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    Predefinito I pensatori della Controrivoluzione

    Louis De Bonald



    Dopo aver salutato con entusiasmo gli esordi della rivoluzione dell’89, il visconte Louis de Bonald (1754-1840) fu eletto nel 1790 membro dell’Assemblea nazionale. Tuttavia, in seguito alla vendita dei beni ecclesiastici (1791) e alla Costituzione civile del clero, egli si trasferì in Germania – ad Heidelberg – e solamente nel 1797 rientrò a Parigi in virtù della mutata situazione politica. Bonald fu gradito al regime napoleonico, ma nel 1815 venne eletto deputato della destra ultra, cominciò a scrivere su giornali conservatori e – nel 1823 – fu nominato Pari di Francia. In seguito alla Rivoluzione di luglio del 1830 e l’instaurazione della monarchia di Luigi Filippo, Bonald abbandonò le cariche e si ritirò in provincia: qui morì nel 1840. Le sue opere più importanti, degne di essere menzionate, sono la Teoria del potere politico e religioso (1795) – la cui diffusione venne arrestata a Parigi su ordine del Direttorio -, il Saggio analitico sulle leggi naturali dell’ordine sociale (1800), la Legislazione primitiva (1802) e la Dimostrazione filosofica del principio costitutivo della società (1830). A partire dalla Teoria del potere politico e religioso, Bonald critica aspramente la pretesa tipica dell’uomo di ergersi a legislatore della società, giacché è la società (politica e religiosa) a costituire l’uomo, e non viceversa (Marx ribalterà questa posizione). In opposizione all’esaltazione illuministica dell’individuo e dei diritti che gli spettano, Bonald mette l’accento su come l’uomo esista solo per la società, il cui obiettivo è quello di conservare quel che è stato prodotto. Ma tale scopo di conservazione può essere garantito solamente dalla monarchia, nella quale il potere è concentrato e non suddiviso: solo in forza di questo potere unitario è garantita la sussistenza della società. Sotto questo profilo, la rivoluzione, con le sue conseguenze democratiche che frantumano il potere unitario attribuendolo ad una miriade di individui ritenuti uguali, è una grave malattia, che però Bonald legge come punto di partenza per una migliore salute. Infatti la rivoluzione stessa è una specie di prova dell’esistenza di Dio, poiché mette in luce come l’eliminazione della religione conduca alla distruzione della società. L’ambito religioso e quello politico sono, agli occhi di Bonald, indisgiungibili. Al binomio meramente negativo rappresentato dalla democrazia e dall’ateismo, si contrappone il binomio positivo incentrato su monarchia e religione. Nell’opera sulla Legislazione primitiva, Bonald mette in chiaro come ogni società non sia il risultato di un contratto – come invece pretendeva Rousseau -, ma piuttosto costituisca una sorta di trinità, composta di tre persone sociali: potere, ministro, soggetto. Nella società domestica, ovvero nella famiglia, queste tre persone sono il padre, la madre e i figli. Nella società religiosa, le tre persone sono Dio, i sacerdoti e i fedeli. Nella società politica, esse sono il sovrano, i nobili (o i funzionari pubblici) e i sudditi (o i popoli). Ma in senso originario il potere risiede unicamente in Dio: l’unità è pertanto il contrassegno costitutivo del potere, mentre molteplici sono i ministri che ne eseguono la volontà. Il linguaggio di cui l’uomo dispone non fa altro che provare l’esistenza di Dio: l’uomo, infatti, trova il linguaggio già costituito ancor prima di formulare il proprio pensiero, cosicché i segni del linguaggio non possono essere stati inventati dall’uomo. Per inventarli, infatti, occorrerebbe pensare, ma non si può pensare facendo a meno di essi: ne segue che l’uomo ha potuto e può pensare poiché si è trovato dinanzi ad un linguaggio già costituito. Cade qui la tesi convenzionalista, secondo cui il linguaggio è una mera invenzione umana: viceversa, l’essere sociale dell’uomo presuppone il linguaggio, che, per essere spiegato, richiede il riferimento ad un essere diverso dall’uomo: tale è Dio, che ha creato l’uomo parlante. Nel pensiero di tutti gli uomini (articolantesi nel linguaggio) è in origine presente l’idea dell’essere, che coincide con l’idea stessa di Dio e che sta alla base di tutte le altre idee, specialmente di quelle morali, sociali e politiche. E’ però assolutamente impossibile che l’uomo abbia inventato l’idea di Dio o di tutto ciò che esiste. Sfruttando al meglio la tematica del linguaggio, Bonald chiarisce il rapporto intercorrente tra sudditi e sovrano: tale rapporto si fonda sulla relazione tra parola e ascolto, dove ascolto equivale a obbedienza (il sovrano detta legge e i sudditi obbediscono). La legge non è se non la volontà di Dio enunciata in linguaggio umano affinché sia intesa da altri uomini: ma alla base di ogni legislazione vi è la Sacra Scrittura, valida per tutti gli uomini. E’ Dio a comunicare agli uomini la verità attraverso la parola, la quale risveglia nella mente umana le idee innate che Dio stesso vi ha posto. Poiché non è la ragione individuale degli uomini ad inventare le idee, risulta a dir poco assurda la pretesa avanzata dagli Illuministi di fare dell’uomo il legislatore in grado di modificare in maniera radicale la società. Dopo il panorama caotico generato dalla rivoluzione, la società tenderà necessariamente a tornare al suo stato naturale, ossia ad applicare le leggi trasmesse da Dio mediante la società stessa, la quale sta al di sopra dell’individuo. In quest’ottica, il cattolicesimo assurge a religione richiesta dalla società stessa: la sua necessità è provata anche dalla storia, la quale è orientata a ristabilire - dopo i danni provocati dalla rivoluzione - l’unione della monarchia con la religione cattolica.


    fonte: http://www.conserv-azione.org/schede...e%20Bonald.htm

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: I pensatori della Controrivoluzione

    Le massime Di Luis De Bonald





    COSTITUZIONE - REALISMO

    La costituzione di un popolo è il modo della sua esistenza; e chiedersi se un popolo con quattordici secoli di storia, un popolo che esiste, ha una costituzione, è come chiedere ad un arzillo ottuagenario se è costituito per vivere.

    Luis de Bonald



    STATO – COSTITUZIONE – NOBILTà

    La nobiltà in Francia era un insieme di famiglie votate, di generazione in generazione, al servizio dello Stato, nelle due sole professioni che siano pubbliche o politiche, e cioè la giustizia e la forza.

    Luis de Bonald



    STATO – COSTITUZIONE - NOBILTà

    La nobiltà era una milizia politica, della quale il Re, quale supremo giudice e supremo governante, era il capo.

    Luis de Bonald

    CAPITALISMO – ECONOMIA

    La distinzione data dal danaro non è la più morale tra tutte quelle che possono esistere tra gli uomini.

    Luis de Bonald



    AUTORITA’ – COSTITUZIONE – LIBERTA’

    Il potere assoluto è un potere indipendente dagli uomini sui quali si esercita, il potere arbitrario è un potere indipendente dalle leggi in virtù delle quali è esercitato.

    Luis de Bonald



    AUTORITA’ – SOVRANITA’ – LIBERTA’

    Dichiarare che la sovranità appartiene al popolo, per l’ipotetico timore che sia oppresso come suddito, senza prevedere quale potere si potrà opporre a quello del popolo se, a sua volta, diviene oppressore, presuppone i soprusi per giustificare la resistenza.

    Luis de Bonald

    TRADIZIONE LEGGE

    Tutte le forme di legge, civili o criminali, abbastanza indifferenti in sè stesse, sono buone quando sono antiche, quando un popolo vi ha adattato i propri costumi ed abitudini, e quando il tempo ne ha fatto conoscere i vantaggi, o limitato gli inconvenienti.

    Luis de Bonald

    LIBERTà

    La libertà di stampa non è libertà se non per quei pochi che scrivono.

    Luis de Bonald

    LIBERTà DEMOCRAZIA

    Il popolo non è più o meno libero a seconda che sia tassato da un assemblea di deputati o da un comitato di consiglieri di Stato.

    Luis de Bonald

    DEMOCRAZIA

    La partecipazione di tutti i cittadini, mediata ed immediata, al potere legislativo, può assicurare grandi vantaggi o gravi danni senza che perciò costituisca libertà pubblica. Sarebbe necessario, perchè fosse così, che questa partecipazione fosse diretta, effettiva, generale di guisa che ciascun cittadino potesse dire: “Mi sono imposto da solo la legge cui obbedisco”.

    Luis de Bonald

    LEGGE

    Non riconosco come leggi che le leggi generali e costitutive dello Stato e della famiglia, leggi politiche, civili e penali; ed è profanare questo bel nome, il conferirlo a regolamenti temporanei e variabili, sulle dogane, i sali ed i tabacchi, i passaporti ecc., ecc.

    Luis de Bonald





    fonte: http://www.conserv-azione.org/massim...r%20autori.htm

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: I pensatori della Controrivoluzione

    Joseph De Maistre




    Laureatosi in giurisprudenza a Torino, poi membro della magistratura del suo paese natale, Joseph de Maistre (1753-1821) è in gioventù massone, adepto di una loggia legata all'esoterismo martinista; saluta con un certo favore le prime fasi della Rivoluzione francese, fin tanto che questa gli pare consistere nella richiesta di una costituzione moderata di tipo inglese, ma dopo la proclamazione dei diritti dell'uomo assume verso di essa atteggiamenti di radicale ostilità; quando le truppe francesi invadono la Savoia nel 1792, fugge in esilio in Svizzera, dove scrive le Lettres d'un royaliste savoisien (1793) e dove pubblica le Considérations sur la France (1796). Serve poi l'amministrazione savoiarda in Sardegna, e come plenipotenziario a Pietroburgo, fino al 1817. Per comprendere il fenomeno rivoluzionario Maistre elabora una teoria ampia e articolata, anche se non sistematica, della politica, della religione, e dei rapporti fra ordine, natura, storia, legittimità del potere, così che la sua interpretazione della Rivoluzione non può essere disgiunta dall'esame, anche se sommario, di buona parte della sua prestazione teorica, che dalla Rivoluzione è condizionata almeno quanto a genesi polemica. Fin dai primi scritti dell'esilio - e particolarmente nelle Considerazioni, che ebbero una certa notorietà - l'interpretazione maistriana della Rivoluzione è completa, convinta e pienamente articolata: la produzione successiva non porterà, al riguardo, che variazioni marginali, o approfondimenti nella direzione di una teoria generale della politica e della storia. Nelle Considerazioni si afferma infatti che "la rivoluzione francese, senza dubbio, ha percorso un cammino i cui momenti non si somigliano tutti; però, nel fondo, la sua natura non è mai cambiata, e fin dalla culla ha mostrato tutto quel che sarebbe stata"; a partire dall'abolizione dei privilegi cetuali, attraverso la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, la proclamazione della repubblica, il regicidio e il Terrore, fino alla fase termidoriana e direttoriale (il colpo di Stato del 27 luglio 1794 consiste, secondo l'autore, solo in questo, che "alcuni scellerati hanno ucciso altri scellerati") per giungere - negli scritti più tardi - a tutto il periodo napoleonico, non si tratta per Maistre che di un'unica catena di crimini, di un'unica strutturale instabilità istituzionale, storica, morale, che al di là delle analisi differenziate, legate alla concretezza degli sviluppi effettuali, ha un'unica origine ed un'unica spiegazione.
    E’ convinzione di Maistre che non ci possa essere discontinuità fra teoria e prassi; ciò lo porta a sostenere che un ordine politico sussiste solo grazie a fondamenti metafisici, e che, ove questi siano corrotti, ne risulta immediatamente corrotta anche la dimensione concreta della politica (emerge qui il cosciente rifiuto maistriano della moderna separazione di morale e potere, di religione e politica). Gli antecedenti della Rivoluzione stanno quindi per Maistre nella dimensione religiosa e metafisica, cioè nell'incontro fra l'antica tradizione dell'ateismo scettico e il razionalismo rivoluzionario di origine protestante; quell'incontro ha dato origine ad una filosofia - il razionalismo illuministico e individualistico - radicalmente erronea tanto sul piano teorico quanto nelle sue conseguenze politiche Queste sono l'assolutismo ma anche il contrattualismo e le teorie della sovranità popolare e della rivoluzione che Maistre pone in reciproca continuità, al di là delle loro apparenti e transitorie opposizioni: infatti, l'antica costituzione del regno francese e la tradizionale struttura cetuale dell'ordinamento politico - particolarmente le sue "colonne", il clero e la nobiltà - sono state, secondo Maistre, poste in crisi tanto dall'azione del potere regio fattosi assoluto e razionalistico quanto dall' azione prima teorica e poi pratica dei philosophes e della loro ragione libertina e atea: la Rivoluzione sopravviene quindi, per lui, in un paese già corrotto, come compimento di un progetto di lunga data, il progetto moderno.
    Il nucleo della modernità è individuato da Maistre nella volontà di uscire dallo stato di natura attraverso l'uso autonomo e individualistico della ragione, cioè nello sforzo di ricreare l'uomo ex novo e di negare quindi i principi naturali dell'ordine sociale. Questi, secondo Maistre, consistono in primo luogo nella relazione fondativa, immediata e diretta, fra trascendenza e potere politico, e nella conseguente impossibilità, per la ragione umana, di creare una stabile forma politica al di fuori di quella sanzionata dalla religione. Quest'ultima ha per lui il ruolo di confermare e di legittimare il fatto che le leggi dell'ordine politico sono naturali, in quanto create, volute e mantenute da Dio, almeno per l'essenziale, cioè per la subordinazione degli uomini ad un potere a cui non si può richiedere di esibire una legittimazione razionale nel senso moderno (ma è da notare che Maistre non intende per nulla elaborare una filosofia politica irrazionalistica: la ragione ha per lui il compito di riconoscere la struttura " autentica" del reale).
    Sulla base del presupposto che l'ordine politico è metafisicamente fondato e che l'uomo non può crearne i fondamenti, Maistre si oppone quindi alla dicotomia moderna natura/artificio ed alle relative teorie individualistiche e contrattualistiche. L'uomo moderno è così da Maistre elevato a protagonista, almeno negativo, dell'evento rivoluzionario e dei suoi antecedenti: è opera sua quella rivendicazione di libertà individuale che - inappagata nello Stato assoluto, che tuttavia la prepara - è all'origine della rivoluzione e del suo disordine radicale; questa, infatti, sovverte la naturale costituzione morale (con la pretesa centralità del soggetto e della sua ragione), economica (e a questo riguardo Maistre condanna la pratica degli assegnati, come distruttrice del buon diritto antico e come frutto di uno spirito puramente possessivo) e politica (come è testimoniato dal vano susseguirsi di costituzioni che caratterizza la Rivoluzione francese) A fronte dell'intrinseca incapacità della rivoluzione di costruire un ordine stabile e duraturo, Maistre sostiene che non devono essere assemblee e leggi innovative a dettare la costituzione di un popolo, ma che questa si deve manifestare come " religione nazionale", come " fede politica", cioè come "annientamento dei dogmi individuali e come regno assoluto e generale dei dogmi nazionali, cioè dei pregiudizi utili". Un potere che si pretende, come quello moderno e popolare, fondato solo sui diritti dei singoli, è quindi per Maistre illegittimo e instabile; è allora significativo che uno dei bersagli privilegiati della critica maistriana sia la nozione rivoluzionaria di "rappresentanza nazionale", con i suoi presupposti costruttivistici, ugualitari e individualistici, a cui l'autore contrappone la rappresentanza medievale, anticoncettuale e articolata per differenze organiche e naturali. E' questo l'aspetto tradizionalistico del pensiero di Maistre e della sua interpretazione della Rivoluzione, riconducibile al rifiuto integrale e frontale dei "principi dell'Ottantanove" e all'affermazione della necessità dei loro esiti negativi; all'interno di una struttura argomentativa rigidamente dicotomica, la rivoluzione, per Maistre, oblia l'autorità per sostituirvi il puro potere dispotico della sovranità popolare, distrugge ogni legittimità sostituendola con il mero esercizio della legalità, e, infine, pretende che il nuovo sia come tale superiore al vecchio. In essa egli vede un crimine non solo verso l'Antico Regime - non amato per le sue componenti assolutistiche e libertine ma soprattutto contro un ordine eterno che garantiva all'uomo un concreto e sensato "posto" nella scala gerarchica del cosmo morale e politico: quel crimine è quindi, prima di tutto, un'empietà. Confluiscono in questo sistema argomentativo tanto la tradizione dell'apologetica cattolica di Bossuet e di Fontenelle e della polemica antilibertina di Garasse, quanto la ripresa delle tesi dì Boulainvflliers sulla classe nobiliare come depositaria dell'antica libertà franco-germanica, piegate da Maistre a dimostrare l'impossibilità della libertà politica quando non sia garantita dalla tradizione; ma è soprattutto evidente il debito di Maistre, insieme però a importanti differenze, rispetto alle argomentazioni di Burke e di Barruel. E di chiarissima e conclamata origine burkiana, infatti, il far risalire l'instabilità intrinseca del fenomeno rivoluzionario all'astratta pretesa di rinunciare alla concretezza delle istituzioni tradizionali, per sostituirvi i dettami di una ragione che si pretende valida universalmente per tutti gli uomini. Ma è da sottolineare che il nucleo delle argomentazioni dei due controrivoluzionari differisce radicalmente: la logica del whig, infatti, è già protostoricistica e si affida in ogni caso ad una nozione di "perfettibilità" dell'uomo e delle istituzioni realmente dinamica, anche se il dinamismo non è individuato nel cosciente progetto razionale, quanto piuttosto nelle modificazioni che il longum tempus introduce nelle istituzioni tradizionali che ogni popolo si è formato reagendo alle diverse sfide della storia e della geografia; per Maistre, invece, la storia è solo "il primo ministro di Dio in questo mondo", è la "politica sperimentale", nel senso che in essa, nella durata, si rivelano verità metastoriche, cioè la forma e i contenuti dell'ordine naturale in quanto tale voluto da Dio e sostanzialmente immutabile: la "perfettibilità" che Maistre contrappone al sogno moderno di riformare radicalmente la natura e di creare una società artificiale consiste soltanto nel fatto che gli uomini, nel corso della storia, sempre meglio possono prendere consapevolezza delle verità metastoriche dell'ordine naturale (tesi, questa, che ha origine da Malebranche). Balza poi evidente la discontinuità delle posizioni di Maistre rispetto a quelle dell'abate Barruel: questi, nei Memoires pour servir à l'histoire du jacobinisme, sostiene la tesi del complotto massonico-illuministico come causa della Rivoluzione, che da quello sarebbe stata preparata e prevista in ogni particolare. Al contrario, Maistre, pur riconoscendo la razionalità moderna e i suoi fautori all'origine della Rivoluzione, afferma, nella sua tesi più originale, che la rivoluzione è non solo un sistema unitario, ma anche e soprattutto un soggetto attivo, animato da dinamiche sue proprie e in un certo senso necessarie, pur nella loro inconsistenza ontologica, e tali da trascendere ogni calcolo umano. Questa tesi è sostenuta da Maistre attraverso l'affermazione che la rivoluzione ha caratteri miracolosi, a un tempo satanici e provvidenziali, in un contesto argomentativo non di pacata interpretazione scientifica ma di stupefatta partecipazione emotiva. Infatti, già dal loro inizio le Considerazioni affermano che "in alcune epoche vediamo azioni sospese, cause paralizzate ed effetti nuovi" e che, "forza travolgente che piega tutti gli ostacoli", evento " ineluttabile", la rivoluzione è definibile solo come un " miracolo". Con ciò Maistre non vuole certo sostenere l'irresponsabilità o l'innocenza dei rivoluzionari - anzi, tutta la Francia è colpevole in solido dell'empietà rivoluzionaria e del regicidio -quanto piuttosto vuole sottolineare il lato a suo parere enigmatico della Rivoluzione, cioè che essa è un effetto sproporzionato rispetto alle cause: se fosse solo dovuta all'accecamento delle menti umane - sempre possibile, dopo il peccato originale la Rivoluzione non potrebbe infatti, a rigore, avere la forza di sovvertire un ordine stabile, voluto da Dio, immanente alla natura, sancito dalla storia, ma dovrebbe anzi automaticamente ricadere all'interno della necessità dell'ordine e del potere. Allora, proprio la durata e gli apparenti successi della Rivoluzione testimoniano per Maistre che questa è un miracolo, nel senso che è voluta direttamente da Dio, il quale ha permesso che le forze sataniche che rendono l'uomo ribelle trionfassero (cosa altrimenti impossibile), allo scopo provvidenziale di punire la corruzione dell'Antico Regime e la follia razionalistico-protestante moderna, che ne è quindi l'origine ma non propriamente la causa autentica. E il "mondo fantastico" evocato dalla "magia nera" della Rivoluzione acquisisce infatti, secondo Maistre, momentanea realtà allo scopo non solo di castigare la Francia (la teoria della reversibilità della colpa e della pena rende di fatto tutti gli uomini peccatori e punibili) ma anche di rigenerarla: "il comitato di salute pubblica, che fu un miracolo, il cui spirito ancora vince le battaglie", ha ricoperto il ruolo che Dio gli ha assegnato, di cui, peraltro, i Giacobini non sono consapevoli, essendo solo strumenti; il ruolo, cioè, di salvate la Francia dagli attacchi delle potenze europee e di preservarla in vista della controrivoluzione che da essa dovrà irradiarsi su tutta l'Europa per ricristianizzarla. Emerge qui la caratteristica principale - dal punto di vista del metodo dell'interpretazione maistriana della Rivoluzione, di essere cioè contrapposizione frontale rispetto ai principi "satanici" che l'hanno determinata, e al tempo stesso di volerli interamente ricomprendere in una teoria della storia non solo antimoderna ma anche complessivamente positiva. Che la Rivoluzione sia, per Maistre, un'"epoca", non implica che egli coscientemente si adegui alla moderna semantica del termine "rivoluzione "e alle categorie di "rottura" e di tempo lineare e progressivo che vi sono implicite: la rivoluzione è da Maistre interpretata nella tradizionale ottica etimologica di "allontanamento" e di necessario "ritorno" rispetto ad un centro fisso (l'ordine metafisicamente fondato) attorno a cui ruota una storia a un tempo sacra e naturale. La Rivoluzione francese non ha in sé la propria spiegazione e il proprio fine: i suoi fini sono sottoposti ad una provvidenziale eterogenesi che garantisce implicitamente la palingenesi; il preteso progresso storico dei Lumi è così reinterpretato da Maistre all'interno di una vera e propria teodicea di cui quello non costituisce che un brano rispetto al quale la vera rivoluzione sarà il sicuro ristabilirsi contro l'astrattezza dei diritti dell'uomo e dopo un "secolo di futilità criminali" - della serietà ordinata dei "diritti di Dio". La vicenda rivoluzionaria ha quindi un esito "positivo" garantito a priori, anche se il pathos controrivoluzionario maistriano assurge in qualche caso a vertici di angoscia (si ricordi, ad esempio, la celebre affermazione "io muoio insieme all'Europa") contraddittoria rispetto alla sua teodicea che in quanto tale vorrebbe sottrarsi sia ad ogni disperazione sia alle dicotomie destra/sinistra, conservazione/progresso. La stessa controrivoluzione, quindi, non è per Maistre un'ideologia concorrenziale di quella rivoluzionaria, e neppure, a rigore, un'attività politica in senso proprio: in quanto "contrario della rivoluzione " essa è automatico ristabilimento dell'ordine tradizionale cristiano. Naturalmente, gli aspetti di "destra" del pensiero di Maistre - oggettivamente inevitabili - sono evidentissimi per la critica liberale, ad esempio di Benjamin Constant, che dell'autore fa un esempio di cieco passatismo. Ma, oltre che essere un idolo polemico per la cultura "progressiva", l'interpretazione maistriana della Rivoluzione ha un'efficacia storica che si articola su quattro direttrici principali: è in primo luogo una delle fonti privilegiate del legittimismo tradizionalistico, e come tale nutrirà di suggestioni gran parte della cultura "retrograda" dei cattolici del XIX secolo (per l'Italia, si ricorderanno solo, a titolo d'esempio, Taparelli d'Azeglio e Monaldo Leopardi) e in generale, ma a prezzo di una forte decontestualizzazione (in senso più spesso storicistico) dei suoi argomenti dal quadro metafisico che li caratterizza, fornirà spunti a tutto il pensiero conservatore europeo e alla sua capacità "riflessiva" (superiore, secondo Mannheim, a quella "ingenua" del tradizionalismo) di criticare le tendenze degenerative della moderna razionalizzazione; in secondo luogo, nella tesi maistriana secondo cui la Rivoluzione instaura un " mondo fantastico " si può vedere un prodromo della piu' elaborata intuizione di Cochin sulla Rivoluzione come tentativo di costruire una "società immaginaria", e in generale un'anticipazione - pur nella ovvia distanza ideologica - degli sforzi della recente storiografia revisionistica di uscire dalle letture apologetiche della Rivoluzione; in terzo luogo, Maistre è stato assunto dalla destra radicale di Maurras - con ancora maggiore stravolgimento della ratio del suo pensiero - come un ideologo a cui si deve l'idea di uno scontro frontale e decisivo fra controrivoluzione e spirito rivoluzionario; infine, teorici politici come Carì Schrnitt e altri studiosi a diverso titolo a lui collegati, di Maistre accolgono non certo la teodicea, quanto piuttosto l'indicazione metodologica che la Rivoluzione francese apra un periodo storico caratterizzato da radicali difficoltà per quanto da la legittimazione degli ordini politici (liberalismo, democrazia, socialismo): i problemi che ne derivano potrebbero essere interpretati, in sede di storia delle idee e dei concetti politici, anche attraverso l'indagine (priva però del pathos tipicamente controrivoluzionario) del grado di consapevolezza specificamente metafisica con cui le argomentazioni giuridico-politiche cercano di legittimare gli assetti politici postrivoluzionari e secolarizzati.

    fonte: http://www.conserv-azione.org/schede...%20Maistre.htm

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: I pensatori della Controrivoluzione

    Le massime Di Joseph De maistre





    COSTITUZIONE IDEOLOGIE

    Il secolo diciottesimo non ha prodotto un solo giovincello di qualche talento che, uscendo di collegio, non abbia fatto tre cose: una neopedia, una costituzione ed un mondo.

    Joseph de Maistre

    COSTITUZIONE

    La debolezza e la fragilità di una costituzione sono direttamente proporzionali proprio alla molteplicità degli articoli costituzionali scritti.

    Joseph de Maistre

    COSTITUZIONE

    Che le leggi fondamentali potessero scriversi a priori fu la più grande follia del secolo delle follie.

    Joseph de Maistre

    UOMO

    L'esagerazione è la menzogna delle persone perbene.

    Joseph de Maistre

    GOVERNO

    Ogni nazione ha il governo che si merita.

    Joseph de Maistre

    RAZIONALISMO UOMO

    La ragione umana è palesemente incapace di guidare gli uomini: perchè pochi sono capaci di ragionare bene, e nessuno è capace di ragionare bene su tutto.

    Joseph de Maistre

    RAZIONALISMO VERITà

    Ma che cosa mai siamo, noi deboli e ciechi mortali! E cos’è quella luce tremolante che chiamiamo ragione? Anche quando abbiamo messo insieme tutte le probabilità, interrogato la storia, discusso tutti i dubbi e tutti gli interessi, è ancora possibile che invece della verità ci resti in mano soltanto una nebbia ingannatrice.

    Joseph de Maistre

    VERITà

    Ogni credenza costantemente universale è vera, e ogni volta che, separando da una qualunque credenza certi articoli particolari alle differenti nazioni, rimane qualcosa di comune a tutte; questo resto è una verità.

    Joseph de Maistre

    VERITà

    Ogni credenza universale è più o meno vera, cioè l’uomo può avere coperto e, per così dire, incrostato la verità con gli errori con i quali l’ha sovraccaricata, ma i suoi errori sono locali e la verità universale si rivelerà sempre.

    Joseph de Maistre

    FILOSOFISMO PREGIUDIZI
    Quanto a colui che parla o scrive per togliere al popolo un dogma nazionale, dev’essere impiccato come un ladro qualunque.

    Persino Rousseau era dello stesso parere senza pensare che lo stava chiedendo per se stesso.

    Joseph de Maistre

    FILOSOFISMO

    I filosofi ( o coloro che credono di essere definiti tali )posseggono un certo orgoglio feroce e ribelle che non si adatta a nulla: detestano senza eccezioni ogni distinzione che non sia loro utile; non vi è autorità che a loro non dispiaccia; non vi è nulla al di sopra di loro che non odino. Lasciateli fare e attaccheranno tutto, perfino Dio, perchè è padrone. Costoro sono gli stessi uomini che hanno scritto contro i re e contro colui che li ha insediati.

    Joseph de Maistre

    SUPERSTIZIONE RAZIONALISMO

    Che cosa è dunque la superstizione? Super non vuol dire forse “al di là”? Allora è qualcosa che sta al di là della credenza legittima... Cari amici, immagino che l’onore non vi dispiaccia. Ebbene, che cos’è l’onore? E’ la “superstizione della virtù”, oppure non è nulla. In amore, in amicizia, nella fedeltà, nella buonafede, ecc.., la superstizione è degna di essere amata, anzi è preziosa e spesso necessaria. Perchè non dovrebbe essere la stessa cosa per la pietà? Sono propenso a credere che i clamori contro gli “eccessi della cosa” siano dovuti ai “nemici della cosa”. La ragione è una facoltà senza dubbio buona, ma non tutto può essere regolato dalla ragione.

    Joseph de Maistre

    SUPERSTIZIONE RAZIONALISMO

    Due sorelle hanno il padre in guerra e dormono nella stessa camera: fa freddo ed il tempo è bruto; parlano delle preoccupazioni e dei pericoli che circondano loro padre. “Forse” dice una “in questo momento dorme al ghiaccio; forse è sdraiato in terra senza fuoco ne coperta; forse il nemico ha scelto questo momento...ah!...”.

    Balza dal letto, corre in camicia al cassettone, prende il ritratto del padre, lo poggia sul cuscino e appoggia la testa sul caro ricordo. “Mio buon babbo, ti proteggerò io!”. “Povera sorella mia”, dice la seconda, “sei forse impazzita? Credi che prendendo il raffreddore lo salverai e che egli sia molto più al sicuro perchè il tuo capo poggia sul suo ritratto? Stai, piuttosto, attenta a non romperlo e, dammi retta, torna a dormire”.

    La seconda, naturalmente, ha ragione e dice cose sensate; ma se doveste sposare una delle due sorelle, ditemi miei gravi figlioli, scegliereste la logica o la superstiziosa?

    Joseph de Maistre

    TRADIZIONE

    Le tradizioni antiche sono tutte vere; l’intero paganesimo non è altro che un sistema di verità corrotte e spostate; ed è sufficiente, per così dire, ripulirle e sistemarle al loro posto per vederle risplendere in piena luce.

    Joseph de Maistre

    PLATONE MATERIALISMO

    Bacone non ha tralasciato nulla per suscitare in noi l’avversione contro la filosofia di Platone, che è l’anticipazione laica del Vangelo, ed ha esaltato, spiegato e diffuso la filosofia di Democrito, cioè la filosofia atomistica, sforzo disperato del materialismo spinto all’estremo il quale, sentendo che la materia gli sfugge e non spiega nulla, si spinge nell’infinitamente piccolo; cera, per così dire, la materia senza materia. (...). Conformemente a questo sistema filosofico, Bacone impegna gli uomini a cercare la causa dei fenomeni naturali nella configurazione degli atomi o delle molecole elementari: l’idea più infondata e più grossolana che abbia mai contaminato l’intelletto umano.

    Joseph de Maistre

    MATERIALISMO SACRALITà

    Non vi è alcuna legge sensibile che non abbia dietro di sè (permettetemi l’espressione un pò ridicola) una legge spirituale, di cui la prima non è altro che l’espressione visibile; ecco perchè ogni tentativo di trovare le cause ultime dei fenomeni a livello materiale non accontenterà mai una mente profonda.

    Joseph de Maistre

    PESSIMISMO ANTROPOLOGICO

    Nessuno è innocente, non esistono giusti nel senso assoluto della parola, e siamo tutti colpevoli perchè siamo degradati dalla nostra natura.

    Joseph de Maistre

    GIUSTIZIA PESSIMISMO ANTROPOLOGICO

    Poichè il male esiste sulla terra ed agisce costantemente, dev’essere represso conseguentemente per mezzo del castigo; e di fatto noi vediamo un’azione costante di tutti i governi per fermare o punire ogni attentato del crimine; la spada della giustizia non ha guaina: deve continuamente minacciare o punire.

    Joseph de Maistre

    GIUSTIZIA PESSIMISMO ANTROPOLOGICO

    Il castigo è un governatore efficace; è il vero amministratore degli affari pubblici; è il vero legislatore, ed i saggi lo chiamano il garante dei quattro ordini dello Stato per l’esatto adempimento dei loro doveri. Il castigo governa l’umanità intera; il castigo la custodisce; il castigo veglia mentre gli uomini di guardia dormono. Il saggio considera il castigo come la perfezione della giustizia. Quando un monarca cessa di punire il più forte finirà con l’arrostire in più debole. L’intera razza umana è mantenuta nell’ordine dal castigo; infatti, l’innocenza è rara, ed è il timore della pena che permette all’universo di godere della felicità che gli è destinata.

    Joseph de Maistre

    GIUSTIZIA

    Ogni grandezza, ogni potere, ogni sudditanza si basano sul boia: egli costituisce l’orrore ed il legame dell’associazione umana. Togliete dal mondo questo agente incomprensibile e nello stesso istante l’ordine lascia il posto al caos, i troni s’inabissano e la società scompare.

    Joseph de Maistre

    ORDINE MILITARE

    Il militare è così nobile che riesce a nobilitare persino quello che l’opinione generale considera il mestiere più ignobile, poiché può esercitare le funzioni del boia senza degradarsi a patto che giustizi solamente i suoi pari e che, per dar loro la morte, si serva soltanto delle sue armi.

    Joseph de Maistre

    REALISMO IDEOLOGIE POLITICA

    La pigrizia e l’ignoranza orgogliosa di questo secolo si adagiano molto meglio su teorie che non costano nulla e che lusingano l’orgoglio più che sulle lezioni di moderazione e di obbedienza che bisogna chiedere faticosamente alla storia. In tutte le scienze, e sopratutto in politica, i cui avvenimenti numerosi e mutevoli sono tanto difficili da cogliere nel loro insieme, quasi sempre la teoria è contraddetta dall’esperienza.

    Joseph de Maistre

    POLITICA STORIA

    La storia è la politica sperimentale, ovvero la sola buona.

    Joseph de Maistre

    GIUSTIZIA

    La spada della giustizia non ha guaina: deve continuamente minacciare o colpire.

    Joseph de Maistre

    RIVOLUZIONE

    C’è nella Rivoluzione francese qualcosa di satanico che la distingue da tutto ciò che si è visto finora.

    Joseph de Maistre

    SACRALITà

    Riflettiamo sui fatti attestati dalla storia intera; scorgeremo che, nella catena degli eventi umani, dalle più grandi istituzioni che fanno epoca nel mondo, fino alla minima organizzazione sociale, dall’impero sino alla confraternita, tutte hanno una base divina, e la potenza umana, ogni qual volta se ne sia distaccata, non ha potuto dare alle sue opere che una potenza effimera.

    Joseph de Maistre

    MATERIALISMO

    Gli uomini di questo secolo hanno già deciso: essi hanno giurato a se stessi di guardare sempre a terra.

    Joseph de Maistre

    RIVOLUZIONE

    E’ stato notato, giustamente, che la rivoluzione francese guida gli uomini più di quanto non siano essi a guidarla. Questa osservazione è della massima esattezza; e sebbene la si possa applicare più o meno a tutte le grandi rivoluzioni, pure essa non è mai stata tanto evidente come in questa epoca. Persino gli scellerati che sembrano dirigere la rivoluzione non ne sono che degli strumenti; e non appena pretendono di dominarla cadono ignobilmente. Coloro che hanno istituito la repubblica l’hanno fatto senza volerlo e senza sapere quel che facevano; vi sono stati condotti dagli avvenimenti: un piano prestabilito non avrebbe avuto successo.

    Joseph de Maistre

    RIVOLUZIONE

    Tanto più si esaminano i personaggi della rivoluzione in apparenza più attivi tanto più si trova in essi qualcosa di passivo e di meccanico. Non si potrebbe ripeterlo abbastanza: non sono gli uomini a guidare la rivoluzione, è la rivoluzione a guidarli. Si dice benissimo quando si dice che essa cammina da sola. Questa frase significa che mai la divinità si era mostrata in modo così chiaro in

    un avvenimento umano. Se ricorre agli strumenti più vili è perchè punisce per rigenerare.

    Joseph de Maistre

    RIVOLUZIONE

    Tutti quelli che hanno voluto la rivoluzione sono stati giustissimamente le vittime.

    Joseph de Maistre

    COSTITUZIONE FILOSOFI

    La filosofia moderna è insieme troppo materiale e troppo presuntuosa per accorgersi di come veramente funzioni il mondo della politica. Una delle sue follie è quella di credere che un’assemblea possa costituire una nazione; che una costituzione, cioè l’insieme delle leggi fondamentali che convengono a una nazione e devono darle tale o talaltra forma di governo, sia un’opera qualunque che richiede soltanto ingegno, conoscenza ed esercizio; che si possa imparare il mestiere di costituente e che, alcuni uomini, il giorno che a loro venisse in mente, possano dire ad altri uomini: fateci un governo, come si dice ad un operaio: fammi una tromba a fuoco o un telaio per calze.

    Joseph de Maistre

    COSTITUZIONE PRINCIPIO DI IMPOSSIBILITà

    L’uomo può modificare ogni cosa nella sfera della propria attività, ma non crea nulla: questa è la sua legge nell’ambito fisico come in quello morale. L’uomo è senza dubbio capace di piantare un seme, far crescere un albero, migliorarlo con un innesto, e potarlo in cento maniere, ma non ha mai immaginato di avere il potere di fare da se un albero. Come ha mai potuto immaginare di avere quello di fare una costituzione? Grazie forse all’esperienza?

    Joseph de Maistre

    COSTITUZIONE DIRITTI

    Nessuna costituzione è il risultato di una deliberazione; i diritti dei popoli non sono mai stati scritti, o per lo meno gli atti costitutivi e le leggi fondamentali non sono mai stati altro che sanzioni di diritti anteriori di cui nulla si può dire se non che esistono perchè esistono.

    Joseph de Maistre

    COSTITUZIONE

    Ciò che vi è di più fondamentale e di più sostanzialmente costituzionale nelle leggi di una nazione non potrebbe mai essere scritto.

    Joseph de Maistre

    COSTITUZIONE

    L’essenza di una legge fondamentale consiste nel fatto che nessuna ha il diritto di abrogarla; ma come potrà una legge essere al di sopra di tutti se qualcuno l’ha fatta?

    Joseph de Maistre

    COSTITUZIONE LEGGE

    L’uomo non può fare una costituzione e nessuna costituzione legittima potrebbe essere scritta. Non si è mai scritta ne mai si scriverà a priori la raccolta delle leggi fondamentali che devono costituire una società civile e religiosa. Ma dopo che la società si è costituita, senza che si possa dire in quale modo, è possibile far dichiarare o illustrare per iscritto certi articoli particolari.

    Joseph de Maistre

    UOMO COSTITUZIONE IDEOLOGIA

    La costituzione del 1795, come le sue sorelle maggiori è fatta per l’uomo. Ma non esiste l’uomo nel mondo. Ho visto nella mia vita francesi, italiani, russi ecc; so pure, grazie a Montesquieu, che si può essere persiani; ma quanto all’uomo dichiaro di non averlo mai incontrato in vita mia; se esiste è a mia insaputa.

    Joseph de Maistre

    LIBERTà

    Bisogna sopratutto guardarsi dall’errore di credere che la libertà sia qualcosa di assoluto, non suscettibile di un più o di un meno.

    Joseph de Maistre

    COSTITUZIONE DIRITTI CONSERVATORISMO

    L’intervento umano (Nel formare una costituzione) non deve giungere oltre il riconoscimento dei diritti che già esistevano ma erano misconosciuti o contestati. Se gli imprudenti oltrepassano questi limiti con riforme temerarie, la nazione finisce per perdere quel che possedeva senza ottenere quello che vuole.

    Joseph de Maistre

    CONSERVATORISMO

    Non innovare se non molto raramente e sempre con moderazione e tremore.

    Joseph de Maistre

    COSTITUZIONE CONSERVATORISMO

    Un errore assai funesto è quello di legarsi troppo rigidamente ai monumenti antichi. Certo, si deve portare loro rispetto, ma sopratutto bisogna tener conto di ciò che i giureconsulti chiamano l’ultimo stato. Ogni costituzione libera è di per se variabile; ed è variabile nella misura in cui è libera; volerla ricondurre ai suoi elementi originari senza modificare nulla è un’impresa folle.

    Joseph de Maistre

    CONSERVATORISMO SACRALITà

    Il principio religioso è per eccellenza creatore e conservatore.

    Joseph de Maistre

    CONSERVATORISMO SACRALITà

    Se si vuol conservare tutto, tutto si consacri.

    Joseph de Maistre

    MONARCHIA CONSERVATORISMO

    Si dice: “dal momento che il Re è caduto dal suo trono non bisogna rimpiazzarlo”. Per quale motivo, per quale legge, per quale convenienza una cosa eccellente, una volta abbattuta, non si dovrebbe più rialzare?

    Joseph de Maistre

    MONARCHIA DEMOCRAZIA

    Se la monarchia verrà restaurata non sarà il popolo che lo deciderà, così come esso non decise la sua distruzione nè l’istituzione del governo rivoluzionario.

    Joseph de Maistre



    CONTRORIVOLUZIONE

    La restaurazione della monarchia, che viene chiamata controrivoluzione, non sarà una rivoluzione contraria, ma il contrario della rivoluzione.

    Joseph de Maistre

    MONARCHIA RIVOLUZIONE

    Un re non deve parlare il linguaggio della rivoluzione.

    Joseph de Maistre

    RIVOLUZIONE CONTRORIVOLUZIONE

    Per fare la rivoluzione francese è stato necessario abbattere la religione, oltraggiare la morale, violare tutte le proprietà e commettere tutti i delitti: per quest’opera diabolica è stato necessario impiegare un tal numero di mascalzoni che forse mai si sono visti tanti vizi intenti a compiere un qualche male. Per ristabilire l’ordine invece il re convocherà tutte le virtù.

    Joseph de Maistre

    RAZIONALISMO CONSERVATORISMO PREGIUDIZI

    La ragione umana, abbandonata a se stessa, è perfettamente nulla, non soltanto per la creazione ma anche per la conservazione di ogni associazione religiosa e politica: essa infatti non genera che dispute, mentre l’uomo per muoversi nella vita non ha bisogno di problemi ma di credenze.

    Joseph de Maistre

    PREGIUDIZI

    La culla dell’uomo dev’essere circondata di dogmi, e quando la sua ragione si sveglia bisogna che egli trovi le sue opinioni già formate.

    Joseph de Maistre

    PREGIUDIZI

    Non vi è nulla di tanto importante quanto i pregiudizi. Non prendiamo questa parola nel senso cattivo. Essa non significa necessariamente idee false, ma soltanto, seguendo la radice della parola, opinioni di qualunque tipo adottate prima di ogni esame.

    Joseph de Maistre

    PREGIUDIZI RAZIONALISMO

    E’ necessario che i dogmi religiosi e politici, mescolati e fusi, formino insieme una ragione universale o nazionale abbastanza forte da reprimere le aberrazioni della ragione individuale che è, per sua natura, le nemica mortale di qualunque associazione poichè produce soltanto opinioni divergenti.

    Joseph de Maistre

    PREGIUDIZI RAZIONALISMO

    Se ogni uomo si basasse sulla propria ragione particolare, vedreste presto emergere l’anarchia civile ovvero l’annientamento della sovranità politica.

    Joseph de Maistre

    PREGIUDIZI SACRALITà

    Il governo è una vera e propria religione: ha i suoi dogmi, i suoi misteri, i suoi ministri.

    Joseph de Maistre

    PREGIUDIZI STATO

    La ragione nazionale altro non è che l’annientamento dei dogmi individuali e il regno assoluto e generale dei dogmi nazionali, cioè dei pregiudizi utili.

    Joseph de Maistre

    PATRIOTTISMO PREGIUDIZI

    Che cos’è il patriottismo? E’ la ragione nazionale di cui parlo, è l’abnegazione individuale.

    Joseph de Maistre

    PATRIOTTISMO STATO

    La fede e il patriottismo sono i due grandi taumaturghi di questo mondo. Entrambi sono divini. Tutte le loro azioni sono prodigi. Non andate a parlar loro di esame, di scelta, di discussione: diranno che bestemmiate. Non conoscono che due parole: sottomissione e credenza. Con queste due leve sollevano l’universo: anche i loro errori sono sublimi.

    Joseph de Maistre

    PESSIMISMO ANTROPOLOGICO

    L’uomo, per il fatto di essere contemporaneamente morale e corrotto, giusto nell’intelligenza e perverso nella volontà, deve necessariamente essere governato; altrimenti sarebbe nello stesso tempo socievole e non socievole, e la società sarebbe nello stesso tempo necessaria e impossibile.

    Joseph de Maistre

    SOVRANITà

    Pur ammettendo che la sovranità non sia anteriore al popolo, tuttavia queste due idee sono parallele poichè è necessario un sovrano per fare un popolo. E’ egualmente impossibile immaginarsi una società umana, un popolo senza sovrano e un alveare e uno sciame senza un’ape regina: lo sciame, infatti, in virtù delle leggi eterne della natura, esiste così o non esiste.

    Joseph de Maistre

    SOVRANITà SACRALITà

    Si è discusso accanitamente per sapere se la sovranità venga da Dio o dagli uomini. Ma non so se si è osservato che le due proposizioni possono essere entrambe vere. E’ vero, in un senso inferiore ed approssimativo, che la sovranità è fondata sul consenso umano: perchè se un qualunque popolo si accordasse ad un tratto per non obbedire, la sovranità sparirebbe, e non si può immaginare la fondazione di una sovranità senza immaginare un popolo che consente di obbedire. Se dunque gli avversari dell’origine divina della sovranità vogliono dire soltanto questo, hanno ragione, e sarebbe inutile discutere. Poichè Dio non ha giudicato opportuno impiegare strumenti soprannaturali per la fondazione degli imperi, è evidente che tutto è dovuto venire attraverso gli uomini. Ma dire che la sovranità non viene da Dio perchè egli si è servito degli uomini per stabilirla, equivale a sostenere che egli non è il creatore dell’uomo perchè noi abbiamo tutti un padre e una madre.

    Joseph de Maistre

    LEGITTIMITà SOVRANITà

    La legittimità non consiste nell’agire in questa o in quella maniera nel proprio ambito, ma nel non uscirne.

    Joseph de Maistre

    LEGITTIMITà SOVRANITà

    Nessuna sovranità è limitata nel legittimo esercizio delle sue funzioni. Nel suo campo di legittimità, tracciato dalle leggi fondamentali di ogni paese, essa è sempre dappertutto assoluta, senza che nessuno abbia il diritto di dirle che essa è ingiusta o che si sbaglia.

    Joseph de Maistre

    MONARCHIA

    Se si domanda qual’è il governo più naturale all’uomo, la storia è lì a rispondere: è la monarchia.

    Joseph de Maistre

    MONARCHIA LEGITTIMITà

    Nella concretezza della realtà la religione., le leggi, i costumi, i privilegi degli ordini e dei corpi delimitano il sovrano e gli impediscono di abusare della propria potenza.

    Joseph de Maistre

    LEGITTIMITà SOVRANITà

    Nè il Re nè il Sommo Pontefice possono revocare ciò che è stato fatto parlamentarmente e conciliarmente, ossia da loro stessi in parlamento e in concilio. Il che, lungi dall’indebolire l’idea di monarchia, la completa e la porta al più ampio grado di perfezione, escludendo ogni arbitrio ed ogni idea di incostanza.

    Joseph de Maistre

    MONARCHIA ARISTOCRAZIA

    Si può affermare in generale che tutti i regimi non monarchici sono aristocratici perchè la democrazia è soltanto un’aristocrazia elettiva.

    Joseph de Maistre

    MONARCHIA ARISTOCRAZIA SOVRANITà

    Il regime aristocratico è una monarchia in cui il trono è vacante. La sovranità vi è in reggenza.

    Joseph de Maistre

    ARISTOCRAZIA DEMOCRAZIA SOVRANITà

    A parte l’aristocrazia naturale che risulta dalla forza fisica e dai talenti, non vi sono che due forme di aristocrazia: l’elettiva e l’ereditaria.

    Joseph de Maistre

    DISPOTISMO DEMOCRAZIA

    La democrazia pura non esiste al pari del dispotismo assoluto.

    Joseph de Maistre

    DEMOCRAZIA SOVRANITà

    Credo di poter definire la democrazia: un’associazione di uomini senza sovranità.

    Joseph de Maistre

    DEMOCRAZIA GIUSTIZIA

    Nelle democrazie la giustizia è talvolta debole, talaltra appassionata.

    Joseph de Maistre

    DEMOCRAZIA GIUSTIZIA

    Generalmente la giustizia nelle democrazie è sempre debole quando cammina da sola, e sempre crudele o sventata quando si appoggia al popolo.

    Joseph de Maistre

    DEMOCRAZIA SOVRANITà

    Quando Rosseau ci confida nel preambolo del Contratto Sociale che, come cittadino di uno stato libero, egli è sovrano nel suo ruolo, un’improvvisa contrazione dei muscoli sogghignatori si avverte anche nel lettore più benevolo; in una repubblica non si conta se non nella misura in cui la nascita, le alleanze e i grandi talenti vi danno dell’influenza; chi è un semplice cittadino non è realmente nulla.

    Joseph de Maistre

    DEMOCRAZIA

    La massa del popolo influisce molto poco sulle elezioni così come sugli affari.

    Joseph de Maistre

    DEMOCRAZIA LIBERTà

    In una repubblica di una certa estensione quella che si chiama libertà non è se non il sacrificio assoluto di un grande numero di uomini all’indipendenza e all’orgoglio di un piccolo numero.

    Joseph de Maistre

    CONSERVATORISMO SOVRANITà GOVERNO

    Ogni regime è buono quando è stabilito ed esiste da lungo tempo senza contestazione.

    Joseph de Maistre

    GOVERNO COSTITUZIONE POLITICA

    Non ci si doveva domandare qual’è il miglior regime in generale, perchè non ve n’è nessuno che convenga a tutti i popoli. Ogni nazione ha il suo, così come ha la sua lingua e il suo carattere, e questo è il regime migliore per essa. Dal che si ricava che ogni teoria del contratto sociale è un sogno da collegiali.

    Joseph de Maistre

    GOVERNO SOVRANITà SACRALITà

    Soltanto le leggi generali sono eterne. Tutto il resto varia, e un’epoca non assomiglia mai ad un altra. Indubbiamente l’uomo sarà sempre governato, ma mai allo stesso modo.

    Joseph de Maistre

    GOVERNO COSTITUZIONE

    Il miglior regime per ogni nazione è quello che nello spazio occupato da questa nazione è capace di procurare la maggiore felicità e forza possibile al maggior numero di uomini per un periodo il più lungo possibile.

    Joseph de Maistre

    MONARCHIA DEMOCRAZIA ARISTOCRAZIA GOVERNO

    Tutti i regimi sono monarchie, la cui sola differenza consiste nel fatto che il monarca è a vita o a tempo, ereditario o eleggibile, individuo o corpo.

    Joseph de Maistre

    DEMOCRAZIA DISPOTISMO

    Di tutti i monarchi il più duro, il più dispotico, il più intollerabile è il monarca popolo.

    Joseph de Maistre

    CONSERVATORISMO GOVERNO POLITICA

    Ricordatevi che ogni nazione ha nelle sue leggi e nelle sue antiche tradizioni tutto quel che le serve per essere felice, per quanto lo possa essere, e che prendendo quelle leggi venerabili come fondamento per i vostri lavori rigeneratori, voi potete dimostrare tutta la vostra perfettibilità senza lanciarvi in funeste innovazioni.

    Joseph de Maistre

    PATRIOTTISMO GOVERNO

    Nessuna nazione deve il suo carattere al suo regime, così come non gli deve la lingua; deve invece il suo regime al suo carattere; se vedete languire una nazione, ciò non è dovuto a un regime cattivo; è dovuto al fatto che quel regime deperisce perchè il carattere nazionale è logorato.

    Joseph de Maistre

    FUTURO

    Si parlerà della nostra attuale stupidità come noi parliamo della superstizione del medioevo.

    Joseph de Maistre

    EUROPA SACRALITà

    Senza violenza, senza resistenza, la grande costituzione europea fu scritta, non sulla vile carta, non dalla voce dei banditori pubblici, ma in tutti i cuori europei, allora tutti cattolici.



    Joseph de Maistre

    LIBERTA’- PESSIMISMO ANTROPOLOGICO

    L’uomo, in generale, abbandonato a se stesso, è troppo cattivo per essere libero

    Joseph de Maistre



    fonte: http://www.conserv-azione.org/massim...r%20autori.htm

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: I pensatori della Controrivoluzione

    Juan Donoso Cortés





    Lo spagnolo Juan Donoso Cortés (1809-1853) è stato uno dei più aspri critici della modernità e, in particolare, dei sui riflessi nell'ambito della teoria e della prassi politiche. In realtà, eg1i, al tempo degli studi universitari condotti a Salarnanca e a Siviglia, aveva maturato idee di stampo liberale e progressista, leggendo le opere di autori come Locke, Condillac; Rousseau e Voltaire. Tuttavia, in breve tempo, il suo liberalisrno si attenuò, finché negli anni 1847-48, in concomitanza con vicende strettamente personaii (la coerente testimonianza di un amico cattolico e la pia morte di un fratello) ed esperienze politiche (le rivoluzioni esplose in tutta Europa, di cui egli poté valutare di persona gli effetti in qualità di ministro plenipotenziario della Spagna a Berlino), si convinse dell'erroneità dette dottrine moderne e dell'unica e piena verità del cattolicesimo Da quel momento, Donoso dedicò tutte le sue energie a denunciare gli errori del pensiero moderno e ad affermare l'insostituibile ruolo del cattolicesimo al fine di preservare l'Europa dal Caos e dalla tirannide. La testimonianza più completa delle sue concezioni, improntate a un rigido tradizionalismo cattolico, è la Lettera da lui inviata nel 1852 al cardinal Fornari che gli aveva chiesto un giudizio sui principali errori filosofici e teologici dell'epoca: tale scritto, che verrà utilizzato da Pio IX al momento della redazione del Sillabo, sì presenta come un testo logicamente rigoroso e assai penetrante, capace di cogliere con grande lucidità i gravi limiti dell'ideologia liberale e di quella socialcomunista che si stavano affermando in Europa.

    Donoso Cortés fu un uomo di successo, deputato, oratore forbito, consigliere di re e regine, diplomatico, filosofo, le sue opere si diffusero rapidamente e interessarono uomini del calibro di Ranke e Schelling. Tutto ciò non lo distolse dall'impegno di vivere profondamente e seriamente la fede cristiana, mediante la preghiera, l'ascesi e la carità, finché la morte lo colse appena quarantaquattrenne a Parigi il 3 maggio del 1853.

    Donoso Cortés appare dominato da un'unica ansia, quella dì rendere testimonianza alla verità senza cedimenti e accomodamenti, e ciò, più volte, lo spinge a sposare posizioni estreme; ma sicuramente non gli mancano ottime capacità di analisi e di comprensione della realtà, che lo fanno apparire quasi un profeta in grado di prevedere gli sviluppi della storia e della cultura europee incamminate sulla strada dell'ateismo e della secolarizzazione. Seguace di Sant'Agostino, Donoso giudica pessimisticamente la natura umana e critica con durezza l'ottimismo razionalistico che crede nella bontà innata dell'uomo, nella rettitudine degli istinti, nella positiva autosufficienza della ragione, nel progresso illimitato. Al centro delle riflessioni donosiane sta il concetto di ordine divino, considerato il fondamento sia del creato che della Storia; la natura e l'umanità sono sorrette a un complesso di leggi che le governano e il cui sovvertimento è causa dei mali che affliggono il mondo: secondo Donoso, l'erroneità delle ideologie liberali, socialiste e comuniste deriva proprio dal tatto che esse non riconoscono e non rispettano tale ordine, che invece il cattolicesimo accetta e incrementa, affermandosi così come l'unica dottrina autenticamente valida e apportatrice di salvezza.

    Donoso sottolinea il grande valore della libertà umana, che raggiunge la pienezza quando si conforma ai comandi divini mentre si perverte nel momento In cui compie il male: il peccato originale, che per primo alterò l'ordine voluto da Dio, continua a condizionare negativamente i singoli uomini e la storia nella sua interezza; coloro che non si rendono conto di tale drammatica evidenza e che negano la terribile forza del peccato non sono in grado di capire né l'uomo né le vicende storiche che, agli occhi del pensatore spagnolo, sono caratterizzate da un titanico scontro tra bene e male. Figlie del peccato sono le rivoluzioni, che infrangono l'ordine politico, come il peccato infrange l'ordine etico; figlio del bene è l'ordine, che dunque deve essere restaurato perché ciò è nei piani stessi di Dio: "Quest'ordine - scrive Donoso - consiste nella superiorità gerarchica della fede sulla ragione, della grazia sul libero arbitrio, della Provvidenza divina sulla libertà umana, della Chiesa sullo Stato; e, per dirla tutta in una sola volta, nella supremazia di Dio sull'uomo… Solamente nella restaurazione di codesti eterni principi nell'ambito religioso e dell'ordine politico e sociale dipende la salvezza delle società umane… Questi principi non possono essere riattivati se non da chi li conosce, e nessuno li conosce se non la Chiesa cattolica".

    Muovendosi in questo contesto, Donoso difende a spada tratta l'istituto farniliare, la struttura gerarchica della società, il potere e l'autorità che lo esercita, e cerca sempre le profonde motivazioni teologiche che sorreggono queste sue certezze politiche, convinto com'è che gli errori dei moderni derivino dal misconoscimento delle basilari verità religiose predicate dal cattolicesimo.

    Non immune da qualche esagerazione e viziato da un eccesso dì radicalismo, il pensiero di Donoso Cortés trova una chiara giustificazione nella situazione storica in cui si colloca, ovvero quella di un'Europa che si sta scristianizzando e che viene travolta dalle rivoluzioni.

    Innegabili restano peraltro l'autenticità della passione religiosa di Donoso e la sua notevole acutezza nell'analizzare la realtà sociale e politica.



    Ricorda

    "Se nell'ordine fissato inizialmente da Dio risiede ogni bellezza, e se la bellezza, la giustizia e la bontà sono una stessa cosa considerata da diversi punti di vista, ne consegue che al di fuori dell'ordine stabilito da Dio non esiste bontà, né bellezza, né giustizia: e poiché queste tre cose costituiscono il bene supremo, l'ordine che tulle le contiene è il bene supremo. Dato che non esiste alcuna specie di bene al di fuori dell'ordine, ciò che esiste al di fuori dell'ordine non può essere che male, né esiste alcuna specie di male che non consista nel porsi al di fuori dell'ordine; per questo motivo, come l'ordine è il bene supremo, così il disordine è il male per eccellenza".

    (Juan Donoso Cortés, Saggio sul cattolicesimo, li liberalismo e il socialismo, Rusconi, Milano 1972, p. 204).



    Bibliografia

    Juan Donoso Cortés, Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo, Rusconi, Milano 1972.

    Juan Donoso Cortés, Il potere cristiano, a cura di Lucrezia Cipriani Panunzio, Morcelliana, Brescia 1964.

    Rino Cammilleri, Juan Donoso Cortés - il Padre del Sillabo, Marietti, Milano 1998.





    fonte: http://www.conserv-azione.org/schede...o%20Cortes.htm

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    Predefinito Riferimento: I pensatori della Controrivoluzione

    Le massime Di Juan Donoso Cortès



    LIBERTà UOMO

    L’uomo è libero perchè è dotato di volontà e d’intelligenza, ma non lo è perfettamente perchè non è dotato ne d’una intelligenza ne d’una volontà perfetta ed infinita.

    Juan Donoso Cortés

    SACRALITà CATTOLICESIMO ATEISMO

    Colui che riconosce in Dio oltre la sovranità costituente anche la sovranità attuale è cattolico; mentre colui che nega in Dio la sovranità attuale e, riconosce in Lui, soltanto la sovranità costituente, è deista; e colui che nega ogni sovranità in Dio perchè ne nega l’esistenza, quegli è ateo.

    Juan Donoso Cortés

    LIBERALISMO SOCIALISMO

    Il liberalismo lotta per dimorare in riposo sul promontorio che si è alzato tra due mari cresciuti ed i cui flutti sommergeranno la sua sommità: fra il cattolicesimo cioè ed il socialismo.

    Juan Donoso Cortés

    LIBERALISMO

    La scuola liberale non dice mai “io affermo” “io nego”, ma invece dice sempre: “io distinguo”.

    Juan Donoso Cortés

    SACRALITà

    I liberali hanno scelto di governare senza popolo e senza Dio.

    Juan Donoso Cortés

    RAZIONALISMO ATEISMO

    Il razionalismo è la contraddizione che riunisce nella sua unità suprema tutte le altre contraddizioni. Infatti, il razionalismo è, al tempo stesso, deismo, panteismo, umanismo, manicheismo, fatalismo, scetticismo, ateismo.

    Juan Donoso Cortés

    SOCIALISMO UOMO PATRIOTTISMO

    I socialisti sono in pratica ciò che essi non vogliono essere in teoria. In teoria, essi sono ancora francesi, italiani, alemanni; in pratica essi sono cittadini del mondo. Insensati! Essi ignorano che non vi è patria dove non vi sono frontiere, e che laddove non vi è patria non vi sono neanche uomini, benchè possano esservi dei socialisti.

    Juan Donoso Cortés

    ORDINE RIVOLUZIONE COSTITUZIONE

    Che tutte le cose siano in un ordine perfetto, è tanto necessario che l’uomo, pur disordinando tutto, non può concepire il disordine. Ecco perchè ogni rivoluzionario che rovescia le antiche istituzioni, le rovescia come assurde e perturbatrici, ne sostituisce delle altre di sua propria invenzione e sostituendole afferma che queste costituiscono un ordine eccellente.

    Juan Donoso Cortés

    SACRALITà TRADIZIONE

    Rimasto l’uomo senza Dio, rimane il suddito senza re, il figlio senza padre.

    Juan Donoso Cortés

    AUTORITà PASSIONI

    Il cattolicismo consacrò l’autorità e santificò l’obbedienza; e santificando l’una e consacrando l’altra condannò l’orgoglio nelle sue peggiori manifestazioni: per impedire così la cupidigia di potere e l’istinto di ribellione.

    Juan Donoso Cortés

    RIVOLUZIONE RICCHEZZA LIBERTà

    Le rivoluzioni sono infermità dei popoli ricchi e liberi.

    Juan Donoso Cortés

    RAZIONALISMO UOMO MORALE

    Le teorie razionaliste condannano ogni riforma morale dell’uomo come inutile ed insensata.

    Juan Donoso Cortés

    CATTOLICISMO LIBERALISMO SOCIALISMO

    Il cattolicismo, umanamente considerato, non è grande se non perchè è l’assieme di tutte le affermazioni possibili. Il liberalismo ed il socialismo sono deboli perchè essi riuniscono delle affermazioni cattoliche e delle negazioni razionaliste;e, perciò, anzichè essere scuole contraddittorie al cattolicesimo, esse non sono che scuole dissidenti.

    Juan Donoso Cortés

    PESSIMISMO ANTROPOLOGICO LIBERALISMO SOCIALISMO

    Consistendo il bene supremo, per gli uni e per gli altri, in un supremo rovescio che deve effettuarsi nelle regioni politiche secondo i liberali e nelle regioni sociali secondo i socialisti, gli uni e gli altri si accordano sulla bontà sostanziale ed intrinseca dell’uomo che deve essere l’agente intelligente e libero di questo sovvertimento.

    Juan Donoso Cortés

    PESSIMISMO ANTROPOLOGICO RIVOLUZIONE

    Se l’uomo in sè è assolutamente buono, produce, fuori di sè, con le sue rivoluzioni il bene assoluto.

    Juan Donoso Cortés


    fonte: http://www.conserv-azione.org/massim...r%20autori.htm

  7. #7
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    François-René de Chateaubriand





    Fu Napoleone in persona a ordinare che venisse recensita positivamente l'opera Genio del cristianesimo, pubblicata da François-René de Chateaubriand duecento anni fa, esattamente il 14 aprile 1802 o, come si diceva allora in ossequio ai dettami della moda rivoluzionaria, il 24 germinale dell'anno X. Per la verità l'autore, che era nato a Saint-Malo nel 1768 e che morirà a Parigi nel 1848, dopo un'iniziale adesione alle idee illuministiche, si era spostato su posizioni decisamente controrivoluzionarie, facendo coincidere tale spostamento con la conversione al cattolicesimo, di cui il Genio è la testimonianza più viva e interessante. Chateaubriand, che con Louis de Bonald e Joseph de Maistre è considerato uno dei maitre à penser della controrivoluzione filosofica francese, ritenne che i fatti del 1789 e tutti i mali che ne erano seguiti fossero la diretta conseguenza delle dottrine elaborate nel XVIII secolo dai Voltaire e dai Diderot, i quali non avevano esitato a porre al centro delle loro riflessioni e delle loro polemiche il rifiuto e la condanna della fede religiosa, in particolare di quella cristiana, di cui avevano criticato e persino ridicolizzato i dogmi e le verità principali. Dunque, per Chateaubriand la sconfessione delle tesi rivoluzionarie e la difesa del cristianesimo sono due facce della stessa medaglia, il compito che gli si impone è allora quello di dimostrare che il messaggio di Gesù Cristo non soltanto non ha prodotto gli effetti negativi denunciati dagli illuministi ma, al contrario, è stato il più potente alleato della cecità occidentale e del progresso della cultura: «Non si trattava - si legge a questo riguardo nel Genio del cristianesimo - di riconciliare con la religione i sofisti, bensì la gente da essi traviata. L'avevano ingannata col dire che il cristianesimo era un culto nato in seno alla barbarie, assurdo nei dogmi, ridicolo nelle sue cerimonie, nemico delle arti e delle lettere, della ragione e della bellezza; un culto che aveva continuamente versato il sangue, incatenato gli uomini e ritardato la felicità e i lumi del genere umano; si doveva dimostrare che, al contrario di tutte le religioni mai esistite, la religione cristiana è la più poetica, la più umana, la più favorevole alla libertà, alle arti, alle lettere; che il mondo moderno le deve tutto, dall'agricoltura alle scienze astratte; dagli ospizi per gli infelici fino ai templi costruiti da Michelangelo e decorati da Raffaello». Gettandosi in un dibattito antico e, come è noto, ancor oggi di grande attualità, Chateaubriand manifesta la certezza che la civiltà cristiana sia superiore a tutte le altre. E per suffragare questa tesi fa appello a motivi estetici e sentimentali piuttosto che ad argomentazioni strettamente razionali e logiche: egli - è stato detto - «non spiega, non ragiona, ma contempla e ammira». E ammirando, si convince che niente è più sublime della religione cristiana, a proposito della quale, sempre nel Genio, afferma: «Si doveva dimostrare come niente sia più divino della sua morale, niente più bello e solenne dei suoi dogmi, della sua dottrina e del suo culto; occorreva dire come essa favorisca il genio, purifichi il gusto, sviluppi le passioni virtuose, dia vigore al pensiero, offra nobili forme allo scrittore e perfetti stampi agli artisti; che non bisogna vergognarsi di credere con Newton e Bossuet, Pascal e Racine». A questo punto, agli occhi di Chateaubriand, è evidente che coloro che hanno pensato di poter fare a meno del cristianesimo avrebbero condotto l'uomo e la società allo sfacelo, perché esso rappresenta quella tradizione aurea fuori o contro la quale non è possibile edificare niente di buono: «E' qualcosa di generalmente riconosciuto - si legge ancora nel Genio del cristianesimo - che l'Europa deve alla Santa Sede la propria civiltà, una parte delle sue leggi migliori e quasi tutte le sue scienze e le sue arti». «Avvocato poetico» del cattolicesimo, come lo definì Sainte-Beuve, e fors'anche «cristiano dilettante», secondo il giudizio che ne dette Pierre Moreau, Chateaubriand non appare teologo e filosofo capace di speculazioni profonde; la sua stessa religiosità risulta a volte vaga e troppo legata alle emozioni e condizionata dai sentimenti. Tuttavia, questo intellettuale dalla vita inquieta - ebbe una carriera politico-diplomatica contrastata ancorché di buon successo, e celebre resta il suo fascino di grande amatore - fu capace di riattirare sulla Chiesa il favore e la simpatia della gente e degli stessi uomini di cultura, dopo l'ubriacatura anticristiana che aveva stordito per lungo tempo la Francia e che era figlia di quel materialismo rivoluzionario che egli definì «il patibolo sostituito alla legge e obbedito in nome dell'umanità».


    fonte: http://www.conserv-azione.org/schede...teaubriand.htm

  8. #8
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    Edmund Burke



    1. La vita e le opere

    Edmund Burke nasce a Dublino, in Irlanda, il 12 gennaio 1729 da padre anglicano e da madre cattolica: con il fratello Richard viene educato da anglicano perché possa, in futuro, intraprendere la carriera pubblica; la sorella, invece - com'era costume nell'Irlanda del tempo -, riceve un'educazione cattolica. Ma l'ambiente cattolico in cui de facto vive, gli studi coltivati e la stessa appartenenza etnica contribuiscono a creare in lui quello che è stato definito "stampo di pensiero cattolico". Dal 1743 al 1748 studia arti liberali al Trinity College di Dublino formandosi su autori classici greci e latini: Cicerone (106-43 a. C.) e Aristotele (384-322 a. C.) esercitano sul futuro parlamentare un'influenza profonda come maestri, rispettivamente, di retorica e di pensiero - lo stesso Burke verrà poi considerato uno dei massimi prosatori di lingua inglese - e di filosofia politica. Nel 1750, a Londra, studia diritto al Middle Temple: presto però, stanco del pragmatismo materialista e della metodologia meccanicista di cui è impregnato l'insegnamento, contrariando il padre, l'abbandona e si dà alla carriera letteraria.

    Ma, con il tempo, il futuro statista acquisisce comunque una seria conoscenza del diritto europeo continentale e di quello britannico, dalla romanistica al Common Law. Estimatore e conoscitore del diritto naturale antico e moderno, approfondisce il pensiero di Cicerone e degli stoici latini, e, fra i moderni, quello di Richard Hooker (1553-1600), che considera come la massima fonte del diritto canonico dell'epoca della Riforma protestante. Questi, pastore anglicano autore di The Laws of Ecclesiastical Polity, detto "il Tommaso d'Aquino della Chiesa anglicana", continua, in parte e a certe condizioni, la tradizione filosofica scolastica nell'Inghilterra dopo lo scisma della prima metà del secolo XVI. Altra fonte importante della formazione e poi del pensiero burkiani è la catena dei grandi giuristi britannici, da sir Edward Coke (1552-1634) a sir William Blackstone (1732-1780) - autore dei Commentaries on the Law of England -, passando per i giurisperiti moderati, favorevoli all'incruenta "Gloriosa Rivoluzione" inglese del 1688. Peter J. Stanlis - uno dei massimi studiosi statunitensi viventi del pensiero burkiano - scrive: "È importante notare che la sua erudizione giuridica, comprendente le tradizioni del diritto naturale, del diritto delle genti, del Common Law inglese, del diritto penale e dei precedenti consuetudinari nel diritto positivo, ne imbevvero e ne informarono la filosofia politica, il senso dell'Europa come grande commonwealth di nazioni con un'eredità morale e giuridica comune e la fiducia nel cammino della tradizione lungo la storia".

    Nel maggio del 1756 l'anglo-irlandese pubblica il primo scritto, anonimo: A Vindication of Natural Society, un pamphlet che deride la filosofia libertina e deista allora in voga. Il 12 marzo 1757 sposa Jane Nugent. Nell'aprile dello stesso anno dà alle stampe A Philosophical Inquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful. In quest'opera dedicata all'estetica, indaga le fondamenta psicologiche dell'arte e ricusa l'idea di esse come semplice prodotto di rigide regole teoretiche, anticipando aspetti importanti del pensiero filosofico della maturità. Nei mesi precedenti era apparso anche l'anonimo An Account of the European Settlements in America, testo forse redatto da Will Burke - un parente di Edmund -, nel quale sono stati individuati numerosi apporti del pensatore anglo-irlandese. L'opera ottiene un buon successo e contribuisce a incrementare l'attenzione britannica sull'America. In essa, l'anonimo autore simpatizza con l'idea di libertà politica espressa dalle Colonie britanniche, mettendo in guardia i propri compatrioti circa la pericolosità di certe misure commerciali troppo restrittive.

    Il 9 febbraio 1758 Jane Burke dà alla luce il figlio Richard, che morirà nel 1794. Nel medesimo anno, Burke comincia a dirigere l'Annual Register, una corposa rassegna che, dal 1759, si occupa di storia, di politica e di letteratura, prima solo britanniche, poi anche europee continentali, e che egli dirige, anche collaborando, fino al 1765. Fra il 1758 e il 1759 scrive Essay towards an Abridgment of the English History - interrotto a re Giovanni Plantageneto, detto Senzaterra (1167-1216) -, un'opera pubblicata postuma nel 1811. In questo stesso periodo Burke inizia a frequentare Samuel Johnson (1709-1784), l'eminente letterato tory, cioè del "partito del re": nonostante la diversità delle loro opinioni politiche, fra i due intercorreranno profonde stima e amicizia.

    Nel 1759 diviene segretario privato e assistente politico di William Gerard Hamilton (1729-1796), un suo coetaneo già attivo in Parlamento. La redazione dei Tracts Relative to the Laws against Popery in Ireland - scritti frammentari pubblicati postumi nel 1797 - risale all'autunno del 1761, durante un soggiorno irlandese. Dopo la separazione da Hamilton, il pensatore anglo-irlandese si lega a Charles Watson-Wentworth, secondo marchese di Rockingham (1730-1782), divenendone presto segretario. Questi, il 10 luglio 1765, viene nominato primo ministro da re Giorgio III di Hannover (1738-1820) benché il sovrano sia assai riluttante ad affidare l'incarico a un whig, cioè del "partito del Parlamento". Eletto nel medesimo anno alla Camera dei Comuni, Burke vi diviene presto la guida intellettuale e il portavoce della "corrente Rockingham" del partito whig, la quale, peraltro, ha solo brevi successi politici fra il 1765 e il 1766 e di nuovo, per pochi mesi, nel 1782.

    Burke siede dunque nei banchi dell'opposizione per la maggior parte della propria carriera politica ed è durante questa seconda fase della sua esistenza che lo statista-pensatore pubblica le opere più note, fra cui Thoughts on the Causes of the Present Discontents nel 1770, Speech on the Conciliation with the Colonies nel 1775, Reflections on the Revolution in France nel 1790, Thoughts on the French Affairs e Appeal from the New to the Old Whigs nel 1791, nonché le Letters on a Regicide Peace, concluse nel 1796.

    Il 9 luglio 1797 Burke muore nella sua casa di campagna di Beaconsfield, in Inghilterra.



    2. Il pensiero politico-filosofico

    Gran parte dell'attività pubblica burkiana è impegnata a difendere da un lato la Chiesa anglicana dagli attacchi dei "liberi pensatori" e dei riformisti protestanti radicali, dall'altro i cattolici e i dissenzienti protestanti, lesi nei propri diritti dalla politica assolutistica del governo londinese. Ratio di quest'azione politica non è un concetto "latitudinario" di libertà religiosa, ma una visione d'insieme della natura umana e dei rapporti fra lo Stato, i corpi sociali intermedi e i singoli individui minacciati dall'assolutismo moderno. Obiettivo di Burke è garantire uguali diritti a tutti i sudditi britannici, ovunque si trovino e qualunque fede religiosa professino: diritti concreti, acquisiti storicamente in virtù della secolare tradizione costituzionale e consuetudinaria britannica - i "benefici" -, e - a partire dal 1789 francese non a caso in aspra polemica, fra l'altro, con le "libertà inglesi" - contrapposti alle astrazioni illuministico-razionalistiche della Loi e del "diritto nuovo".

    Lo statista diviene e rimane celebre per quattro "battaglie parlamentari". La prima, a tutela dei diritti costituzionali tradizionali dei coloni britannici in America, si oppone alla tassazione arbitraria, imposta dal governo londinese, e difende l'autentico significato della Costituzione "non scritta" britannica. Con lungimiranza, Burke si accorge della miccia che tale politica va innescando nella polveriera nordamericana e fa di tutto per allontanare lo spettro della perdita delle Colonie. Mai favorevole all'indipendenza che queste dichiarano nel 1776, una volta scoppiato il conflitto armato fra esse e la Corona britannica, egli giudica gli eventi come una "guerra civile" interna all'Impero - non una rivoluzione -, presto sanabile.

    La seconda battaglia parlamentare è quella condotta contro l'amministrazione pubblica, che impedisce questa volta ai sudditi irlandesi di fruire dei diritti costituzionali britannici, anche se in tema di libertà religiosa Burke non riesce ad avere altrettanto parziale successo in difesa dei compatrioti cattolici.

    In terzo luogo, lo statista chiede la messa in stato d'accusa di Warren Hastings (1732-1818), governatore generale dell'India britannica, per il suo malgoverno, ma non è ascoltato. La sua azione decisa comporta comunque qualche moderato successo e, soprattutto, è di monito - poco ascoltato - per il futuro. L'impero dove mai tramontava il sole crollerà infatti più per l'ottusità di certi suoi governanti che non per altre ragioni.

    L'ultima tenzone parlamentare burkiana ha a tema la Rivoluzione francese. Nelle Reflections on the Revolution in France - una delle opere più commentate e influenti della storia inglese moderna, pubblicata poco dopo la "presa della Bastiglia", il 14 luglio 1789 -, l'uomo politico anglo-irlandese intuisce, analizzando le premesse filosofiche che aveva visto dipanarsi lungo i decenni precedenti, l'intero corso degli eventi rivoluzionari, dal regicidio alla dittatura militare napoleonica, stigmatizzandone la natura. Per lui, la Rivoluzione costituisce l'avvento della barbarie e della sovversione di ogni legge morale e di ogni consuetudine civile e politica.

    Sull'interpretazione di tale evento, del resto, lo stesso partito whig si spacca, insanabilmente diviso fra i new whig liberali di Charles James Fox (1749-1806) e gli old whig guidati appunto da Burke, i quali finiscono per stringersi in lega politica con i tory di William Pitt il Giovane (1759-1806). Proprio alla difesa burkiana del "commonwealth cristiano d'Europa", a cui la Francia giacobina e atea si è sottratta e contro il quale essa combatte accanitamente - Burke afferma che, negli anni della Rivoluzione, la Francia autentica risiede all'estero -, si deve quell'appoggio parziale che, in alcuni momenti, il governo britannico fornisce alla causa contro-rivoluzionaria francese.

    Il lume della filosofia politica burkiana è, infatti, la difesa dell'ethos classico-cristiano, fondamento della normatività che il pensatore ravvisa nelle consuetudini giuridiche e culturali del suo paese, parte della "società delle nazioni" cristiane europee. Il rapporto burkiano fra diritto naturale morale e istituzioni civili vede queste ultime come tentativo storico di incarnare il primo, secondo una logica che unisce morale personale e morale sociale. La "filosofia del pregiudizio" - ossia della tradizione e della consuetudine storica - è la grande arma del common sense britannico burkiano.

    Secondo Russell Kirk (1918-1994) - uno dei "padri" della rinascita burkiana statunitense contemporanea -, il pensatore anglo-irlandese appartiene al "partito dell'ordine": egli, infatti, è figura rappresentativa di quel legittimismo patriottico britannico accorto, che unisce fedeltà e critica costruttiva, e che si riassume nell'espressione conservatrice "opposizione di Sua Maestà", antitetica a quella rivoluzionaria di "opposizione a Sua Maestà".

    L'influenza di Burke si esercita su pensatori importanti come Joseph de Maistre (1753-1821) e su numerosi autori di area culturale anglosassone, francese e tedesca; ma, soprattutto, dà origine a quello che, nel mondo di lingua inglese, prende il nome tecnico di "pensiero conservatore", inteso come opposizione consapevole al mondo nato con il 1789 francese e con la filosofia rivoluzionaria che lo ha ispirato e mosso.

    Burke, certo del prossimo successo dei giacobini anche in terra inglese, vuole che la località della propria inumazione sia tenuta segreta, per paura che i nemici possano un giorno giungere a dissacrare il luogo del riposo delle spoglie mortali del loro primo e radicale avversario.



    --------------------------------------------------------------------------------
    Per approfondire: la critica più seria ed esaustiva sulla figura di Edmund Burke è pressoché esclusivamente in lingua inglese; in italiano vedi Scritti politici, a cura di Anna Martelloni, UTET, Torino 1963; Riflessioni sulla Rivoluzione Francese, con una prefazione di Domenico Fisichella, Ciarrapico, Roma 1984; Inchiesta sul Bello e sul Sublime, a cura di Giuseppe Sertoli e Goffredo Miglietta, 4a ed., Aestethica, Palermo 1992; Pensieri sull'attuale malcontento, a cura di Gabriella Galliano Passalacqua, ECIG, Genova 1987; e Difesa della società naturale, a cura di Ida Cappiello, Liberilibri, Macerata 1993.



    fonte: http://www.conserv-azione.org/schede...nd%20Burke.htm

  9. #9
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    Le massime Di Edmund Burke





    GOVERNO TRADIZIONE COSTITUZIONE

    La scienza del governo è una scienza pratica e volta a fini pratici, richiede grande esperienza, più esperienza di quanta l’uomo anche più sagace e più cauto possa acquistare nel brave giro di una singola vita.

    Edmund Burke

    NAZIONE

    Gli organismi collettivi si perpetuano nel temo per il bene dei propri membri, le Nazioni altro non sono che enti collettivi.

    Edmund Burke

    DIRITTI REALISMO IDEOLOGIE

    Questi diritti astratti, quando si introducono nella vita pratica, si comportano come quei raggi di luce che, penetrando in un mezzo denso, vengono, per legge di natura, riflessi ma deviati dal loro diritto cammino.

    Edmund Burke

    DISPOTISMO MONARCHIA

    Un qualcosa di intermedio tra il dispotismo del monarca ed il dispotismo della moltitudine, ...una monarchia governata da leggi, controllata ed equilibrata dalle grandi forze della ricchezza ereditaria e dalla dignità ereditaria, ambedue a loro volta controllate giudiziosamente dalla ragione e dal sentimento del popolo rappresentato in un organo adeguato e permanente.

    Edmund Burke

    COSTITUZIONE SACRALITà

    Un ordine perfetto è il fondamento di tutte le cose

    Edmund Burke

    AUTORITà GOVERNO POLITICA

    Quanto più grande il potere, tanto più pericoloso l'abuso.

    Edmund Burke

    NOBILTà MONARCHIA

    Qualcuno ha detto che un re ha la stoffa per essere un nobile, ma non quella per essere un gentiluomo.

    Edmund Burke

    IDEOLOGIE REALISMO

    Una cosa può sembrare promettente in teoria ed essere rovinosa in pratica; un'altra può sembrare cattiva in teoria, e alla pratica dimostrarsi eccellente.

    Edmund Burke

    SAGGEZZA MATERIALISMO

    Il successo è il solo infallibile criterio di saggezza per le menti volgari.

    Edmund Burke

    CONSERVATORISMO GOVERNO

    Uno stato privo dei mezzi per operare qualche cambiamento è privo dei mezzi per conservarsi.

    Edmund Burke

    PASSIONI RAZIONALISMO

    Nessuna passione priva la mente così completamente delle sue capacità di agire e ragionare quanto la paura.

    Edmund Burke

    DEMAGOGIA

    È un comune errore popolare supporre che quelli che si lamentano per il pubblico a voce più alta siano i più preoccupati per il suo benessere.

    Edmund Burke

    CONSERVATORISMO

    Innovare non vuol dire riformare.

    Edmund Burke

    PROGRESSISMO

    L'emancipazione degli uomini fa progressi. Agli uragani danno ora anche nomi maschili, finora erano un privilegio delle donne.

    Edmund Burke

    RICCHEZZA

    È nell'interesse del mondo commerciale che la ricchezza possa trovarsi dappertutto.

    Edmund Burke

    UOMO

    L'adulazione corrompe sia chi la dà che chi la riceve.

    Edmund Burke


    fonte: http://www.conserv-azione.org/massim...r%20autori.htm

  10. #10
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    Clemente Solaro della Margarita


    Cenni biografici.
    Il conte Clemente Solaro della Margarita nasce a Cuneo il 21 novembre 1792 e muore a Torino il 12 novembre 1869.
    Nell’immaginario popolare viene raffigurato con una penna in mano, dedito a cancellare dall’annuario dei nobili (il Palmaverde) e dal ruolo dei militari, tutti coloro che avevano servito il regime napoleonico.
    È stato certamente un conservatore, strenuo sostenitore dell’assolutismo e del legittimismo; ma altrettanto certamente questa attività di epurazione non può ascriversi a sua diretta responsabilità.
    Non si può, d’altra parte, sottacere che Napoleone aveva costretto re Vittorio Emanuele I al forzato esilio in Sardegna e perciò non si poteva umanamente pretendere che il sovrano, una volta tornato nei suoi pieni poteri, dimenticasse le umiliazioni subite e che per conseguenza i suoi più stretti collaboratori non facessero valere la loro fedeltà nei confronti di coloro che si erano compromessi con il passato regime.


    LA RESTAURAZIONE
    Tuttavia questa sorta di restaurazione trovò applicazione per quanto concerne gli appartenenti alle forze armate, in quanto i militari di norma vennero retrocessi di un grado, ma non ebbe quella vasta e generale applicazione che si mira ad accreditare.
    Ad esempio, per limitarci a personalità di elevato rango delle quali solo si rinvengono testimonianze certe, quando si trattò di realizzare la chiesa della Gran Madre di Dio, venne chiamato l’architetto Ferdinando Bonsignore che era stato al servizio dei francesi, accettando tra l’altro, la direzione della “Scuola di architettura”; il conte Prospero Balbo, che ugualmente era tacciato di simpatie napoleoniche per aver accettato la carica di Rettore dell’Università, venne nominato capo del “Magistero della Riforma”; Paolucci, valoroso ufficiale in Russia al tempo di Napoleone, fu poi nominato governatore (assimilabile al prefetto) di Genova.
    Anche tra i militari, vi furono eccezioni alla degradazione, in quanto i valdesi che si erano guadagnati i gradi combattendo sotto Napoleone, conservarono la dignità acquisita.
    È vero che fu fatto divieto di fregiarsi dell’onorificenza francese della Legion d’onore; ma analogo divieto è previsto attualmente anche da noi, in quanto l’ordinamento repubblicano punisce con sanzioni penali chi fa mostra delle onorificenze degli ordini sabaudi (1).
    D’altra parte, quando circa due secoli e mezzo prima (1559) Emanuele Filiberto era ritornato nei suoi possedimenti perdonando tutti coloro che si erano schierati con i Francesi, il suo comportamento, senz’altro saggio, non venne grandemente apprezzato, perché coloro che gli erano rimasti fedeli (in verità, non numerosi) si aspettavano di ricevere ampie ricompense, mentre il Principe distribuiva allo stesso modo ricompense ed onori secondo i servigi ricevuti (2).
    Comunque, ogni motivo di scandalo viene meno solo che si pensi che, a quasi duecento anni dalla restaurazione, con lo spoils system è stata addirittura codificata la prassi di dimettere i funzionari di grado elevato nominati dal precedente governo.


    LA DEVOZIONE AL RE
    Solaro, laureatosi in ambo le leggi nel 1812, si avviò ben presto nella carriera diplomatica, forte del suo ingegno e della protezione dei suoi parenti; della carriera diplomatica percorse tutti i gradi fino a diventare Ministro plenipotenziario presso il regno di Spagna (1826). Il 21 marzo 1835, all’età di soli quarantatre anni, venne nominato da Carlo Alberto ministro degli esteri.
    Durante la sua attività di governo, stipulò numerosi trattati di commercio con gli altri Stati, si fece promotore dell’abolizione dei diritti di albinaggio (diritti di origine feudale che attribuivano ai Comuni il possesso dei beni degli stranieri deceduti nello Stato); istituì nuovi consolati; favorì e protesse il lavoro dei connazionali all’estero; profuse le sue energie affinché la marina sarda fosse ovunque rispettata. Tra l’altro, stipulò con l’Austria la convenzione che porta la data del 10 giugno 1840 per la reciproca protezione delle opere dell’ingegno e dell’arte; questa convenzione, cui in seguito aderirono tutti gli stati della penisola eccettuato il regno delle Due Sicilie, non ebbe solo valore internazionale, ma, in mancanza di leggi speciali, doveva considerarsi come avente valore di legge interna per ognuno degli stati che vi avevano aderito ed, in effetti, costituì l’archetipo della disciplina del diritto d’autore (3).
    Quando il re, proseguendo nel suo cammino di riforme (fatto di piccoli passi, perché i tempi non consentivano ancora innovazioni rivoluzionarie: creazione del Consiglio di Stato con la prevista aggregazione di due membri “per ciascheduna riunione di province concernenti una divisione militare”; emanazione del codice civile e di quello penale; soppressione dei fori ecclesiastici ed istituzione della Suprema unica corte di cassazione; perfezionamento della struttura del contenzioso amministrativo nell’ambito della Camera dei conti; istituzione del Consiglio superiore della sanità; istituzione del ministero dei lavori pubblici , agricoltura e commercio e di quello della pubblica istruzione), ritenne di non avvalersi più della collaborazione del Solaro, questi non domandò congedo al re, come era stato sollecitato, ed invece richiese l’esonero in forma ufficiale.
    Tali rimostranze non erano dettate dalla cupidigia del potere, ma essenzialmente dalla preoccupazione che il suo allontanamento avrebbe lasciato il sovrano “sull'orlo del precipizio” (4), in balia dei sostenitori della sovranità popolare, con prevedibili sciagure per la monarchia e lo Stato.
    Al momento del licenziamento (9 ottobre 1847), Carlo Alberto lo nominò “Grande della Corona”.
    Solaro, tuttavia, non conservò rancore o risentimento e restò sempre devoto al suo sovrano.
    Alla morte del re, nell’esilio di Oporto, si espresse con queste parole davvero nobili: “Se un leggerissimo velo di quella polvere che è inerente agli uomini ha offuscato qualche nobile sentimento del mio Re, chi vorrà ricordarlo? Io rammento soltanto che fu il mio Signore, e mi colmò di bontà; e piango. E quando volgo lo sguardo alla collina di Superga, dove dormono le sue ceneri auguste, domando a Dio riposo per la sua anima immortale” (5).
    Non si tratta di una dichiarazione di convenienza, fatta per la circostanza, come è dimostrato da altre manifestazioni di lealtà e fedeltà pronunciate anche in seguito.
    Successivamente, invero, con l’autorevolezza che gli proveniva dalla sua diretta partecipazione alla vita politica del regno sardo, confermerà i suoi sentimenti di ammirazione e di devozione nei confronti di Carlo Alberto, affermando che il sovrano ebbe “la gloria di essere stato padre più che principe del suo popolo, di avere amata la legge di Dio, rispettata la Chiesa … Per lui mantenne il Piemonte un posto rispettato fra le potenze di Europa, per lui fiorì il commercio, prospere furono le finanze (6), retta la giustizia, il nome sardo conosciuto e benedetto, ne’ più remoti lidi … Politica libera da ogni influenza straniera, attitudine d’indipendenza assoluta …”.
    Solaro nutrì grande affetto e stima verso il sovrano, del quale ammirava l’ingegno, la capacità politica, l’onestà, la giustizia, il cuore, lo spirito cavalleresco; anche se confessa che “niuno fu più avverso ad alcune sue idee”, aggiunge tuttavia che “a nessuno credo di essere stato secondo nell’amarlo; e adesso ancora non posso pensare a Carlo Alberto, senza sentirmi commosso da tanti affetti di commiserazione, di gratitudine e di rispetto” (7).
    E quando, ormai prossimo alla morte, il Solaro apprese la nascita di Vittorio Emanuele, figlio del principe Umberto (il futuro Vittorio Emanuele III), manifestò la sua gioia, profferendo quasi le sue ultime parole: “Sia lodato Iddio che è nato un principe”; così, nell’ora estrema, univa armonicamente i concetti di Dio e del Re.
    La Gazzetta Piemontese del 13 novembre 1869, nel dare notizia della sua morte, ha doverosamente riconosciuto in lui “due meriti specialissimi e nel nostro tempo troppo rari: la costanza nei propositi e la convinzione sincera nelle sue idee”; l’apprezzamento non era di poco conto, perché proveniva da avversari decisi.


    CRITICA DEI GIUDIZI SUL SOLARO
    Solaro fu uomo di grande vedute, ma misurava i passi (8).
    La letteratura risorgimentale con scarsa generosità lo ha qualifica retrivo e reazionario, formulando giudizi che non trovano conferma in una serena ed obiettiva analisi dell’attività svolta dal medesimo Solaro.
    Anzitutto, gli fu addebitato di essere austriacante.
    L’accusa venne fermamente respinta, quand’era ancora in vita, dallo stesso interessato che proclamò la sua decisa avversione all’Austria.
    Questa presunta simpatia del Solaro è, comunque, contraddetta dalle pressioni che il Metternich fece presso Carlo Alberto affinché sostituisse il suo ministro “per i negozi esteri”, perché questi evidentemente auspicava e lavorava per un regno libero dall’influenza austriaca (9).
    Al Solaro venne rimproverata anche una eccessiva religiosità e accondiscendenza ai voleri del Papa.
    Non è stato, tuttavia, in alcun modo dimostrato che la sua religiosità si fosse manifestata a scapito dello Stato o con effetti negativi sul bilancio statale.
    Inoltre, il Solaro ebbe sempre netta la distinzione tra il rispetto dovuto al Papa, come Capo della Chiesa cattolica, ed i rapporti come sovrano temporale.
    È certo, peraltro, che quando Carlo Alberto si servì dell’opera e dei consigli del Solaro, le questioni insorte si risolsero in comune accordo delle due potestà, anche se non sempre con il gradimento dell’autorità ecclesiastica, come per esempio per la soppressione delle decime al clero in Sardegna e la riduzione dell’immunità ecclesiastica.
    Il Solaro venne frequentemente accusato di conservatorismo e di grettezza politica.
    Anche queste accuse non reggono alla prova dei fatti, perché nel periodo in cui svolse il suo ufficio numerose furono le riforme ed i miglioramenti nell’amministrazione, mentre la stima ed il rispetto delle potenze straniere per il piccolo regno furono accresciuti di ogni misura rispetto ai periodi precedenti.
    Il Solaro venne poi accusato di aver svolto una cattiva influenza sul sovrano e sui suoi atti: l’accusa, però, non tiene conto che, come emerge anche dalle lettere a lui dirette dal Sovrano, Carlo Alberto dava il suo consenso solo quando era convinto di quello che faceva ed era “pur sempre padrone degli avvenimenti” (10).
    Solaro fu eletto deputato nel 1854 e nel 1857; in parlamento, si oppose ai provvedimenti anticlericali in quel periodo frequenti.

    NOTE
    1) Giorgio Cansacchi - Mario Gorino Causa, voce Onorificenze, in Novissimo digesto, XI, Torino, 1965, 953.
    2) Maria Josè di Savoia, Emanuele Filiberto di Savoia, Milano, 1994, 175.
    3) Tommaso Bruno, voce Diritti d’autore, in Digesto it., IX parte II, Torino 1898-1901, 567.
    4) Clemente Solaro della Margarita, Memorandum storico politico, Torino, 1930, 369.
    5) Michele Ruggiero, L’ereditˆ di Carlo Alberto, Milano, 1995, 359.
    6) Negli anni che vanno dal 1836 al 1846, gli “avanzi” versati nella cassa di riserva ammontavano a lire 27.659.370; questi avanzi erano indipendenti dai fondi erogati dalla cassa di riserva e destinati ad opere pubbliche (Federico Sclopis, Storia della legislazione italiana, III, 331).
    Al riguardo, un puntiglioso osservatore faceva notare che a cinquant’anni dalla promulgazione dello Statuto, ogni italiano nasce con 500 lire di debito e 90 lire di tasse (P. Ilario Rinieri, Lo Statuto e il giuramento di Carlo Alberto, Roma, 1899, 17).
    7) Clemente Solaro della Margarita, Memorandum, cit., 371; P. Ilario Rinieri, Lo Statuto, cit., 53.
    8) Francesco Luigi Berra, voce Solaro della Margarita, in Nuovo digesto italiano, 1940, 548.
    9) P. Ilario Rinieri, Lo Statuto, cit., 15.
    10) Clemente Solaro della Margarita, Memorandum, cit., 546 seg.; numerose lettere del Sovrano dirette al Solaro si possono leggere in Carlo Lovera e P. Ilario Rinieri, Clemente Solaro della Margarita, vol. III, Torino, 1931.



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    Estratti delle opere

    LA SPADA DI FUOCO dell'Arcistratega
    (Estratto da CLEMENTE SOLARO DELLA MARGARITA, Avvedimenti politici)
    Equidem nos vera rerum vocabula amisimus, dirò con le parole di Catone al Senato Romano, scorgendo quanto stranamente si abusa della parola moderazione. Virtú ella è certamente se s'intende di quell'atto di volontà per cui vanno moderate le passioni, ma è tutt'altro se si mostra in un amalgama di virtú e di vizio, donde esce una sordida superfetazione che conserva molte brutture del secondo, e una veste di apparenza di beltà tolta dalla virtú ad imprestito. Si abusa egualmente della parola esagerazione quando si suppone che questa possa sussistere nell'applicazione dei principii di giustizia e di virtú, ed i moderati follemente si credono essere degli eroi perfetti fra la virtú e il vizio. […] Or la giustizia è tale che non si può mai troppo amare, né moderare nell'applicazione, se con essa si governa, vi è certezza di non fallire mai, di non esagerare mai. […]
    Il moderantismo è un atto di solenne vigliaccheria; son moderati i pusillanimi che tutto temono, e tentano salvarsi colle teorie d'una falsa saviezza; gregge servile che non dà aiuto agli amici, non combatte gli avversarii, non ha il coraggio di forti opinioni, non osa reprimere i partiti; ne forma un terzo pallido ed impossente al bene; adula i vincitori, accarezza i vinti, pronto a servire sempre chi prevalga. Non essendo in buona fede mai, i moderati pregiudicano chi è al potere, e coi loro errori ne preparano la rovina. Si credono abili, perché calcolano tutte le eventualità di profitto personale, e sono la vera significazione dell'egoismo che sagrifica a viste private gl'interessi della cosa pubblica. […]
    Il moderantismo vorrebbe co' suoi papaveri addormentar perfino la Religione, di cui fa le viste di temere gli eccessi; a diminuirne perciò la salutare influenza, inceppa l'autorità della Chiesa. Taluni fra i moderati a scuola di migliori principii devoti, deplorano la perversità delle massime che all'idea religiosa contrastano, ma credono ormai non potersene evitare la diffusione e il contagio, né esservi altro rimedio che il secondarle, per impedire che troppo oltre trascorrano. Questa transazione fra il bene ed il male, non è meno assurda di quello che lo sarebbe nei medici secondare le infermità anziché guarire chi le soffre, e trattarle in modo che conducano a morte lenta, ma non men sicura. […]
    È tutto proprio dei moderati quel grande sfoggio di sentimenti di umanità che si estendono, senza cambiarne il nome, perfino alle bestie, compiangendosi le sferzate con cui affliggono i cavalli dei cocchieri, o i colpi di bastone che riceve l'asino per ispingerlo al molino. Ne abbiamo l'esempio in Inghilterra: colà, dove il pauperismo si lascia senza pietà al suo squallore, ove il popolo dell'Irlanda, florida parte del possente Impero, geme nella miseria; colà, guai che si maltratti un animale! […] È l'istessa umanità, che fa considerare la mendicità come incomoda ai non caritatevoli moderati, per cui togliendola come si tolgono le immondizie dalle vie, condannano al carcere ed al lavoro forzato chi ha la disgrazia di nascer povero.
    “[…] I seguaci della giustizia non cercano nelle tenebre il trionfo della sua santa causa; allo splendore del giorno ne alzano il grido; il solo segreto testimonio che hanno, è la voce di una coscienza retta che li rinfranca: non si cospira mai per la giustizia. Ma dall’odio dei faziosi per quelle colleganze che suppongono esistere a loro ostili, s’impari che alle sette rivoluzionarie non si deve dar tregua mai.
    A tanto fine vuolsi in chi governa quella volontà efficace, che non lascia speranza di salute a chi tant’oltre prevarica. Non propongo mezzi crudeli; abborro la tirannide. Se il medio evo ci porge esempii di estremo rigore, gli uomini erano allora di un’altra tempra; fiero il loro carattere, forte il coraggio, né facilmente si domavano, e ciò spiega l’atrocità delle pene. Non le rendono necessarie i molli costumi della moderna età intenta ai soli piaceri. Gli uomini d’oggidí possono essere perfidi quanto gli antichi, ma in fermezza di carattere, in coraggio e nella fede nelle proprie opinioni, sono lontani assai da coloro che affrontavano ogni pericolo per sostenerle. Adesso non le sostengono che quando hanno quasi certezza di vincere e di nulla arrischiare; troppo amore al proprio ben essere, troppo affetto alle cose materiali, alla stessa vita, impediscono sacrificar cosí cari interessi per lo zelo di una causa che in tanto amano in quanto a quelli serve. Non fa d’uopo per reprimerli grande apparato di pene; minori assai spaventano: e purché quelle dalle leggi imposte sieno severamente applicate, quantunque sieno miti, incutono timore, sempreché non abbiano speranza di sottrarvisi”

    da (CLEMENTE SOLARO DELLA MARGHERITA, Avvedimenti politici, Torino, Speirani e Tortone, 1853, pp. 95-102 e pp 190-192).

    fonte: http://www.conserv-azione.org/schede...e%20Solaro.htm

 

 
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