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    Predefinito CONSERVATORISMI 6 / Roger Scruton e la «reazione» al nichilismo dominante

    Roger Scruton

    L’Occidente si può ricostruire. Per il «filosofo più influente al mondo» nella nostra civiltà il rancore ormai ha preso il posto della fede, «ma i barbari non hanno ancora distrutto tutto. La pietas ci salverà»

    di Emanuele Boffi


    A chi gli chiede di rispondere all’accusa di essere un «reazionario», risponde: «Sì, sono un reazionario. Nel senso che reagisco a ciò che vedo». Roger Scruton coltiva il sano pessimismo dei bastian contrari e l’irriducibile speranza degli architetti medioevali che, anche in tempi di barbarie, sanno dove andare a porre la pietra angolare dei loro pensieri. Giornalista, scrittore, filosofo, insegna all’Institute for the Psychological Sciences della Virginia. è conosciuto come l’ispiratore del thatcherismo, anche se la definizione può essere presa per buona solo a patto di non cristallizzarla in schemi impermeabili all’imprevisto di nuove intuizioni.

    E' l’autore della Guida filosofica per tipi intelligenti e del Manifesto dei conservatori, scrive di vino sul The New Statesman e dei temi più disparati sull’American Spectator. Quello che per il New Yorker è «il più influente filosofo al mondo» ama la musica (è compositore), l’architettura (ma non le archistar) e la caccia alla volpe, Thomas Stearns Eliot e Dante Alighieri. è stato in Italia nel maggio 2006, invitato da Tempi per una serie di incontri con Giuliano Ferrara. Vita e Pensiero ha da poco pubblicato La cultura conta. Fede e sentimento in un mondo sotto assedio, brillante omaggio funebre alla cultura, dimensione ormai sconosciuta in tempi di basso impero. Eppure Scruton, anche quando s’ostina a pestare il mortaio sull’insensatezza degli idoli moderni, non si sofferma mai alla sterile elegia del passato. è per questo che, proprio al termine dell’ultimo libro si trova il capitolo “Raggi di speranza”, in cui il filosofo inglese elenca le persone e i gruppi di persone che hanno saputo nell’ultimo mezzo secolo del Novecento «rigettare il nichilismo dominante»: «Giovanni Paolo II, il movimento giovanile di Comunione e Liberazione, fondato in Italia da don Luigi Giussani, correnti filosofiche tipo quella promossa da René Girard in Francia, da Jan Patocˇka in Europa Centrale, da Czeslaw Milosz in Polonia e Aleksandr Solzenicyn in Russia».

    Come il suo adorato Eliot, Scruton si rammarica che il mondo moderno non ci permetta più di «prendere una parola e da essa estrarne il mondo», ma che, al contrario, le parole siano usate per occultare. Celare il reale per «nasconderne il significato» al fine di imporre nuove eresie, «cioè verità esasperate in menzogne». Un suo maestro, Thomas Masaryk, negli anni Trenta, previde un futuro in cui «ogni fede sarebbe stata messa in dubbio, ogni moralità relativizzata, ogni appagamento annientato». E, aggiunge Scruton a Tempi, «certamente abbiamo fatto molta strada in quella direzione. Ma non siamo ancora arrivati a quel punto, e l’umanità nel passato è spesso tornata indietro dall’orlo del baratro, come ha fatto alla fine dei Secoli Bui».

    Nichilismo a luci rosse

    Eppure i segnali che giungono, in particolare dal Vecchio Continente, sembrano indicare che il piede che franerà nell’abisso è stato levato. Nella sua Inghilterra – dove, ebbe a dire, ormai «Dio è uno straniero, un immigrato clandestino» – Sky Real Lives ha mandato in onda il suicidio di Craig Ewert, malato di Sla. Il suicidio uscito dalla sfera della disfatta e della ribellione privata si è trasformato in show, documentario, reality. Per Scruton, in storie come questa, c’è «il potenziale per una sorta di pornografia della morte. I cuori delle persone saranno induriti dalle immagini del suicidio al punto che nessuno reagirà nemmeno se il suicidio è manifestamente assistito, e nemmeno quando quel che è presentato come “suicidio” non lo è affatto, ma è piuttosto il frutto di una manipolazione o di un inganno».

    Così come è una frode quella spacciata dal sito internet del quotidiano francese Liberation che ha scelto di ospitare un “Osservatorio sull’eterosessualità”. Sulle istanze omosessuali – «è l’ortodossia della nuova ummah dei disaffezionati» – Scruton puntò l’indice contro «la filosofia contemporanea che ha ridotto il problema della morale sessuale a quello dei diritti. Viviamo in un tempo esposto alla causa del nulla e ciò è dimostrato dalla mancanza di volontà di avere figli, cioè di creare qualcosa che abbia un significato al di là del momento». Oggi, di fronte all’iniziativa online del quotidiano francese, annota che siamo di fronte «a una delle eredità del femminismo: il credere che il “genere” sia un artificio sociale e che noi possiamo costruirlo in qualsiasi modo ci piaccia, e in particolare in modo tale da liberare la gente da “ruoli di genere” non desiderati. Fa parte del tentativo di normalizzare l’omosessualità l’idea secondo cui l’eterosessualità debba essere essa stessa descritta come una “costruzione” che può comportare una violenza nei confronti di coloro che vi sono sottomessi».

    L’uomo, bestia morale

    Ed è una costruzione anche quella che vuol farci credere di essere solo delle scimmie in giacca e cravatta, ma non per questo più evolute degli orangutan del Borneo. Sulle istanze dell’ambientalismo più sciocco Scruton riversa spesso una ferocia cannibale. Tempo fa allevò e mangiò un maiale cui aveva dato il nome del grande teorizzatore dei diritti degli animali: Singer. Lo ha pasciuto, sgozzato e quindi macellato a casa sua, il tutto – orgogliosamente – al di fuori di qualsiasi confine di legalità. E a chi gli chiedeva conto dell’“efferato delitto”, Scruton non aveva altro da far notare se non che «siamo diversi dagli animali, siamo esseri morali, mentre gli animali non lo sono. Da qui la domanda se mangiarli o meno. Loro non si pongono questa domanda. Difendo l’opinione secondo cui noi dobbiamo mangiarli perché, se non li mangiassimo, non esisterebbero». è per questa ragione che può solo ridere amaro della Spagna di José Luis Rodriguez Zapatero, paese che ha voluto garantire i “diritti fondamentali” anche alle grandi scimmie antropoidi. «La Spagna di Zapatero – spiega – è un ottimo esempio di una nazione in fuga dal proprio passato e dalla propria identità spirituale. È in uno stato di ripudio, e non sorprende la scoperta che il movimento per i diritti degli animali ha messo radici laggiù, dove tutte le forme tradizionali di distinzione stanno subendo un processo di erosione. Il problema, ovviamente, è che si possono garantire diritti agli scimpanzé, ma non si può insistere sui loro doveri, e di conseguenza i diritti diventano vuoti privilegi che non portano beneficio né all’umanità nella quale vivono immersi gli scimpanzé né agli stessi scimpanzé. Immaginiamo di garantire “libertà di movimento” o “libertà di associazione” agli scimpanzé. Come sarebbe la nostra vita?».

    La gratitudine e il perdono

    La filosofia di Scruton può essere riassunta in parole “antiche”, e bellissime, con cui il filosofo cerca di sottrarre l’esistente dalla coltre dell’indistinto. Pietas, gratitudine, perdono, riso (Scruton ha scritto pagine chestertoniane sull’idea di ironia). Parole che si contrappongono a multiculturalismo, tolleranza, altruismo («l’altruismo, a differenza della pietà, ha esiti sadici»), termini ormai usati per legittimare, spesso, violenze indicibili. Per questo, per Scruton si tratta di recuperare un senso dell’umano che solo la tradizione giudaico-cristiana è ancora in grado di comunicare. La pena è barare sul senso dell’evidente, come ebbe a dire a Giulio Meotti del Foglio: «è vero che il feto è un collage di elementi chimici, ma solo nel senso che la Quinta sinfonia di Beethoven è solo una collezione di suoni, la Monna Lisa di colori e i Promessi Sposi di parole. Creazione significa invece creare un significato. Se gli esseri umani cominciano a scomporre il tutto nelle parti, si ritroveranno in un mondo senza significato di atomi disconnessi in cui niente sembra prendere parte al presente». «Quando la fede si ritira – dice a Tempi – il rancore prende il suo posto. Questo è quel che vediamo oggi nel mondo occidentale: il rancore per i successi degli altri, per la buona sorte degli altri, per le doti degli altri, e il desiderio di essere una celebrità che gli altri invidiano e verso la quale gli altri provano rancore a loro volta. Il perdono è il contrario di questo atteggiamento; è il desiderio di dare agli altri, di trarre piacere dal loro piacere, e di essere umili al cospetto dei nostri stessi errori».

    La libertà e l’obbedienza

    In tempi in cui tutto, per diritto, deve essere permesso, Scruton ama ripetere che «la vera libertà, la libertà concreta non è agli antipodi dell’obbedienza, ma solo l’altro lato di essa». Perché, chiosa, «il mondo non ha bisogno di pietà a buon mercato, ma di pietas: l’abitudine all’obbedienza e all’umiltà al cospetto della creazione, e la rinuncia al desiderio di sfruttare, di controllare, di essere l’Übermensch a cui il mondo deve prostrarsi. La gratitudine sta scomparendo dal mondo come lo conosciamo. Eppure è la risposta adeguata al dono dell’esistenza, e il modo di trasformare l’esistenza in una fonte di gioia anziché di ansia. Consiglio il contrario dell’esistenzialismo: vivere nella gratitudine, non nell’ansia, essere umili, non ostinati, riconoscere l’estensione della nostra ignoranza e il bisogno di essere riconciliati con gli altri e con il nostro destino».

    Come l’Eucarestia nelle catacombe

    Vasto programma? Nel suo Il tramonto dell’Occidente Oswald Spengler scriveva: «Un giorno l’ultimo ritratto di Rembrandt e l’ultima battuta di Mozart cesseranno di esistere perché l’ultimo occhio e l’ultimo orecchio accessibili al loro messaggio saranno scomparsi». Scruton ha già osservato che è senz’altro veritiero che l’uomo moderno vaga come un cieco in una valle nebbiosa, ma anche che «sta emergendo un forte movimento laico e soprattutto cattolico che va nell’opposta direzione, rappresentato da Karol Wojtyla e da Joseph Ratzinger». Non è ancora giunto il tempo di suonare le campane a morto. «No, ricostruire è ancora possibile, e lo vediamo accadere. La fede è difficilmente reperibile in un’epoca di buio, ma brilla come una luce all’orizzonte, e quella luce cresce come ci si avvicina ad essa. I barbari non hanno distrutto tutto, ci hanno solo obbligato a privatizzarlo, a ospitarlo dentro noi stessi come memoria e a tenerlo lì, come una volta l’Eucarestia era tenuta nelle catacombe».


    http://www.tempi.it/intervista/004801-roger-scruton
    SADNESS IS REBELLION

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    Predefinito Riferimento: CONSERVATORISMI 6 / Roger Scruton e la «reazione» al nichilismo dominant

    Scruton, i tories ora hanno una nuova coscienza critica
    Riccardo Paradisi

    «Nei momenti in cui le cose cambiano troppo in fretta si pensa a conservare ciò che è essenziale». “Conservare l'essenziale” dice Alain Finkilekraut: sarà per questo che le maggioranze europee voltano le spalle alla sinistra? O che nel nostro Paese le inchieste sulle nuove generazioni fanno registrare un diffuso sentimento di ritorno all'ordine? I sociologi che interpretano ancora il reale coi vecchi schemi ereditati dalla vulgata francofortese leggono questo dato con la paura dei giovani per il mondo che cambia, paventano nuove tentazioni reazionarie, lo scacco dei valori progressisti. Ma è un'analisi miope, è l'abbaglio di chi ha perduto il principio di realtà. Perché la vera sfida che pone il presente, la partita che i tempi annunciano non è più la liberazione delle vecchie strutture della tarda modernità industriale e degli sclerotizzati centri autoritativi ormai definitivamente liquidati. In gioco oggi c'è il mantenimento dell'ecologia sociale che rischia uno stravolgimento mai conosciuto, la conservazione della forma umana come l'uomo l'ha sempre conosciuta sollecitata da una tecnica alla quale non sembrano più nemmeno essere poste le domande di senso che la cultura della crisi degli anni Trenta aveva posto con tutta la drammaticità possibile. Forze titaniche spingono la storia lungo un vettore di cui è incognito l'orizzonte. Ingegneria genetica, globalizzazione delle merci e delle cultura, trasformazione del lavoro, sconvolgimenti climatici mordono la realtà e le vite di milioni di persone. Tramontata la superstizione di un progresso indefinito milioni di uomini nell'Occidente sconvolto si chiedono se abbia un senso sacrificare la forma umana a queste spinte. Ecco la volontà diffusa di ritorno all'ordine. Ma a quale ordine tornare se il vecchio ordine non esiste più? Nel dibattito pubblico dominato dai media e dai loro ritmi sincopati, dove ogni affermazione ne chiama una contraria, non ha alcun senso e nessuna presa dirsi conservatori in nome della consuetudine e della tradizione. Tanto più che il lessico egemone avvolge ancora di magia positiva parole come futuro, progresso, emancipazione. «Gli interrogativi si moltiplicano», dice Roger Scruton, «e ai conservatori non resta che questo dilemma: evitare i dubbi o rispondervi nel lessico della comunicazione di massa». Ma non basta nemmeno una buona dialettica o qualche idea dettata dal buon senso. Il buon senso non è cultura.
    Ai conservatori serve una filosofia. Occorre una visione del mondo. Altrimenti le loro idee e il loro mondo sono destinati alla sconfitta malgrado qualche momentanea ed effimera vittoria. «I tories britannici», scrive Scruton con l'occhio sul Regno Unito, «stanno diventando famosi per l'inconsistenza della loro filosofia, l'irresolutezza della loro politica, e i loro ripetuti insuccessi nel lasciare un segno nel mondo delle idee». Un problema che non è solo inglese: che cosa direbbe Scruton delle destre italiane? Dei moderati e dei conservatori di questo Paese? Se un serio conservatorismo implica l'aver chiaro che in un'epoca di entropia dell'equilibrio tradizionale ciò che è necessario è la conservazione delle risorse sociali, materiali, economiche e spirituali occorre anche che i conservatori si impegnino nella battaglia culturale. Affermino le loro idee. Il “Manifesto dei conservatori” di Roger Scruton pubblicato in Italia da Raffaello Cortina editore è una piattaforma di questa battaglia culturale. Scruton difende la nazione da un lato disprezzata come un'atavica forma di unità sociale dall'altra minacciata dalle spinte della globalizzazione incline a creare aggregazioni politico economiche sovranazionali. Ma è la nazione dice Scruton l'entità capace di fare da momento di mediazione fra l'individualismo e la massificazione, a preservare per le persone che rischiano di scadere alla funzione di consumatori e produttori globali l'idea di cittadinanza politica, a garantire l'esistenza di un diritto consuetudinario e naturale, a inserire il mercato dentro una cornice di regole e confini. «Un parlamento nazionale è responsabile nei confronti delle persone che lo hanno eletto e suo dovere è servire i loro interessi. Un assemblea transnazionale invece non deve sottostare a questi vincoli: di solito persegue un solo scopo legislativo: nel caso del Wto lo sviluppo del libero commercio e non ha alcun dovere di riconciliare questo scopo con i beni o le necessità di una reale società umana. Ecco perché le sue decisioni sono così pericolose». Ed ecco perché il conservatore difende la Nazione: perché lo Stato-Nazione è l'unica risposta che abbia dimostrato la sua validità come risposta ai problemi di un governo moderno. Il conservatore si impegna però anche per la forma comunitaria precedente la nazione: la famiglia come la nostra tradizione la conosce da più di tremila anni. Una volta che si modifichi strutturalmente la formazione di questa comunità, una volta che si elimini il matrimonio sarà lo stesso futuro ad essere compromesso: «i bambini saranno esposti al rischio di venire al mondo come estranei e di rimanere in questa condizione per il resto della loro vita». Il conservatore ha il senso della realtà: lo ha così profondo che ritiene generalmente il mito e la religione come le chiavi più capaci di sondarne il segreto e il mistero. Per questo diffida delle nuove culture che periodicamente si affacciano sul mondo con la leva in mano per poterlo sollevare così da mettergli le braghe e raddrizzarne il legno storto. Per questo pur ritenendo l'uomo una creatura perfettibile guarda con scetticismo i costruttivismi, le neolingue o le antropologie rivoluzionarie che promettono umanità nuove in realtà preparandone di peggiori. Il conservatore rispetta la natura senza idealizzarla pone al centro di tutto l'uomo pur avendo cognizione del Male che ha in sé, difende la vita e la morte naturale. I capitolo che Scruton dedica nel manifesto a questi temi sono tanto densi che vale la pena di meditarli. Come i versi della lirica di Eliot, con cui il filosofo inglese chiudendo il viaggio lascia intendere che una certa idea del mondo non ha tempo: «Noi nasciamo coi morti: / Ecco, essi tornano e ci portano con loro. / Il momento della rosa o quello del tasso / hanno uguale durata. Un popolo senza storia / è una trama di momenti senza tempo. / Così, mentre si fa buio, / un pomeriggio d'inverno, in una cappella appartata / La storia è adesso, è l'Inghilterra». Perché poi essere conservatori non significa restare legati a ciò che è passato, ma vivere in ciò che è sempre. Per questo il conservatore non è un reazionario, ma un uomo inquieto che combatte per difendere ciò che ama.

 

 

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