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    Predefinito 28 febbraio 2013: Giovedì della II sett. di Quaresima

    1° FEBBRAIO 2013

    SANT'IGNAZIO, VESCOVO E MARTIRE



    Alla vigilia del giorno in cui finirà il tempo di Natale, la Chiesa ci presenta uno dei più famosi martiri di Cristo: Ignazio Teoforo, Vescovo d'Antiochia. Un'antica tradizione ci dice che questo santo vegliardo, il quale confessò così coraggiosamente il crocifisso dinanzi a Traiano, era stato quel bambino che Gesù presentò un giorno ai suoi discepoli come il modello di semplicità che dobbiamo possedere per giungere al Regno dei cieli. Oggi egli si mostra a noi, proprio vicino alla culla dalla quale lo stesso Dio ci dà le lezioni dell'umiltà e dell'infanzia.

    Ignazio, nella Corte dell'Emmanuele, poggia su Pietro di cui abbiamo glorificato la Cattedra, poiché il Principe degli Apostoli lo ha stabilito come secondo successore sulla sua prima Sede in Antiochia [1]. Fu in questa missione che Ignazio ha dato saggio di tutta la sua fermezza. Ha saputo resistere di fronte ad un potente imperatore, sfidare le bestie dell'anfiteatro, e vincere attraverso il più glorioso martirio. Quasi per indicare la incomunicabile dignità della Sede di Roma, la Provvidenza di Dio ha voluto che, nelle catene della sua prigionia, venisse anche a vedere Pietro, e terminasse la sua vita nella Città santa, mescolando il proprio sangue a quello degli Apostoli. Sarebbe mancata qualche cosa a Roma, se non avesse ereditato la gloria di Ignazio. Il ricordo del combattimento di questo eroe è il più nobile del Colosseo, bagnato dal sangue di migliaia di Martiri.

    Il carattere di Ignazio è l'impetuosità dell'amore; egli teme soltanto una cosa: che le preghiere dei Romani plachino la ferocia dei leoni, ed egli sia frustrato nel suo desiderio di essere unito a Cristo. Ammiriamo questa forza sovrumana che si rivela in mezzo al vecchio mondo. Un così ardente amore per Dio, un così bruciante desiderio di vederlo sono potuti nascere solo in seguito agli eventi divini che ci hanno mostrato fino a qual punto l'uomo fosse amato da Dio. Anche se non fosse stato offerto il sacrificio cruento del Calvario, la Mangiatoia di Betlemme basterebbe a spiegare tutto. Dio discende dal cielo per l'uomo; si fa uomo, si fa bambino, nasce in una mangiatoia. Simili miracoli d'amore sarebbero bastati per salvare il mondo colpevole; come potrebbero non stimolare il cuore dell'uomo ad immolarsi a sua volta? E che cosa è il sacrificio della vita umana, quand'anche si limitasse a riconoscere l'amore di Gesù nella sua nascita in mezzo a noi?

    La santa Chiesa riporta, nelle Lezioni dell'Ufficio di sant'Ignazio, la breve notizia che san Girolamo gli ha consacrata nel suo libro De Scriptoribus ecclesiasticis. Il santo Dottore ha avuto la felice idea di inserirvi alcuni brani della meravigliosa lettera del Martire ai fedeli di Roma. L'avremmo riprodotta interamente, se non fosse stata lunga, e ci spiacerebbe doverla mutilare. Del resto, quelle citazioni rappresentano le cose migliori che essa contiene.



    VITA. - Ignazio, terzo successore dell'Apostolo san Pietro sulla sede d'Antiochia, essendo stato condannato alle bestie durante la persecuzione di Traiano, fu inviato a Roma carico di catene. In questo viaggio che egli compì per mare, scese a Smirne, dove Policarpo, discepolo di san Giovanni, era vescovo. Vi scrisse una lettera agli Efesini, un'altra ai Magnesii, una terza ai Tralliani e una quarta ai Romani. Alla sua partenza da quella città, scrisse pure ai fedeli di Filadelfia e di Smirne, e indirizzò una lettera particolare a Policarpo, nella quale gli raccomandava la Chiesa di Antiochia. Appunto in questa lettera egli riporta sulla persona di Gesù Cristo una testimonianza dal Vangelo che ho tradotto da poco tempo.

    Ma poiché parliamo di un così illustre uomo, è giusto trascrivere qui alcune righe della sua Epistola ai Romani: "Dalla Siria fino a Roma - egli dice - io combatto contro le bestie per terra e per mare; giorno e notte, sto alla catena con dieci leopardi, cioè con i soldati che mi custodiscono e la cui crudeltà è ancora aumentata dai miei benefici. La loro cattiveria mi serve di insegnamento; ma non sono giustificato per questo. Voglia Dio che io sia dato alle bestie preparate per me! Che esse siano pronte a farmi soffrire i supplizi e la morte; che le incitino a divorarmi, e che non temano di lacerare il mio corpo; e non capiti a me come è capitato ad altri che esse non hanno osato toccare. Se non si decidono, io farò loro violenza, e le forzerò a divorarmi. Perdonatemi, figli miei, ma io so bene ciò che mi torna a vantaggio.

    Comincio ad essere Discepolo di Cristo. Non desidero più alcuna delle cose visibili, per trovare Gesù Cristo. Che il fuoco, la croce, le bestie, la rottura delle ossa, la divisione delle membra, la lacerazione di tutto il corpo e tutti i tormenti del demonio mi opprimano, purché io goda di Gesù Cristo".

    Esposto alle bestie e sentendo, nell'impazienza del martirio, i ruggiti dei leoni, disse: "Io sono il frumento di Gesù Cristo, e sarò triturato dai denti delle bestie, per diventare un pane veramente puro". Fu martirizzato nell'anno undicesimo del regno di Traiano. Le sue reliquie riposano ad Antiochia, nel cimitero fuori la porta di Dafne.



    O Pane glorioso e puro di Cristo tuo Maestro, hai dunque ottenuto la realizzazione dei tuoi desideri! Tutta Roma, seduta sui gradini del superbo anfiteatro, applaudiva al laceramento delle tue membra; ma mentre le tue ossa erano frantumate sotto i denti dei leoni, la tua anima, felice di rendere a Cristo vita per vita, s'innalzava d'un tratto fino a lui. Il tuo supremo desiderio fu di soffrire, perché la sofferenza ti sembrava un debito contratto verso il Crocifisso, e desideravi il suo Regno solo dopo aver dato in cambio della sua Passione i tormenti della tua carne. Abbi pietà della nostra debolezza, o Martire! Fa' che siamo almeno fedeli al nostro Salvatore di fronte al demonio, alla carne e al mondo; che dedichiamo il nostro cuore al suo amore, se non siamo chiamati a offrire il nostro corpo in sacrificio per il suo Nome. Scelto fin dai tuoi primi anni dal Salvatore per servire di modello al cristiano con l'innocenza della tua infanzia, hai conservato quel candore così prezioso anche sotto la canizie. Chiedi a Cristo, il Re dei bambini, che quella semplicità alberghi sempre in noi come il frutto dei misteri che celebriamo.
    Successore di Pietro in Antiochia, prega per le Chiese del tuo Patriarcato. Riconducile alla vera fede e all'unità cattolica. Sostieni la Chiesa Romana che hai irrorata del tuo sangue, e che è rientrata in possesso delle tue reliquie. Veglia sul mantenimento della disciplina e della gerarchia ecclesiastica, di cui hai tracciato così splendide norme nelle tue Epistole. Stringi, mediante il sentimento del dovere e della carità, i legami che debbono unire tutti i gradi della gerarchia, affinché la Chiesa di Dio sia bella nella sua unità e terribile per i nemici di Dio come un esercito schierato in campo.



    [1] Il nome di Ignazio deriva da Ignis, poiché il suo carattere è dipinto nelle sue Lettere con accenti di fuoco. Il suo secondo nome: Teoforo, preso al passivo (portato da Dio) spiega la leggenda secondo la quale il Signore l'avrebbe mostrato agli Apostoli come un modello d'umiltà; preso all'attivo (che porta Dio), ricorda come sarebbe stato trovato inciso sul suo cuore, a lettere d'oro, il nome di Cristo.

    Fu probabilmente discepolo degli Apostoli, di san Pietro o di san Paolo. San Giovanni Crisostomo dichiara che fu costituito vescovo di Antiochia da san Pietro stesso. Eusebio fissa all'anno 69 l'inizio del suo episcopato che termina a Roma con il martirio nel 107 (F. Cayré).



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 398-401

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    Predefinito re: 28 febbraio 2013: Giovedì della II sett. di Quaresima

    2 FEBBRAIO 2013

    PURIFICAZIONE
    DELLA SANTISSIMA VERGINE



    Sono trascorsi infine i quaranta giorni della Purificazione di Maria, ed è giunto il momento in cui essa deve salire al Tempio del Signore per presentarvi Gesù. Prima di seguire il Figlio e la Madre in questo viaggio a Gerusalemme, fermiamoci ancora un istante a Betlemme, e penetriamo con amore e docilità i misteri che stanno per compiersi.



    La legge di Mosè.

    La legge del Signore ordinava alle donne d'Israele, dopo il parto, di rimanere per quaranta giorni senza accostarsi al tabernacolo. Spirato tale termine, dovevano, per essere purificate, offrire un sacrificio, che consisteva in un agnello, destinato ad essere consumato in olocausto, e vi si doveva aggiungere una tortora o una colomba, offerte per il peccato. Se poi la madre era troppo povera per offrire l'Agnello, il Signore aveva permesso di sostituirlo con un'altra tortora o con un'altra colomba.

    Un altro comandamento divino dichiarava tutti i primogeniti proprietà del Signore, e prescriveva il modo di riscattarli. Il prezzo del riscatto era di cinque sicli che, al peso del santuario, rappresentavano ognuno venti oboli.



    Obbedienza di Gesù e di Maria.

    Maria, figlia d'Israele, aveva partorito; Gesù era il suo primogenito. Il rispetto dovuto a tale parto e a tale primogenito, permetteva il compimento della legge?

    Se Maria considerava i motivi che avevano portato il Signore ad obbligare tutte le madri alla purificazione, vedeva chiaramente che questa legge non era stata fatta per lei. Quale relazione poteva avere con le spose degli uomini colei che era il purissimo santuario dello Spirito Santo, Vergine nel concepimento del Figlio, Vergine nel suo ineffabile parto, sempre casta, ma ancora più casta dopo aver portato nel suo seno e dato alla luce il Dio di ogni santità? Se considerava la qualità del suo Figliuolo, la maestà del Creatore e del sommo Padrone di tutte le cose il quale si era degnato di nascere in lei, come avrebbe potuto pensare che questo figlio era sottomesso all'umiliazione del riscatto, come uno schiavo che non appartiene a se stesso?

    Tuttavia, lo Spirito che abitava in Maria le rivela che deve compiere il duplice precetto. Malgrado la sua dignità di Madre di Dio, è necessario che si unisca alla folla delle madri degli uomini che si recano al tempio, per riacquistarvi, mediante un sacrificio, la purezza che hanno perduta. Inoltre, il Figlio di Dio e Figlio dell'uomo deve essere considerato in tutto come un servo. Bisogna che sia riscattato quindi come l'ultimo dei figli d'Israele. Maria adora profondamente questo supremo volere, e vi si sottomette con tutta la pienezza del cuore.

    I consigli dell'Altissimo avevano stabilito che il Figlio di Dio sarebbe stato rivelato al suo popolo solo per gradi. Dopo trent'anni di vita nascosta a Nazareth dove - come dice l'evangelista - era ritenuto il figlio di Giuseppe, un grande Profeta doveva annunciarlo ai Giudei accorsi al Giordano per ricevervi il battesimo di penitenza. Presto le sue opere, i suoi miracoli avrebbero reso testimonianza di lui. Dopo le ignominie della Passione, sarebbe risuscitato gloriosamente, confermando così la verità delle sue profezie, l'efficacia del suo Sacrificio e infine la sua divinità. Fino allora quasi tutti gli uomini avrebbero ignorato che la terra possedeva il suo Salvatore e il suo Dio. I pastori di Betlemme non avevano ricevuto l'ordine, come più tardi i pescatori di Genezareth, di andar a portare la Parola fino agli estremi confini del mondo? I Magi erano tornati nell'Oriente senza rivedere Gerusalemme commossa per un solo istante al loro arrivo. Quei prodigi, di così grande portata agli occhi della Chiesa dopo il compimento della missione del suo divino Re, non avevano trovato eco o memoria fedele se non nel cuore di qualche vero Israelita che aspettava la salvezza d'un Messia umile e povero. La nascita di Gesù a Betlemme doveva restare ignota alla maggior parte dei Giudei, e i Profeti avevano predetto che sarebbe stato chiamato Nazareno.

    Il piano divino aveva stabilito che Maria fosse la sposa di Giuseppe, per proteggere, agli occhi del popolo, la sua verginità; ma richiedeva pure che questa purissima Madre venisse come le altre donne di Israele ad offrire il sacrificio di purificazione per la nascita del Figlio che doveva essere presentato al tempio come il Figlio di Maria, sposa di Giuseppe. Così la somma Sapienza si compiace di mostrare che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri e di sovvertire i nostri deboli concetti, aspettando il giorno in cui lacererà i veli e si mostrerà nuda ai nostri occhi abbagliati.

    Il volere divino fu sempre caro a Maria, in questa circostanza come in tutte le altre. La Vergine non pensò di agire contro l'onore del suo Figliuolo né contro il merito della propria integrità venendo a cercare una purificazione esteriore della quale non aveva bisogno. Essa fu, al Tempio, la serva del Signore, come lo era stata nella casa di Nazareth alla visita dell'Angelo. Obbedì alla legge perché le apparenze la dichiaravano soggetta alla legge. Il suo Dio e Figliuolo si sottometteva al riscatto come l'ultimo degli uomini. Aveva obbedito all'editto di Augusto per il censimento universale; doveva "essere obbediente fino alla morte, e alla morte di croce": la Madre e il Figlio si umiliarono insieme. E l'orgoglio dell'uomo ricevette in quel giorno una delle più belle lezioni che mai gli siano state impartite.



    Il viaggio.

    Che mirabile viaggio quello di Maria e di Giuseppe che vanno da Betlemme a Gerusalemme! Il divino Bambino è fra le braccia della mamma, che lo tiene stretto al cuore per tutta la strada. Il cielo, la terra e tutta la natura sono santificate dalla dolce presenza del loro creatore. Gli uomini in mezzo a cui passa quella madre carica del suo tenero frutto la considerano, gli uni con indifferenza, gli altri con curiosità; nessuno penetra il mistero che deve salvarli tutti.

    Giuseppe è portatore del dono che la madre deve presentare al sacerdote. La loro povertà non permette che acquistino un agnello; e d'altronde non è forse Gesù l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo? La legge ha designato la tortora o la colomba per supplire l'offerta che una madre povera non avrebbe potuto presentare. Giuseppe porta anche i cinque sicli, prezzo del riscatto del primogenito, poiché è veramente il Primogenito quel figlio unico di Maria che si è degnato di farci suoi fratelli e di renderci partecipi della natura divina adottando la nostra.



    Gerusalemme.

    Finalmente la sacra famiglia è entrata in Gerusalemme. Il nome di questa città significa visione di pace, e il Salvatore viene con la sua presenza ad offrirle la pace. Consideriamo il magnifico progresso che vi è nei nomi delle tre città alle quali si collega la vita mortale del redentore. Viene concepito a Nazareth, che significa il fiore, poiché egli è - come dice lui stesso nel cantico - il fiore dei campi e il giglio delle valli; e il suo divino odore ci riconsola. Nasce a Betlemme, la casa del pane, per essere il cibo delle anime nostre. Viene offerto in sacrificio sulla croce a Gerusalemme e col suo sangue ristabilisce la pace fra il cielo e la terra, la pace fra gli uomini e la pace nelle anime nostre.

    Oggi, come presto vedremo, egli ci darà un pegno di questa pace.



    Il Tempio.

    Mentre Maria, che porta il suo divino fardello, sale - Arca vivente - i gradini del Tempio, prestiamo attenzione, poiché si compie una delle più celebri profezie e si rivela uno dei principali caratteri del Messia. Concepito da una Vergine, nato in Betlemme come era stato predetto, Gesù, varcando la soglia del Tempio, acquista un nuovo titolo alla nostra adorazione.

    Questo edificio non è più il famoso Tempio di Salomone che fu preda delle fiamme nei giorni della cattività di Giuda. È il secondo Tempio costruito al ritorno da Babilonia e il cui splendore non ha raggiunto la magnificenza dell'antico. Prima della fine del secolo sarà rovesciato per la seconda volta, e le parole del Signore hanno garantito che non ne rimarrà pietra su pietra. Ora, il Profeta Aggeo per consolare gli Ebrei tornati dall'esilio, i quali confessavano la loro impotenza ad innalzare al Signore una casa paragonabile a quella che aveva costruita Salomone, ha detto loro queste parole, che devono servire a fissare il tempo della venuta del Messia: "Fatti animo, o Zorobabele - dice il Signore - fatti animo, o Gesù, figlio di Josedec, sommo Sacerdote; fatti animo, o popolo di questa contrada, poiché ecco quanto dice il Signore: Ancora un po' di tempo e scuoterò il cielo e la terra, e scuoterò tutte le genti; e verrà il desiderato di tutte le genti; e riempirò di gloria questa casa. La gloria di questa seconda casa sarà maggiore di quella della prima; e in questo luogo darò la pace - dice il Signore degli eserciti".

    È giunta l'ora del compimento di questo oracolo. L'Emmanuele, è uscito dal suo riposo di Betlemme, si è mostrato in piena luce, è venuto a prender possesso della sua casa terrena; e con la sua sola presenza in questo secondo Tempio, ne eleva d'un tratto la gloria al di sopra di quella di cui era circondato il tempio di Salomone. Lo visiterà ancora parecchie volte ma l'entrata ch'egli vi fa oggi sulle braccia della madre, basta a compiere la profezia: d'ora in poi le ombre e le immagini che conteneva quel Tempio cominciano a svanire ai raggi del Sole della verità e della giustizia. Il sangue delle vittime tingerà ancora per qualche anno i corni dell'altare, ma in mezzo a tutte quelle vittime, ostie impotenti, s'avanza già il Bambino che porta nelle sue vene il sangue della Redenzione del mondo. Tra quella folla di sacrificatori, in mezzo alla moltitudine di figli d'Israele che si stringe nel Tempio, parecchi aspettano il Liberatore, e sanno che si avvicina l'ora della sua manifestazione ma nessuno di essi sa ancora che in quello stesso momento il Messia atteso è appena entrato nella casa di Dio.

    Tuttavia il grande evento non doveva compiersi senza che l'Eterno operasse un nuovo miracolo. I pastori erano stati chiamati dall'Angelo, la stella aveva guidato i Magi dall'Oriente a Betlemme; ed ora lo Spirito Santo procura egli stesso al divino Bambino una testimonianza nuova e inattesa.



    Il Santo Vegliardo.

    Viveva a Gerusalemme un vecchio la cui vita volgeva al termine; ma quest'uomo ardente, chiamato Simeone, non aveva lasciato affievolire nel suo cuore l'attesa del Messia. Sentiva che ormai si erano compiuti i tempi; e come premio della sua speranza, lo Spirito Santo gli aveva fatto conoscere che i suoi occhi non si sarebbero chiusi prima di aver visto la Luce divina levarsi sul mondo. Nel momento in cui Maria e Giuseppe salivano i gradini del Tempio portando verso l'altare il Bambino della promessa, Simeone si sente spinto interiormente dalla forza dello Spirito divino, esce dalla propria casa e si dirige verso il Tempio. Sulla soglia della casa di Dio, i suoi occhi hanno subito riconosciuto la Vergine profetizzata da Isaia, e il suo cuore vola verso il Bambino che ella tiene fra le braccia.

    Maria, ammaestrata dallo stesso Spirito, lascia avvicinare il vecchio, e depone fra le sue braccia tremanti il caro oggetto del suo amore, la speranza della salvezza della terra. Beato Simeone, immagine del mondo antico invecchiato nell'attesa e presso a finire! Ha appena ricevuto il dolce frutto della vita, che la sua giovinezza si rinnova come quella dell'aquila, e si compie in lui la trasformazione che deve realizzarsi nell'umano genere. La sua bocca si apre, la sua voce risuona, ed egli rende testimonianza come i pastori nella contrada di Betlemme e come i Magi nell'Oriente. "O Dio - egli dice - i miei occhi hanno dunque visto il Salvatore che tu preparavi! Risplende finalmente quella luce che deve illuminare i Gentili e costituire la gloria del tuo popolo d'Israele".



    Anna la Profetessa.

    Ed ecco sopraggiungere, attirata anch'essa dall'ispirazione dello Spirito Divino, la pia Anna, figlia di Fanuel. I due vegliardi, che rappresentano la società antica, uniscono le loro voci, e celebrano la venuta del Bambino che viene a rinnovare la faccia della terra, e la misericordia di Dio che dà finalmente la pace al mondo.

    È in questa pace tanto desiderata che Simeone spirerà la sua anima. Lascia dunque partire nella pace il tuo servo, secondo la tua parola, o Signore! - dice il vecchio; e presto l'anima sua, liberata dai legami del corpo, porterà agli eletti che riposano nel seno di Abramo la notizia della pace che appare sulla terra, e aprirà presto i cieli. Anna sopravvivrà ancora per qualche tempo a questa sublime scena; essa deve, come ci dice l'Evangelista, annunciare il compimento delle promesse ai Giudei in ispirito che aspettavano la Redenzione d'Israele. Un seme doveva essere affidato alla terra; i pastori, i Magi, Simeone, Anna l'hanno gettato; esso spunterà a suo tempo: e quando gli anni d'oscurità che il Messia deve passare in Nazareth saranno trascorsi, quando egli verrà per la messe, dirà ai suoi discepoli: Osservate come il frumento è presso alla maturazione nelle spighe: pregate dunque il padrone della messe che mandi operai per la messe.

    Il beato vegliardo restituisce dunque alle braccia della purissima Maria il Figlio che essa offrirà al Signore. I volatili sono presentati al sacerdote che li sacrifica sull'altare, viene versato il prezzo del riscatto e si compie cosi la perfetta obbedienza; e dopo aver reso i suoi omaggi al Signore, Maria stringendosi al cuore il divino Emmanuele e accompagnata dal suo fedele sposo, discende i gradini del Tempio.



    Liturgia.

    Ecco il mistero del quarantesimo giorno, che chiude la serie dei giorni del Tempo di Natale con la festa della Purificazione della santissima Vergine. La Chiesa Greca e la Chiesa di Milano pongono la festa nel numero delle solennità di Nostro Signore; la Chiesa Romana l'annovera tra le feste della santa Vergine. Senza dubbio il Bambino Gesù viene offerto oggi nel Tempio e riscattato, ma è in occasione della Purificazione di Maria, di cui quell'offerta e quel riscatto sono come la conseguenza. I più antichi Martirologi e Calendari dell'Occidente presentano la festa sotto il nome che ancora oggi conserva, e la gloria del Figlio, lungi dall'essere oscurata dagli onori che la Chiesa rende alla Madre, ne riceve un nuovo aumento, poiché egli solo è il principio di tutte le grandezze che noi celebriamo in essa.



    LA BENEDIZIONE DELLE CANDELE

    Origine storica.

    Dopo l'Ufficio di Terza, la Chiesa compie in questo giorno la solenne benedizione delle Candele, che è una delle tre principali benedizioni che hanno luogo nel corso dell'anno: le altre due sono quella delle Ceneri e quella delle Palme. L'intenzione della cerimonia è legata al giorno stesso della Purificazione della santa Vergine, di modo che se una delle domeniche di Settuagesima, di Sessagesima o di Quinquagesima cade il due febbraio, la festa è rimandata all'indomani, ma la benedizione delle Candele e la Processione che ne è il complemento restano fissate al due febbraio.

    Onde raccogliere sotto uno stesso rito le tre grande Benedizioni di cui parliamo, la Chiesa ha prescritto, per quella delle Candele, l'uso dello stesso colore viola che adopera nella benedizione delle Ceneri e delle Palme, di modo che la funzione, che serve a indicare il giorno in cui si è compiuta la Purificazione di Maria, deve eseguirsi tutti gli anni il due febbraio, senza alcuna deroga al colore prescritto per le tre Domeniche di cui abbiamo parlato.



    Intenzione della Chiesa.

    L'origine storica è abbastanza difficile a stabilirsi in modo preciso. Secondo Baronio, Thomassin, Baillet ecc., tale benedizione sarebbe stata istituita, verso la fine del V secolo, dal Papa san Gelasio (492-496), per dare un senso cristiano ai resti dell'antica festa dei Lupercali, di cui il popolo di Roma aveva ancora conservato alcune usanze superstiziose. È almeno certo che san Gelasio abolì le ultime vestigia della festa dei Lupercali che veniva celebrata nel mese di febbraio. Innocenzo III, in uno dei suoi Sermoni sulla Purificazione, ci dice che l'attribuzione della cerimonia delle Candele al due febbraio è dovuta alla saggezza dei Pontefici romani, i quali avrebbero indirizzato al culto della santa Vergine i resti d'una usanza religiosa degli antichi Romani, che accendevano delle fiaccole in ricordo delle torce alla cui luce Cerere aveva, secondo la favola, percorso le cime dell'Etna, cercando la figlia Proserpina rapita da Plutone; ma non si trova alcuna festa in onore di Cerere nel mese di febbraio nel calendario degli antichi Romani. Ci sembra dunque più esatto adottare l'idea di D. Hugues Mènard, Rocca, Henschenius e Benedetto XIV, i quali ritengono che l'antica festa conosciuta in febbraio sotto il nome di Amburbalia e nella quale i pagani percorrevano la città portando delle fiaccole, ha dato occasione ai Sommi Pontefici di sostituirvi un rito cristiano che essi hanno congiunto alla celebrazione della festa in cui Cristo, Luce del mondo, viene presentato al Tempio dalla Vergine madre [1].



    Il mistero.

    Il mistero di questa cerimonia è stato sovente illustrato dai liturgisti dal VII secolo in poi. Secondo quanto afferma sant'Ivo di Chartres nel suo secondo Sermone sulla festa di oggi, la cera delle candele, formata dalle api con il succo dei fiori che l'antichità ha sempre considerate come un'immagine della Verginità, simboleggia la carne virginea del divino Bambino, il quale non ha intaccato nella sua concezione e nella sua nascita l'integrità di Maria. Nella fiamma della candela, il Vescovo ci invita a vedere il simbolo di Cristo che è venuto a illuminare le nostre tenebre. Sant'Anselmo, nelle sue Enarrazioni su san Luca, descrivendo lo stesso mistero, ci dice che nella Candela vi sono da considerare tre cose: la cera, lo stoppino e la fiamma. La cera - egli dice - opera dell'ape virginea, è la carne di Cristo; lo stoppino, che sta dentro, è l'anima; e la fiamma, che brilla nella parte superiore, è la divinità.



    Le candele.

    Un tempo i fedeli si davano premura di portare essi stessi le candele alla chiesa nel giorno della Purificazione perché fossero benedette insieme con quelle che i sacerdoti e i ministri portano nella Processione. Tale usanza è osservata ancora in molti luoghi. È desiderabile che i Pastori delle anime inculchino fortemente tale usanza, e la ristabiliscano o la mantengano dovunque ve n'è bisogno. Tanti sforzi fatti per distruggere o almeno per impoverire il culto esterno ha arrecato insensibilmente il più triste affievolirsi del sentimento religioso di cui la Chiesa possiede la sorgente nella Liturgia. È necessario inoltre che i fedeli sappiano che le candele benedette nel giorno della Candelora debbono servire non soltanto alla Processione, ma anche all'uso dei cristiani che, custodendole rispettosamente nelle proprie case, portandole con sé, tanto sulla terra che sulle acque, come dice la Chiesa, attirano speciali benedizioni dal cielo. Si devono accendere quelle candele al capezzale dei morenti, come ricordo dell'immortalità che Cristo ci ha meritata e come segno della protezione di Maria.



    LA PROCESSIONE E LA MESSA

    Piena di gaudio, rischiarata dalla moltitudine delle fiaccole e trasportata come Simeone dal moto dello Spirito Santo, la santa Chiesa si mette in cammino per andare incontro all'Emmanuele. È questo incontro che la Chiesa Greca, nella sua Liturgia, designa con.il nome di Ipapante e della quale ha fatto l'attributo della festa di oggi. Lo scopo è di imitare la processione del Tempio di Gerusalemme, che san Bernardo così celebra nel suo primo Sermone sulla Festa della Purificazione di Maria:

    "Oggi la Vergine madre introduce il Signore del Tempio nel Tempio del Signore, e Giuseppe presenta al Signore non un figlio suo, ma il Figlio diletto del Signore, nel quale Egli ha posto le sue compiacenze. Il giusto riconosce Colui che aspettava; la vedova Anna lo esalta nelle sue lodi. Questi quattro personaggi hanno celebrato per la prima volta la Processione di oggi, che, in seguito, doveva essere solennizzata nella letizia di tutta la terra in ogni luogo e da tutte le genti. Non stupiamo che quella Processione sia stata piccola, poiché Colui che vi si riceveva si era fatto piccolo. Nessun peccatore vi apparve: tutti erano giusti, santi e perfetti".

    Camminiamo nondimeno sulle loro orme. Andiamo incontro allo Sposo, come le Vergini prudenti, portando in mano lampade accese al fuoco della carità. Ricordiamo il consiglio che ci da il Salvatore stesso: Siano i vostri lombi precinti come quelli dei viandanti; portate in mano fiaccole accese e siate simili a coloro che aspettano il loro Signore (Lc 12,35). Guidati dalla fede, illuminati dall'amore, noi lo incontreremo, lo riconosceremo, ed egli si darà a noi.

    Terminata la Processione, il Celebrante e i ministri depongono i paramenti viola, e indossano quelli bianchi per la Messa solenne della Purificazione della Vergine. Se ci si trovasse tuttavia in una delle tre Domeniche di Settuagesima, di Sessagesima o di Quinquagesima, la Messa della festa si dovrà rimandare all'indomani.



    EPISTOLA (Ml 3,1-4). - Il Signore Iddio dice: Ecco io mando il mio Angelo, a preparare davanti a me la strada; e subito verrà al suo tempio il Dominatore da voi cercato, e l'Angelo del Testamento, da voi bramato. Eccolo, viene - dice il Signore degli eserciti. - E chi potrà indovinare il giorno della sua venuta? Chi potrà stare a rimirarlo? Egli sarà come fuoco di fonditore, come l'erba dei gualchierai. Egli sederà a fondere e purificare l'argento, e allora offriranno al Signore sacrifizi di giustizia. E piacerà al Signore il sacrificio di Giuda e di Gerusalemme, come in antico, come ai tempi di una volta. Così parla il Signore onnipotente.



    Tutti i Misteri dell'Uomo-Dio hanno per oggetto la purificazione dei nostri cuori. Egli manda il suo Angelo, il suo Precursore davanti a sé, per preparare la via e Giovanni ci gridava dal profondo del deserto: Abbassate i colli, colmate le valli. Viene infine egli stesso, l'Agnello, l'Inviato per eccellenza, a stringere l'alleanza con noi; viene al suo Tempio; e questo tempio è il nostro cuore. Ma egli è simile a un fuoco ardente che fonde e purifica i metalli. Vuole rinnovarci, rendendoci puri, affinché diventiamo degni di essergli offerti, e di essere offerti con lui in un sacrificio perfetto. Non dobbiamo dunque accontentarci di ammirare così sublimi meraviglie, ma comprendere che esse ci sono mostrate solo per operare in noi la distruzione del vecchio uomo e la creazione del nuovo. Siamo dovuti nascere con Gesù Cristo; questa nuova nascita è già giunta al suo quarantesimo giorno. Oggi bisogna che siamo presentati insieme con lui da Maria, che è anche la Madre nostra, alla Maestà divina. Si avvicina l'istante del Sacrificio; prepariamo ancora una volta le anime nostre.



    VANGELO (Lc 2,22-32). - In quel tempo, compiutisi i giorni della Purificazione di Maria, secondo la legge di Mosè portarono Gesù a Gerusalemme, per presentarlo al Signore: secondo quello che sta scritto nella legge del Signore: ogni primogenito maschio sarà consacrato al Signore; e per far l'offerta prescritta dalla legge del Signore, d'un paio di tortore o di due piccole colombe. C'era allora in Gerusalemme un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio che aspettava la consolazione d'Israele; e lo Spirito Santo era in lui e gli aveva assicurato che non sarebbe morto prima di vedere il Cristo del Signore. E mosso dallo Spirito Santo, andò al tempio; e quando i genitori vi portarono il bambino Gesù, per fare a suo riguardo secondo il rito della legge, Simeone pure se lo prese in braccio, e benedicendo Dio esclamò: "Or lascia, o Signore, che il tuo servo, secondo la tua parola, se ne vada in pace; perché gli occhi miei hanno mirato il tuo Salvatore, da te preparato nel cospetto di tutti i popoli, luce di rivelazione alle Genti e gloria d'Israele tuo popolo".



    Lo Spirito divino ci ha guidati al Tempio come Simeone; vi contempliamo in questo istante la Vergine Madre che presenta all'altare il Figlio di Dio e suo. Noi ammiriamo questa fedeltà alla Legge nel Figlio e nella Madre, e sentiamo nell'intimo del cuore il desiderio di essere presentati a nostra volta al Signore che accetterà il nostro omaggio come ha ricevuto quello del suo Figliuolo. Affrettiamoci dunque a mettere i nostri sentimenti in sintonia con quelli dei Cuori di Gesù e di Maria. La salvezza del mondo ha fatto un passo in questo giorno; progredisca dunque anche l'opera della nostra santificazione. D'ora in poi il mistero del Dio Bambino non ci sarà più offerto dalla Chiesa come oggetto speciale della nostra religione; i soavi quaranta giorni di Natale volgono al termine; dobbiamo ora seguire l'Emmanuele nelle sue lotte contro i nostri nemici. Seguiamo i suoi passi; corriamo al suo seguito come Simeone, e camminiamo senza stancarci sulle orme di Colui che è la nostra Luce; amiamo questa Luce, e otteniamo con la nostra premurosa fedeltà che essa risplenda sempre su di noi.

    O Emmanuele, in questo giorno in cui fai l'ingresso nel Tempio della tua Maestà, portato in braccio da Maria Madre tua, ricevi l'omaggio delle nostre adorazioni e della nostra riconoscenza. Onde sacrificarti per noi tu vieni nel Tempio; come preludio del nostro riscatto ti degni di pagare il debito del primogenito e per abolire presto i sacrifici imperfetti vieni ad offrire un sacrificio legale. Compari oggi nella città che dovrà essere un giorno il termine della tua corsa e il luogo della tua immolazione. Non ti è bastato nascere per noi; il tuo amore ci riserba per l'avvenire una testimonianza più splendente.

    Tu, consolazione d'Israele e su cui gli Angeli amano tanto posare i loro sguardi, entri nel Tempio; e i cuori che ti attendevano si aprono e si elevano verso di te. Oh! chi ci darà una parte dell'amore che provò il vegliardo allorché ti prese fra le braccia e ti strinse al cuore? Egli chiedeva solo di vederti, o divino Bambino, e poi di morire. Dopo averti visto per un solo istante, s'addormentava nella pace. Quale sarà dunque la beatitudine di possederti eternamente, se così brevi istanti sono bastati ad appagare l'attesa di tutta una vita!

    Ma, o Salvatore delle anime nostre, se il vegliardo è pienamente felice per averti visto una sola volta, quali debbono essere i sentimenti di noi che siamo testimoni della consumazione del tuo sacrificio! Verrà il giorno in cui, per usare le espressioni del tuo devoto servo san Bernardo, sarai offerto non più nel Tempio e sulle braccia di Simeone, ma fuori della città e sulle braccia della croce. Allora non si offrirà più per te un sangue estraneo, ma tu stesso offrirai il tuo sangue. Oggi ha luogo il sacrificio del mattino: allora si offrirà il sacrificio della sera. Oggi sei nell'età dell'infanzia: allora avrai la pienezza della virilità, e avendoci amati dal principio, ci amerai sino alla fine.

    Che cosa ti daremo noi in cambio, o divino Bambino? Tu porti già, in questa prima offerta per noi, tutto l'amore che consumerà la seconda. Possiamo far di meno che offrirci per sempre a te, fin da questo giorno? Tu ti doni a noi nel tuo Sacramento, con una pienezza maggiore di quella che usasti riguardo a Simeone. Libera anche noi, o Emmanuele, spezza le nostre catene; donaci la Pace che oggi tu arrechi; aprici, come al vegliardo, una nuova vita. Per imitare i tuoi esempi e per unirci a te, noi abbiamo, lungo questi quaranta giorni, cercato di stabilire in noi l'umiltà e la semplicità dell'infanzia che tu ci raccomandi; sostienici ora negli sviluppi della nostra vita spirituale, affinché cresciamo come te in età e in sapienza, davanti a Dio e davanti agli uomini.

    O Maria, tu che sei la più pura delle vergini e la più beata delle madri, o figlia dei Re, quanto sono graziosi i tuoi passi e come è maestoso il tuo incedere (Ct 7,1) nell'istante in cui sali i gradini del Tempio carica del tuo prezioso fardello! Come è felice il tuo cuore materno, e come è insieme umile, allorché offri all'Eterno il Figlio suo e tuo! Alla vista delle madri d'Israele che portano anch'esse i loro piccoli al Signore, tu gioisci pensando che quella nuova generazione vedrà con i suoi occhi il Salvatore che tu le arrechi. Quale benedizione per quei neonati essere offerti insieme con Gesù! Quale fortuna per quelle madri essere purificate nella tua santa compagnia! Se il Tempio trasalisce nel vedere entrare sotto le sue volte il Dio in onore del quale è stato costruito, è anche il suo gaudio nel sentire fra le sue mura la più perfetta delle creature, l'unica figlia di Eva che non abbia conosciuto il peccato, la Vergine feconda, la Madre di Dio.

    Ma mentre custodisci fedelmente, o Maria, i segreti dell'Eterno, confusa nella folla delle figlie di Giuda, il santo Vegliardo accorre verso di te; e il tuo cuore ha compreso che lo Spirito Santo gli ha rivelato tutto. Con quale emozione tu deponi per un istante fra le sue braccia il Dio che riunisce in sé tutta la natura, e che vuole essere la consolazione d'Israele! Con quale grazia accogli la pia Anna! Le parole dei due vegliardi che esaltano la fedeltà del Signore alle sue promesse, la grandezza di Colui che è nato da te, la Luce che si irradierà da quel Sole divino su tutte le genti, fanno trasalire il tuo cuore. La fortuna di sentir glorificare il Dio che tu chiami tuo figlio e che lo è in verità, ti riempie di gioia e di riconoscenza. Ma, o Maria, quali parole ha pronunciato il vegliardo, restituendoti il tuo Figliuolo! Quale improvviso e terribile gelo viene ad invader il tuo cuore! La lama della spada l'ha trapassato da parte a parte. Quel Bambino che i tuoi occhi contemplavano con sì tenera gioia, non lo vedrai più che attraverso le lacrime. Egli sarà il segno della contraddizione, e le ferite che riceverà ti trapasseranno l'anima. O Maria, il sangue delle vittime che inonda il Tempio cesserà un giorno di scorrere; ma bisogna che sia sostituito dal sangue del Bambino che tu tieni fra le braccia.
    Noi siamo peccatori, o Maria, poco fa tanto felice ed ora così desolata! Sono stati i nostri peccati a mutare la tua letizia in dolori. Perdonaci, o Madre! Lascia che ti accompagniamo mentre discendi i gradini del Tempio. Noi sappiamo che tu non ci maledici; sappiamo che ci ami, poiché ci ama il tuo Figliuolo. Oh, amaci sempre, o Maria! Intercedi per noi presso l'Emmanuele. Fa' che abbiamo a conservare i frutti di questi santi quaranta giorni. Fa' che non lasciamo mai questo Bambino che presto sarà un uomo, che siamo docili a questo Dottore delle nostre anime, devoti, come veri discepoli, a questo Maestro così pieno d'amore, fedeli nel seguirlo dovunque al pari di te; fino ai piedi della croce che appare oggi ai tuoi occhi.



    [1] Sembra difficile ammettere oggi questa opinione, poiché la festa dei Lupercali (15 febbraio) non esisteva più al tempo del Papa Gelasio, e la Candelora non appare in Roma se non verso la metà del VII secolo. Questa è una processione indipendente dalla Purificazione, anteriore ad essa, e una tradizione molto autorevole la ricollega a una cerimonia pagana: l'amburbale. Il Liber Pontificalis dice che la processione fu istituita, a Roma, dal Papa Sergio (687-707) e che si faceva dalla chiesa di S. Adriano a S. Maria Maggiore, ma è certamente anteriore a questo Papa.

    La benedizione delle candele appare a Roma in maniera certa solo nel XII secolo. Le antiche Ave gratia piena e Adorna, di provenienza bizantina, sono state introdotte a Roma nelI'VIII secolo; il Nunc dimittis insieme con l'antifona Lumen fu aggiunto nel XII secolo e le orazioni sono del X e XI secolo. Ma la processione con le candele benedette esisteva già ad Alessandria nel V secolo, e anche prima a Gerusalemme.

    Da principio la processione ebbe, a Roma, un carattere penitenziale: il Papa andava a piedi nudi, e i paramenti talvolta erano neri. Nel XII secolo essa perdette quel carattere austero che fece posto alla letizia. I ministri, tuttavia, conservano ancora i paramenti viola che smettono soltanto per la Messa.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 401-413

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    3 febbraio 2013: DOMENICA DI SESSAGESIMA



    Noè e il diluvio.

    Nel corso di questa settimana la santa Chiesa ci presenta la storia di Noè e del diluvio universale.

    Nonostante i severi ammonimenti, Dio non era riuscito ad ottenere la fedeltà e la sottomissione dell'umanità e fu costretto ad infliggere un tremendo castigo a questo nuovo nemico. Trovato però un uomo giusto, farà ancora una volta nella sua persona alleanza con noi. Ma prima vuol far conoscere che è Sovrano e Padrone nel momento da lui stabilito; l'uomo che andava così fiero della sua esistenza, s'inabisserà sotto le rovine della sua dimora terrestre.

    A base degli insegnamenti della settimana, poniamo innanzi tutto alcuni brani dal libro del Genesi, estratti dall'Ufficio dell'odierno Mattutino.



    Dal libro del Genesi (Gen 6,5-13)

    Or Dio vedendo che la malizia degli uomini era grande sopra la terra e che ogni pensiero del loro cuore era di continuo al male, si pentì d'aver fatto l'uomo sulla terra, e, addolorato, nel profondo del cuore disse: "Sterminerò dalla faccia della terra l'uomo che ho creato: uomo e animali, rettili e uccelli del cielo; ché mi pento d'averli fatti". Ma Noè trovò grazia davanti al Signore.

    Questa è la posterità di Noè. Noè fu uomo giusto e perfetto fra i suoi contemporanei, e camminò con Dio, e generò tre figliuoli: Sem, Cam e Iafet. Or la terra era corrotta davanti a Dio e ripiena d'iniquità. Ed avendo Dio veduto che la terra era corrotta (ogni carne infatti seguiva sulla terra la via della corruzione) disse a Noè: "Davanti a me è giunta la fine d'ogni vivente; siccome la terra per opera degli uomini è piena d'iniquità, io li sterminerò con la terra".



    La catastrofe che si scatenò allora sulla specie umana fu ancora una volta frutto del peccato; meno male che però fu trovato almeno un giusto, e per merito suo e della sua famiglia il mondo fu salvo dalla rovina totale.

    Degnatosi di rinnovare la sua alleanza, Dio lasciò ripopolare la terra, e i tre figli di Noè divennero i padri delle tre grandi razze umane che la abitano.

    È questo il mistero contenuto nell'Ufficiatura della presente settimana. Quella della Messa poi, figurata dalla precedente, è ancor più importante. Moralmente parlando, non è la terra sommersa da un diluvio di vizi e di errori? Allora si deve popolare di uomini timorosi di Dio, come Noè. È la parola di Dio, germe di vita, che fa nascere la nuova generazione e procrea i figli di cui parla il Discepolo prediletto, "i quali non da sangue, né da volere di carne né da voler di uomini, ma da Dio sono nati" (Gv 1,13).

    Sforziamoci d'entrare a far parte di questa famiglia, e se già vi apparteniamo, conserviamo gelosamente questa fortuna, perché ora è il tempo di salvarci dai marosi del diluvio e trovare un rifugio nell'arca della salvezza; è il tempo di divenire quella terra buona nella quale la semente fruttifica al cento per uno; e lo saremo, se ci mostreremo avidi della Parola di Dio che illumina le anime e le converte (Sal 18). Preoccupiamoci di fuggire l'ira ventura, affinché non abbiamo a perire insieme ai peccatori.



    M E S S A

    La Stazione è in Roma, nella Basilica di S. Paolo fuori le Mura.

    Intorno alla tomba del Dottore delle genti, del propagatore della divina semenza, di colui che per la sua predicazione ha una grande paternità sui popoli, la Chiesa Romana oggi raduna i suoi fedeli, per significare che il Signore ha risparmiato la terra solo a patto che si riempia di veri credenti adoratori del Nome suo.

    L'Epistola è tratta da una Lettura del grande Apostolo, nella quale, costretto dai suoi nemici a difendersi per l'onore e il successo del suo ministero, c'insegna a quale prezzo gli uomini apostolici seminarono la divina Parola negli aridi campi del paganesimo, per operarvi la rigenerazione cristiana.



    EPISTOLA (2Cor 11,19-33; 12,1-9). - Fratelli: Voi, che siete saggi, li sopportate volentieri i pazzi; infatti, se uno vi asservisce, se vi spolpa, se vi ruba, se vi tratta con alterigia, se vi piglia a schiaffi, lo sopportate! Lo dico con vergogna, come chi è stato debole da questo lato; del resto, in qualunque altra cosa uno ardisca vantarsi (parlo da stolto) ardisco anch'io. Son essi Ebrei? Anch'io. Sono Israeliti? Anch'io. Son discendenti di Abramo? Anch'io. Sono ministri di Cristo? (Parlo da stolto) lo son più di loro: più di loro nelle fatiche, più di loro nelle carceri, molto più nelle battiture, e spesso mi son trovato nei pericoli di morte. Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio; ho passato una notte e un giorno nel profondo del mare. Spesso in viaggio, tra i pericoli dei fiumi, pericoli degli assassini, pericoli da parte dei miei connazionali, pericoli dei Gentili, pericoli nelle città, pericoli nel deserto, pericoli in mare, pericoli dai falsi fratelli. Nella fatica, nella miseria, in continue vigilie, nella fame, nella sete, nei frequenti digiuni, nel freddo e nella nudità. Oltre a quello che mi vien dal di fuori, ho anche l'affanno quotidiano, la cura di tutte le Chiese. Chi è debole, senza che io ne soffra? Chi si scandalizza, senza che io ne arda? Se c'è bisogno di gloriarsi, mi glorierò di ciò che è proprio della mia debolezza. Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è benedetto nei secoli, sa ch'io non mentisco. A Damasco, il governatore del re Areta aveva posto guardie intorno alla città dei Damasceni, per catturarmi, e da una finestra fui calato in una cesta lungo il muro e così scampai dalle sue mani. Se c'è bisogno di gloriarsi (veramente non sarebbe utile!) verrò alle visioni ed alle rivelazioni del Signore. Io conosco un uomo in Cristo, il quale quattordici anni fa (se fu col corpo o senza il corpo, non lo so, lo sa Dio) fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest'uomo (se col corpo, o fuori del corpo, non lo so, lo sa Dio) fu rapito in paradiso e udì parole arcane che non è lecito all'uomo di proferire. Riguardo a quest'uomo, potrei gloriarmi; ma riguardo a me non mi glorierò che della mia debolezza. Però, anche se volessi gloriarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, pel timore che qualcuno non mi stimi più di quello che vede in me o che sente da me. E affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, m'è stato dato lo stimolo della mia carne, un angelo di satana che mi schiaffeggi. Tre volte ne pregai il Signore, perché lo allontanasse da me. Ed Egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si fa meglio sentire nella debolezza. Volentieri adunque mi glorierò nelle mie infermità, affinché abiti in me la potenza di Cristo.



    VANGELO (Lc 8,4-15). - In quel tempo: radunandosi e accorrendo a Gesù dalle città gran folla, disse in parabola: Andò il seminatore a seminare la sua semenza e nel seminarla, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e la beccarono gli uccelli dell'aria; parte cadde sul sasso e, appena nata, si seccò, non avendo umore; parte cadde tra le spine, e queste, cresciute insieme, la soffocarono; parte poi cadde in buon terreno e, cresciuta, diede il centuplo. Ciò detto esclamò: Chi ha orecchie da intendere intenda. E i suoi discepoli gli chiesero che volesse mai dire questa parabola. Ed Egli rispose loro: A voi è concesso d'intendere il mistero del regno di Dio; ma a tutti gli altri parlo in parabole, affinché guardando non vedano, ed ascoltando non intendano. Ecco il significato della parabola: la semenza è la parola di Dio. Quelli lungo la strada sono coloro che ascoltano, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore affinché non credano e non si salvino. E quelli sul sasso sono coloro che, udita la parola, l'accolgono con gioia; ma non hanno radice, e credon quindi per un certo tempo e poi al tempo della tentazione si tirano indietro. Seme caduto fra le spine sono coloro che hanno ascoltato, ma,coll'andare avanti, restano soffocati da cure, da ricchezze, e dai piaceri della vita, e non arrivano a maturare. Seme poi caduto in buon terreno sono coloro che ritengono la parola ascoltata in un cuore buono e perfetto, e perseverando, portano frutto.



    Vigilanza e fedeltà.

    Con ragione san Gregorio Magno osserva che la parabola ora letta non ha bisogno di spiegazione, perché la stessa eterna Sapienza ce ne ha data la chiave. Perciò non ci resta che trar profitto da un insegnamento così prezioso ed accogliere in terra buona la semenza celeste che cade in noi.

    Quante volta finora l'abbiamo lasciata calpestare dai passanti, o carpire dagli uccelli dell'aria! Quant'altre volte è inaridita sulla gelida roccia del nostro cuore, o fu soffocata da spine funeste! Ascoltavamo la Parola, la trovavamo affascinante, e ciò bastava a farci star tranquilli. Spesso pure la ricevemmo con gioia e prontezza, ma non appena cominciava a germogliare in noi ne facevamo arrestare la crescita. Mentre d'ora in poi dobbiamo produrre frutti, perché tale è la virtù della semente gettata in noi, e dalla quale il divin Seminatore aspetta il cento per uno. Se la terra del nostro cuore è buona ed abbiamo cura di coltivarla usando i mezzi che la santa Chiesa ci offre, sarà abbondante la messe il giorno in cui il Signore, risorgendo vittorioso dal sepolcro, verrà ad unire i fedeli credenti agli splendori della sua Risurrezione.



    P R E G H I A M O

    O Dio, che vedi come non confidiamo nelle nostre azioni, concedici, propizio, d'essere difesi contro ogni avversità dalla protezione di san Paolo Dottore delle genti.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 439-442

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    3 FEBBRAIO 2013

    SAN BIAGIO, VESCOVO E MARTIRE



    L'insegnamento dei Santi.

    Chiusa la Quarantena della Nascita del Salvatore, la Chiesa ci apre una sorgente di forti e serie meditazioni che ci preparano alla penitenza. Ogni Festa di Santo deve produrre in noi un'impressione atta ad alimentare lo spirito di questo santo Tempo. Nel periodo dal quale usciamo, tutti gli amici di Dio che abbiamo festeggiato ci apparivano raggianti dei gaudi della Natività dell'Emmanuele, di cui formavano la corte gloriosa e trionfante. Da oggi fino alla Risurrezione del Figlio di Dio, preferiamo considerarli soprattutto nelle fatiche del pellegrinaggio di questa vita.

    Il problema che s'impone oggi a noi è di vedere e studiare come essi hanno vinto il mondo e la carne. "Essi andavan piangendo, dice il Salmista, mentre gettavano il loro seme, ma tornando verran con festa portando i loro manipoli" (Sal 135,5). Nutriamo la speranza che sarà così anche per noi, al termine di questi faticosi giorni, e che Cristo risorto ci accoglierà quali suoi membri viventi e rinnovellati.

    Nel periodo che dobbiamo presentemente attraversare abbondano i Martiri, e proprio oggi iniziamo con uno dei più celebri.



    VITA. - Degli Atti di san Biagio non ci rimane che il fatto del suo Episcopato a Sebaste e del martirio al principio del IV secolo. La devozione verso san Biagio è rimasta vivissima in Oriente, soprattutto nell'Armenia, ed il suo culto, introdotto sin dagli antichi tempi nelle chiese occidentali, è sempre stato molto popolare. Il potere che aveva questo Santo di guarire uomini ed animali lo ha fatto inserire nel numero dei santi Ausiliari. Egli viene specialmente invocato per la guarigione del mal di gola e dei denti. Essendo molti i santi che portarono il nome di Biagio, sarebbe difficile distinguere le reliquie che con certezza gli si debbono attribuire.



    Con la nostra voce ci uniamo al concerto delle lodi che a te innalzano tutte le Chiese, o san Biagio! In ricambio dei nostri omaggi dall'eccelsa gloria ove regni, rivolgi lo sguardo su di noi e su tutti i fedeli della cristianità, che si preparano alle sante espiazioni della penitenza e vogliono tornare al Signore loro Dio con lacrime di compunzione. Memore dei tuoi combattimenti, assisteteci nel lavoro faticoso del nostro rinnovamento che stiamo per intraprendere. Tu che non hai avuto paura dei tormenti e della morte, e che, per quanto aspra sia stata la prova, l'hai sopportata con coraggio, ottienici la costanza nella lotta meno ardua. I nostri nemici sono niente in confronto di quelli che tu hai dovuto vincere; ma sono tanto perfidi, che se noi veniamo a patti con loro, finiranno per abbatterci. Ottienici il divino soccorso, fattore del vostro trionfo. Siamo i figli dei Martiri: che il loro sangue non degeneri in noi. Ricordati anche delle regioni bagnate dal tuo sangue: ivi s'è alterata la fede, ma giorni migliori pare stiano per sorgere. Per le tue paterne preghiere, fa' che l'Armenia rientri nel seno della Chiesa Cattolica, e, col ritorno dei fratelli, consola i fedeli rimasti nella vera fede fra tanti pericoli.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 784-785

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    4 FEBBRAIO 2013

    SANT'ANDREA CORSINI,
    VESCOVO E CONFESSORE



    Gloria dell'umiltà.

    Oggi è un Vescovo che, per la sua vita austera e lo zelo ardente per la salvezza delle anime, ci esorta a pensare seriamente alla nostra riconciliazione con Dio. Meno celebre di molti altri santi Confessori, egli deve a Clemente XII, membro della famiglia Corsini, l'onore d'essere festeggiato dalla Chiesa universale; ma il Papa non era che lo strumento della divina Provvidenza. Il santo Vescovo di Fiesole, durante la sua vita, aveva sempre cercato il nascondimento, e Dio volle per questo glorificarlo in tutta la Chiesa. Essendo stato Andrea peccatore prima di diventar santo, il suo esempio c'incoraggerà a tornare sinceramente a Dio.



    VITA. - Andrea nacque nel 1302 a Firenze dalla famiglia dei Corsini. La sua giovinezza, prima molto devota, divenne poi alquanto disordinata; ma nel 1318 entrò nell'ordine dei Carmelitani. Dottore dell'Università di Parigi, fu chiamato a governare il suo Ordine in Toscana. Consacrato poi Vescovo di Fiesole, alla sollecitudine pastorale unì la misericordia verso i poveri, la liberalità, l'assiduità all'orazione e molte altre virtù. Inviato a Bologna quale Legato per sedare una ribellione, vi ristabilì la pace. Infine, affranto dalle fatiche e dalle macerazioni, morì il 6 gennaio 1373. Il suo corpo riposa a Firenze nella Chiesa del suo Ordine.



    Ascolta, Pontefice santo, la preghiera dei peccatori, che altro non desiderano che imparare da te il cammino da seguire per ritornare a Dio. Tu hai sperimentata la misericordia: ora ottienila a noi. Sii propizio al popolo cristiano, in questi giorni che viene offerta a tutti la grazia della penitenza, e con le tue preghiere fa discendere sopra di noi lo spirito di compunzione. Avendo peccato, sollecitiamo il perdono: prega in nostro favore il cuore di Dio. Cambiaci da lupi in agnelli; fortificaci contro tutti i nemici; fa che cresciamo nella virtù dell'umiltà; che tanto splendette in te, ed ottienici dal Signore che la perseveranza coroni i nostri sforzi, come coronò i tuoi, affinché possiamo cantare con te e come te le misericordie del nostro comune Redentore.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 785-786

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    5 FEBBRAIO 2013

    SANT'AGATA, VERGINE E MARTIRE



    Oggi festeggiamo Agata, la Vergine siciliana. Le tristezze del tempo in cui siamo non devono sottrarre nulla alla magnificenza degli omaggi che le sono dovuti. Mentre cantiamo la sua gloria, ne contempleremo gli esempi; ed ella, dall'alto dei cieli, si degnerà sorriderci e c'incoraggerà a proseguire nella via che sola può ricondurci a colui ch'ella seguì sino alla fine, ed al quale ora sta unita per sempre.



    VITA. - Agata nacque a Catania o a Palermo. Sappiamo da san Metodio di Costantinopoli ch'ella apparteneva a famiglia cristiana e che ebbe molto a soffrire sia per conservare la verginità che per il martirio. Però non abbiamo alcun documento contemporaneo sulla vita di lei e sul suo martirio, di cui ignoriamo persino la data. Dalla Sicilia, ove divenne celebre per l'efficacia del suo velo contro le eruzioni dell'Etna, il culto di sant'Agata si diffuse molto rapidamente in tutta la Chiesa. San Gregorio Magno inserì il suo nome nel Canone della Messa, e fu composto un Ufficio proprio in suo onore nel X secolo.



    Preghiera.

    Com'è bella la tua palma, o Agata! Ma quanto furono lunghi e crudeli i combattimenti che hai sostenuti per ottenerla! Tu hai vinto preservando la fede e la verginità; ma il tuo sangue arrossò l'arena e le tue ferite testimoniarono agli Angeli il coraggio nel conservarti fedele al Salvatore. Tutta la Chiesa ti saluta oggi, o Vergine e Martire! Ella sa che non la dimentichi mai, e che la tua beatitudine non ti fa indifferente ai suoi bisogni. Sii nostra sorella: e anche nostra madre. Quanti secoli sono trascorsi dal giorno in cui lasciasti il tuo corpo, dopo averlo santificato con la purezza e la sofferenza! ma, ahimé! sempre quaggiù esiste ed esisterà la guerra fra lo spirito e la carne. Assisti i tuoi fratelli, ravvivando nei loro cuori la scintilla di quel sacro fuoco che il mondo e le passioni vorrebbero estinguere.

    In questi giorni, in cui ogni cristiano si ritempra nelle acque salutari della compunzione, riaccendi ovunque il timore di Dio, che veglia contro le aggressioni d'una natura corrotta, lo spirito di peni*tenza che ripara le debolezze colpevoli, l'amore che addolcisce il giogo ed assicura la perseveranza. Ripetute volte il tuo velo verginale, presentato ai torrenti incandescenti della lava che scorrevano lungo i fianchi dell'Etna, ne arrestò il corso sotto gli occhi di tutto il popolo: opponi, e ne sentiamo impellenti il "bisogno" la potenza delle tue innocenti preghiere alla marea di corruzione che dilaga sempre più in mezzo a noi, minacciando d'abbassare i nostri costumi al livello di quelli del paganesimo. Il tempo stringe, o Agata! Viene in soccorso delle nazioni infettate dal veleno d'una letteratura infame; allontana questa coppa velenosa dalle labbra di coloro che non l'hanno ancora toccata; e strappala di mano a quelli che vi hanno già attinta la morte. Risparmiaci l'onta di vedere il trionfo del sensualismo che sta per divorare l'Europa, ed annienta i piani concepiti dall'inferno.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 786-787

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    6 FEBBRAIO 2013

    SAN TITO, VESCOVO E CONFESSORE



    Un discepolo di san Paolo.

    Oggi si presenta alla nostra venerazione un Vescovo dell'epoca apostolica, discepolo di san Paolo. Sono poco note le sue gesta; ma per avere a lui indirizzato una delle sue lettere, il Dottore delle Genti l'ha reso immortale. Ovunque fu e sarà portata la fede di Cristo, Tito, così come Timoteo, sarà conosciuto dai fedeli; fino alla consumazione dei tempi la santa Chiesa consulterà con sommo rispetto questa Lettera indirizzata ad un semplice Vescovo dell'isola di Creta, ma dettata dallo Spirito Santo, e per ciò stesso destinata a far parte del corpo delle sacre Scritture che contengono la parola di Dio. I consigli e le norme racchiuse in questa ammirevole Lettera, furono la regola sovrana del santo Vescovo cui Paolo dedicò una si affettuosa tenerezza. Tito ebbe il vanto d'aver fondato il Cristianesimo in quell'isola ove il paganesimo aveva una delle sue principali piazzeforti. Sopravvisse al maestro immolato a Roma dalla spada di Nerone; e come san. Giovanni ad Efeso, s'addormentò tranquillamente in una felice vecchiaia, circondato dalla venerazione della cristianità che aveva fondata. Della sua vita vi sono poche tracce; ma quei pochi cenni che ci restano danno l'idea di uno di quegli uomini di virtù superiore che Dio scelse in principio, per farne una delle principali colonne della sua Chiesa [1].



    Preghiera.

    O santo discepolo di Paolo, la santa Chiesa ha voluto che un giorno nell'anno fosse dedicato a celebrare le tue virtù e ad implorare il tuo patrocinio; sii propizio ai fedeli che glorificano il divino Spirito per i doni che ripose in te. Tu hai adempiuto con zelo e costanza l'ufficio pastorale, in modo che tutti i particolari che Paolo enumera nell'Epistola che a te indirizzò, necessari a costituire il carattere del Vescovo, si sono riuniti nella tua persona. Ricorda la Chiesa militante, di cui sostenesti i primi passi. La quale spesso dovette passare giorni tristi; ma trionfò sempre d'ogni ostacolo, e continuando il suo cammino raccogliendo le anime e dirigendole allo Sposo celeste, fino all'ora ch'egli verrà ad arrestare il tempo e ad aprire le porte dell'eternità. Fino a quando l'ora non sarà suonata, noi contiamo, o Tito, sul tuo valido aiuto; dall'alto del cielo, salva le anime mediante la tua intercessione, come le salvasti quaggiù in mezzo alle tue fatiche. Ottienici da Gesù dei Pastori simili a te; riporta la Croce nell'isola da te conquistata alla vera fede, sulla quale oggi s'abbatte l'ombra dell'infedeltà e la rovina dello scisma; fa' sì che la cristianità dell'Oriente si ravvisi e torni finalmente ad aspirare all'unità, che sola può preservarla dalla dissoluzione completa.



    [1] Una tradizione vuole che Tito fosse l'Apostolo del Dalmati e che morisse in tarda età a Creta. Pio IX stabilì che la sua festa fosse celebrata in tutta la Chiesa.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 787-788

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    6 FEBBRAIO 2013

    SANTA DOROTEA, VERGINE E MARTIRE



    Eroismo della donna cristiana.

    Anche oggi una delle più amabili Spose di Cristo ci viene a consolare con la sua presenza: santa Dorotea, la vergine che sparge i più bei prodigi lungo il cammino che la conduce al martirio. Solo la nostra religione ci offre questi ammirevoli spettacoli, in cui la donna mostra una forza che sorpassa talvolta quella dei più valorosi martiri; quasi che Dio si compiaccia nello schiacciare la testa del nemico sotto la medesima debolezza del piede che Satana teme. La inimicizia fra la donna e il serpente provocò, negli annali della Chiesa, le lotte in cui l'Angelo ribelle soccombe con tanta maggior vergogna e rabbia, in quanto il suo vincitore gli pareva meno degno di suscitare le sue apprensioni. Egli ora dovrà sapere, dopo tante dolorose esperienze, quanto debba temere la donna cristiana; e noi, che contiamo tante eroine tra gli antenati della nostra famiglia, dobbiamo esserne fieri ed aver cara la loro memoria. Confidiamo dunque nella loro costante protezione, perché esse sono potenti sul cuore di Dio. Fra loro, Dorotea occupa uno dei primi posti: glorifichiamo la sua vittoria e meritiamone il soccorso.



    VITA. - Santa. Dorotea, vergine di Cesarea, in Cappadocia, fu presa e martirizzata per ordine del governatore Apricio, alla fine del m secolo. La sua Passione ci riferisce che un ufficiale, di nome Teofilo, vedendola pregare il suo divino Sposo, scherzando, le avrebbe chiesto d'inviargli dal suo giardino dei fiori e dei frutti. Poco dopo, un fanciullo bellissimo recò tre rose e tre pomi a Teofilo, il quale immediatamente confessò la divinità di Cristo e subì un glorioso martirio. Il carattere leggendario della sua Passione contribuì a rendere celebre il nome e il culto della santa.



    Preghiera.

    Fedele alle tue promesse e nel possesso dei tuoi desideri, non dimenticare gli abitanti della terra. Teofilo lo provò; ma il più bei dono che ti compiacesti offrirgli non fu il cesto dei fiori e dei frutti ottenuti in forza della tua parola; ma il dono della fede e la perseveranza nel combattimento furono beni molto più preziosi. O Vergine! mandaci i tuoi doni: abbiamo bisogno di coraggio per romperla col mondo e con le nostre passioni; abbiamo bisogno di convertirci e di tornare a Dio, destinati a partecipare a quella felicità che tu già godi e della quale non possiamo partecipare se non mediante la penitenza. Sostienici, fortificaci affinché, nel giorno di Pasqua, le nostre anime, lavate nel sangue dell'agnello, siano fragranti come quei bei frutti e rosse come quelle rose di cielo che la tua mano colse in favore d'un mortale.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 788 -789

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    7 FEBBRAIO 2013

    SAN ROMUALDO, ABATE



    Un eroe della penitenza.

    Festeggiamo oggi un eroe della penitenza: san Romualdo. È un figlio del grande patriarca san Benedetto, padre, dopo di lui, di una lunga posterità. La famiglia benedettina procede sempre diritta lungo i secoli; ma dal tronco di questo possente albero nascono in linea collaterale quattro rami sempre aderenti, ai quali lo spirito Santo diede vita e fecondità per lunghi secoli; e cioè: Camaldoli per opera di Romualdo, Cluny per opera di Oddone, Vallombrosa per opera di Giovanni Gualberto e Citeaux per opera di Roberto di Molesfnes.

    Oggi è Romualdo che reclama i nostri omaggi; e se i Martiri che incontriamo nel corso dell'espiazione quaresimale ci offrono un prezioso insegnamento col disprezzo della vita, i santi penitenti, come il grande Abate di Camaldoli, ci danno una lezione ancora più pratica. Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con i vizi e le concupiscenze, dice l'Apostolo (Gal 5,24); essendo dunque tale la comune condizione d'ogni cristiano, qual potente incoraggiamento ci offrono questi generosi asceti, che santificarono i deserti con opere eroiche di penitenza, distruggendo ogni scusa della nostra viltà, che si spaventa delle piccole soddisfazioni che Dio vuole da noi per offrirci i suoi favori! Impariamo la lezione ed offriamo di cuore al Signore il tributo del nostro pentimento, mediante le opere che purificano le anime.



    VITA. - Romualdo nacque a Ravenna nel 957. A 20 anni si ritirò per 4 giorni nel monastero di S. Apollinare in Classe (Ravenna), per ivi espiare una colpa del padre. Due apparizioni di sant'Apollinare gli fecero prendere la risoluzione di farsi monaco. Tre anni dopo, sotto la direzione d'un santo anacoreta, Marino, si addestrò alla vita eremitica. S'impegnò a favorire il rinnovamento del fervore religioso riunendo gli eremiti nei monasteri, senza però farne dei cenobiti. Divenne cosi a Camaldoli, il padre d'una nuova famiglia religiosa; Fu celebre in tutta la Chiesa per la contemplazione, l'austerità e il dono della profezia e dei miracoli. Morì nel 1207. Cinque anni dopo i suoi discepoli poterono festeggiarlo come Santo, e nel 1595, il Papa Cle*mente vili ne estese il culto alla Chiesa universale.



    Il pensiero di Dio.

    Amico di Dio, Romualdo, quanto la tua vita fu differente dalla nostra! Noi amiamo il mondo e i suoi inganni; il pensiero di Dio ci passa qualche volta per la mente, durante il giorno e molto più raramente diventa il movente delle nostre azioni! Intanto però, ogni ora che passa ci avvicina al momento in cui ci troveremo in faccia a Dio, accompagnati dalle nostre opere buone e cattive, nell'impossibilità di modificare la sentenza che ci saremo preparata. Non così tu, Romualdo, hai intesa la vita! A te parve che un unico pensiero dovesse assorbirla interamente, un solo interesse dovesse preoccuparla; e hai camminato costantemente alla presenza di Dio. E per non distoglierti da un oggetto così caro ed importante, fuggisti nel deserto, dove, sotto la regola del Patriarca dei monaci, lottasti contro il mondo e la carne; con le tue lacrime lavasti i peccati, così leggeri in confronto dei nostri; rigenerato nella penitenza, il tuo cuore prese il volo verso il Salvatore dell'umanità, nel desiderio di offrirgli anche il tuo sangue. Noi, oggi, possiamo partecipare dei tuoi meriti, per quella consolante comunione che il Signore si degnò stabilire fra le anime più sante e noi peccatori. Soccorrici dunque nel tempo di penitenza che presto comincerà, perché abbiamo bisogno di nascondere, rivestiti della pienezza delle tue opere, l'esiguità delle nostre. Nel cuore della vostra solitudine, all'ombra di Camaldoli, hai amato gli uomini tuoi fratelli, i quali mai si avvicinarono a te, senza essere conquistati dalla amabile e dolce carità: mostra loro che sempre li ami. Ricordati pure dell'Ordine dei Camaldolesi da te fondato, e fa' che, per le anime ivi chiamate dal Signore, sia sempre la scala sicura per salire fino a lui.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 790-791

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    8 FEBBRAIO 2013

    SAN GIOVANNI DI MATHA, CONFESSORE



    Il riscatto degli schiavi.

    Abbiamo, poco tempo fa, celebrata la memoria di san Pietro Nolasco, scelto dalla Madre di Dio a fondare un Ordine per il riscatto dei cristiani fatti schiavi dagl'infedeli; oggi dobbiamo onorare l'uomo che fu il primo favorito da questo disegno. Egli fondò, sotto il nome della SS. Trinità, una società religiosa i cui membri impegnarono tutti i loro sforzi, le privazioni, la libertà, la stessa vita al servizio dei poveri schiavi che gemevano sotto il giogo dei Saraceni. L'Ordine dei Trinitari e quello della Mercede, sebbene distinti, sono fratelli nel fine per il quale sono stati fondati; i loro benefici risultati, in sei secoli di durata, consistettero nel restituire alle famiglie ed alla patria oltre un milione di uomini, la fede dei quali venne preservata dai pericoli dell'apostasia. Giovanni di Matha, assistito dal suo fedele collaboratore Felice di Valois, stabilì in Francia, presso Meaux, il centro dell'opera sua. Quale più ammirevole modello di Giovanni di Matha e dell'intero suo Ordine, nei giorni di preparazione alla Quaresima, in cui abbiamo bisogno di ravvivare in noi la fiamma della carità verso coloro che soffrono! Non ebbe altra ragione la sua esistenza, che il desiderio d'andare a strappare agli orrori della schiavitù fratelli sconosciuti che languivano fra i barbari. Vi può essere un'elemosina, per quanto generosa e indimenticabile, che si possa paragonare alla dedicazione di questi uomini, che si obbligano per regola, non solo a percorrere la cristianità per cercare i fondi destinati a procurare la libertà agli schiavi, ma persino a caricarsi delle catene di qualche sventurato, per riuscire a liberarne di più? Non è questo, per quanto lo consenta l'umana debolezza, imitare alla lettera l'esempio del Figlio di Dio, che discende dal cielo per farsi nostro Redentore? Incoraggiati da simili modelli, noi en*treremo molto più volentieri nelle intenzioni della Chiesa, quando fra breve ci raccomanderà le opere di misericordia come uno dei più essenziali fattori della penitenza quaresimale.



    VITA. - Giovanni di Matha nacque in Provenza nel 1160. Fu ordinato sacerdote a Parigi, dove coltivò i suoi studi. Celebrando la prima Messa ebbe una visione che gli fece comprendere che era destinato a riscattare gli schiavi dalle mani degl'infedeli. Si ritirò in solitudine per tre anni con Felice di Valois; poi entrambi andarono a chiedere al Papa d'istituire un nuovo ordine per la liberazione degli schiavi. Il nuovo Istituto fu approvato da Innocenze in il 2 febbraio 1198. Ritornati in Francia, i due fondatori costruirono il primo monastero a Cerfroid, nella diocesi di Meaux, dove rimase S. Felice a governarlo. S. Giovanni fondò ospizi e riscattò molti schiavi. Stanco delle fatiche e tutto infiammato del più grande amor di Dio e del prossimo, morì a Roma 1'8 gennaio 1213.



    Carità.

    Rallegrati del frutto della tua dedizione ai fratelli, o Giovanni di Matha! Il redentore del mondo ravvisa in te una delle sue più fedeli immagini e si compiace nell'onorare al cospetto di tutta la corte celeste i segni di rassomiglianza che avesti con lui. Ora tocca a noi viatori seguire le tue orme, se vogliamo raggiungere la medesima meta. Vi ci condurrà la carità fraterna, perché sappiamo che le opere ch'essa ispira hanno la virtù di strappare anime al peccato (Eccli 3,33). Tu la comprendesti così com'è nel cuore di Dio che ama le anime più dei corpi, ma che non disdegna di sovvenire ai bisogni di questi. Mosso dai pericoli che correvano tante anime esposte all'apostasia, tu accorresti in loro aiuto, e facesti loro comprendere tutta la preziosità d'una religione che suscita tali eroismi. Hai provate le sofferenze dei loro corpi e con la tua mano hai spezzato le catene sotto il cui peso essi languivano. Insegnaci sempre ad imitare tali esempi.



    Zelo.

    Fa' che i pericoli cui sono esposte le anime dei nostri fratelli non ci trovino più insensibili, e che possiamo comprendere la parola dell'Apostolo san Giacomo: "Chi richiama un peccatore dal suo traviamento salverà l'anima di lui dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati" (Gc 5,20). Rendici anche partecipi di quella tenera compassione che ci farà più generosi e solleciti nel sollevare i mali che i nostri fratelli soffrono nei loro corpi, e che molte volte sono per essi occasione di bestemmiare Dio e la sua Provvidenza. Liberatore degli uomini, ricordati in questi giorni di tutti quelli che gemono per il peccato sotto la schiavitù di Satana, di quelli soprattutto che, ebbri delle mondane illusioni, non sentono più il peso delle loro catene e dormono tranquillamente nella loro condizione di schiavi. Convertili al Signore loro Dio, affinché riacquistino la vera libertà. Proteggi infine i validi superstiti dell'Ordine che fondasti, affinché l'oggetto cui si consacrarono in origine possa ancora servire ai bisogni della società cristiana.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 791-793

 

 
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