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Discussione: La reincarnazione

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    LA REINCARNAZIONE NELLA CULTURA INDIANA

    Grandissima parte dei popoli dell'Est crede tuttora nella reincarnazione. L'idea della vita che continua a esistere dal passato al futuro vestendo e svestendo tanti corpi diversi, come abiti nuovi e poi smessi è la famosa, bellissima immagine della Gita celebre episodio del poema epico Mahabharata. Assieme a questa credenza, vi è l'altra, per cui la nuova vita è sempre determinata da quella precedente: dovunque esiste, non un caso, ma una causa: il karma, o karman, secondo l'esatto termine sanscrito, secondo cui il destino è il prodotto delle azioni compiute nella vita precedente. Se poi si chiede in India all'uomo della strada che cos'è l'astrologia, vi risponderà invariabilmente: L'astrologia è il karma. Ma i due concetti non erano collegati all'inizio, antichissimo, della loro storia. In origine, infatti, i primi Veda, i libri sapienziali, parlano solo di una generica retribuzione del bene e del male che si avrà nel l'aldilà, proprio come nel Paradiso cristiano; e i primi testi astrologici, come il Taittiriya Brahmana, descrivono come si determinano i momenti auspiciosi per compiere le cerimonie prescritte al bramino e al suo principe, piè che il carattere e il destino di un singolo individuo. Dopo la prima meta del primo millennio a.C. dottrina del karma e dottrina astrologica, come le concepiamo oggi, si definiscono ciascuna per conto proprio e poi subito confluiscono. Il primo teorizzatore è Yajnavalkya, il quale afferma la ciclicità della trasmigrazione, ciclica come i moti del tempo, del Sole, della Luna, del tempo meteorologico e della vegetazione. E' un'idea che nasce nel momento in cui il popolo indiano passa dallo stadio della caccia a quello dell'agricoltura: prima vedeva solo morire, e mai rinascere, quel preciso animale che cacciava: ora, miete il grano e, spargendone la semente, sa che certamente, e proprio qui, rinascerà. E perché dunque non dovrebbe rinascere egli stesso, se tutto intorno a lui gli conferma che tale è la legge della natura? Non a caso, questa è l'ipotesi del grande storico delle religioni Mircea Eliade. L'India e la Cina, i due grandi Paesi asiatici dove maggiormente si è diffusa l'idea del karma e della rinascita, sono entrambi basati su un'economia prevalentemente agricola. Saranno poi le quattordici meravigliose Upanishad, testi sapienziali, le <<sedure segrete>> di trasmissione esoterica, che secondo il filosofo Schopenhauer rappresentano una delle maggiori consolazioni offerte all'uomo, a sviluppare ulteriormente il concetto di karma. Nel primo secolo d.C. il mitico re Manu insegna nel suo codice le conseguenze delle proprie azioni dopo la morte, indicando anche quali colpe si tradurranno in particolari rinascite e in malattie. Ci sono 101 malattie karmiche, quelle non facili da curare, tra cui il cancro; ma questo karma si può bloccare se si fa uno sforzo per capire le circostanze della malattia, le provocazioni negative ricevute da propri problemi o da problemi altrui. Se per esempio si capisce che una sensazione di abbandono e di solitudine è un'eredità paterna o materna e non una realtà personale e attuale. Nel secondo secolo c'è una raccolta di storie, il Karmacataka, che racconta solo storie karmiche: come fu che il discepolo del bramino osa concupire la moglie del suo maestro, e rinacque con la tale o tal altra malattia; come fu che quel principe sedusse la figlia del suo medico, senza farne poi una delle sue concubine ufficiali, e nella vita successiva soffri di malattie cardiache, lui che aveva infranto il cuore altrui senza offrire riparazione?... Fra la fine dell'epoca vedica e l'inizio, del periodo indè si colloca l'appendice ai testi sapienziali Atharva Veda, che getta esplicitamente un ponte tra destino e astrologia: E' il fato che ha il Potere, lo sforzo umano è solo un pretesto. Come risultato di un destino ben nascosto, l'uomo può conquistare la Terra. Tra il destino e lo sforzo umano, il destino è superiore. Ecco il motivo per cui il re dovrebbe venerare il destino; di conseguenza, egli deve tenere presso, di sé un astrologo e un sacerdote - coloro che conoscono i riti e il destino - e deve sempre onorarli. Ma un re privo di astrologo è come un bambino senza padre, un re senza un sacerdote è come un bambino senza una madre. D'altronde l'idea di un destino onnipotente e soverchiante poteva contraddire la stessa autoriIti del re e dei suoi bramini, e ben presto cominciò a crescere il numero di coloro che interpretavano la legge del karma facendo sempre più posto al libero arbitrio, alla libertà umana di scelta, alla dignità della propria volontà. Se il fato è il risultato delle azioni passate, dice Yajnavalkya, allora te azioni dell'uomo sono importanti e quindi l'uomo si costruisce il destino con le sue stesse mani: Come un attore che indossa diversi costumi, il Sé forgia diversi corpi che risultano dalle azioni passate. Corpi diversi, anche non umani, come dice il guru Nanak: Quanti animali ho io prodotto? Quante ali ho io fatte volare? Comunque c'è un io che agisce, soprattutto nello stato umano: Proprio come un carro non può muoversi su una sola ruota, così il destino è ineffettivo senza lo sforzo umano e anche se è causato dai pianeti, esseri intelligenti che risiedono, nelle costellazioni, l'uomo può agire su di essi propiziandoseli. Colui che desidera ricchezza, lunga vita, salute è la pioggia deve rendere culto ai pianeti. Anche nell'astrologia indiana esiste il vecchio quesito se i pianeti producano o solo indichino il destino. Il grande Yaraha Mihira, il Tolomeo indiano, razionalista e concreto (siamo nel sesto secolo, epoca illuminata), sostiene che essi indicano. Lo zodiaco rivela completamente la parte della vita che sta per produrre i frutti delle azioni buone e cattive commesse nella esistenza precedente. Questa porzione della vita è il dasa, peculiarità dell'astrologia sanscrita, che divide Parco dell'esistenza in periodi favorevoli o sfavorevoli posto ciascuno sotto l'influenza di un pianeta, a cominciare dal nakshatra o costellazione occupata dalla Luna al momento della nascita. L'astrologia, dice Varaha Mihira, rivela i risultati ottenuti dalle azioni buone e cattive accumulate in un'altra vita, proprio come una lampada rivela gli oggetti nell'oscurità. Nel nono secolo l'astrologo Bhattopala spiega che vi è un karma permanente, drdha, che non può essere cambiato dallo sforzo dell'uomo, come per esempio il nascere in una città o in un piccolo paese, dopo altri fratelli o per primo, con certe caratteristiche fisiche e non altre, e questo è indicato appunto dai dasa dei pianeti; e poi c'è un karma adrdha, che può essere cambiato, ed è quello indicato dai transiti: i Pianeti in transito offrono la possibilità di correggere determinati aspetti della propria personalità via via che il movimento dei cieli illumina ora Saturno, ora Venere, ora Giove di nascita. Così gli autori del testo astrologico sanscrito fondamentale, l'Atharva Jyotisha, salvavano il libero arbitrio e insieme a esso la loro stessa autorità di interpreti e propiziatori degli dei pianeti attraverso le cerimonie e le mantiche. Anzi, i saggi indiani ordinano quasi di rimuovere qualunque cattivo aspetto dei pianeti, qualunque difficoltà da loro segnalata attraverso I'oroscopo: invece di predicare una passiva rassegnazione (cosi l'Occidente favoleggia I'Oriente), il fatalismo, i guru indiani, anche i guru astrologi, hanno sempre chiesto impegno, quindi azione e fiducia nelle proprie possibilità umane. Dice l'astrologo Somayaji, 1600: E' così attraverso i transiti dei pianeti che tutti i buoni e cattivi effetti sono causati agli esseri umani; ma i pianeti si placano se propiziati con adorazione, preghiere e invocazioni e così, quando sono placati, portano successo e cose buone al nativo, anche se sta passando attraverso posizioni astrali malefiche. E l'astrologo Turuvenkatacharya: <<L'oroscopo è una mappa del karma e una indicazione del dharma, il retto agire; il presente può sconfiggere il passato>> sintesi, a mio parere, del pensiero astrologico indiano. Anche Buddha dice qualcosa del genere, nel sutra o discorso famoso dove indica il retto comportamento: <<Non pensare al passato, poiché non c'è più, quindi non può darti la felicita; non pensare al futuro, poiché non c'è ancora, quindi non può darti la felicita, concentrati sul presente, che c'è ed è l'unico che può darti la felicità>>. A proposito del Buddha, bisogna dire che mai egli affermò che esistesse un principio permanente che si perpetua anche dopo la morte, anche se per lui il karma e il suo frutto esistono, però non esiste un essere agente preciso, un io, una vita che si ripete, esatta e conclusa, da una esistenza a un'altra. Per il buddhismo esiste solo un aggregato di elementi, passeggero e privo di continuità, tranne che per il karma, quindi non c'è nessuna entità soggettiva, nessun personaggio da liberare dal gioco del samsara o illusione delle forme vitali, c'è solo l'illusione di una falsa personalità, da far cessare. Altro che le farneticazioni compiaciute di certi pseudo studiosi di astrologia karmica che si affrettano a trovare a qualsiasi persona una vita passata, sempre incontrollabile e sempre, chissà perché, così lusinghiera; sembra che siamo stati tutti Caterina di Russia o come minimo cortigiani di Alessandro Magno, mai uno qualunque che viveva zappando la terra. Non c'è da stupirsi se nello stesso continente indiano vi sono vecchie sette, come gli Ajivita, che negano gli effetti del karma, e perfino la stessa metempsicosi. Alla dottrina della trasmigrazione delle anime crede invece in pieno Madame Blavatskyj che nella sua Società Teosofica, fondata nel 1875 negli Stati Uniti, adotta molte teorie indiane, forse non perfettamente afferrate, arrivando a far affermare da un suo seguace che "i pianeti hanno un anima e hanno il compito di premiare e di punire" semplificazione forse eccessiva per la complessità dei simboli sanscriti. Ma le semplificazioni, appunto, semplificano, e non c'è da meravigliarsi se alla sua morte la Blatavsky ha piè di 100.000 discepoli, e moltissime persone tuttora credono di essere veramente la reincarnazione anche nei minimi dettagli fisici del tale o tal altro personaggio che aveva commesso gesta spesso da romanzo. Testimone di questa credenza, neanche tanto sotterranea, il recente libro di Antonio Tabucchi, studioso del grande scrittore Pessoa, Nottumo indiano, pubblicato da Sellerio. Un'altra seguace della teosofia, Alice Bailey, parlava di reincarnazione non di singoli esseri soltanto, ma di gruppi interi di persone che rinascerebbero insieme per "avanzare il piano divino", una visione del mondo tipica della fine dell'800, quando l'euforia della Belle Époque faceva credere che l'uomo era il centro del mondo e tutto era al suo servizio o attendeva la sua opera; mentre abbiamo ben visto che l'uomo in realtà da duemila anni non fa che devastare il pianeta e non ha risolto uno solo dei mali veri dell'umanità, che sono la solitudine, la morte, l'incomprensibilità dell'esistenza, la fame di troppi esseri e la violenza. E sappiamo che l'uomo non è né la piè antica né la più numerosa delle specie viventi, quindi anche da un punto di vista strettamente quantitativo neanche la specie dominante. Ma, soprattutto, la mentalità asiatica non distingue affatto il creato dalla creatura: l'uomo, l'animale, l'albero, la terra, sono tutte membra di Mahapurusha, il grande personaggio cosmico: non c'è nessuna creatura realmente individuale che opera su un creato distaccato e distinto da essa. Nel 1915 Aurobindo, il grande pensatore, poeta e partigiano dell'Indipendenza dell'India dalla British Rule assieme a Gandhi, dirà "La vera base della teoria delta rinascita è l'evoluzione dell'anima o piuttosto il suo affiorare dal veto della materia e il suo graduale trovare se stessa". Quando si sentono certi clienti chiedere pateticamente all'astrologo: Ma mi innamorer6 ancora? L'attesa di qualcosa di bellissimo e luminoso si fa sentire così intensamente che viene alla mente il vecchio proverbio: Chi si innamora, rinasce allora è l'attesa della rinascita potrebbe forse solo voler dire l'attesa di una nuova iniziazione alla vita, l'amore fa rinascere perché spalanca nuove energie e nuovi reami, un nuovo pezzo di realtà fino ad allora oscurata nella caverna. Un amore che potrebbe, essere anche qualcosa del passato, ma non del passato delta vita precedente; della porzione di vita precedente; della vita che precede quella adulta: l'infanzia. Un dotto professore dell'Università di Berkeley, in California, ha studiato recentemente la credenza nel karma dal punto di vista della sua funzione psicologica, del suo ruolo nella cultura e nella società indiana. Secondo il professor Robert P. Goldman, questa credenza esprime una paura fondamentale e universale, quella di aver trasgredito contro qualcuno o qualcosa in un periodo di cui si ha poca o nulla memoria. Tutte le letterature classiche, dalla sanscrita alla latina, non menzionano mai genuine memorie delta nostra unica sicura vita precedente: la prima infanzia, la vera vita emotiva dei bambini è un tabù, qualcosa che viene represso: sappiamo che fino all'800 i bambini non erano ritenuti soggetti degni delta società, li si vestiva da grandi, li si nascondeva in campagna con la balia finché non erano, adulti, quindi veramente presentabili. Anche oggi si è ricominciato a vestirli come i grandi, con i Jeans anche a pochi mesi, quasi negando la dignità di essere piccoli. Le trasgressioni dell'infanzia sono le ben note passioni che tutti conosciamo e di cui cosi poco parliamo: avidi di persone e di cose, rabbia di essere ostacolati. incompresi e derubati, soprattutto del genitore di sesso opposto, passioni per cui si sente di dover pagare qualcosa o si sarà schiacciati in futuro, nella vita futura. Ecco che il consiglio. dell'astrologo, quello specializzato nel Brghusamhita, rivelando a chi lo interroga quale era il peccato commesso, quale il pianeta che lo indica, quale pietra portare e quale cerimonia compiere (per esempio, liberare degli animali che stanno in pericolo di vita) facendogli in qualche modo fare penitenza, lo libera dal peso di una passività colpevole e lo distacca dal passato, ammendandolo. Questa interpretazione psicoanalitica nasce da un passo di Freud stesso in cui lo psichiatra viennese spiega il diffusissimo fenomeno del dejà vu, quella sensazione comunissima di aver già visto questo luogo, aver già detto queste parole, aver già incontrato questa persona, con un fenomeno di rimozione di una scena edipica, per cui in realtà quello che si stava ricordando, e non si vuole o può ricordare, è qualche scena emotivamente molto forte connessa non con una vita precedente, ma con la propria infanzia. Un altro testo orientale sembra dare obliquamente ragione a Freud: è il primo romanzo del mondo, la Storia di Gengji, il Principe Splendente, scritto dalla dama di corte dell'Impero Heian, Murasaki Shikibu, nell'anno Mille. Il bellissimo Principe Splendente passa la sua vita da una donna all'altra e da una festa e un intrigo di corte a un altro, nell'epoca più serena mai conosciuta dal Giappone. Le dame che per lui spasimano non si contano, e, al solo vederlo anche le più vecchie sentono che anni si aggiungono alla loro vita, d'altronde egli è cosi sensibile e innamorato dell'amore che tesaurizza ogni minima storia e passa la sua vita a visitare tutte le sue innumerevoli dame, e molte ne tiene vicino a sé in armonia, trascorrendo la vita in gare di liuto e in feste per contemplare la fioritura dei ciliegi; ma la cosa curiosa è che Gengii è attirato soprattutto dalle dame un po' nascoste e ritirate, si direbbe le più proibite: il suo massimo amore è la seconda moglie di suo padre, Futsujbo, con cui commette una grave colpa, mettendola incinta; nascerà un figlio che a sua volta, legge del taglione, karma, si innamorerà della Terza Principessa, giovane moglie di Gengii in età matura, e da lei avrà un figlio, facendo pagare così a Gengii la sua colpa giovanile. Tutto il romanzo è pieno di gentiluomini che spiano dame nascoste dietro pesanti cortine, e se riescono a vedere il volto proibito immancabilmente se ne innamorano, e spiegano a se stessi l'inesorabilità improvvisa della loro passione col pensiero che sicuramente un legame da un'altra vita li aveva uniti. Vediamo già il dottor Freud sogghignare... D'altronde sappiamo benissimo che i cultori della teoria del karma tradizionale sono numerosissimi, anzi in crescita, anche in Europa e in America, supportati da un numero crescente di pubblicazioni anche autorevoli, come lo studio del professor H. N. Banerjee del - Parapsychology Department dell'Università del Rajasthan a Jaipur, che ha raccolto per 15 anni storie di persone che ricordavano esattamente le loro vite precedenti. Quando chiesi a una yogini di Benares, una donna yogi di grande qualità e saggezza, il suo parere sulle teoria della reincarnazione, essa mi rispose: Vediamo non se una teoria è vera, ma se può servire a sentirci meglio, se dunque è benefica. Di tutte le verità possibili, scegli quella che ti fa stare meglio, quella che rallegra la tua mente e la tua anima, quella che vorresti sentirti dire, e quella segui. Già poiché, come dice Shakespeare, niente è buono o cattivo, o vero o falso, ma il nostro pensiero che lo rende tale.

    http://digilander.libero.it/sam9999/index01.htm
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 28-07-16 alle 22:09

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    Reincarnazione

    La reincarnazione è la credenza che qualche aspetto di una persona deceduta rinasca in un altro essere umano. A differenza della possessione, in cui la mente, il corpo e l’anima di una persona sono prese da un altro personaggio, nella reincarnazione la personalità primaria non viene spodestata. Può darsi che la personalità attuale aderisca emotivamente alla sua vita precedente, ma non c’è mai un tentativo di partecipare ai « fatti in sospeso » della prima vita.

    Il dottor lan Stevenson è il più famoso ricercatore del mondo in questo settore. Egli ha scritto molti libri e articoli sulla reincarnazione e ha esaminato attentamente oltre 1040 casi indicati di reincarnazione, avvenuti per lo più nell’Asia sud-orientale e nel Medio Oriente. Relativamente pochi casi sono stati segnalati in Europa, negli Stati Uniti o in Canada, se non fra gli indiani Tlingit dell’Alaska. Il dottor Stevenson attribuisce alle differenze culturali la ragione della scarsa frequenza di casi in queste zone.

    I protagonisti sono quasi sempre dei bambini da uno a quattro anni di età, i quali affermano di essere delle persone morte precedentemente. Essi sono in grado di ricordare dei fatti e di identificare i membri della famiglia della loro vita precedente, e di quando in quando hanno il carattere, i lineamenti o degli sfregi simili a quelli del defunto. I loro ricordi della vita precedente sono più forti nell’infanzia e tendono ad attenuarsi nell’adolescenza.

    I seguenti casi sono tratti dai libri del dottor Stevenson Twenty cases suggestive o! reincarnation e Cases o! the reincarnwion type, voi. I.

    Il caso di Prakash. Quando aveva quattro anni e mezzo, Prakash incominciò a svegliarsi nel bel mezzo della notte e a uscire di corsa dalla sua casa di Chhatta, in India. Diceva di chiamarsi Nirmal e di abitare nella vicina città di Kosi Kalan, e insisteva perché lo portassero nella sua « vera » casa. Date le ripetute affermazioni del bambino, la sua famiglia fu indotta a fare delle ricerche. Risultò che sedici mesi prima della nascita di Prakash, avvenuta nel 1951, era morto a Kosi Kalan un bambino di dieci anni di nome Nirmal. Sul suo letto di morte, questi aveva fatto segno in direzione di Chhatta, la città natale di Prakash, e aveva detto che sarebbe andato da sua madre.

    Sebbene le due Città fossero a solo una decina di chilometri di distanza, le due famiglie non si conoscevano. Eppure, quando fu portato a Kosi Kalan, Prakash fu in grado di riconoscere i parenti di Nirmal e i reciproci gradi di parentela e anche di identificare degli oggetti personali.

    Il caso di jasbir. Questo è l’unico caso di « scambio di incarnazione » degli archivi di Stevenson, perché di solito passano in media cinque anni fra la morte della personalità precedente e la nascita di quella attuale.

    All’età di tre anni e mezzo Jasbir fu colpito dal vaiolo. Sembrava mòrto, ma un istante prima del funerale ritornò in vita, pur rimanendo debole e incapace di parlare per parecchie settimane. Quando si riprese completamente, affermò di essere un bramino e rifiutò di mangiare il cibo della casta inferiore alla quale apparteneva suo padre. La sua famiglia chiese a una donna di casta bramina di cuocergli i pasti, e per un po’ di tempo assecondò Jasbir facendolo mangiare per primo, come è diritto di una persona di casta superiore. In occasione di una visita a un villaggio vicino, la donna di casta bramina collegò la storia di Jasbir a quella di un giovane bramino morto al tempo in cui Jasbir era gravemente ammalato. Secondo Stevenson, mentre Jasbir era vicino alla morte ebbe luogo uno « scambio » di personalità col bramino appena deceduto.

    Pur non avendo mai visitato la città del defunto, Jasbir sapeva descrivere il quartiere in cui questi viveva con la sua famiglia, e fu in grado di riconoscere i vari componenti di quest’ultima.


    Il caso di Gopal. Una sera, quando aveva due anni e mezzo, Gopal Gupta si offese perché gli era stato chiesto di togliere un bicchiere dalla tavola. Disse che per certe cose aveva dei servitori, e montò in furia. Disse di essere uno sharma (una sottocasta dei bramini) e di non appartenere come suo padre alla casta inferiore dei baniani. Affermò anche di possedere una ditta di prodotti farmaceutici, la Sukh Sharcharak, e disse di avere nella città di Mathura una moglie con cui continuava sempre a litigare, un padre e due fratelli, uno dei quali gli aveva sparato. Cinque anni dopo, mentre si trovava a Mathura per affari, il padre di Gopal cercò di appurare la storia del figlio, e venne a sapere che c’era un’analogia fra la storia di Gopal e la vita di Shaktipal Sharma. Sharma aveva a Mathura una moglie, con cui aveva continuato sempre a litigare, un padre e due fratelli, e una volta era stato dirigente nella ditta di prodotti farmaceutici Sukh Sharcharak. Sharma morì nel maggio del 1948, ucciso dal fratello. Gopal nacque il 26 agosto 1956.

    Gopal seppe identificare la moglie di Sharma, ma solo dopo che si erano incontrati due volte e dopo che la donna aveva rivelato la propria identità al padre di lui. Come prova aggiuntiva a favore dell’ipotesi di reincarnazione ir’ questo caso, Stevenson cita la voglia di agrumi della madre di Gopal quando era incinta e il debole di Sharma per gli agrumi.

    Nelle indagini relative a questi casi la difficoltà principale è costituita dall’inattendibilità dei ricordi dei testimoni. Le affermazioni dei reincarnati di solito non vengono messe per iscritto prima che siano stati fatti dei tentativi di verificare tutta la storia, e spesso passano molti anni fra le prime dichiarazioni e il vero e proprio confronto coi presunti « cx » genitori e parenti. Altri problemi sono cos stitujti dalla traduzione dalla lingua originale e dal fatto che le informazioni spes~o sono di seconda o di terza mano.

    Alcuni ricercatori si sono serviti dell’ipnosi per far regredire i soggetti alla vita « precedente ». Uno dei casi più famosi di regressione ipnotica è quello di Bridey Murphy, ma molti ricercatori dubitano della validità di questa tecnica. Pare che la persoimlità « precedente » evocata durantc le regressioni indotte ipnoticamente comprenda la personalità attuale del soggetto, le sue previsioni di ciò che vuole l’ipnotizzatore, le sue fantasie relative a quella che poteva essere la sua vita precedente, e fatti presi dalla vita di vecchie conoscenze.

    Nel suo libro Twenty cases suggestive o! reincarnation Stevenson afferma anche che nella regressione è impossibile stabilire se il soggetto stia descrivendo una sua vita precedente o se non sia in atto un fenomeno di telepatia o di chiaroveggenza con una personalità disincarnata. Ecco perché a suo parere le prove più promettenti di reincarnazione vengono dai casi spontanei, soprattutto da quelli in cui, oltre alle informazioni sul defunto, esistono anche somiglianze di comportamento e di lineamenti.

    Stevenson ammette, sì. la debolezza di molti dei casi presentati nel suo libro e ritiene che la frode, la criptomnesia e l’ESP con una personalità disincarnata possano spiegare in parte le informazioni di ogni sua storia, ma non crede che tutte le informazioni vadano prese in questo senso. Egli non ha ancora trovato il caso perfetto, ma è convinto che in esso alcuni tratti del comportamento del defunto corrisponderanno a quelli della personalità vivente, così come corrisponderanno anche le capacità, le cicatrici e perfino le voglie. In complesso, a suo dire, i casi di cui si è a conoscenza forniscono effettivamente le prove della sopravvivenza alla morte corporea.

    Nel suo libro Reincarnation and science, Ruth Reyna dice che i libri di Stevenson sono i documenti più rivela. tori di imbrogli e di ingenuità che siano mai stati pubblicati sul tema della reincarnazione — imbrogli da parte dei parenti del presunto reincarnato e ingenuità da parte del ricercatore. Fra i punti sospetti la Reyna cita: 1. tutti i casi si presentano in zone primitive o sottosviluppate; 2. le prime notizie della reincarnazione si hanno quando il bambino ha un’età compresa fra uno e quattro anni; 3. tutti i casi sono riferiti da genitori o parenti del soggetto; e 4. i particolari vengono aggiunti soprattutto da adulti o da qualcuno che non è il bambino.

    Il fatto che tanti casi di reincarnazione si presentino nei paesi sottosviluppati è attribuito dalla Reyna all’impulso psicologico dei genitori di valorizzare al massimo i propri figli e alloro desiderio che essi siano migliori degli altri bambini. In quelle zone non ci sono molte possibilità di un miglioramento individuale a causa della mancanza di opportunità di istruzione e delle depresse condizioni economiche. Una delle poche strade aperte per distinguersi èquella di sostenere che il proprio figlio è un reincarnato. Si noti che i bambini di solito vantano per la loro vita precedente l’appartenenza a una casta più elevata.

    Che dire delle prove e degli esempi in cui un bambino ha riconosciuto i genitori di un tempo? Secondo la Reyna questi riconoscimenti sono dovuti o ai suggerimenti di un adulto che sapeva tutto o ad alcuni indizi verbali come « Quale di queste due donne è la tua nonna? ».

    In alcuni casi in cui si crede che il bambino sia la reincarnazione di un parente molto amato che aveva detto che sarebbe ritornato, la Reyna ritiene che sia stata l’influenza dei genitori a plasmare la personalità e i modelli di comportamento del bambino. é facile manipolare un bambino e manovrarlo in modo da fargli credere che un tempo era qualcun altro. A questo proposito la scrittrice fa notare che in tutti i casi che avevano come protagonista un bambino i ricordi della vita passata sbiadivano nell’adolescenza. Secondo lei, se le affermazioni del bambino fossero autentiche, i ricordi aumenterebbero invece con l’età.

    http://digilander.libero.it/asmo1/
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    La reincarnazione è una mera impossibilità. Non è possibile che due esseri umani siano la stessa persona. Con la morte viene meno l'individualità umana; dopodichè è chiaro che un uomo non potrà essere la continuazione di un altro. Potrà assumere la stessa funzione o addirittura ereditarne certe "parti", così come potrà meramente illudersi di essere altro da sè (è quello che facciamo più o meno tutti...). In nessuno di questi casi userei il termine reicarnazione; la stessa metempsicosi ha poco di vero e molto di suggestivo. Ci si può anche "credere", a patto di rinunciare ad ogni meta superiore. O sbaglio?

  4. #4
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    Predefinito Re: La reincarnazione

    Reincarnazione dei Catari


    La "croce occitana", simbolo del catarismo
    Immagine dal sito https://upload.wikimedia.org/

    Stefano Beverini

    Tutto sommato, poco è stato scritto sui Catari, in proporzione, per esempio, a quanto divulgato sui Templari. Entrambi questi movimenti religiosi furono accomunati da una profonda tradizione esoterica e da una sorte tragica. Qualche elemento sembra sia anche affiorato “postumo” attraverso una medium e le reminiscenze di alcune persone sulle loro esistenze anteriori. La vicenda appare alquanto complessa e incredibile; ma, prima di esporla, ricordiamoci di alcuni cenni storici utili per comprenderla.
    Dal greco Katharós, che significa puro, deriva il nome Catari. Nel medioevo essi si diffusero nell'Europa centrale, tra i secoli XI e XIII. Nella Francia meridionale, soprattutto a Tolosa e Albi, furono numerosi e presero la denominazione di Albigesi. Subirono molte persecuzioni, fino al genocidio quasi completo. L'ultima roccaforte, quella di Montségur, cadde il 16 marzo 1244. Uno dei pretesti addotti per fomentare le ultime vessazioni fu l'assassinio di due inquisitori, nel 1242, ad Avignone.
    Degli eventi paranormali collegati a questa drammatica conclusione, scrisse lo psichiatra inglese Arthur Guirdham alla fine degli anni Sessanta, nel suo libro The Cathars and reincarnation. Una sua paziente descrisse una quantità cospicua di particolari relativi ai Catari, ricavata dai propri sogni. All'epoca delle "scoperte oniriche" pare che la maggior parte dei dati emersi non fosse ancora conosciuta dagli studiosi. In seguito i ragguagli sarebbero stati controllati e confermati.
    La signora Smith - è la menzionata paziente del dottor Guirdham - durante l'adolescenza iniziò ad avere dei sogni vividi, collegati alla sua presumibile esistenza medioevale. Sognava di essere stata una fanciulla di umili origini che viveva nei pressi di Tolosa. Fuggita di casa, per le violente percosse del padre, andò a vivere con il suo fidanzato, Roger de Grisolles. Poi la signora Smith sognò un uomo che, tornando dal luogo del delitto, si vantò di esserne stato l'autore. Egli si chiamava Pierre de Mazerolles. Inoltre, la signora, si ricordava del proprio nome assunto nel sogno: nella sua vita medioevale si sarebbe chiamata Puerilia. Ricordava anche particolari raccapriccianti della sua tragica fine sul rogo. Arthur Guirdham riscontrò quanto gli aveva narrato la sua paziente. Identificò sia Roger de Grisolles, sia Pierre de Mazerolles; quest'ultimo fu effettivamente coinvolto nell'assassinio dei due Inquisitori, ad Avignone.
    Ben presto il dottor Guirdham fu immerso in un turbinio di vicende che riguardavano i Catari di sette secoli prima. Il personaggio chiave di questa nuova serie di esperienze era la signorina Mills, persona attivissima ed estroversa. Essa, pur non sapendo nulla sui Catari, sin dall'età di cinque anni aveva due sogni ricorrenti. Nel primo fuggiva da un castello di stile medioevale, situato sulla sommità di un colle (verrà poi riconosciuto come Montségur). Nel secondo sognava di essere trascinata con altre persone verso un mucchio di fascine, e di essere colpita con una torcia ardente, da un monaco. Già dall'infanzia aveva orrore del fuoco. All'età di sette anni ebbe una reazione tale da apparire isterica, di fronte a un edificio in fiamme. Temeva inspiegabilmente anche il suono delle trombe: quando passavano le bande musicali fuggiva via tappandosi le orecchie. La signorina Mills chiese al dottor Guirdham di visitarla, per un fastidioso dolore al fianco sinistro. Aveva una serie di vescichette, come provocate da un'ustione. Però non contenevano alcun liquido, ed erano quasi solide. Corrispondevano alla traccia lasciata dalla torcia del sogno!
    In seguito cominciarono le manifestazioni di tipo medianico. Inizialmente chiaroudienza: le parole venivano percepite non solo in stato di dormiveglia, ma anche di piena lucidità. La voce, anzi le voci parlavano ripetutamente nel corso delle notti, invitando lo studioso a divulgare la conoscenza del catarismo. Presto la fenomenologia divenne più interessante e complessa. La signorina Mills teneva una matita e un taccuino sul comodino. Al risveglio trovava dei messaggi: scrittura diretta o automatica? Probabilmente la seconda, perché la medium, riconoscendo la propria calligrafia, ritenne di aver scritto in stato alterato di coscienza. Il contenuto dei messaggi era vario. Alcuni erano anche di natura filosofica ed esoterica. “La verità nasce da vibrazioni. Non si può conoscere semplicemente pensandola, essa deve essere vissuta.” Poi le voci si alternarono ai messaggi scritti - anche in lingue diverse - e giunsero notizie circostanziate sugli Albigesi.
    Guirdham accertò la veridicità dei dati, non senza fatica, dopo aver compulsato vari documenti e testi difficilmente reperibili. Egli era sconcertato. Arrivò poi dall'ignoto una successione di nomi: alcuni riguardavano località geografiche, ma la maggior parte si riferivano a persone con dei legami tra loro. Erano ignoti Catari non citati nei libri di storia, ma registrati negli archivi dell'Inquisizione, come vedremo fra poco.
    Un giorno la medium si destò con un intenso dolore alle spalle e ai polsi. Era il 16 marzo, il giorno del massacro di Montségur. Il medico si recò quindi in Francia, dove riuscì a parlare con Duvernoy (che viene da lui citato come uno dei maggiori studiosi di storia catara). Venne così a sapere che gli eretici salirono sul patibolo con i polsi saldamente legati dietro la schiena, con catene. Si ipotizzò l'identità medioevale della Mills: sarebbe stata Esclarmonde de Perella, figlia di Raymond, signore di Montségur.
    Una notte, sul taccuino della medium, apparve la scritta “609 Montserver”. La sera stessa pervenne un messaggio straordinario: un verbale dell'Inquisizione in francese antico. I verbali di tali processi non erano mai stati pubblicati - a parte qualche stralcio - e soltanto gli specialisti ne conoscevano l'esistenza. Duvernoy fu di preziosissimo aiuto e tradusse a Guirdham alcuni brani del foglio 609, conservato negli archivi di Tolosa. In questo foglio si parlava di quel Pierre de Mazerolles, coinvolto nell'assassinio dei due Inquisitori. Vi erano anche notizie particolareggiate sulla famiglia Montserver, una componente della quale, Braida, avrà un ruolo importante in questa storia.


    Sulle influenze filosofiche e religiose che avrebbero determinato il movimento cataro, esistono numerose divergenze d'opinione. Le indicazioni medianiche della signorina Mills avrebbero rivelato la natura più intima del catarismo, che avrebbe affondato le proprie radici nel cristianesimo primitivo. A tale proposito ricordo che, per alcuni autori il Cristianesimo delle origini riveste particolari significati, come il valore iniziatico attribuitogli dal Guénon.
    Tornando alla sequela di nomi provenienti dall'ignoto, un esempio è particolarmente interessante: Brunasendis, Pons e Narbona. Brunasendis deriva dalla crasi dei due nomi Brune e Arsendis. Queste erano le mogli dei due militari Pons e Narbona. Le due coppie furono arse insieme sul rogo. Inspiegabilmente molti militari condivisero le sorti degli eretici e perirono con loro rifiutando la libertà.
    Ma il mistero che ha destato più interesse è quello del trafugamento, per protezione, del tesoro degli Albigesi attuato da alcuni Parfaits (ovvero gli iniziati), che riuscirono ad abbandonare Montségur la notte precedente il massacro. Secondo le comunicazioni medianiche ricevute, il tesoro sarebbe stato composto di libri rarissimi e molto antichi. Chissà se, come è stato asserito per i Templari, anche i Catari fossero depositari di conoscenze magiche e scientifiche attribuite a civiltà remote: ma questa è solo una supposizione.
    Poi la Mills ebbe il fenomeno clou. Una notte fu svegliata dall'abbaiare del suo cane. Apparve una vecchia signora vestita con una tunica blu scura, ai piedi del letto. Come in alcune mie esperienze al castello della Rotta, narrate in altre mie pubblicazioni, proprio l'abbaiare dei cani annunciava le apparizioni. L'anziana signora sarebbe stata Braida de Montserver, una sacerdotessa catara. La medium, che aveva già dato prova di xenoglossia, non conosceva l'idioma di Braida, eppure si comprendevano perfettamente. La comunicante profuse insegnamenti pratici riguardanti l'uso di erbe e bacche, nonché particolari tecniche pranoterapeutiche.
    Sul fantasma della donna spiccava una cintura, con un medaglione sul quale era incisa una croce. Era il simbolo comparso, alcuni mesi prima, nei disegni automatici della Mills: tale emblema avrebbe indicato l'appartenenza di una persona alla classe dei guaritori. Infatti i Parfaits ricevevano il battesimo spirituale - detto consolamentum - mediante l'imposizione delle mani (a differenza dei semplici credenti che ottenevano il consolamentum solo in punto di morte). Ovviamente questi rituali erano diretti non solo al fisico, ma soprattutto ai corpi più "sottili". La rediviva Esclarmonde ricevette inoltre insegnamenti filosofici ed esoterici da un'entità maschile: Guilhabert de Castres. Si manifestò anche un certo Bertrand Marty, uno dei principali personaggi di Montségur, il quale affermò di essere stato la reincarnazione del padre della Mills, nella vita - già conclusa - del ventesimo secolo. Sembra, addirittura, che entrambi - Guilhabert e Bertrand - siano apparsi alla signorina, materializzandosi.
    Anche il terrore per il suono di tromba trovò una risposta; il ricordo affiorò repentino: erano le trombe che suonarono quando le truppe catare fallirono la loro ultima, disperata controffensiva. Poi emersero altri protagonisti del periodo di Montségur. La prima fu Betty, compagna di scuola della Mills, che morì ancora giovane. La madre ritrovò un quaderno, scritto da Betty quando era ancora una bambina, pieno di notizie e disegni particolareggiati sui Catari che non poteva aver appreso sui testi scolastici. La Mills restò comprensibilmente affranta, ma intervenne Braida a consolarla. L'entità disse che Betty era vegliata da un Parfait. Sembra infatti che i Catari, come i monaci tibetani, fossero soliti vegliare le salme per aiutarne lo spirito nel trapasso. Anche Jane, la madre di Betty avrebbe fatto parte del "gruppo cataro redivivo", insieme a Kathleen, Penelope e suo marito Jack: in tutti pian piano emersero intricate serie di ricordi, che collegavano la nuova vita con quella precedente. Erano come gli anelli di una catena.
    Oggi, a distanza di oltre sette secoli, nonostante gli immani massacri, la fede catara non è stata completamente cancellata. Nella Francia meridionale, infatti, esiste un movimento neocataro continuatore delle antiche dottrine...

    Bibliografia: Baigent, M. - Leigh, R. - Lincoln, H. Il Santo Graal, Milano, Mondadori, 1982. Guirdham, A. Noi siamo un altro, Torino, MEB, 1977. Sedir, P. Storia e dottrina dei Rosacroce, Genova, Dioscuri, 1988. Tavolaro, A. - Castel del Montee Il Santo Graal, Bari, Laterza, 1988. Wilson, C. Strani poteri, Roma, Astrolabio, 1976.

    www.beverini.it/giornalismo/servizi/catari.rtf
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

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    Predefinito Re: La reincarnazione

    Svelato il mistero del déjà vu: così il cervello verifica la memoria

    Enigmatico ed affascinante, il déjà vu è la percezione di una situazione vista in precedenza, ma in realtà legata a qualcosa appena accaduto e che per questo motivo è in grado di turbare. Ora una ricerca scozzese evidenzia che rappresenta una sorta di controllo sui ricordi che abbiamo in memoria.


    Emilio Vitaliano

    A molti è capitato prima o poi di vivere un déjà vu e sentire una strana sensazione di familiarità con una scena che si sta verificando in quel momento, ma che sembra proprio di aver in qualche modo già vissuto. Un fenomeno senz'altro curioso che può lasciare interdetti almeno per un istante e che diverse volte si è cercato di spiegare. Ora ad offrire una nuova teoria è un team dell'università scozzese di Sant'Andrews, guidato da Akira O'Connor, secondo cui non si tratta di un falso ricordo o di un errore del cervello, ma di una sorta di verifica dei ricordi che abbiamo già immagazzinato.

    Storicamente lo studio del déjà vu non è stato agevole, a causa della natura imprevedibile del fenomeno che risulta peraltro di breve durata. Per ovviare al problema i ricercatori hanno utilizzato un modo per far vivere questa sensazione anche in laboratorio. Così, sono stati coinvolti ventuno volontari che hanno ascoltato un elenco di parole in relazione fra di loro (letto, cuscino, notte, ecc..), ma non il termine chiave che serviva a collegarle tutte insieme (sonno). In seguito alle persone è stato chiesto se avessero sentito una parola la cui iniziale fosse la lettera "s", ma la risposta è stata negativa, così come i partecipanti hanno conseguentemente negato di aver ascoltato il vocabolo "sonno". Quest'ultimo termine però risultava familiare per i volontari, creando una sorta di surrogato di déjà vu. Per chiarire il mistero è stata usata la risonanza magnetica funzionale (RMF), grazie alla quale si è scoperto che durante l'esperimento erano attive le zone cerebrali legate al processo decisionale e non quelle coinvolte nella memoria, come l'ippocampo.

    La conclusione del team è stata che le regioni frontali del nostro cervello stavano verificando i ricordi in memoria inviando un segnale proprio per effettuare un check, a causa di una sorta di divergenza tra quello che si è realmente vissuto e il ricordo invece presente.

    Insomma, una scoperta che ribalta le nostre precedenti conoscenze in materia e che, se venisse confermata, dimostrerebbe come il déjà vu rappresenti un'indicazione di salute da parte del cervello che sostanzialmente controlla che tutto funzioni correttamente. L'ipotesi peraltro si sposa alla perfezione con ciò che già sappiamo: il fenomeno è meno frequente tra le persone anziane, la cui memoria è in fase calante. Probabilmente il sistema di check con il tempo peggiora e si è meno capaci di identificare un ricordo sbagliato.

    Un aspetto che, invece, non è ancora del tutto chiaro è perché alcune persone non sperimentino il déjà vu. Forse il loro sistema di memorizzare i ricordi è più efficiente, non commettono errori ed il cervello non ritiene necessario effettuare un controllo.

    Inoltre, al momento non sappiamo se il meccanismo è vantaggioso o no. Una delle possibilità è che ci renda meno fiduciosi nei confronti della nostra memoria, insegnandoci ad essere più prudenti, ma non esistono prove a riguardo, come ricorda Stefan Köhler dell'Università del Western Ontario in Canada. A quanto pare, l'enigmatica sensazione di "già visto" non ha rivelato per intero la sua natura e c'è spazio per ulteriori studi che spieghino gli aspetti ancora oscuri.

    Svelato il mistero del déjà vu: così il cervello verifica la memoria - Repubblica.it
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

 

 

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