14/03/2013 - Handelsblatt interroga professori e analisti sulle prospettive di un addio all'unione monetaria del nostro paese
di Andrea Mollica
L’uscita dall’euro dell’Italia avrebbe una “certa logica”. Le parole di Beppe Grillo sul nostro paese ormai de facto fuori dall’unione monetaria hanno aperto un dibattito tra gli economisti tedeschi. Per alcuni di loro l’addio dell’Italia potrebbe anche avere un senso economico, anche se ciò si tradurrebbe in una sostanziale conclusione dell’intero progetto europeo.
ITALIA FUORI - Se l’Italia abbandonasse l’unione monetaria, il ritorno della lira potrebbe permettere una rapida svalutazione competitiva. In questo modo i prodotti delle nostre aziende tornerebbero immediatamente più competitivi sui mercati internazionali. La crisi sarebbe così risolta? Ovviamente questo è un quadro molto semplificato che non tiene in conto dei possibili effetti disastrosi di una simile scelta, come la massiccia fuga dei capitali, il crollo del sistema bancario e così via, la possibile esplosione dell’inflazione e così via. Per uno degli studiosi dell’istituto di ricerca economica Ifo, Kai Carstensen, un simile sviluppo però non è da escludere, visto che le popolazioni europee sono sempre più stremate dall’austerità, e questo disagio si riflette nei successi di movimenti di protesta come il M5S. “Stiamo arrivano ad un punto di possibile rottura. I cittadini dei paesi in eurocrisi iniziano ad allontanarsi dalla moneta unica perchè rifiutano il proseguimento dei programmi di adattamento delle loro economie alla zona euro, che consistono in una svalutazione interna dei salari e dei prezzi”.
ALTERNATIVA LOGICA - Secondo Carstensen, intervistato da Handelsblatt insieme ad altri economisti tedeschi, l’alternativa di una estrema svalutazione della lira “avrebbe una certa logica per un paese come l’Italia, che finora non ha ricorso ai crediti del fondo Esm o Efsf e non deve scontare lo scoppio di una bolla immobiliare”. La storia recente evidenzia come, per quanto dolorosa, la prospettiva di una svalutazione competitiva assai rilevante non sia così disastrosa. Paesi in crisi come il Messico nel 1994, Indonesia, Corea e Thailandia nel 1997, Russia nel 1998, Brasile ed Argentina a cavallo del nuovo secolo hanno effettuato una simile scelta, e nonostante i problemi provocati la ripresa alla fine è arrivata quasi per tutti loro. Per Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank, simili speculazioni sono insensate. Il problema però permane per l’euro, perchè l’unione monetaria è un progetto sostanzialmente politico, e la sua debolezza dipende anche dagli scossoni ricevuti dai sistemi degli stati membri più in difficoltà. Il collasso dei partiti tradizionali greci, con l’esplosione perfino dei neonazisti, la frantumazione possibile della Spagna, ed ora il successo del movimento anti euro di Grillo.
I MERCATI IGNORANO GRILLO - Ulrich Kater, capo economista di Dekabank, rimarca come l’euro sia un’iniziativa più politica che economica, e per questo l’abbandono di un paese così importante come l’Italia avrebbe un impatto più significativo del possibile disastro finanziario che produrrebbe. Kater accusa Grillo di aver trasformato l’euro in un capro espiatorio che sublima i problemi del nostro paese. Le minacce del leader del MoVimento 5 Stelle sono rimaste comunque inascoltate dai mercati. “Grillo viene visto come un chiassoso outsider, come dimostrano la reazioni degli investitori alle sue dichiarazioni o anche al suo successo elettorale.” Il problema però della difficoltà della nostra economia e delle nostre finanze pubbliche a rimanere nella “gabbia rigida” dell’euro rimane, e questo per Jörg Krämer, capo economista di Commerzbank, dipende anche dall’errore di aver fatto entrare l’Italia, che aveva un debito pubblico eccessivo e praticamente doppio rispetto ai paletti di Maastricht.
ITALIA NON E’ GRECIA - Per il professor d’economia dell’università di Duisburg-Essen Ansgar Belke una rottura dell’unione monetaria non è impossibile, ma il suo esito sarebbe assai differente se l’addio all’euro fosse proclamato da un’economia grande come quella italiana, oppure assai più ridotta come quella portoghese o greca. ” Se l’Italia abbandonasse, sarebbe la fine dell’eurozona”. Roma non ha bisogno di dire addio all’unione monetaria, perché ha un grande patrimonio privato a disposizione per difendersi da una crisi di debito. “Il settore privato italiano è assai diverso da quello ellenico, spagnolo o portoghese, molto meno indebitato. A differenza della Grecia il governo di Roma può chiedere ancora più risparmi e più tasse alla sua popolazione”. L’addio all’euro però farebbe crollare il sistema bancario del nostro paese. ” Gli istituti di credito italiani sono relativamente sani, lo stato ha ancora un solido avanzo primario, e la sua situazione non sarebbe preoccupante se i tassi di interesse dei bond a lungo termine non crescessero rapidamente”. Per Belke la sfiducia dei mercati nei confronti dell’Italia dipende in modo particolare dalla caduta del tasso di risparmio. “Si è aperta una forbice tra reddito e consumi, che rende l’Italia dipendente dai mercati internazionali. Questa forbice, che si rispecchia nella bilancia commerciale, non è però cresciuta in modo così significativo nonostante la tendenza negativa.” Per Belke la via per risolvere questo problema rimane un solido consolidamento fiscale che riduca in modo significativo le spese, un compito per il prossimo governo.
"L'addio dell'Italia all'euro? Ha una logica" - Giornalettismo




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