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    Predefinito Pillole di storia sulle radici cristiane

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    In molti più modi di quanti comunemente si percepiscano, la Chiesa Cattolica ha plasmato la civiltà in cui abitiamo e le persone che siamo. Benché il tipico testo universitario non lo dica, la Chiesa Cattolica è stata il costruttore indispensabile, quello senza il quale la civiltà occidentale non sarebbe stata edificata. Non solo abolì gli aspetti moralmente ripugnanti del mondo antico - come l'infanticidio e i combattimenti gladiatori - ma, dopo la caduta di Roma, fu la Chiesa che restaurò e fece avanzare la nostra civiltà. A partire dall'istruzione dei "barbari".

    ____________________________________________


    LA CHIESA INSISPENSABILE

    Secondo Philip Jenkins insigne professore di storia e di studi religiosi presso la Penssylvania State University l'anti-cattolicesimo è l'unico pregiudizio a essere rimasto accettabile in America. È difficile non essere d'accordo con Jenkins: nei nostri media e nella nostra cultura popolare non vi sono molte remare quando si tratta di ridicolizzare o di parodiare la Chiesa. Gli stessi studenti, quand'anche sappiano qualcosa della Chiesa, di solito sono a conoscenza solo della sua "corruzione", della quale i loro insegnanti delle scuole superiori hanno trasmesso loro infiniti racconti di variabile credibilità.
    Per quanto ne sanno, la storia del Cattolicesimo è fatta di ignoranza, repressione e stagnazione. Quanto debbano alla Chiesa il sistema universitario, le beneficienze, il diritto internazionale, la scienza, importanti principi legali e molto altro ancora, non è stato, per così dire, impresso nelle loro menti con sommo zelo.

    La civiltà occidentale deve alla Chiesa Cattolica molto più di quanto la maggior parte delle persone - cattolici inclusi - spesso siano consapevoli: la Chiesa, si può dire, ha edificato la civiltà occidentale
    .
    La civiltà occidentale non deriva interamente dal Cattolicesimo, certo: non sarebbe possibile negare l'importanza che l'antica Grecia e l'antica Roma, o le varie tribù germaniche che si succedettero in Occidente dopo la fine dell'Impero Romano, hanno avuto nel plasmare la nostra civiltà. La Chiesa non ha ripudiato alcuna di queste tradizioni: al contrario, ha assorbito e imparato dalle migliori di esse. Colpisce però quanto nella cultura popolare il sostanziale - ed essenziale contributo della Chiesa sia passato relativamente inosservato. Nessun cattolico serio sarebbe disposto a sostenere che gli uomini della Chiesa ebbero ragione in ogni decisone che presero.

    Tuttavia, gli studi recenti hanno definitivamente rivisto a favore della Chiesa alcuni episodi storici tradizionalmente citati come prova della sua malvagità; per esempio, oggi sappiamo che l'Inquisizione non fu affatto così aspra come la si è dipinta in passato, e che il numero di individui portati al suo cospetto fu assai minore di quello, esagerato, un tempo accettato: questa è la conclusione, chiara e netta, cui sono giunti i migliori e più recenti studi 1.

    Il punto è che nel nostro ambiente culturale attuale è facile dimenticare, o non sapere affatto, quanto la nostra civiltà sia debitrice alla Chiesa Cattolica. Certamente la maggior parte delle persone riconosce l'influenza della Chiesa sulla musica, sull'arte e l'architettura.
    Nostro scopo è quello di dimostrare che l'influenza della Chiesa sulla civiltà occidentale va ben oltre questi ambiti. Ad eccezione degli studiosi dell'Europa medievale, i più pensano che i mille anni che precedettero il Rinascimento siano stati un'epoca di ignoranza e repressione intellettuale, in cui non ebbero spazio né dibattiti animati né uno scambio intellettuale vivace, e che ad ogni e qualsiasi comunità di studiosi fosse spietatamente imposta una rigida conformità al pensiero vigente. Non si possono certo biasimare i miei studenti perché ci credono: in fondo, è ciò che hanno appreso a scuola e attraverso la cultura popolare americana.

    Si trovano anche alcuni scrittori di professione che ancora credono a tale visione del Medioevo. Basti leggere il libro del 2001 di Christopher Knight e Robert Lomas, intitolato Second MessiaH ("Il secondo Messia"). I due autori dipingono un ritratto della Chiesa Cattolica e della sua influenza sulla civiltà occidentale che non potrebbe essere più lontano dal vero, ma riescono a cavarsela grazie al forte pregiudizio tuttora esistente nei confronti del Medioevo, nonché a una diffusa ignoranza riguardo l'epoca in oggetto. Leggiamo per esempio: «L'affermazione dell'era cristiana romanizzata marcò l'inizio dei secoli bui, il periodo della storia occidentale in cui le luci si spensero su tutto il sapere e la superstizione prese il posto della conoscenza, e che durò fino a quando il potere della Chiesa di Roma non fu minato dalla Riforma» 2. Ancora: «Tutto ciò che era bello e buono fu disprezzato e tutti i rami della conoscenza umana furono ignorati in nome di Gesù Cristo» 3.

    E questo è precisamente ciò che a moltissime persone è stato insegnato a scuola, ma non vi è forse un singolo storico, oggi, che accoglierebbe tali riflessioni se non con divertito disprezzo. Le affermazioni degli autori de Il secondo Messia ignorano comodamente un secolo di studi, e Knight e Lomas, che non sono storici qualificati, sembrano beatamente inconsapevoli di ripetere trite fandonie, alle quali non un solo storico di professione crede più.
    Deve essere frustrante essere uno storico dell'Europa medievale: per quanto si lavori e per quante prove si producano a dimostrazione del contrario, è ancora estremamente diffusa la convinzione che il Medioevo fu un periodo intellettualmente e culturalmente sterile, e che la Chiesa null'altro lasciò in eredità all'Occidente se non la repressione.

    Knight e Lomas sorvolano sul fatto che fu proprio nell'Europa dei "secoli bui" che si sviluppò, grazie alla Chiesa Cattolica, il sistema universitario, vero e proprio dono della civiltà occidentale. Gli storici hanno scoperto con meraviglia quanto il dibattito intellettuale in quelle università fosse libero e privo di restrizioni. L'esaltazione della ragione umana e delle sue capacità, l'impegno in un dibattito rigoroso e razionale, una promozione dell'indagine intellettuale e dello scambio di idee - tutti elementi promossi dalla Chiesa - fornirono la cornice alla Rivoluzione scientifica, un fenomeno sconosciuto alle altre civiltà.
    Negli ultimi cinquant'anni, pressoché tutti gli storici della scienza - tra i quali A.C. Crombie, David Lindberg, Edward Grant, Stanley Jaki, Thomas Goldstein e J.L. Heilbron - sono giunti alla conclusione che la rivoluzione scientifica debba molto alla Chiesa. Il contributo della Chiesa alla scienza andò ben oltre le idee - incluse quelle teologiche - fornendo scienziati di prim'ordine, molti dei quali sacerdoti.
    Per esempio, padre Niccolò Stenone, un convertito luterano fatto si prete cattolico, viene spesso identificato come il padre della geologia. Il padre dell'egittologia fu padre Athanasius Kircher. Colui che per primo misurò la velocità dell'accelerazione di un corpo in caduta libera fu un altro religioso, padre Giambattista Riccioli. Il padre gesuita Ruggero Boscovich è spesso ricordato come il padre della teoria atomica moderna. I gesuiti, del resto, a tal punto dominarono lo studio dei terremoti che la sismologia fu soprannominata "la scienza dei gesuiti".

    E non è tutto: sebbene circa trentacinque crateri lunari prendano il nome da scienziati o matematici gesuiti, i contributi dati dalla Chiesa all'astronomia sono virtualmente sconosciuti all'americano di cultura media. Eppure, come indica J.L. Heilbron dell'Università della California a Berkeley, «la Chiesa Cattolica romana, più di ogni altra istituzione - probabilmente più di tutte le altre insieme - ha protetto e sostenuto economicamente lo studio dell'astronomia per oltre sei secoli, dalla riscoperta dell'antico sapere, nel tardo Medioevo, fino all'Illuminismo» 4. Malgrado ciò, il vero ruolo della Chiesa nello sviluppo della scienza moderna rimane uno dei segreti meglio serbati della storia moderna.

    L'importanza della tradizione monastica è stata ed è riconosciuta, in più o meno ampia misura, nella storia ufficiale dei paesi occidentali: tutti sanno che i monaci preservarono il patrimonio letterario, per non dire la scrittura stessa, nel periodo successivo alla caduta dell'Impero Romano. In questo libro il lettore scoprirà che il contributo che i monaci diedero alla civiltà occidentale fu in realtà ben maggiore. Non si può trovare forse un solo fatto significativo, nella storia del progresso, nel corso del Medioevo, nel quale i monaci non abbiano svolto un ruolo importante. È stato accertato che i monaci diedero «all'Europa intera una rete di fattorie modello, centri di allevamento, centri di alta cultura accademica, di fervore spirituale, di arte di vivere, di volontà di azione sociale - in una parola, di civiltà ad alto livello, che emerge dai flutti tumultuosi della barbarie circostante. San Benedetto [il più importante architetto del monachesimo occidentale] è senza dubbio alcuno il Padre dell'Europa. I Benedettini, i suoi figli, sono i Padri della civiltà europea» 5.

    L'elaborazione del concetto di diritto internazionale, per quanto a tratti associata, tenuemente, agli Stoici, è spesso attribuita ai pensatori e ai teorici del diritto del Seicento e del Settecento. In effetti, troviamo tale concetto nelle università spagnole del Cinquecento, e fu Francisco de Vitoria, sacerdote e professore cattolico, a guadagnarsi il titolo di padre del diritto internazionale. Di fronte alle malvagità perpetrate dagli spagnoli ai danni degli indigeni del Nuovo Mondo, de Vitoria e altri fiosofi e teologi cattolici cominciarono a riflettere sui diritti dell'uomo e sulle adeguate relazioni che dovrebbero esistere tra le nazioni. Questi pensatori cattolici produssero il concetto di diritto internazionale quale lo intendiamo oggi.

    Lo stesso diritto occidentale è in ampia misura un dono della Chiesa. Il diritto canonico fu il primo sistema legale moderno europeo, a dimostrazione di come fu possibile produrre un corpo di leggi sofisticato e coerente a partire dal guazzabuglio di statuti, tradizioni, usanze locali e simili, spesso contraddittori, con i quali sia la Chiesa sia lo Stato dovettero confrontarsi durante il Medioevo. A detta dello studioso di diritto Harold Berman, «fu la Chiesa che per prima insegnò all'uomo occidentale che usanze, statuti, casi e dottrine contrastanti SI potevano conciliare per mezzo dell'analisi e della sintesi» 6.

    Il concetto di diritti sistematicamente espressi deriva dalla civiltà occidentale; per la precisione, non da John Locke e Thomas Jefferson - come molti potrebbero credere -, ma dal diritto canonico della Chiesa Cattolica. È possibile ricondurre inoltre direttamente all'influenza della Chiesa altri importanti principi legali associati alla civiltà occidentale, una conseguenza del fatto che gli uomini della Chiesa si adoperarono per introdurre procedure processuali razionali e concetti legali sofisticati laddove - è il caso del sistema legale germanico vigevano processi per ordalia di carattere superstizioso.
    Secondo vecchie storie dell'economia, l'economia moderna deriva da Adam Smith e da altri teorici economici del Settecento. Studi più recenti sottolineano invece l'importanza del pensiero economico della tarda Scolastica, particolarmente dei teologi cattolici spagnoli del Quattrocento e del Cinquecento. Alcuni, come il grande economista del Novecento Joseph Schumpeter, non hanno esitato a definire i pensatori cattolici scolastici i fondatori dell'economia scientifica moderna.

    La maggior parte di noi è consapevole delle opere di carità compiute dalla Chiesa Cattolica, ma quel che spesso si ignora è quale sia stato l'impegno profuso dalla Chiesa in tale attività. Il mondo antico ci offre alcuni esempi di liberalità verso i poveri, ma è una liberalità che cerca fama e riconoscimento per il donatore, e che tende a essere indiscriminata piuttosto che concentrata specificamente sui bisognosi. I poveri erano sin troppo spesso trattati con disprezzo, nel mondo antico, e l'idea stessa di aiutare i poveri senza volgere il pensiero alla reciprocità o al tornaconto personale era qualcosa di alieno al mondo antico. Perfino W.E.H. Lecky, uno storico dell'Ottocento altamente critico della Chiesa, ammette che l'impegno posto dalla Chiesa nel sostegno dei poveri - spirituale e materiale - costituì qualcosa di nuovo nel mondo occidentale e rappresentò un miglioramento formidabile rispetto agli standard dell'antichità classica.

    In tutti questi ambiti la Chiesa ha lasciato un segno indelebile nel cuore stesso della civiltà europea e si è rivelata una forza profondamente significativa e duratura. Una recente storia della Chiesa Cattolica in un solo volume si intitola Triumph ("Trionfo"), un titolo assolutamente appropriato per la storia di un'istituzione che vanta tanti uomini e donne eroici e tanti risultati storici. Eppure nei testi sulla storia della civiltà occidentale che gli studenti leggono nelle scuole superiori e nei college si trovano relativamente poche informazioni in proposito.


    1 Si vedano per esempio HENRY AMEN, The Spanish Inquisition: A Historical Revion, Yale University- Press, New Haven 1999; EDWARD M. PETERS, Inquisition, University of California Press, Berkeley 1989.
    2 CHRISTOPHER KNIGHT e ROBERT LOMAS, Second Messiah, Fair Winds Press,
    Gloucester (Massachusetts) 2001, p. 70.
    3 Ibid., p. 71.
    4 J.L. HEILBRON, Il sole nella chiesa: le grandi chiese come osseroatori astronomici, traduz. di G. Bancheri, Editrice Compositori, Bologna 2005, p. 3 (ediz. originale: The Sun in the Church: Cathedrals as Solar Observatories, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 1999).
    5 RÉGINALD GRÉGOIRE, LÉO MOULIN e RAYMOND OURSEL, La civiltà dei monasteri, traduz. di Giuliana Aleli Pampili, Jaka Book, Milano 1985, p. 274 (ediz. originale: The Monastic Realm, Rizzoli, New York 1985).
    6 HAROLD J. BERMAN, The lnteraction of Law and Religion, Abingdon Press, Nashville (Tennessee) 1974, p. 59.


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    UNA LUCE NEL BUIO

    L'espressione "secoli bui" fu un tempo applicata all'intero millennio che separa la tarda antichità dal Rinascimento. Oggi i traguardi raggiunti dal tardo Medioevo sono ampiamente riconosciuti: come ha sottolineato David Knowles, gli studiosi di oggi stanno spingendo sempre più indietro la dubbia definizione di "secoli bui", escludendone via via il X, il IX e l'VIII.

    E tuttavia, non si può certo dubitare che il VI e il VII secolo siano stati segnati da una regressione culturale e intellettuale, in termini di istruzione, produzione letteraria e indicatori simili. Fu colpa della Chiesa? Alcuni decenni fa lo storico Will Durant, un agnostico, ha difeso la Chiesa contro questa accusa, spostando la responsabilità del declino dalla Chiesa stessa, che fece tutto quel che era in suo potere per arrestarlo, alle invasioni barbariche della tarda antichità. «La causa principale della regressione culturale», spiegò Durant, «non fu il Cristianesimo, ma furono i barbari; non fu la religione, ma la guerra. Le inondazioni umane rovinarono o impoverirono città, monasteri, biblioteche, scuole, e resero impossibile la vita dello studioso e dello scienziato. Forse la distruzione sarebbe stata peggiore se la Chiesa non avesse mantenuto qualche misura di ordine in una civiltà che andava sbriciolandosi» 1.

    Già nel II secolo un coacervo di tribù germaniche in movimento dall'Europa centrale, in quelle che si usa definire Volkenvanderungen, "migrazioni dei popoli", aveva cominciato a premere sul Reno e sulle frontiere del Danubio. Con il passare del tempo e mentre i generali romani erano occupati a fare e disfare imperatori piuttosto che nella difesa delle frontiere, i Germani cominciarono a riversarsi in territorio romano attraverso le maglie allentate della difesa romana. Tutte queste invasioni accelerarono il collasso di Roma e misero la Chiesa di fronte a una sfida senza precedenti.

    L'impatto degli attacchi dei barbari contro Roma variò da tribù a tribù. I Vandali furono i più diretti, si impossessarono facilmente del Nord Africa per mezzo di una violenta conquista, e a metà IV secolo saccheggiarono la stessa Roma. Altre popolazioni, invece, furono meno ostili e non di rado portarono rispetto a Roma e alla cultura classica. Così perfino Alarico, il goto che nel 410 avrebbe messo a sacco Roma, chiese, dopo aver preso Atene, che gli fosse permesso trascorrere la giornata visitando la celebre città, ammirando i suoi monumenti, andando a teatro e facendosi leggere il Timeo di Platone.2 I Goti furono ammessi nell'Impero nel 376, quando ormai erano in fuga davanti alla rovinosa avanzata degli Unni. Nel 378, in risposta al terribile trattamento patito per mano degli ufficiali locali, si ribellarono all'autorità romana. Un secolo dopo Roma sarebbe stata governata dai Goti.

    Con l'ordine politico gravemente compromesso, tutto intorno, e la frammentazione dell'Impero Romano d'Occidente in un'accozzaglia di regni barbarici come dato di fatto, i vescovi, i sacerdoti e tutti gli uomini di fede si impegnarono a ricostruire la base stessa della civiltà su queste assai improbabili fondamenta. In effetti Carlo Magno, l'uomo comunemente considerato il padre dell'Europa, non fu del tutto libero dai residui dell'influenza barbarica, ma fu a tal punto persuaso della bellezza e della superiorità della religione cattolica, che fece il possibile per stabilire sulla base del Cattolicesimo la nuova Europa post-imperiale.


    1 WIL DURANT, Cesare e Cristo, traduz. di Augusta Mattioli, A. Mondadori, Milano 1957, p. 79 (ediz. originale: Caesar and Christ, MJF Books, New York 1950).
    2 HENRI DANIEL-ROPS, Storia della Chiesa del Cristo, vol. 2, La Chiesa del tempo dei barbari, traduz. di Nello Beghin, Marietti, Torino e Roma, 4a ediz., 1967 [1957J (ediz. in lingua inglese: The Church in the Dark Ages, J-M. Dent & Sons, Londra 1959; ediz. originale: L'Eglise du Christ, vol. 2, L'Eglise des temps barbares, Librarie Arthème Fayard, Paris 1956).
    Ultima modifica di Cuordy; 13-06-09 alle 12:19

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    UNA LUCE NEL BUIO

    I barbari


    I barbari erano popoli rurali o nomadi, privi di letteratura in senso stretto (opere scritte) e aventi una scarsa organizzazione politica. Secondo una possibile etimologia del termine, tutto quel che i Romani riuscivano a mettere insieme delle varie lingue di questi popoli era "bar, bar, bar", da cui "barbaro".

    Uno dei grandi conseguimenti della Roma antica fu lo sviluppo di un sofisticato sistema giuridico che avrebbe influenzato l'Europa per molti secoli. Dal punto di vista dei barbari, la legge consisteva più in azioni quali fermare un combattimento e mantenere l'ordine, che nello stabilire la giustizia. Così una persona accusata di un crimine poteva essere sottoposta all'ordalia per acqua calda, per cui doveva infJlarsi in una pentola di acqua bollente e recuperare dal fondo una pietra. Gli si sarebbe poi fasciato il braccio e tre giorni dopo, rimosse le bende, la persona sarebbe stata proclamata innocente se la ferita avesse iniziato a rimarginarsi e fossero state visibili le prime crosticine; in caso contrario, la sua colpa sarebbe stata palese. Similmente, l'ordalia per acqua fredda consisteva nel legare le mani e i piedi dell'accusato e nel gettarlo in un fiume. Se rimaneva a galla, l'accusato veniva proclamato colpevole, giacché si sarebbe creduto che il principio divino presente nell'acqua lo stesse respingendo.

    I barbari erano popoli guerrieri, le cui usanze e i cui comportamenti colpivano i Romani apparendo loro selvaggi. Secondo Christopher Dawson, la Chiesa dovette assumersi il compito di introdurre la legge del Vangelo e l'etica del sermone sul monte tra popoli che consideravano l'omicidio e l'occupazione più onorevole e la vendetta sinonimo di giustizia.

    Quando i Visigoti misero a sacco Roma nel 410, san Girolamo espresse uno shock e una tristezza profondi:

    «È arrivata da Occidente una notizia terribile. Roma è sotto assedio, le vite dei cittadini sono state scambiate con l'oro. Dopo essere stati spogliati, sono di nuovo circondati, e stanno perdendo le loro vite dopo aver perso le loro ricchezze. Non riesco a continuare a dettare, i singhiozzi mi impediscono di parlare. È stata presa la città che prese tutto il mondo» 3.

    «Guardate con quanta tristezza la morte si è posata sul mondo intero», scrisse Orenzio a proposito dell'invasione dei Goti nei primi dieci anni del V secolo, «quante persone sono state colpite dalla violenza della guerra. Non le fitte e selvagge foreste né le alte montagne, non i fiumi che corrono giù rapida dopo rapida, non le fortezze sulle cime remote né le città protette dalle loro mura, non la barriera del mare né la triste solitudine del deserto, non le buche nel terreno né le grotte sotto i dirupi più impervi poterono sfuggire alle incursioni dei barbari» 4.

    I Franchi, che si erano stabiliti in Gallia (corrispondente all'odierna Francia), furono il più significativo di questi popoli barbari. Diversamente dalla maggior parte degli altri gruppi barbarici, i Franchi non erano stati convertiti all'Arianesimo (l'eresia che negava la natura divina di Cristo): fu per questo che la Chiesa posò gli occhi su di loro. È un fatto della storia missionaria che per la Chiesa fu immensamente più facile convertire chi praticava un paganesimo primitivo o l'animismo, di quanto non lo fosse convertire chi avesse abbracciato un altro credo, per esempio l'Arianesimo o l'Islam. Quando Clodoveo divenne re dei Franchi nel 481, gli uomini della Chiesa videro che era giunto il loro momento. San Remigio scrisse al nuovo re una lettera di felicitazioni in cui gli ricordava i benefici che avrebbe maturato se avesse collaborato e cooperato con l'episcopato. <<Mostra deferenza ai tuoi vescovi», scrisse audacemente san Remigio, «rivolgiti sempre a loro per essere consigliato, e, se sarai in armonia con loro, la tua terra prospererà».

    Gli storici hanno formulato l'ipotesi che il matrimonio di Clodoveo con la bella, pia e cattolica Clotilde fosse stato ispirato e combinato dai vescovi, con la mira di convertire il regal marito alla religione cristiana. Sebbene considerazioni politiche giocassero senz'altro un ruolo, sembra che Clodoveo sia stato mosso da parecchie cose che aveva udito raccontare della vita di Cristo. Si vuole che nell'udire la storia della crocifissione Clodoveo abbia esclamato: «Oh, se solo fossi stato lì con i miei Franchi!». Ci vollero parecchi anni, ma alla fine Clodoveo fu battezzato. (La data è incerta, ma l'anno tradizionalmente accettato è il 496, e nel 1996 i francesi hanno commemorato il millecinquecentesimo anniversario del battesimo di Clodoveo). Sarebbero passati altri quattrocento anni prima che tutti i popoli barbari dell'Europa occidentale fossero convertiti, ma il progetto partiva sotto i migliori auspici.

    Sant'Avito, un importante vescovo della Gallia, riconobbe il significato della conversione di Clodoveo quando disse al re dei Franchi:

    «Grazie a te questo angolo di mondo risplende e la luce di una nuova stella sfolgora in Occidente! Scegliendo per te, scegli per tutti. La tua fede è la nostra vittoria!».

    In virtù della forte identificazione dei popoli barbari con i loro re, generalmente bastava convertire il monarca perché il popolo facesse prima o poi altrettanto: un processo non sempre fluido né agevole.
    Nei secoli a venire, i sacerdoti cattolici franchi avrebbero detto la messa ma avrebbero continuato a offrire sacrifici ai vecchi dèi della natura.

    Per questa ragione, convertire i barbari non era sufficiente: la Chiesa doveva continuare a guidarli, sia per garantire che la conversione si fosse veramente radicata, sia per assicurare che la fede cominciasse a trasformare il governo e il modo di vivere dei barbari. Si è detto che i resoconti di questi due compiti - la conversione e la guida continua - sono ciò che soprattutto distingue la Storia dei Franchi di san Gregorio da Tours, del VI secolo, dalla Storia ecclesiastica degli Angli del Venerabile Beda, dell'VIII secolo. Il grande missionario san Bonifacio svolse sia l'uno sia l'altro di questi compiti: oltre a far proseliti in Germania, negli anni Quaranta dell'VIII secolo diede inizio alla riforma, da gran tempo auspicata, della Chiesa franca.

    La dinastia merovingia, alla quale apparteneva Clodoveo, aveva perso vigore nel VI e nel VII secolo. I re di questi secoli furono governanti incapaci, che combatterono, spesso ferocemente, l'uno contro l'altro; bruciare vivi membri della propria famiglia era una pratica non inconsueta. Nel corso delle varie lotte per il potere spesso i sovrani cedettero potere e terra agli aristocratici franchi in cambio del loro appoggio, con il risultato che si indebolirono progressivamente. L'indebolimento della corona merovingia si accentuò per opera dei re del VII secolo, che lo storico Norman Cantor descrive come una teoria di donne, bambini e malati di mente.

    Purtroppo la degenerazione dei Merovingi colpì anche la Chiesa, la quale aveva fatto il terribile errore di allearsi in modo tanto stretto con la famiglia reale e, quando iniziò il deterioramento, le fu impossibile sottrarsi ai suoi effetti. «In segno di riconoscenza per la posizione elevata che aveva raggiunto grazie ai Merovingi», spiega uno studioso del tempo, «[la Chiesa] si era messa totalmente nelle loro mani»5. Nel VII secolo la condizione dei sacerdoti franchi era ormai sempre più disperata, a tal punto la Chiesa era stata infettata dalla depravazione e dall'immoralità. Lo stato dell'episcopato non era migliore, dal momento che uomini della Chìesa si fronteggiavano per avere il controllo dei vescovadi, che per loro rappresentavano soltanto potere secolare e fonte di ricchezza. La Chiesa franca sarebbe stata alla fine riformata dall'esterno, per opera di missionari irlandesi e anglosassoni che avevano accolto la fede cattolica sul Continente. Insomma, quando la terra dei Franchì ebbe bisogno di una infusione di fede, ordine e civiltà, fu dai missionari cattolici che la ricevette.

    Eppure, fu ai Franchi che nell'VIII secolo il papato si volse quando ebbe bisogno di protezione e di un alleato con cui restaurare la civiltà cristiana. Il papato aveva goduto di un rapporto privilegiato con gli ultimi imperatori romani, che era continuato dopo il collasso dell'Impero d'Occidente, quando l'ultima autorità "romana" superstite era l'imperatore di Costantinopoli (che non aveva mai ceduto all'impeto delle incursioni barbariche). Ma il rapporto diventò teso. Per prima cosa, nel VII secolo l'Impero d'Oriente stava combattendo per la propria sopravvivenza contro gli Arabi e i Persiani, e difficilmente poteva rappresentare l'affidabile fonte di protezione e difesa che il Papa desiderava. Ma, peggio ancora, gli imperatori cominciarono a intervenire nella vita della Chiesa in ambiti che esulavano dalla competenza dello Stato - un comportamento che divenne pratica abituale dell'Impero d'Oriente.

    Ad alcuni uomini della Chiesa sembrò che fosse giunto il momento di iniziare a guardare altrove, di deporre la tradizionale politica consistente nell'appoggiarsi all'imperatore, e di trovare un'altra forza politica con la quale dar 'dta a una proficua alleanza.

    3 J-N. HILLGA.RTH, a cura di, Christianity and Paganism, 350-750: The Comversion of Western Europe, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1986, p. 69.
    4 Ibid. p. 70.
    5 GUSTAV SCHNURER, Church and Culture in the Middle Ages, traduz. di Gearge J.
    Undreiner, Saint Anthony Guild Press, Paterson, NJ 1956, ,vol. 1, p. 285.
    Ultima modifica di Cuordy; 13-06-09 alle 12:25

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    UNA LUCE NEL BUIO

    La rinascita carolingia

    La Chiesa prese l'importante decisione di spostare il proprio desiderio di protezione e cooperazione dagli imperatori di Costantinopoli agli ancora semibarbari Franchi, i quali si erano convertiti al Cattolicesimo senza passare attraverso una fase ariana. Nell'VIII secolo la Chiesa benedì il formale passaggio di potere dalla dinastia merovingia a quella carolingia: la famiglia di Carlo Martello (colui che inferse la celebre sconfitta ai musulmani, a Tours nel 732), nonché di Carlo Magno, che sarebbe passato alla storia come il padre dell'Europa.

    I Carolingi avevano tratto vantaggio dal declino dei Merovingi. Detenevano il ruolo di "maggiordomi di palazzo", che sarebbe poi diventato ereditario, un titolo simile a quello di primo ministro. Di gran lunga più capaci e sofisticati degli stessi re, i sindaci di palazzo carolingi esercitarono sempre più, nel regno dei Franchi, funzioni governative ordinarie. Verso la metà dell'VIII secolo i Carolingi, sempre più in possesso del potere regale, cercarono di acquistare il titolo regale. Pipino il Breve, maggiordomo di palazzo nel 751, scrisse a Papa Zaccaria I per chiedere se fosse bene che un uomo privo di potere fosse chiamato re mentre un uomo che aveva il potere fosse privo di quel titolo. Il Papa, comprendendo appieno ciò a cui Pipino mirava, rispose che la situazione descritta non era bene, e che i nomi delle cose dovrebbero corrispondere alla realtà. In tal modo, sulla base della sua indiscussa autorità spirituale, il Papa dava la sua benedizione a un cambiamento di dinastia nel regno dei Franchi. L'ultimo re merovingio si ritirò quietamente in un monastero.

    La Chiesa facilitò così il pacifico passaggio di potere dai decrepiti Merovingi ai Carolingi, con i quali gli uomini della Chiesa avrebbero lavorato così da vicino, negli anni successivi, da riuscire a ripristinare i valori della vita civilizzata. Sotto l'influenza della Chiesa questo popolo barbaro sarebbe stato trasformato in costruttore di civiltà.
    Carlo Magno (768-814), forse il più grande franco in assoluto, fu l'incarnazione di quell'ideale. (Con le aggiunte fatte dallo stesso Carlo Magno, il regno franco si estendeva dalla cosiddetta Marca Spagnola alle odierne Francia, Italia settentrionale, Svizzera e a gran parte dell'odierna Germania). Sebbene non in grado di scrivere - per quanto un'antica leggenda, sicuramente apocrifa, lo raffigura nell'ultimo anno di vita nell'atto di emendare traduzioni della Bibbia - Carlo Magno incoraggiò fortemente l'istruzione e le arti, invitando i vescovi a organizzare scuole intorno alle loro cattedrali. Come spiega lo storico Joseph Lynch, «l'attività di scrittura, di copiatura di testi, il lavoro artistico e architettonico, e il modo stesso di pensare degli uomini educati nelle scuole delle cattedrali e dei monasteri, stimolarono un cambiamento nella qualità e nella quantità della vita intellettuale» 6.

    L'esito di questo incoraggiamento all'istruzione e alle arti è noto come "rinascita carolingia". La rinascita carolingia si sviluppò tra il regno di Carlo Magno e quello di suo figlio Ludovico il Pio (814-840). Forse la figura intellettuale centrale di questa rinascita fu Alcuino, un anglosassone che aveva studiato a York, allievo del Venerabile Beda, il grande santo e storico della Chiesa, una delle grandi menti del suo tempo. Alcuino fu direttore della scuola della Cattedrale di York, diacono, e infine abate del monastero di San Martino a Tours. Carlo Magno in persona si avvalse del suo vasto sapere in occasione del loro incontro durante il viaggio di Alcuino in Italia, nel 781. Oltre a possedere una vasta cultura in una varietà di ambiti, avendo assorbito le proficue tecniche dei suoi predecessori irlandesi e anglosassoni, Alcuino fu anche un eccellente insegnante di latino. L'insegnamento ai popoli germanici di un latino grammaticalmente corretto - un'abilità difficile da acquisire, durante gli instabili secoli VI e VII - fu un elemento essenziale della rinascita carolingia: la conoscenza del latino rese possibile sia lo studio dei Padri della Chiesa latini sia il mondo classico dell'antica Roma. Non è un caso che le più antiche copie superstiti della quasi totalità della letteratura romana risalgano al IX secolo, il secolo in cui gli studiosi carolingi li salvarono dall'oblio.

    Per formare l'istruzione carolingia gli studiosi guardarono agli antichi modelli romani, in cui trovarono le sette arti liberali: il quadrivium, composto da astronomia, musica, aritmetica e geometria, e il trivium, composto da logica, grammatica e retorica. Data l'urgenza particolare dell'istruzione letteraria, nei primi anni del revival dell'istruzione scolastica il quadrivium fu spesso trattato in modo superficiale; ciò nonostante, fu il quadrivium la base su cui fu costruito il successivo progresso intellettuale.

    Un altro traguardo raggiunto dalla rinascita carolingia fu un'importante innovazione nella scrittura, nota come "minuscola carolina". Fino a quel momento, l'isolamento geografico aveva contribuito alla crescita, in tutta l'Europa occidentale, di una tale varietà di caratteri che era diventato arduo decifrare la scrittura di colleghi di luoghi diversi 8. I vari caratteri in uso prima dell'avvento della minuscola carolina erano difficili a leggersi e laboriosi a scriversi; inoltre non esistevano caratteri minuscoli, né spazi tra le parole.

    Fredegisio, il successore di Alcuino come abate di San Martino, giocò un ruolo risolutivo nello sviluppo e nell'introduzione della minuscola carolina. Adesso l'Europa possedeva un alfabeto che poteva essere letto e scritto con un certo agio. L'introduzione dei caratteri minuscoli, degli spazi tra le parole e di altre misure miranti a incrementare la leggibilità, sveltirono sia l'attività di lettura sia quella di scrittura. Di recente due studiosi hanno sottolineato la sua «grazia e razionalità senza pari, che deve aver avuto un impatto enorme sulla sopravvivenza della letteratura classica, volgendola in una forma che tutti potessero leggere con facilità e piacere al tempo stesso»9. «Non sarebbe esagerato», scrive Philippe Wolff, «legare questo sviluppo a quello della stampa e definire l'uno e l'altro i due passi decisivi nella crescita di una civiltà basata sulla parola scritta» 10. La minuscola carolina, sviluppata dai monaci della Chiesa Cattolica, fu cruciale per la costruzione dell'alfabetismo nella civiltà occidentale.

    Gli storici della musica parlano spesso dell'''ansia emulativa" sofferta dai compositori che ebbero la sventura di venire dopo i geni e i prodigi. Un fenomeno simile è evidente nell'esplosione di attività, seppur di breve durata, della rinascita carolingia. Così Einhard, il biografo di Carlo Magno, modella chiaramente la propria opera sulle Vite dei Cesan di Svetonio, fino a prendere interi paragrafi dall'opera del modello latino; perché come poteva lui, un povero barbaro, sperare di superare l'eleganza e la perizia di una civiltà così ricca e completa?

    E tuttavia, malgrado i loro ovvi limiti, i cattolici del tempo di Carlo Magno attendevano con trepidazione la nascita di una civiltà addirittura superiore a quella greca e romana, perché, come sottolineò il grande erudito Alcuino, le genti dell'VIII e del IX secolo possedevano qualcosa che gli antichi non avevano posseduto: la fede cattolica. Si modellavano, sì, sull'esempio della Atene antica, ma rimanevano convinti che la loro sarebbe stata una Atene superiore, in quanto essi possedevano la perla di gran valore, che i loro predecessori greci, a onta delle loro grandi conquiste, non potevano vantare. Alcuino era così infervorato a tale pensiero, da poter scrivere in termini stravaganti a Carlo Magno riguardo al vertici di civiltà che egli credeva potessero essere raggiunti:

    Se molti saranno contagiati dai tuoi scopi, una nuova Atene sarà creata in Francia, anzi, una Atene più bella della vecchia, perché la nostra, nobilitata dagli insegnamenti di Cristo, supererà tutta la saggezza dell'Accademia. La vecchia Atene aveva solo le discipline di Platone, come insegnamento,e, ciò nonostante, ispirata dalle sette arti liberali,riuscì a risplendere:ma la nostra sarà arricchita dai sette doni dello Spirito Santo e supererà in splendore la dignità della sapienza umana 11.

    Benché soffrisse colpi terribili per Via delle invasioni di Vichinghi, Magiari e Saraceni nel corso del IX e del X secolo, la rinascita carolingia non si spense mai nello spirito. Perfino nei giorni più bui di quelle invasioni, lo spirito del sapere rimase sempre vivo nei monasteri, tanto da rendere possibile la sua piena rinascita in tempi meno agitati. Di pari importanza per lo sviluppo intellettuale della civiltà occidentale fu il contributo del grande Alcuino. Insistendo «sulla necessità di procurare buone copie dei testi migliori per avere alla mano manuali ossia testi-base», e stabilendo egli stesso «vari eccellenti scriptoria in diverse località», Alcuino, scrive David Knowles, diede «un nuovo impulso» e migliorò «la tecnica dell'arte amanuense (... ). E la ricopiatura dei codici», prosegue Knowles, «continuò ininterrotta in moltissimi monasteri e, anzi, l'attività degli scriptoria fu eseguita con maggiore metodicità e riguardò una ben più ampia gamma di opere. Da notare che entrò in uso allora la cosiddetta minuscola carolina, un tipo di scrittura che molto deve a quella tipica dei centri monastici dell'Irlanda e della Northumbria, e che si rivelò uno strumento tecnico quanto mai efficace nella diffusione dei testi. Con Alcuino ebbe inizio la grande stagione della trascrizione dei manoscritti latini (e si trattò sia delle opere dei Padri sia di classici latini); e il graduale formarsi di un tesoro di libri scritti in grafia chiara (e quindi corretta) fu operazione di valore inestimabile, come ben si vide quando due secoli dopo si ebbe una rinascita ben più incisiva e generale degli studi classici» 12.

    Dopo la morte di Carlo Magno l'iniziativa della diffusione del sapere sarebbe passata sempre più nelle mani della Chiesa. Alcuni concili locali invocarono l'apertura di scuole, come accadde nel sinodo di Baviera nel 798 e nei concili di Chalon dell'813 e di Aix dell'81613.L'amico di Alcuino, Teodulfo, vescovo di Orléans e abate di Fleury, invocò a propria volta la necessità di espandere l'istruzione:

    «Nei villaggi e nelle città i sacerdoti dovranno aprire scuole. Se un fedele affida loro i propri figli perché imparino a leggere e scrivere, non si rifiutino di istruire questi fanciulli in spirito di completa carità (... ) Quando i sacerdoti si assumono questo compito, non chiedano mercede alcuna e se viene loro dato qualcosa, si tratti soltanto di piccoli doni offerti dai genitori» 14.

    Nella sua veste di educatrice dell'Europa, la Chiesa fu l'unica luce che sopravvisse alle ripetute invasioni barbariche. Le invasioni del IV e del V secolo avevano provocato un grave declino in quegli aspetti della vita che noi associamo all'idea stessa di civiltà: lo sviluppo culturale, la vita urbana e la vita della mente. L'Europa occidentale sarebbe stata vittima di ulteriori, devastanti ondate di attacchi da parte di Vichinghi, Magiari e Saraceni. (per farsi un'idea di che cosa fossero queste invasioni, basti notare che il guerriero vichingo più famoso si chiamava Thorfinn Spaccascalpo). L'impegno tenace e la determinazione di vescovi, monaci, sacerdoti, studiosi e amministratori civici salvò l'Europa da un secondo collasso 15. I semi del sapere piantati da Alcuino germogliarono nella Chiesa, che di nuovo agì sulla civiltà come una forza restauratrice. Come scrive Andrew Fleming West, «vi era una sola tradizione disponibile, la quale sgorgò dalle scuole del tempo per influsso di Alcuino»16.
    Secondo lo storico Christopher Dawson, dell'Impero Carolingio i monaci diedero inizio alla riscoperta del sapere:

    E dopo la caduta dell'Impero, i grandi monasteri, specialmente quelli della Germania meridionale, S. Gallo, Reichenau e Tegernsee, furono le uniche isole di vita intellettuale, rimaste in mezzo alla marea di barbarie che minacciava di sommergere nuovamente la Cristianità occidentale. E benché il monachesimo sembri, a prima vista, poco adatto a resistere alla spietata mania di distruzione di un' epoca di violenza e di guerra, tuttavia esso dimostrò di possedere una straordinaria forza di ricupero 17.

    Tale potere di recupero da parte dei monasteri significò che essi poterono lavorare velocemente e intensamente per compensare gli effetti della devastazione e del collasso politico.

    Su cento monasteri, novantanove poterono essere bruciati e i monaci uccisi o scacciati, e pur tuttavia l'intera tradizjone poteva ancora essere ricostruita dall'unico sopravvissuto, e i luoghi devastati potevano essere ripopolati da nuovi contingenti di monaci, i quali avrebbero di nuovo riallacciato le interrotte tradizioni, seguendo la stessa regola, celebrando la stessa liturgia, leggendo gli stessi libri e avendo gli stessi pensieri dei loro predecessori.
    In questo modo, monachismo e cultura monastica ritornarono in Inghilterra e in Normandia ai tempi di Fleury (Saint-Benoit-sur-Loire) e di Gand, più di un secolo dopo la distruzione completa dei monasteri, con il risultato che cent'anni più tardi i monasteri normanni e inglesi si trovarono di nuovo tra le istituzioni che erano alla testa della cultura occidentale 18.

    La preservazione, tanto del patrimonio classico dell'Occidente quanto dei traguardi cui era giunta la rinascita carolingia, non fu cosa semplice. Orde di invasori saccheggiarono numerosi monasteri e diedero fuoco a biblioteche i cui volumi erano di gran lunga più preziosi, per la comunità intellettuale del tempo, di quanto i lettori moderni, abituati a non costosi e abbondanti rifornimenti di libri, possano facilmente immaginare. Come nota giustamente Dawson, furono i monaci che fecero si che la luce del sapere non venisse spenta.

    Una delle luci più splendenti della prima fase del recupero fu Gerberto d'Aurillac, il futuro Papa Silvestro II (999-1003). Gerberto fu senza dubbio l'uomo più erudito dell'Europa del suo tempo, celebre per la vastità del suo sapere, che comprendeva l'astronomia, la letteratura latina, la matematica, la musica, la filosofia e la teologia. La sua sete di codici antichi chiama alla mente l'entusiasmo del Quattrocento, quando la Chiesa offriva ricompense agli umanisti che scoprivano testi antichi.

    I dettagli della vita di Gerberto non sono sempre chiari, anche se elementi importanti affiorano in alcune delle sue lettere nonché nella sua biografia, peraltro a volte inaffidabile, opera di Richer, un monaco
    dell'ordine di Saint Remy, che fu uno dei suoi migliori allievi. Ciò che è certo è che a partire dagli anni Settanta del X secolo Gerberto guidò la scuola episcopale di Reims - presso la quale era stato un tempo studente di logica - dove poté dedicarsi interamente all'insegnamento e allo studio. « La Fede fa vivere il giusto - diceva - ma è bene che egli vi aggiunga la scienza » 19. Gerberto ebbe a cuore la coltivazione della facoltà razionale dell'uomo, che Dio non gli aveva dato invano. « Il Divino ha fatto agli uomini un grande dono, dando loro la fede ma non negando loro la conoscenza», scrisse; «coloro che non la posseggono sono chiamati stolti » 20.

    Nel 997 l'imperatore tedesco Ottone III scrisse al celebre Gerberto per implorarne l'assistenza. Anelando intensamente al sapere, si rivolse al futuro papa:

    «Sono ignorante», confessò, «e la mia istruzione è stata grandemente trascurata. Vieni ad aiutarmi. Correggi quel che è stato fatto male e consigliami sul giusto governo dell'Impero. Spogliami della mia selvatichezza sassone e risveglia le cose che ho ereditato dai miei antenati greci. Spiegami il libro dell'aritmetica che mi hai fatto avere».

    Gerberto fu felice di accogliere la richiesta dell'imperatore:

    «Greco di nascita e Romano di impero», lo rassicurò, «puoi vantare per diritto per così dire ereditario i tesori della saggezza greca e romana. Non vi è certamente qualcosa di divino in ciò?» 21.

    L'impegno di Gerberto nei confronti del sapere e la sua influenza sugli insegnanti e i pensatori a venire furono emblematici della ripresa dell'Europa dopo più di un secolo di invasioni; una ripresa che sarebbe stata impossibile senza la luce-guida della Chiesa. Ma fu nello sviluppo del sistema universitario che l'opera e il programma della Chiesa diedero il loro frutto migliore. Questo aspetto merita di essere trattato a parte, ma prima è necessario prendere in esame i semi del sapere piantati dai monaci nelle loro dimore.


    6 J.H. LYNCH, The Medieval Church:A Brief History)', Longman, Londra 1992, p. 89
    7 Ibid., p. 59. KENNETH CLARK, Civivisation: A Personal View, HarperPerennial, New York 1969, p. 18.
    8 J.H. LYNCH, op. cit., p. 95.
    9 L.D. REYNOLDS e N.G. WILSON, Scribes and Scholars: A Guide to the Transmission of Greek and Latin Literature, terza ediz., Clarendon Press, Oxford 1991, p. 95.
    10 PHILIPPE WOLFF, Tbe Awakening of Europe, Penguin Books, New York 1968, p. 57.
    11 Ibid., p. 77.
    12 DAVID KNOWLES,L'evoluzione del pensiero medievale, Il Mulino, Bologna 1984, pp. 99 e 100 (edizione originale: The Evolution of Medieval Thought, 2a ediz., Longman, Londra 1988, p. 69).
    13 P. WOLFF, op. cit., pp. 48-49.
    14 D. KNOWLES, op. cit., p. 94 (ediz. orig., p. 66)
    15 P. WOLFF, op. cit., pp. e seguenti.
    16 ANDREW FLEMING WEST, Alcuin and the Rise of Christian Schoofs, Charles Scribner's Sons, New York 1892, p. 179.
    17 CHRISTOPHER DAWSON, Religione e forma della civiltà occidentale, traduz. di Paolo Stàcul, Edizioni Paoline, Alba 1959, pp. 77-78 (edizione originale: Religion and the Rise of Westem Culture, Image Books, New York 1991 [1950), p. 66).
    18 Ibid., p. 78.
    19 H. DANIEL-ROPS, op. cit., p. 539.
    20 P. WOLFF, op. cit., p. 183.
    21 Ibid., pp. 177-78.
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    Predefinito Riferimento: Radici Cristiane

    COME I MONACI SALVARONO LA CIVILTÀ

    I monaci ebbero un ruolo determinante nello sviluppo della civiltà occidentale; eppure, a considerare la pratica più antica del monachesimo, difficilmente si sarebbe potuta immaginare l'enorme influenza che esso avrebbe esercitato sul mondo esterno. Tale influenza risulta meno sorprendente se si richiamano a mente le parole di Cristo: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste altre cose vi saranno date in sovrappiù» [Matteo 6, 33; NdT]. La storia dei monaci è racchiusa in queste semplici parole.

    Forme germinali di vita monastica sono ormai evidenti nel III secolo, in cui troviamo donne cattoliche votate in qualità di vergini a vite di preghiera e sacrificio e dedite alla cura dei poveri e degli ammalati.1 È da queste prime tradizioni che vengono le suore.

    Un'altra forma di monachesimo cristiano è rappresentata da san Paolo di Tebe e dal più famoso sant'Antonio d'Egitto (noto anche come sant'Antonio del Deserto), che visse tra la metà del III secolo e la metà del IV circa. La sorella di sant'Antonio visse in una casa di vergini consacrate, Antonio si fece eremita e per la propria perfezione spirituale si ritirò nei deserti d'Egitto, dove lo seguirono, abbracciando il suo esempio, migliaia di devoti.

    Ciò che caratterizzava l'eremita era il ritiro in remota solitudine; in questo modo egli poteva rinunciare alle cose mondane e concentrarsi intensamente sulla propria vita spirituale. L'eremita tipico viveva da
    solo o in gruppi di due o tre, trovando riparo in grotte o semplici capanne e sostentandosi con ciò che poteva produrre nei suoi campicelli o grazie ad attività come la manifattura di cestini. La mancanza di un superiore che vigilasse sul regime spirituale dei monaci portò alcuni ad abbracciare insolite pratiche spirituali e penitenziali. Secondo il grande storico della Chiesa Cattolica monsignor Philip Hughes, «vi erano eremiti che quasi non mangiavano o dormivano, altri che se ne restavano in piedi senza fare il benché minimo movimento per settimane intere, o che si erano sigillati in una tomba e rimanevano lì per anni, ricevendo solo dosi minime di nutrimento attraverso le crepe della muratura» 2.

    Il monachesimo cenobitico (consistente nel vivere insieme nell monastero), che fu il monachesimo più familiare, in parte si sviluppò per reazione alla vita degli eremiti e per adesione al principio secondo cui gli uomini devono vivere in comunità. Fu questa la posizione di san Basilio il Grande, che giocò un ruolo importante nello sviluppo del monachesimo d'Oriente. Tuttavia gli eremiti non si estinsero: mille anni dopo san Paolo di Tebe un eremita fu eletto papa con il nome di Celestino V.
    Il monachesimo d'Oriente influenzò l'Occidente in numerosi modi: attraverso i viaggi di sant'Atanasio, per esempio, e gli scritti di san Giovanni Cassiano, un occidentale che aveva una vasta conoscenza della pratica orientale. Ma il monachesimo occidentale è debitore soprattutto a san Benedetto da Norcia, un monaco occidentale. San Benedetto fondò dodici piccole comunità di monaci a Subiaco, a circa sessanta chilometri da Roma, prima di dirigersi un'ottantina di chilometri più a sud e fondare Montecassllo, il grande monastero per cui è ricordato. Fu a Montecassino, intorno al 529, che Benedetto compose la famosa "Regola" che da lui prende il nome, la grandezza della quale è rispecchiata nella sua adozione pressoché universale, nei secoli successivi, in tutta l'Europa occidentale.

    La moderazione della Regola di san Benedetto e la struttura e l'ordine che essa forni facilitarono la sua diffusione in tutta l'Europa. A differenza dei monasteri irlandesi, noti per i loro estremi di abnegazione (e che ciò nonostante attiravano grandi quantità di uomini), i monasteri benedettini davano per scontato che il monaco dovesse godere di una quantità adeguata di cibo e di sonno, per quanto durante le stagioni penitenziali il suo regime potesse diventare più sobrio. Tipicamente, il monaco benedettino viveva a un livello materiale comparabile a quello di un contadino italiano.

    Ciascuna casa benedettina era indipendente dalle altre e un abate sorvegliava le sue attività e il suo buon ordine. Prima che sorgessero le case benedettine, i monaci erano stati liberi di vagare da un luogo all'altro. San Benedetto ideò uno stile monastico in cui ciascuno rimaneva attaccato, per così dire, al proprio monastero 3.

    San Benedetto non dava alcun peso allo status del futuro monaco, non curandosi se la sua vita fosse stata di grandi ricchezze o di misera servitù, perché tutti, per lui, erano uguali in Cristo. L'abate benedettino «si guardi dal fare preferenze nelle comunità (...) non anteponga un monaco proveniente da un ceto elevato a uno di umili origini, a meno che non ci sia un motivo ragionevole, per stabilire una tale precedenza (...) perché sia il servo sia il libero, tutti siamo una cosa sola in Cristo (...). Infatti, dinanzi a Dio, "non ci sono parzialità"» [Santa Regola, II, 16-20; NdT].

    Benché lo scopo di un monaco nel ritirarsi in un monastero fosse quello di coltivare una vita spirituale più disciplinata e, per meglio dire, di lavorare per la propria salvezza in un ambiente e sotto un regime che favorisse questo scopo, il suo ruolo nella civiltà occidentale si sarebbe dimostrato fondamentale. Sebbene i monaci non intendessero compiere azioni memorabili per la civiltà occidentale, tuttavia con il passare del tempo essi seppero apprezzare la missione a cui i tempi sembravano chiamarli.

    In un'epoca di grande tumulto, la tradizione benedettina durò e le sue case rimasero oasi di ordine e pace. Si è detto come la storia stessa di Montecassino, la casa madre dei benedettini, riflettesse tale vocazione alla permanenza. Saccheggiata dai barbari Longobardi nel 589, distrutta dai Saraceni nell'884, rasa al suolo da un terremoto nel 1349, depredata dalle truppe francesi nel 1799 e devastata dalle bombe durante la seconda guerra mondiale nel 1944, Montecassino ha sempre rifiutato di scomparire, grazie al ritorno, dopo ogni catastrofe, dei monaci che l'avrebbero ricostruita 4.

    I soli dati statistici non possono rendere che una pallida giustizia dei grandi risultati conseguiti dai benedettini, ma giova ricordare che all'inizio del Trecento l'ordine aveva procurato alla Chiesa ventiquattro papi, duecento cardinali, settemila arcivescovi, quindicimila vescovi e millecinquecento santi canonizzati. All'apice del suo splendore, l'ordine benedettino poteva vantare trentasettemila monasteri. Ma i dati in nostro possesso non si riferiscono solo all'influenza dei benedettini all'interno della Chiesa: a tal punto era celebrato l'ideale monastico, in tutti i gradi della società, che sul finire del Trecento l'ordine aveva già accolto circa venti imperatori, dieci imperatrici, quarantasette re e cinque regine 5. In altre parole, un gran numero dei più potenti uomini d'Europa aveva deciso di abbracciare l'umile vita e il regime spirituale dell'ordine benedettino. Perfino i vari gruppi barbari furono attratti dalla vita monastica, e figure quali il franco Carlomanna e illongobardo Rochis aderirono alla Regola benedettina" 6.


    1. PHILIP HUGHES, A History of the Church, ediz. rivista e corretta, Sheed and Ward, Londra 1948, val. 1, pp. 138-39.
    2. Ibid., p. 140.
    3. Un certo grado di centralizzazione fu introdotto nella tradizione benedettina all'inizio del X secolo con la fondazione del monastero di Cluny. L'abate di Cluny esercitava un potere di controllo su tutti i monasteri affiliati a quella venerabile casa e nominava priori che in ciascun monastero sovrintendessero all'attività quotidiana.
    4. WILL DURANT, The Age of Faith, MJF Books, New York 1950, p. 519.
    5. G. CYPRIAN ALSTON, voce "The Benedecune Order", Catholie Enciclopedia, 2a ediz., 1913
    6. ALEXANDER CLARENCE FLICK,The Rise of the Medieval Church, Burt Franklin, New York 1909, p. 216.
    Ultima modifica di Cuordy; 13-06-09 alle 12:34

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    Predefinito Riferimento: Pillole di storia sulle radici cristiane

    COME I MONACI SALVARONO LA CIVILTA'

    Le arti pratiche

    Le persone più istruite pensano che il maggior contributo dato dai benedettini alla civiltà occidentale sia l'attività di studio e culturale in senso lato. In verità, i benedettini coltivarono in modo notevole un altro aspetto della civiltà occidentale, ossia ciò che potremmo definire "le arti pratiche". L'agricoltura è un esempio particolarmente significativo.
    Nel primo Novecento Henry Goodell, presidente di quel che sarebbe poi diventato il Massachusetts Agricultural College, celebrò «l'opera che questi grandiosi monaci svolsero lungo un arco di millecinquecento anni. I benedettini salvarono l'agricoltura quando nessun altro avrebbe potuto salvarla; la esercitarono nell'ambito di un nuovo stile di vita e di nuove condizioni di vita, in un tempo in cui nessun altro osava cimentarsi con l'agricoltura» 7. Le fonti documentarie su questo punto sono considerevoli: «Dobbiamo ai monaci la ricostruzione agraria di gran parte dell'Europa», sostiene uno studioso. «Ovunque andassero», sottolinea un altro studioso, i benedettini «trasformarono terra desolata in terra coltivata. Intraprendevano la coltivazione del bestiame e della terra, lavoravano con le proprie mani, prosciugavano paludi e abbattevano foreste. Furono i benedettini a trasformare la Germania in una terra fruttifera». Un altro storico ricorda che «ogni monastero benedettino era una sorta di college agrario per l'intera regione in cui era situato» 8. Persino lo statista e storico francese del Novecento François Guizot, che non nutriva particolari simpatie per la Chiesa Cattolica, osservò: «l monaci benedettini furono gli agricoltori d'Europa. La pulirono su larga scala, associando agricoltura e predicazione» 9.

    Nella vita monastica svolse un ruolo importante il lavoro manuale, al quale la Regola benedettina si richiamava espressamente. Sebbene la Regola fosse nota per la sua moderazione e la sua avversione per le punizioni eccessivamente severe, cogliamo spesso i monaci nell'atto di farsi carico di un lavoro difficile e poco attraente, dal momento che per loro tali opere erano canali di grazia e opportunità di mortificazione della carne. Ciò fu certamente vero riguardo all'opera da loro svolta nel disboscamento e nella bonifica delle terre. L'opinione prevalente sugli acquitrini era che fossero fonti di pestilenza di nessun valore. Ma i monaci prosperarono in tali luoghi e abbracciarono le sfide che essi presentavano. In breve tempo riuscirono a costruire argini e a prosciugare la zona paludosa e a trasformare in fertile terra agricola ciò che era stato fonte di malattia e sporcizia 10.

    Anche Montalembert, il grande storico del monachesimo del Novecento, s'inchinò alla grande opera agraria dei benedettini. «È impossibile dimenticare», scrisse, «l'uso a cui volsero (avendo in mano un quinto dell'intero territorio inglese) tanti distretti incolti e disabitati, coperti di foreste o circondati da paludi». Era questo in verità lo stato di buona parte della terra che i monaci occuparono, in parte perché scelsero i luoghi più isolati e inaccessibili, al fine di rafforzare la solitudine comunitaria della propria vita, in parte perché questa era la terra che donatori laici potevano più facilmente lasciar loro 11. Sebbene i monaci abbattessero foreste che impedivano lo stanziamento umano e il loro stesso impiego, furono altrettanto avveduti da piantare alberi e conservare foreste ogni volta che ciò fu loro possibile 12.

    Un esempio particolarmente vivido della salubre influenza esercitata dai monaci sui luoghi che li circondavano viene dalle zone paludose di Southampton, in Inghilterra. Secondo un esperto in materia, prima della fondazione dell'abbazia di Thorney, l'intera area sarebbe apparsa così (la descrizione si riferisce al VII secolo):

    Non era altro che una vasta palude. Nel VII secolo le paludi erano probabilmente come le foreste alla foce del Mississippi o le coste acquitrinose delle due Caroline: un labirinto di correnti nere e prive di direzione; grandi lagune, terre infossate che venivano sommerse ogni primavera, vasti letti di canne, falaschi e felci, vaste macchie di salici, ontani e pioppi che mettevano radici nella torba galleggiante, che lentamente stava ingoiando, forza vorace e al tempo stesso preservatrice, le foreste di abeti e querce, frassini e pioppi, noccioli e tassi, che un tempo erano cresciuti in quel terreno basso e rigoglioso. Alberi abbattuti dalle inondazioni e dalle tempeste galleggiavano e si ammassavano, facendo refluire le acque contro la terra. Nelle foreste, correnti desolate alteravano i canali, mescolando il limo e la sabbia al nero terreno di torba. Abbandonata a se stessa, la natura degenerava rapidamente in disordine selvaggio e caos, fino a quando l'intero acquitrino diventò una sola, desolante palude 13.

    Cinque secoli più tardi, ecco come Guglielmo di Malmesbury (c. 1096-1143) descrisse la stessa area:

    È l'immagine del Paradiso, dove la gentilezza e la purezza del cielo già appaiono riflesse. In mezzo agli acquitrini si levano boschetti che paiono toccare le stelle con le loro alte e snelle cime; l'occhio, incantato, vaga su un mare verdeggiante di erbe, il piede che calca le ampie pianure non incontra ostacolo sul suo cammino. Ovunque l'occhio si spinga, non scorge un centimetro [nel testo,po!!ice, ovvero 2,54 centimetri; NdT] di terra incolta. Qui il suolo è nascosto dagli alberi da frutta, li le viti si allungano sul terreno o si avvolgono ai tralicci. La natura e l'arte fanno a gara, l'una nel fornire tutto quel che l'altra dimentica di produrre. O profonda e amena solitudine! Tu sei stata concessa ai monaci da Dio, così che la loro vita mortale li possa giorno dopo giorno portare più vicini al Cielo 14.

    Ovunque andassero, i monaci portavano raccolti, industrie o metodi di produzione che nessuno aveva mai visto prima. Introducevano qui l'allevamento del bestiame e dei cavalli, lì la fabbricazione della birra, o l'apicoltura, o la frutticoltura. Dovettero ai monaci la propria esistenza il commercio del grano in Svezia, la fabbricazione del formaggio a Parma, i vivai di salmone in Irlanda e, in moltissimi luoghi, le vigne più amene. I monaci facevano scorta di acque provenienti dalle sorgenti, al fine di distribuirle durante le siccità. I monaci dei monasteri di Saint Laurent e di Saint Martin, visto che le acque delle sorgenti si disperdevano inutilmente nelle pianure di Saint Gervais e Belleville, decisero di deviarle su Parigi. In Lombardia i contadini appresero dai monaci l'arte dell'irrigazione, che contribuì in modo determinante a render celebre quella regione in tutta Europa per la sua fertilità e le sue ricchezze. Inoltre, i monaci furono i primi a lavorare per il miglioramento delle razze di bestiame, sottraendo quest'opera al caso 15.

    In molte occasioni il buon esempio dei monaci servì da ispirazione e modello, grazie soprattutto al grande rispetto e alla grande reverenza da loro portati al lavoro manuale in generale e all'agricoltura in particolare. «L'agricoltura era caduta in una fase di declino», secondo uno studioso; «le paludi avevano preso il posto di campi un tempo fertili, e gli uomini che avrebbero dovuto lavorare la terra disprezzavano l'aratro considerandolo degradante». Ma quando i monaci emersero dalle loro celle per andare a scavare canali di scolo e arare i campi, «la loro fatica ebbe un effetto magico, e si tornò alla nobile, a lungo disprezzata, industriosità» 16. Papa san Gregorio Magno (590-604) ci racconta una storia rivelatrice a proposito dell'abate Equizio, un missionario del VI secolo famoso per la sua eloquenza: un messo del Papa giunse al suo monastero in cerca di Equizio, andò di filato allo scriptorium, aspettandosi di trovarlo tra i copisti, ma non lo trovò: i calligrafisti spiegarono semplicemente: «È laggiù nella valle, che falcia l'avena» 17.

    I monaci furono pionieri anche nella produzione del vino, che usavano sia per la celebrazione della Santa Messa sia per il loro consumo quotidiano, che la Regola di san Benedetto espressamente permetteva. La stessa scoperta dello champagne si può far risalire a un monaco benedettino, Dom Perignon, dell'abbazia di Saint Pierre a Hautvillers sulla Marna. Nominato cellario dell'abbazia nel 1688, Dom Perignon arrivò allo champagne a forza di mescolare vini. I principi fondamentali da lui stabiliti continuano a governare la manifattura dello champagne 18.

    Benché forse non così fulgidi come certi contributi intellettuali da loro offerti, le conquiste descritte quasi eguagliarono per importanza la costruzione e la conservazione della civiltà occidentale. Sarebbe difficile trovare, nel mondo intero, un qualsiasi altro gruppo che abbia dato un contributo tanto significativo e prezioso quale quello dei monaci cattolici d'Occidente durante un'epoca di inquietudine generale e di disperazione.

    I monaci furono anche importanti inventori e sperimentatori. I cistercensi, un ordine benedettino tendenzialmente riformista stabilitosi a Citeaux nel 1098, sono particolarmente famosi per la loro abilità tecnologica. Grazie alla grande rete di comunicazione esistente tra i vari monasteri, la competenza tecnologica poté diffondersi rapidamente, ragione per cui troviamo sistemi idraulici molto simili in monasteri molto distanti l'uno dall'altro, anche migliaia di chilometri 19. «Questi monasteri», scrive uno storico, «furono le unità economicamente più efficaci mai esistite in Europa, e forse nel mondo 20.

    Il monastero cistercense di Chiaravalle, in Francia, ci ha lasciato un resoconto del XII secolo riguardante l'uso che in quel luogo si faceva dell'energia idraulica, che rivela in quale misura sorprendente le macchine fossero diventate essenziali alla vita europea. Generalmente la comunità monastica cistercense dirigeva la propria fabbrica. I monaci usavano l'energia idraulica per battere il frumento, setacciare la farina, follare i panni, e per la conciatura 21. Come sottolinea Jean Gimpel nel suo libro The Medieval Machine ("La macchina medievale"), il resoconto in oggetto si sarebbe potuto scrivere settecentoquarantadue volte, ovvero il numero dei monasteri cistercensi presenti in Europa nel XII secolo. Lo stesso livello di perizia e successi tecnologici si sarebbe potuto osservare in pressoché tutti i monasteri cistercensi 22.

    Il mondo dell'antichità classica non aveva adottato in alcun grado significativo la meccanizzazione per uso industriale. Ciò avvenne, in misura enorme, nel mondo medievale; un fatto simboleggiato e rispecchiato dall'uso che i cistercensi fecero dell'energia idraulica:

    Entrando nell'abbazia sotto il muro di cinta [scrive una fonte del XII secolo], che a mo' di custode gli permette di entrare, la corrente dapprima si scaglia impetuosamente contro il mulino, dove si tende in un movimento tumultuoso, prima per battere il frumento sotto il peso delle macine, poi per scuotere il sottile setaccio che separa la farina dalla crusca. Ma già ha raggiunto l'edificio successivo: riempie le tinozze e cede alle fiamme che lo riscaldano per preparare la birra per i monaci, il loro liquore quando le viti ricompensano le fatiche dei viticoltori con un magro raccolto. Ma la corrente non si considera ancora libera: ecco che i folloni situati vicino al mulino le fanno cenno di avvicinarsi: nel mulino era stata occupata a preparare il pane per i fratelli, è quindi giusto che adesso si prenda cura del loro in vestiario. Non si ritira mai né rifiuta di fare qualsiasi cosa le sia stato richiesto di fare. Uno a uno solleva e lascia ricadere i pesanti pestelli, i grandi martelli in legno dei folloni (... ) e risparmia, così, grandi fatiche ai monaci (... ). Quanti cavalli sarebbero sfiniti, quanti uomini avrebbero braccia sfibrate, se questo grazioso fiume, al quale dobbiamo i nostri abiti e il nostro cibo, non faticasse per noi?
    Poi, quando ha fatto ruotare il manico tanto velocemente quanto a nessuna ruota sarebbe possibile fare, scompare in una furia spumeggiante e si potrebbe dire che sia stata essa stessa macinata nel mulino. A questo punto entra nella conceria, dove nel preparare la pelle per le scarpe dei monaci esercita tanta forza quanta diligenza, quindi si disperde in una schiera di rivoli e procede lungo il proprio corso designato, fino a raggiungere i compiti che la attendono, cercando per tutto il tempo opere che richiedano la sua attenzione, di qualsiasi cosa si tratti: cucinare, setacciare, girare, macinare, annaffiare o lavare, mai una volta rifiutando di fornire la propria assistenza in alcun lavoro
    23.



    7 HENRY H. GOODELL, "The Influence of the Monks in Agricolture", discorso tenuto alla presenza del Massachusetts State Board of Agriculture il 23 agosto 1901, p. 22. Copia conservata nei Goodell Papers, presso la Università del Massachusetts.
    8 AC. FLICK, op. cit., p. 223.
    9 Si veda JOHN HENRY NEWMAN, Essays and Sketches, a cura di Ch.F. Harrold, Longmans, Green and Co., New York 1948, voI. 3, pp. 264-65.
    10 H.H. GOODELL, op. cit., p. 11.
    11 Ibid, p. 6.
    12 CHARLES MONTALEMBERT, The Monks of the West: From Saint Benedict to Saint Bernard, Nimmo, Londra 1896, val. 5, p. 208.
    13 H.H. GOODELL, op. cit., pp. 7-8.
    14 Ibid., p. 8.
    15 Ibid., pp. 8 e 9.
    16 Ibid., p. 10.
    17 C. MONTALEMBERT, op. cit., pp. 198-99.
    18 JOHN B. O'CONNOR, Monasticism and Civilization, P J. Kennedy & Sons, New York 1921, pp. 35-36.
    19 JEAN GIMPEL, The Medieval Machine: The Industriai Revolution of the Middle Ages, Holt, Rinehart, and Winston, New York 1976, p. 5.
    20 RANDALL COLLINS, Weberian Socioiogical Theory, Cambridge University Press, Cambridge 1986, pp. 53-54.
    21 J. GIMPEL, op. cit., p.S.
    22 Ibid., p. 3.
    23 Citato in DAVID LUCKHURST, Monastic Watermills, «Society for the Protection of Ancient Buildings» (Londra) 8, senza data, p. 6; J. GIMPEL, op. cit., pp. 5-6.


    continua...
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    COME I MONACI SALVARONO LA CIVILTA'

    I monaci consiglieri tecnici

    I cistercensi furono noti anche per la loro abilità metallurgica. «Nella loro rapida espansione in tutta Europa», scrive Jean Gimpel, i cistercensi devono aver «giocato un ruolo nella diffusione di nuove tecniche, poiché l'alto livello della loro tecnologia agraria era pari alla loro tecnologia industriale. Ogni monastero possedeva una fabbrica modello, spesso ampia come la chiesa, da cui distava appena pochi passi, e l'energia idraulica guidava le macchine delle varie industrie situate al primo piano» 24. Talvolta i monaci ricevevano in dono depositi di minerale di ferro, quasi sempre con le forge che servivano per estrarre il ferro, talaltra acquistavano depositi e forge. Sebbene avessero necessità di ferro, col tempo i monasteri cistercensi avrebbero cominciato a vendere le eccedenze di questo minerale; addirittura, dalla metà del Duecento fino a tutto il Seicento i cistercensi furono i principali produttori di ferro della regione della Champagne. Sempre desiderosi di aumentare l'efficienza dei propri monasteri, i cistercensi usavano come fertilizzante le scorie prodotte dalle fornaci, giacché la loro concentrazione di fosfati le rendeva particolarmente utili a questo scopo 25.

    Tali opere furono parte di un più ampio fenomeno di impegno tecnologico da parte dei monaci. Come osserva Gimpel, «Il Medioevo introdusse in Europa le macchine in una misura fino ad allora sconosciuta anche ad altre civiltà» 26. Secondo un'altra fonte, i monaci furono «gli esperti e non pagati consiglieri tecnici del terzo mondo del loro tempo, vale a dire l'Europa dopo l'invasione dei barbari (... ). In effetti, che fosse a macinatura del sale, del piombo, del ferro, dell'allume o del gesso, o la metallurgia, l'escavazione del marmo, il tener bottega di coltellinaio o una fabbrica di vetro, o il forgiare piastre di metallo, note anche come "piastre del focolare", non vi era alcuna attività in cui i monaci non dessero prova di creatività e di uno spirito di ricerca fecondo. I benedettini sapevano incanalare il proprio lavoro verso la perfezione. La perizia coltivata nei monasteri si sarebbe diffusa per tutta l'Europa» 27.

    Le attività dei monaci spaziavano da curiosità interessanti al decisamente pratico. All'inizio dell'Xl secolo, per esempio, un monaco di nome Eilmer volò con un aliante per più di 180 metri; la sua impresa fu ricordata per i successivi tre secoli 28. Secoli dopo, il bresciano Francesco Lana Terzi (1631-87), non un monaco ma un padre gesuita, proseguì in modo più sistematico lo studio del volo, guadagnandosi l'onore di essere chiamato il padre dell'aviazione. Il suo libro Prodromo alla arte maestra, del 1670, fu il primo a descrivere la geometria e la fisica di un vascello volante 29.

    I monaci annoverarono anche abili orologiai. Il primo orologio di cui abbiamo notizia fu costruito dal futuro Papa Silvestro II per la città tedesca di Magdeburgo intorno all'anno 996. Orologi molto più sofisticati furono fabbricati in seguito da altri monaci. Nel Trecento un monaco di Glastonbury, Peter Lightfoot, costruì uno degli orologi più antichi ancora esistenti, che oggi è conservato, in eccellente stato, nel Museo della Scienza di Londra.

    Sempre nel Trecento, Riccardo di Wallingford, abate dell'abbazia benedettina di Saint Albans - nonché uno degli iniziatori della trigonometria occidentale - si distinse per il grande orologio astronomico che disegnò per quel monastero. Qualcuno ha osservato che un orologio che lo eguagliasse in finezza tecnologica non si sarebbe visto per almeno due secoli. Il magnifico orologio, una meraviglia del suo tempo, non è sopravvissuto, distrutto, forse, durante le confische di monasteri effettuate nel Cinquecento per volontà di Enrico VIII. Tuttavia, gli appunti di Richard sul disegno dell'orologio hanno permesso agli studiosi di riprodurne un modello e persino una ricostruzione a grandezza naturale. Oltre a registrare il passare del tempo, l'orologio poteva prevedere con accuratezza le eclissi lunari.

    Gli archeologi stanno ancora scoprendo l'estensione delle competenze e dell'abilità tecnologica dei benedettini. Nei tardi anni Novanta del Novecento l'archeometallurgo Gerrv McDonnell dell'Università di Bradford, in Inghilterra, ha scoperto le prove, vicino all'abbazia di Rievaulx, nello Yorkshire settentrionale, di un grado di raffinatezza tecnologica che va nella direzione delle grandi macchine della Rivoluzione industriale del Settecento. (L'abbazia di Rievaulx fu uno dei monasteri che Enrico VIII fece chiudere negli anni Trenta del Cinquecento nell'ambito del suo piano di confisca dei beni della Chiesa). Esplorando i frammenti di Rievaulx e Laskill (sede decentrata a circa sessanta chilometri dal monastero), McDonnell ha scoperto che i monaci avevano costruito una fornace per estrarre ferro dal minerale di ferro.

    La fornace-tipo del XVI secolo era progredita relativamente poco rispetto al suo equivalente antico ed era notevolmente inefficiente, per gli standard moderni. Le scorie (o sottoprodotto) di queste primitive fornaci contenevano una concentrazione notevole di ferro, dal momento che le fornaci non potevano raggiungere temperature abbastanza alte da permettere di estrarre tutto il ferro dal minerale di ferro. Tuttavia, le scorie scoperte a Laskill da McDonnell possiedono un basso contenuto di ferro, simile a quello delle scorie prodotte da un moderno altoforno.

    McDonnell è certo che i monaci fossero vicinissimi a costruire fornaci per la produzione, su larga scala, di ferro battuto - forse l'ingrediente chiave che inaugurò l'era industriale - e che la fornace di Laskill fosse servita da prototipo. «Gli elementi chiave sono che ogni anno si teneva un raduno di abati e che i cistercensi avevano i mezzi per far circolare da un capo all'altro dell'Europa i progressi tecnologici», ha dichiarato McDonnell. «La disgregazione dei monasteri spezzò questa rete di "trasferimento di tecnologia"». I monaci «avevano il potenziale per passare ad altiforni che non producessero nient'altro che ferro battuto. Erano pronti per farlo su grande scala. Spezzando quel monopolio virtuale, Enrico VIII ne spezzò il potenziale» 30.

    Sembra insomma che fu solo la soppressione dei monasteri per volere di un re avido a impedire ai monaci di inaugurare l'era industriale e dare così inizio all'esplosione economica e demografica, nonché all'innalzamento dell'aspettativa di vita. Perché ciò avvenisse dovettero passare due secoli e mezzo.



    24 J. GIMPEL, op. cit., p. 67.
    25 Ibid., p. 68.
    26 Ibid., p.l.
    27 R. GRÉGOIRE, L. MUCLlN e R. OURSEL, op. cit., pp. 271 e 275.
    28 STANLEY L. JAKI, "Medieyal Creativity in Science and Technology", in Patterns and Principles and Other Essays, Intercollegiate Studies Institute, Bryn Mawr (Pennsylvania) 1995, 81.
    29 JOSEPH MACDONNELL, S.J., Jestiit Geometers, St. Louis Institute of Jesuite Sources, St. Louis 1989, pp. 21-22.
    30 DAVID DERBYSHIRE, Henry "Stamped Out Industrial Revolution", «Telegraph» (Gran Bretagna), 21 giugno 2002. Si veda anche Henry's Big Mistake, «Discover» (New York), febbraio 1999.
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    COME I MONACI SALVARONO LA CIVILTA'

    Opere di carità

    Esamineremo nel dettaglio in un altro capitolo le opere caritatevoli compiute dalla Chiesa. Qui ci limiteremo a ricordare che la Regola benedettina richiedeva ai monaci di elargire elemosine e ospitalità. «Tutti gli ospiti», recitava la Regola, «saranno ricevuti come se fossero Cristo». I monasteri fungevano da locande gratuite, offrendo un luogo di riposo sicuro e quieto per i forestieri, i pellegrini e i poveri. Uno storico dell'abbazia normanna di Bec scrisse: «Si chieda agli spagnoli o ai borgognoni, o a qualsiasi altro straniero, come sono stati accolti a Bee: risponderanno che la porta del monastero è sempre aperta a tutti e che il pane è gratuito per il mondo intero» 31. In tale offerta di riparo e conforto agli stranieri di ogni genere era all'opera lo spirito di Cristo.

    In alcuni casi i monaci facevano addirittura in modo da recuperare i poveretti che, smarriti o rimasti soli dopo il tramonto, avessero bisogno di un rifugio di emergenza. Ad Aubrac, per esempio, dove verso la fine del Cinquecento era stato stabilito un ospedale monastico tra le montagne della Rouergue, una campana apposita suonava ogni notte per radunare i viaggiatori ancora in giro o chiunque fosse sopraffatto dalle spaventose tenebre della foresta. La popolazione locale la soprannominò "la campana dei girovaghi" 32.

    Per motivi simili, non era raro che i monaci che vivevano vicino al mare mettessero a punto congegni volti ad avvisare i marinai della presenza di ostacoli perigliosi, né era raro il caso che i monasteri situati nei paraggi del mare fossero attrezzati per dare soccorso ai naufraghi bisognosi di riparo. È stato ipotizzato che la città di Copenaghen debba la propria origine a un monastero (fondato dal vescovo nAbsalon) che riforniva beni di prima necessità ai naufraghi. In Scozia, ad Abroath, gli abati fissarono una campana galleggiante su uno scoglio notoriamente insidioso della costa del Forfarshire. A seconda della marea, lo scoglio poteva essere scarsamente visibile, e tanti marinai erano spaventati al solo pensiero di urtarlo. Le onde attivavano la campana, e in tal modo i marinai venivano messi in guardia contro il pericolo che li attendeva. A tutt'oggi lo scoglio è noto come "lo scoglio della campana" 33. Questi esempi costituiscono solo una piccola parte delle premure che i monaci nutrivano per le persone che abitavano o si trovavano a passare nei dintorni delle loro dimore: a loro si deve anche la costruzione o la riparazione di ponti, strade e altri elementi che formavano le infrastrutture dell'età medievale.

    Il contributo dei monaci più familiare alla maggior parte di noi è la copiatura dei codici, sia quelli sacri sia quelli dell'antichità pagana. A questo compito e a quelli ad esso legati veniva accordato un onore speciale. Un priore carthusiano scrisse:

    «Lavorare diligentemente a quest'opera, questo dovrebbe essere il compito speciale dei carthusiani che si ritirano dalla vita mondana (... ). In qualche modo questo lavoro è un lavoro immortale, se così si può dire, che non tramonta, ma che rimane per sempre; un lavoro, per così dire, che non è un lavoro; un lavoro che più di ogni altro è consono agli uomini religiosi
    istruiti»
    34.


    31 C. MONTI\lEMBERT, op. cit., pp. 225 e 89-90.
    32 Ibid., p. 227.
    33 Ibid., pp. 227-28.
    34 J.B. O'CONNOR, op. cit., p. 118.
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    COME I MONACI SALVARONO LA CIVILTA'

    La parola scritta

    Per quanto onorato, il lavoro dei copisti era difficile e impegnativo. Su un codice monastico sono annotate queste parole:

    «Colui che non sa scrivere immagina che ciò non sia una fatica, ma sebbene soltanto tre dita tengano la penna, è il corpo intero a stancarsi».

    I monaci si trovavano spesso a lavorare nel freddo più inclemente. Un monaco copista, implorando la nostra simpatia mentre completava una copia del commentario di san Girolamo al Libro di Daniele, scrisse:

    «Buoni lettori che usate quest'opera, vi prego, non dimenticate colui che la copiò: era un povero fratello di nome Luigi, che, mentre trascriveva questo volume, portato da un paese straniero, sopportò il freddo e fu obbligato a portare a termine di notte quel che non era capace di scrivere alla luce del giorno. Ma Tu, Signore, concedi, ti prego, piena ricompensa alle sue fatiche» 35.

    Nel VI secolo un senatore romano in pensione [senatore dell'Impero Romano d'Oriente; NdT], di nome Cassiodoro, ebbe una precoce visione del ruolo culturale che avrebbe avuto il monastero. Intorno alla metà del secolo, Cassiodoro fondò nell'odierna Calabria il monastero di Vivarium e lo forni di una bella biblioteca - la sola biblioteca del VI secolo che gli studiosi conoscano anche solo per sentito dire - ponendo in primo piano l'importanza della copiatura dei codici. Alcuni importanti codici cristiani trascritti a Vivarium sembra siano giunti sino nella Biblioteca Lateranense e nelle mani dei papi 36.

    Sorprende, però, che non sia a Vivarium, ma ad altre biblioteche e ad altri scriptoria monastici che dobbiamo la sopravvivenza della letteratura latina antica nella sua quasi totalità. Quando non furono salvate e trascritte dai monaci, le opere dell'antichità latina furono conservate dalle biblioteche e dalle scuole associate alle grandi cattedrali del Medioevo 37. Così, anche quando non dava un contributo originale suo proprio, la Chiesa conservava libri e documenti che si sarebbero rivelati di importanza cruciale per la civiltà che avrebbe salvato.

    Descrivendo il patrimonio della sua biblioteca di York, il grande Alcuino (il teologo poliglotta che lavorò da vicino con Carlo Magno per restaurare lo studio e il sapere nell'Europa centro-occidentale) menziona opere di Aristotele, Cicerone, Lucano, Plinio, Stazio, Trogo Pompeo e Virgilio, mentre nelle sue lettere cita anche altri autori classici, tra cui Ovidio, Orazio e Terenzio 38. Nella familiarità con gli autori antichi e nell'apprezzarne il valore Alcuino non era affatto un'eccezione. L'abate di Ferrières Lupus (c. 805-862) cita Cicerone, Orazio, Marziale, Svetonio e Virgilio. L'abate di Fleury (c. 950-1004) dimostra una particolare familiarità con Orazio, Sallustio, Terenzio e Virgilio. Desiderio, eletto Papa Vittore III nel 1086, descritto come il più grande abate di Montecassino dopo Benedetto, diresse personalmente la trascrizione di Orazio e Seneca e quelle del De natura deorum di Cicerone e dei Fasti di Ovidio 39. Il suo amico arcivescovo Alfano, monaco di Montecassino, possedeva la stessa fluida conoscenza degli autori antichi, come si evince dalle frequenti citazioni da Apuleio, Aristotele, Cicerone, Platone, Varrone e Virgilio, e nei propri versi imitava Ovidio e Orazio. Quando era abate di Bec, sant'Anselmo ai suoi studenti tesseva le lodi di Virgilio e di altri scrittori classici, nonostante volesse che ne tralasciassero alcuni passi reprensibili 40.

    Il grande Gerberto di Aurillac, il futuro Papa Silvestro II, non si limitò all'insegnamento della logica, ma fece apprezzare ai suoi studenti Orazio, Giovenale, Lucano, Persio, Terenzio, Stazio e Virgilio. Sappiamo di lezioni dedicate ad autori classici in luoghi come Saint Albans in Inghilterra e Paderborn nell'odierna Germania. In un esercizio scolastiço giunto fino a noi, sant'Ildeberto cucì insieme passi da Cicerone, Orazio, Giovenale, Persio, Seneca, Terenzio e altri. Il cardinale John Henry Newman, il grande convertito dall'anglicanesimo e grande storico, ipotizza che sant'Ildeberto conoscesse Orazio pressoché a memoria 41. La Chiesa, in effetti, curò, preservò, studiò e insegnò le opere degli antichi, che altrimenti sarebbero andate perdute.

    Alcuni monasteri furono conosciuti per la loro perizia in particolari rami del sapere. Così, per esempio, i monaci di San Benigno, a Digione, impartivano lezioni di medicina; il monastero di San Gallo, nell'odierna Svizzera, aveva una scuola di pittura e incisione, e in certi monasteri tedeschi si poteva assistere a lezioni di greco antico, ebraico e arabo 42.

    Spesso i monaci arricchivano la propria istruzione frequentando una o più di una delle scuole monastiche fondate durante la rinascita carolingia e oltre. Essendo giunto a dominare le discipline insegnate nella propria casa, l'abate di Fleury passò a studiare filosofia e astronomia a Parigi e a Reims. Ci sono pervenute storie simili riguardanti l'arcivescovo Raban di Magonza, san Wolfgang, e il già incontrato Gerberto 43.

    Nell'XI secolo il monastero madre della tradizione benedettina, Montecassino, godette di una rinascita culturale che è stata definita «l'evento più entusiasmante nella storia degli studi latini del secolo XI» 44. In aggiunta all'enorme produzione di lavoro artistico e intellettuale, Montecassino rinnovò il proprio interesse per i testi dell'antichità classica:

    In un sol colpo furono rinvenuti numerosi testi che altrimenti sarebbero stati perduti per sempre. Alle scoperte fatte da questo singolo monastero in questo singolo periodo dobbiamo la conservazione degli Annali e delle Storie di Tacito (...), dell'Asino d'oro di Apuleio, dei Dialoghi di Seneca, del De lingua latina di Varrone, del De aquis di Frontino, e di trentanove versi della VI satira di Giovenale che non si trovano in alcun altro codice 45.

    Oltre alla premurosa opera di conservaz1one degli scritti del mondo classico e dei Padri della Chiesa, gli uni e gli altri di capitale importanza per la civiltà occidentale, i monaci copisti svolsero un'altra opera di importanza incalcolabile, ossia la conservazione della Bibbia 46. Senza la loro devozione a questo compito decisivo, senza le numerose copie che ne fecero, non è chiaro come la Bibbia sarebbe potuta sopravvivere alla strage compiuta dai barbari. I monaci, inoltre, abbellirono spesso i Vangeli con raffinate decorazioni artistiche, come si può vedere nei famosi Vangeli di Lindau e Lindisfarne: opere d'arte tanto quanto di fede.

    In tutta la storia del monachesimo troviamo abbondanti prove della devozione nutrita dai monaci per i propri libri. Per esempio, san Benedetto Biscop, il fondatore del monastero di Wearmouth in Inghilterra, andò in cerca per ogni dove di volumi con cui arricchire la biblioteca del proprio monastero, intraprendendo, a tale scopo, cinque viaggi per mare (da cui tornò ogni volta con un carico considerevole 47. Lupus chiese a un suo collega abate se potesse concedergli l'opportunità di copiare Le vite dei Cesari di Svetonio e scongiurò un altro amico di portargli i resoconti fatti da Sallustio sulla guerra di Catilina e su quella di Giugurta, le Verrine di Cicerone, e qualsiasi altro libro che potesse essere interessante. A un altro amico chiese di poter prendere in prestito la sua Rhetorica di Cicerone e fece richiesta al papa di una copia del De oratore di Cicerone, delle Istituzioni di Quintiliano e di altri testi. Gerberto era mosso da un entusiasmo simile, quando si offrì di aiutare un altro abate a terminare le copie incomplete di Cicerone e di Demostene e quando cercava copie delle Verrine e della Repubblica di Cicerone 48. Si legge che quando viaggiava a cavallo san Maieul di Cluny aveva sempre un libro in mano, tanto era devoto alla lettura. Halinard, che fu abate di San Benigno a Digione prima di diventare arcivescovo di Lione, dà prova della stessa disposizione, nel raccontarci della passione speciale che nutriva per i filosofi dell'antichità 49. «Senza studio e senza libri», disse un monaco di Muri, «la vita del monaco non è nulla». Quando era priore a Witham, la prima casa carthusiana su suolo inglese, sant'Ugo (Hugh) di Lincoln si espresse in modo simile:

    «i nostri libri sono la nostra delizia e la nostra ricchezza in tempo di pace, le nostre armi di offesa e di difesa in tempo di guerra, il nostro cibo quando siamo affamati e la nostra medicina quando siamo ammalati» 50.

    L'ammirazione che la civiltà occidentale nutre per la parola scritta e per i classici viene dalla Chiesa Cattolica, che durante le invasioni barbariche preservò l'una e gli altri.

    Sebbene in misura variabile nel corso dei secoli, i monaci furono anche insegnanti. San Giovanni Crisostomo ci dice che già al suo tempo (c. 347-407) vigeva la consuetudine, tra la popolazione di Antiochia, di mandare i propri figli a studiare presso i monaci. San Benedetto insegnò ai figli dei nobili romani 51, san Bonifacio stabilì una scuola in ogni monastero da lui fondato in Germania, e in Inghilterra sant'Agostino e i suoi monaci aprirono scuole ovunque si recassero 52. A san Patrizio si attribuisce l'incoraggiamento degli studi sull'Irlanda. I monasteri irlandesi si sarebbero sviluppati in importanti centri di sapere, che dispensavano istruzione tanto ai monaci quanto ai laici 53.

    Tuttavia, per coloro che non pronunciavano i voti monastici, la maggior parte dell'istruzione si svolgeva in luoghi separati e, in seguito, nelle scuole delle cattedrali fondate durante il regno di Carlo Magno. Ma quand'anche il contributo dei monasteri all'istruzione fosse stato limitato all'insegnare a leggere e a scrivere, avrebbe comunque rappresentato un'opera di non poca importanza. Alla catastrofe che colpì i Micenei nel XII secolo a.c. - un'invasione dei Dori, secondo alcuni studiosi - seguì un periodo, di tre secoli, di totale analfabetismo, noto come "il Medioevo greco". La scrittura semplicemente sparì, sommersa dal caos. Invece, l'impegno profuso dai monaci nella lettura, nella scrittura e nell'istruzione fece sì che la terribile sorte che colpì i Micenei non toccasse agli europei in seguito alla caduta dell'Impero Romano. Fu grazie ai monaci che questa volta l'alfabetismo sopravvisse alla catastrofe politica e sociale.

    I monaci fecero però ben più che preservare la capacità di leggere e scrivere. Uno studioso mal disposto non ha potuto non ammettere, a proposito dell'istruzione monastica: «Studiavano le canzoni dei poeti pagani e le opere degli storici e dei filosofi. I monasteri e le scuole monastiche fiorivano e ogni insediamento diventava un centro di vita religiosa, oltre che di istruzione» 54. Un altro cronista non ben disposto scrisse dei monaci:

    «Non solo stabilirono scuole, nelle quali furono i maestri, ma posero le fondamenta per le università. Furono i pensatori e i filosofi del loro tempo e diedero forma al pensiero politico e religioso. Fu a loro, sia come individui sia come collettività, che si deve la continuità del pensiero dal mondo antico al basso Medioevo, all'età moderna» 55.

    Quanto detto sulle opere compiute dai monaci può solo delineare la superficie di un argomento immenso. Negli anni Sessanta e Settanta dell'Ottocento, nella sua storia, in sei volumi, dei monaci occidentali, il conte, di Montalembert lamentò varie volte la propria incapacità di fornire più che una rassegna superficiale di grandi figure e grandi opere, e non poté far altro che rimandare i propri lettori ai riferimenti contenuti nelle note. Il contributo dato dai monaci alla civiltà occidentale, come abbiamo visto, fu immenso. Tra le altre cose, i monaci insegnarono metallurgia, introdussero nuove coltivazioni, copiarono testi antichi, preservarono la capacità di leggere e scrivere, furono pionieri della tecnologia, inventarono lo champagne, diedero rifugio a viaggiatori di ogni dove, si presero a cuore chi si era smarrito e chi aveva fatto naufragio. Nella storia della civiltà occidentale chi altri può vantare lo stesso primato? Ma la Chiesa che diede all'Occidente i monaci creò anche l'università, come vedremo nel capitolo seguente.


    35 C. MONTALEMBERT, op. cit., pp. 151-52.
    36 L.D. REYNOLDS e N.G. WILSON, op. cit., p. 83.
    37 Ibid., pp. 81-82
    38
    C. MONTALEMBERT, op. cit., pp. 145.
    39 Ibid., p. 146, e RAIMUND WEBSTER, Voce "Pope Blessed Vietar III", Catholic Encyclopedia, 2a ediz., 1913.
    40 C.
    MONTALEMBERT, op. cit., p. 146, e J.H. NEWMAN, op. cit., pp. 320-21.
    41
    J.H. NEWMAN, op. cit., pp. 316-17.
    42 Ibid., p. 319.
    43 Ibid., pp. 317-19.
    44 L.D. REYNOLDS e N.G. WILSON, op. cit., p. 109.
    45 Ibid., pp. 109-110.
    46 J.B. O'CONNOR, op. cit., p. 115.
    47 C.
    MONTALEMBERT, op. cit., p. 139.
    47
    J.H. NEWMAN, op. cit., p. 321.
    48 C.
    MONTALEMBERT, op. cit., p. 143.
    49 Ibid., p. 142.
    51 Ibid., p: 118.
    52 Voce "The Benedectine Order", Catholic Encyclopedia. 2a ediz., 1913.
    53 THOMAS CAHILL, Come gli irlandesi salvarono la civiltà, traduz. a cura di Catherine Me Gilvray, Fazi, Roma 1997, pp. 175-76 e 203 (ediz. originale: How the lrish Saved Civilization, Doubleday, New York 1995).
    54 Adolf von Harnack, citato in J.B. O'CONNOR, op. cit., p. 90.
    "Per tutto il pensiero occidentale, ignorare il suo Medioevo significa ignorare se stesso" - Étienne Gilson


    "Se commettiamo ingiustizia, Dio ci lascerà senza musica" - Cassiodoro.

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    Predefinito Rif: Pillole di storia sulle radici cristiane

    LA CHIESA E L'UNIVERSITÀ


    Sebbene non siano in grado di definire il Medioevo cronologicamente, molti studenti universitari di oggi sono sicuri che si sia trattato di un periodo pieno di ignoranza, superstizione e repressione intellettuale. Niente di più lontano dalla verità: è al Medioevo, infatti, che dobbiamo il maggior contributo intellettuale alla civiltà occidentale, ovvero il sistema universitario.

    L'università fu un fenomeno del tutto nuovo nella storia europea: nulla di simile era esistito in Grecia o a Roma1. L'istituzione che conosciamo oggi, con le sue facoltà, corsi di studio, esami e lauree, come anche la divisione in corsi di laurea e corsi post lauream, ci viene direttamente dal mondo medievale. Fu la Chiesa a sviluppare il sistema universitario perché, secondo lo storico Lowrie Daly, fu «l'unica istituzione europea che mostrò un interesse costante verso la conservazione e la coltivazione del sapere»2.

    Non possiamo indicare una data esatta per la nascita delle università di Parigi e Bologna, Oxford e Cambridge, dal momento che esse si svilupparono lungo un certo arco di tempo, avendo come nucleo Parigi e Bologna le scuole delle cattedrali, Oxford e Cambridge riunioni informali di maestri e studenti, ma possiamo dire con sicurezza che le università cominciarono a prendere forma durante la seconda metà del XII secolo.

    Per essere identificata come università una scuola medievale doveva possedere certe caratteristiche. L'università possedeva un nucleo di testi obbligatori, sui quali i docenti basavano le lezioni aggiungendovi le proprie considerazioni, era inoltre caratterizzata da programmi accademici ben definiti, che duravano per un numero più o meno definito di anni, e si distingueva per il conferimento di diplomi. Poiché autorizzava il laureato ad essere chiamato "maestro", comportava l'ammissione alla corporazione della propria professione. Sebbene le università fossero spesso in conflitto con le autorità esterne per veder riconosciuta la propria autonomia, generalmente ottenevano sia questa sia il riconoscimento legale di corporazione3.

    Non solo la Chiesa in senso lato protesse le università, ma il papato stesso svolse un ruolo centrale nell'agevolare la loro creazione e nell'incoraggiarle. La concessione di uno statuto autonomo a un'università era da intendersi come un chiaro segno di protezione papale. Allo scoppio della Riforma esistevano ottantuno università, di cui trentatré possedevano un privilegio papale, quindici un privilegio reale o imperiale, venti l'uno e l'altro e tredici né l'uno né l'altro4. Era inoltre opinione diffusa che un'università non potesse conferire lauree senza l'approvazione del papa, del re, o dell'imperatore. Nel 1254 Papa Innocenzo IV concesse ufficialmente questo privilegio all'Università di Oxford. Il papa (di fatto) e l'imperatore (in teoria) avevano potere su tutta la cristianità, e per questa ragione era a loro che l'università doveva rivolgersi per ottenere il diritto al conferimento delle lauree. Forti dell'approvazione dell'una o dell'altra delle due figure universali, i certificati di laurea avrebbero goduto del rispetto di tutta la cristianità; le lauree conferite sulla base della sola approvazione dei monarchi nazionali, invece, erano considerate valide solo nel regno in
    cui erano conferite5.

    In certi casi, tra cui si annoverano le università di Bologna, Oxford e Parigi, il certificato di laurea autorizzava a insegnare in qualsiasi luogo (ius ubique docendi). Il primo testo in cui si trova riferimento a questo privilegio è il documento, firmato da Papa Gregorio IX nel 1233, relativo all'Università di Tolosa, che sarebbe diventato un modello per le altre università. Alla fine del Duecento lo ius ubique docendi era diventato «il marchio giuridico di un'università»6. In linea teorica, gli studiosi potevano essere ammessi automaticamente a qualsiasi altra facoltà dell'Europa occidentale, sebbene in realtà le singole istituzioni si riservassero il diritto di esaminare il candidato prima di assumerlo". In ogni caso, il privilegio conferito dai papi svolse un ruolo importante nell'incoraggiare la diffusione del sapere e lo sviluppo del concetto di comunità scientifica internazionale.


    1 Si vedano CHARLES HOMER HASKINS, The Rise of Universities, Cornell University Press, Ithaca 1957 [1923], p. 1; ID., La rinascita del dodicesimo secolo, traduz. di P. Marziale Bartole, Il Mulino, Bologna 1998 [1972], p. 307 (ediz. originale: The Renaissance of the Twelfth Century, Meridian, Cleveland, Ohio 1957 [1927]); LOWRIE J. DALY, The Medieval University, 1200-1400, Sheed and Ward, New York 1961, pp. 213-14.
    2 L.J. DALY, op. cit., p. 4.
    3 RICHARD C. DALES, The Intelliectua! Life of Western Europe in the Midle Ages, Universit. Press of America, Washington, D.C. 1980, p. 208.
    4 Vedi voce "Universities", Catholic Encyclopedia, 1913. Le università che non avevano statuti autonomi si erano formate spontaneamente ex consuetudim.
    5 Ibid.
    6 GORDON LEFF, Paris and Oxford Universities in the Thirteenth and Fourteenth Centuries:
    An Institutionai and Intellectuai History
    , Jon Wiley and Sons, New York 1968, p. 18.
    7 L.J DALY, op. cit., p. 167.
    Ultima modifica di Cuordy; 28-09-09 alle 20:04

 

 
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