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    Predefinito Gli squilibri delle partite correnti sono responsabili del disastro dell'euro?

    MMT E L'EURO: GLI SQUILIBRI DELLE PARTITE CORRENTI SONO RESPONSABILI DEL DISASTRO DELL'EURO?
    Per continuare a seguire il dibattito eterodossi/MMT che va avanti, pubblico adesso la risposta di Wray a Cesaratto, e prossimamente il nuovo intervento di Cesaratto in italiano. Buona lettura.


    di L.Randall Wray
    traduzione a cura di Arlette

    Due settimane fa ho citato l'affermazione di Paul McCulley secondo la quale la MMT ha colto nel segno. Ho proseguito la scorsa settimana con l'affermazione di Brad DeLong secondo cui ora siamo tutti minskiani. O comunque la maggior parte di noi.
    La MMT sta avendo successo? Beh, forse no, se ascoltate i critici.

    In particolare, un economista italiano, Sergio Cesaratto, ha chiamato la vittoria della MMT "falsa".
    Cercherò di mettere a fuoco il principale oggetto di contestazione, che sembra essere il fatto che la MMT non ha centrato la vera causa del pasticcio dell'euro: il deficit delle partite correnti, gestito da alcuni membri scialacquatori dell'UEM.
    Su NEP [New Economic perspectives], ho appena offerto una serie di primi esempi di analisi MMT che a mio parere hanno "colto nel segno" : non li ripeterò tutti qui, dato che voglio concentrarmi direttamente su ciò che vedo essere le cause della crisi e collegarle alla tesi secondo cui è tutto dovuto a squilibri delle partite correnti.


    Mi spiace, ma questo sarà un articolo lungo e complicato, come si addice a un disastro complesso e ancora in corso. E sarà diviso in due parti.

    PARTE PRIMA
    Anzitutto, è vero che la MMT ha ignorato i problemi delle partite correnti all'interno della UE e dell'UEM?

    Ecco una delle citazioni che ho usato, di Jan Kregel:

    (Tratto da una presentazione fatta da Jan in una vecchia conferenza MMT organizzata a Londra da Warren Mosler, e pubblicata in Il lancio dell'euro, Atti di "Una conferenza sull'Unione europea economica e monetaria", Annandale-on-Hudson, NY: The Bard Center, 1999)

    Citazione:
    "La Germania sembra aver adottato una politica di controllo della crescita dei salari nominali a un tasso che è inferiore alla crescita della sua produttività interna. I costi unitari del lavoro tedeschi sono in calo... Se la Germania infatti continua a cercare, come sembra abbia fatto per circa due anni, di abbassare i suoi costi unitari del lavoro al 5 per cento - cioè a prezzi che sono sostanzialmente inferiori a quelli degli altri Paesi europei, senza più la possibilità, come è avvenuto in passato, di rivalutare il marco rispetto alle altre valute - questo significa che, se io sono un costruttore o un governo di un Paese europeo non tedesco, sperimenterò margini di profitto in calo finché anch'io non riuscirò a comprimere i miei costi unitari del lavoro."


    Bene, questo è precisamente ciò che ha fatto la Germania per i sei anni seguenti, contribuendo ad alimentare il deficit delle partite correnti della periferia; e Jan ha anche previsto l'impatto deflazionistico che la Germania avrebbe imposto all'Eurozona. Nel 1998.

    Ecco un'altra citazione di Jan, questa volta da un articolo pubblicato nella Eastern Economic Journal nell'inverno del 1999: è stato presentato ad un gruppo di ricerca sull'Euro organizzato da Mat Forstater. L'argomento principale di Jan era che la costruzione dell'UEM avrebbe creato forze deflazionistiche che avrebbero prodotto una elevata e cronica disoccupazione; egli quindi aveva proposto di utilizzare l'approccio MMT per formulare una risposta politica: un ruolo di datore di lavoro di ultima istanza per l'UEM. Io qui mi limiterò a rimanere concentrato sugli squilibri delle partite correnti e sui problemi che queste creerebbero (potete leggere il suo giornale per la proposta ELR per l'UEM):


    Citazione:
    "Se la Francia o l'Italia decidessero di espandere la domanda interna, essa sarebbe rapidamente risucchiata fuori dal Paese: non comparirebbe più nel surplus della bilancia dei pagamenti tedesca e nel deficit italiano, come prima dell'UEM, ma apparirebbe ora come un aumento del flusso di spesa dall'Italia alla Germania, con il deficit fiscale italiano in peggioramento e rischi di credito sui titoli italiani in aumento. I costi sia della manodopera che del capitale saranno in aumento in Italia rispetto alla Germania: questo servirà solo ad esacerbare le divergenze e a rendere più pressante la politica di convergenza dei salari verso il basso. La moneta unica porterà il beneficio di liberare le economie dei Paesi europei dalla necessità di contrarre le loro politiche di spesa interna per difendere i loro tassi di cambio rispetto al marco tedesco, ma comporterà il prezzo di esigere che essi riducano i salari nominali per difendere la competitività della loro produzione nazionale contro le merci tedesche importate, divenute più a buon mercato".

    Se questa non è lungimiranza, non so cosa sia.

    Ma aspettate, c'è di più. Kregel esamina la possibilità che l'UEM sia in grado di risolvere gli squilibri delle partite correnti interne mediante l'esportazione al di fuori dell'Unione (ad esempio esportando la disoccupazione all'estero):


    Citazione:
    "La domanda è se l'aumento della domanda al di fuori dell'Unione europea derivante dal reale deprezzamento dell'euro sarà sufficiente a compensare il calo della domanda interna. Mentre il commercio estero era una percentuale molto elevata del PIL di ciascun paese membro prima dell'unificazione, dopo l'unificazione diventerà una percentuale molto piccola. L'ordine di grandezza non sarà verosimilmente sufficiente a compensare la riduzione della domanda nell'UE. Inoltre, dal momento che l'euro sarà fluttuante nei confronti del dollaro e dello yen, e data l'ossessione tedesca di un euro "forte", come evidenziato nella recente politica della Bundesbank, se l'euro dovesse apprezzarsi rispetto a queste valute, questo eliminerebbe qualsiasi beneficio che potrebbe essere maturato dalla riduzione dei costi unitari del lavoro. Se l'euro si comporta come il marco tedesco ha fatto nel corso degli ultimi venti anni, questo significa che nel medio termine si apprezzerà in modo da mantenere un tasso di cambio effettivo reale pressoché costante, con apprezzamenti nominali che compenseranno qualsiasi variazione dei costi relativi unitari del lavoro."

    Ed ecco che stavamo appunto guardando al potenziale di squilibri delle partite correnti, una volta che l'euro fosse stato lanciato.

    Più specificamente, il modo in cui abbiamo solitamente presentato il bilancio delle partite correnti è l'approccio dei bilanci settoriali di Wynne Godley (che ho spiegato in precedenza su GLF [Great Leap Forward, il blog di Randall Wray]; ci sono molte altre spiegazioni anche su NEP e Levy Economics Institute of Bard College ). Ecco un pezzo particolarmente istruttivo: Rob Parenteau nel 2009 espone l'identità macroeconomica che afferma che il bilancio interno del settore privato più il bilancio del settore pubblico più il bilancio estero deve dare come risultato zero:

    (Tratto da: Employing Krugman?s Cross: Farewell, Mr. Hicks? | New Economic Perspectives )


    Citazione:
    "...Un surplus commerciale è l'unico modo in cui sia il GFB [bilancio del settore pubblico] che il PSFB [bilancio interno privato] sono in grado di mantenere contemporaneamente una posizione netta di risparmio, assumendo per qualsiasi motivo che questo sia un obiettivo positivo; ma almeno è un inizio promettente per far capire come i bilanci finanziari settoriali siano collegati, e mette in luce molti dei fraintendimenti che offuscano inutilmente il dibattito".

    Il motivo per cui sto sottoponendo ai lettori il lavoro di Rob è il fatto che egli ha continuato ad estendere un semplice modello creato da Paul Krugman specificamente per esaminare i problemi dell'eurozona. Dal 2009 Rob ha esaminato questi squilibri delle partite correnti nell'ottica della MMT. Per una esposizione molto valida di questo modello e grafici sui bilanci settoriali dei membri dell'UEM, si veda il powerpoint di Mitch Green.


    Trovo sconcertante che Sergio pensi che la MMT abbia trascurato le partite correnti e il collegamento alla crisi finanziaria che prima ha colpito gli Stati Uniti e poi è passata nell'Eurozona. Wynne ed io abbiamo scritto un paio di pezzi insieme già durante gli anni di Clinton, avvertendo che la combinazione di un disavanzo delle partite correnti più un avanzo di bilancio significava che Riccioli d'oro [Goldilocks economy è un termine che in gergo economico indica una crescita economica moderata e una bassa inflazione, che consente una politica monetaria di mercato amichevole. Il nome deriva dal racconto per bambini The Three Bears, N.d.R.] stava per essere uccisa dal necessario elemento controbilanciante: un deficit senza precedenti del settore privato (potete trovare gli articoli su Levy Economics Institute of Bard College ). Come Rob sottolinea nella citazione di cui sopra, Clinton avrebbe potuto avere un avanzo di bilancio senza gravare di debiti il settore privato solo se gli Stati Uniti avessero potuto sperimentare un avanzo di partita corrente. Ma questo non sarebbe accaduto, a causa della domanda esterna di dollari.

    E abbiamo respinto l'affermazione secondo la quale i problemi potevano essere risolti con aggiustamenti del tasso di cambio - Wynne è sempre stato scettico sul fatto che il deprezzamento del dollaro potesse essere d'aiuto per eliminare il disavanzo corrente degli Stati Uniti. (Ora, eccovi una rivelazione: Wynne e io avevamo un'opinione diversa sull'opportunità di ridurre il disavanzo corrente degli Stati Uniti. Lui avrebbe preferito ridurlo; io volevo aumentare la politica fiscale gradualmente, per consentire al settore nazionale privato di ridurre i suoi deficit).

    Dal punto di vista MMT (con cui Wynne era per altri versi molto in sintonia) il problema principale dei disavanzi delle partite correnti nei paesi monetariamente sovrani è la situazione di bilancio del settore nazionale privato (dato un certo risultato del bilancio pubblico). In altre parole, il problema degli attuali disavanzi degli Stati Uniti era il rovescio della medaglia: un settore privato che stava spendendo molto più del suo reddito da quasi un decennio.

    Ora, anche alcune nazioni UEM hanno sperimentato cronici disavanzi delle partite correnti; e se queste fossero state nazioni monetariamente sovrane (nel senso che ciascuna di esse avesse emesso la propria moneta a tasso variabile), allora la preoccupazione sarebbe stata il bilancio del settore privato. Ma qui le nazioni UEM si discostavano in maniera significativa le une dalle altre: alcune che avevano disavanzi delle partite correnti non avevano accumulato enormi debiti del settore privato, altre sì. L'elemento controbilanciante, naturalmente, era il bilancio del governo. E, cosa più importante, queste nazioni non erano monetariamente sovrane. Ognuna di esse aveva lasciato decadere la sua moneta in favore di una valuta "straniera": l'euro.

    Quindi ci sono due diversi problemi: un disavanzo delle partite correnti in gran parte compensato da un deficit del settore privato, contro un disavanzo delle partite correnti compensato principalmente da un disavanzo del settore pubblico.

    La mia tesi è che per una nazione monetariamente sovrana solo il primo di questi è un problema: ma per le nazioni dell'euro, entrambi possono essere problemi.

    Ora, perché sto facendo questa distinzione, tra nazioni sovrane e nazioni non sovrane (in senso monetario)? Guardatela in questo modo: qual è la differenza tra il bilancio della partita corrente, diciamo, di Alabama e Idaho? Qualcuno lo sa? Importa a qualcuno?
    Entrambi utilizzano il dollaro. Eppure, sia la Germania che la Grecia utilizzano l'euro, e dubito che vi sia anche un solo lettore che ignori che la Germania ha una partita corrente positiva mentre la Grecia no. E alla maggior parte della gente importa. E molto.

    A dire il vero, lo squilibrio tra gli stati degli Stati Uniti è importante per alcune considerazioni, e gli economisti regionali studiano cose come i moltiplicatori regionali (se si spende un dollaro di "stimolo fiscale" a Kansas City, quanto si perde dell'effetto del moltiplicatore?): è importante per lo sviluppo regionale e la riduzione della povertà. Ma il motivo per cui i numeri del bilancio dei pagamenti non sono oggetto di un'attenta messa a fuoco per altri [economisti] è che noi usiamo la politica fiscale per cercare di superare in tutti gli Stati gli effetti negativi sul tenore di vita dovuti ai diversi moltiplicatori e ad altri fattori legati a questi flussi di partita corrente. Ovviamente facciamo un lavoro tutt'altro che ottimale: tassi di povertà, salari medi, accesso a buoni posti di lavoro e redditi pro capite variano notevolmente tra gli Stati. Ma i trasferimenti fiscali di Washington sono di grandi dimensioni in termini sia di spesa per beni e servizi, sia di occupazione diretta e di spesa per "trasferire" pagamenti (cose come la sicurezza sociale). E non abbiamo intenzione di cacciare a calci, per esempio, l'Alabama dall'Unione del dollaro a causa del suo cronico deficit nella bilancia dei pagamenti.

    Gli acquisti del Governo federale degli Stati Uniti ammontano al 20% del PIL; la spesa totale è di quasi un terzo del PIL. È abbastanza grande da poter fare un po' di ridistribuzione, così da compensare in parte il disavanzo delle partite correnti.
    Il Parlamento dell'UE spende meno dell'1% del PIL dell'Eurozona; un po' lo fa effettivamente ridistribuire (vedi le strade in Sicilia, costruite grazie alla spesa UE), ma è di gran lunga troppo poco per poter compensare i disavanzi delle partite correnti. Così la maggior parte della compensazione spetta alle singole nazioni dell'UE.

    Bene, questa è dunque una parte del problema dell'UEM: da notare che non è una semplice storia di partita corrente; si tratta di una storia MMT sui vincoli imposti a causa della configurazione della UEM, che separava la politica fiscale dalla valuta. La MMT ha scritto su questo problema fin dall'inizio. Anche in questo caso ci sono molte citazioni nel mio nuovo articolo su NEP: lasciatemi ripetere solo tre esempi, tutti tratti dai primissimi anni della sperimentazione dell'euro.

    Quella che segue è tratta dal mio libro del 1998, "Comprendere la moneta moderna":


    Citazione:
    "Nella UEM la politica monetaria dovrebbe essere separata dalla politica fiscale, con un elevato grado di indipendenza della politica monetaria, al fine di concentrarsi sull'obiettivo primario della stabilità dei prezzi. La politica fiscale, a sua volta, sarà strettamente vincolata da criteri che impongono un rapporto massimo deficit/PIL e debito/deficit.
    La cosa più importante, come riconosce Goodhart, è che questo sarà il primo esperimento moderno al mondo su larga scala che tenterà di spezzare il legame tra un governo e la sua moneta... Così come è attualmente concepita, l'UEM avrà una banca centrale (la BCE), ma non avrà alcun ramo fiscale. Questa situazione sarebbe molto simile a quella di Stati Uniti che operassero con una Fed, ma solo con tesorerie di singoli Stati. Sarà come se ogni paese membro dell'UEM dovesse tentare di far funzionare la politica di bilancio in valuta estera; la spesa a deficit richiederà un prestito in quella valuta estera, secondo il diktat dei mercati privati."

    Questa citazione proviene da un articolo del 2002 di Stephanie Kelton (allora Stephanie Bell):

    (Tratto da qui: http://www.cfeps.org/pubs/wp/wp24.htm )


    Citazione:
    "I Paesi che vogliono competere per lo status di riferimento, o per migliorare le condizioni alle quali prendono in prestito, avranno un incentivo a ridurre i disavanzi fiscali o a lottare per eccedenze di bilancio. Nei Paesi in cui questo diventa l'obiettivo politico prioritario, non dovremmo essere sorpresi di trovare relativamente poca attenzione rivolta alla stabilizzazione della produzione e dell'occupazione. Al contrario, i Paesi che cercano di evitare i principi della finanza "solida" potrebbero scoprire che non sono in grado di affrontare grandi deficit anticiclici, dato che i finanziatori si rifiutano di fornire credito sufficiente a condizioni desiderabili. Fino a quando non verrà fatto qualcosa per consentire agli Stati membri di aggirare questi vincoli finanziari (ad esempio l'unione politica e l'istituzione di un bilancio federale UE o la creazione di un istituto di credito nuovo, progettato per aiutare gli Stati membri a perseguire una vasta gamma di obiettivi politici), le prospettive di stabilizzazione dell'eurozona appaiono tristi".

    La citazione finale è da Mat Forstater, scritta nel 1998 e pubblicata un anno dopo:

    (Tratto da qui: Contacts in the College of Arts &  Sciences )


    Citazione:
    "Nell'UEM, se gli investitori sono in dubbio sul debito di un membro qualsiasi, possono acquistare il debito di un altro membro senza incorrere nel rischio del cambio, poiché non vi è alcuna variabilità di cambio tra le valute dei Paesi membri. Dato che i Paesi membri sono ora dipendenti dagli investitori per finanziare le proprie spese, l'incapacità di attirare gli investitori dà come risultato l'incapacità di spendere. Inoltre, qualora i ricavi di un membro non riescano a tenere il passo con le spese a causa di un rallentamento economico, gli investitori probabilmente richiederanno un budget equilibrato, molto probabilmente attraverso tagli alla spesa. In altre parole, le forze di mercato possono richiedere una politica fiscale prociclica durante una recessione, aggravando gli effetti recessivi... Anche se non ci fossero limiti imposti sul deficit dei Paesi e dei debiti nazionali, la struttura della UEM rende quasi impossibile per un Paese adottare una politica anticiclica di bilancio anche se ci fosse la volontà politica. Questo perché, cedendo la loro sovranità monetaria nazionale, i Paesi non sono più in grado di condurre una politica fiscale e monetaria coordinata, essenziale per una risposta completa ed efficace alle crisi periodiche della domanda. Perché i Paesi dovrebbero volontariamente sacrificare la capacità di condurre una politica macroeconomica coordinata, soprattutto in un momento in cui il tasso di disoccupazione ufficiale è a due cifre e ci sono chiare pressioni deflazionistiche?"

    Tutti questi articoli chiariscono la posizione principale della MMT sul difetto fondamentale di impostazione della UEM. Chiaramente, il problema non può essere semplicemente lo squilibrio delle partite correnti: li abbiamo in tutte le nazioni degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti, a loro volta, hanno un deficit cronico di partita corrente. Ma il governo federale degli Stati Uniti è sovrano, emette una propria moneta. Esso aiuta a compensare il deficit delle partite correnti tra gli Stati attraverso trasferimenti fiscali, e non potrà mai esaurire la propria moneta, per grande che sia il suo deficit di bilancio. Può impostare il suo obiettivo di tasso di interesse overnight dove vuole, a zero se lo desidera, e tenerlo lì per sempre, se vuole. Questo abbassa i tassi a breve termine del Tesoro, e lo zio Sam può - se vuole - emettere solo obbligazioni a breve termine. Tutte queste opzioni sono pienamente all'interno del potere sovrano del governo federale, anche se può scegliere di fare qualcos'altro.

    I singoli paesi UEM si trovano in un guaio completamente diverso. Essi non hanno nulla di simile a Zio Sam che fornisca finanziamenti significativi: tutto quello che hanno è una BCE la cui missione dichiarata e stabilita per legge è quella di EVITARE di fornire il tipo di supporto che Zio Sam fornisce agli Stati Uniti. (Come sappiamo, quando arriva il momento critico, la BCE utilizza "work arounds" [soluzioni temporanee e di ripiego], e oltre tutto lo fa scalciando e urlando.)

    Ed eccoci giunti alla attuale crisi che ha colpito l'UEM. Tutto quanto detto sopra è preliminare: necessario per comprendere che il sistema è vulnerabile alla crisi. E quando Paul McCulley ha detto che dovremmo dichiarare la nostra vittoria, penso che stesse parlando di queste analisi. Ma da dove proverrebbe lo tsunami della crisi? Beh, sappiamo che i venti cattivi soffiavano da ovest, sotto forma di mutui spazzatura americani. Ma per un po' sembrava che l'Eurozona potesse cavarsela con qualche graffio e contusione: poi invece è stata colpita con furia infernale, e la crisi è diventata una crisi dell'euro. Così, se da una parte accettiamo qualche indice puntato contro la crisi degli Stati Uniti, dall'altra vogliamo essere più precisi su cosa è andato storto nella UEM.

    Cito di nuovo, sempre dal mio pezzo NEP. Per giudicare quanto la MMT sia stata corretta nelle sue previsioni, naturalmente, dobbiamo capire cosa è andato storto nell'Eurozona. La nostra tesi era che separare la politica fiscale dalla sovranità monetaria avrebbe sollevato questioni di solvibilità che avrebbero limitato la capacità della politica di bilancio di espandersi quando necessario. Questa era la base di tutti questi primi argomenti MMT. Ma c'era un argomento complementare: quale sarebbe stato l'inizio della crisi? Sarebbe stata una recessione che nessun singolo governo avrebbe potuto risolvere con stimoli fiscali? Sarebbero stati i cronici disavanzi delle partite correnti di alcuni Stati membri (a beneficio degli Stati mercantilisti come la Germania o i Paesi Bassi)? O sarebbe stata una crisi finanziaria?
    Beh, e perché non una bella tripletta? Tutti e tre in una volta!

    Penso che tutti i lettori ora capiscano i problemi sollevati dalla recessione, per cui non c'è bisogno di esaminarla nel dettaglio. Siccome le singole nazioni registravano un calo, i loro bilanci sarebbero finiti bruscamente in un deficit (dato che il gettito fiscale era diminuito e la spesa sociale era aumentata) che avrebbe di gran lunga oltrepassato i parametri di Maastricht; i mercati avrebbero reagito con tassi di interesse più elevati, che a loro volta avrebbero aumentato ulteriormente il deficit, in un circolo vizioso. Bene, questo è ciò che è successo. E poi, naturalmente, abbiamo anche scoperto che (sorpresa, sorpresa!) i governi avevano già manipolato la loro situazione contabile (grazie Goldman Sachs!), e così il loro disavanzo era sempre stato superiore a quello supposto.

    E abbiamo già affrontato il discorso della partita corrente, facilmente comprensibile attraverso la lente dell'approccio dei bilanci settoriali di Godley: un deficit di partita corrente deve essere compensato da una combinazione di un deficit del settore privato nazionale e/o di un disavanzo pubblico. Dal momento che questi non sono governi che emettono moneta sovrana, sia i deficit privati che quelli di governo possono entrambi portare a problemi.

    Tuttavia è molto più di un problema di partita corrente, come Rob Parenteau ha dimostrato. Ogni nazione UEM può essere fatta saltare in aria dalle proprie banche anche quando ha un surplus di partita corrente. Questa è la storia della "finanziarizzazione" o "Money Manager Capitalism" che proviene da Hyman Minsky: probabilmente ben più del 90% della finanza "cross-border" non ha nulla a che fare con la partita corrente, ed è stata quella parte della finanza che ha fatto saltare in aria Paesi come Irlanda e Spagna. (Ci occuperemo di questo perché è correlato alla questione.)

    Così, finalmente, eccoci arrivati al punto di vista della crisi finanziaria. Per quanto ne so, Warren Mosler è stato il primo a comprendere appieno questo. Ha sempre insistito su di essa, fin da quando posso ricordarmene. Presenterò la sua tesi in dettaglio la prossima settimana, quando ci dedicheremo ad un attento esame dei dati e ad analisi che aiuteranno a confutare la tesi secondo cui tutto si riduce agli squilibri delle partite correnti.

    PARTE SECONDA

    Abbiamo visto l'affermazione secondo la quale la MMT avrebbe ignorato gli squilibri delle partite correnti tra i membri dell'UEM. Che si è rivelata sbagliata.

    Abbiamo continuato esaminando l'affermazione secondo cui la crisi dell'euro sarebbe un semplice problema di bilancia dei pagamenti. Anche questo è sbagliato: se l'UEM fosse stata progettata correttamente, non avrebbe avuto alcuna importanza il fatto che alcuni paesi membri avessero un deficit di partita corrente, esattamente come molte nazioni degli Stati Uniti hanno disavanzi delle partite correnti.

    Invece, il problema è che l'UEM ha separato la moneta dalla politica fiscale: tutti i membri hanno adottato l'euro, ma ogni Stato separatamente è responsabile della propria politica fiscale. Inoltre, ed è questo il punto che deve essere esaminato in dettaglio in questa sede, ognuno è responsabile di trattare con le proprie banche se dovesse arrivare di colpo una crisi finanziaria.

    Warren Mosler aveva a lungo sostenuto che una via molto probabile per arrivare ad una crisi dell'euro sarebbe stata il fallimento di una banca. Senza nulla di equivalente a Washington a venire in soccorso, ogni singola nazione avrebbe dovuto salvare le proprie banche. Questo si sarebbe aggiunto al debito pubblico, avrebbe fatto colare a picco i tassi di interesse e avrebbe condotto ad un prosciugamento delle banche che non poteva essere fermato: tranne che dal centro - la BCE - che però non aveva intenzione di fare nulla del genere.

    Pensateci: quando le banche americane cominciano a cadere come pezzi del domino, chi si chiama? Non il Segretario del Tesoro dello Stato del North Carolina! No, si chiamano lo Zio Sam e lo zio Timmy e lo zio Ben. "Per favore, zii, potete mettere da parte, ad esempio, 29 miliardi di dollari per salvarci?"
    ( EconoMonitor : Great Leap Forward » The $29 Trillion Bail-Out: A Resolution and Conclusion )

    Quando le banche irlandesi hanno iniziato ad essere in crisi, chi hanno chiamato? Beh, non certo Fritz a Francoforte. Vediamo: il totale del debito irlandese era circa dieci volte il PIL irlandese (euro più euro meno) grazie ai banchieri più scialacquatori che il mondo abbia mai conosciuto (gli Stati Uniti erano riusciti ad arrivare soltanto a cinque volte il PIL - tirchi!): i banchieri irlandesi non avevano mai visto un cattivo prestito che non piacesse loro. Così hanno chiesto gentilmente ai bravi ragazzi del Tesoro irlandese: "Per favore, per favore, accollatevi tutti i nostri crediti inesigibili, o l'economia crollerà!". E ricordando la carestia delle patate, il governo se li è accollati tutti. Questo ha fatto esplodere il bilancio, e il governo ha prodotto ugualmente la carestia.

    Sergio (ve lo ricordate? Questa è una risposta alla sua accusa che il successo predittivo MMT sarebbe "falso") interpreta tutto questo come uno squilibrio delle partite correnti. I consumatori irlandesi e islandesi hanno semplicemente comprato troppe merci d'importazione. Se la passano bene, su al nord!

    Bene, ecco i bilanci settoriali dell'Irlanda:

    qu

    Prima della batosta della Crisi Finanziaria Globale, osserviamo che il governo irlandese stava seguendo l'indirizzo neoliberista ed aveva dei surplus di bilancio. Aveva anche dei modestissimi deficit delle partite correnti (indicati come positivi perché il grafico riporta l'immagine speculare delle eccedenze di conto capitale). Entrambe sono "fughe" dal flusso circolare del reddito che devono essere compensate da una iniezione sotto forma di un disavanzo del settore privato. Ora potete, suppongo, dare la colpa ai consumatori irlandesi scialacquatori per i loro deficit; o si potrebbe altrettanto facilmente dare la colpa al governo per le sue eccedenze.

    In ogni caso, fino al 2007 non c'è nulla che potrebbe far sì che un "mainstreamer" [economista appartenente alla linea dominante, neoliberista, N.d.R.] si preoccupasse per l'Irlanda: e non è un segreto che i "mainstreamers" pensavano che l'Irlanda fosse il modello di successo. Ma, accidenti, ci è saltata per aria!

    È stato il minuscolo deficit delle partite correnti? No: è stato l'indebitamento del settore finanziario: i prestiti bancari "cattivi".
    Certamente la questione è stata aggravata dai consumatori indebitati, con un debito alimentato in Irlanda (come in molti altri luoghi) da una bolla immobiliare. Ma è una forzatura enorme affermare che i problemi dell' Irlanda sono stati causati da uno sfrenato disavanzo delle partite correnti. L'Irlanda avrebbe potuto continuare ad avere un equilibrio di conto corrente e sarebbe esplosa lo stesso: vedi sotto.

    In risposta alla crisi bancaria, il governo ha fatto saltare per aria il suo bilancio cercando di salvare il sistema finanziario. In verità (come ho scritto altrove) questo è stato un atto di carità dell'Irlanda per salvare le banche centrali europee: la cosa intelligente da fare sarebbe stata quella di dichiarare default su tutto il debito estero e nazionalizzare il settore bancario (alcuni dicono che sarebbe stato illegale nel quadro della UE: pazienza!).

    Non intendo occuparmi della crisi islandese, ma spiegare che i problemi del settore bancario, sia in Irlanda che in Islanda, nonché i collegamenti tra le banche della "periferia" (anche di Paesi non appartenenti all'area dell'euro) e le grandi banche del centro, sono stati la salva di apertura della crisi dell'euro.

    Improvvisamente i re delle banche erano nudi.

    E quando il bilancio del governo irlandese è esploso, gli investitori hanno dato uno sguardo ravvicinato ai loro portafogli di debito pubblico in euro e hanno realizzato che anche loro erano esposti a rischi enormi.

    Naturalmente, poiché le economie avevano rallentato, anche la maggior parte delle altre nazioni dell'euro avevano un deterioramento nei saldi di bilancio, e molti avevano anche difficoltà ad esportare. La Germania - come Jan Kregel aveva previsto molto tempo fa (vedi più sopra) - ha continuato a passarsela molto bene, e grazie tante: tutto il sistema dell'euro è stato costruito a suo vantaggio! Era il produttore a basso costo e il posto più sicuro per parcheggiare gli euro.

    Il resto d'Europa ha iniziato la sua marcia verso l'oblio.

    Voci dall'estero: MMT E L'EURO: GLI SQUILIBRI DELLE PARTITE CORRENTI SONO RESPONSABILI DEL DISASTRO DELL'EURO?

  2. #2
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    Predefinito Re: Gli squilibri delle partite correnti sono responsabili del disastro dell'euro?

    Io non ho mai capito perché parlano di "squilibri"

  3. #3
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    Predefinito Re: Gli squilibri delle partite correnti sono responsabili del disastro dell'euro?

    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    Io non ho mai capito perché parlano di "squilibri"
    .

  4. #4
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    Predefinito Re: Gli squilibri delle partite correnti sono responsabili del disastro dell'euro?

    QUELLO CHE STA PER SUCCEDERE E PERCHE'
    DI FABRIZIO TRINGALI
    il-main-stream.blogspot.it

    Dopo un 2012 turbolento, il nuovo anno è iniziato in un clima economico di relativa tranquillità. Gli spread sono bassi e la crisi sembra concedere una tregua. Ma cosa ci aspetta nel prossimo futuro? Le difficoltà sono davvero superate o sono destinate a riproporsi? Poiché esistono due opposte chiavi di lettura della crisi, per rispondere a queste domande è necessario capire quale sia la più convincente. Vediamole:

    Chiave di lettura 1: Crisi dei debiti sovrani.

    Secondo questa chiave di lettura, alcuni Paesi europei hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità.

    Hanno aumentato il loro debito pubblico senza migliorare la competitività, rischiando il default. L’aumento degli spread indica che i mercati sono restii ad investire in titoli di Paesi spendaccioni e già molto indebitati.
    La soluzione della crisi consisterebbe dunque nel rafforzare la disciplina di bilancio, imponendo un tetto al rapporto debito/PIL e implementando drastiche misure di austerity che diminuiscano la spesa. Per scoraggiare la speculazione, a livello europeo andrebbero inoltre introdotte forme di mutualizzazione dei debiti sovrani (acquisto di titoli da parte della BCE, emissione di Eurobonds) in modo che tutti i Paesi si impegnino a garantire, collegialmente, il pagamento degli interessi e il rimborso dei titoli in scadenza emessi dai singoli Stati. Tuttavia, per evitare azzardi morali, i governi nazionali dovrebbero accettare di essere vincolati a realizzare le politiche indicate dagli organismi europei, indipendentemente dalla volontà dei loro cittadini.
    Chiave di lettura 2: Crisi dell’euro.

    Secondo questa chiave di lettura, invece, alcuni Paesi europei avrebbero sfruttato l’appartenenza alla moneta unica per aumentare la loro competitività, a discapito di altri. Contenendo salari e domanda interna, avrebbero mantenuto la propria inflazione sistematicamente a livelli inferiori rispetto ai partners. I quali, condividendo la stessa moneta, non avrebbero potuto operare una svalutazione difensiva per determinare un riequilibrio. I primi avrebbero accumulato surplus commerciali, mentre i secondi avrebbero visto peggiorare i conti con l’estero, fino ad entrare in crisi.
    L’aumento degli spread indicherebbe che i mercati sanno che in futuro il valore dei titoli dei Paesi in crisi potrebbe diminuire: essi potrebbero uscire dall’euro, svalutare, rinegoziare il debito o rinominarlo nella nuova valuta.
    Per uscire dalla crisi servirebbe dunque introdurre un meccanismo automatico di riequilibrio fra i Paesi in surplus strutturale e quelli in deficit. Inoltre, data la recessione in atto, le politiche di austerity andrebbero smantellate e sostituite con interventi di segno opposto, a sostegno della domanda e dell’occupazione. Nei Paesi in surplus andrebbero poi alzati significativamente i salari.
    Tuttavia, apparendo questa strada impercorribile, poiché presupporrebbe che tutti i principali Paesi europei invertano le politiche economiche adottate fino ad oggi, e che quelli più forti accettino trasferimenti automatici verso quelli meno competitivi, l’unica via di salvezza resterebbe l’uscita dall’euro e il recupero della sovranità nazionale in materia di politiche economiche e monetarie.
    Quale è quella corretta?

    Chiaramente, queste tesi sono fra loro inconciliabili. Se si accetta l’idea che ad andare in sofferenza siano stati quei Paesi che presentavano un alto rapporto debito/PIL, allora la prima spiegazione appare come quella corretta. Invece, se si crede che la crisi abbia colpito chi ha avuto un tasso di inflazione più alto, converrà orientarsi sulla seconda.

    Ecco una breve tabella riassuntiva:
    debito pub / PIL (%)
    Squilibri esterni e differenziali di costo nell’eurozona
    Paese 1999 2007 2011 Saldo conto corrente / PIL
    (* 100) 1999-2012 Costo unitario del lavoro
    var % 1999-2010 Indice prezzi al consumo
    1999-2012
    Germania

    61


    65


    83
    52.0 1.4 21.8
    Portogallo

    50


    68


    106
    -132.2 11.1 35.1
    Italia

    114


    104


    121
    -24.4 28.5 30.9
    Grecia

    103


    105


    166
    -123.2 54.9 43.1
    Spagna

    62


    36


    67
    -75.5 24.8 38.4

    [Dati estratti da Europa: una crisi di debito o di bilancia dei pagamenti? - A.F. Presbitero, Università Politecnica delle Marche, pubblicato su linkiesta.it ]

    Le prime colonne mostrano che la prima chiave di lettura è infondata: due dei Paesi più colpiti dalla crisi, il Portogallo e la Spagna, fino al 2007 presentavano un rapporto debito/PIL simile o addirittura migliore rispetto a quello della “virtuosa” Germania. La parte destra della tabella conferma quel che abbiamo già avuto modo di affermare: il problema non è il debito pubblico. La Germania ha beneficiato di una minore inflazione (ultima colonna) grazie al contenimento del costo del lavoro (penultima colonna) ed oggi vanta il “record” del maggior numero percentuale di lavoratori a basso reddito di tutta l’Europa occidentale ( il 22.2%, secondo Eurostat). In questo modo ha aumentato la propria competitività, a discapito dei partners europei (terzultima colonna) mandandoli in crisi.

    Dunque, i dati indicano che la tesi corretta è la seconda, la quale infatti è sostenuta da numerosi esperti nazionali ed internazionali. Tuttavia la quasi totalità dei media sposa la prima chiave di lettura, l’unica ad essere ufficialmente accettata da tutte le élite di governo europee, di destra come di sinistra. Questo non deve stupire: sia ai governanti dei Paesi forti che a quelli degli Stati in crisi conviene far credere che il problema principale siano la spesa dello Stato e il debito pubblico. In questo modo, infatti, i primi possono proseguire il contenimento della domanda interna, arricchendosi grazie alle esportazioni e garantendosi surplus utili ad acquisire aziende pregiate dei Paesi in crisi (come testimonia, per esempio, la recente acquisizione di Ducati da parte di Audi-Volkswagen). I secondi (gli stati in crisi) ottengono di poter sbandierare un “vincolo esterno” grazie al quale imporre ai cittadini quello che altrimenti sarebbe stato impossibile realizzare: tagli ai servizi pubblici e alle pensioni, restringimento delle tutele dei lavoratori, privatizzazioni, continue manovre finanziarie “lacrime e sangue”.

    Così, mentre smantellano lo stato sociale, i governi di Italia, Francia e Germania danno vita ad un insulso gioco delle parti: quando Monti e Hollande spingono per introdurre forme di condivisione dei debiti sovrani, la Merkel risponde pretendendo cessioni di sovranità verso le istituzioni UE. Due facce della stessa medaglia, entrambe riconducibili alla chiave di lettura 1. Quella sbagliata.

    In seno al Consiglio Europeo è stata già siglato l’accordo che consentirà a ciascun leader di cantare vittoria nella propria patria: da Giugno 2013 la Commissione UE potrà far sottoscrivere ad ogni Stato un vero e proprio contratto, ove indicherà le “riforme” da attuare e le modalità con cui realizzarle; eventuali “meccanismi di solidarietà” saranno riservati ai Paesi che avranno sottoscritto tali intese.

    Ecco quindi il leitmotiv che ascolteremo nel 2013: “solidarietà” in cambio di cessioni di sovranità. Lo conferma il presidente del consiglio europeo, Van Rompuy, che però omette di precisare che la solidarietà sarà fasulla: le eventuali forme di mutualizzazione dei debiti saranno parziali e temporanee, come ha già chiarito Angela Merkel, intervenendo al Bundestag. E in ogni caso esse non potranno mai risolvere gli squilibri strutturali fra le economie.

    Pertanto c’è da aspettarsi che la crisi riesploda. Anche perché dal primo gennaio 2013 è entrato in vigore il fiscal compact, che statuisce, tra le altre cose, che il rapporto debito/PIL deve assestarsi al 60%. L’Italia, per tentare di raggiungere l’obiettivo, dovrà varare manovre su manovre, ogni anno, per decine e decine di miliardi. In assenza di una crescita sostenuta, le conseguenze saranno inimmaginabili, come testimoniano le analisi della Corte dei Conti e l’ISPI. L’Italia e gli altri PIGS resteranno intrappolati in una spirale recessiva, senza via di uscita. Ma gli alfieri della chiave di lettura sbagliata non si fermeranno. Anzi, rincareranno la dose. Quelli italiani hanno già nel mirino la privatizzazione della sanità, che non a caso si sta già realizzando in Spagna.

    Uno dopo l’altro i Paesi dell’eurozona dovranno richiedere gli “aiuti” del MES e, in cambio, dovranno cedere ogni residua forma di sovranità nazionale. Così, le decisioni verranno prese direttamente a Bruxelles e Francoforte, senza che né i cittadini né i Parlamenti nazionali possano opporvi resistenza. Ma ciò che è più drammatico è che alla gran parte dell’opinione pubblica, tutto ciò apparirà come necessario, in quanto coerente con la teoria della crisi dei debiti sovrani, propagandata dalla stragrande maggioranza dei media.

    Per questo, il primo fronte sul quale schierare le forze che vogliono impedire lo sfacelo è quello dell’informazione. Un’informazione corretta sulle reali cause della crisi.
    Fabrizio Tringali
    Fonte: main-stream.it
    Link: main-stream.it: Quello che sta per succedere e perché
    28.01.2013

    Pubblicato su byoblu.com - 28 Gennaio 2013

  5. #5
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    Predefinito Re: Gli squilibri delle partite correnti sono responsabili del disastro dell'euro?

    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    Io non ho mai capito perché parlano di "squilibri"
    Citazione Originariamente Scritto da Phileas Visualizza Messaggio
    Non l'ho capita .Fate ridere anche me ?!!?
    Regressista amante della pucchiacca.

  6. #6
    Cancellato
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    Predefinito Re: Gli squilibri delle partite correnti sono responsabili del disastro dell'euro?

    Citazione Originariamente Scritto da kingzorc Visualizza Messaggio
    Non l'ho capita .Fate ridere anche me ?!!?
    Non è una battuta. Semplicemente non ha senso parlare di squilibri quando si è in regime di cambi flessibili (cioè quando non c'è una banca centrale che utilizza le riserve per pareggiare la bilancia dei pagamenti)

 

 

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