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    Predefinito L'agnello vegetale di Scizia

    L'agnello vegetale di Scizia

    di Massimo Izzi


    Abbiamo già notato, nel precedente articolo, come la storia della anatre vegetali sia stata localizzata in maniera abbastanza univoca nelle isole Britanniche: dapprima in Irlanda, poi in Scozia e infine nelle isole Orcadi. Si tratta certamente di paesi che non erano agevolmente raggiungibili nel medioevo, ma pur sempre abbastanza vicini e conosciuti da consentire con una certa facilità di controllare la veridicità delle affermazione fatte; quello che più stupisce in questa storia fantastica di alberi che producono uccelli come se fossero semplici frutti è proprio che essa non sia localizzata, o quanto meno non abbia avuto origine nel "favoloso Oriente", là dove tutti i prodigi più inverosimili trovavano lo spazio necessario a garantire l ' immaginazione creatrice dai fastidiosi controlli dell' incredulo raziocinio. E' mai possibile che una terra così feconda di meraviglie non producesse anche essa un mostro in bilico tra i regni animale e vegetale paragonabile all' albero delle anatre? Evidentemente no. La storia dell' agnello di Scizia ( o di Tartaria ) sembra fatta apposta per controbilanciare la leggenda occidentale. Non è un caso infatti che i primi due autori occidentali che la ricordano, la mettano entrambi in diretta relazione, quasi in contrapposizione con la leggenda delle Bernacae, come per dimostrare che in fatto di storie meravigliose anche l' Occidente ha le sue brave carte da giocare. Il primo a parlarne è il frate Odorico da Pordenone; nella sua relazione su un viaggio compiuto in Oriente tra il 1316 e il 1328, relazione scritta nel 1330, troviamo il seguente racconto : "Un dì fra gli altri viddi una bestia grande come un agnello, che era tutta bianca più che neve, la cui lana ressembrava un bombace, la quale si pelava. E domandando dai circostanti che cosa fusse, fummi detto che era stata donata dal signore ad un barone per una carne che fusse la migliore e più utile al corpo umano che ogni altra; soggiungendomi che vi è un monte che ha nome Capsiis in cui nascono certi poponi grandi, e quando si fan maturi si aprono e n' esce fuori questa bestia. Fummi anche soggionto che nel reame di Scozia e d' Inghilterra sono arbori che producono pomi violati e tondi alla guisa di una zucca, dai quali, quando sono maturi esce fuori un uccello". La localizzazione indicata conferma pienamente le denominazioni con cui è conosciuta la pianta favolosa : il monte Capsiis ( Causaco ) rappresenta infatti un po' lo spartiacque tra le due regioni che nel medioevo venivano chiamate Scizia e Tartaria. La prima corrisponde alle regioni meridionali della Russia, dal Volga al Caucaso; la seconda, più orientale, partiva invece dal Caucaso e si estendeva nell' Asia centro-occidentale, comprendendo anche parte della Siberia. John Mandeville, o l' ignoto scrittore che dietro questo pseudonimo fu l' autore di uno dei più clamorosi e geniali falsi della letteratura geografica di tutti i tempi, è il secondo a parlare della nostra pianta. La prima redazione dei suoi viaggi, infatti, risale al 1355. Questo libro, che è un affascinante plagio dei più famosi resoconti di viaggi in Oriente, montati ad arte con una compiaciuta preferenza per gli aspetti più meravigliosi e fantastici, conobbe un tale successo nella sua epoca e nei secoli successivi da offuscare largamente quello delle fonti a cui aveva attinto a piene mani, primi fra tutti il Milione di Marco Polo e, per l' appunto, il viaggio di Odorico da Pordenone. Per questo motivo la sua descrizione dell' agnello scitico è diventata un classico punto di riferimento per i ( pochi ) studiosi di questa insolita manifestazione dell' immaginario medioevale : "Oltrepassando la terra del Catai ( Cina ) e andando verso l' India alta e verso Bukhara si arriva ad un regno chiamato Caldilhe, che è un paese molto bello. Là crescono certi frutti che assomigliano a zucche : quando sono maturi si tagliano a metà e dentro vi si trova una bestiola in carne ed ossa e sangue, che sembra un agnellino senza lana. La gente mangia sia il frutto che l' animale, il che costituisce una grande meraviglia. Anch' io ho mangiato di quei frutti straordinari, ben sapendo che Dio è sempre stupefacente nelle Sue opere. Nondimeno io dissi che non ritenevo questa opera per gran miracolo, poiché ci sono alberi nel nostro paese i frutti dei quali sono uccelli". E' facile notare come il Mandeville non faccia che ampliare la seconda parte della descrizione di Odorico, conferendole un' "imprimatur" di credibilità con l' affermare di aver lui stesso mangiato il meraviglioso frutto. Resta invece misteriosa la ragione per cui tenga a precisare che la bestiola assomiglia a un agnellino "senza lana". Infatti, come vedremo fra poco, è proprio la lana o la pelliccia del misterioso animale attorno alla quale si accentrano gli interessi dei viaggiatori; lo stesso Odorico nel descriverlo parte proprio dal parlare di una pelle coperta di lana bianca che egli ha visto. Probabilmente l' edizione manoscritta del Viaggio in Oriente che il nostro buon plagiario utilizzò non conteneva la prima parte della descrizione. E' comunque curioso che il Mandeville abbia operato un' aggiunta che diminuiva, anziché aumentarla, come era suo intento, la meraviglia del lettore. L’ autore successivo che parla dell’ agnello vegetale è ancora un viaggiatore, il barone Sigismond de Herbertstein che nei suoi Commentari sulla Moscovia e sulla Russia pubblicati per la prima volta a Vienna nel 1549, scrive : “Tra Volga e Iaich ( Ural ) fiumi intorno al mar Caspio, abitavano già li re Sauvolhensi, delle quali diremo poi. Appresso questi Tartari una cosa meravigliosa e a pena credibile Demetrio di Daniele, uomo fra li barbari di fede singolare, ci raccontò : essendo stato mandato suo padre per ambasciatore dal principe di Moscovita al re Zauvolhense, mentre era in quella legazione aveva veduta una certa semenza in quelle isole, poco maggiore e più rotonda del seme del melone, ma non dissimile però da quella. La qual semenza ascosa in terra, nacque poi dei quella una certa cosa simile ad un agnello di altezza di cinque palmi, e questo in loro lingua chiamano “boranetz” cioè agnello, perché ha il capo, gli occhi, l’ orecchie e tutte le altre cose alla similitudine d’ uno agnello nuovamente nato. Oltra di questo ha una pelle sottilissima, la quale molti in questo paese usano in capo in luogo di berretta; e molti dicono di averne vedute. Diceva ancora quella pianta, se pianta è lecito essere chiamata, aver in sé sangue ma senza carne, ma in luogo della carne una certa materia simile alla carne di gambari; ha l’ unghie non cornee come li agnelli, ma con certi peli vestite alla similitudine di un corno; ha la radice sin all’ umbilico e dura sin tanto che, mangiate le erbe torno a torno, la radice per carestia del pascolo si secca. Dicono aver in sé una dolcezza meravigliosa e che perciò è molto desiderata da’ lupi e d’ altri animali rapaci. Io quantunque giudico tutto questo, e del seme e della pianta, essere cosa favolosa e incerta, nondimeno, perché me l’ hanno riferita gli uomini degni di fede, l’ ho voluta riferire agli atri”. Questa descrizione che è la più dettagliata di tutte ( ivi comprese quelle successive ) merita qualche commento. Anzitutto notiamo che per la prima volta ci viene detto il nome della pianta prodigiosa : boranetz, che in seguito verrà usualmente trascritto “borametz” o “barometz”. In realtà, dato che esso deriva dal russo “baran” ( montone ) o meglio dal suo diminutivo “baranec”, sarebbe più corretto dire “baranetz”. In secondo luogo ci si accorge subito che la descrizione di Herbertstein è profondamente differente dalle prime due : lì avevamo una pianta che produceva un frutto dentro il quale si trovava l’ agnellino, qui è la pianta stessa, nata da un seme simile a quello del melone, ad avere l’ aspetto di un agnello; e mentre lì la somiglianza con l’ animale si fermava all’ aspetto fisico, qui essa si spinge fino alle abitudini alimentari ( essa magia le erbe per quanto glielo permette lo stelo ombelicale che la lega al terreno ), all’ uso della pelle ( se ne fanno dei copricapi ) e perfino ai nemici tradizionali ( è molto desiderata dai lupi ). La storia si diffonde, ripetuta da numerosi scrittori e scienziati dell’ epoca. Il primo a riprenderla è Guglielmo Postel ( Liber de causis, 1552); in maniera poco convinta Gerolamo Cardano ( De rerum variegate, 1554, libro 6, cap. 22) tenta di obbiettare che il fatto è impossibile perché, se l’ agnello possiede sangue, deve avere un cuore ed il terreno non è in grado di fornire stimolo sufficiente al movimento e al calore di questo organo; mitiga però questa sua professione di incredulità con l’ affermare che “forse in un luogo la cui aria sia abbastanza densa e grassa non sarà impossibile trovare qualche pianta che abbia sensibilità e sia simile a una carne imperfetta, come quella delle ostriche e dei pesci”. Nonostante lo scetticismo del celebre scienziato ritroviamo la stessa storia, arricchita via via di nuovi particolari in molti altri scrittori. Il dotto Giulio Cesare Scaligero nell’ exotericarum exercitationum liber ( exerc. 181 ) alla già colorita leggenda dell’ agnello vegetale aggiunge il suggestivo particolare che, tagliando uno degli “arti” della bestiola, fuoriesce un liquido simile al sangue. Il poeta Guillaume Salluste du Bartas ( La semaine, 1578 ) così descrive la pianta, scoperta da Adamo nel Paradiso terrestre il primo giorno della seconda settimana di vita dell’ Universo : “Sembrano montoni appena nati, e lo sarebbero davvero se nel nobile petto della terra, non immergessero una radice vivente che si allaccia al loro ombelico e muore il giorno in cui cessano di brucare il fieno che cresceva intorno. O effetto mirabile della mano divina! La pianta di carne e sangue, l’ animale con la radice!”. Ancora ne parla il napoletano Giovan Battista della Porta ( Phytognomonicon, 1591 ) che oltre a ricordare l’ estrema morbidezza della pelle, usata per fare copricapi, ritiene che, poiché la pianta ha tutte le caratteristiche fisiche di un agnello in carne e ossa, possa essere usata a fini terapeutici e medicinali negli stessi casi in cui si prescriverebbe l’ animale vero. Claude Duret nel 1605 riassume tutto quello che è stato scritto fino ad allora sull’ argomento, parteggiando chiaramente per la realtà della pianta. Altri due viaggiatori portano il peso della loro esperienza diretta nella diatriba; Olearius ( Voyages de Moscovie, 1636 ) scrive : “Ci hanno assicurato che presso Samara tra il Volga e il Don esistono una specie di meloni o meglio di cocomeri fatti come un agnello, di cui questo frutto rappresenta tutte le membra, che è legata al terreno dal gambo che gli serve da ombelico.


    Crescendo si sposta per quanto il suo gambo glielo permette e fa seccare l’ erba dovunque si gira. I moscoviti definiscono questo fatto “pascolare” o “brucare”; e aggiungono che quando è maturo il gambo si secca ed il frutto si ricopre di una pelle pelosa, che si può preparare ed usare come una pelliccia. Chiamano questo frutto “Boranez, cioè agnello”. Più cauto il secondo viaggiatore, J. Janssen Struyss ( Les voyages de Jean Struyss en Moscovite, 1669 ): “Verso il regno di Cazan cresce un grosso cocomero peloso che sembra rodere tutte le erbe che ha intorno al suo gambo. Si dice che i lupi lo divorino avidamente e che somiglia ad un agnello; i moscoviti lo chiamano Bonnaret”. Alla cautela di Struyss ( … sembra rodere … si dice … ) fa riscontro per la prima volta in questo stesso periodo la prima “prova autentica” dell’ esistenza della pianta : si tratta di una serie di curiosi oggetti di origine indubbiamente vegetale, con la forma inequivocabilmente di un agnellino in miniatura; inoltre si afferma che le pellicce che oggi definiamo di “persiano” sono niente altro che la ricercata pelle, opportunatamente conciata, dell’ agnello vegetale. E’ Hans Sloane, botanico della Royal Society of London, a svelare la prima parte del mistero : il presunto Borametz ( di cui aveva ottenuto un esemplare da un tale Mr. Buckley ) era indubbiamente nient’ altro che una parte artefatta di una felce arborescente, che il Linneo, in memoria proprio della leggenda di cui ci stiamo occupando, chiamò Cibotium Borametz. Si tratta di una felce a grande sviluppo ( raggiunge anche i quattro metri e mezzo di altezza ) con un grosso rizoma coperto di una peluria setolosa da cui si dipartono robusti steli. Basta tagliare opportunatamente questi steli per simulare delle gambe o far rassomigliare il tutto ad un agnellino. Nello stesso periodo il dottor Kaempfer, chirurgo della Compagnia Olandese delle Indie Orientali aveva potuto osservare che l’ attribuzione della pelliccia di “persiano” al Borametz era solo un espediente per nascondere la più sconvolgente provenienza della stessa da feti di agnellino strappati dal ventre delle loro madri prima di nascere, per garantire alla pelliccia una morbidezza inusitata. Una ulteriore conferma di questi fatti si trova in un trattatelo scritto dal botanico Breyn nel 1725. L’ imbroglio dei falsi agnelli vegetali era stato quindi svelato praticamente non appena questi erano stati introdotti in Europa. Restava invece da spiegare la leggenda dell’ agnello legato al terreno tramite uno stelo ombelicale ( di cui non c’era traccia nei falsi Borametz ) nonché la forma totalmente differente della leggenda quale compariva nei primi e più antichi resoconti che abbiamo esaminato ( il frutto con all’ interno l’ animaletto ). In un commento al Talmud del rabbino Simone di Sens ( 1253 ) si parla di un essere di nome Jaduah di forma umanoide dell’ ombelico del quale esce una radice che lo lega al suolo. Nell’ area che gli è resa praticabile dalla lunghezza della radice distrugge ogni cosa. Per ucciderlo bisogna tagliare quella specie di cordone ombelicale. Questa creatura, già abbastanza simile alla nostra leggenda, diventa negli scritti di un cabalista di poco posteriore, citato dal Duret, un agnello che distrugge tutta la pastura che è nel suo raggio di azione. Abbiamo quindi tutti gli elementi per spiegare la seconda forma della leggenda : una felce dal rizoma peloso e somigliante a un animaletto, le morbide e ricercate pelli del persiano, ed un adattamento cabalistico di una leggenda talmudica sembrano essersi uniti per foggiare una storia fantastica. La soluzione no è del tutto soddisfacente perché non spiega come e dove questi elementi separati ed eterogenei si siano amalgamati, localizzandosi per di più in una regione ben definita. Comunque per ora possiamo soprassedere a questi dubbi per cercare di spiegare l’ altra forma della leggenda. Il naturalista Henry Lee seminò coscienziosamente tutti i dati disponibili sulla questione e, in un libro apparso nel 1887 fornì quella che riteneva la spiegazione definitiva di tutta la storia, ma che in effetti suona convincente soltanto per la versione di Odorico da Pordenone e di Mandeville. Secondo Lee tutto l’ equivoco nasce da una errata comprensione delle descrizioni antiche della pianta del cotone. Teofrasto infatti ( Historia plantarum, IV, 4 ) parla di alberi che producono la “lana” guarniti di “piccole zucche della grandezza di una mela che quando sono mature scoppiano e liberano dei batuffoli di lana”. Il termine tradotto con “mela” è il greco melon che significa mela, frutto ma anche agnello. Anche Erodoto ( III, 106 ) racconta che “in India cresce sugli alberi delle foreste a mo’ di frutto, una specie di lana che è più bella e più fine di quella delle capre”. Plinio e, dopo di lui, tutti gli altri naturalisti seguitano a trasmettere questa notizia che dà luogo a una doppia tradizione : da un lato l’ albero che produce la lana si trasforma in albero che produce le pecore; dall’ altro si trasmette fedelmente così com’è nata, tanto che nello stesso libro del Mandeville accanto al borametz troviamo anche “alberi che danno lana simile a quella delle pecore con la quale si fanno stoffe ed ogni cosa fatta di lana”. Restano da chiarire alcuni dubbi nati nel tentativo di spiegazione della più comune forma di agnello vegetale, quella che nasce direttamente dal suolo già in forma di animale. La cosa meno convincente è che abbiamo unito una leggenda ebraica, una pianta tipicamente cinese ( che però spiegava solo un aspetto tardivo della leggenda, i falsi borametz del XVII secolo ), ed un prodotto animale ( la pelliccia ) di provenienza medio-orientale, senza che i tre pezzi del mosaico si siano mai incrociati tra di loro. Poiché tutte indistintamente le descrizioni fanno riferimento all’ Oriente, viene il dubbio che forse rivolgendosi a fonti locali si possa trovare qualche spiraglio. La prima traccia la troviamo in Cina : nella "Storia degli Han posteriori" ( Hou Han Shu scritto verso il 450 d.C. e quindi molto prima di tutte le altre fonti ricordate ) si parla di un tessuto molto pregiato e finissimo che si trova in Siria e che proviene dalla "pecora d' acqua". La storia delle pecore d' acqua si tramanda da secoli, finché verso il 1000 nello Chiu Thang Shu ( Storia antica della dinastia Thang ) si innesca una variazione : "se si prende un ombelico di pecora e lo si bagna con acqua, nasce un piccolo agnello". Questa variante della leggenda si complica ancor più nelle traduzioni arabe. Sempre verso l' anno mille Ab-Ishaq al-Istakhri parla della pecora d' acqua che viene a riva, dove lascia la sua lana e viene poi assalita e mangiata dai granchi. Da questa congerie di leggende prende corpo la tradizione ebraica dello Jaduah. Dunque dietro la leggenda del Borametz c'è una vasta serie di miti originali della Cina e relativi a un animale che produce un tessuto simile alla lana, passati in Occidente sia attraverso i meravigliati resoconti di viaggiatori, sia attraverso la tradizione letteraria araba ed ebraica. Ma che cosa c'è dietro la "pecora d' acqua" cinese? Secondo Laufer un mollusco lamellibranco ( Pinna nobilis ) che per attaccarsi alle rocce secerne dei filamenti che, essiccati e filati, nell' antichità davano un tessuto di particolare pregio, il bisso. La lunga serie di testi cinesi che il Laufer porta a sostegno della sua tesi è più che convincente. Ma a questo punto ci viene un sospetto : abbiamo visto che tanto l' anatra vegetale come l' agnello di Scizia hanno la loro radice naturalistica in due molluschi marini. Non potrebbe esserci allora un collegamento tra di loro? E' quanto, su base etimologico-linguistica sosteneva alla fine del secolo scorso Angelo de Gubernatis : secondo lui è possibile una confusione tra i concetti di agnello e di uccello sia in sanscrito ( avi=pecora/vi =uccello ) sia in latino ( ovicula e avicola ). Del resto anche in italiano una confusione tra augelletto e agnelletto è ben comprensibile. Quindi l' albero che genera uccelli può divenire quello che genera agnelli e viceversa. Ma è anche possibile che tra i nomi Borametz e Bernacae, almeno in lacune varianti fonetiche, ci sia un rapporto diretto; dice infatti De Gubernatis : "Poiché nel racconto orientale sull' albero che produce l' agnello, sul barianetz, questa pianta favolosa cresce, secondo il barone Herberstein, in un' isola, è possibile che il significato della parola russa baran ( agnello ) e del suo diminutivo baranietz si sia perduta e che non si sia più visto nella parola baran l' agnello ma un animale acquatico, un' anatra, e che qualche cronachista europeo medievale, latinizzando il diminutivo slavo, ne abbia fatto un diminutivo latino baranicula da cui si sarebbe formata la parola inglese barnacle o bernaca applicata ad un' anatra immaginaria …. ma il passaggio dell' albero che produce gli agnelli a quello che produce gli uccellini è stato possibile e probabile secondo me anche per un altro equivoco. Qualche scrittore latino ha dovuto tradurre la parola slava barianietz in latino con ovicula; poi si sono potute avvicinare la parola originaria e la traduzione latina barianietz-ovicula, che poi è diventata, non comprendendo più la parola baran, baranavicula, baranicula, barnicla, bernacle. Il gioco di parole sarebbe nato dalla facile confusione tra ovicula, agnellino e avicula, uccellino". Qualunque cosa si possa pensare di questa ricostruzione filologica invero del tutto ipotetica, rimane comunque il fatto che una parentela tra le due leggende, se non a livello linguistico, a livello simbologico certamente esiste. Voglio segnalare ancora un problema riguardante la storia dell' agnello scitico. Viene da chiedersi come mai una storia così ricca di spunti immaginari e che tanto interesse ha suscitato in filosofi, scrittori e scienziati, non abbia trovato, praticamente nessun riscontro nelle arti plastiche e figurative del medioevo né nella letteratura; Malaxecheverrìa avanza una ipotesi interessante : secondo lui il borametz incarna un significato simbolico ambiguamente blasfemo. Infatti l' agnello è senza dubbio il più diffuso e conosciuto simbolo del Cristo; e la sua unione con la pianta o l' albero, che invece riporta a un simbolismo a fondo esplicitamente sessuale, veniva rifiutata o almeno evitata a livello inconscio dall' artista medievale; ma verificare una simile ipotesi è un compito gravoso.

    Animali Articolo Agnello

    Dal sito http://xoomer.virgilio.it/bestialbhv/index.htm
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 13-08-10 alle 23:13
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  2. #2
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    Predefinito Rif: L'agnello vegetale di Scizia

    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada Visualizza Messaggio
    Ancora ne parla il napoletano Giovan Battista della Porta ( Phytognomonicon, 1591 ) che oltre a ricordare l’ estrema morbidezza della pelle, usata per fare copricapi, ritiene che, poiché la pianta ha tutte le caratteristiche fisiche di un agnello in carne e ossa, possa essere usata a fini terapeutici e medicinali negli stessi casi in cui si prescriverebbe l’ animale vero.
    Secondo recenti ricerche, la pianta dell'"agnello vegetale" (Cibotium barmoetz) produce in realtà sostanze che promettono buoni risultati negli esperimenti di laboratorio come trattamento per l'osteoporosi.

  3. #3
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    Jorge Luis Borges


    IL BORAMETZ


    L'agnello vegetale di Tartaria, detto anche borametz o polypodium borametz o polipodio cinese, è una pianta che ha forma d'agnello, coperta di lanugine dorata. Cresce su quattro o cinque radici; le altre piante le muoiono intorno, ed essa si mantiene rigogliosa; a tagliarla, n'esce un succo sanguigno. I lupi si compiacciono di divorarla. Sir Thomas Browne la descrive nel terzo libro dell'opera Pseudodoxia Epidemica (Londra 1646). In altri mostri si combinano specie o generi animali; nel borametz, il regno animale e il vegetale.

    Ricordiamo a questo proposito la mandragora, che grida come un uomo quando la svellono; la triste selva dei suicidi, in uno dei cerchi dell'Inferno, dai cui tronchi feriti escono insieme parole e sangue; e quell'albero sognato da Chesterton, che divorava gli uccelli annidati nei suoi rami, e in primavera metteva piume, invece di foglie. [1]


    [1]Ripariamo a un'involontaria (o generosa) omissione di Borges, ricordando che al borametz è dedicato un articolo famoso (AGNUS SCYTHICUS) di Diderot nell'Encyclopédie}.


    Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero – Manuale di zoologia fantastica
    (Einaudi, pag. 35)




  4. #4
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    Predefinito Rif: L'agnello vegetale di Scizia

    Due piante misteriose

    28/07/2010
    Di Carlo Di Stanislao

    “E dal sangue del gigante sparso sulla terra germogliò il moly, che prende il nome dalla fatica della battaglia. Ma il suo fiore, dal biancore abbagliante come quello del latte, proviene dall’abbagliante Helios, che vinse il combattimento; la nera radice spunta dal nero sangue del gigante, ovvero, se ne può spiegare la natura col fatto che Circe diviene spettralmente smorta per lo spavento”

    Eustazio

    In magia e stregoneria l'impiego delle sostanze vegetali non si limitava a una forma di erboristeria, a una specie di farmacia primitiva e parascientifica. I sapienti d'un tempo conoscevano a fondo (in molti casi più a fondo di noi) le virtù terapeutiche delle erbe, dei semi, delle radici, delle varie parti di ogni specie di pianta; sapevano come trame rimedi adatti alla cura di ogni genere di patologia. Ne conoscevano inoltre le virtù psicotrope: ovvero, i loro effetti non soltanto sul corpo fisico, ma anche sulla mente. Due esempi ci sono offerti da strani rimedi che gli antichi venerarono: la mandragora e la planta tartarica baromet, esempi centrali nella storia delle piante magiche, secondo Emile Gilbert, clinico ed esoterista, che visse a Parigi tra il XIX e il XX secolo e gravitò intorno al movimento dei Rosacroce di Joséphin Péladan e Stanislas de Guaita. Entrambi i rimedi furono considertati blasmesi, in quanto negromantici, da Origene, Eustazio e San Gregorio di Nissa. Per quanto riguarda la mandragora, i Beduini della regione del Negev in Israele la considerano sacra ed è vietato danneggiarla e le donne sterili ne mangiano i frutti immaturi dopo il periodo mestruale, recitando i versi del Corano. Sembrerebbe, poi, che l’effetto narcotico sia stato sfruttato in Palestina per indurre una specie di trance narcotica nei condannati alla crocifissione e probabilmente la spugna che fu data a Cristo sulla croce era imbevuta di vino alla mandragora. La si trova nel Faust di Goethe, e in autori del XIX secolo quali Hoffmann e Nadier. Nella letteratura minore italiana la troviamo nell’Incantesimo di Giovanni Prati, nell’ultima strofa della fiaba di Azzarellina: Làmpane graziose giran la verde stanza; e, strani amanti e spose, i gnomi e le mandràgore coi gigli e con le rose escono in danza. La mandragora arriva a noi dalla credenza popolare, dalla letteratura, dalla medicina che l’ha ampiamente utilizzata, soprattutto per i suoi effetti narcotici ma anche dal teatro e dal cinema. Nell’Abruzzo popolare si raccomandava, a chi volesse usarla per aumentare vitalità e ricchezze, di pregare il Signore, poiché pianta demoniaca per eccellenza. Nel film (vincitore di tre Oscar nel 2007) “Il labirinto del fauno”, di Guillermo del Toro, conosciuto anche con il nome “Il labirinto di Pan”, essa collega la giovane protagonista con mondo magico. Il suo nome, datole da Ippocrate, padre della medicina, è probabilmente ripreso dal persiano mhregiahe ed è rappresentata, nei testi alchemici, a forma di uomo, elemento a metà fra il regno animale e vegetale, capace di grandi portenti guaritori o di avvelenamenti mortali. Personaggi illustri come Goethe e Cagliostro la usarono perché si credeva facesse diventare ricchi, Giovanna D’Arco ne faceva uso per “parlare con Dio”. Macchiavelli (nell’omonima commedia), ci dice che rende fertili le donne (questo uso è riferito anche nella Bibbia) ed è ancora usata nella Wicca e per la costruzione di bambole Vodoo. Demostene e Platone paragonano i quieti cittadini ateniesi a degli “ubriachi di mandragore”, fatto confermato da Pindaro e Senofonte. Essa trova applicazione anche nell’arte militare delle imboscate. Infatti, Frontino scrive che Maharbal, mandato dai Cartaginesi contro i ribelli africani, sapendo che la popolazione era dedita al vino, lo miscelò con mandragore. In questo modo, Maharbal uccise i ribelli o li prese prigionieri mentre giacevano come fossero morti. In riferimento alle proprietà afrodisiache della mandragora, Afrodite, la dea dell’Amore, era chiamata Mandragoritis. La Mandragora è la più magica fra le piante occidentali, ricca di significati esoterici, una solanacea con fiori bianchi sfumati di blu e viola, che fiorisce nel mese di dicembre e la cui radice ha un’ aspetto antropomorfo. Usata in medicina e in magia sin dalla’epoca della civiltà Greca, nell'epoca romana si credeva che fosse abitata da un qualche demone; svellendola dal terreno, il demone si sarebbe risvegliato e il suo urlo avrebbe ucciso l'incauto raccoglitore. Conseguentemente si suggeriva di disegnare tre cerchi con un ramo di salice attorno alla pianta, di legarla con un filo nero e di allacciarlo al collo di un cane, in modo che il maleficio colpisse l'animale. Recenti reperti archeologiche ci indicherebbero che la sua conoscenza e venerazione è molto più antica di quanto si pensi, poiché la raffigurazione della raccolta delle sue radici è rappresentata sul coperchio del sarcofago o di Tutankhamon e la stessa scena nella tomba di Ramses II, quattordici secoli prima di Cristo. In quest’ultimo caso, la mandragora è accompagnata dalla ninfea e dal papavero da oppio, anch’esse piante dotate di proprietà psicoattive. Sembra che queste tre piante fossero utilizzate in combinazione per preparare un unguento in grado di indurre stati ipnotici, di trans ed estatici e che Ippocrate, che in Egitto studiò, abbia appreso dai sacerdoti di Anubi il suo potente impiego. Nella medicina Greca era usata come sonnifero, afrodisiaco (se cotta nel vino) e come amuleto contro la malasorte. Plutarco riporta che le più belle mandragore crescono ai piedi delle viti e che il vino ottenuto da queste vigne ha grandi proprietà ipnotiche. Anche Filostrato descrive la mandragora come soporifera. Dioscoride consigliava il vino di mandragora come anestetico in chirurgia, e lo fa, secoli dopo anche Isidoro di Siviglia. Plinio fu il primo a descriverne gli aspetti antropomorfici e a distinguerne varietà maschili e femminili. Dopo di lui ne trattarono, in epoca romana, Celso, Galeno e Lucio Apuleio, dai cui scritti Michele Scoto, nel XII secolo, trasse la conclusione di usarne misture con giusquiamo e oppio, per l’anestesia in corso di incisioni e amputazioni. Durante il Medioevo, si diceva che la mandragora nascesse dallo sperma che l'impiccato emette negli spasmi dell'agonia ed andava pertanto ricercata preferibilmente nei luoghi dove erano avvenuti tali supplizi. L’idea è riferita dal medico inglese Thomas Browne, che, fu anche il primo a dire che andava raccolta al plenilunio e di notte, per avere il massimo di proprietà narcotiche. Durante il Medioevo, in Italia e Germania, la mandragora era trattata come un vero e proprio essere vivente, avvolta in un panno rosso e posta in una scatola, custodita in un luogo sicuro fuori dalla vista dei curiosi e nutrita periodicamente. Alla morte del possessore, andava in eredità all’ultimogenito dei figli, che deponeva nella bara pane e una moneta d’oro. Si teneva in casa come amuleto per garantire una protezione magica, per divinare, per favorire la fortuna e la procreazione. Usanza comune era di intagliare la radice in forma di essere umano, dando origine alle cosiddette imaguncula alrunica, da Alraune, nome tedesco della mandragora. In Francia, la mandragora era nota come main de gloire, “mano di gloria”, o mandragloire, forse dall’unione delle parole mandragora e Magloire, quest’ultimo nome di un elfo del folklore francese, personificato come una radice di mandragora lavorata. In Britannia, una leggenda narra di uno spirito notturno che compare con le dita della mano fiammeggianti. D’altra parte, “mano di gloria” è anche il nome dato alla mano amputata di un uomo morto e usata come torcia magica per commettere furti di notte. Si tratta di un tema popolare del folklore europeo, comparendo in trattati, manuali di stregoneria, resoconti di processi alle streghe e credenze popolari. Per esempio, nel Libro dei segreti di Alberto Magno, l’autore spiega come preparare una mano di gloria. Lo scopo della mano di gloria è “[…]meravigliare coloro ai quali è mostrata e renderli immobili, come fossero morti”. Questa mano, tagliata a un morto e seccata, era usata come portacandela per pratiche occulte. Si dice che la mano brilli di notte, proprio come la mandragora, come la pianta si trova sotto le forche e ha un effetto soporifico simile. Ad Antiochia, Costantinopoli e Damasco, sono state ritrovate radici di mandragora modellate in forma umana. Questo sembra dimostrare che non solo l’uso della pianta è antico, ma che lo è anche il desiderio di accrescerne il potere magico, modificandone la forma. Ancora nell’età moderna, in Armenia, si usa bruciare le radici di mandragora per scacciare gli spiriti maligni dalle case e inalarne il fumo è considerato una cura per la pazzia. Una specie di mandragora è usata, poi, in riti magici nel Sikkim, in Himalaya. Trattando delle virtù terapeutiche della mandragora, Ildegarda di Bingen, nella Physica, la definisce “un pezzo di terra che non ha mai peccato”. Secondo alcune interpretazioni di questa definizione, la guarigione avviene tramite una regressione simbolica e rituale alle origini, ai tempi di Adamo nel Paradiso Terreste. Chi ha bisogno di cure ritorna simbolicamente al tempo mitico, al momento della creazione dell’uomo e del mondo. In questo modo, si rinasce nuovamente e si è liberi dalla malattia. Secondo una certa tradizione mediorientale, forse antecedente al Cristianesimo, la mandragora dalla radice antropomorfa nasce nel Paradiso Terrestre, dove Dio ha creato il primo uomo. Crescerebbe ai piedi dell’Albero del Bene e del Male, con il quale a volte è identificata. In questo caso, la mandragora è associata a un luogo primordiale, dove ha luogo la creazione primigenia. Si tratta quindi di una pianta primordiale e quindi mitica. Il suo impiegò andò decadendo con il Rinascimento e con l’inquisizione, nel XVII secolo, se ne proibì l’uso, sicché la "pianta-uomo" divenne patrimonio delle streghe e della magia nera. Nel 600, in alcuni trattati sulla licantropia, tra i quali quello di Njanaud (1615), appariva l'informazione dell'uso di un magico unguento a base di mandragora che permetteva la trasformazione in animali. La ricerca moderna ci dice che la pianta contiene alcalodi potenti come ioscina, atropina, mandragorina e iosciamina, in grado di sedare ed indurre il sonno. Il grande Alberto Magno sosteneva già che la radice, una volta polverizzata e sciolta nel vino, in quantità di circa trenta granuli, produce un invincibile sonno. Altra pianta a metà fra regno animale e vegetale e non meno magica ed esoterica è l'Agnello vegetale della Tartaria, pianta mitica della’Asia centrale, conosciuta anche col nome di Planta tartarica barometz (oppure borametz, o borometz), poiché barometz è la parola tartara che indica l'agnello. Si dice infatti che intorno al borametz non possano sopravvivere altre piante e che a tagliarla ne esca una linfa simile a sangue. Sempre secondo la leggenda (le cui origini si rinvengono nel XI secolo), i batuffoli di cotone erano in realtà minuscole pecore attaccate alla pianta per mezzo del loro cordone ombelicale. L'arbusto poteva piegarsi per permettere alla pecora di brucare l'erba; una volta che questa si fosse esaurita, la pecora sarebbe scesa dal barometz lasciando morire la pianta. Tale mito, che nel medioevo servì a spiegare l'esistenza del cotone, si basava sull'esistenza di una pianta reale, lanuginosa e con radici a fittone, solitamente in numero di quattro o cinque, il cui nome scientifico è Polypodium (o Cibotium) borametz:, originaria di alcune parti della Cina e della Malaysia. La pianta veniva raccolta e preservata come prova dell’esistenza dell’Agnello vegetale. Nel Museum of Garden History di Londra è conservato un esemplare del Cibotium risalente al XIX° secolo: questo preparato illustra perfettamente l’indubbio potere evocativo che la strana forma di questo tipo di felce doveva esercitare sui nostri antenati naturalisti. Recentemente alcuni ricercatori capeggiati dal coreano Ho Kim Young, hanno pubblicato, sulla prestigiosa rivista Journal of Natural Products, un lavoro in cui si dimostra che l’estratto di Borametz è molto efficace in corso di osteoporosi. Il gruppo di Kim ha isolato i composti del Cibotium barmoetz e ha dimostrato di bloccare la formazione di osteoclasti, che distruggono le ossa in formazione, fino al 97% delle cellule in colture di laboratorio, senza effetti nocivi sulle altre cellule.

    Letture consigliate:

    Gilbert E.: Le piante magiche. Nell'antichità, nel Medioevo e nel Rinascimento, Ed. Hermes, Milano, 2008.
    Lusini L.: Studi sul monachesimo eustaziano (secoli XIV-XV), Ed. Istituto Universitario Orientale, Napoli, 1993.
    Manzi A.: Piante sacre e magiche in Abruzzo, Ed. Carabba, Pescara, 2003.
    Marozzi E., Mari F., Bertol E.: Le piante magiche. Viaggio nel fantastico mondo delle droghe vegetali, Ed. Le Lettere, Roma, 1996.
    Menghini A.: Il giardino dello spirito. Viaggio tra i simbolismi dell'orto medievale, Ed. Aboca, Arezzo, 2004.
    Paglia R.: Le erbe magiche, Ed. Xenia, Milano, 2005.
    Rangoni L.: Il grande libro delle piante magiche, Ed. Xenia, Milano, 2005.
    Rangoni L.: Vivere Wicca, Ed. Xenia, Milano, 2004.
    Reveret E.: Stregoni, zombi, vodù. Pratiche magiche nelle Antille, Ed. Mimesis, Milano, 2001.
    Samorini G.: Gli allucinogeni nel mito. Racconti sull’origine delle piante psicoattive, Ed. Nautilus, Torino, 1995.
    Simonetti M. (a cura di): La maga di Endor di Origene - Eustazio - Gregorio di Nissa (san), Ed. EDB, Roma, 1989.
    Zolla E.: Il dio dell'ebbrezza. Antologia dei moderni Dionisiaci, Ed. Einaudi, Torino, 1998.

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    Predefinito Re: Rif: L'agnello vegetale di Scizia

    Agnello vegetale della Tartaria (Barometz)

    L'Agnello vegetale della Tartaria, o Barometz, è una creatura ibrida tra il mondo animale e quello vegetale



    Tra le creature leggendarie, e soprattutto tra gli ibridi del mondo vegetale con quello animale, la Mandragora è sicuramente la specie più conosciuta, ma la più bizzarra è affascinante resta il Barometz, o Agnello vegetale della Tartaria.

    Assimilata per molti versi alle Anatre vegetali dell'Irlanda, uccelli generati dagli alberi stessi, la leggenda del Barometz può essere quasi considerata la risposta orientale a queste creature prettamente europee.

    (...)

    http://www.latelanera.com/mostri-cre...ria.asp?id=181
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

 

 

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