L'agnello vegetale di Scizia
di Massimo Izzi
Abbiamo già notato, nel precedente articolo, come la storia della anatre vegetali sia stata localizzata in maniera abbastanza univoca nelle isole Britanniche: dapprima in Irlanda, poi in Scozia e infine nelle isole Orcadi. Si tratta certamente di paesi che non erano agevolmente raggiungibili nel medioevo, ma pur sempre abbastanza vicini e conosciuti da consentire con una certa facilità di controllare la veridicità delle affermazione fatte; quello che più stupisce in questa storia fantastica di alberi che producono uccelli come se fossero semplici frutti è proprio che essa non sia localizzata, o quanto meno non abbia avuto origine nel "favoloso Oriente", là dove tutti i prodigi più inverosimili trovavano lo spazio necessario a garantire l ' immaginazione creatrice dai fastidiosi controlli dell' incredulo raziocinio. E' mai possibile che una terra così feconda di meraviglie non producesse anche essa un mostro in bilico tra i regni animale e vegetale paragonabile all' albero delle anatre? Evidentemente no. La storia dell' agnello di Scizia ( o di Tartaria ) sembra fatta apposta per controbilanciare la leggenda occidentale. Non è un caso infatti che i primi due autori occidentali che la ricordano, la mettano entrambi in diretta relazione, quasi in contrapposizione con la leggenda delle Bernacae, come per dimostrare che in fatto di storie meravigliose anche l' Occidente ha le sue brave carte da giocare. Il primo a parlarne è il frate Odorico da Pordenone; nella sua relazione su un viaggio compiuto in Oriente tra il 1316 e il 1328, relazione scritta nel 1330, troviamo il seguente racconto : "Un dì fra gli altri viddi una bestia grande come un agnello, che era tutta bianca più che neve, la cui lana ressembrava un bombace, la quale si pelava. E domandando dai circostanti che cosa fusse, fummi detto che era stata donata dal signore ad un barone per una carne che fusse la migliore e più utile al corpo umano che ogni altra; soggiungendomi che vi è un monte che ha nome Capsiis in cui nascono certi poponi grandi, e quando si fan maturi si aprono e n' esce fuori questa bestia. Fummi anche soggionto che nel reame di Scozia e d' Inghilterra sono arbori che producono pomi violati e tondi alla guisa di una zucca, dai quali, quando sono maturi esce fuori un uccello". La localizzazione indicata conferma pienamente le denominazioni con cui è conosciuta la pianta favolosa : il monte Capsiis ( Causaco ) rappresenta infatti un po' lo spartiacque tra le due regioni che nel medioevo venivano chiamate Scizia e Tartaria. La prima corrisponde alle regioni meridionali della Russia, dal Volga al Caucaso; la seconda, più orientale, partiva invece dal Caucaso e si estendeva nell' Asia centro-occidentale, comprendendo anche parte della Siberia. John Mandeville, o l' ignoto scrittore che dietro questo pseudonimo fu l' autore di uno dei più clamorosi e geniali falsi della letteratura geografica di tutti i tempi, è il secondo a parlare della nostra pianta. La prima redazione dei suoi viaggi, infatti, risale al 1355. Questo libro, che è un affascinante plagio dei più famosi resoconti di viaggi in Oriente, montati ad arte con una compiaciuta preferenza per gli aspetti più meravigliosi e fantastici, conobbe un tale successo nella sua epoca e nei secoli successivi da offuscare largamente quello delle fonti a cui aveva attinto a piene mani, primi fra tutti il Milione di Marco Polo e, per l' appunto, il viaggio di Odorico da Pordenone. Per questo motivo la sua descrizione dell' agnello scitico è diventata un classico punto di riferimento per i ( pochi ) studiosi di questa insolita manifestazione dell' immaginario medioevale : "Oltrepassando la terra del Catai ( Cina ) e andando verso l' India alta e verso Bukhara si arriva ad un regno chiamato Caldilhe, che è un paese molto bello. Là crescono certi frutti che assomigliano a zucche : quando sono maturi si tagliano a metà e dentro vi si trova una bestiola in carne ed ossa e sangue, che sembra un agnellino senza lana. La gente mangia sia il frutto che l' animale, il che costituisce una grande meraviglia. Anch' io ho mangiato di quei frutti straordinari, ben sapendo che Dio è sempre stupefacente nelle Sue opere. Nondimeno io dissi che non ritenevo questa opera per gran miracolo, poiché ci sono alberi nel nostro paese i frutti dei quali sono uccelli". E' facile notare come il Mandeville non faccia che ampliare la seconda parte della descrizione di Odorico, conferendole un' "imprimatur" di credibilità con l' affermare di aver lui stesso mangiato il meraviglioso frutto. Resta invece misteriosa la ragione per cui tenga a precisare che la bestiola assomiglia a un agnellino "senza lana". Infatti, come vedremo fra poco, è proprio la lana o la pelliccia del misterioso animale attorno alla quale si accentrano gli interessi dei viaggiatori; lo stesso Odorico nel descriverlo parte proprio dal parlare di una pelle coperta di lana bianca che egli ha visto. Probabilmente l' edizione manoscritta del Viaggio in Oriente che il nostro buon plagiario utilizzò non conteneva la prima parte della descrizione. E' comunque curioso che il Mandeville abbia operato un' aggiunta che diminuiva, anziché aumentarla, come era suo intento, la meraviglia del lettore. L’ autore successivo che parla dell’ agnello vegetale è ancora un viaggiatore, il barone Sigismond de Herbertstein che nei suoi Commentari sulla Moscovia e sulla Russia pubblicati per la prima volta a Vienna nel 1549, scrive : “Tra Volga e Iaich ( Ural ) fiumi intorno al mar Caspio, abitavano già li re Sauvolhensi, delle quali diremo poi. Appresso questi Tartari una cosa meravigliosa e a pena credibile Demetrio di Daniele, uomo fra li barbari di fede singolare, ci raccontò : essendo stato mandato suo padre per ambasciatore dal principe di Moscovita al re Zauvolhense, mentre era in quella legazione aveva veduta una certa semenza in quelle isole, poco maggiore e più rotonda del seme del melone, ma non dissimile però da quella. La qual semenza ascosa in terra, nacque poi dei quella una certa cosa simile ad un agnello di altezza di cinque palmi, e questo in loro lingua chiamano “boranetz” cioè agnello, perché ha il capo, gli occhi, l’ orecchie e tutte le altre cose alla similitudine d’ uno agnello nuovamente nato. Oltra di questo ha una pelle sottilissima, la quale molti in questo paese usano in capo in luogo di berretta; e molti dicono di averne vedute. Diceva ancora quella pianta, se pianta è lecito essere chiamata, aver in sé sangue ma senza carne, ma in luogo della carne una certa materia simile alla carne di gambari; ha l’ unghie non cornee come li agnelli, ma con certi peli vestite alla similitudine di un corno; ha la radice sin all’ umbilico e dura sin tanto che, mangiate le erbe torno a torno, la radice per carestia del pascolo si secca. Dicono aver in sé una dolcezza meravigliosa e che perciò è molto desiderata da’ lupi e d’ altri animali rapaci. Io quantunque giudico tutto questo, e del seme e della pianta, essere cosa favolosa e incerta, nondimeno, perché me l’ hanno riferita gli uomini degni di fede, l’ ho voluta riferire agli atri”. Questa descrizione che è la più dettagliata di tutte ( ivi comprese quelle successive ) merita qualche commento. Anzitutto notiamo che per la prima volta ci viene detto il nome della pianta prodigiosa : boranetz, che in seguito verrà usualmente trascritto “borametz” o “barometz”. In realtà, dato che esso deriva dal russo “baran” ( montone ) o meglio dal suo diminutivo “baranec”, sarebbe più corretto dire “baranetz”. In secondo luogo ci si accorge subito che la descrizione di Herbertstein è profondamente differente dalle prime due : lì avevamo una pianta che produceva un frutto dentro il quale si trovava l’ agnellino, qui è la pianta stessa, nata da un seme simile a quello del melone, ad avere l’ aspetto di un agnello; e mentre lì la somiglianza con l’ animale si fermava all’ aspetto fisico, qui essa si spinge fino alle abitudini alimentari ( essa magia le erbe per quanto glielo permette lo stelo ombelicale che la lega al terreno ), all’ uso della pelle ( se ne fanno dei copricapi ) e perfino ai nemici tradizionali ( è molto desiderata dai lupi ). La storia si diffonde, ripetuta da numerosi scrittori e scienziati dell’ epoca. Il primo a riprenderla è Guglielmo Postel ( Liber de causis, 1552); in maniera poco convinta Gerolamo Cardano ( De rerum variegate, 1554, libro 6, cap. 22) tenta di obbiettare che il fatto è impossibile perché, se l’ agnello possiede sangue, deve avere un cuore ed il terreno non è in grado di fornire stimolo sufficiente al movimento e al calore di questo organo; mitiga però questa sua professione di incredulità con l’ affermare che “forse in un luogo la cui aria sia abbastanza densa e grassa non sarà impossibile trovare qualche pianta che abbia sensibilità e sia simile a una carne imperfetta, come quella delle ostriche e dei pesci”. Nonostante lo scetticismo del celebre scienziato ritroviamo la stessa storia, arricchita via via di nuovi particolari in molti altri scrittori. Il dotto Giulio Cesare Scaligero nell’ exotericarum exercitationum liber ( exerc. 181 ) alla già colorita leggenda dell’ agnello vegetale aggiunge il suggestivo particolare che, tagliando uno degli “arti” della bestiola, fuoriesce un liquido simile al sangue. Il poeta Guillaume Salluste du Bartas ( La semaine, 1578 ) così descrive la pianta, scoperta da Adamo nel Paradiso terrestre il primo giorno della seconda settimana di vita dell’ Universo : “Sembrano montoni appena nati, e lo sarebbero davvero se nel nobile petto della terra, non immergessero una radice vivente che si allaccia al loro ombelico e muore il giorno in cui cessano di brucare il fieno che cresceva intorno. O effetto mirabile della mano divina! La pianta di carne e sangue, l’ animale con la radice!”. Ancora ne parla il napoletano Giovan Battista della Porta ( Phytognomonicon, 1591 ) che oltre a ricordare l’ estrema morbidezza della pelle, usata per fare copricapi, ritiene che, poiché la pianta ha tutte le caratteristiche fisiche di un agnello in carne e ossa, possa essere usata a fini terapeutici e medicinali negli stessi casi in cui si prescriverebbe l’ animale vero. Claude Duret nel 1605 riassume tutto quello che è stato scritto fino ad allora sull’ argomento, parteggiando chiaramente per la realtà della pianta. Altri due viaggiatori portano il peso della loro esperienza diretta nella diatriba; Olearius ( Voyages de Moscovie, 1636 ) scrive : “Ci hanno assicurato che presso Samara tra il Volga e il Don esistono una specie di meloni o meglio di cocomeri fatti come un agnello, di cui questo frutto rappresenta tutte le membra, che è legata al terreno dal gambo che gli serve da ombelico.
Crescendo si sposta per quanto il suo gambo glielo permette e fa seccare l’ erba dovunque si gira. I moscoviti definiscono questo fatto “pascolare” o “brucare”; e aggiungono che quando è maturo il gambo si secca ed il frutto si ricopre di una pelle pelosa, che si può preparare ed usare come una pelliccia. Chiamano questo frutto “Boranez, cioè agnello”. Più cauto il secondo viaggiatore, J. Janssen Struyss ( Les voyages de Jean Struyss en Moscovite, 1669 ): “Verso il regno di Cazan cresce un grosso cocomero peloso che sembra rodere tutte le erbe che ha intorno al suo gambo. Si dice che i lupi lo divorino avidamente e che somiglia ad un agnello; i moscoviti lo chiamano Bonnaret”. Alla cautela di Struyss ( … sembra rodere … si dice … ) fa riscontro per la prima volta in questo stesso periodo la prima “prova autentica” dell’ esistenza della pianta : si tratta di una serie di curiosi oggetti di origine indubbiamente vegetale, con la forma inequivocabilmente di un agnellino in miniatura; inoltre si afferma che le pellicce che oggi definiamo di “persiano” sono niente altro che la ricercata pelle, opportunatamente conciata, dell’ agnello vegetale. E’ Hans Sloane, botanico della Royal Society of London, a svelare la prima parte del mistero : il presunto Borametz ( di cui aveva ottenuto un esemplare da un tale Mr. Buckley ) era indubbiamente nient’ altro che una parte artefatta di una felce arborescente, che il Linneo, in memoria proprio della leggenda di cui ci stiamo occupando, chiamò Cibotium Borametz. Si tratta di una felce a grande sviluppo ( raggiunge anche i quattro metri e mezzo di altezza ) con un grosso rizoma coperto di una peluria setolosa da cui si dipartono robusti steli. Basta tagliare opportunatamente questi steli per simulare delle gambe o far rassomigliare il tutto ad un agnellino. Nello stesso periodo il dottor Kaempfer, chirurgo della Compagnia Olandese delle Indie Orientali aveva potuto osservare che l’ attribuzione della pelliccia di “persiano” al Borametz era solo un espediente per nascondere la più sconvolgente provenienza della stessa da feti di agnellino strappati dal ventre delle loro madri prima di nascere, per garantire alla pelliccia una morbidezza inusitata. Una ulteriore conferma di questi fatti si trova in un trattatelo scritto dal botanico Breyn nel 1725. L’ imbroglio dei falsi agnelli vegetali era stato quindi svelato praticamente non appena questi erano stati introdotti in Europa. Restava invece da spiegare la leggenda dell’ agnello legato al terreno tramite uno stelo ombelicale ( di cui non c’era traccia nei falsi Borametz ) nonché la forma totalmente differente della leggenda quale compariva nei primi e più antichi resoconti che abbiamo esaminato ( il frutto con all’ interno l’ animaletto ). In un commento al Talmud del rabbino Simone di Sens ( 1253 ) si parla di un essere di nome Jaduah di forma umanoide dell’ ombelico del quale esce una radice che lo lega al suolo. Nell’ area che gli è resa praticabile dalla lunghezza della radice distrugge ogni cosa. Per ucciderlo bisogna tagliare quella specie di cordone ombelicale. Questa creatura, già abbastanza simile alla nostra leggenda, diventa negli scritti di un cabalista di poco posteriore, citato dal Duret, un agnello che distrugge tutta la pastura che è nel suo raggio di azione. Abbiamo quindi tutti gli elementi per spiegare la seconda forma della leggenda : una felce dal rizoma peloso e somigliante a un animaletto, le morbide e ricercate pelli del persiano, ed un adattamento cabalistico di una leggenda talmudica sembrano essersi uniti per foggiare una storia fantastica. La soluzione no è del tutto soddisfacente perché non spiega come e dove questi elementi separati ed eterogenei si siano amalgamati, localizzandosi per di più in una regione ben definita. Comunque per ora possiamo soprassedere a questi dubbi per cercare di spiegare l’ altra forma della leggenda. Il naturalista Henry Lee seminò coscienziosamente tutti i dati disponibili sulla questione e, in un libro apparso nel 1887 fornì quella che riteneva la spiegazione definitiva di tutta la storia, ma che in effetti suona convincente soltanto per la versione di Odorico da Pordenone e di Mandeville. Secondo Lee tutto l’ equivoco nasce da una errata comprensione delle descrizioni antiche della pianta del cotone. Teofrasto infatti ( Historia plantarum, IV, 4 ) parla di alberi che producono la “lana” guarniti di “piccole zucche della grandezza di una mela che quando sono mature scoppiano e liberano dei batuffoli di lana”. Il termine tradotto con “mela” è il greco melon che significa mela, frutto ma anche agnello. Anche Erodoto ( III, 106 ) racconta che “in India cresce sugli alberi delle foreste a mo’ di frutto, una specie di lana che è più bella e più fine di quella delle capre”. Plinio e, dopo di lui, tutti gli altri naturalisti seguitano a trasmettere questa notizia che dà luogo a una doppia tradizione : da un lato l’ albero che produce la lana si trasforma in albero che produce le pecore; dall’ altro si trasmette fedelmente così com’è nata, tanto che nello stesso libro del Mandeville accanto al borametz troviamo anche “alberi che danno lana simile a quella delle pecore con la quale si fanno stoffe ed ogni cosa fatta di lana”. Restano da chiarire alcuni dubbi nati nel tentativo di spiegazione della più comune forma di agnello vegetale, quella che nasce direttamente dal suolo già in forma di animale. La cosa meno convincente è che abbiamo unito una leggenda ebraica, una pianta tipicamente cinese ( che però spiegava solo un aspetto tardivo della leggenda, i falsi borametz del XVII secolo ), ed un prodotto animale ( la pelliccia ) di provenienza medio-orientale, senza che i tre pezzi del mosaico si siano mai incrociati tra di loro. Poiché tutte indistintamente le descrizioni fanno riferimento all’ Oriente, viene il dubbio che forse rivolgendosi a fonti locali si possa trovare qualche spiraglio. La prima traccia la troviamo in Cina : nella "Storia degli Han posteriori" ( Hou Han Shu scritto verso il 450 d.C. e quindi molto prima di tutte le altre fonti ricordate ) si parla di un tessuto molto pregiato e finissimo che si trova in Siria e che proviene dalla "pecora d' acqua". La storia delle pecore d' acqua si tramanda da secoli, finché verso il 1000 nello Chiu Thang Shu ( Storia antica della dinastia Thang ) si innesca una variazione : "se si prende un ombelico di pecora e lo si bagna con acqua, nasce un piccolo agnello". Questa variante della leggenda si complica ancor più nelle traduzioni arabe. Sempre verso l' anno mille Ab-Ishaq al-Istakhri parla della pecora d' acqua che viene a riva, dove lascia la sua lana e viene poi assalita e mangiata dai granchi. Da questa congerie di leggende prende corpo la tradizione ebraica dello Jaduah. Dunque dietro la leggenda del Borametz c'è una vasta serie di miti originali della Cina e relativi a un animale che produce un tessuto simile alla lana, passati in Occidente sia attraverso i meravigliati resoconti di viaggiatori, sia attraverso la tradizione letteraria araba ed ebraica. Ma che cosa c'è dietro la "pecora d' acqua" cinese? Secondo Laufer un mollusco lamellibranco ( Pinna nobilis ) che per attaccarsi alle rocce secerne dei filamenti che, essiccati e filati, nell' antichità davano un tessuto di particolare pregio, il bisso. La lunga serie di testi cinesi che il Laufer porta a sostegno della sua tesi è più che convincente. Ma a questo punto ci viene un sospetto : abbiamo visto che tanto l' anatra vegetale come l' agnello di Scizia hanno la loro radice naturalistica in due molluschi marini. Non potrebbe esserci allora un collegamento tra di loro? E' quanto, su base etimologico-linguistica sosteneva alla fine del secolo scorso Angelo de Gubernatis : secondo lui è possibile una confusione tra i concetti di agnello e di uccello sia in sanscrito ( avi=pecora/vi =uccello ) sia in latino ( ovicula e avicola ). Del resto anche in italiano una confusione tra augelletto e agnelletto è ben comprensibile. Quindi l' albero che genera uccelli può divenire quello che genera agnelli e viceversa. Ma è anche possibile che tra i nomi Borametz e Bernacae, almeno in lacune varianti fonetiche, ci sia un rapporto diretto; dice infatti De Gubernatis : "Poiché nel racconto orientale sull' albero che produce l' agnello, sul barianetz, questa pianta favolosa cresce, secondo il barone Herberstein, in un' isola, è possibile che il significato della parola russa baran ( agnello ) e del suo diminutivo baranietz si sia perduta e che non si sia più visto nella parola baran l' agnello ma un animale acquatico, un' anatra, e che qualche cronachista europeo medievale, latinizzando il diminutivo slavo, ne abbia fatto un diminutivo latino baranicula da cui si sarebbe formata la parola inglese barnacle o bernaca applicata ad un' anatra immaginaria …. ma il passaggio dell' albero che produce gli agnelli a quello che produce gli uccellini è stato possibile e probabile secondo me anche per un altro equivoco. Qualche scrittore latino ha dovuto tradurre la parola slava barianietz in latino con ovicula; poi si sono potute avvicinare la parola originaria e la traduzione latina barianietz-ovicula, che poi è diventata, non comprendendo più la parola baran, baranavicula, baranicula, barnicla, bernacle. Il gioco di parole sarebbe nato dalla facile confusione tra ovicula, agnellino e avicula, uccellino". Qualunque cosa si possa pensare di questa ricostruzione filologica invero del tutto ipotetica, rimane comunque il fatto che una parentela tra le due leggende, se non a livello linguistico, a livello simbologico certamente esiste. Voglio segnalare ancora un problema riguardante la storia dell' agnello scitico. Viene da chiedersi come mai una storia così ricca di spunti immaginari e che tanto interesse ha suscitato in filosofi, scrittori e scienziati, non abbia trovato, praticamente nessun riscontro nelle arti plastiche e figurative del medioevo né nella letteratura; Malaxecheverrìa avanza una ipotesi interessante : secondo lui il borametz incarna un significato simbolico ambiguamente blasfemo. Infatti l' agnello è senza dubbio il più diffuso e conosciuto simbolo del Cristo; e la sua unione con la pianta o l' albero, che invece riporta a un simbolismo a fondo esplicitamente sessuale, veniva rifiutata o almeno evitata a livello inconscio dall' artista medievale; ma verificare una simile ipotesi è un compito gravoso.
Animali Articolo Agnello
Dal sito http://xoomer.virgilio.it/bestialbhv/index.htm





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