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Discussione: Testimonianza di cristiani

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    Predefinito Testimonianza di cristiani

    Mi sono molto piaciuti una serie di libri pubblicati dal vaticanista Luigi Accattoli, che si chiama "Cerco Fatti di Vangelo"-2-3.

    Libri molto interessanti che parlano di testimonianze di fede concreta, di persone che anche in situazioni tremende danno testimonianza dell'amore di Dio ai figli, un amore vero nella croce, croce che viene donata agli uomini per la salvezza.


    Alcuni estratti:


    Aurelio Andreoli: “Un credente nella notte dell’Aids”

    Aurelio è malato di Aids, nella malattia si riscopre cristiano e racconta la riscoperta in un diario intitolato Il bacio di Francesco che dedica a Rosaria, la sua “compa*gna” che di Aids è morta e che l’Aids gli ha trasmesso: “A Rosaria. Angelo di Dio, ti prego di accettare la dedica di questo libro. Il tuo nome accanto al mio, fin dalle prime pagine, mi dà forza e ti costringe a seguire le sorti di questo libro”.
    Dunque lei è viva per lui. Rosaria se n’è andata nel 1992. S’erano conosciuti e subito amati dal 1987: “Cinque anni di affezione totale”. Ma senza matri*monio e senza figli: “Contava solo l’affettività”. La donna scopre di esse*re sieropositiva nel 1989 ma non dice nulla all’uomo che contagia, o che aveva già contagiato. Glielo dice nel 1991, quando l’Aids è “conclamato”.
    Vicina a morire, Aurelio un giorno la vede pregare in ginocchio e sente queste parole: “Dio, perdono!”.
    Rosaria si sente colpevole, ma Aurelio non l’accusa di nulla: “La sollevai da terra. La riempii di baci”. Ora sanno che lei ha contagiato lui. Ma lui la ama come prima e fino alla fine.
    Aurelio forse non ha ancora una buona conoscenza del cristianesimo, ma già avverte che la vicinanza a Cristo è segnalata dalla sofferenza: “Il santo, l’apostolo, o la donna dei Vangeli in quei momenti era lei, per*ché era già caduta due o tre volte”.
    Un giorno Rosaria si autoaccusò: “Le risposi che nel Vangelo di Giovanni è detto che nel momento stesso in cui il nostro cuore ci accusa, Dio ci ha già dato il suo perdono”.
    Lei continua ad accusarsi e lui: “Ma tu che parli tanto di perdono, devi riflettere almeno una volta sul perdono nei confronti di te stessa”. Aurelio ricorda così quelle ore “di maggiore intensità e tenerezza”, nella confidenza davanti alla morte: “Po*vera Rosaria, l’accoglievo tra le mie braccia, lei rispondeva con un fremito di gioia”.
    Gli ultimi giorni anche Rosaria diventa teologa: “Mi disse a mezza voce che in quei momenti i sofferenti vogliono offri*re a Dio quello che manca nella passione di Cristo per la salvezza di tutti”.
    Rosaria si confessa e si comunica. Dice ad Aurelio: “Mi raccomando, funerali secondo la regola francescana, niente fiori, sepoltura nella nuda terra”. Lei muore in maggio. Lui sa dai medici a fine agosto che gli restano “da sei mesi a qualche anno”. E ora annota che sono passati “altri sette anni da quella sentenza”. Aurelio sopravvive, scarta a più riprese l’idea del suicidio, accettando il “divieto del vecchio cri*stianesimo” e 1’11 luglio 1996 invia una lettera al “Corriere della Sera” per cercare lavoro (è stato caporedat*tore della “Fiera letteraria”), presen*tandosi come “giornalista cinquanten*ne, positivo da Hiv” e concludendo: “Concepisco ancora il lavoro come un prolungamento della preghiera”.
    Ha dei momenti di disperazione e un giorno si sente incoraggiare così da “un’immunologa di circa qua*rant’anni”: “Asserisci di essere un cristiano. Sforzati allora di ricercare nel volto del tuo prossimo l’immagi*ne di Cristo”.
    Aurelio la cerca quell’immagine, soprattutto nei compagni malati. E la trova. Eccolo che paragona l’Aids alla lebbra e i volontari che curano i malati di Aids a Francesco e a Padre Damiano (il missionario di Molokai) che toccano, baciano e curano i lebbrosi. “Francesco attira a sé il malato e lo bacia”, scrive affascinato Aurelio. E da lì prende il titolo per il suo libro. Che è tutto una meditazione cristiana sull’Aids.
    La pagina più bella è quella del paragrafo 27, che potrebbe essere intitolata all’ “assimi*lazione a Cristo”: “Negli ospedali per malati di Aids l’unione di Cristo con le sue creature sofferenti è più intima che in qualsiasi altro luogo della terra”. E ancora: “Molti di noi, tossi*ci, prostitute, travestiti, omosessuali ed eterosessuali, giovani o adulti dall’attività sessuale promiscua, sono come trasformati dalla malattia attra*verso una graduale e lenta depurazio*ne dell’anima, e poi anche del corpo”. E infine: “Forse dovevamo passa*re attraverso una grande umiliazione per scoprire in noi stessi degli uomini nuovi”.

    Tonia Accardo: “Lascio a Sofia il mio posto nel mondo”

    Tonia Accardo, 31 anni, di Torre del Greco sta facendo da tre mesi cure contro un carcinoma alla ghiandola salivare sottolinguale quando scopre di essere incinta e le interrompe per sette mesi, al fine di non danneggiare la bambina che ha in seno. Le riprende dopo la nascita – nel giugno del 2006 – di Sofia, chiamata così in omaggio a Sofia Loren: “Una donna forte che ha interpretato il ruolo di donne coraggiose ma anche una donna dolce che ha lottato per avere i suoi figli”. Tonia muore quando la bambina ha un anno. Ecco alcune sue parole sulla battaglia per la vita della bambina che ha pagato con la propria vita.

    “Era la fine di dicembre dello scorso anno quando io e mio marito apprendemmo che ero rimasta incinta. Nonostante il grave male che mi aveva colpito tre mesi prima, la notizia mi riempi di felicità. Sorrisi a Nicola e lui capì: la bambina che portavo in grembo sarebbe nata. Anche a costo di lasciare a mia figlia, il mio posto in questo mondo. Ci abbiamo provato per oltre due anni io e Nicola, ma questa figlia non è mai arrivata. Se è successo quando il male già mi aveva aggredita, vuol dire che non è successo per caso. È accaduto qualcosa che va al di là della ragione. Il Signore ha voluto cosi e io sono felice di rispettare la sua decisione.”
    “Io credo tanto in Dio. In questi mesi la fede mi sta dando una grande forza. Nel chiuso di questo momento così difficile ho trovato conforto nella preghiera. Questa scelta mi riempie la vita di ogni bene. Mettere al mondo un bambino è una cosa straordinaria. Un privilegio assoluto, un dono di Dio che va protetto sempre, anche a costo della propria vita.

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    fiamma verde
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    Predefinito Re: Testimonianza di cristiani

    Famiglia Ugolini: “I kurdi ci invitano a farci musulmani”

    Gabriella, Roberto e Costanza Ugolini – moglie, marito e figlia – sono una famiglia di Firenze che dal 2000 vive nell’Est della Turchia, al confine con l’Iran, in mezzo a una popolazione al 99% musulmana. Unici cattolici in quell’immensa regione, realizzano una “presenza cristiana” che un poco si ispira all’esperienza di Charles de Foucauld. Il racconto che segue l’ho raccolto dalla loro voce il 13 gennaio a Roma, al Bar Douhet della Laurentina, durante uno dei loro rientri in Italia per vedere amici e parenti.

    Siamo partiti nel maggio del 2000 da Firenze dove abbiamo vissuto e dove io – Roberto – ho lavorato per un’industria farmaceutica. Avevamo avuto contatti con la Turchia per una quindicina di anni nei periodi di vacanza e infine quella terra è stata un po’ la nostra “via di Damasco”. Decisivo è stato – per il nostro cammino di famiglia – il contatto con le persone del posto, nella quotidianità, durante quelle vacanze che potevano durare 15 o 20 giorni, in ambienti lontani dalle zone turistiche, che raggiungevamo con un piccolo camper.
    C’era questo desiderio di partire, io mi sono licenziato dalla mia azienda e ora siamo là, in collegamento con il Vicariato Apostolico dell’Anatolia che ha un vescovo che si chiama Luciano Padovese. Ci troviamo a 900 chilometri dalla più vicina chiesa cattolica e a 600 da una siro-ortodossa.
    Viviamo fra i nostri amici turchi, soprattutto i nostri amici kurdi, che sono in maggioranza nella regione e che arrivano a circa 20 milioni nell’insieme della Turchia. Per questo popolo la vita è dura e noi – vivendo in contatto diretto con i più poveri tra loro – ci troviamo tante volte a piangere, lo diciamo senza vergogna, quando ragioniamo o siamo spettatori di eventi drammatici, non perché siamo diventati psicolabili, ma perché la realtà che ci circonda è talmente forte e tanto ci sovrasta da ogni lato che avvertiamo immediatamente la nostra incapacità di porvi rimedio.
    Viviamo la nostra fede condividendola, tutte le domeniche, con dei profughi iraniani convertiti dall’Islam al cristianesimo, che sono protestanti perché hanno incontrato un pastore protestante e negli anni, stando insieme, hanno deciso per il battesimo. Ecco dunque che ci troviamo a vivere il nostro esser cattolici insieme a un gruppo di protestanti, che sono ex musulmani iraniani, e a noi sembra la cosa più naturale di questo mondo. Prima eravamo una trentina, ora siamo rimasti in 13 o 14 perché alcune famiglie dopo una decina d’anni di permanenza, per così dire ‘al nero’, nella nostra cittadina che è piuttosto piccola, sono riuscite ad avere lo status di rifugiato dall’Alto Commissariato per i Rifugiati e sono riuscite a partire. Il nostro è uno stare insieme senza fare discorsi teologici, anche perchè nessuno di noi sarebbe all’altezza di farli. Viviamo domenica dopo domenica una liturgia della Parola con loro e così condividiamo la parola di Gesù e in qualche modo ci intendiamo. Per quello che mi riguarda, io mi sono rafforzato moltissimo nella mia cattolicità stando con dei protestanti o stando con degli ortodossi in altre zone, perché mi sono reso conto della bellezza e del respiro di un Concilio Vaticano II e anche di quanto manchi agli ortodossi un Concilio come il nostro.
    Abitiamo in un villaggio e abbiamo una casa di terra che esternamente sembra una casa normale, però i muri sono proprio di fango, come tutte le case del villaggio. In quella zona di montagna dove d’inverno fa un gran freddo – adesso che siamo venuti via c’erano 15 o 20 gradi sottozero, con tantissima neve – abbiamo scoperto che una casa di terra con la stufa in una sola stanza centrale d’inverno mantiene benissimo il calore, mentre d’estate è sempre abbastanza fresca.
    Il rapporto con la popolazione è ottimo. E’ stato fondamentale per noi imparare anche il kurdo, oltre al turco. Inoltre io – Costanza – sto studiando il persiano perché ci sono anche tanti profughi iraniani che vivono lì e ora stanno arrivando gli afghani. C’è bisogno di stabilire un contatto con questa gente che arriva, che non ha niente e non conosce la lingua locale. E’ per poterli aiutare che stiamo cercando di entrare in queste lingue.
    Noi insegniamo l’inglese in una piccola scuola per bambini che hanno difficoltà e che è aperta anche ai figli di rifugiati iraniani. Svolgiamo questa attività di insegnamento anche per entrare in contatto con le famiglie, per stare con loro ed entrare sempre più nella loro realtà. In questi anni poi, grazie all’aiuto degli amici italiani, siamo riusciti a realizzare una scuola di tappeti e un’altra di alfabetizzazione per le ragazze, che non vanno a scuola e non sanno leggere e scrivere.
    In questa nostra avventura non ci siamo posti dei limiti, non abbiamo in mente di ritornare in Italia tra un po’ di tempo: per noi ormai la vita è questa. Magari non staremo sempre in Turchia, ma sappiamo che ormai la nostra vita anche altrove sarà fatta così. Questi dieci anni ci hanno insegnato tante cose, abbiamo imparato a vivere in un altro modo. Ci siamo resi conto che si può vivere in un altro modo.
    Per far questo ci siamo “alleggeriti”. Non abbiamo più niente a Firenze, abbiamo lasciato la casa dove abitavamo, la macchina e altre cose. Io – Gabriella – dico che ora la nostra è veramente una vita leggera e certo chi non lo prova non lo può capire ma noi ci sentiamo liberi e questo in ogni posto dove andiamo: in Turchia abbiamo tanti amici, ma possiamo far casa dappertutto, non abbiamo bisogno di una casa “per noi” perché la casa è dove ci sono delle persone che ci accolgono.
    Così è la nostra vita di ogni giorno, che ci aiuta a trovare delle strade che ci portano a Lui, alla Parola. Perché è talmente più grande di te questo mondo ed è così facile sentirsi schiacciati che a un certo punto ti rendi conto che noi come donne e come uomini, abbiamo un’unica possibilità che è quella di rimetterci a Lui e questo diventa così liberante che io – Roberto – vorrei tanto poterlo trasmettere a chi occasionalmente mi ascolta.
    Quello in cui viviamo è un mondo davvero lontanissimo da quello italiano. Oltre ai pochi cristiani che dicevamo sopra ci sono nella nostra zona anche altri protestanti, una cinquantina di persone che, quando gli chiedi di quale chiesa protestante siano, rispondono: “Mah, siamo protestanti!” E a noi va bene così.
    Queste persone sono poverissime, non hanno soldi per curarsi, se si ammalano muoiono ma accettano la vita e la morte con una naturalezza e una semplicità che noi non abbiamo. E’ un altro modo di capire le cose, di apprezzare la vita. Quello che ci colpisce è la gioia di queste persone. Se fossimo noi in quelle condizioni chissà come faremmo ad andare avanti, loro invece apprezzano ogni momento di gioia e riescono a essere felici.
    Siamo a zero battesimi, non c’è bisogno di dirlo: a zero conversioni. Ogni tanto gli amici kurdi ci dicono: “Ma voi che siete delle brave persone perché non diventate musulmani?” Questo ce lo dicono perché per loro si salvano solo i musulmani e loro ci vogliamo bene e vorrebbero che ci si ritrovasse in Paradiso tutti insieme. Rispondiamo: “Ma noi crediamo in un Dio che ci salva tutti!”
    Noi cerchiamo di ritornare a un discorso di ‘fraternità’ un poco come l’intendeva Charles de Foucauld che ha scoperto la sua identità di cristiano vivendo in mezzo ai Tuareg come un loro fratello: questa è la cosa che conta! Al di là delle fedi che talvolta sono anche aggressive nel modo di imporre il proprio credo agli altri, quella di “essere fratello dell’altro” noi crediamo che sia la risposta più bella per tutti: essere insieme all’altro, vivere con l’altro e condividere la sua vita.

    Nella sua esperienza turca la famiglia Ugolini ha abitato prima a Urfa, ai confini con la Siria, e poi – e tutt’ora – a Edremit, a 18 chilometri da Van, nei pressi della frontiera con l’Iran. La loro casa è in un quartiere popolare di Edremit che si trova a millesettecento metri di altezza, con una popolazione di pastori, donne analfabete che tessono ai telai, bambini che lavorano. «Dal punto di vista di un occidentale» dice Roberto «noi non facciamo nulla: lezioni di inglese ai bambini, ogni tipo di aiuto a chi ce lo chiede. Ma anche loro aiutano noi, tutti i giorni. Quando ci chiedono perché siamo venuti e noi rispondiamo: “perché ci piace stare con voi”, quelli di qui capiscono benissimo».

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    fiamma verde
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    Predefinito Re: Testimonianza di cristiani

    Barbara e Andrea Pianesi “pieni di zelo per il Vangelo”

    Qui abbiamo una coppia in missione in Camerun colta nel momento della morte di lui e abbiamo le parole di lei, pronunciate durante la messa di addio, nel duomo di Macerata, il 22 maggio del 2006:

    E’ difficile per me parlare ma devo farlo per dire che chi ama Andrea deve essere contento per lui, perchè quanto ci è avvenuto non è una sciagura per me e per i miei figli. Io vedo chiaramente che questa morte era necessaria per il Camerun, perché per loro noi “bianchi” siamo ricchi e pensano che per noi sia tutto facile. Era necessario che loro vedessero che, se noi siamo lì, è solo per Gesù Cristo, senza guadagnare niente e rischiando la nostra vita e quella dei nostri figli.
    Noi lo sapevamo quello che rischiavamo, ma anche sappiamo che la vita viene da Dio e che Andrea poteva morire anche a Macerata e non importa se si muore a 5 anni, a 35 come Andrea, o a 70 anni. L’importante è arrivare alla vita eterna. La vita – io dico ai bambini – è un combattimento per la vita eterna. Andrea era fermo in questo e pieno di zelo per il Vangelo, come portarlo a chi non lo conosce. Io penso che ora che è in Cielo egli ringrazia Dio per averlo scelto in dono totale.
    Certo per me è un dolore grande perdere mio marito: ho 32 anni, con 6 bambini, umanamente è una catastrofe, perché noi abbiamo lasciato tutto e non riceviamo uno stipendio né dal Vaticano né dalla Diocesi, viviamo solo della Provvidenza di Dio, senza nessuna certezza, ma in 5 anni di missione Dio ha sempre provveduto.
    Certo che anche i miei figli soffrono, perché noi non siamo né matti né esaltati, ma questa è la storia che Dio fa con i miei figli, per il progetto che Lui ha su di loro, progetto che io non sempre capisco. Ma so che loro, prima di essere figli miei e di Andrea, sono figli di Dio e Dio si prenderà cura di loro. Andrea nell’ultimo messaggio sul cellulare, che ha mandato a sua madre prima di entrare in coma, ha scritto: “Comunque vada Dio è fedele”. Questa è l’eredità che lascia a me e ai nostri bambini, che Dio è fedele, che Dio non si sbaglia, che Dio è un Padre buono.

    Barbara e Andrea Pianesi facevano parte del Cammino neocatecumenale ed erano partiti nel 2001 per Yaoundè, Camerun, con quattro figli. Altri due erano nati in Africa. Il 26 aprile 2006 Andrea è morto di malaria cerebrale all’ospedale di Johannesburg, in Sudafrica.
    Nell’omelia il vescovo Luigi Conti ha detto: “Caro Andrea, io ti ho mandato in missione e ora ti ritrovo in Cristo. Sulla tua bara abbiamo posto il Vangelo proprio come su quella di Giovanni Paolo II”
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