità di una particolare spiegazione così rigidamente che, se argomenti convincenti mostrano che è falsa, chiunque osasse insistere che il senso definitivo del testo sia comunque il primo. Altrimenti i non credenti si faranno beffe della Sacra Scrittura e la via alla fede sarà loro preclusa 11.



    1 J.G. HAGEN, voce "Copernicus, Nicolaus", Catholic Enciclopedia, 2a ediz., 1913.
    2 JEROME J. LANGFORD, Galileo, Science and the Church, Desclee, New York 1966, p.35.
    3 J. MACDONELL, S.J., Jesut Geometers. op. cit., p. 19.
    4 Ibid.
    5 J.J. LANGFORD, op. cit., pp. 45 e 52.
    6 Tycho Brahe (1546-1601) propose un sistema astronomico che stava tra il geocentrismo tolemaico e l'eliocentrismo copernicano, nel quale tutti i pianeti tranne la terra ruotavano attorno al sole e il sole ruotava intorno a una terra immobile.
    7 J.J. LANGFORD, op. cit., pp. 68-69.
    8 Cfr. jACQUES BARZUN, Dall'alba alla decadenza, Rizzoli, Milano 2000, p. 40 (ediz.
    originale: From Dawn to Decadence, Harper Collins, New York 2001). Un buon trattamento
    sintetico della questione è in H.W. CROCKER, Triumph, Prima, Roseville (California) 2001, pp. 309-311.
    9 JAMES BRODERICK, The Life and Work of Blessed Robot Francis Cardinal Bellarmine, S.J.,
    1542 -1621, vol. 2, Burns, Oates and Washbourne, London 1928, p. 359.
    10 JAMES J. WALSH, The Popes and Science, Fordham University Press, New York 1911, pp. 296 - 97.

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    Predefinito Rif: Pillole di storia sulle radici cristiane

    Ciò nonostante, nel 1616, avendo Galileo continuato a insegnare, pubblicamente e persistentemente, il sistema copernicano, le autorità ecclesiastiche gli ingiunsero di smettere di insegnare la teoria copernicana come se fosse vera, lasciandolo libero di trattarla come ipotesi. Galileo acconsentì e andò avanti con il suo lavoro.

    Nel 1624 fece un altro viaggio a Roma, dove ancora una volta fu ricevuto con grande entusiasmo, e dove trovò cardinali influenti desiderosi di discutere con lui questioni scientifiche. Papa Urbano VIII gli offrì in dono vari oggetti di notevole valore, comprese due medaglie, e lo fornì di una dichiarazione che sollecitava ulteriore protezione per la sua opera. Il Papa parlò di Galileo come di un uomo «la cui fama risplende nel cielo ed è diffusa per tutto il mondo». Inoltre disse all'astronomo che la Chiesa non aveva mai dichiarato eretico il copernicanesimo e che mai avrebbe potuto farlo.

    Il Dialogo sopra i due massimi sistemi, dato alle stampe nel 1632, fu scritto da Galileo su pressante richiesta del papa, ignorando l'istruzione di trattare il copernicanesimo come ipotesi piuttosto che come verità stabilita. A quanto pare, anni dopo padre Grienberger rimarcò che se avesse trattato le sue conclusioni come ipotesi, il grande astronomo avrebbe potuto scrivere qualsiasi cosa avesse voluto 12. Per sua sfortuna, nel 1633 Galileo fu dichiarato sospetto di eresia e gli fu ingiunto di desistere dal pubblicare oltre sul copernicanesimo. Galileo in realtà scrisse invece altre opere valide e importanti, tra cui spicca il Discorso sulle due nuove scienze (1635), ma questa non saggia censura di Galileo ha macchiato la reputazione della Chiesa.

    E tuttavia è importante non esagerare ciò che avvenne. Come spiega J.L. Heilbron:
    I contemporanei bene informati ritennero che il riferimento all'eresia, per quanto riguardava Galileo o Copernico, non avesse una portata generale o teologica. Gassendi, nel 1642,osservò che la decisione dei porporati, benché importante per i fedeli,non equivalesse a un articolo di fede; Riccioli,nel 1651, affermò che l'eliocentrismo non era un'eresia; Mengoli, nel 1675, sostenne che le interpretazioni della Scrittura possono vincolare soltanto i cattolici, se approvate da un concilio generale; infine Baldigiani,nel 1678, dichiarò che tutti sapevano queste cose 13.
    Il fatto è che agli scienziati cattolici era permesso, in linea di massima, portare avanti la propria ricerca senza impedimenti, a patto che trattassero il moto della terra come un'ipotesi, come aveva invitato a fare il Sant'Uffizio con un decreto del 1616. Un decreto del 1633 andò oltre, escludendo dal dibattito scientifico ogni e qualsiasi riferimento al moto della terra. Ma poiché gli scienziati cattolici, tra i quali padre Ruggero Boscovich, continuarono a usare, nelle loro opere, l'idea di una terra che si muove, gli studiosi avanzano l'ipotesi che il decreto del 1633 fosse «rivolto personalmente a Galileo Galilei» e non agli scienziati cattolici nel loro insieme 14.

    Certamente la condanna di Galileo, anche quando viene compresa nel suo contesto invece che presentata negli esagerati e sensazionalistici resoconti così comuni nei media, si dimostrò un evento imbarazzante per la Chiesa e fece nascere il mito dell'ostilità della Chiesa verso la scienza.

    ___________

    12. J. MACDONNELL, op. cit., Appendix 1, pp. 6-7.
    13. J.L. HEILBRON, Il sole nella chiesa, op. cit., p. 264.
    14. ZDENEK KOPAL, "The Contribution of Boscovich to Astronomy and Geodesy",
    in Roger Joseph Boscovich, S.J., F.RS., 1711-1787, a cura di Lancelot Law Whyte, Fordham University Press, New York 1961, p. 175.

  6. #16
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